DESIDERIO.
Figlio, a te, rege qual son io, m’è tolto
Esser largo d’onor: farti più grande
Nessun mortale il può; ma un premio io tengo
Caro alla tua pietà, la gioia[249] e l’alte
Lodi d’un padre. Salvator d’un regno,
La tua gloria or comincia: altro più largo
E agevol campo le si schiude. I dubbi,[250]
Ed i timor, che a’ miei disegni un giorno
Tu frapponevi, ecco, gli ha sciolti il tuo
Braccio; ogni scusa il tuo valor ti fura.
Dissipator di Francia! io ti saluto
Conquistator di Roma: al nobil serto
Che non intero mai passò sul capo
Di venti re, tu di tua man porrai
L’ultima fronda, e la più bella.
ADELCHI.
A quale
Tu vogli impresa, il tuo guerriero, o padre,
Ubbidiente[251] seguiratti.
DESIDERIO.
E a tanto
Acquisto, o figlio, ubbidienza[252] sola
Spinger ti può?
ADELCHI.
Questa è in mia mano; e intera
L’avrai, fin ch’io respiro.
DESIDERIO.
Ubbidiresti[253]
Biasmando?
ADELCHI.
Ubbidirei.[254]
DESIDERIO.
Gloria e tormento
Della canizie mia, braccio del padre
Nella battaglia, e ne’[255] consigli inciampo!
Sempre così, sempre fia d’uopo a forza
Traggerti alla vittoria?

[249] gioja

[250] dubbj

[251] Obbediente

[252] obbedienza

[253] Obbediresti

[254] Obbedirei

[255] nei

SCENA III.

Uno SCUDIERO frettoloso e[256] atterrito, e DETTI.

LO SCUDIERO.
I Franchi! i Franchi!
DESIDERIO.
Che dici, insano?
UN ALTRO SCUDIERO
I Franchi, o re.
DESIDERIO.
Che Franchi?
(la scena s’affolla di Longobardi fuggitivi. Entra BAUDO)
ADELCHI.
Baudo, che fu?
BAUDO.
Morte e sventura! Il campo
È invaso e rotto[257] d’ogni parte: al dorso
Piombano i Franchi ad assalirci.
DESIDERIO.
I Franchi!
Per qual via?
BAUDO.
Chi lo sa?
ADELCHI.
Corriamo; ei fia
Un drappello sbandato.
(in atto di partire)
BAUDO.
Un’oste intera:
Gli sbandati siam noi: tutto è perduto.
DESIDERIO.
Tutto è perduto?
ADELCHI.
Ebben, compagni, i Franchi?
Non siam noi qui per essi? Andiam: che importa
Da che parte sian giunti? I nostri brandi,
Per riceverli, abbiamo. I brandi in pugno!
Ei gli han provati: è una battaglia ancora:
Non v’è sorpresa pel guerrier: tornate;
Via, Longobardi, indietro; ove correte,
Per Dio? La via che avete presa è infame:
Il nemico è di là. Seguite Adelchi.
(entra ANFRIDO)
Anfrido!
ANFRIDO.
O re, son teco.
ADELCHI.
(avviandosi)
O padre; accorri,
Veglia alle Chiuse.
(parte seguito da ANFRIDO, da BAUDO e da alcuni Longobardi).
DESIDERIO.
(ai fuggitivi che attraversano la scena)
Sciagurati! almeno
Alle Chiuse con me: se tanto a core
Vi sta la vita, ivi son torri e mura
Da porla in salvo.
(sopraggiungono Soldati fuggitivi dalla parte opposta a quella da cui[258] è partito ADELCHI).
UN SOLDATO FUGGITIVO.
O re, tu qui? Deh! fuggi.
(attraversa le scene[259]).
DESIDERIO.
Infame! al re questo consiglio? E voi,
Da chi fuggite? In abbandon le Chiuse
Voi lasciate così? Che fu? Viltade
V’ha tolto il senno.
(i Soldati continuano a fuggire. DESIDERIO appunta la spada al petto d’uno di essi, e lo ferma).
Senza cor, se il ferro
Fuggir ti fa, questo è pur ferro, e uccide
Come quello de’[260] Franchi. Al re favella:
Perchè fuggite dalle Chiuse?
SOLDATI.
I Franchi
Dall’altra parte hanno sorpreso il campo;
Gli abbiam veduti dalle torri. I nostri
Son dispersi.
DESIDERIO.
Tu menti. Il figliuol mio
Gli ha radunati,[261] e li conduce incontro
A que’[262] pochi nemici. Indietro!
SOLDATI.
O sire,
Non è più tempo; e’ non son pochi; e’ giungono;
Scampo non v’è: schierati ei sono; e i nostri
Chi qua, chi là, senz’arme, in fuga: Adelchi
Non li raduna[263]: siam traditi.
DESIDERIO.
(ai fuggitivi che s’affollano)
Oh vili!
Alle Chiuse salviamci; ivi a difesa
Restar si può.
UN SOLDATO.
Sono deserte: i Franchi
Le passeranno; e noi siam posti intanto
Tra[264] due nemici: un piccol[265] varco appena
Resta alla fuga: or or fia chiuso.
DESIDERIO.
Ebbene;
Moriam qui da guerrier.
UN ALTRO SOLDATO.
Siamo traditi;
Siam venduti al macello.
UN ALTRO SOLDATO.
In giusta guerra
Morir vogliam, come a guerrier conviensi,
Non isgozzati a tradimento.
ALTRO SOLDATO.
I Franchi!
MOLTI SOLDATI.
Fuggiamo!
DESIDERIO.
Ebben, correte; anch’io con voi
Fuggo: è destin di chi comanda ai tristi.
(s’avvia coi fuggitivi).

