La situla istoriata degli scavi della Certosa non è sola, ma fa parte di una serie di situle a lamina lavorata a sbalzo, di cui parlerò più innanzi.
Per ora ricercandone la provenienza e la diffusione, mi limiterò a studiare la situla di Bologna in sè, tentando di spiegare la sua rappresentazione e le relazioni che presenta con l'arte omerica dello scudo di Achille.
Innanzitutto, malgrado le scoperte dello Schliemann, le verifiche del Dörpfeld e l'opera magistrale dello Helbig sull'epopea omerica, non si può ancòra ricostruire la tecnica dello scudo omerico, e sapere se sia o no in gran parte opera della fantasia di Omero. Dopo le discussioni di carattere negativo del Bursian e del Müller, Clermont-Ganneau, nella Revue critique del 1878, concludeva che i monumenti fenici e di lavorazione a tipo fenicio, quali la coppa di Palestrina, ci suggeriscono la possibilità della ripetizione delle azioni rappresentate in quadri successivi e variati. Il Milchhöfer, però, nel 1833, nel suo bel libro: Die Anfänge der Kunst, mostrò però l'impossibilità che il lavoro dello scudo omerico sia su una lamina a repoussé, ossia a sbalzo, e quindi ci allontana dal confronto di esso con la nostra situla e dalla determinazione di una vera e propria imitazione omerica in quest'ultima.
L'Helbig, nella seconda edizione dell'Homerische Epos (1887, traduz. francese, pag. 415), conclude che lo scudo, nel suo complesso, è l'opera della fantasia poetica, ma che les descriptions des scènes particulières ont souvent été suggérées par des représentations figurées, e bisogna riconoscervi l'intervention du souvenir d'oeuvres grecques, dans lesquelles l'esprit national s'était déjà élévé à une expression individuelle.
Fu primo, però, il Brunn a mettere in rilievo nel 1887 l'analogia molto stretta fra lo scudo d'Achille e le situle dell'Italia Settentrionale (Über die Ausgrabungen der Certosa, Monaco, 1887, pag. 26-170), concludendo che il n'existe pas un second groupe de monuments que l'on pût utiliser aussi directement pour la restitution du bouclier homérique, que les situles de Bologne et de Watsch. Passa poi a considerare la questione se si possa dire umbra la civiltà rappresentata della situla, dicendo che tale opinione viene da quella che ritiene gli Umbri sconfitti, annientati poi dagli Etruschi, se non che le scoperte e gli studî nella Carinzia, offerti dal Meyer nel lavoro: Gurina im Obergailthal, Dresda, 1885 (cfr. Orsi, Bull. di Paletn. Ital., XI, 1885), inducono a credere piuttosto che alcune popolazioni illiriche, spinte dalle spiaggie orientali del Mar Adriatico verso il Nord e l'Ovest, per via di terra siano pervenute nell'Italia Settentrionale, portandovi così ricordi, tendenze artistiche greche. Le coppe d'arte fenicie erano pasticci, per così dire, a cui l'arte egiziana ed assira diedero gli elementi, e l'arte micenea offre parecchi confronti, cosicchè si può concludere che queste situle istoriate siano imitazioni degenerate di modelli micenei. Così la tradizione epica non solo, ma anche l'artistica della Grecia micenea, introdotta in Cipro prima della introduzione fenicia, si diffonde a Creta, e nell'Europa Occidentale, sulle rive del Bosforo Cimmerio e dell'Adriatico. Il Brunn, nella sua Griechische Kunstgeschichte, mette in rilievo le analogie del lavoro artistico fra lo scudo d'Achille e le situle celto-illiriche, come fra queste e l'opera romana conosciuta sotto il nome di Sedia Corsini. Certamente, come osservavo nel 1897 in un mio lavoro a proposito di una lamina a sbalzo istoriata di Rovereto, che illustravo pel Museo di Torino (ved. Nuovo Archivio veneto, XVI, parte I, pag. 10 e segg., dell'estratto), “certamente non si può ammettere qui in Italia un passaggio repentino dallo stile geometrico paleoitalico, quale vediamo nella ceramica e nei manufatti della età del bronzo e della prima età del ferro, allo stile figurativo e artistico delle situle e della nostra lamina, senza ammettere un elemento nuovo, estraneo, che fu creduto dal Deschmann l'etrusco, da altri il fenicio, ma fu già fin dal 1888 riconosciuto dal ch. Ghirardini come più verosimilmente greco arcaico, quale si vede nei bronzi sphyrelata di Dodona e di Olimpia, e che si intravede tanto nel gruppo greco-bolognese, quanto in quello atestino ed illirico„. E mi sono sforzato di dimostrare, con lo studio specialmente della situla della Certosa e il confronto di quella di Watsch (cfr. le nostre tav. 15, 24), che vi è in queste situle un elemento generale, che è il greco-arcaico coi suoi animali decorativi orientalizzanti, con la composizione distribuita a zone, lavorata a sbalzo, con la rappresentazione delle processioni sacre, come, p. es., le panathenes, e il concetto di una rappresentazione descrittiva di una narrazione veramente omerica dei periodi e delle azioni principali della vita reale.
Oltre questo elemento generale ve n'è uno particolare, indigeno, che è dato “da certa libertà di distribuzione di fatti e di ornamenti, da certe forme negli elmi, nei seggi, nei carri, nella bardatura dei cavalli che rappresentano, nei costumi del tempo, elementi, che furono trovati in natura a Watsch, a St. Margarethen, e che appartengono a un periodo non molto differente da quello delle tombe in cui le situle si trovarono„ (op. cit., pag. 12).
Questi particolari indigeni, per così dire, nell'arte delle situle, indicherebbero che, importati i modelli e studiata la tecnica allo sbalzo dagli artisti locali, vi sia stata poi una produzione in parte, con motivi indigeni, tolti dalla vita paesana, di questo genere d'opere d'arte.
