Di Barnabò Visconti e del suo governo si è detto nelle pagine antecedenti quanto basta a darne un'idea. Non sarà mestieri aggiunger molto per persuadere il lettore che egli fu uno dei peggiori nostri prìncipi. La fantastica crudeltà, il genio feroce di lui hanno tal fama, che sono passati in proverbio.
Altra volta, parlando dei Visconti e degli Sforza, mi provai a difenderli dai giudizj troppo severi degli annalisti posteriori. — Gli storici, o vinti o ingannati dall'influenza del dominio straniero, credettero tenere in credito i tempi loro, dipingendo con colori esagerati i precedenti. Soltanto chi guarda le due epoche ad una certa distanza, instituendo un accurato raffronto fra il bene ed il male delle due epoche storiche, potrà dare un equo giudizio di ciascuna. Se il bene è scarsissimo nell'una e nell'altra, il male, benchè molto in ambedue, permette una distinzione assai importante. — Nei nostri tiranni è a deplorarsi il delirio dell'uomo; nei dominii stranieri, che raccolsero l'eredità loro, è a combattersi un principio sovversivo d'ogni ragione civile. I primi versarono il sangue dei fratelli che non avevano abdicato ai diritti loro, e perciò si commovevano al vederli concultati; gli altri adoprarono la frusta, perchè il di più era troppo per una greggia di schiavi. In quelli, la successione è varia, alterna; i prìncipi miti e generosi ristorano bene spesso le stanche popolazioni dai sofferti oltraggi, e resuscitano l'amore della libertà, non morto, ma intorpidito nel cuore dei soggetti. In questi, il succedersi dei prìncipi è un fatto insignificante: sopravive ad essi, e regna con essi, il principio della conquista, che fa pessimi i cattivi, e non permette ai buoni di mostrarsi quali vorrebbero essere. Contro i nostri tiranni vediamo a quando a quando sollevarsi il popolo, per chiedere ed ottenere vendetta. Il suo sdegno, talvolta inopportuno, spesso, intemperante, è pur sempre generoso. Contro lo straniero una turba stanca ed avvilita non oppone che la infeconda virtù dei popoli oppressi, la rassegnazione.
Ad ogni modo, in un tempo in cui la nuda verità era tolta in sospetto, nulla di più provido che il mostrarla sotto un velo che l'adombrasse senza tradirla. La rivendicazione della fama dei nostri prìncipi non era soltanto un atto di ossequio alla storica imparzialità; ma diveniva un mezzo, l'unico mezzo possibile, per dire ai nostri oppressori: — nulla di più esiziale di voi; la tirannide dei nostri vecchi ci è più cara che l'ipocrita pietà dei vostri filosofi. Meno male la vista del sangue, che l'atonía, a cui voi ci condannate.
“Tra i nostri duchi alcuni furono ottimi; altri al livello dei tempi crudeli; pochi soltanto si mostrarono come un'odiosa eccezione della natura umana[76]„; e Barnabò fu appunto uno di queste. — La sua politica non ebbe mai uno scopo fisso; errò in balía di una volontà, che non aveva direzione o guida. Quando l'arbitrio suo era abbracciato per forza da tutti, e poteva essere lume o scorta alla condotta de' suoi soggetti, egli si ribellava contro i suoi stessi voleri. Fu crudele, dispotico, sanguinario, pel solo diletto di provare al mondo ch'egli era potente. Nemmanco a caso gli sfuggì un atto generoso; non premiò alcuno fra quei pochi che gli erano o gli si mostravano affezionati. Eppure la stessa ferocia e la gelosa tenacità del comando svilupparono in lui una delle più pregevoli doti di un principe. Egli non fu servo ad alcuno; non si piegò a preghiera, e molto meno a comando o ad autorità altrui. Il suo volere fu legge per tutti entro i confini del suo piccolo stato; e non subì mai influenza dal di fuori. Ebbe più volte la fortuna avversa; e l'affrontò con coraggio. Conscio del pericolo, ma confidente nella propria stella, ne escì sempre col minor male.
