CAPITOLO DECIMOTTAVO

CXXXIV.

Quando Medicina ebbe messo il compagno sulla strada che conduce a V..* gli rinovò le raccomandazioni, lo guardò partire, poi sparì per una viottola di traverso. Non era quella probabilmente la sola impresa, ch'egli avesse sottomano in quel momento.

Il Seregnino, dopo di aver trottato per qualche miglio senz'altro pensiero che quello di obedire a chi lo pagava, cominciò a provare la noja del cammino; e tra il grande bisogno di correre, e quello ancora più grande di non far cattivi incontri, provava una perplessità, un'inquietudine, che lo mettevano di mal animo. — Fino ad un certo punto, egli poteva chiamarsi padrone delle cose sue; comandava, per esempio, alle gambe di non rallentare il passo, e queste obedivano: ma se voleva sospingere la mente al di là di certe brutte fantasticherie che gli si affacciavano, l'imaginazione, più caparbia di un cavallo restio, si compiaceva a passare in rassegna una lunga serie di presentimenti tutt'altro che lieti.

“Messere mi comanda d'essere prudente, e di non lasciare trasparire a nessuno dove si va, e chi siamo, io e questo sciagurato negozio, — ed accennava il bimbo. — Per me non parlo... fa bisogno di insegnarmi ad aver prudenza...? Ma come si tura la bocca a questa gracchia sgolata che non sa far altro che zittire?„.

E intanto, togliendo ad imprestito dalla necessità un'amorevolezza tutta nuova, colla mano carezzevole ma coi denti stretti, cercava di calmare gli strilli della creatura; la quale, com'è naturale, non si accontentava delle moine di un simile balio. Al crescere dei fastidj, scemava l'ossequiosa sua riverenza verso il padrone, ond'egli soleva piegare il capo ad ogni voler suo, senza mai chiedere il perchè di nulla. Allora gli parvero meno vantaggiosi i patti della sua servitù; allora accolse di buon grado e vagheggiò i primi sintomi di una opposizione, che proponevasi di spiegare arditamente, appena si fosse trovato in faccia a lui.

Ma la coscienza, invece di tranquillarlo col pensiero d'essere materiale strumento della volontà di un altro, gli faceva questa volta assaporare il diletto di non avere in tutto e per tutto accettato come legge l'altrui comando.

“Alla peggio, diceva tra sè e sè, devo aver fatto una buona giornata. Se messere non vuole questa volta riconoscere il mio còttimo, ho con me più del bisognevole per compensarmi della mala vita. Ho di che far baldoria per uno, per due, per dieci giorni„. E, in dir ciò, scuoteva sul fondo della saccoccia un pugno di oggetti, che gli rispondevano con un suono argentino. Allora gli tornavano le forze, ripigliava la corsa, e trovava men duro il mestiere.

Giunto a mezzo della strada, volle permettersi una fermata. — Aveva bisogno di riposo, e sentiva pungersi dalla curiosità di riconoscere meglio il valore del suo bottino. Escì quindi dal sentiero; ripose da un canto sull'erba la creatura che finalmente aveva cessato del piangere; e, seduto ai piedi di un grosso albero, dopo di aver disteso davanti a sè il gabbano, cacciò le mani in scarsella, vi pescò il tesoretto, e lo pose in ordine, come farebbe un merciajuolo colla sua bottega ambulante. Parve assai sodisfatto: poichè esaminò gli oggetti ad uno ad uno, di sopra, disotto; li strofinò, li fece saltare sul palmo della mano per giudicarne il peso, e mostrò una giovialità convalidata dalle laute promesse, che quel peso e quel bagliore gli prodigavano.

“Che ne fo io di tutto questo ciarparme? avessi la ganza potrei ornamela nei giorni di festa, ma per me... Una parte la darei volentieri per far dir del bene ai miei morti; perchè, dopo essermi fatto un signoretto, vorrò diventare un galantuomo.... Ma c'è ben tempo a ciò; la signoria è ancor troppo lontana. Meglio è farne un mucchio, e venderla al primo merciadro, che m'abbia faccia di uomo onesto. Tutta questa roba, dell'oro e dell'argento, per un gruzzoletto di terzuolini... Che affarone per lui e per me.... ma (e qui fece pausa) mi sembra di udire del rumore... È il vento che agita le foglie secche. Che cosa vuol dire esser ricco... sùbito s'entra in sospetto. Voglio disfarmi di questa grosseria.... appena a Milano.... anche prima se mi capita l'occasione„.

E qui s'arrestò di nuovo, perchè lo strepito si faceva più forte, e perchè le foglie secche non erano agitate dal vento, ma da parecchie pedate che rimontavano il sentiero.

Un primo istinto consigliava il ribaldo d'evitare un incontro e di cercare una scappatoja; un altro, o meglio lo stesso più raffinato, gli rammentava che anche la fuga aveva le sue difficoltà, i suoi pericoli. Intanto che discuteva, l'occasione d'andarsene si fece meno propizia, quella di restare più accettabile. Quei sopravegnenti d'altronde parlavano alto e libero, ed egli cominciava a comprendere qualche parola, poi tutte le parole e infine il senso ed il tenore del dialogo. Il vecchio istinto di spiare i fatti altrui lo inchiodò, malgrado la paura, sul terreno. Il tronco, a cui era appoggiato, e gli arbusti che lo circondavano, gli servivano da nascondiglio. Rinversò ad ogni buon conto un lembo del gabbano sulla sua roba, poi facendosi piccino per capir meglio nell'ombra protettrice, attese che la comitiva passasse, registrandone e commentandone in secreto le frasi.

“Per sant'Aquanio, al quale ho fatto voto di non bestemmiare il venerdì, la è una cosa da dar l'anima al diavolo!„ diceva l'uno.

“Pensa o Bruto, che dimani è sabato„, interruppe un altro, ridendo sguajatamente.

“Tu scherzi: ma che farò io, se mi si toglie quest'unico pane?„

“Ha ragione Bruto, entrò a dire un terzo; con una donna come la sua che gli regala un bambolo ad ogni maturar delle mele...„

“Parla bene Rustico. — Il padrone mi fa sapere, ripigliò Bruto, che la selvaggina diviene ognidì più scarsa, e che è malcontento di me. Che vi posso io... per tutti i diavoli! Io sono sempre qui, passo la mia vita in questo bosco, io; corro in su e in giù a ogni ora e straora; distruggo tramagli e lacciuoli. Che devo fare di più... malanaggia!„

“Tante volte il male sta nella testa di chi comanda, e non nella volontà di chi obedisce„.

“Ben detto, o Rustico. Quando si vuol veder fiorire la selvaggina, bisogna appiccare chi la disturba; e non imitar Sua Grazia che, non curandosi di caccie, fa mettere in libertà tutti i cacciatori furtivi„.

“Bisogna imitare messer Barnabò, dissero ad una voce i compagni. Allora sì...„

“Intanto, figliuoli, c'è pericolo di vederci tutti licenziati„.

“Va a servire quel di Milano„ aggiunse Rustico.

“Bisognerà far così, conchiuse Bruto sospirando, a rischio di far vedova la donna ed orfani i figli al primo peccato veniale„.

“Quando sei a così tristo patto, — disse colui che alla prima aveva deriso Bruto, — vuoi tu stare con me e fare il mio mestiere? Un morso di pane l'ho per te e per qualche altro.„

Qui l'interlocutore si arrestò, e costrinse i compagni ad imitarlo. Raccoltili in un gruppo, cominciò a parlare con una voce più sommessa, ma con un accentar d'ogni sillaba, che annunciava una rivelazione importante.

Il Seregnino era ad un passo da loro, ascoltava e non batteva palpebre, e mandava bestemmie dal fondo del cuore ad ogni foglia che gli crocchiasse da presso.

“Ecco qua, — ripigliò colui, stendendo inanzi il braccio sinistro ed aprendo il palmo della mano, come se le ragioni, che stava per dire, vi stessero sopra. — Lasciamo che si rubi qualche fagiano o qualche lepretto, che già per la tavola dei signori ve n'è sempre più del bisogno; e teniam l'occhio ad altro contrabbando. V'ha una schiuma di birbanti che vive alla strada, e regna impunemente in questa selva. Il fisco promette premii, e aggrava di taglie le teste dei ribaldi: ma i ribaldi si ridono di noi, press'a poco come Bruto delle sue lepri. — Ora è tolta la valigia ed anche la vita a un viandante, or si vuota una casa, o si mette mano al marsupio del mercante che ritorna dalla fiera. — Proviamo, se ci è possibile di fare il ladro ai ladri; noi non vorremo la roba d'altri, ci basta la taglia.„

“Eh, eh, l'affare è bello a parole, interruppe Rustico, ma la taglia del fisco non si guadagna a ufo.„

“Chi dice altrimenti? Ci va della pelle, lo so ancor io; e la pelle è un vestito che si rattoppa a stento, e che non si muta a piacere. Gli è perciò che non andrei solo a far guerra alle masnade, e che vi propongo di unirvi a me e di far comunella„.