[256] ed

[257] È penetrato

[258] donde

[259] la scena

[260] dei

[261] ragunati

[262] quei

[263] raguna

[264] Fra

[265] picciol

SCENA IV.

Parte del campo abbandonato da’[266] Longobardi, sotto alle Chiuse.

CARLO circondato da CONTI FRANCHI, SVARTO.

CARLO.
Ecco varcate queste Chiuse. A Dio
Tutto l’onor. Terra d’Italia, io pianto
Nel tuo sen questa lancia, e ti conquisto.
È una vittoria senza pugna. Eccardo
Tutto ha già fatto.
(a[267] uno de’[268] Conti)
Su quel colle ascendi,
Guarda[269] se vedi la sua schiera, e tosto
Vieni a darmene avviso.
(il Conte parte).

[266] dai

[267] ad

[268] dei

[269] Guata

SCENA V.

RUTLANDO, e DETTI.

CARLO.
E che? Rutlando,
Tu riedi dal conflitto?
RUTLANDO.
O re, ti chiamo
In testimonio, e voi Conti, che in questo
Vil giorno il brando io non cavai: ferisca
Oggi chi vuol: gregge atterrito e sperso,
Io non l’inseguo.
CARLO.
E non trovasti alcuno
Che mostrasse la fronte?
RUTLANDO.
Incontro io vidi
Un drappello venirmi, ed alla testa
Più duchi avea: sopra lor corsi; e quelli
Calar tosto i vessilli, e fecer segni
Di pace, e amici si gridaro.—Amici?
Noi l’eravam più assai, quando alle Chiuse
Ci scontravam.—Chiesero il re; le spalle
Lor volsi; or li vedrai. No: s’io sapea
A qual nemico si venia, per certo
Mosso di Francia non sarei.
CARLO.
T’accheta,
Prode tra’[270] prodi miei. Bello è d’un regno,
Sia comunque, l’acquisto; in lungo, il vedi,
Non andrà questo; e non temer che manchi
Da far: Sassonia non è vinta ancora.
(entra il Conte spedito da CARLO).
CONTE.[271]
(a CARLO)
Eccardo è in campo, e verso noi s’avanza;
Ei procede in battaglia: i Longobardi,
Tra[272] il nostro campo e il suo, sfilati, in folla,
Sfuggono a destra ed a sinistra: il piano,
Che da lui ci divide, or or fia sgombro.
CARLO.
Esser dovea così.
CONTE.[273]
Vidi un drappello,
Che s’arrendette ai nostri; e a questa volta
Venia correndo.
UN ALTRO CONTE.
È qui.
CARLO.
Svarto, son quelli
Che m’annunziasti?
SVARTO.
Il son.—Compagni!

[270] fra i

[271] IL CONTE

[272] Fra

[273] IL CONTE

SCENA VI.

ILDECHI, ed altri DUCHI, GIUDICI, SOLDATI longobardi, e DETTI.