Agli sdegni della corte d'Avignone oppose l'indifferenza e lo sprezzo. La lotta tra lui e la Chiesa durò quanto il suo governo; nè mai si ritrasse da' suoi propositi per minaccia di nemici o per lusinga di alleati. La sua coscienza, corazzata di un cinismo invulnerabile, lo rese impavido e sereno sotto il peso delle scomuniche che a quei dì facevano tremare i suoi pari. Non rinunciò alle sue pretensioni su Bologna, anche dopo la scomunica di Innocenzo VI. — Grimoaldo, abate di S. Benedetto, colui che per ordine di Barnabò aveva dovuto inghiottire la bolla pontificia sul ponte di Marignano, divenuto papa col nome di Urbano V, volle vendicare l'oltraggio fatto ad un legato della corte romana scagliando l'interdetto contro l'empio violatore del diritto delle genti. Barnabò permise che l'arcivescovo di Milano si presentasse a lui, e gli porgesse il breve pontificio; volle anzi sentirsi dichiarare eretico e scomunicato: poscia, con quel piglio che non ammetteva remissione, lo fece inginocchiare davanti a sè, e gli disse in barbaro latino — “non sai tu, o poltrone, che io sono papa ed imperatore nelle mie terre?„ — e, come se ciò fosse poco, scomunicò alla sua volta il papa, e costrinse un prete a leggere in publico la bolla dell'interdetto.
Gregorio XI lo percosse una terza volta colle armi spirituali per le inaudite crudeltà commesse contro i guelfi. Quest'ultima prova non ebbe miglior successo delle altre. — Le ripetute irrisioni suscitarono due crociate contro di lui. Armeggiarono in suo danno l'imperatore, Giovanna di Napoli, il marchese di Monferrato, gli Estensi, i Carraresi, i Gonzaga. L'esercito della lega s'ingrossò d'Ungari, e d'Inglesi. Barnabò, principe debolissimo a fronte di un nemico tanto formidabile, malsicuro della fedeltà de' suoi sudditi, prosciolti dai giuramenti in virtù dell'interdetto, capitano impetuoso ma ignaro dell'arte militare, eluse i disegni della crociata; ed, ora schermendosi coll'inganno, ora stancheggiando il nemico colle tregue, costrinse la lega a firmare una pace meno indecorosa per lui che pe' suoi potenti avversarii. Dopo di che, il principe, dianzi spodestato e messo al bando, divenne più imperioso, più temuto; dai nemici, e meglio obedito dai soggetti.
Quando l'imperatore Carlo IV lo privò della dignità di vicario imperiale, egli mostrò di aggradire questa prova di sdegno, dicendo: — non essere egli vicario di alcuno, ma signore assoluto dei proprii stati.
Un'altra lega, non meno potente della prima, si strinse allora a suo danno. Questa volle far precedere le negoziazioni alle ostilità. Trattavasi di convincerlo essere per lui cosa equa ed utile il deporre le sue pretensioni sulle terre spettanti alla s. Sede. Barnabò, poichè ebbe ascoltato i ministri della lega, li chiamò pazzi, e come tali li costrinse a vestire abiti bianchi ed a montare su ridicoli ronzini; poi a furia di popolo li mandò in volta per le vie di Milano; e, prima di congedarli, li fece sostare due ore alla porta della città, perchè raccogliessero le fischiate e le villanie della plebe.
Ma tali eccessi, che attestano una libidine di potere ed una temerità del pari stolte ed estreme, potevano in qualche modo tornare utili e graditi a' suoi soggetti? Le continue guerre esaurivano il tesoro; i balzelli e le concussioni, poichè i mezzi ordinarii erano insufficienti, dovevano ristorarlo. In mancanza dello spontaneo concorso de' suoi cittadini, stanchi di sostenere col denaro e col sangue le sue stolte imprese, dovette più volte, con orribili minaccie e con castighi ancor più orribili, richiamarli all'obedienza. A Modena raccolse una parte del suo esercito disperso, punendo i morosi con supplicii inauditi. La fortuna non gli era sempre propizia; parziali sconfitte gli fecero perdere Bologna, Modena e le terre finitime. Reduce dalle sue temerarie spedizioni, egli ebbe solo a rallegrarsi d'aver prodigiosamente poste in salvo la persona e la sovranità, e di conservare intatto il suo coraggio per una vicina riscossa.