“Io ci sto, disse Bruto; fui uomo d'armi, e conservo il gusto di menar le mani„.

“Anch'io, aggiunse l'altro, purchè Bruto s'intenda col suo santo per mutar voto. Bestemmii pur anche al venerdì; ma non si ubriachi più, nemmanco alla domenica„.

“Baje!„

“Ecco i patti... Il rischio in comune, e la taglia divisa in tre parti„.

“Avete armi?„

“Ne ho„.

“Ne posso avere„.

“Apparecchiatele; e state pronti. Ci sarà da far presto„.

Il Seregnino ascoltò ogni parola. — Quanta paura ne provasse lo sa il lettore, che lo conosce a fondo. Temeva d'essere veduto; una volta scoperto, temeva d'avere la sua triste professione stampata sulla fronte. Avrebbe quindi dato il guadagno della giornata per essere almeno cento passi lontano da quell'imbroglio. — Non potendo sperar tanto, se ne stava cheto ed immobile; cercava di contenere il respiro, di sospendere l'insolito martellare del cuore e delle tempie.

Alla fine, dopo altre parole sul modo e sul tempo di effettuare il progetto, i tre galantuomini si rimisero in cammino. Il suono delle pedate già cominciava a farsi meno distinto; il senso e le parole degli interlocutori si confondevano nel sibilo della foresta agitata. Il Seregnino salutò con un largo respiro la sua salvezza.

CXXXV.

Il malvagio quasi sempre quando vuol essere prudente divien vile, quando affetta coraggio si fa temerario. Il Seregnino toccò questi due estremi. Fece come certi ragazzacci malnati, che in faccia a un grosso cane tremano dalla paura, e dietro la coda lo pigliano a sassi. Appena i tre compagni gli avevano volte le spalle, si sentì rinascere nel cuore l'antica tracotanza. Quasi avrebbe voluto correr dietro loro, per chieder conto dello spavento che gli avevano cagionato. Ma il caso s'incaricò d'aggiustar le partite.

Era ancora nel raggio d'udito dei nostri viandanti, quando volle far atto di bravura, affrontando un ultimo pericolo. Si levò, distese le braccia per scioglierle dal granchio della postura, poi s'abbassò fin verso terra per spiegare il gabbano, e dare un'occhiata al suo tesoretto; infine s'incamminò verso il giaciglio del bambino, coll'intenzione di sollevare il suo carico, e di rimettersi alla via.

Ma il bambino (non sapremmo dire se a caso o per colpa di chi lo sollevò) mise in quel punto uno strillo acuto, e ravviò i vagiti. Davanti a questa difficoltà impreveduta, il furfante tornò l'uomo di prima, colla differenza, che l'antica viltà, rilevata dallo spavento, gli fece balenare in capo un mezzo termine assoluto e decisivo. — Avrebbe volontieri chiusa la bocca di quell'innocente, anche a costo di non vederla riaprirsi mai più; gli bolliva nel cuore una voluttà di sangue non mai provata, e colla bava alla bocca masticava bestemmie.

Quale fosse il disegno di costui, e fin a qual punto egli ne avviasse l'esecuzione, è bene tacerlo. — Basterà il dire, che non consumò il delitto; e che se la coscienza era sorda e l'animo insensibile, per buona sorte la mente di lui ancor vigile, e conscia dei propiii interessi, lo sconsigliò da un'inutile atrocità. Infatti, mentre stendeva la mano assassina, il crescendo eguale e rapido delle tre pedate lo avvertì che i passanti ritornavano indietro. — Abbandonò quindi la vittima, non ravveduto ma spaventato dalle conseguenze del suo delitto; corse a ravvolgere nel gabbano i gioielli che aveva dimenticati sul terreno; e vi si sdrajò allato, cercando coll'affettato riposo di eludere, se era possibile, i sospetti dei sopravegnenti.

Questi, infatti, non tardarono a comparire; davanti a tale improvisata, ognuno s'arrestò, girando l'occhio e cercando sul viso del compagno l'aria di sorpresa che sentiva in sè stesso.

“Ecco il lepre, che garrisce, — disse quel tale che intavolò il progetto del nuovo mestiere, nell'atto di mostrare agli altri il bambino; — fai bene, o Bruto, a cambiar professione... se pigli un bambolo per un leprotto, chi sa quante volte, parlando colla tua massaja avrai udito gagnolar la volpe„.

“Ah ah! aggiunse l'altro; povero Bruto, egli sogna le glorie della vecchia professione„.

“Ohe galantuomo! — interruppe Bruto, rivolgendosi al Seregnino, che fingeva di dormire, — perchè lasciate basire quella creatura?...„

Il Seregnino finse di scuotersi a quelle parole; e, coll'aria ebete e trasognata, articolò delle parole tronche e senza significato.

“Chi è quel putto?„

“Come è qui?„

“Chi siete voi? Ohe siamo sordi, per Dio! Con questa musica negli orecchi ci vuol un bel cuore a sonnecchiare.„

Il Seregnino pigliava tempo a rispondere. Da quell'abile maestro di menzogne ch'egli era, approfittò di quei momenti per mettere insieme qualche favola, e dar conto dell'esser suo. — Ma l'ansietà, con cui aveva seguita tutta questa vicenda, la stessa rapida alternativa, con cui era passato dal terrore al coraggio, e da questo ad un nuovo e più forte spavento, gli avevano sollevato nell'animo una tal febre di parole, per cui, appena sciolta la lingua, perdette la facoltà di frenarla. Disse adunque quanto, e più di quanto, aveva pensato. Si giustificò non accusato; e quindi diede appiglio all'accusa. Narrò fatti strani e contradittorj: parlò del bambino come di un derelitto, di cui si era preso cura per compassione; e l'orfanello, ravvolto in lini finissimi, smentiva l'origine, come la vantata pietà era smentita dal tranquillo dormire in mezzo agli strilli. Nominava il villaggio da cui veniva, e diceva d'essere in volta per Pavia; ma dava dell'uno e dell'altro luogo erronee indicazioni. — I tre compagni, benchè non fossero inquisitori, pigliarono in sospetto queste parole, e più assai il ceffo da triste che stava loro dinanzi.

“Noi torniamo in città, e, giacchè dobbiamo battere lo stesso sentiero, vi faremo compagnia„ — disse l'uno, ammiccando il vicino in modo che voleva significare: “non lo perdiamo d'occhio, costui.„

Ma il Seregnino, tra il cortese e il risoluto, si rifiutava a seguirli; dicendo, essere egli assai stanco, e voler riposare ancora qualche momento.

“Non abbiam trovato la selvaggina, — susurrò il primo all'orecchio di Bruto; — ma forse qualcosa di più raro: o volpe o lupo...„

“Orsù, meno ciarle, — entrò a dire Bruto, con tuono imperativo, — finiamola una volta. Il bambino lo portiam noi, e porteremo anche qualch'altro, se avrà la malacreanza di rifiutare la nostra compagnia.„

Era necessario obedire. Il Seregnino, non senza risentirsi per la violenza che veniva fatta ad un galantuomo che andava pei fatti suoi, si levò con malgarbo, e si dispose a pigliare il fardello. Per far presto, l'uno gli sollevava da terra il bambino, l'altro il gabbano. Ma in quest'atto, il rozzo vestito sprigionò dalle pieghe il bottino mal riposto; davanti al quale si spalancarono dalla meraviglia tre bocche ed altretante paja d'occhi. — È facile imaginarsi come rimanesse il Seregnino. Bruto diè nel gomito al vicino, dicendogli piano: “Animo, figliuoli, che forse costui è la fortuna del nuovo mestiere.„

“È l'uccello allettajuolo„, aggiunse l'altro.

“Lo farà cantare la corda„ mormorò il terzo.

“Presto, pigliatevi la roba vostra, e andiamo che ne è tempo. Volete restar qui, nel bosco, a rischio di farvi spogliare dai ladri?„

E in dir ciò, la brigata s'incamminò verso Pavia, da cui era poco lontana, spingendo davanti a sè il birbone. Il quale non si stancava di protestare su tutti i tuoni, dal più umile al più arrogante, colla preghiera e colla minaccia, che quegli oggetti erano suoi, che gli aveva comprati qui e qua, con denari sonanti, che egli era un uomo onesto, che se volevano portargli via la roba, pazienza: il facessero; ma che non poteva tolerare d'essere pigliato in sospetto, come un ladro; ed altre cose simili, che fatalmente costituiscono il frasario comune del galantuomo e del furfante.

CXXXVI.

Tradutto al castello di Pavia, il Seregnino credette dover far tesoro della esperienza fatta ivi poco tempo prima. La franchezza, che è l'arma degli innocenti, non lo aveva salvato dai tratti di corda. Egli lo rammentava per istabilire, essere più saggia cosa il metter giù le arie, e meritarsi la compassione de' suoi giudici. Cessò quindi d'essere arrogante, e si fece depresso e piccino come un peccatore ravveduto. — L'austera fronte dell'inquisitore e la logica inesorabile delle sue inchieste, gli strozzarono in gola la bugia, che pur cercava modo di venire in suo ajuto; la vista del cavalletto e della corda gliela riaprì alla confessione piana e sincera delle sue ribalderie.

