[395] fra

[396] gioja

[397] qua giù

[398] gioja

[399] inebriarmi

[400] mi chiedi

[401] anco

[402] desiderj

[403] Debbe

[404] v’è

[405] jeri

[406] facil’ora

[407] Dei

[408] incontra

[409] su le

[410] dei

[411] contra

[412] spini

[413] Vuotatelo

SCENA VI.

CARLO, DESIDERIO, ARVINO.

ARVINO.
Viva re Carlo! Al cenno tuo, dai valli
Calan le insegne; strepitando a terra
Van le sbarre nemiche; ai claustri aperti
Ognun s’affolla, ed all’omaggio accorre.
DESIDERIO.
Ahi dolente, che ascolto! e che mi resta
Ad ascoltar?[414]
CARLO.
Nè si sottrasse alcuno?[415]
ARVINO.
Nessuno, o re: pochi il tentar, ma invano.
Sorpresi nella fuga, d’ogni parte
Cinti, pugnar fino all’estremo; e tutti
Restar sul campo, quale estinto, e quale
Ferito a morte.[416]
CARLO.
E son?
ARVINO.
Tale è presente,
A cui troppo dorrà, se tutto io dico.
DESIDERIO.
Nunzio di morte, tu l’hai detto.
CARLO.
Adelchi
Dunque perì?
DESIDERIO.
(ad ARVINO)
Parla, o crudele, al padre.
ARVINO.
La luce ei vede, ma per poco, offeso
D’immedicabil colpo. Il padre ei chiede,
E te pur anche[417], o sire.
DESIDERIO.
E questo ancora
Mi negherai?
CARLO.
No, sventurato.—Arvino,
Fa ch’ei sia tratto a questa[418] tenda; e digli
Che non ha più nemici.[419]

[414] ascoltar!

[415] Nè alcun vi manca?

[416]

Alcuno.
Pochi in fuga ne gìan: ma, i nostri a fronte
Visti venir, pugnar da forti, invano:
Tutti restar, qual senza vita, e qual
Presso al morire.

[417] anco

[418] alla mia

[419] nimici

SCENA VII.

CARLO, DESIDERIO.

DESIDERIO.
Oh! come grave
Sei tu discesa sul mio capo antico,
Mano di Dio! Qual mi ritorni il figlio!
Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo,
E tremo di vederti. Io del tuo corpo
Mirerò la ferita? io che dovea
Esser pianto da te! Misero! io solo
Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti
Più bello il soglio, io ti scavai la tomba!
Se ancor, tra il canto de’[420] guerrier, caduto
Fossi in un giorno di vittoria! o chiusi,
Tra[8] il singulto de’ tuoi, tra[421] il riverente
Dolor de’[422] fidi, sul real tuo letto,
Gli occhi io t’avessi.... ah! saria stato ancora
Ineffabil cordoglio! Ed or morrai
Non re, deserto, al tuo nemico in mano,
Senza lamenti che del padre, e sparsi
Innanzi ad uom che in ascoltarli esulta.
CARLO.
Veglio, t’inganna il tuo dolor. Pensoso,
Non esultante, d’un gagliardo il fato
Io contemplo, e d’un re. Nemico io fui
D’Adelchi; egli era il mio, nè tal, che in questo
Novello seggio io riposar potessi,
Lui vivo, e fuor delle mie mani. Or egli
Stassi in quelle di Dio: quivi non giunge
La nimistà d’un pio.
DESIDERIO.
Dono funesto
La tua pietà, s’ella giammai non scende,
Che sui caduti senza speme in fondo;
Se allor soltanto il braccio tuo rattieni,
Che più loco non trovi alle ferite.

[420] dei

[421] Fra

[422] dei

SCENA VIII.

CARLO, DESIDERIO, ADELCHI ferito e portato.