Una riprova di questo si avrebbe nella copiosa riproduzione, che nei centri maggiori di diffusione delle situle in questione noi riconosciamo costante, riproduzione in terracotta degli originali in bronzo, con la così detta imbullettatura di borchie di bronzo, immesse nella pasta ancor molle, a ricordo dell'uso di vere borchie o rigonfiamenti negli esemplari in bronzo.
Malgrado quanto siamo venuti osservando, non tutti sono d'accordo, non solo per le situle istoriate, ma in genere anche per la decorazione geometrica delle opere d'arte italiche, circa il viaggio che avrebbero compiuto gli oggetti e i motivi artistici dall'Oriente in Italia, e, pure stando ferme quelle analogie e quelle conclusioni a cui siamo venuti circa l'imitazione omerica, la questione dev'essere ritrattata più ampiamente.
Necropoli a incinerazione di Bismantova.
(Età del Bronzo).
(Ved. MONTELIUS, Op. cit., Atl. B, 41).
Tavola 18.
N. 1, scalpello in bronzo. — 2, rasoio semilunato. — 3, spillo in bronzo con capocchia di vetro. — 4, ciondolo in bronzo. — 5, braccialetto in bronzo. — 7, arco di fibula in bronzo. — 8, fusaiuola in steatite. — 9-10, vetro. — 11-12, tubetti di bronzo. — 13, fibula a tre spirali semplici in bronzo. — 14-15, id. ad arco semplice. — 16, tomba di pietre squadrate. — 17-21, ossuarî in terra cotta, il n. 17 con relativa ciotola sovrapposta. — Bismantova segna il passaggio alla civiltà di Villanova (cfr. tav. 19).
(Ved. tav. 19).
Il rito funebre, le forme dell'ossuario, gli oggetti della suppellettile funeraria delle tombe arcaiche di Felsina trovano riscontro in tombe di Villanova nel Bolognese, della Campagna Laziale presso i Monti Albani, di Este nell'antica sede degli Euganei, e di Toscana, nei dintorni di Chiusi e in Corneto-Tarquinia.
La necropoli di Villanova rappresenta per alcuni il periodo di transizione fra la dominazione umbra e il principiare dell'etrusca nella valle del Po (Sec. X-IX a. C. per il Gozzadini)[12].
Le scoperte di Villanova, paese a poca distanza da Bologna presso il Fiume Idice, datano dall'anno 1853. Sono ben più di duecento sepolcri, fatti a semplice fossa, di forma ora rettangolare ora cilindrica, alcuni rivestiti intorno di ciottoli a secco senza cemento, altri di lastre di calcare (ved. tav. 19, 10); sopra le fosse sonvi mucchi di ciottoli. Dentro, sono deposti gli ossuarî d'argilla (ved. Atl. cit., tav. IV); ma talvolta il cadavere vi sta umato. Gli ossuarî d'argilla sono maggior parte rossi e neri, ad una sola ansa (ved. tav. 19, 1, 2, 6, 7, 8), di diverse dimensioni, con un'altezza che varia da 19 a 39 centim., colla tipica forma di due tronchi di cono congiunti per la base nel modo già descritto per le tombe di Felsina, con la ciotola capovolta, ad un sol manico per coperchio (ved. Atl. cit., tav. VI, 2; cfr. la nostra tav. 19, 8). Il corpo del vaso solitamente è ornato di graffiti nella fresca argilla, con linee, triangoletti, circoletti concentrici, o cerchielli, con iscrittavi una croce (detta svastica) meandri, ecc. alle forme geometriche si mescolano a zone alternate figure di anitrelle e di serpentelli, e anche figure umane tracciate imperfettamente. Dentro l'ossuario erano ceneri ed ossa combuste; intorno stoviglie accessorie; ceneri e residui di rogo involgevano l'ossuario e gli altri fittili, e fra le ceneri erano oggetti di bronzo, di ferro, d'ambra, d'osso, di vetro ed anche ossa di animali, forse avanzi della cena funebre (silicernium) (ved. Atl. cit., tav. V).
Necropoli di Villanova (Bologna).
(Età del ferro).
(Ved. MONTELIUS, Op. cit., Atl. B, 93).
Tavola 19.
N. 1, vaso con piede ad ansa. — 2, ossuario a un'ansa. — 3, vaso senz'ansa. — 4, con tre rilievi conici. — 5, id. con piede. — 6, id. con un'ansa caratteristica per Villanova come il n. 2. — 6, 7 e 8, ornamento a Meandro. — 10, tomba di Villanova con ossuario.
Le stoviglie accessorie presentano varietà di forme, e molte sono di elegante lavoro, con impasto di finissima argilla, colle pareti leggiere e sottili. Fra gli oggetti fittili abbondano le fusaiole coniche, perforate per il lungo, e segnate di ornati geometrici, che il ch. Gozzadini, illustratore della necropoli di Villanova, opina fossero pesi per tener ferme le vesti. Abbondano anche i cilindretti d'argilla, terminati a doppia testa o capocchia, pur essi con ornati graffiti, quali s'incontrano in altre tombe. Di bronzo sono ornamenti ed armi, e pezzetti informi di varie dimensioni, che si credono i primi rappresentanti dei valori per mezzo del metallo, o primi saggi della moneta (aes rude)[13]. Fra gli ornamenti abbondano le fibule, varie e ornate, con infissivi globetti di vetro colorato, di grani d'ambra, o bottoni a rilievo; aghi crinali con capocchie a pomelli di pasta di vetro o d'ambra; spirali di bronzo per ornamento delle chiome; braccialetti o massicci, o leggieri da portare anche alla parte superiore del braccio, come è provato da alcuni trovati al braccio di scheletri; anelli, bottoni di lamina di bronzo. Armi ed utensili sono ascie o paalstabs, simili a quelli delle terramare; coltelli di bronzo e di ferro; lame lunate (o rasoi)[14]; e certe lamine di bronzo, come nelle tombe arcaiche felsinee, a sezione di campana, trovate insieme con asticciuole terminate a bottone a modo di martelletti o battaglini, che alcuni crederebbero strumenti da suono o tintinnabuli, mentre altri, come lo Zannoni[15], li ravvisa per oggetti d'ornamento. Chiodi messi nelle tombe hanno significazione religiosa, come emblema del fato compiuto, irrevocabile. Vi si trovò anche qualche rozzo saggio di plastica, due cavallini di bronzo ed un idoletto[16].
