[899] via

[900] fia

[901] Ella

[902] dinanzi a cui

[903] domanda

[904] vi

[905] nuocere

[906] ei voglia

[907] ch’ei

[908] nuovo

[909] V’era

[910] Ma se nemico È della patria; mi si provi, è il mio.—Del resto, tutto questo discorso di Marco riesce più cospicuamente punteggiato nella prima ediz.; dove è messa meglio in evidenza quella specie di dibattito tra le obiezioni presunte e le risposte che vi contrappone l’uomo onesto ed oculato.

[911] Chi sa mai com’è sfuggita alla spietata persecuzione questa j!

[912] in

[913] romor

[914] incontra un nuovo

[915] solo, Signor

[916] Anche questo fra noi (nell’«Adelchi», I, 4ª: fra di noi) è riuscito a sgattaiolare! Poco prima c’è stato un fra tante, come pur nell’«Adelchi», V, 8ª; ma colà sul contrabbando il Manzoni ha chiuso un occhio, per evitare la cacofonia. Vero è che altrove («Carmagnola», I, 4ª) non s’è fatto scrupolo di correggere: Non troverò tra tanti prenci!

[917] sieno

[918] ufficio

[919] io sentii

[920] veggio

[921]; che

[922] Voi, che pensieri avete?

[923] a vuoto

[924] chieggio

[925] questi

[926] Musulman

[927] ufficio

[928] reca

[929] Nella prima stampa anche qui era già: Ubbidirò, ubbidisca: cfr. dianzi pag. 227.

[930] ei troverà,

[931] s’egli indugia, o

[932] serbatelo

SCENA II.

MARCO.
Dunque è deciso!.... un vil son io.... fui posto
Al cimento; e che feci?.... Io prima d’oggi
Non conoscea me stesso!.... Oh che segreto
Oggi ho scoperto! Abbandonar nel laccio
Un amico io potea! Vedergli al tergo
L’assassino venir, veder lo stile[933]
Che su lui scende, e non gridar: ti guarda!
Io lo potea; l’ho fatto.... io più nol devo[934]
Salvar; chiamato in testimonio ho[935] il cielo
D’un’infame viltà.... la sua sentenza
Ho sottoscritta.... ho la mia parte anch’io
Nel suo sangue! Oh che feci!... io mi lasciai
Dunque atterrir?.... La vita?.... Ebben, talvolta
Senza delitto non si può serbarla:
Nol sapeva io? Perchè promisi adunque?
Per chi tremai? per me? per me? per questo
Disonorato capo?.... o per l’amico?
La mia ripulsa accelerava il colpo,
Non lo stornava. O Dio, che tutto scerni,
Rivelami il mio cor; ch’io veda[936] almeno
In quale abisso son[937] caduto, s’io
Fui più stolto, o codardo, o sventurato.
O Carmagnola, tu verrai!... sì certo
Egli verrà.... se anche[938] di queste volpi
Stesse in sospetto, ei penserà che Marco