Ma quella schiettezza, che dinanzi al corpo del delitto diveniva necessità, era da lui condita di parole umili e contrite, poichè sperava di movere a compassione il giudice e di aver salva la testa, e si confortava nella fiducia di trarre allo stesso paretaio Medicina, la cagione de' suoi mali. Compiacevasi di far causa comune con lui; o salvo o condannato ch'ei fosse, non voleva esser solo.

Appena gli furono schierati sotto gli occhi i giojelli, confessò d'averli rubati; accennò quando, dove e come li aveva sottratti.

Se non che, l'un d'essi, ornato delle cifre e dello stemma dei Visconti, fermò l'attenzione del giudice, il quale, con una faccia più minacciosa ed una voce ancora più cupa e solenne, ne domandò ragione al prevenuto. E qui appunto, il processo escì dalla strada piana, e il reo si giovò del bujo per cercare una scappatoia. Senza cangiar stile ed aspetto, cogli occhi sempre imbambolati e la voce svenevole, come se fosse un confidente discreto e non il reo, dichiarò che la storia di quell'oggetto riguardava la vita privata del Conte di Virtù, che quindi non poteva essere svelata ad altri che a lui. Dichiarò d'esser pronto a morire, ma di voler rispettare i secreti del principe; e perciò chiese di essere ascoltato da lui solo, asserendo di essere poscia rassegnato a tutto. — Ei parlava di morire, quando appunto cominciava a credere d'aver sicura la vita.

Le moderne procedure, segnando la via entro cui un giudizio deve passare affine di essere elaborato, provedono alla più facile scoperta della verità, e proteggono gli interessi sociali senza dimenticar quelli dell'accusato. Allora il capriccio del principe e l'arbitraria interpretazione delle leggi per parte del giudice assai spesso legalizzavano le vendette e le prepotenze; ma qualche rara volta ponevano il colpevole in istato d'aprirsi da sè la via alla salvezza. — Perciò appunto in questo caso la dimanda del reo non fu trovata vana e ridicola, come la sarebbe oggidì. Lo stesso principe vi assentì di buon grado; anzi, dopo aver veduto quel gioiello, per quei motivi che il lettore indovina, sarebbe disceso nel carcere del ladro per interrogarlo, se il ladro stesso non fosse stato condotto dinanzi a lui per rendergliene conto. Dopo l'interrogatorio del giudice, il Seregnino fu rimandato in carcere; ma non ebbe tempo di far l'inventario della scarsa masserizia ivi trovata, che comparve il bargello, il quale, aggiustandogli una catena al polso ed alla caviglia della gamba destra, gli ordinò di seguirlo. Attraversarono i due individui un labirinto d'androni, di camerotti, poi per una corte ed un vestibolo, giunsero in una sala terrena, dove stava ad attenderli il principe. — Ad un suo cenno, il giudice, il bargello e le guardie si ritirarono nella stanza vicina, dove attesero, origliando alla porta, la chiamata del padrone.

Il reo, invitato a fare le sue dichiarazioni, forse avrebbe incominciato da capo la storia della sua vita, se il conte non gli avesse tronca la parola, imponendogli di tenersi soltanto a quella parte di essa che riguardava l'attuale sua carcerazione.

Da questo racconto, egli venne a sapere quanto, dopo mille ricerche, e malgrado lo zelo de' suoi esploratori, non era neppure arrivato a sospettare. Per opera di un ribaldo e grazie ad un delitto, trovò Agnese; e la trovò sana, salva, e ancor più degna del suo amore; indovinò i crucci e i patimenti dell'infelice donna, rintracciò la via di poterli, se non rimovere del tutto, almanco alleviare non poco. Fu per la fortuita apparizione di quest'uomo, ch'egli scoperse la verità; e la scoperse in tempo di poterne trarre buon frutto. Per lui conobbe che Medicina non era fedele nemmeno all'oro, che gli veniva prodigato. Ma ciò che più d'altro lo commosse fu il sentire che esisteva un frutto de' suoi amori; e che questo aveva corso un gran pericolo, ed era salvo per un prodigio ancora più grande.

Dopo un tal gioco del caso, poteva il conte pronunciare la meritata sentenza contro quell'uomo, di cui il cielo si era giovato ad un fine così santo? Il merito di questa inattesa soluzione tributò per intero alla mano divina; all'uomo, cieco strumento di essa, non volse l'occhio troppo benigno. — Ma gli fe' grazia della vita[73]. In pena del delitto commesso, lo condannò ad una reclusione senza limite di tempo; in premio del bene che contro voglia aveva fatto, ordinò che la pena non fosse altro per lui che un'occasione al suo ravvedimento. Sperò per tal modo di ritorre dalla via del delitto una creatura che il cielo aveva fatta meritevole di essere a parte della sua providenza. — Il pensiero era nobile, e degno d'altro secolo. Ma la cronaca non ne dice se abbia ottenuto buon risultamento.

Il fatto girò le bocche di tutti gli abitanti del castello. Dall'un canto la mitezza con cui era stato trattato il colpevole, dall'altro la somma vistosa distribuita ai boscajuoli, che l'avevano scoperto e consegnato alla giustizia, erano incidenti contradittorii che davano luogo alle più discordi interpretazioni. — Si riconciliavano i commentatori, asserendo in comune che c'era sotto un grande mistero.

Ma ciò che crebbe la sorpresa di tutti fu la notizia che il Conte di Virtù, dopo aver parlato a lungo col delinquente, chiedeva di vedere la piccola vittima, mostrando per essa una sollecitudine, che non si suol prodigare a chi non si conosce.

Il bambino (non si creda che l'abbiamo dimenticato) era stato rimesso alla castellana, la quale, mossa a compassione in vederlo sì bello e sì sparuto, pensò di nutrire per quel dì col pasto della famiglia un suo colosso di dieci mesi, per cedere il latte materno al novello ospite. Questi infatti lo gradì, e ne diede la prova, cessando subito dal piangere ed addormentandosi in collo alla pietosa nutrice.

La buona donna, informata che il conte chiedeva di lei, con una cura ed una compiacenza tutta materna, assettò i lini e le fasce del bambolo; poi, racconciandosi in fretta e in furia i panni e le treccie, si recò dal principe, e gli presentò il bambino, il quale vagò cogli occhi intorno e li piantò sorridendo sul conte. — La buona donna non si stancava di fare ammirare al principe quegli occhioni azzurri e quelle labra di corallo, ponendovi l'ingenua ambizione di chi crede di avervi qualche parte di merito. E non a torto; quel ravvivamento era tutt'opera sua.

Il conte non ebbe bisogno ch'altri gli insegnasse a farsi tenero dinanzi a quella creaturina. Dovette anzi frenare la piena degli affetti, affinchè il vigile occhio dei circostanti non penetrasse il vero, e ne facesse suggetto delle solite ciarle. Ma la memoria di questo giorno e di questo momento non s'impallidì mai nel suo cuore; egli che, prima e poi, ebbe grave e fortunosa esistenza, non trovò nell'istoria della sua vita un fatto che lo commovesse più di questo. Benedisse la mano di Dio, che gli porgeva i mezzi di fare un atto solenne di giustizia; ed accettò rassegnato le gravi contrarietà, che gli rimanevano, perchè il bene che ne sperava era ancora di gran lunga superiore al male che pur gli era d'uopo subire.

Tutti questi avvenimenti si erano compiuti nello spazio di poche ore. Ma quelle ore, pensò il conte, dovevano sembrar ben lunghe alla povera Agnese! — Per la qual cosa, ordinò che si allestisse tosto l'occorrente affine di ricondurre il bambino presso sua madre; e fissò quali tra i più fidi fossero degni dell'incarico d'accompagnarlo. Mentre si stava apprestando la lettiga e la scorta, il conte tolse dallo stipo una pergamena, scrisse alcune righe, vi pose la firma ed il sigillo della Signoría, poi l'arrotolò, fasciandolo di un nastro coi capi rinchiusi nella salimbacca. Chiamato a sè il più vecchio ed il più fedele de' suoi servi, gli affidò la pergamena ed una somma di denaro, prescrivendogli qual uso dovesse farne. Infine volle veder di nuovo la castellana: il dovere di premiarla della sua pietà gli fornì l'occasione di abbracciare un'altra volta il bambino.

CXXXVII.

Appena partita la comitiva e fatta sgombra la corte, tutto rientrò nell'ordine solito. Anche il conte tornò mesto come prima; solo che i suoi pensieri erano d'altra natura. Si chiuse nelle sue stanze, ne vietò per quel giorno l'ingresso ai ministri e ai cortigiani, e si raccolse ne' suoi pensieri; ingegnandosi di conciliare, se era possibile, il passato col presente, l'uomo col principe, l'amante col marito.