Delle leggi interne non si occupò gran fatto. Le buone, prezioso avanzo del governo popolare, raccolte e sancite dai suoi predecessori, non abrogò; ma, lasciandole neglette nel corpo degli statuti od affidandone l'osservanza ed il profitto ai magistrati, ne permise, e quasi ne protesse la violazione. Egli intanto attese ad infarcire un codice fin troppo saggio pei tempi, con una prodigiosa congerie di decreti, consigliati dal capriccio, o suggeriti da un improvido zelo, ma più spesso dettati dalla sua natura feroce e capricciosa. Alle pene pecuniarie sostituì le corporali; e fu abile maestro non solo in applicarle ai minori reati, ma in crear nuovi e stranissimi supplicii; ed alla mostruosa violazione delle leggi di natura egli aggiungeva sempre la derisione, provocata dal suo carattere brutale e motteggiatore. — Eccone un esempio. Le vie di Milano, specialmente la notte, erano malsicure. Saggie e severe leggi erano state emanate in proposito avanti il governo di Barnabò; la più ovvia fu quella, che ingiunse ai passaggeri di munirsi di face o di lampione, sotto pena di multa o di prigionia. — Barnabò volle che nessuno, per qualsivoglia motivo, osasse metter piede fuori di casa dopo un'ora di notte; e a chi fosse trovato per istrada faceva amputare un piede, dicendo che il colpevole doveva punirsi in quella parte del corpo, che aveva violato la legge. Colla scorta di un tale criterio punitivo, volendo tenere in freno le fazioni, dannò a morte chi parteggiasse per l'una o per l'altra; e fece tagliar la lingua a chi pronunciava soltanto i nomi di guelfi e di ghibellini.
Devesi all'incuria del suo governo la diffusione della pestilenza, che desolò la città di Milano nell'anno 1361. Ottime leggi sanitarie, sotto il governo di Luchino, l'avevano preservata. Ma Barnabò, o per sprezzo di quanto non emanava da lui, o peggio per l'inumana vista che la minaccia fosse ottimo mezzo di freno e d'intimidazione, non oppose alcuna resistenza al progresso del morbo, il quale nella sola Milano mietè oltre settantamila abitanti.
Intanto egli, per sfuggire al pericolo del contagio, si chiuse nel castello di Marignano. Ivi ingannò la noja della solitudine fra cortigiani e giullari; e, per ischerno alla publica sciagura, raddoppiò le imbandigioni e le orgie. — Cessata la peste, l'altra calamità, sua indivisibile compagna, afflisse il popolo milanese. La carestia, cagionata dall'inclemenza delle stagioni e dalla negletta agricultura, accrebbe, se era possibile, la miseria publica. Barnabò non si diede alcun pensiero per temperare i mali del suo paese. Il signore di Marignano, salvo dalla peste, potè schernire più sfacciatamente la carestía. Non furono mai tanto rumorose ed allegre le caccie del principe, come in quest'epoca; con quante prepotenze verso i suoi vassalli, con quanto danno dei campi, crediamo d'averlo già detto. Si è pure di già accennato come egli alleviasse le sue spese private, obligando i vassalli a nutrire parecchie migliaja de' suoi cani, e a renderne conto, (e qual conto) ad epoche determinate. Condannò ad atroce pena corporale un giovinetto, che raccontò aver sognato di cacciare un cinghiale, e prescrisse che i notaj criminali cominciassero a fruire del publico stipendio solo quel giorno in cui provassero d'aver consegnato al carnefice un ladro di selvaggina.
Siamo ben lontani dall'aver compiuto il sommario delle crudeltà di questo principe. Ma il lettore ne è sazio, e poichè egli non ha bisogno d'altre prove, tiriamo di buon grado un velo su questi vituperi che degradano la dignità dell'uomo.