È senator, che anch’io l’invito; e lunge
Ogni dubbiezza scaccerà[939]; rimorso
Avrà d’averla accolta.... Io son che il perdo!
Ma.... di clemenza non parlò quel vile?
Sì, la clemenza che il potente accorda
All’uom che ha tratto nell’agguato[940], a quello
Ch’egli medesmo accusa, e che gli preme[941]
Di trovar reo. Clemenza all’innocente!
Oh! il vil son io che gli credetti, o volli
Credergli; ei la nomò perchè comprese
Che bastante a corrompermi non era
Il rio timor che a goccia a goccia ei fea
Scender sull’alma mia: vide che d’uopo
M’era un nobil pretesto; e me lo diede.
Gli astuti! i traditor! Come le parti
Distribuite hanno tra lor costoro!
Uno il sorriso, uno il pugnal, quest’altro
Le minacce.... e la mia?... voller che fosse
Debolezza ed inganno... ed io l’ho presa!
Io li[942] spregiava; e son da men di loro!
Ei non gli sono amici!.... Io non doveva
Essergli amico: io lo cercai; fui preso
Dall’alta indole sua, dal suo gran nome.
Perchè dapprima non pensai che incarco
È l’amistà d’un uom che agli altri è sopra?
Perchè allor correr solo io nol lasciai
La sua splendida via, s’io non potea
Seguire i passi suoi? La man gli stesi;
Il cortese la strinse; ed or ch’ei dorme,
E il nemico gli è sopra, io la ritiro:
Ei si desta, e mi cerca: io son fuggito!
Ei mi dispregia, e more[943]! Io non sostengo
Questo pensier.... Che feci!.... Ebben, che feci?
Nulla finora: ho sottoscritto un foglio,
E nulla più. Se fu delitto il giuro[944],
Non fia virtù l’infrangerlo? Non sono
Che all’orlo ancor del precipizio; il vedo,[945]
E ritrarmi poss’io.... Non posso un mezzo
Trovar?.... Ma s’io l’uccido? Oh! forse il disse
Per atterrirmi.... E se davvero il disse?
Oh empi, in quale abbominevol rete
Stretto m’avete! Un nobile consiglio
Per me non c’è[946]; qualunque io scelga, è colpa.
Oh dubbio atroce!.... Io li ringrazio; ei m’hanno
Statuito un destino, ei m’hanno spinto
Per una via; vi corro: almen mi giova
Ch’io non la scelsi: io nulla scelgo; e tutto
Ch’io faccio è forza e volontà d’altrui.
Terra ov’io nacqui, addio per sempre: io spero
Che ti morrò lontano, e pria che nulla
Sappia di te: lo spero: in fra i perigli[947]
Certo per sua pietade il ciel m’invia.
Ma[948] non morrò per te. Che tu sii grande
E gloriosa, che m’importa? Anch’io
Due gran tesori avea, la mia virtude,
Ed un amico; e tu m’hai tolto entrambi.
(parte)