Da quanto si è detto intorno alle nozze di lui con Caterina Visconti, il lettore ha già appreso che quel legame, consigliato da interessi puramente politici ed affrettato da un giudizio menzognero, non poteva renderlo felice, anche quando fosse necessario dimenticare in Agnese l'amante colpevole. Ma da che questa era rinata nel suo cuore, fatta ancor più bella dalla sua innocenza e dalle immeritate sventure, quella catena diveniva così pesante, da sembrargli insopportabile.

La Caterina, co' suoi modi agghiacciati, co' suoi eterni languori, non era fatta per risvegliare una passione, meno ancora per svellerne una, che avesse profonde radici. D'indole dolce (e forse troppo); facile al sospetto, ma credula così al male come al bene, non seppe mutare le reciproche condizioni della parentela; ella rimase sempre la cugina, non fu mai l'amante di Giangaleazzo. Che se qualche volta deplorò l'abbandono in cui era lasciata fin da quei primi giorni di matrimonio, rinveniva dalle sue querele raumiliata, al pensiero che per quel nodo aveva mutato con invidiabile usura la seggiola di badessa in un trono. Pensava che la sua situazione non era un odioso privilegio. Altre principesse, belle al par di lei e più di lei lusinghiere, subivano la stessa sorte. Caterina lo aveva imparato nella casa paterna, convivendo in fraterna domestichezza colla prole delle molte concubine di suo padre.

Non erano state abrogate, ai tempi di cui parliamo, le leggi del comune, vigili e gelose custodi della publica costumatezza. Alcune di esse erano anzi mantenute in pieno vigore; e le pene, al solito esorbitanti, venivano applicate senza pietà. — Era, a cagion d'esempio, dannato alla frusta del boja chi pronunciasse irriverentemente il nome della Vergine e dei Santi[74]; s'infliggeva una multa di venti soldi di terzuoli a chi pigliasse altrui pei capelli[75]; ma si oltraggiava impunemente la natura, e si attentava all'ordine sociale, non curando la moralità della famiglia. — I giudici laici non avevano coraggio di investigare il delitto o d'applicare la pena fra i potenti; gli ecclesiastici, usufruttando i tardi pentimenti raccolti al letto dei ricchi infermi, invece di prevenire il male, ne traevano il frutto di qualche pia offerta. Le dotazioni dei monasteri, le fondazioni devote, la fabrica di templi o di monumenti sacri, schiudevano il paradiso ai morenti; ma intanto, nella spensierata confidenza di poter cancellare ogni trascorso con un generoso codicillo, l'uomo agiato e potente non poneva misura alle sue sregolatezze. Tanto è ciò vero, che la condotta di Giangaleazzo Visconti, che nessuno certo vorrebbe oggi approvare, era a' suoi dì, per questa parte, esente da ogni censura; anzi, gli storici suoi contemporanei ce lo dipingono di una pietà che peccava del soverchio, e d'un rigor di costumi, che lo faceva riguardare come una felice eccezione dei potenti del suo secolo.

Ma in minor tempo di quello che fu necessario a noi per dire le ragioni della condotta del conte, egli riordinò le memorie del passato; e, posto a raffronto la sua passione ed il suo doppio dovere, tracciò tale piano per l'avvenire, che, vulnerando il meno possibile le apparenze, concedesse al suo affetto una speranza di vita, una probabilità di aver grazia. A ciò invero non riesci per una strada liscia e scevra d'ostacoli. — Deciso a voler bandire le incertezze, sospettò di non saperlo fare; approvò, respinse, richiamò lo stesso progetto, quando scosso dalla passione, quando raffreddato dalla coscienza de' suoi opposti doveri. Fra le due sventurate, or l'una or l'altra gli sembrava la più degna di pietà. Se decidevasi a far trionfare i riguardi dovuti ad un nodo benedetto, il conforto della coscienza non gli dava la forza necessaria a subire la dura legge d'abbandonare chi era, senza propria colpa, tanto infelice. Se volgeva la mente ad Agnese, e obediva agli affetti destati dal suo nome e dalla memoria de' suoi dolori, dubitava d'aver perduto il diritto di provedere e fin anco di pensare a quella donna.

La vista della cara creatura, e la tenerezza che provava nel pensare ad essa, sciolsero la questione, sostituendo alle incertezze, una necessità imperiosa e solenne; quella di provedere all'esistenza di suo figlio. — Negare a lui un nome ed una fortuna, era quanto ripetere la menzogna e lo spergiuro a danno d'Agnese. A tale pensiero non solo approvò quanto aveva fatto; ma riconobbe di non aver fatto abbastanza.

Rialzato da tali pensieri, diede ordine immantinenti che si allestisse il suo cavallo; e appena fu pronto, discese nella corte appartata, montò in sella, e partì di galoppo, volendo essere in tempo di raggiungere la comitiva che lo aveva preceduto al casolare di Agnese. Ravvolto in un ampio mantello, e spinto da rapidissima corsa sulle vie traverse, sfuggì agli sguardi di tutti, e s'unì alla brigata quando essa toccava alla sua meta. — Egli volle pigliare nella conseguente scena di famiglia quella parte che gli spettava per diritto di natura.

La sorpresa della governante, di cui abbiamo fatto cenno addietro, nacque appunto dallo scorgere, che chi rendeva ad Agnese il bambino, era suo padre.

CXXXVIII.

“Ah santa Vergine! — sclamò Canziana fuor di sè della meraviglia al vedere il conte che poneva il piede sulla soglia del casolare — voi qui! È il Signore che vi manda. Se sapeste.... quante disgrazie, quante tribolazioni!... come ha sofferta la mia povera padrona!„ Ed avrebbe volontieri aggiunto “per cagion vostra„ ma in quel momento le parve che il conte fosse l'inviato della Providenza, e quindi lo tenne come inviolabile.

Dalle braccia della castellana raccolse il bambino, e, vedendolo sano e vivace, non poneva misura alle carezze, ed invocava mille benedizioni dal cielo sul capo di chi lo aveva salvato. Le sue parole e i suoi atti, la pietà e la gioja si compendiavano in una sola espressione di tenerezza verso il caro bambino. Ma non era tempo questo di consulte, di lacrime, e meno ancora di interrogazioni. Scambiò poche parole col conte sullo stato d'Agnese, e sulla convenienza di averle ogni riguardo; poi salì da lei, collocò al suo fianco il bambino, e permise (poichè gli veniva richiesto supplichevolmente) che il conte entrasse nella camera della malata, ed ivi pigliasse consiglio dagli avvenimenti.

Appiè del letto, ritto della persona, colle braccia incrociate, col volto mesto e commosso, stava il conte riguardando quelle due creature; la profonda pietà, ch'egli provava davanti a quella scena, era scritta sulla sua fronte e ne' suoi occhi.

“Io fui il vostro tiranno, pensava egli; io t'involai, o Agnese, il secreto della tua felicità, seminai di spine la culla di questo innocente. Spietato! Quasi ho terrore di me stesso! Ho fatto sì gran male a coloro, ch'io amai ed amo tanto; fui sollecito ed ingegnoso nell'ingannar tutti, nel tradire me stesso. Iddio mi inspiri ciò che debbo fare per voi, miei diletti, poichè il ben vostro è ben mio. Povera Agnese, quanto sei sparuta! quanto male io ti ho fatto! Eppure il tuo labro è pronto ad aprirsi al perdono, non al rimprovero. Deh, mia diletta, abbi pietà di me...!„ — Poi fattosi torbido e severo, rimestava nella mente la cagione de' suoi mali, la colpa della sua colpa; allora lo sdegno e la vendetta gli ribollivano nel cuore. — Se in quel punto gli fosse apparso davanti lo scelerato calunniatore, avrebbe avuto cuore d'ucciderlo di sua mano; se colui avesse osato metter piede entro il confine delle sue terre, lo avrebbe fatto porre ai tormenti; la tortura ed il capestro gli sembravano lieve pena a tanto delitto.

Invano ci proveremmo a tradurre fedelmente colla parola la scena pietosa che ci sta dinanzi. L'amore era il protagonista del quadro; ma esso si manifestava assai diversamente sulle mobili fisonomie dei nostri attori. — Sotto il velo di un languore passaggero, la placida e smorta fisonomia di Agnese, attestava la costanza di un amore sempre sviscerato ed ardente. Il suo labro socchiuso pareva che volesse dire: “io non ho mai mancato alla mia promessa; amo, come amai! L'altrui parola avrebbe potuto santificare quell'affetto che io nutro; quanto a me, e prima e dopo quella parola, non potrei amare diversamente.„ — Sul volto di Canziana brillava una tenerezza paziente, un affetto veramente materno. Era l'imagine viva della carità cristiana, che vorrebbe scemare il male dei fratelli, pigliando sopra di sè la croce loro. — Una terza espressione più gagliarda, e meno tolerante, traduceva l'amore del conte in una passione indisciplinata, prepotente, quasi egoistica, che non vede altro che sè, ma che racchiude nel suo sè stesso la vita e la felicità della persona amata. — L'affetto d'Agnese, la carità di Canziana, la passione del conte, s'incontravano infine e si rannodavano sulle care sembianze di Gabriello, che in mezzo a quella tempesta dormiva il sonno degli angeli.