DESIDERIO.
Ahi, figlio!
ADELCHI.
O padre, io ti rivedo[423]! Appressa;
Tocca la mano del tuo figlio.
DESIDERIO.
Orrendo
M’è il vederti così.
ADELCHI.
Molti sul campo
Cadder così per la mia mano.
DESIDERIO.
Ahi, dunque
Insanabile, o caro, è questa piaga?
ADELCHI.
Insanabile.
DESIDERIO.
Ahi lasso! ahi guerra atroce!
Io crudel che la volli; io che t’uccido!
ADELCHI.
Non tu, nè questi, ma il Signor d’entrambi.
DESIDERIO.
Oh[424] desiato da quest’occhi, oh quanto
Lunge da te soffersi! Ed un pensiero
Fra tante ambasce mi reggea, la speme
Di narrartele un giorno, in una fida
Ora di pace.
ADELCHI.
Ora per me di pace,
Credilo, o padre, è giunta; ah! pur che vinto
Te dal dolor quaggiù[425] non lasci.
DESIDERIO.
Oh fronte
Balda e serena! oh man gagliarda! oh ciglio
Che spiravi il terror!
ADELCHI.
Cessa i lamenti,
Cessa, o padre, per Dio! Non era questo
Il tempo di morir? Ma tu, che preso
Vivrai, vissuto nella reggia, ascolta.
Gran segreto è la vita, e nol comprende
Che l’ora estrema. Ti fu tolto un regno:
Deh! nol pianger; mel[426] credi. Allor che a questa
Ora tu stesso appresserai, giocondi
Si schiereranno al tuo pensier dinanzi
Gli anni in cui re non sarai stato, in cui
Nè una lagrima pur notata in cielo
Fia contra te, nè il nome tuo saravvi
Con l’imprecar de’[427] tribolati asceso.
Godi che re non sei; godi che chiusa
All’oprar t’è ogni via: loco a gentile,
Ad innocente opra non v’è: non resta
Che far torto, o patirlo. Una feroce
Forza il mondo possiede, e fa nomarsi
Dritto: la man degli avi insanguinata
Seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno
Coltivata col sangue; e omai la terra
Altra messe non dà. Reggere iniqui
Dolce non è; tu l’hai provato: e fosse;
Non dee finir così? Questo felice,
Cui la mia morte fa più fermo il soglio,
Cui tutto arride, tutto plaude e serve,
Questo[428] è un uom che morrà.
DESIDERIO.
Ma ch’io ti perdo,
Figlio, di ciò chi mi consola?
ADELCHI.
Il Dio
Che di tutto consola.
(si volge a CARLO)
E tu, superbo
Nemico mio....
CARLO.
Con questo nome, Adelchi,
Più non chiamarmi; il fui: ma con le tombe
Empia e villana è nimistà; nè tale,
Credilo, in cor cape di Carlo.
ADELCHI
E amico
Il mio parlar sarà, supplice, e schivo
D’ogni ricordo ad ambo amaro, e a questo
Per cui ti prego, e la morente mano
Ripongo nella tua. Che tanta preda
Tu lasci in libertà.... questo io non chiedo....[429]
Chè vano, il veggo[430], il mio pregar saria,
Vano il pregar d’ogni mortale. Immoto
È il senno tuo; nè a questo segno arriva
Il tuo perdon. Quel che negar non puoi
Senza esser crudo, io ti domando. Mite,
Quant’esser può, scevra d’insulto sia
La prigionia di questo antico, e quale
La imploreresti al padre tuo, se il cielo
Al dolor di lasciarlo in forza altrui
Ti destinava. Il venerabil capo
D’ogni oltraggio difendi: i forti contro[431]
I caduti, son molti; e la crudele
Vista ei non deve[432] sopportar d’alcuno
Che vassallo il tradì.
CARLO
Porta all’avello
Questa lieta certezza: Adelchi, il cielo
Testimonio mi sia; la tua preghiera
È parola di Carlo.
ADELCHI.
Il tuo nemico
Prega per te, morendo.

[423] riveggio

[424] O

[425] qua giù

[426] me ’l

[427] dei

[428] Questi

[429] chieggo

[430] veggio

[431] incontra

[432] debbe

SCENA IX.

ARVINO, CARLO, DESIDERIO, ADELCHI.

ARVINO.
Impazienti,
Invitto re, chiedon[433] guerrieri e duchi
D’essere ammessi.
ADELCHI.
Carlo!
CARLO.
Alcun non osi
Avvicinarsi a questa tenda. Adelchi
È signor qui. Solo d’Adelchi il padre,
E il pio ministro del perdon divino,
Han qui l’accesso.
(parte con ARVINO).

[433] chieggon

SCENA X.