Documenti dell'antichità preistorica, nei due periodi archeolitico e neolitico furono trovati, come abbiam detto, nel dintorno di Roma, dove pure, sull'Esquilino, si rinvennero nel 1872 oggetti della primitiva industria dell'età del bronzo, che hanno evidenti analogie con quelli delle terramare. Tali oggetti sono punte di freccia silicee, fusaiole d'argilla con ornati di punteggiature, pendagli da collane, pesi da reti, aghi crinali d'osso e di bronzo, fibule di bronzo, denti di jena e d'orso forati per farne ornamento, vasi di terracotta lavorati a mano, ornati con impressioni o solchetti fatti nella fresca argilla, disposti a striscie intorno al corpo.
Trascurando i ritrovamenti sporadici e più antichi, di qualità analoga e di periodo contemporaneo alle terramare già studiate, fatti nel territorio di Roma e sull'Esquilino l'anno 1872, passiamo a considerare i ritrovamenti più abbondanti in istrette relazioni con quelli dei sepolcri umbro-felsinei e di Villanova. Sonvi nel Lazio traccie di primitive stazioni, e nel dintorno d'Albano, di Grottaferrata e di Marino si scoprirono tombe, appartenenti forse ai prischi Latini. È cosa notevole che le reliquie di queste tombe siano, per gran parte, sepolte nel peperino, ossia sotto gli ultimi strati delle eruzioni dei vulcani laziali. Sono fosse, dentro le quali sta deposto il vaso ossuario, contenente ceneri ed ossa combuste, e coperto da una ciotola capovolta. I fittili sono rozzi, lavorati a mano, di imperfetta cottura, non di molto più avanzati di quelli dei terramaricoli; presentano sul corpo ornamentazione geometrica a varie combinazioni di linee graffite e di impressioni fatte nell'argilla fresca con cerchielli e talora con conchiglie; nelle tombe e dentro lo stesso vaso cinerario sono frequenti le fusaiole.
Ciò che riveste un certo qual carattere artistico è la tecnica degli oggetti di bronzo, che pur trovansi nelle tombe laziali: aghi crinali ed ascie, con fibule e spirali per ornamento, mancanti nelle terramare e frequenti invece nelle tombe di Villanova. In questa industria degli oggetti della necropoli albana possiamo distinguere due sezioni, l'una coi caratteri arcaici, al Nord, l'altra, verso Sud, coi caratteri di una tecnica più sviluppata. Questo sviluppo maggiore è dovuto ad influenze straniere, e forse anche è rappresentato da oggetti d'importazione straniera; la quale deve spiegare anche il fatto della superiorità della metallotecnica nella parte settentrionale della necropoli laziale, in contrasto con la bassa condizione dell'industria ceramica. Secondo il ch. Helbig, questa necropoli, nella sua sezione arcaica, è monumento primitivo del ramo latino della razza indo-europea; in essa le industrie latine sono limitate ancòra all'eredità ariana, non per anco tocche da influenze trasmarine; insomma sono le tombe dei prischi Latini[17].
Le affinità degli oggetti in queste raccolti con quelli di stazioni padane sarebbero quindi originarie di un medesimo ramo della stirpe aria, cioè degli Italioti od Umbri-Latini, secondo il Conestabile[18].
Se neanche le necropoli albane presentano opere d'arte, posseggono però degli oggetti così caratteristici per lo studio dell'etnografia e della civiltà italica che non si possono passare sotto silenzio. — Così dicasi di certi fittili foggiati a capanna, che, avendo servito come ossuari, dalla loro forma e dall'uso prendono nome di urne-capanne (ved. Atl. cit., tav. VII). Piacque al pensiero degli Italici primitivi di chiudere i resti del defunto dentro vasi simulanti la casa dei vivi. La prima di tali urne-capanne fu scoperta nel 1817; e parve per qualche tempo esemplare singolarissimo; ma per ulteriori scoperte altre parecchie ne vennero in luce. Si credettero pure un prodotto ed un costume tutto proprio del Lazio primitivo; ma nell'anno 1882 parecchie altre se ne furono scoperte nelle tombe di Corneto-Tarquinia.
Tali urne-capanne stanno deposte nella fossa dentro un vaso capace, ovvero rinchiuse dentro un piccolo recinto di lastre di sasso, ritte e coperte da un lastrone orizzontale, mentre il suolo è formato da ciottoli. Di tal forma, che ricorda i dolmen gallici, sono due tombe, scoperte presso Marino, in una delle quali era un esemplare assai bello di urna-capanna (ved. Atl. cit., tav. VIII, 1), nell'altro molti vasi fittili. Queste urne-capanne presentano senza dubbio l'aspetto della primitiva casa italica[19]; una capanna di forma rotonda, con tetto acuminato, con linee rilevate concorrenti nell'alto, che ricordano un'armatura di pali sostenenti la copertura di paglia e di canne; hanno una larga apertura per porta, con uscio e indicazioni di spranghe e di stipiti reggenti la porta; in quella, per ultimo ricordata, del dolmen di Marino apparirebbero indicate due colonne su ciascun lato della porta. In alcun esemplare vedesi anche segnata sulla parte del tetto un'apertura a forma triangolare. Questi vasi spesso hanno intorno delle linee ornamentali graffite, a meandro, a zig-zag, e con queste frammischiata la croce gammata o cantonata.