ILDECHI.
O Svarto,[274]
Il re!
CARLO.
Son desso.
ILDECHI.
(s’inginocchia e mette[275] le sue mani tra[276] quelle di CARLO)
O re de’[277] Franchi e nostro!
Nella tua man vittoriosa accogli
La nostra man devota, e dalla bocca
De’[278] Longobardi tuoi l’omaggio accetta,
A te promesso da gran tempo.
CARLO.
Svarto,
Conte di Susa....[279]
SVARTO.
O re, qual grazia?...
CARLO.
Il nome
Dimmi di questi a me devoti.
SVARTO.
Il duca
Di Trento Ildechi, di Cremona Ervigo,
Ermenegildo di Milano, Indolfo
Di Pisa, Vila di Piacenza: questi
Giudici son; questi guerrieri.
CARLO.
Alzatevi,
Fedeli miei, giudici e duchi, ognuno
Nel grado suo, per ora. I primi istanti
Che di riposo avremo, io li destino
Al guiderdon de’ vostri merti: il tempo
Questo è d’oprar. Prodi Fedeli, ai vostri
Fratei[280] tornate; dite lor, che ad una
Gente germana, di german guerrieri
Capo, guerra io non porto: una famiglia
Riprovata dal ciel, del solio indegna,
A balzarnela io venni. Al vostro regno
Non fia mutato[281] altro che il re. Vedete
Quel sol? qualunque, in pria ch’ei scenda, omaggio
In mia mano a far venga, o de’[282] Fedeli
Franchi, o di voi, nel grado suo serbato,
Mio Fedel diverrà. Chi a me dinanzi
Tragga i due che fur regi, un premio aspetti
Pari all’opra.
(i Longobardi partono).
CARLO.
(a RUTLANDO in disparte)
Rutlando, ho io chiamati
Prodi costor?
RUTLANDO.
Pur troppo.
CARLO.
Errato ha il labbro
Del re. Questa parola ai Franchi miei
In guiderdon la serbo. Oh! possa ognuno
Dimenticar ch’io proferita or l’abbia.
(s’avvia).

[274] O Svarto!

[275] pone

[276] fra

[277] dei

[278] Dei

[279] di Susa!

[280]

Concittadin tornate, a quei che ancora
Non san che Iddio de’ Longobardi al regno
Oggi assunto ha il suo servo; e che potrieno,
Sventurati, al lor re, senza saperlo, Star contro in
campo: dite lor, che ad una

[281] cangiato

[282] dei

SCENA VII.

ANFRIDO ferito, portato da due FRANCHI, e DETTI.

RUTLANDO.
Ecco un nemico. Ove si pugna?
UN FRANCO.
Il solo
Che pugnasse, è costui.
CARLO.
Solo?
IL FRANCO.
Gran parte
Gettan l’arme, e si danno; in fuga a torme
Altri ne van. Lento a ritrarsi e solo
Costui vedemmo, che alle barde, all’armi,
Uom d’alto affar parea: quattro guerrieri
Da un drappel ci spiccammo, e a tutta briglia
Sull’orme sue, pei campi. Egli inseguito
Nulla affrettò della sua fuga; e quando
Sopra gli fummo, si rivolse. Arrenditi,
Gli gridiamo; ei ne affronta: al più vicino
Vibra l’asta, e lo abbatte: la ritira,
Prostra il secondo ancor; ma nello stesso
Ferir, percosso dalle nostre ei cadde.
Quando fu al suol, tese le mani in atto
Di supplicante, e ci pregò, che posto
Ogni rancor, sull’aste nostre ei fosse
Portato lungi[283] dal tumulto, in loco
Dove in pace ei si muoia.[284] Invitto sire,
Meglio da far quivi non c’era:[285] al prego
Ci arrendemmo.
CARLO.
E ben feste: a chi resiste
L’ire vostre serbate.
(a SVARTO)
Il riconosci?
SVARTO.
Anfrido egli è, scudier d’Adelchi.
CARLO.
Anfrido.
Tu solo andavi contro a lor?
ANFRIDO.
Bisogno
C’è[286] di compagni per morir?
CARLO.
Rutlando,[287]
Ecco un prode.
(ad ANFRIDO)
O guerrier, perchè gittavi
Una vita sì degna? e non sapevi
Che nostra divenia? che, a noi cedendo,
Guerrier restavi e non prigion di Carlo?
ANFRIDO.
Io viver tuo guerrier, quand’io potea
Morir quello d’Adelchi? Al ciel diletto
È Adelchi, o re. Da questo giorno infame
Trarrallo il ciel, lo spero, e ad un migliore
Vorrà serbarlo: ma, se mai.... rammenta
Che, regnante o caduto, è tale Adelchi,
Che chi l’offende, il Dio del cielo offende
Nella più pura immagin sua. Lo vinci
Tu di fortuna e di poter, ma d’alma
Nessun mortale: un che si muor tel dice.
CARLO.
(ai Conti)
Amar così deve un Fedel.
(ad ANFRIDO)
Tu porti
Teco la nostra stima. È il re de’[288] Franchi
Che ti stringe la man, d’onore in segno,
E d’amistà. Nel suol de’ prodi, o prode,
Il tuo nome vivrà; le Franche donne
L’udran dal nostro labbro, e il ridiranno
Con riverenza e con pietà; riposo
Ti pregheran. Fulrado, a questo pio
Presta gli estremi ufizi.[289]
(ai Soldati che rimangono)
In lui vedete
Un amico del re. Conti, ad Eccardo
Incontro andiam: nobil saluto ei merta.