DESIDERIO, ADELCHI.

DESIDERIO.
Ahi, mio diletto!
ADELCHI.
O padre,
Fugge la luce da quest’occhi.
DESIDERIO.
Adelchi,
No, non lasciarmi!
ADELCHI.
O Re de’ re[434] tradito
Da un tuo Fedel, dagli altri abbandonato!...[435]
Vengo alla pace tua: l’anima stanca
Accogli.
DESIDERIO.
Ei t’ode: oh ciel! tu manchi! ed io...
In servitude a piangerti rimango.

Fine della tragedia.

[434] dei re,

[435] abbandonato,


APPENDICE
IL PRIMO GETTO DELL’“ADELCHI„

Tra i manoscritti del Manzoni, l’Adelchi rimane in tre forme: le prime due di carattere del poeta, e l’una è copia ricorretta dell’altra. La terza, di altra mano, è quella preparata per la stampa. Porta, sotto il titolo, il visto della Censura, «Milano, il 2 maggio 1882».

La prima forma ha segnate via via le date della composizione: sul primo foglio, 9 settembre 1820; dopo la scena 5ª dell’atto I, 4 gennaio; in testa dell’atto III, 2 giugno; dell’atto IV, 3 luglio, e in fine di esso, 17 luglio; in principio dell’atto V, 2 agosto, da ultimo, 21 settembre 1821. Contiene il primissimo getto; e mette conto riferirne i brani più notevoli. Seguiremo, fin dove sarà possibile, il Bonghi (Opere inedite o rare di A. M.; vol. I, 1883), correggendone le sviste, nè poche nè di poco momento.

Sch.

Atto I, sc. 2.ª

DESIDERIO.
.....Dimenticasti
Che ogni nostro travaglio è gioja a questa
Italica genìa, che diradata
Dagli avi nostri, che divisa in branchi,
Noverata col brando, al suol ricurva,
Che d’arme ignuda, che di capi scema,
Ancor, dopo due secoli, siccome
Il primo giorno, odia, sopporta e spera.
...............
ADELCHI.
Ma in forse, o Padre,
Della risposta d’Adrian tu stai?
Di lui che, stretto di cotanti nodi
A questo Carlo, ecc.
...............
DESIDERIO.
..............Questi i consigli sono
Del mio figliuolo Adelchi?—Istrutti noi,
Non discorati dall’altrui sventura,
In più felici dì, la tronca impresa
D’Astolfo adempirem. Non più sguernite
Siccome allor, le Alpine valli aperto
Al tornato invasor prestano il letto,
Ma di bastite e di guerrier le sbarra
Impenetrabil argine. Si scote,
Di sotto al piè del Franco, il conculcato
Sassone e sorge, e, del tributo invece,
La punta della spada gli presenta.
Assai fia questo ad occuparli. Esclami
A sua posta Adrian; nemmen la gioja
Gli sia concessa di mirar la faccia
D’esti alleati.
ADELCHI.
Ah! gli alleati suoi
Son da per tutto, oltre i due mari e l’alpe,
Intorno ad esso, intorno a noi. Le mani
Ei leva al cielo, e mille mani al cielo
Son levate in un punto: il suo desio
Diviene il prego delle genti. Ei parla,
E la terra risponde.
DESIDERIO.
Ebben, la terra
Quei Romani pastor forse non vide
Alla Gotica possa ed alla Greca
Obbedire, e tacer? Si mosse allora
Per sottrarli a tal giogo? Il santo seggio
Di Pier, le chiavi a lor da Dio fidate:
Questa è la forza lor; ma ciò che vale
Il dì della battaglia? Il mondo, o figlio,
È della spada.
ADELCHI.
I Goti! i Greci! o padre,
Ove son essi mai? Su questo suolo
Sparso del sangue lor, vinto....[436]
Io li ricerco; uno è sparito, e l’altro
Dalla mano allentata a poco a poco
Lascia sfuggir la preda, e senza guerra,
Senza compianto e senza gloria, spira.
E testimonio della lor caduta,
Non ozioso testimon, d’entrambi
Le spoglie afferra il sacerdote, e saldo
Di lor ruine si compone il soglio.[437]
Tutto ei non tragge il suo vigor dal Cielo:
Un’altra forza, una secreta forza,
Da quella terra, che gli è madre, attigne.
Figlio di Roma, ei non comanda a’ vinti:
A’ suoi fratelli antichi, a quelli, ond’ebbe
Ogni poter, comanda. È sovra gli altri,
E non opprime; ei degli oppressi il muto
Dolor raccoglie, e il raccomanda al Cielo.
Egli il pastore, il difensor di questa
Antica razza, onde vittoria avemmo
Ma non mai pace; in mezzo a cui padroni
Ma stranieri viviam. Noi, vincitori,
Chiudere il duol dobbiamo e divorarlo
Nel cor profondo, e, come schiavi, il volto
Atteggiar di letizia e di fidanza;
Ed ei la gioja ed il dolor del paro,
La speme ostenta ed i terrori: e quando
Più d’oltraggi è gravato, e di minacce
Sul nudo capo suo pesa l’oltraggio,
Allor più aperto il mostra. Ei sa che, in tutti
Gl’itali cor, pietà, rispetto accende,
E desio di vendetta. E steril mai
D’un popolo il desio non è del tutto.
E della prova il dì, quando ogni cosa
Scampo o periglio ti divien, chi puote
Senz’affanno pensar che d’ogni parte
Cinto è di gente che il vorria perduto?