Quanto doveva essere trista la condizione del popolo milanese costretto ad obedire ad un principe di tal natura! Il governo di Barnabò era reso ancora più duro ed intolerabile dal confronto con quello di Azzone e di Luchino, l'uno mite, l'altro severo, ma giusti ambedue e sapienti. Lo spirito di ribellione cresceva a misura che andavano aumentando i delirii di questa fiera. Ma ogni conato era inutile. Gli elementi di una cospirazione vasta, e certamente vittoriosa, esistevano nel cuore di mille e mille cittadini; ma lo stringere le sparse forze degli individui nel fascio, che rende invitta la scure del popolo, diveniva un'impresa, più che ardua, insensata. D'altra parte, le congiure a quei tempi non avevano che una sola mira: quella di liberare il paese dal tiranno, vendicando il sangue col sangue. Il privarlo delle sue forze, o il sollevare contro lui forze maggiori onde l'uomo debole e degradato sopravivesse a sè medesimo ed alla propria potenza, era un'arte ignorata, frutto di tempi più civili e di consumata esperienza della sventura. — Fatto è che Barnabò ebbe lungo regno; e che contro lui non si levò mai una mano vendicatrice.
Il secreto interprete delle ire impotenti dei milanesi era il Conte di Virtù, il quale teneva d'occhio la corte e la città di Milano, e ne spiava i procedimenti ed i voti, meglio che non facesse Barnabò, in uno co' suoi figli e con Medicina.
Giangaleazzo sapeva che presso di sè, e nello stesso suo castello, si tenevano pratiche col signore di Milano. Egli non disperse però le sue forze nella ricerca degli infidi: ma si giovò dell'opera loro per spargere sul proprio conto notizie ingannevoli, e per crescere e rassodare la cieca confidenza dello zio.
Vero è che il pensiero di affrettare la vendetta, nato dal suo nuovo incontro con Agnese, lo aveva quasi indutto ad abbandonare il consueto riserbo, onde colpire Medicina, ancora più odioso e scelerato che lo stesso Barnabò. Gli sorrideva la speranza di potere raggiungere e percuotere colla sua spada l'infame ciurmatore. Ma abbandonò anche questo pensiero; perchè uno sdegno subitaneo e generoso gli parve meno sicuro che una lenta e ben preparata punizione. — Benchè egli godesse nel suo stato di quella sicurezza, che è la forza di un principe mite e generoso; benchè il suo governo fosse una favorevole eccezione pei tempi che correvano, e diventasse un modello di moderazione, a confronto dei governi vicini e delle recenti tirannidi di suo padre; pure egli non osò mettere a prova la fedeltà e il valore del suo popolo, levandolo in armi e spingendolo inconsideratamente nelle incertezze della guerra. Un'altra via, più lunga ma certa, lo doveva condurre alla fortunata meta.
Lunghi mesi di aspettativa pose egli tra il concetto ed il fatto. — Stancò l'impaziente rabbia de' suoi nemici con una mansuetudine che ne disarmava la mano. Lo scudiero di Caterina corse più e più volte da Pavia a Milano, recando null'altro che le ripetute istanze della sua padrona, e riportando promesse vaghe, rimandate ad un'epoca più o meno vicina, che non arrivava mai. Le relazioni, che venivano fatte a Barnabò sul conto di suo nipote, lo lasciavano troppo tranquillo. Il signor di Pavia nella mente dello zio spendeva la giornata in opere di pietà, interrompeva le consulte per ricordare a' suoi ministri esservi un Dio giudice e punitore dei potenti; non compariva in publico che accompagnato da numerosa scorta di cavalieri; ed infine sollecitava dall'imperatore Venceslao la dignità di vicario imperiale, sdegnosamente rifiutata da Barnabò. — E le parole sue, come i suoi atti, erano sempre, od apparivano, il frutto di un animo timido, irresoluto, ossequioso.
Agnese, penetrato il secreto di questa condotta, l'avvalorava de' suoi consigli; ed aveva fede nell'avvenire. Non così Caterina; le speranze continuamente deluse accendevano vieppiù i suoi sdegni e sviluppavano in una natura fiacca ed impotente una volontà intolerante d'ogni indugio e più che mai cupida di vendetta.