Rotonde, fatte di pali e di vimini, con intonaco d'argilla, coperte di stoppie, di canna, di paglia, dobbiamo pensare che fossero le primitive abitazioni fin da un tempo anteriore alle ultime eruzioni dei vulcani laziali, come lo provano gli oggetti sepolti nel peperino fino agli ultimi tempi della monarchia; ricordando Livio centri eruttivi quali lapidibus ruit, vox ingens e luco et summo montis cacumine, e trovandovisi l'aes grave fuso librale[20].
Così era nelle stazioni del settentrione d'Italia come nelle regioni dell'Appennino e nelle pianure del basso Tevere, al tempo della vita pastorale ed agricola degli Italioti. Così erano fabbricate Alba-Longa e le città latine; così Roma nelle sue origini; in tali capanne abitarono i progenitori italici, genti che usavano utensili di selce e di bronzo e rozze stoviglie d'argilla. Questo ha sua riprova nelle tradizioni e nelle reminiscenze storiche.[21]
(Ved. tav. 20-25)
Un nuovo e ricco contributo per la conoscenza della primitiva civiltà italica diedero le tombe degli antichi Euganei, scoperte fra gli anni 1876 e 1880, nel dintorno della antica città di Ateste, la moderna Este, dove, cogli antichi oggetti in gran copia raccolti da quelle tombe, s'è formata una collezione di antichità preromane ricca ed importante.
Le tombe e la copiosa suppellettile funebre in quella collezione deposte mostrano l'agro estense, in antico occupato da popolazione numerosa ed industre, che in questi suoi monumenti funerarî lasciò traccie del graduale suo sviluppo di civiltà, segnando la successione di età diverse nello svolgimento delle facoltà d'uno stesso popolo. Partendo dagli strati più profondi e più antichi, si può seguire questa successione; essa incomincia da una età euganea primitiva, passa ad una più sviluppata, e mostra quindi un'età euganea con influenze greche ed etrusche, per finire in un'età, in cui la civiltà euganea si unisce e poi si confonde con la civiltà romana.
Primo Periodo. — Dell'età euganea primitiva sono caratteristiche le tombe a semplice fossa o buca, sormontate da masse informi di trachite, a modo di cippi; dentro la buca è l'ossuario, e intorno a questo residui di rogo. L'ossuario è di argilla grossolana e di rozza fattura, con sopra graffiti degli ornati geometrici, le cui incisioni, o solcature sono riempite di color bianco; di forma l'ossuario atestino eguale a quella dell'ossuario di Villanova, del predio Benacci ed Arnoaldi-Veli, e dei bronzi della Certosa. Gli ornati sono a triangoletti, a circoletti, a linee ricorrenti, a meandri con croci gammate.
Coll'ossuario s'accompagnano stoviglie, rozze anch'esse d'impasto e di lavorazione, di color naturale, raramente tinte di nero con grafite. Fra gli oggetti fittili di questo più antico strato uno ve n'ha in forma d'augello, vuoto nell'interno, sostenuto da quattro rotelle, ed esternamente segnato di ornati geometrici con croci gammate, che vuol essere ricordato come esempio dei primissimi tentativi di figura animale[22]. Dentro e dintorno all'ossuario sono pendagli da collana e fibule di bronzo coll'arco segnato di linee ornamentali.
Suppellettile di due tombe atestine.
(Vasi, fibule, braccialetti, collane, lamine lavorate, oggetti varî).
Tavola 20.
Ved. Ghirardini, La situla italica primitiva studiata specialmente in Este, in Monumenti antichi, VII, tav. 1.
Secondo Periodo. — Un maggior progresso mostrano le tombe della seconda età, detta a cassetta (ved. Atl. cit., tav. VIII, 2), perchè la buca o cavo, di forma quadrangolare o poligonale, è internamente rivestito di lastre di tufo calcare, con sovrapposti, come segni esterni, dei grossi ciottoloni. Dentro posa l'ossuario, nella solita forma di due tronchi di cono congiunti alle basi, di tipo analogo a quello di Villanova, come nel primo periodo. Gli ossuari sono lavorati al tornio con miglior fattura e più fino impasto dei precedenti. S'accompagnano coll'ossuario stoviglie accessorie, e così quello come queste hanno borchiette di bronzo infisse nell'argilla ancor fresca a disegni di linee, di circoletti, di meandri, di spirali ricorrenti, di croci gammate; i quali disegni, con le lucide capocchie delle borchiette, dovevano spiccare con bell'effetto sul fondo scuro del vaso (ved. Atl. cit., tav. X, 1). Questo modo d'ornamentazione, creduto caratteristico solo di queste tombe, ha trovato oggi riscontro in alcuni altri luoghi, come nella terramara di Casinalbo e nelle tombe arcaiche Cornetane. S'aggiunga una miglior industria metallurgica: abbondano le fibule, delle quali una nell'arco presenta tre figurette di cavallini appaiati con due goffe imaginette di cavalieri: abbondano gli aghi crinali, i fermagli, le spirali; s'incontrano perle di vetro, ambra, osso, corallo, e piccoli tubetti di bronzo forati pel lungo e rivestiti di foglia d'oro da infilarsi per collane: inoltre pezzetti informi di bronzo come rappresentanti della moneta (aes rude). Fra le armi, che però scarseggiano, s'incontrano esemplari di ascie (paalstabs), coltelli di bronzo con manico di osso, punteruoli di ferro, e lame ricurve, o rasoi. La suppellettile di questa seconda età mostra lo sviluppo d'una industria locale, prettamente euganea.