Questa seconda scena era resa assai più lunga che non è ora, anche pel fatto che Adelchi ragionava a lungo la proposta di acquistare amici, liberando i Romani; la qual proposta ora è in breve accennata in fine.

DESIDERIO.
Ebben, qual via, fra tanti rischi, hai scorta?
ADELCHI.
Una intentata, una che forse al sommo
Della possa ci mena, e a gloria eterna
Fallir non puote.
DESIDERIO.
Ed è?
ADELCHI.
Quella che mai
L’Erulo e il Goto non calcò, nè il Greco,
Nè alcun di lor, che, pria di noi, in questo
Suol regnaro e perir. Vedili, o Padre,
Assalirlo a vicenda, insanguinarlo,
Possederlo e sparir; l’italo cielo
Ratto coprir come procella estiva,
E sgombrarlo del par: tutti all’acquisto
Gagliardi, e imbelli alla difesa tutti.
Noi successor d’esti caduti, il piede
Terrem nell’orme lor? Dagli anni miei
Non misurar le mie parole. Aperta
È un’altra via di scampo; osiam d’entrarvi
Noi primi, osiamo d’esser giusti,.....
E saremo invincibili. Un’infausta,
Immensa forza è presso noi, soltanto
Che vogliam farla nostra; e in sen di questa
Terra antica s’asconde. Àprila, e tosto
Scaturir la vedrai da questo suolo;
Che facil preda era finor, che sempre
Sarà fin che due popoli nutrica
E non è patria di nessun, fintanto
Che di fratei non sia convento, ed ogni
Uom che il calpesta un difensor non sia.
Oh! tuttavolta che dell’Alpi al sommo
Un nemico s’affaccia, ansj e desiosi
Noi domandiam: quanti son essi? e i nostri
Vessilli in fretta noveriam, tremando
Che gli uomini all’impresa, e alla virtude
Manchin le forze. Gli uomini! a stormo
Gli abbiam dintorno a noi. Questi che al solco,
Ad ogni ovra servil curvi teniamo,
Chi sono? i figli di color che al mondo
Dieder la legge un dì. Gregge di schiavi,
Spesso tremendo, inutil sempre, in fido
Stuol rinascente di guerrier devoti
Trasmutarli, sta in noi. Togliamo i ceppi
Da quelle mani, e rendiam loro i brandi.
Siamo i lor capi, o padre. Ardua è l’impresa,
Sì, ma d’onor, ma di salute è piena,
E di pietà. Dell’itala fortuna
Le sparse verghe raccogliam da terra,
Il fascio antico in nostra man stringiamo:
Dei vincitor e dei soggetti un solo
Popol facciamo, una la legge, ed una
Sia la patria per tutti, uno il desio,
L’obbedienza, ed il periglio.