Finalmente Agnese si riscosse. Un lieve scrollo delle membra, annunciando il fine del parosismo, ravvivò la penosa aspettativa di Canziana, e crebbe l'ansia irrequieta del Conte. — Gli sguardi d'entrambi cercavano gli occhi d'Agnese, i quali si schiudevano a tratto a tratto, errando qua e là sugli oggetti circostanti, senza fissarne alcuno. — Corse la governante a rabbattere le impennate della finestra; e le pupille dell'inferma, dilatandosi a poco a poco, poterono finalmente scorgere il bambino, e riposare un momento sulle sue sembianze.

“Vedete — disse Canziana all'orecchio della sua padrona — vedete: il Signore, quando abbiamo fede in lui, e lo invochiamo proprio di cuore, non è sordo alle nostre preghiere. Egli ne rende il bambino, per cui abbiamo tanto pianto e pregato; e ne lo rende sano e salvo... Dio ha fatto un miracolo per noi... Suvvia, Madonna, fatevi coraggio. Questa caparra della bontà celeste v'inspiri fiducia a sperar meglio. Ringraziate intanto il Signore d'avervi visitato; non vi dolete della tribolazione che vi ha inviato. Egli vi ha messo alla prova, e perciò volle farvi degna della sua misericordia.„

Agnese ascoltava risvegliata e commossa, ma non del tutto convinta. La sua testa, indebolita dai patimenti, s'affaticava a raccogliere i pochi fatti, che le si affacciavano; ma non giungeva ad arrestarli perchè fuggevoli, nè a comprenderli perchè perduti nella nebbia delle sue visioni febrili. Schierava per ordine di tempo, e per grado di probabilità, quelli che le apparivano più distinti; ma, come un uomo che fu lunga pezza in viaggio, durava fatica a ravvisare dopo il suo ritorno le vecchie conoscenze. Sapeva per certo d'aver delirato, ma non osava dire a sè medesima qual era il sogno, se il terrore di prima o la calma d'adesso. A poco a poco, rimessa sulla strada del vero dalle affettuose parole di Canziana, e confortata dalla testimonianza dei sensi che vedevano e toccavano il suo diletto, finì per concludere, che i terrori di poco prima, fossero poi sogno o realtà, erano svaniti. — Posto ciò, riesciva finalmente a raccogliere le sparse ricordanze, e a tessere con fila deboli ed interrotte la storia dell'ultima sua disgrazia. Faceva come chi sta interpretando lo scritto di un diploma corroso: costui crede comprenderne il senso, e lo comprende realmente, anche prima d'averne lette tutte le parole, quando ne ha dicifrate una parte.

Un fatto, del tutto fortuito, giovò finalmente a riempire queste lacune. — Gabriello collocato accanto alla madre si risvegliò, mandando un gemito sommesso; intanto che, colle braccia e colle manine ribelli alle fascie, cercava il seno della nutrice; e l'istinto ve lo guidava a dovere. — Agnese, che aveva patito assai per la protratta interruzione del suo pietoso officio, si trasse vicino la creatura, e la fece cheta all'istante. Ma nel far ciò, mentre il ravviare il corso del tributo materno, stagnante per lunghe ore d'inerzia, le faceva provare uno spasimo inesprimibile, ella si rallegrò, perchè il soffrire la faceva certa d'essere viva e desta.

L'oscurità ed il mistero, in mezzo a cui si consumò questo episodio di pietà, non permisero ad Agnese di ravvisare un uomo, che, ritrattosi per rispetto nel fondo della camera e ravvolto nella penombra delle imposte, attendeva la sua sentenza. I suoi affetti, quando pure fossero stati assopiti, si erano già scossi e risvegliati alle vicende di quella giornata; ma se per caso fosse rimasto in lui un avanzo di egoismo, od altro estraneo interesse, quel quadro sì commovente l'avrebbe dissipato.

Il potente signore, l'ombroso amante erano scomparsi; al suo posto risurgeva l'uomo d'un anno prima. In lui v'era di più il rimorso del male inconsapevolmente operato: egli non era l'ultimo a sopportarne le conseguenze. Ma gradiva il dolore come l'unica e certa testimonianza di vivissimo affetto ch'egli potesse offrire all'infelice sua donna.

Canziana, poichè vide la padrona preparata ad altre emozioni, ripigliò la parola.

“Madonna, disse ella; sapete voi come il vostro bambino si trova qui?„

“So che Dio me lo ha restituito. Ho troppe grazie a rendere a lui; ma non sarò ingrata a chi fu strumento della sua misericordia.„

“Che fareste per quest'uomo?„

“Se egli è povero, dividerò con lui la mia fortuna; se egli avrà perduto un figlio, farò quanto sta nelle mie povere forze perchè egli si consoli e lo riveda.„

“E se non avesse bisogno di denaro, nè dell'opera vostra; se egli non vi cercasse la riconoscenza che opera, ma la generosità che dimentica; vorreste voi negargli quel bene che è in vostro potere l'accordargli?„

“Io non giungo a comprenderti; la mia testa è ancora confusa — Tu mi parli di generosità; di dimenticanza....„

“Per condurvi, mia buona figliuola, a parlar di perdono„ interruppe Canziana con una tenerezza ed un autorità del pari marcate.

“Di perdono? — soggiunse Agnese meravigliata. — La grazia, che oggi il cielo mi ha fatto, può rendermi forse superba a segno di scordare che io, più d'ogni altro, ho bisogno d'essere perdonata? Dio sarebbe buono con me, se io pensassi di essere spietata cogli infelici?„

“Questi pensieri sono degni di voi; coltivate il buon proposito, n'avrete merito per l'anima vostra e conforto pel cuore. È sì bello il perdonare!„

“Il sacrificio de' miei risentimenti non è opera d'oggi, mia cara. Perdonai quando io era meno felice che non la sono adesso. In questo momento, se io volessi ridestare le mie ire, scuotere le passioni illanguidite, credi, quelle e queste non risponderebbero all'invito. Io mi sento troppo felice per pensare ad altro fuorchè a rendermi degna d'esserla.„

“Siete dunque disposta a perdonare anche a chi ha fatto male a vostro figlio; non è vero?„

“Sui bambini vegliano gli angeli, ripigliò Agnese; chi fa del male agli innocenti sfida il cielo, e provoca le sue vendette. Il colpevole dunque non cerchi perdono umano, invochi quello di Dio. Ma io povera creatura non mi scorderò di lui; pregherò il Signore perchè ei si ravveda: Dio toccate il cuore a quello sciagurato, — soggiunse con accento d'ineffabile pietà; — fate, ch'ei riconosca il suo delitto, e che torni meritevole della vostra grazia.„

Questa non era soltanto pietà materna; in tali parole era stillato il balsamo della eroica carità, che vendica l'offesa col beneficio. La madre, nel parlare del colpevole, alludeva allo sconosciuto che, ingannando la sua vigilanza, l'aveva strappata dal santuario dei suoi affetti per profanarlo. Ma il conte pigliava le parole d'Agnese per sè; egli aveva oltraggiato la natura; e il suo crudele abbandono preparò i pericoli, che avevano minacciato la vita di due innocenti. — I detti d'Agnese, severi come ogni atto di una madre che difende il suo sangue, racchiudevano però tale e tanta generosità, che rendevano grato il rimprovero.

E infatti, a tali parole credette il conte che fosse venuto il momento di farsi conoscere. Stanco degli indugi, e trascinato da un invincibile affetto, uscì dall'ombra che lo proteggeva; con passo fermo s'avvicinò al letto dell'inferma, e con voce commossa la chiamò per nome.

All'impreveduta comparsa, Agnese tornò quasi a dubitare di sè. Agitata e sbigottita, ella tremava; voleva parlare e non sapeva trovare una parola. Si stringeva al petto con maggior forza il bambino, come se le fosse scudo a un pericolo indeterminato. Fissò con occhio incerto e pieno di lacrime quella apparizione, ma non potè reggere agli sguardi commossi che ella incontrava. — Canziana era tornata alle parole tronche ed insignificanti; la buona donna, vinta dalla pietà, spendeva ogni sua forza a soffocare il pianto.

“O Agnese, ripetè il conte ponendosi una mano al petto, ecco la cagione prima di tutti i vostri mali. Io non dissimulo la mia colpa, io non cerco scuse. Solo vi assicuro, che l'offensore è assai più sventurato dell'offeso; questo è l'unico titolo, che io vanto, per credermi meritevole della vostra pietà.„

In dire queste parole, il conte s'avanzò fino al letto d'Agnese, e vi si inginocchiò allato.

Agnese restò come interdetta. Il suo cuore, straziato da una passione che soverchiava ogni altro sentimento, non gli suggeriva una parola; e, quando pure l'avesse trovata, il labro non sapeva pronunciarla. Fu ancora il conte che ruppe il silenzio.