[933] stilo

[934] deggio

[935] ho in testimonio

[936] veggia

[937] io son

[938] anco

[939] ei caccerà

[940] aguato

[941] gl’importa

[942] gli

[943] muore!

[944] Giuro

[945] veggio

[946] v’ha

[947] Sic!

[948] Io

SCENA III.

Tenda del CONTE.

IL CONTE, e GONZAGA.

IL CONTE.
Ebben, che raccogliesti?
GONZAGA.
Io favellai,
Come imponesti[949], ai Commissari; e chiaro
Mostrai che tutta delle vinte navi
Riman la colpa e la vergogna a lui
Che non le seppe comandar; che infausta
La giornata gli fu perchè la imprese
Senza di te; che tu da lui chiamato
Tardi in soccorso, romper non dovevi
I tuoi disegni per servir gli altrui;
Che l’armi lor, tanto in tua man felici,
Sempre il sarian[950], se questa guerra fosse
Commessa al senno ed al voler d’un solo.
IL CONTE.
Che dicon essi?
GONZAGA.
Si mostrar convinti
Ai detti miei: dissero in pria, che nulla
Dissimular volean; che amaro al certo
De’ perduti navigli era il pensiero,
E di Cremona la fallita impresa;
Ma che son lieti di saper che il fallo
Di te non fu; che di chiunque ei sia,
Da te l’ammenda aspettano.
IL CONTE.
Tu il vedi,
O mio Gonzaga; se dài fede al volgo,
Sommo riguardo, arte profonda è d’uopo
Con questi uomin di Stato. Io fui con essi
Quel ch’esser soglio; rigettai l’ingiuste
Pretese lor, scender li feci alquanto
Dall’alto seggio ove si pon chi avvezzo
Non è a vedersi altri che schiavi intorno;
Io mostrai lor fino a che segno io voglio
Che altri signor mi sia: d’allora in poi
Mai non l’hanno passato[951]; io li provai
Saggi sempre e cortesi.
GONZAGA.
E non pertanto
Dar consiglio ad alcuno io non vorrei
Di tener questa via. Te da gran tempo
La gloria segue e la fortuna; ad essi
Util tu sei, tu necessario e caro,
Terribil forse: e tu la prova hai vinta;
Se pur può dirsi che sia vinta ancora.
IL CONTE.
Che dubbi hai tu?
GONZAGA.
Tu, che certezza? Io vedo[952]
Dolci sembianti, e dolci detti ascolto:
Segni d’amor; ma pur, l’odio che teme,
Altri ne ha forse?
IL CONTE.
No: di questo io nulla
Sono in pensier. Troppo a regnar son usi;
E san che all’uom da cui s’ottiene il molto
Chieder non dessi improntamente il meno.
E poi, mi credi, io li guardai dappresso:
Questa cupa arte lor, questi intricati
Avvolgimenti di menzogna, questo
Finger, tacere, antiveder, di cui
Tanto li loda e li condanna il mondo,
È meno assai di quel che al mondo appare.
GONZAGA.
Se pur non era di lor arte il colmo
Il parer tali a te.
IL CONTE.
No: tu li vedi,
Con l’occhio[953] altrui: quando col tuo li veda[954],
Tu cangerai pensiero. Havvene[955] assai
Di schietti e buoni; havvene[955] tal che un’alta
Anima chiude, a cui pensier non osa
Avvicinarsi che gentil non sia:
Anima dolce e disdegnosa, in cui
Legger non puoi, che tu non sia compreso
D’amor, di riverenza, e di desio
Di somigliarle. Non temer; non sono
Di me scontenti; e quando il fosser mai,
Io lo saprei ben tosto.
GONZAGA.
Il Ciel non voglia
Che tu t’inganni.
IL CONTE.
Altro mi duol: son stanco
Di questa guerra che condur non posso
A modo mio. Quand’io non era ancora
Più che un soldato di ventura, ascoso
E perduto tra i mille, ed io sentia
Che al loco mio non m’avea posto il cielo,
E dell’oscurità l’aria affannosa
Respirava fremendo, ed il comando
Si bello mi parea.... chi m’avria detto
Che[956] l’otterrei, che a gloriosi duci,
E a tanti e così prodi e così fidi
Soldati io sarei capo; e che felice
Io non sarei perciò!....
(entra un Soldato)
Che rechi?
SOLDATO.
Un foglio
Di Venezia.
(gli porge il foglio, e parte)
IL CONTE.
Vediam.[957]
(legge)
Non tel diss’io?
Mai non gli ebbi più amici: a loro il Duca
Chiede la pace,[958] e conferir con meco
Braman di ciò. Vuoi tu seguirmi?
GONZAGA.
Io vengo.
IL CONTE.
Che dì tu di tal pace?
GONZAGA.
Ad un soldato
Tu lo domandi?
IL CONTE.
È ver; ma questa è guerra?
O mia consorte, o figlia mia, tra poco
Io rivedrovvi, abbraccerò gli amici:
Questo è contento al certo. Eppur[959] del tutto
Esser lieto non so: chi potria dirmi
Se un sì bel campo io rivedrò più mai?

Fine dell’atto quarto.

[949] imponevi

[950] sarien

[951] varcato non l’hanno

[952] veggio

[953] Coll’occhio

[954] veggia

[955] Avvene.—Il Manzoni rimase oscillante, nelle tragedie, circa il modo di scrivere le voci composte di codesto verbo. In questa stessa tragedia, lasciò correre, p. es., un avvi nella scena quinta dell’atto I (pag. 191).

[956] Ch’io

[957] Veggiam.

[958] a lor la pace Domanda il Duca,

[959] E pur


ATTO QUINTO.

SCENA I.

Notte.—Sala del Consiglio dei Dieci illuminata.

IL DOGE, i DIECI, e IL CONTE seduti.