[283] lunge

[284] muoja

[285] v’era

[286] Fa

[287] Rutlando!

[288] dei

[289] uffici

SCENA VIII.

Bosco solitario.

DESIDERIO, VERMONDO, altri LONGOBARDI fuggiaschi in disordine.

VERMONDO.
Siamo in salvo, o mio re: scendi, e su queste
Erbe l’antico e venerabil fianco
Riposa alquanto. O mio signor, ripiglia
Gli affaticati spirti. Assai dal campo
Siam lunge, e fuor di strada: al nostro orecchio
Lo scellerato mormorio non giunge.
Cinto non sei che di leali.
DESIDERIO.
E Adelchi?
VERMONDO.
Or or fia qui, lo spero; alla sua traccia
Più d’un fido inviai, che lo ritragga
Dall’empio rischio, a miglior pugna il serbi,
E a questa posta de’ leali il guidi.
DESIDERIO.
O mio Vermondo, il vecchio rege è stanco,
È stanco—dalla fuga.
VERMONDO.
Ahi traditori!
DESIDERIO.
Vili! Nel fango han trascinato i bianchi
Capelli del lor re; l’hanno costretto,
Come un vile, a fuggir.—Fuggire! e quinci
Non sorgerò che per fuggir di nuovo?
A che pro? dove? in traccia d’un sepolcro
Privo di gloria?—E comple? Io, per costoro,
Fuggir? Chi il regno mi rapì, mi tolga
La vita. Ebben? quand’io sarò sotterra,
Che mi farà codesto Carlo?
VERMONDO.
O nostro
Re per sempre, fa cor: son molti i fidi;
La sorpresa gli ha spersi; a te d’intorno
Li chiamerà l’onor: ti restan tante
Città munite; e Adelchi vive, io spero.
DESIDERIO.
Maledetto[290] quel dì che sopra il monte
Alboino salì, che in giù rivolse
Lo sguardo, e disse: questa terra è mia!
Una terra infedel che sotto i piedi
De’[291] successori suoi doveva aprirsi,
Ed ingoiarli![292] Maledetto[293] il giorno,
Che un popol vi guidò, che la dovea
Guardar così! che vi fondava un regno,
Che un’[294] esecranda ora d’infamia ha spento!
VERMONDO.
Il re!
DESIDERIO.
Figlio, sei tu?

[290] Maladetto

[291] Dei

[292] ingojarli

[293] Maladetto

[294] una

SCENA IX.

ADELCHI, e DETTI.