Passò tristamente l'inverno del 1385 per la corte di Pavia. — Il conte ed Agnese fiutavano quell'aria pregna di miasmi, che precede lo scoppio della bufera. Un sorriso artificioso ed ironico da qualche tempo posava sulle pallide labra di Caterina. Le veniva riferito dal fratello, che Barnabò, trovando esausto l'erario, a motivo delle splendide doti assegnate alle molte sue figlie, aveva finalmente risoluto di ristorarlo colla conquista di Pavia. Non s'aspettava che la buona stagione per mettere in atto il disegno. — La conclusione di quella notizia era la seguente: egli, cioè Rodolfo, avrebbe pensato di vendicarla delle offese ricevute da suo marito; lasciavasi poi a lei sola l'incarico di punire, come meglio credesse, la sua rivale.
Tutto ciò venne a notizia del Conte di Virtù. Gli fu riferito ancora che Barnabò pensava ad un futuro riparto dello stato fra i suoi figliuoli; per la qual cosa, se egli fosse venuto a morte improvisamente, la signoria di Milano verrebbe suddivisa in tante parti quanti erano gli eredi di lui. L'impresa sarebbe allora divenuta più difficile: era necessario affrettarla.
Sulla fine d'aprile, Giangaleazzo indirizzò a suo zio una lettera piena, al solito, di frasi umili e devote. — In essa gli ricordava i vecchi legami di sangue, che lo facevano superbo di chiamarsi suo nipote. Gli rammentava inoltre che quei vincoli erano stati ribenedetti dalle nozze di lui con sua cugina, ond'egli aveva acquistato il diritto di chiamarsi suo figlio. Della freddezza, che regnava fra le due corti, incolpò le preoccupazioni del governo; le quali, se assorbivano gran parte della sua meschina esistenza, non gli chiudevano però il cuore alle voci della natura. Pesava sul suo animo il rimorso di non avere fino allora mostrata al mondo tutta la riverenza ch'egli nutriva per un sì nobile principe e per un parente tanto affettuoso. Gli annunciava che, come ammenda de' suoi peccati e pel bene dell'anima sua, gli era stato imposto di recarsi in sacro pellegrinaggio al Monte sopra Varese, per ivi sciogliere un voto alla Vergine. A tale scopo egli doveva passare da Milano ai primi di maggio, ed arrestarsi un giorno nel castello di Porta Giovia. Chiedeva allo zio di poter avere in tale occasione l'onore di baciargli la mano. Che se poi, come caparra d'affetto o di perdono, il nobile parente avesse assentito di unirsi a lui nella pia impresa, egli lo seguirebbe a manca del suo cavallo, e gli porgerebbe la staffa in salire, come suo scudiero. Concludeva dicendo che a Dio ed alla Vergine riescirebbe più gradito il voto, quando fosse consacrato da quest'atto di spontanea ed amorevole conciliazione.
Questa lettera produsse l'effetto che il conte s'era aspettato. — Barnabò trovavasi in mezzo a' suoi figli, quando la ricevette. L'aperse, e riconobbe, senza guardare la firma, i caratteri del nipote. Il suo volto, che prima era torvo, si fece piano e sereno su quei caratteri. Avviata la lettura, mano mano ch'egli scorreva le righe ed affoltavasi nel leggerle e nel pronunciarle, la sua fisonomia ripigliava la consueta aria burlevole, che era sintomo di buon augurio pe' suoi famigliari. Quando l'ebbe scorsa tutta, la ripiegò sghignazzando. A quell'improviso accesso d'ilarità, tutti guardarono in viso al padre; ma nessuno osò interrogarlo. Lo stesso Barnabò non volle defraudare i suoi figli di ciò che lo metteva di buon umore; fe' cenno a Rodolfo, che gli si avvicinasse, e gli diede a leggere il foglio. — Lesse questi, e sorrise per fare la corte alla paterna ilarità, poi consegnò lo scritto ad altro de' suoi fratelli:
“Che ne dite del nostro caro parente?„, chiese Barnabò a suo figlio.
“Dico, soggiunse Rodolfo, che quando la preda cade da sè nella tagliuola, non c'è merito pel cacciatore. Ma pure, o volpe o lupo, ch'ella sia, non conviene lasciarla scappare„.