Terzo Periodo. — Un nuovo progresso, determinato però da influenze straniere, per opera di contatti e di relazioni commerciali, si presenta nella terza età, che ha analogia con tombe etrusche-felsinee; nella quale età le tombe, che pur sono a cassetta, hanno costruzione più regolare, lastre meglio squadrate e commesse con cemento, sormontate non più da ciottoloni, ma da cippi piramidali a quattro faccie, talvolta con scrittura; l'ossuario non è soltanto d'argilla, ma talvolta di bronzo. In questa terza età si hanno anche altre forme d'ossuario, come quella d'un gran vaso d'argilla, liscio e lavorato al tornio, d'un'altezza che varia da 40 ad 80 cm. e d'una circonferenza nella parte più espansa che va da 1 fino a 2 metri (ved. Atl. cit., tav. IX). Stanno questi vasi deposti, dentro buca, con intorno residui di rogo, o contengono in sè l'ossuario od altre stoviglie accessorie, quasi fossero vasi-tombe, come di fatto si chiamano.
Antichità di Villa Benvenuti presso Este (Padova).
(Terzo periodo euganeo — Sepoltura a incinerazione).
(Ved. MONTELIUS, Op. cit., Atl. B, 54).
Tavola 21.
N. 1, 11, situla in bronzo di Villa Benvenuti, lavorata a sbalzo con tre zone figurate. — 2, coppa in terra cotta. — 3, fibula in bronzo con ciondoli spiraliformi. — 4-9, altre fibule varie in bronzo. — 10, collier di perle di pasta vitrea di varî colori, e di pezzetti di corallo, con sette paia di ciondoli triangolari in bronzo, derivati verosimilmente dalla forma delle accette votive. — 12, disco in bronzo a sbalzo, coperto di foglia dorata. — 13, bastone in legno coperto di una lamina di bronzo ornata a sbalzo.
Gli oggetti che in questi vasi-tombe si trovano, sono scarsi di numero e di valore, e se ne inferisce, anche per la stessa maniera della tomba, che siano queste le sepolture di gente povera. Le stoviglie che trovansi nelle sepolture della terza età si distinguono dalle altre per varietà ed eleganza di forme, per finezza di lavoro. L'ornamentazione a borchiette è più rara, ma, dove s'incontra, mostra disegno meglio sviluppato di quello dell'età antecedente. Molti dei cinerarî ed altri vasi sono colorati con ocra e grafite a zone rosse e nere alternate (ved. Atl. cit., tav. X, 2), o hanno ornati geometrici a color bianco. Cominciansi a vedere in disegno e in plastica figure di animali e figure umane; l'imagine d'un cavallo è graffita su un frammento di vaso; un cavallino con cavaliere, di lavoro puerile, fu trovato nella tomba d'un bambino; forse era un giocattolo. Tra i fittili abbondano le fusaiole e i cilindretti. Insieme coi prodotti dell'industria ceramica locale sono frammisti esemplari di vasi dipinti greci (lekythoi, kylices, specie di cantharoi), probabilmente provenienti dal commercio con la vicina Adria: il che ci farebbe risalire a un periodo che tocca il V secolo a. C.; questi vasi certamente contribuirono a sviluppare l'industria locale, come sembra vedersi provato da certi vasi d'imitazione greca, riconoscibili per l'inferiorità dell'impasto, del lavoro e della colorazione, e che, collocati in uno strato posteriore a quello dei vasi genuini, accennano ad un momento intermedio, o ad un passaggio da questa terza ad una quarta età.
Antichità del Fondo Baratela presso Este (Padova).
(Dal tempio — Età gallica).
(Ved. MONTELIUS, Op. cit., Atl. B, 61).
Tavola 22.
N. 1-5, 8-14, statuette in bronzo, la maggior parte con la base da inserire e fissare sui piedestalli. — 1-3, uomini con lancia e pàtera. — 2, guerriero con pugnale alla cintola. — 4, id., galeato e armato. — 7, cavallo in bronzo. — 9-11, donne. — 12, uomo galeato. — 13, Minerva galeata. — 14, donna, o meglio sacerdotessa con pàtera e vasetto (oinochoe). — 15, placchetta figurata in bronzo.
Un grande progresso si mostra anche nella lavorazione della copiosa suppellettile di bronzo. Oltre molti vasi con imitazione delle forme dei fittili, si incontrano anche ciste e situle, o vasi di bronzo destinati a contenere l'ossuario fittile. Sono fatti di lamina di bronzo ripiegata e insieme unita per rivolgimento dei margini con borchiette e chiodini. Intorno al corpo di queste situle vediamo svolgersi l'arte figurativa, perchè sono ornate non solo con semplici elementi geometrici, ma con vere rappresentazioni di figure animali ed umane, con lo sviluppo d'un concetto; le figure sono lavorate a sbalzo, o come dicesi, con stile empestico (ved. tav. 21).
Antichità del Fondo Baratela presso Este (Padova).
(Dal tempio — Età gallica).
(Ved. MONTELIUS, Op. cit., Atl. B, 60).
Tavola 23.
N. 1, placchetta con donna. — 2, id. di rivestimento con guerrieri. — 3, guerriero galeato con scudo. — 4-6, 12, 13, 15, altre placchette id. lavorate a sbalzo. — 7, mano pesante di bronzo fuso. — 8, 10, placchette stampate. — 11, 17, stili iscritti. — 14, placchetta con iscrizioni scolpite (sillabario) in alfabeto detto nord-etrusco, o euganeo.