“Voi tacete, o Agnese? che devo pensare? Esitate forse nel pronunciare una parola severa? Ditela, io vi sono preparato; quella parola non può essere d'odio e di sprezzo. Voi non conoscete ancora la storia de' miei mali, non sapete che l'ingannatore fu prima di voi vittima d'un inganno. Per dovere di carità, prima di condannarmi (giacchè per certo non desiderate di trovarmi colpevole) voi vorrete ascoltare le mie parole.„

“Lasciate che dica anch'io la mia; interruppe Canziana. Figliuola diletta, checchè possa essere avvenuto in addietro, fatto è che chi vi rende oggi il vostro Gabriello è il Conte di Virtù.„

“È suo padre„, disse il conte con voce appena intelligibile.

Agnese a quelle parole si coperse il volto, e pianse; ma le sue lacrime non erano certamente di sdegno o di dolore.

Dopo un breve silenzio, dileguatosi il rossore che ella aveva tentato di nascondere, rilevò la testa, e veduto l'atteggiamento in cui si teneva il conte:

“Che fate, gli disse; levatevi, o signore; che v'ha d'attraente nella miseria perchè v'inchiniate a quel modo davanti ad essa?„

“Promettetemi il vostro perdono„, replicò il conte in atto supplichevole.

“Ho perdonato a chi mi rapì il figlio. A chi me lo rende devo la mia eterna gratitudine.„

“Voi siete generosa, ed io oso chiedervi di più. — La nostra mente e i nostri cuori s'incontreranno d'ora inanzi sur un oggetto comune. Voi amate Gabriello, voi pensate ad esso e al suo avvenire; io penso a lui, ed amo lui al pari di sua madre. L'esistenza di questo bambino sarà il ritrovo delle nostre anime. — Le leggi umane e i riguardi sociali invano potrebbero impedire questo fortunato incontro. O Agnese, io vi chiedo soltanto ciò che la natura vuole imperiosamente. Vi chiedo per grazia di poter amare quel bambino; perchè, se anche m'imponeste d'obliarlo, io non potrei obedirvi.„

Agnese avrebbe chiuso l'orecchio alle parole del conte se egli avesse parlato in altro modo. Non era studio od arte in lei l'esitanza dignitosa con cui mostrava di aggradire tali dichiarazioni. Costretta a dir pure la sua parola, rispose:

“Una madre protegge il proprio figlio dalle ire e dalle minaccie degli uomini; fra lui e i perversi pone le sue cure, l'educazione, l'esempio, la vita. Ma all'amore altrui essa lascia libero varco. Sarebbe crudele il voler impedire il culto a queste creature innocenti che sono imagini degli angeli.„

“Voi non mi comprendete.„

“Vi ho compreso perfettamente, o signore. Intenerito dalla sorte di questo povero orfanello, voi pensate compensarlo dell'abbandono altrui. È commendevole, è santa la vostra pietà.„

Qui è bene il confessare, che tali parole, riferite seccamente, come noi facciamo, sembrano improntate di qualche amarezza. Ma il tuono di voce, con cui erano dette, smentivano ogni apparenza d'ironía. Certo è, che un'anima appassionata non poteva tornare su quelle memorie senza sentirne dolore. Il ricordo del passato e la vista dell'avvenire, sembravano due nemici in lotta fra loro. La ragione ed il cuore parteggiavano oppostamente sullo stesso campo.

Pel conte, che guardava Agnese, e ne seguiva la mobilità del volto, queste parole benchè decise, non erano che la parte meno eloquente del suo linguaggio: erano, se ci si permette il paragone, come un velo diafano sovraposto ad un oggetto prezioso, che lo fa scorgere a mezzo, ma ne lascia indovinare tutto il valore.

Il conte ripigliò il discorso per esporre le vicende di quella giornata. Raccontò quanto sapeva di Gabriello, e quanto aveva fatto per lui; ma non si curò di dar rilievo all'opera sua; anzi, studiandosi d'essere parco della parola, attribuì tutto il merito della riuscita alla Providenza, chiamandosene semplice e casuale strumento. Con ciò, egli assecondava un nobile assunto; gli interessi del cuore gli facevano presentire che l'alta origine dell'impresa avrebbe rialzato anche il fortuito suo esecutore.

Il lettore, che conosce i fatti, ci dispensa dal riferire le parole di lui. Diremo soltanto com'egli chiudesse la sua narrazione.

“Or bene, continuò egli, prima d'incontrarmi in quella creatura, io dovetti cedere ad una forza superiore che mi trascinava vicino a lei. Mi fu detto che quel bambino era un orfano, e sentii la necessità di dargli un padre; ch'egli era povero, e promisi a me stesso di sollevarlo dalla miseria; chiesi il suo nome, nessuno me lo disse, ed io m'affrettai a dargli il mio. Non mi fate merito di soverchia pietà. La natura, mio malgrado, mi dimandava in secreto l'adempimento de' suoi voti. Ed ora, ora dovrò io dimenticare colui, che ho amato prima di conoscere? Dovrò dimenticarlo perchè egli è vostro figlio... perchè è mio.... perchè è sangue del generoso Maffiolo Mantegazza? Non mi chiedete o Agnese, se io debba far ciò. Voi l'avete detto, è crudele il voler impedire un libero culto all'innocenza.„

Agnese, benchè non levasse gli occhi dal suo bambino, mostrava di porgere tutta l'attenzione a tali parole.

“In quest'atto, — proseguì il conte dopo una breve pausa, porgendo alla madre il rotolo di pergamena di cui abbiam parlato, — in quest'atto io chiamo mio figlio adottivo il derelitto, che ora consegnai a sua madre, e che, come ella dice, è un orfano. Per questo scritto Gabriello porterà il nome, e godrà i privilegi dei Visconti. — Il documento, che io sto per rimettere nelle vostre mani, è legge in tutta la signoria del Conte di Virtù. Ma il principe vi dichiara, che la sua volontà è oggi subordinata alla vostra. Egli attende di sentire dal vostro labro se accettate la proposta.„

Agnese ricevette dalle mani del conte il diploma, lo spiegò, finse di leggerlo, o lo lesse realmente per pigliar tempo a decidere. — La prima risposta che le corse alla mente fu una franca e dignitosa negativa. Ella voleva essere dimenticata e dimenticare. Il suo amore materno bastava a fare serena, se non felice, la sua esistenza; quest'amore doveva essere la difesa e la ricchezza di suo figlio. La storia della sua famiglia le ricordava una serie di nobili atti, un costante sdegno d'ogni servilità, una circospezione non mai smentita in accettar favori da chicchessia. Ma, appena ebbe proposto il rifiuto, sbollì quel subito orgoglio, e il pensiero volò a suo figlio, all'avvenire di lui, alla forse per lui troppo grave oscurità del nome. — Ripetè nella mente alcune frasi dell'ultimo scritto di suo padre: quelle che più si attagliavano alla circostanza; e dovette confessare che il suo genitore faceva del Conte di Virtù una lusinghiera eccezione fra i signori dell'epoca. Pensò che, se l'amore materno è il compendio dell'esistenza di una donna, la pietà figliale è per la prole un brano soltanto della sua vita. Pensò ai casi recenti, ai quotidiani pericoli, ai fatti della stessa giornata. Dubitò che l'amor suo fosse temerario in promettere; temette che le forze fossero di gran lunga meno efficaci, che non i propositi. — Pensando prima a sè, poi a suo figlio, la ripulsa le sembrava nobile ed onesto partito; ma se volgeva il pensiero prima a lui, e tornava poi a sè stessa, sentiva che essa era un atto di freddo egoismo; un ribellarsi quasi ai disegni della Providenza. — Levò a caso gli occhi su Canziana, e vide che il volto di lei era radiante di gioja; di una gioja però ansiosa e irrequieta. Le parve di leggere in quell'aria di contentezza l'approvazione alla proposta del conte; anzi, travide o credette di travedere, che la buona donna si sentisse scemare il cuore al solo dubio di non vederla accolta.

L'ansietà è contagiosa. Agnese contrasse l'inquietudine della governante, e sentì, come essa, il bisogno d'escire da quell'imbarazzo. L'impazienza rendeva più difficile il raffronto delle ragioni che dovevano guidarla ad una scelta; ma la necessità di scegliere diveniva sempre più incalzante. Forzata a rispondere, prima che la sua mente avesse sciolta la questione, determinò di abbracciar quel partito, che imponeva alla madre il maggior sacrificio. Le parve con ciò di mettere al sicuro la sua coscienza. Ponendo sè stessa al di sotto degli interessi di suo figlio, ella poteva esser sicura di dar prova di materna carità. Dove più grande era l'atto d'abnegazione, ivi più nobile e più efficace era la testimonianza d'amore.

La parola che traducesse questi sentimenti era scritta nel cuore, ma non trovava la via ad escire pel labro. Avrebbe voluto dire al conte: “io vi rendo l'amore di vostro figlio, e null'altro che questo„; ma temeva con ciò di separare il suo avvenire dall'avvenire di Gabriello; temeva di stringere un'alleanza a condizioni troppo onerose. E quando ciò fosse una promessa, avrebbe ella la forza ed il proposito di mantenerla? Se le veniva chiesto una più chiara definizione del nuovo patto, avrebbe il coraggio di esporne le condizioni, sì intime, sì delicate, sì difficili a tradursi colle parole? Ella dunque non voleva essere ascoltata, ma compresa; esigeva l'assenso altrui, senza averlo richiesto apertamente. Infatti, la parola timida ed incerta poteva destare sospetto di una accettazione incondizionata; la franca e decisa aveva l'aria di un rimprovero ingeneroso.