E dopo molti versi, ridondanti di varianti e di cancellature, nei quali Adelchi continua a manifestare il suo animo e l’ardore della sua convinzione, seguono questi:

Chiuse in Italia ci saran quai porte?
Di Roma i figli al redentor vessillo
Si stringeran volenterosi intorno.
Essi che, scosso il Greco giogo, e in forse
Di lor novella libertade, un capo
Van dimandando, un capo: e poi che altronde
Sperar nol ponno, dall’altar l’han preso:
Con che pietà, con che ostinata fede,
Te seguiran, s’esser lo vuoi, te nato
In campo, o padre, alla vittoria avvezzo!
E riverito e non tremendo, il Sommo
Pastor, dal dì che questo suoi più schiavi
Da ribellar non abbia, nè tiranni
Da maledir, tratto l’usbergo, ai santi
Studj tornar dovrà: re delle preci,
Signor del tempio, a chi guardar lo sappia
Il Campidoglio sgombrerà. Concorde
Qual era un dì l’itala terra ancora,
Divorerà gli assalitori; e noi
Vi porrem le radici, e ne saremo
Gridati i padri, i salvatori; e nostra
Dirla potrem davvero.
DESIDERIO.
Oh qual tempesta
Sollevi tu nel mio pensier! Su questo
Ripido, oscuro, arduo sentier tu dunque
Non temeresti di gittarti?..... Io mai
Del tuo valor dubbio non ebbi: un prode,
Più che un prode tu sei. Sì, figlio! Un alto
Disegno è il tuo; non ch’io l’abbracci: il fato
Cangiar del mondo, no, di due mortali
Opra non è: solo il tentarlo è morte.
Troppo da quel che in tuo pensier ti fingi
Diverso il guiderdon saria. La belva,
Amareggiata dai tormenti e stretta
In catene, alla man che la discioglie,
Il primo morso avventa.....
.....................O triste o lieto,
Giusto o non giusto, a tutti noi segnato
Troppo chiaro è il destin: l’impero a noi,
Ai soggetti il terror, l’odio ad entrambi.
.........................................
.................E poi, coll’onta
D’aver ceduto anco a’ Romani il campo,
Dì che farai?
ADELCHI.
Nulla, o Signor, fintanto
Che null’altro stromento all’opra avremo
Che una gente divisa. Il core, o padre,
Basta a morir, ma la vittoria e il regno
È pel felice che ai concordi impera.
Oh quante volte invidiai codesto
Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna
D’un sol voler, saldo, gittato in uno
Siccome il ferro del suo brando, e in pugno
Come il brando lo tiene. Odio l’aurora
Che annunzia il dì delle battaglie: è peso
L’asta alla man; se nel pugnar guardarmi
Deggio dall’uom che mi combatte a fianco.
DESIDERIO.
........................Ah non temer: devoti
Gli avrem quel dì che a certa e facil preda
Li condurrem. Carlo è lontano; ed altro
A cor gli sta che il Pastor santo e il suo
Gregge tremante, che servir non vuole
E che pugnar non sa. Si[438] scote alfine,
Di sotto al piè del Franco, il conculcato
Sassone e sorge, e, del tributo invece,
La punta della spada gli presenta.
Assai fia questo ad occuparli. A Roma
Venner con noi questi sleali; e fidi
Gli avrem quel dì che a certa e facil preda
Li condurrem.[439] Per chi trionfa e regna,
Per chi dona, è l’amor; quegli è tradito
Che dee perir: tutto è leale al forte.
ADELCHI.
Padre!...........................

[436] Qui vi sono parole cancellate, impossibili a leggere. (Bonghi).

[437] Questi versi hanno tutti molte varianti; ma io li trascrivo di solito nella prima lor forma. (Bonghi).

[438] Il brano che segue è stato trasferito qui da uno dei precedenti discorsi di Desiderio. V. pag. 121-22. (Sch.)

[439] Rimette qui questo verso e mezzo, nell’intenzione, certo, di cancellarlo sopra.—La sentenza: “tutto è leale al forte„ ricorre poi anche più tardi, sulla bocca di Adelchi, nella soppressa scena 1ª dell’atto V (pag. 137). (Sch.)

Atto II, sc. 3.ª (che nel primo disegno era 4.ª).