Fra le situle estensi va ricordata quella che dal possessore del fondo dove fu rinvenuta dicesi situla Benvenuti (ved. tav. 21, 1 e 11), ornata di tre zone di figure, con scene campestri e guerriere, e con serie di animali alati, che rammentano quelli dell'arte orientale e dei vasi corinzî. Un'altra situla ornata di zone animali è quella detta Capodaglio, ove sono cervi, colombelle, lepri seguentisi o affrontatisi, e che alle loro estremità, becco, coda, zampe, hanno per appendice dei cirri o ghirigori; in un lato di questa rappresentazione è aggiunta una figura umana vestita.
In questi primi saggi di disegno le figure animali già mostrano qualche vivezza e naturalezza di forme e di movimento, rivelando intelligenza della natura e sviluppo di disegno, mentre la riproduzione della figura umana è ancora rudimentale. Un medesimo modo d'ornamentazione s'incontra su piastre o placche di cinturoni, ora quadrangolari ora ovali; sopra cinturoni, o panziere di lamina di bronzo, con disegni d'augelli e fiorami a zone concentriche, così pure su guaine di bronzo di coltelli, delle quali una porta nel mezzo una figura di guerriero. Il progredire dell'arte nelle sue prime applicazioni all'industria appare manifesto anche negli altri oggetti d'ornamento, nelle armille terminate a testa di serpe, nelle grandi fibule con catenelle da cui pendono piccoli strumenti da toletta, nelle collane di tubetti di bronzo dorato, di chicchi d'ambra, di corallo e di pasta di vetro (ved. per alcuni oggetti Atl. cit., tav. XI).
La situla lavorata a sbalzo di Watsch, nella Carniola, e frammenti d'altre situle.
Tavola 24.
La figura centrale e quella superiore indicano la situla di Watsch; dei due frammenti a destra il superiore è da St. Marein (Carniola), l'inferiore e gli altri due a sinistra da Matrei (Tirolo). (Dallo Hoernes, Urgeschichte der bildenden Kunst in Europa, tav. XXXV).
Oltre che ad Este troviamo resti del Terzo Periodo a Caverzano, presso Belluno, ove esiste una vasta necropoli euganea con traccie della civiltà etrusca ed orientale[23].
Ma non tutto è paesano in questa età. — L'influenza straniera si dimostra coi vasi di tipo greco, e coi bronzi, i quali hanno analogie con bronzi etruschi del suolo bolognese, in tombe posteriori alle umbre. Notevole è che di tali bronzi, quali le ciste e le situle, si trovano esemplari nei paesi alpini e anche oltre le Alpi, in Val di Cembra, a Matrei, ad Hallstadt, a Moritzing presso Bolzano; a Watsch e a Sanct-Marein, nella Carniola; a Kuffarn, nella Stiria (ved. tav. 24); e si riguardano come monumenti della più antica arte italica, prodotti che dai centri industriali italici — e Felsina era tra questi — si spandevano nelle regioni settentrionali, seguendo forse quella via per cui dalle contrade nordiche era stata importata l'ambra in Italia[24].
Quarto Periodo. — Nelle tombe ascritte alla quarta età si vedono traccie d'occupazione celtica (ved. tav. 22 e specialmente 23), armi di ferro, quali si trovano anche nell'agro felsineo, dove la dominazione etrusca fu dall'invasione celtica distrutta. Nelle tombe euganee si vedono poi, e sempre crescenti, le vestigia dell'occupazione romana. Coi Romani gli Euganei furono in contatto fino dall'anno 224 av. C., e a loro furono sottomessi quando nell'anno 184 av. C. si ebbe la dedizione dei Veneti a Roma. Nelle tombe euganee-romane s'incontrano monete d'Augusto, d'un tempo che sta fra l'anno 708 e il 742 di R. (45-11 av. C.); cosicchè si può concludere che il Quarto Periodo si estenda dal IV al I secolo av. Cristo.
Sepolcri con rito di cremazione, con vasi, frammenti di situle, con fibule, perle d'ambra e di vetro, od altri arredi od ornamenti affini alla suppellettile delle tombe euganee, si vengono scoprendo a Caverzano presso Belluno, dove dalle reliquie d'una vasta necropoli si rivela una civiltà analoga a quella delle tombe euganee del Terzo Periodo, con indizî d'attinenza con la civiltà etrusca e d'influenza dell'arte orientale[25]. Si confronti con la suppellettile di due tombe atestine illustrate nella tavola n. 20, pag. 58-59.
Dopo che il ch. Prosdocimi riconobbe quattro periodi archeologici in Este, in sèguito agli scavi fortunati in quella provincia (ved. Notizie degli Scavi, 1882), e il ch. Ghirardini ritrattò con studio più profondo ed esauriente l'argomento, riconoscendo nelle antichità di Este tre periodi principali: l'italico, il veneto e il gallico (ved. Notizie degli Scavi, 1888), lo stesso prof. Ghirardini trattò a parte l'argomento della situla italica primitiva, studiata specialmente in Este (ved. Monumenti antichi pubblicati per cura della R. Accademia dei Lincei, vol. II, 1894, col. 161 e segg., Iª parte; vol. VII, col. 1 e segg., IIª parte), trattando nella Iª parte Dell'origine e propagazione della situla in Italia, e nella IIª parte Della sua ornamentazione geometrica negli esemplari in bronzo, e negli esemplari di terracotta, aggiungendovi molte ricerche sull'ornamentazione a borchie (o imbullettatura) di bronzo dei vasi fittili (ved. tav. 25).
Motivi ornamentali di vasi fittili atestini, ottenuti con le borchie di bronzo confitte nella loro terra ancor molle.
Tavola 25.
Ved. Ghirardini, La situla italica primitiva studiata specialmente in Este in Monumenti antichi, vol. VII, tav. 2ª. Ved. testo a pag. 58 e 66. Cfr. pel medesimo uso nel Territorio Falisco: Barnabei in Monumenti Antichi vol. IV (1894), col. 229 e segg.