“A lupo o volpe di questo pelo io fo sciogliere il laccio.„
“Oh, oh, davvero?„
“E poi, se la paura rende l'animale poltrone a segno da non lasciarlo fuggire, io lo scuoto colla punta dei miei calzari e lo fo trottare lontano, perchè i miei valletti l'atterrino a colpi di pietra o di bastone. Prede di questa razza non meritano d'essere toccate dalle mie armi„. — Tali parole erano dette con un tuono di scherno, che vuol essere indovinato.
Rodolfo, incoraggito dalla confidenza che suo padre gli mostrava in un affare di tanto rilievo, abbandonò il traslato, e prese a spiegare con calma e chiarezza i suoi progetti. — Secondo lui, salvo il dovuto rispetto a Sua Grazia, Barnabò avrebbe fatto bene a gradire l'invito del nipote; quando poi il Conte di Virtù si trovava nel castello di Porta Giovia, bisognava cingerlo d'armati, e forzare il presidio alla resa. Rodolfo assicurava di aver pronte a ciò alcune migliaja di fanti e di cavalieri; insisteva nel decantare la superiorità delle forze di suo padre; ed augurava a sè stesso l'onore di una sì bella e sicura impresa. Ma Barnabò trovava magro mercato lo spendere tanta forza per accalappiare un coniglio. Disse, che ad assediare il castello di Porta Giovia, difeso da suo nipote, avrebbe giovato una confraternita di mendicanti o il capitolo di una chiesa, meglio che non le migliaja di alabarde e di cavalli apprestate da suo figlio.
Non aggiunse altro, nè dichiarò quale fosse il suo progetto, ma stabilì dentro di sè di accettare l'invito del conte e di unirsi a lui nel progettato pellegrinaggio. Gli sorrideva alla mente il pensiero di averlo per alcun tempo ospite nelle sue terre; voleva approfittare di questa bella occasione per assaggiarne le idee, le intenzioni, le speranze. Quello che suo figlio progettava pel momento dell'arrivo, potrebbe ancora farsi al ritorno. Intanto egli non lascerebbe di far parere bella al nipote la vita solitaria dei monaci di sopra Varese. — “Chi sa,... diceva egli tra sè, colui è sì impacciato in mezzo al mondo!.... un sajo bruno gli deve stare a meraviglia! e se me ne posso liberare a questo modo, tutti diranno che abbiamo fatto bene e l'uno e l'altro. C'ingrasserei a vedere quel bonaccio incappucciato; mi dà tanto fastidio il sentirlo gemere sotto l'elmo e la cotta!„
Questa era una prova. Se essa falliva, se il nipote non s'innamorava dell'aria pura del monte e della beatitudine di un chiostro, qualche altro ripiego più diretto e più efficace doveva tornar buono; in ultimo, quello proposto da suo figlio Rodolfo. Perocchè anche nella mente di Barnabò era ferma l'idea, che il Conte di Virtù non doveva tornar più signore di Pavia.
Con tali intendimenti rispose al nipote: avere egli benignamente accolte le sue parole; in prova di che accettava la sua compagnia per la divisata spedizione. Si stabilì che i due prìncipi s'incontrerebbero in Milano il giorno 6 del prossimo maggio, all'ora meridiana.
Questa risposta era affatto ignorata a Pavia. — La stessa Caterina ne ebbe notizia dal fratello, il quale, nell'accennare la probabile riescita del comune progetto, non dissimulava qualche impazienza e qualche timore.
Il conte disponeva ogni cosa per il buon successo de' suoi disegni; ma sapeva sempre coprire le arti sue colle apparenze le più ingannevoli. Non così a Milano: nella numerosa e ciarliera corte di Barnabò, i figli e i famigliari non facevano altro che discorrere di questo strano incontro; e ciascuno vedeva la cosa a suo modo; ognuno aveva la sua proposta a fare.