CARLO.
.......................e faran fede
In quanto onor Carlo lo tenga.
MARTINO.
Oh! Roma
Libera sia dal minacciar di questa
Sozza iniqua genia, cangiato almeno
E alleggerito all’altra Italia il giogo
Sia per tua man, se non è giunto il giorno,
Se l’uom nato non è che affatto il tolga;
Ecco il mio premio, o re.
CARLO.
Libera, il giuro,
Fia Roma; al dono, che il mio padre ha posto
Sopra l’altar, la spada mia non mai
S’accosterà che per salvarlo: e mite
Sovra l’Italia che il Signor mi dona,
L’impero fia dei miei fedeli, e il mio.
Di più nè Carlo, nè mortal nessuno,
Darle potria. L’uom che non cinge un brando,
Che non sale un destriero, è della terra,
E la terra è di lui che vi conficca
L’asta sua vincitrice. Ai miei compagni,
Senza cui nulla che un guerrier son io,
Delle fatiche il premio e dei perigli
Tôr non poss’io: del vincitore è il vinto.
Altre stirpi al servir destina il cielo,
Altre al comando; e la vittoria è il segno
Che le discerne. Cittadin di Roma,
Vassallo d’Adrian, tu che obbedisci
Ad un Signor dalla tua gente eletto,
Tu sei libero, e il merti: il ciel, che un’alma
Libera dietti e un cor dei rischi amico,
Tal sorte ti dovea: godila, e lascia
Che un popolo guerriero a quei comandi
Che più un popol non sono.