Incomincia il Ghirardini a dividere le situle dell'Italia Settentrionale in quattro gruppi:
1. Cispadano, o umbro etrusco (situle bolognesi).
2. Transpadano orientale, o veneto (situle atestine).
3. Transpadano occidentale, o ligure-celtico (situle di Golasecca e di Trezzo).
4. Alpino, o reto-illirico (situle del Trentino e del Tirolo, del Bellunese e del Cadore, di Gorizia e dell'Istria).
Studiate le situle più note dei varî gruppi, l'A. ricerca l'origine del nome, del tipo, dell'uso della situla. La situla è una vera secchia, a forma di tronco di cono capovolto; la sua tecnica è quella comune dei vasi di bronzo della prima età del ferro a lamine tirate col martello e riunite con chiodi. Sulle stesse situle si vedono altre situle tenute da persone ivi rappresentate, il che mostra che le rappresentazioni sono prese dalla vita del tempo in cui erano fabbricate (ved. vol. II dei Monumenti cit., col. 195-200, figg. 1, 2, 3, 4). Secondo il Ghirardini, l'invenzione di questo tipo di vasi è dovuta all'Oriente; ai Fenici si deve l'introduzione di esso in Italia. Se ne son trovati di simili fra quella serie di vasi che sono rappresentati nelle pitture murali della celebre tomba di Rekhmara, intendente di Thoutmes III (1591-1565 av. C.), e che rappresentano il tributo dei Kefa, cioè dei Fenici, ai Faraoni, specialmente in opere metalliche.
Studiata poi la situla particolarmente nei singoli centri sopraccennati, e diffusosi specialmente a parlare della situla in Este e della sua decorazione geometrica, il Ghirardini conclude che “nella Lombardia e nelle Alpi la situla è pervenuta, non v'ha dubbio, per un influsso esercitato dalla civiltà del tipo di Villanova e di Este, ma in ambedue le contrade si localizzò, e nella seconda massimamente trovò importantissime sedi di fabbricazione, siccome dimostra il grandissimo numero degli esemplari alpini registrati nella statistica„.
Fra i sepolcreti del gruppo alpino primeggia per lo straordinario numero delle tombe quello di S. Lucia, la cui esplorazione si deve al dott. Marchesetti: a S. Lucia si ebbe il maggior centro di produzione di questo genere di vasi dopo Bologna ed Este. Tanto nella Lombardia, quanto nelle Alpi le situle fungevano di consueto da vasi cinerarî; e in ambedue le regioni se ne fecero molte riproduzioni in terracotta, nello stesso modo che si fecero a Bologna e ad Este.
Tolgo dagli studî del Reinach sulla Géographie des cistes à cordons (ved. Bertrand-Reinach, Les Celtes dans les vallées du Pô et du Danube. Parigi, Leroux, 1894, pag. 213 e segg.) le citazioni delle ciste a cordoni più importanti.
I. ITALIA:
Sesto Calende (Biondelli, Di una tomba gallo-italica scoperta a Sesto Calende, in Memorie del R. Istituto Lombardo, X, 1867, tav. II, fig. 1 e 2).
Golasecca e Castelletto-Ticino (Castelfranco, Notizie degli Scavi, 1886, pag. 113; cfr. anche Annali Istituto, 1880, pag. 242).
Caverzano, presso Belluno (Annali, 1880, 242).
Este (Scavi e scoperte nei poderi Nazari di Este di pag. 41; cfr. Archéol. celt. et gaul., 2ª ediz., pag. 309).
Rivoli, presso Verona (Atti R. Istituto Veneto, VI serie, tom. III, tav. 24, 3).
Bologna, da varî sepolcreti (ved. Gozzadini in Monumenti antichi, II, pag. 170-173).
Castelvetro (Modenese; Annali, 1882, pag. 68).
Marzabotto (Gozzadini, Ulteriori scoperte, tav. II).
Tolentino (Annali, 1880, pag 241; 1881, pag. 219).
Vulci (Annali, 1884, pag. 267).
Allifae (Sannio; Annali, 1884, pag. 267).
Cuma, presso Napoli (Annali, 1880, tav. IV, 3; cfr. Verhandlung berl. Gesell. XIX, pag. 558).
Nocera (Minervini, Bullett. Napolit., 1857, tav. III).
Altri esemplari di minor conto a Fraore (Parmigiano), Orvieto, Rugge presso Lecce, Taranto; cfr. Tröltsch, Fundstatistik der vorrömischen Metallzeit, e Ghirardini, op. e loc. cit..
II. SVIZZERA:
Grauholz (Cantone di Berna; ved. Bonstetten, Recueil d'antiq. suisses, Supplem., I, tav. XV).
III. AUSTRIA-UNGHERIA:
Byciskala, presso Blansko (Moravia; ved. Much, Atlas, tav. LXXV).
Hallstatt (Bassa Austria; ved. Tröltsch, cit., pag. 60; Sacken, Grabfeld v. Hallstatt, tav. XXII).
Kurd (centro di Tolna in Ungheria; Ungarische Revue, 1886, pag. 316; Mittheilungen di Vienna, 1886, pag. 48).
Frögg (Carniola; ved. Much, Atlas, tav. L, 4).
Santa Lucia, presso Tolmino (Istria; ved. Marchesetti, Scavi nella necropoli di Santa Lucia, 1893, tav. II).
Moritzing (Tirolo; ved. Tröltsch, Fundstatistik, pag. 60).
Aquileia (Istria; San Daniele (ibidem) in Mittheilungen di Vienna, 1886, pag. 49; Vermo (ibidem) nelle stesse Mittheilungen e nelle Verhandlungen der berl. Gesellschaft, XIX, pag. 547).