Collocata a sedere sul letto, aveva il bambino a sinistra, e se lo teneva vicino con un amplesso. Dallo stesso lato era Canziana pietosa sempre e confidente, ma discreta e taciturna. All'opposta parte stava il conte; il quale, levatosi in piedi, aspettava la sua sentenza.

Allora Agnese, seguendo un'ispirazione del cuore, e ripudiato l'infido magistero della parola, sollevò dolcemente dalla sua giacitura il bambino; e, trasportandolo all'altro lato, lo collocò fra sè ed il conte, sporgendolo verso lui con tale atto di vivo e sobrio affetto, che il labro non avrebbe saputo esprimere.

Fu questa la sua risposta, e come tale l'accolse il conte. Quest'atto fu l'espressione fedele della volontà della madre, fu il suggello o la confessione di un fatto, non una promessa, e molto meno un arrendersi per l'avvenire. Gabriello era in mezzo a' suoi genitori; vicino così all'uno come all'altro. Alla consacrazione di un legame, che ravvicinava le sorti di due infelici senza confonderle, vegliava un angelo. La sua innocenza era scudo all'onore di una donna, e poteva divenire una minaccia per chi si fosse scordato di rispettare la santità del nuovo patto.

Due cuori intanto convenivano nello stesso accordo: rivolti ambedue ad un solo scopo, dovevano correre di pari passo sur una strada vicina, attigua, ma non comune; dovevano provedere allo sviluppo ed all'incolumità di un tesoro indiviso, egualmente prezioso ad entrambi.

L'amore che il conte serbava per Agnese, rigettato poco prima nel novero delle pallide rimembranze, riceveva un nuovo battesimo; si ritemprava nella vita e nell'affetto del figlio. Dietro lui e per lui, poteva egli riamare liberamente la donna, che glielo aveva dato due volte. — Del pari Agnese, nell'aspetto del figlio e nel nobile orgoglio di chiamarsi madre, necessariamente risaliva col cuore a colui, che non si vergognava d'avere amato.

Le destre del conte e d'Agnese, mosse da un medesimo istinto, s'incontrarono carezzevoli e vogliose di pace sulle gote di Gabriello. Ivi l'una cercò l'altra, ed entrambe si confusero in una stretta, pegno di perdono e d'alleanza. Poscia due teste, l'una dopo l'altra, si chinarono sulla fronte del bambino, e vi deposero un bacio. — Agnese non respirò che gli effluvj dell'innocenza; il suo bacio fu soltanto un atto d'ossequio alla natura e una caparra di pace. Ma il conte, benchè agguerrito da nobili propositi, nel baciare il figlio assaporò l'ebrezza lasciatavi dalle labra che lo avevano preceduto.

La vertigine fu così grave come passeggera; nè allora, nè in sèguito, Agnese corse altro pericolo.

CXXXIX.

Fare concessioni ad un'anima appassionata, e pretendere ch'ella ne usi sobriamente, è come voler trarre poca acqua da una fiumana gonfia, spillandola dall'argine che la sostiene. Si corre grave rischio, che lo spirito della corrente roda l'escita, ed irrumpa. — Il bene che l'uomo sa fare per istinto, o per consiglio della virtù, può pur troppo andar sfruttato per una momentanea incuria, o per l'incontro casuale di avverse circostanze. La carità c'insegna dunque a non aggravare le azioni altrui di troppo severi giudizii; e la ragione ci induce a non credere sempre, che quando la virtù esce incolume da un grave pericolo sia tutto e solo merito nostro. Nello scusare, fino ad un certo punto, il male perchè l'uomo può esservi trascinato quasi inconsapevolmente, non dobbiamo imbaldanzir troppo del bene, perocchè più di una volta vi siamo condotti da una mano invisibile. Quella cagione superiore, che, lasciandoci liberi di operare, dispone però le cose intorno a noi in modo da renderci più facile e più distinta la scelta, chiamatela pure destino se essa ci volge al male; io la chiamo providenza quando ci guida al bene. — Posto ciò, non deve far meraviglia se alcuna volta la fiumana, travagliata all'argine, corre giù per la china senza traboccare; se la favilla si spegne in mezzo alle stoppie; o se due cuori appassionati obediscono alla ragione, e, nutrendo e professando amore, praticano soda e temperata amicizia.

A questo punto ci pare che alcuno ne dica: questa vostra virtù che annunciate di volerci mostrare d'ora inanzi sempre in mezzo ai pericoli, e sempre salva, dopo quei precedenti di fragilità che ci avete svelati, è meravigliosa, è edificante, ma è poco credibile. Il mondo progredisce, o indietreggia; ma la natura non si cangia: ciò che non sembra possibile per gli appassionati del giorno d'oggi, non può essere probabile per quelli di quattro o cinque secoli addietro. Date (è sempre l'amico lettore che ci consiglia) date al vostro racconto un altro scioglimento; cercatene uno più spiccio e più clamoroso. Se non è il vero, sembrerà almanco il più verosimile.

La colpa di queste apparenze non è di chi scrive, ma di chi gli ha fornito il materiale per tesserne un racconto. Forse fu un torto l'essergli stato troppo ligio, e il non aver osato deviare dalle sue orme. È già una colpa molto diversa e molto più perdonabile.

La tentazione di abbandonarlo l'ho provata, a dir vero, anch'io. Mi sorrise più d'una volta l'idea di chiudere il racconto con una di quelle catastrofi, che scuotono così bruscamente l'animo del lettore da non lasciargli tempo e capo per giudicare se siano vere od assurde. — Fra una rottura completa ed una completa riconciliazione de' nostri eroi, che potevano essere due buone escite, quello scioglimento che, per ossequio alla cronaca, si è prescelto, un'alleanza cioè incerta e condizionata, mi parve il più meschino e il meno efficace. Allora ho schierato dinanzi a me, non senza provarne qualche seduzione, veleni, pugnali e simili spedienti da scena. Occhieggiai una cella solitaria, in cui Agnese avrebbe potuto co' suoi languori espiare il suo fallo: e mi parve che tale avvenimento, oltre essere l'unica soluzione del garbuglio, poteva offrire gli estremi ad un episodio vivo e patetico.

Eppure, ragioni più sode hanno dissipata la tentazione. Dopo aver fatta tanta strada col nostro cronista, ed esserci scambiati molti tratti di cortesia e di benevolenza, non mi parve bello l'abbandonarlo, così su due piedi, per l'unica ragione ch'egli pareva avere la fantasia un po' stanca. Oltracciò, al punto in cui siamo, le pagine del cronista non appartengono più a lui, ma sono per così dire la porta secreta che guida al santuario inviolabile della storia, per la quale ora devesi introdurre il nostro lettore.

Quando mi balenò dunque alla mente il pensiero di separarmi dal compagno, non era più il tempo di farlo. Era bensì lecito di mettere a soqquadro quanto precede e prepara il nodo del racconto, ma lo scioglierlo con un atto violento, in un modo diverso da quello che la storia addimanda, era un tradire la verità ed armare le censure dei passati e dei presenti. — Ed anche qui (poichè sono in vena di schiettezza) dovrò confessare, che gli sdegni del cronista non mi facevano paura, perchè il poveretto è morto senza successori; ma il manomettere il tesoro degli storici, che vivono nei loro libri, e che hanno legato i loro tesori ai dotti, mi parve un atto troppo temerario e pericoloso. — Continuiamo dunque colla cronaca; poichè da questo punto la cronaca cammina di fianco alla storia.

CXL.

Agnese, dopo quell'atto spontaneo di affetto che era ad un tempo una risposta ed una proposta, sentì svanire da sè l'esitanza, che poco prima la costringeva al silenzio. Non temette di aver concesso troppo, ma provò la necessità di rischiarare la posizione d'entrambi, accennandone i patti. L'importanza del soggetto, le inspirò quella parola nè timida, nè severa, che conveniva ad una donna e ad una madre. — Canziana rimase presente al colloquio: se avesse tentato di allontanarsi, Agnese l'avrebbe trattenuta.

“Eccovi, disse Agnese, quella creatura a cui volete dare il vostro glorioso nome. Sia come il cielo ha destinato. Amate dunque il vostro figlio d'adozione; ma rammentate ch'egli ha una madre, che essa fu tanto sventurata; e che, se ora si chiama meno infelice, gli è perchè il cielo le ha fatto dono di questo tesoro.„

“O Agnese, interruppe il conte, io voglio amare Gabriello con voi, non contro di voi. Voglio che egli gusti la prima e la più soave delle dolcezze umane, l'affetto di sua madre. Io non porrò tra voi e vostro figlio l'autorità del padre adottivo; non lo chiamerò presso di me, se voi non l'avrete congedato dalle vostre braccia. Quando, confuso fra i giovinetti amanti la gloria delle armi, mi chiederà una spada, io gliela cingerò, e gli insegnerò ad usarla.