Atto III, sc. 1.ª

ADELCHI.
Siam soli, alfin, diletto Anfrido; io posso
Questo superbo intollerabil giogo
Di finta gioja e di dolor compresso,
Da me cacciarlo alcun momento, e teco
Essere Adelchi. Da quel dì che il padre
Me fanciullo di nobili fanciulli
In lieto coro addusse, ed io ti scersi,
E ti presi per mano, e dalla folla
Senza dubbiar ti trassi, e con te solo
Divider volli il pueril trastullo
(Era l’età di cui sì rade e incerte
Vivono le memorie, eppur quel giorno,
Come l’estremo che passò, m’è sempre
Chiaro dinanzi), da quel dì tu fosti
Dei giuochi miei, dell’armi poi, dei rischi
Solo compagno, e dei piacer. Fratello
Della mia scelta, innanzi a te soltanto
L’anima mia torna sul volto, e tutto
Il suo dolor vi porta, onde tu il veggia,
E lo consoli, o lo compianga almeno.
ANFRIDO.
Dolce Signor, dunque è ben ver che intera
Gioja quaggiù non havvi! Oh! se ad eletta
D’ogni uom fosse il destin, qual è colui
Che or non chiedesse il tuo? Spenta una tanta
Guerra sul cominciar, respinta come
Cupa tempesta che dal monte appare
Tonando, e un vento la ricalca indietro
Pria che sul ciel si stenda; e tu sei quello
Che soffiasti sul Franco e lo sperdesti.[440]
Tutto il campo il confessa, il tuo gran padre
D’esserlo esulta, ogni Fedel gioisce
Dell’alta gloria che con te divide.
Che più? quei vili, che dannar sè stessi
A non amarti, hanno a temerti appreso
Or più che mai.
ADELCHI.
La gloria, Anfrido! Il mio
Destino è d’agognarla, e di morire
Senza gustarla. Il nome mio del tutto
Non perirà, pur troppo: è questo il tristo
Privilegio dei re; nudo e confuso
Coi volgari vivrà: l’età venture
Di me sapranno ch’io fui re. No: questa
Non è ancor gloria, Anfrido. Or dì, che abbiamo
Fatto finor? Carlo ha levato il campo,
E fuggito, se vuoi; ma baldo ei parte,
Impunito, securo, ed io fremendo
Qui mi rimango: al nappo inebbriante
Della vittoria avvicinato ho il labbro,
E il ritrarlo m’è forza. Ei parte il vile
Offensor d’Ermengarda, ei che giurava
Di spegner la mia casa; ed io non posso
Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo,
Dibattermi con esso, e riposarmi
Sull’armi sue! Quanti sarieno i fidi,
Pronti a morir, che seguirian l’insegna
Anco vittrice del lor re? Contarli
Possiamo Anfrido: oh prodi ei son; ma sono
Uno fra dieci traditor, venduti
Allo straniero, e a lui giurati, e in core
Suoi vassalli.
ANFRIDO.
Oh dolor!
ADELCHI.
Tu che al mio fianco
Pugnasti, il sai. L’alto valor dei pochi,
Che in ogni impresa io mi scegliea compagni,
Con queste mura, questa volta, in queste
Rocche della natura, alla salvezza
Potè bastar d’un regno; in campo aperto,
Solo coi pochi, abbandonato al Franco
M’avrieno i più.
ANFRIDO.
Ma il ciel nol volle; ed ora,
Or che svanito è il nostro rischio, e l’empia
Speranza loro, altro a costor non resta
Ch’esser fidi, o parerlo, e coi servigi
Scontare un van desio.
ADELCHI.
Tu li vedesti
Intorno a me spingersi a gara, in volto
Tutti letizia, e fedeltà. Qual sorte
Esser re di costor! Che faticoso
Cambio d’ossequio e di gradir mentito!
Torni la prova, e torneran festosi
Al tradimento. Entrato è il tradimento
Nell’alme lor per sempre. Altri, di Rachi
Fautori un tempo, nè amistà sincera,
Nè intero obblio speran dai re, che a loro
Malgrado il son. Senza misura ingordi
Di possa altri e d’onor, guardan fremendo
Ciò che ai migliori è dato; e ciò che ad essi
Con misura si dà, stimano offesa
E ricevono odiando: e l’odio ormai
È la lor vita. E correranno in braccio
A un re straniero, ad un nemico, a questo
Carlo astuto, ad ognun, purchè non sia
Desiderio nè Adelchi. I fidi allora
Non potran che morire. Ed ora il padre
Torna ai disegni antichi, e nella fuga
Troppo fidando del nemico, incontro
L’apostolico sire il campo ei vuole
Portar. Qual guerra, e qual nemico, Anfrido!
A me il comando dell’impresa il padre
Affiderà. Poni che, al novo grido
Del conquiso Adrian, Carlo non torni,
E in altro campo non ci colga. Il poco
Sforzo di Toschi e di Campani, e gli altri
Miseri avanzi del poter Latino
Che il pontefice aduna, e a cui dal tempio,
Sedendo, orando, colla man comanda
Di ferro ignuda, svaniranno incontro
Tutta Longobardia, guidata, ardente,
Concorde, anche fedele, allor che a certa
E facil preda la conduci. Il voto
Di età tante fia pago, e Italia intera
Nostra sarà. Dì, non è questo il mio
Avvenir più ridente? Ebben ruine
Sopra ruine ammucchierem: l’antica
Nostr’arte è questa; nei palagi il foco
Porremo e nei tugurj: uccisi i primi,
I signori del suolo, e quanti a caso
Nell’asce nostre ad inciampar verranno,
Fia servo il resto, e fra costor diviso:
E ai più sleali e più temuti, il meglio
Toccherà della preda.—Oh mi parea,
Pur mi parea che ad altro io fossi nato,
Che ad esser capo di ladron; che il cielo
Su questa terra altro da me volesse
Che, senza rischio e senza onor, guastarla.
—Oh quante volte invidiai cotesto
Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna
D’un sol pensier, saldo, gittato in uno
Siccome il ferro del suo brando, e in pugno
Come il brando lo tiensi[441]: egli a difesa
Del debole e del santo almen venia!
Il mio cor m’ange, Anfrido; ei mi comanda
Alte e nobili cose; e guardo, e nulla
Veggio che al voto del mio cor sia pari,
E alla mia possa a un tempo. E strascinato
Vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura,
Senza meta; e il mio cor s’inaridisce,
Siccome il germe in rio terren, che il vento
Balza di loco in loco.
ANFRIDO.
Alto infelice![442]
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In un altro abbozzo, codesta scena era tutt’altro.—Essa «è nella tenda d’Arderigo, un Longobardo, e vi hanno parte lui, Faraldo, Guntigi, Ildechi, Leuteri ed altri Duchi, sgomenti della partenza di Carlo con cui s’erano accordati. Ma la lor conversazione va poco oltre: il Manzoni la interrompe e la cancella, e ricomincia la scena, secondo è rimasta. In questa, non appare già in tutto sicura la partenza dei Franchi; ma preparasi; e se parecchie parti del primo getto son ritenute, Adelchi vi appare non diverso, ma più concreto». (Bonghi).