Chi più d'altro provò meraviglia e dolore all'annuncio di una riconciliazione, tanto impreveduta e inopportuna, fu Medicina. Il quale, senza provare le velleità guerriere di Rodolfo, nè la noncuranza e lo sprezzo del padre, conoscendo meglio che ogni altro il Conte di Virtù, negava fede alla vantata sua moderazione. — Guai per lui, se fosse stato vero che lo zio ed il nipote s'erano riconciliati: egli perdeva la speranza di far rifiorire il suo commercio fondato, come ognuno sa, sul disaccordo e sulla diffidenza delle due corti. Poi v'era un'impresa lasciata a mezzo, che già gli aveva cagionato un rodimento, uno sconforto indescrivibile. Vogliamo parlare dei casi d'Agnese, che invece di allontanarla dal conte, com'era sua speranza, l'avevano sì imprevedutamente ravvicinata a lui. Le sue scelerate intenzioni erano dunque scoperte da quest'ultimi fatti, dalle parole d'Agnese, e dalle probabili rivelazioni del Seregnino; che dopo quel dì non si era più veduto, e che, a quanto dicevasi, si era fatto un uomo da bene alla vista della forca.
Medicina avrebbe dato un occhio perchè l'incontro non avesse luogo; e, quando l'impedirlo fosse cosa assolutamente impossibile, avrebbe almanco voluto che messer Barnabò se ne valesse per pigliare il sopravento sul nipote, od anche solo per interromperne i sospettati disegni. — Intanto, per volere di Rodolfo e per conto proprio, si diede con ogni sollecitudine a cercare mezzi, arti, ripieghi, inganni onde la divisata spedizione fosse sospesa o rivocata. Si giovò della confidenza che in lui riponeva Barnabò, per accendere nel suo animo il sospetto: e, quando vide che ogni artificio umano riesciva inefficace, ricorse alle divinazioni ed alle stelle, e coll'ajuto della scienza e col mezzo di Canidia, formulò un responso minaccioso, che avrebbe dovuto far cangiare pensiero a Barnabò, se egli avesse conservato quel rispetto alla scienza che aveva dimostrato in altra occasione[77].
Ma Barnabò, che questa volta voleva interrogare l'uomo e non il cielo, accettò con animo indulgente i consigli di Medicina; perchè glieli aveva dimandati, ma s'irritò contro le stelle, che rispondevano senz'essere richieste. Le arti malefiche potevano inspirargli un pensiero, quando la sua mente fosse vuota; potevano convalidare un suo disegno, qualora egli fosse dubioso; ma non mutare, ciò che egli aveva fermamente deciso.
Era il mattino del sei maggio, il giorno del convegno, e Medicina non aveva fatto accettare a Barnabò nessuno de' suoi consigli. Solo tra lui e Rodolfo si erano, giorni addietro, pigliate le opportune intelligenze perchè la città in quel dì fosse guardata da un corpo di milizie assai più numeroso del solito. Il pensiero di un colpo di mano sul castello di Porta Griovia non era stato abbandonato; i mezzi ad effettuarlo erano pronti. La Rocchetta di Porta Romana ed il palazzo di Barnabò brulicavano di gente armata. — La città era, o pareva, in festa.
Il Conte di Virtù, all'albeggiare di quel giorno, accompagnato da' suoi officiali Giovanni Malaspina, Jacopo dal Verme, ed Ottone da Mandello, e seguito da quattrocento lance, fra cui brillavano i suoi più fidi e valorosi cavalieri, montò in sella, e si diresse di buon passo verso Milano. Il viaggio fu sollecito e senza avventure.
In quello stessa mattino, poche ore dopo la partenza del Conte di Virtù, il messo secreto di Caterina, reduce da Milano e portatore di un'altra lettera di Rodolfo Visconti, entrò nel castello di Pavia; e, venuto alla presenza di Sua Grazia, da perfetto cortigiano, piegò un ginocchio a terra, e porse sur un bacile d'argento il messaggio diretto alla principessa.
Caterina, in quel momento più impensierita del solito, raccolse il foglio con manifesta trepidazione, ne ruppe il sigillo colla mano tremante, lo spiegò, e lesse sotto voce le seguenti parole.
“Sta di buon animo, o sorella. Dimani (il foglio portava la data del giorno 5 maggio) Pavia obedirà a te sola. — Tre mila alabarde ed altretanti cavalieri aspettano un mio cenno per operare il prodigio. — La residenza di Porta Giovia diverrà un carcere; chi v'entra oggi da padrone vi rimarrà dimani qual prigioniero. — Nostro padre ci applaude. — Penso a te, mia diletta; penso alle tue, alle nostre vendette. Vivi felice.
Rodolfo.