ADELCHI.
Padre, ti trovo!
(s’[295] abbracciano).
DESIDERIO.
S’io t’avessi ascoltato!
ADELCHI.
Oh! che rammenti?
Padre, tu vivi; un alto scopo ancora
È serbato a’ miei dì; spender li posso
In tua difesa.—O mio signor, la lena
Come ti regge?
DESIDERIO.
Oh! per la prima volta,
Sento degli anni e degli stenti il peso.
Di gravi io ne portai; ma allor non era
Per fuggire un nemico.
ADELCHI.
(ai Longobardi)
Ecco, o guerrieri,
Il vostro re.
UN LONGOBARDO.
Noi morirem per lui!
MOLTI LONGOBARDI.
Tutti morrem!
ADELCHI.
Quand’è così, salvargli
Forse potrem più che la vita.—E a questa
Causa, or sì dubbia ma ognor sacra, afflitta
Ma non perduta, voi legate ancora
La vostra fede?
UN LONGOBARDO.
A’[296] tuoi guerrieri, Adelchi,
Risparmia i giuri: ai longobardi labbri
Disdicon oggi, o re: somiglian troppo
Allo spergiuro. Opre ci chiedi: il solo
Segno de’ fidi è questo omai.
ADELCHI.
V’ha dunque
De’[297] Longobardi ancora!—Ebben; corriamo
Sopra Pavia; fuggiam, salviam per ora
La nostra vita, ma per farla in tempo
Cara[298] costar; donarla al tradimento
Non è valor. Quanti potrem dispersi
Raccoglierem per via; misti con noi
Ritorneran soldati. Entro Pavia,
A riposo, a difesa, o padre, intanto
Ristar potrai: cinta di mura intatte,
Ricca d’arme è Pavia: due volte Astolfo
Vi si chiuse fuggiasco, e re ne uscìo.
Io mi getto in Verona. O re, trascegli
L’uom che restar deva[299] al tuo fianco.
DESIDERIO.
Il duca
D’Ivrea.
ADELCHI.
(a GUNTIGI che s’avanza)
Guntigi, io ti confido il padre.
Il duca di Verona ov’è?
GISELBERTO.
(si avanza)
Tra i fidi.
ADELCHI.
Meco verrai: nosco trarrem Gerberga.
Tristo colui che nella sua sventura
Gli sventurati obblia! Baudo, il tuo posto
Lo sai: chiuditi in Brescia; ivi difendi
Il tuo ducato, ed Ermengarda.—E voi,
Alachi, Ansuldo, Ibba, Cunberto, Ansprando,
(li sceglie[300] tra la folla)
Tornate al campo: oggi pur troppo ai Franchi
Ponno senza sospetto i Longobardi
Mischiarsi: esaminate; i duchi, i conti
Esplorate, e i guerrier: dai traditori
Discernete i sorpresi; e a quei che mesti
Vergognosi vedrete da codesto
Orrido sogno di viltà destarsi,
Dite ch’è tempo ancor, che i re son vivi,
Che si combatte, che una via rimane
Di morir senza infamia; e li guidate
Alle città munite. Ei diverranno
Invitti: il brando del guerrier pentito
È ritemprato a morte. Il tempo, i falli
Dell’inimico, il vostro cor, consigli
Inaspettati vi daranno. Il tempo
Porterà la salute; il regno è sperso
In questo dì, ma non distrutto!
(partono gli indicati da ADELCHI).
DESIDERIO.
O figlio!
Tu m’hai renduto il mio vigor: partiamo.
ADELCHI.
Padre, io t’affido a questi prodi; or ora
Anch’io teco sarò.
DESIDERIO.
Che attendi?
ADELCHI.
Anfrido.
Ei dal mio fianco si disgiunse, e volle
Seguirmi da lontan; più presso al rischio
Star, per guardarmi: io non potei dal duro
Voler, da tanta fedeltà distorlo.
Seco indugiarmi, di tua vita in forse,
Io non potea: ma tu sei salvo, e quinci
Non partirò, fin ch’ei non giunga.
DESIDERIO.
E teco
Aspetterò.
ADELCHI.
Padre...
(a[301] un Soldato che sopraggiunge)
Vedesti Anfrido?
IL SOLDATO.
Re, che mi chiedi?
ADELCHI.
O ciel! favella.
IL SOLDATO.
Il vidi
Morto cader.
ADELCHI.
Giorno d’infamia e d’ira,
Tu se’ compiuto! O mio fratel, tu sei
Morto per me! tu combattesti!... ed io....
Crudel! perchè volesti ad un periglio
Solo andar senza me? Non eran questi
I nostri patti. Oh Dio!... Dio, che mi serbi
In vita ancor, che un gran dover mi lasci,
Dammi la forza per compirlo.—Andiamo.

Fine dell’atto terzo.