IL DOGE.
(al CONTE)
A questi patti offre la pace il Duca:
Su ciò chiede il Consiglio il parer vostro.
IL CONTE.
Signori, un altro io ve ne diedi; e molto
Promisi allor: vi piacque. Io attenni in parte
Quel che promesso avea: ma lunge ancora
Dalle parole è il fatto; ed or non voglio
Farle obbliar però; sul labbro mio
Imprevidente militar baldanza
Non le mettea[960]. Di novo[961] avviso or chiesto,
Altro non posso che ridirvi il primo.
Se intera e calda e risoluta guerra
Far disponete, ah! siete a tempo[962]: è questa
La miglior scelta ancora. Ei vi abbandona
Bergamo e Broscia; e non son vostre? L’armi
Le han fatte vostre: ei non può tanto offrirvi
Quanto sperar di torgli v’è concesso.
Ma, da un guerrier che vi giurò sua fede
Voi non volete altro che il ver, se il modo
Mutar di questa guerra a voi non piace,
Accettate gli accordi.
IL DOGE.
Il parlar vostro
Accenna assai, ma poco spiega: un chiaro
Parer vi si domanda.
IL CONTE.
Uditel dunque.
Scegliete un duce, e confidate in lui:
Tutto ei possa tentar; nulla si tenti
Senza di lui: largo poter gli date;
Stretto conto ei ne renda. Io non vi chiedo[963]
Ch’io sia l’eletto: dico[964] sol che molto
Sperar non lice da chi tal non sia.
MARINO.
Non l’eravate voi quando i prigioni
Sciolti voleste, e il furo? Eppur la guerra
Più risoluta non si fea per questo,
Nè certa più. Duce e signor nel campo,
Forse concesso non l’avreste.
IL CONTE.
Avrei
Fatto di più: sotto alle mie bandiere
Venian quei prodi; e di Filippo il soglio
Voto[965] or sarebbe, o sederiavi un altro.
IL DOGE.
Vasti disegni avete.
IL CONTE.
E l’adempirli
Sta in voi: se ancor nol son, n’è cagion[966] sola
Che la man che il dovea sciolta non era.
MARINO.
A noi si disse altra cagion: che il Duca
Vi commosse a pietà, che l’odio atroce
Che già portaste al signor vostro antico,
Sovra i presenti il rovesciaste intero.
IL CONTE.
Questo vi fu riferto? Ella è sventura
Di chi regge gli Stati udir con pace
L’impudente menzogna, i turpi sogni
D’un vil di cui non degneria privato
Le parole ascoltar.
MARINO.
Sventura è vostra
Che a tal riferto il vostro oprar s’accordi,
Che il rio linguaggio lo confermi, e il vinca.
IL CONTE.
Il vostro grado io riverisco in voi,
E questi generosi in mezzo a cui
V’ha posto il caso: e mi conforta almeno
Che il non mertato onor di che lor piacque
Cingere il loro capitan, lo stesso
Udirvi io qui, mostra ch’essi han di lui
Altro pensiero.
IL DOGE.
Uno è il pensier di tutti.
IL CONTE
E qual?
IL DOGE.
L’udiste.
IL CONTE.
È del Consiglio il voto
Quello che udii?
IL DOGE.
Si: il crederete al Doge.
IL CONTE.
Questo dubbio di me?....
IL DOGE.
Già da gran tempo
Non è più dubbio.
IL CONTE.
E m’invitaste a questo?
E taceste finor?
IL DOGE.
Sì, per punirvi
Del tradimento, e non vi dar pretesti
Per consumarlo.
IL CONTE.
Io traditor! Comincio
A comprendervi alfin: pur troppo altrui
Creder non volli. Io traditor! Ma questo
Titolo infame infino a me non giunge:
Ei non è mio; chi l’ha mertato il tenga.
Ditemi stolto: il soffrirò, chè il merto:
Tale è il mio posto qui; ma con null’altro
Lo cambierei[967], ch’egli è il più degno ancora.
Io guardo, io torno col pensier sul tempo
Che fui[968] vostro soldato: ella è una via
Sparsa di fior. Segnate il giorno in cui
Vi parvi un traditor! Ditemi un giorno
Che di grazie e di lodi e di promesse