IV. GERMANIA:
Panstorf, presso Lubecca (Meclemburgo; ved. Congrés de Pesth., pag. 689).
Meyenburg (Brandeburgo; ved. in Verhandl. der berl. Ges., VI, pag. 162).
Suttum, presso Verden (Annover; ved. Lindenschmit, Alterthümer, II, 3, 5, 8; Annali, 1880, pag. 243).
Nienburg (Annover; Verhandl. cit., VI, pag. 141).
Mayence (Lindenschmit, op. cit., II, 3, 5, 7).
Doerth (Prussia Renana; in Dictionnaire de la Gaule, art. Doerth).
Belleremise (presso Ludwigsburg nel Wurtemberg; v. Tröltsch, Fundstatistik, pag. 60).
Hundersingen nel Wurtemberg (ved. Tröltsch, op. cit.).
Klein-Aspergle (presso Ludwigsburg nel Wurtemb.; v. Tröltsch, ibid.; Lindenschmit, op. cit., III, 12, 4, 3).
Uffing (Baviera; ved. Tröltsch, op. cit., pag. 61).
Fridolfing (Baviera; ved. Tröltsch, op. cit., pag 61).
V. BELGIO E OLANDA:
Eggenbilsen (Tongres; ved. in Revue archéolog., 1873, tav. XII, 4).
VI. FRANCIA:
Monceau-Laurent (Magny-Lambert; Costa d'Oro; ved. in Archéol. celt. et gaul., 2ª ediz., pag. 304).
Gommeville (Costa d'Oro; ved. in Archéol. citata).
Reuilly, presso Orleans (Loiret; ved. Boucher de Molandon e A. de Beaucorps, Le tumulus de Reuilly-Orléans, 1887).
Chaunoy (Comune di Subdroys Cher; ved. O. Roger e H. Ponroy, Ciste en bronze découverte en 1889 a Channoy, Bourges, 1890).
Dames (Comune di Saint-Éloy de Gy, presso Bourges, Cher; ved. op. cit. di Roger e Ponroy, pag. 10).
Le principali situle poste fra loro a confronto dallo Zannoni (Scavi della Certosa, Bologna, 1876), dal Reinach (Les Celtes dans les vallées du Pô et du Danube, Parigi, 1894), e dallo Hoernes (Urgeschichte der bildenden Kunst in Europa von den Anfängen bis zum 500 vor Chr. Vienna, 1898) sono le seguenti in ordine di tempo del loro ritrovamento:
Klein-Glein (Stiria, 1844 (?); ved. Matériaux, XVIII, p. 307, fig. 182; Much, Atlas, XLII, fig. 2 e 3).
Matreï (Tirolo, 1845; ved. Revue Archéolog., 1883, II, tav. XXIII 3; Much, Atlas d. Centralcom., tav. XIV, n. 127, fig. 4).
Trezzo (Milanese, 1846; ved. Caimi, Bullett. d. Consulta archeol. di Milano, 1877).
Hallstatt (Norico, 1866; ved. Sacken, Hallstatt, tav. XXI, 1, p. 96).
Sesto Calende (Milanese, 1867; ved. Rev. arch., 1867, II, tav. XXI, 8).
Moritzing (Tirolo, 1868; ved. Mon. dell'Inst., 1874, vol. X, tav. VI; Annali, 1874, pag. 164; Much, op. cit., tav. LXVIII, 155; cfr. Mittheil. di Vienna, 1891, p. 84; Hoernes, op. cit., tav. XXXIV; cfr. Fr. R. Wieser, Die Bronze-Gefässe von Moritzing. Insbruch, 1891).
La Certosa (Bologna, 1876; ved. Zannoni, Scavi, tav. XXXV; Martha, L'art étrusque, fig. 84, 85; Mittheil. de la Soc. d'Anthrop., di Vienna, XIII, tav. XXI; Bull. Paletnol. ital., VI, tav. VI, 8; cfr. Hoernes, op. cit., tav. XXXII).
La Certosa (Bologna, Cista Arnoaldi; rinvenuta contemporaneamente alla grande cista Benvenuti, e alla cista più piccola Capodaglio in Este, 1879-80. Per la cista Arnoaldi, ved. Zannoni, Scavi della Certosa, tav. XXXV; Revue archéologique, 1885, II, tav. XXV: Matériaux, XIX. pag. 179. Per le situle di Este, ved. Notizie Scavi, 1882, 1888, e il lavoro speciale del Ghirardini nei Monumenti antichi pubblicati per cura della R. Accademia dei Lincei, vol. II, 1893 e vol. VII, 1897).
Watsch (Carniola 1882; ved. Tischler, Die Situla von Watsch in Correspond. Blatt d. deutschen Gesellschaft für anthrop. Ethnolog. u. Urgesch., XII, 1882; cfr. Orsi, La situla di Watsch, Modena, 1883. Gli altri lavori del Deschmann e dello Hochstetter sono citati nel mio studio sulla lamina in bronzo lavorata a sbalzo proveniente da Rovereto, Venezia, Nuovo Archivio Veneto, XIV, parte Iª, pag. 6-7. Cfr. Hoernes, op. cit., tav. XXXV).
Sanct-Marein (Carniola, 1883; ved. Rev. arch., 1883, II, tav. XXIII, 6; cfr. Much, Atlas der Centralcomm., tav. LIV, n. 127, fig. 6).
Caporetto (Istria, 1886; ved. Verhandl. berliner Gesellschaft für Anthropolog., XIX, pag. 548).
Kuffarn (Stiria, 1891; ved. Mittheilungen di Vienna, vol. XXI, pag. 68; Anthropologie, 1893, pag. 182; cfr. Karner, Hoernes, Szombathy, Über eine Bronzesitula bei Kuffarn in Niederösterreich. Estratto dalle Mittheilungen citate).