“Ma fino a quel giorno....„

“Fino a quel giorno sarà tutto vostro. — Egli ebbe da voi il primo nutrimento del corpo; riceverà da voi stessa il primo pane dello spirito. Tocca alla madre l'insegnare a'suoi figli le prime virtù.„

“Voi siete generoso„ — soggiunse Agnese visibilmente commossa.

“Non mi chiamate troppo presto con tal nome. L'egoismo dell'amore rassomiglia qualche volta alla liberalità di chi semina a piene mani, perchè spera raccogliere nell'egual misura — Quando avrete udito le mie condizioni....„

“Le condizioni, e quali?„

“Quelle che sono richieste dall'osservanza de' miei doveri. L'affetto mio per Gabriello non deve essere un vacuo e leggiero sentimento, che si esaurisce in aspirazioni ed amplessi. È la paterna tutela che mio figlio esige da me; è la incolumità de' suoi giorni, che io gli debbo anzitutto assicurare.„

“Dubitate forse della mia sorveglianza, delle mie cure?„

“Mi guardi il cielo. Gabriello può dormire tranquillo sul seno di sua madre; ma la madre (ditelo in buona coscienza) può ella chiudere gli occhi un momento, e sognare sicurezza in mezzo ad un mondo che l'ha fatta più volte bersaglio della sua malevolenza? — Chi protegge questa donna derelitta; chi difende in lei i diritti della natura?„

Agnese impallidì; gli occhi le si riempirono di lacrime.

“Voi pure, continuò il conte, vi chiamate convinta del mio amore per Gabriello, ma per ciò sareste voi pronta a staccarvi da lui, ed a confidarlo senza riserva alle mie cure? V'ha forse una ragione, o Agnese, perchè io ami meno, o diversamente, quel figlio? L'ansia, che provate alla sola idea di saperlo lontano, è comune anche a me. Io non dubito della madre, ma degli uomini: io non voglio dividere Agnese da Gabriele; ma mi colloco fra questi cari oggetti dell'amor mio e il mondo che li minaccia?„

“Che dite mai, o signore? Voi mi fate paura.„

“Pensate a ciò che è avvenuto jeri, pensate ai fatti d'oggi, e dite se possiamo vivere tranquilli pel dì venturo.„

“Pur troppo! — aggiunse fra sè, ma ad alta voce Canziana, — pur troppo. Senza una grazia del cielo il povero Gabriello era perduto. Non bisogna fidar troppo e sempre nei prodigi; è più saggio prevenire il pericolo che volerlo incontrare per vincere.„

“Anch'io penso così. È perciò che mi sono rinchiusa in questa dimora solitaria, affinchè il mondo si dimenticasse di me.„

“Ma le fiere hanno fiutato da lungi le peste della vittima. Voi potete fuggire di qui, credervi sicura in un luogo ancora più remoto di questo; i ribaldi vi seguiranno, vi raggiungeranno.... Questa guerra codarda va loro a sangue....„

“Ma Dio mio! perchè tanta persecuzione?„

“Non mi odiate per questo, o Agnese; io voglio essere sincero: la causa di ciò sono io. I tristi assalgono il Conte di Virtù nelle sue interne affezioni; perchè non osano attaccare le sue schiere, e far legittima guerra. Gli vogliono rapire il figlio, come gli hanno rapito il cuore dell'amante.„

Agnese proruppe in uno scoppio di pianto.

“Ma qual è il rimedio a tanto pericolo?„ chiese poco dopo la madre.

“La pietà per vostro figlio vi chiede un nuovo e più grande sacrificio. — La proposta che io sto per farvi è penosa, ma necessaria. Oh perchè Dio non ve la inspira!„.

“Dite, o Signore; io son pronta a tutto.„

“Voi lascerete al più presto possibile questa dimora, e cercherete un asilo nel castello di Pavia.„

“Ciò è impossibile„, rispose recisamente Agnese.

“Era impossibile alla donzella d'un anno fa; ma alla madre, che vuol porre al sicuro suo figlio, ciò è necessario.„

“Dovunque io mi trovi, gli scelerati non oseranno toccare il mio Gabriello: io lo difenderò colla preghiera, colle strida, colle armi se fia d'uopo. Non l'abbandonerò mai; chi vorrà stendere la mano su lui dovrà prima uccidere sua madre.„

“O Agnese, tutto ciò è nobile, è santo; ma la natura non è sodisfatta da questi eroici propositi. Vi è chi vuole, e chi deve dividere i vostri pericoli. Quel desso son io„.

“Ma nel proteggere Gabriello non vi è lecito mettere un'altra volta in pericolo l'onore di sua madre....„ soggiunse con eguale risolutezza Agnese.

“Dubitate voi di me? Oh, allora, fra due mali, fra due incertezze, spetta a voi sola la scelta„.

“Io ho fede nella vostra generosità; ma questa fede, fosse anche la più viva e provata, non mi autorizza a scordare i riguardi che debbo a me stessa. — Ciò che è avvenuto, non mi ha tolto ogni speranza di riabilitarmi dinanzi alla mia coscienza ed agli uomini: io debbo volgere ogni mia azione a questo scopo.„

“Temete il mondo, poveretta; e vi chinate dinanzi all'effimera autorità de' suoi giudizii?„

Agnese tacque.

“Vorrete dunque sacrificare la vita e la salvezza di vostro figlio al timore della loquacità de' miei cortigiani? Sappiate che l'arma della calunnia è inoffensiva in corte, perchè troppo abusata. Ciò che oggi lo sfacendato servidorame guarda sott'occhi e beffeggia, dimani trova degno di plausi e d'onori. Io ho l'arte di soffocare l'insultante sorriso, che vi fa paura; saprò (ve lo giuro) rispettare il vostro nome, e fare ch'esso sia rispettato da tutti.„

Meravigliata della franchezza di queste parole, Agnese non insisteva nella sua ripulsa; ma, con un'aria di aspettativa angosciosa, invitava il conte a spiegare più chiaramente le sue intenzioni. — Tali parole riescivano ancora più misteriose a Canziana; ella voleva ardentissimamente il meglio della sua padrona, ma non sapeva dove cercarlo, a che e a chi fidarsi.

“Uditemi attentamente, proseguì il conte. — Voi conoscete quali rapporti esistano fra me e il signore di Milano: non ignorate, che fino a questo giorno io ingannai la vigilanza de' miei nemici, che seppellii nel fondo dell'animo i miei sdegni, perchè si accumulassero, che posi in essi la mia ricchezza, la mia forza. Oggi mi sento forte e ricco; il modico risparmio di molti giorni è divenuto un tesoro. Il principe timido e docile, che studiava la capricciosa volontà di un parente, per piegarvisi, da questo istante vuol gettare la maschera. — V'ha fra i prìncipi un linguaggio che vince ogni ardita parola, che pareggia la stessa minaccia. — Se oggi Barnabò Visconti mi spedisse un suo legato, io non avrei che a rifiutargli un sorriso, perchè si rompesse la guerra fra me e il signore di Milano. — Ma non è ancor tempo di ciò. Il mio mutar di condotta vuol essere deciso, non imprudente. — La vostra apparizione al castello di Pavia sarà il primo passo verso un'esistenza più libera. Voi sarete il genio benefico che rompe un fatale incanto„.

“E i legami di parentela che avete stretto da poco tempo colla corte di Milano? e l'amore di Caterina Visconti?„

Lasciamo al lettore il definire se in queste parole si celasse un avviso od un rimprovero, se fossero dettate da sentimento di pietà, o da un sintomo inavvertito di gelosia. È probabile che vi entrasse un po' di tutto.

“Voi mi parlate di Caterina? Infelice creatura! Non fu mai fatto strazio più crudele della volontà di una donna. — Fanciulla, fu ceduta al migliore offerente; al Conte di Virtù piuttosto che ad altri, perchè il conte la chiedeva a più larghi patti. Sposa, si vuol fare di lei un secreto strumento del signor di Milano. La timida donna non è atta a tanto. — Una lettera di suo fratello Rodolfo la impegnava due giorni fa, in nome del padre, a spiare le mie intenzioni e a riferirle. Ella respinse la proposta; si chiama o si sente inetta a così odioso incarico. — Io ebbi nelle mie mani lo scritto dell'uno e la risposta dell'altra. Caterina è incapace a far male.„

“Perciò appunto io rispetterò la calma, di cui ella gode. La mia presenza potrebbe turbarla.„

“Se avete fede in me, se credete alle mie promesse, non dovete temere per lei. La fermezza, con cui vi do parola di volere rispettare i diritti di quella donna, deve essere una guarentigia sacra e solenne anche pei vostri. — Orsù Agnese; non create ostacoli alle mie risoluzioni. È tempo che il timido vassallo di Barnabò scuota il giogo, e ripigli la sua autorità. — Prima di amar voi, prima di sposar Caterina, io era secretamente legato alle sorti di vostro padre e de' suoi amici. Ho temporeggiato anche troppo.„