Colmo non sia! Che più? Qui siedo; e quando
Io venni a questo che alto onor parea,
Quando più forte nel mio cor parlava
Fiducia, amor, riconoscenza, e zelo....
Fiducia no: pensa a fidarsi forse
Quei che invitato tra[969] gli amici arriva?
Io veniva all’inganno! Ebben, ci caddi;
Ella è così. Ma via; poichè gettato
È il finto volto del sorriso ormai,
Sia lode al ciel; siamo in un campo almeno
Che anch’io conosco. A voi parlare or tocca;
E difendermi a me: dite, quai sono
I tradimenti miei?
IL DOGE.
Gli udrete or ora
Dal Collegio segreto.
IL CONTE.
Io lo ricuso.
Ciò che[970] feci per voi, tutto lo feci
Alla luce del sol; renderne conto
Tra insidiose tenebre non voglio.
Giudice del guerrier, solo è il guerriero.
Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglio
Che il mondo ascolti le difese, e veda[971]....
IL DOGE.
Passato è il tempo di voler.
IL CONTE.
Qui dunque
Mi si fa forza? Le mie guardie!
(alzando la voce, si move per[972] uscire).
IL DOGE.
Sono
Lunge di qui. Soldati!
(entrano genti armate)
Eccovi ormai
Le vostre guardie.
IL CONTE.
Io[973] son tradito!
IL DOGE.
Un saggio
Pensier fu dunque il rimandarle: a torto
Non si pensò[974] che, in suo tramar sorpreso,
Farsi ribelle un traditor potria.
IL CONTE.
Anche un ribelle, si: come v’aggrada
Ormai[975] potete favellar.
IL DOGE.
Sia tratto
Al Collegio[976] segreto.
IL CONTE.
Un breve istante
Udite in pria. Voi risolveste, il vedo[977],
La morte mia; ma risolvete insieme
La vostra infamia eterna. Oltre l’antico
Confin l’insegna del Leon si spiega
Su quelle torri, ove all’Europa è noto
Ch’io la piantai. Qui tacerassi, è vero;
Ma intorno a voi, dove non giunge il muto
Terror del vostro impero, ivi librato,
Ivi in note indelebili fia scritto
Il benefizio[978] e la mercè. Pensate
Ai vostri annali, all’avvenir. Tra poco
Il dì verrà che d’un guerriero ancora
Uopo vi sia: chi vorrà farsi il vostro?
Voi provocate la milizia. Or sono
In vostra forza, è ver; ma vi sovvenga
Ch’io non ci[979] nacqui, che tra gente io nacqui
Belligera, concorde: usa gran tempo
A guardar come sua questa qualunque
Gloria d’un suo concittadin, non fia
Che straniera all’oltraggio ella si tenga.
Qui c’è[980] un inganno: a ciò vi trasse un qualche
Vostro nemico e mio: voi non credete
Ch’io vi tradissi. È tempo ancora.
IL DOGE.
È tardi.
Quando il delitto meditaste, e baldo
Affrontavate chi dovea punirlo,
Tempo era allor d’antiveggenza.
IL CONTE.
Indegno!
Tu mi rendi a me stesso. Tu credesti
Ch’io chiedessi pietà, ch’io ti pregassi[981]:
Tu forse osasti di pensar che un prode
Pe’ giorni suoi tremava. Ah! tu vedrai
Come si mor[982]. Va: quando l’ultim’ora
Ti coglierà sul vil tuo letto, incontro
Non le starai con quella fronte al certo,
Che a questa infame, a cui mi traggi, io reco.
(parte il CONTE tra i soldati[983]).

[960] ponea

[961] nuovo

[962] in tempo. Cfr. pag. 226.

[963] chieggio

[964] io dico

[965] Vuoto

[966] ragion

[967] Il cangerei

[968] Ch’io fui

[969] in fra (ma cfr. pag. 240!).

[970] Quel ch’io

[971] veggia

[972] fa [ra] per

[973] Or

[974] stimò

[975] Omai

[976] tribunal

[977] veggio

[978] beneficio

[979] vi

[980] v’è

[981] Questi due versi furono aggiunti nell’ediz. del 1845.

[982] muor

[983] fra le genti armate.

SCENA II.

Casa del CONTE.

ANTONIETTA, e MATILDE.