Signore di Bergamo e di Soncino.„
Queste poche parole decidevano una questione lungamente discussa e rimasta sempre sospesa. L'urgenza dei fatti richiedeva una pronta soluzione; questa era la più lusinghiera. La buona novella dissipò le nebbie ipocondriache che intorbidavano la mente della principessa, e richiamò sulle sue labra quasi livide un sorriso di compiacenza, che parve al fido cortigiano la caparra di un generoso premio.
Costui aveva inoltre l'incarico da Rodolfo di spiegare alla sorella, perchè non conveniva farlo per iscritto, i motivi che lo determinavano a rompere gli indugi, e le circostanze che gli garantivano un buon successo. E in questa missione il manieroso scudiero trovò una lena insolita. Egli, che si sarebbe fatto in pezzi per rattenere quel fuggevole sorriso che lo aveva reso beato poco prima, raccoglieva ogni minuta circostanza, e l'esponeva coll'eloquenza della passione, onde convincere la signora essere ormai certo e prossimo il suo trionfo. — Caterina aveva bisogno di ciò. Poche ore prima, al momento di veder partire il corteggio, aveva trovato suo marito altr'uomo da quello che era stato fino a quel giorno. Egli montava in sella, e passava in rassegna le quattrocento lance con un ardore sì nuovo, con un'aria sì balda e sicura, che sconveniva ad uomo come lui, e molto più al devoto che si dispone ad un pio pellegrinaggio.
La lettera di Rodolfo e le parole dello scudiero tolsero ogni incertezza, e sospinsero la sua mente cedevole oltre i limiti di quell'aspettativa peritosa che vagheggia la vicina fortuna, ma non si abbandona del tutto alle sue lusinghe.
Ormai certa della vittoria, essa volle iniziare il suo solenne trionfo. Verso il mezzodì, precisamente a quell'ora in cui Barnabò e il Conte di Virtù s'incontravano in Milano, Caterina raccolse intorno a sè la corte: e come investita dell'autorità sovrana in assenza dello sposo, diede ordini, ricevette omaggi, dispensò grazie col sussiego di una regina.
Meravigliarono i cortigiani nel vederla sì apparecchiata al comando. — “Dov'è andata la novizia, l'acquacheta, la timidetta dei giorni passati?„, susurravano tra loro i cicisbei della corte, che credevano aver occhi di lince per penetrare checchè frullasse nella mente dei loro padroni. Ma non era il diletto del comando il solo fumo che salisse al capo della misera donna. Ella era ebra di gioia al pensiero di vendicarsi d'Agnese, e la sua vendetta doveva cominciare da quel giorno, da quel momento. — Se una voce amica le avesse detto piano nel cuore: rimetti a dimani i tuoi progetti, ed attendi d'aver la conferma delle notizie di Rodolfo, ella avrebbe risposto: ho tardato fin troppo; ora non è più possibile. Se il devoto scudiero aveva qualche potere sull'animo di lei, egli ne avrebbe fatto uso per spingerla ai fatti estremi; poichè appunto dalla compiacenza della vendetta consumata, il ribaldo cortigiano sperava il premio della sua complicità.
In mezzo alle dame, che facevano corona in quel dì alla principessa, brillava Agnese Mantegazza, non tanto perchè fosse la più bella, quanto perchè in essa si aggiungeva alla regolarità delle forme, ed alla maestà del portamento, l'espressione di una mente elevata, e di un cuore buono e generoso. Più volte Caterina aveva tentato d'abbattere co' suoi sguardi iracondi l'innocente supremazia della rivale; ma altretante volte gli occhi d'Agnese, prevedendo il maligno incontro, lo sfuggivano e mandavano a vuoto l'insulto della superba, punendola colla più gelida noncuranza. — Tanto più s'accese d'ira Caterina, che credeva d'avere cominciata la sua vendetta, e si trovava di fronte un nemico invulnerabile. Chiamò scherno l'imperturbabilità di chi non teme l'ingiuria; la dignità confuse coll'orgoglio. Certa che gli sguardi loro si erano incontrati, giudicò che l'accortezza d'Agnese nell'evitare la sfida, più che un atto di prudenza, fosse un'insolente provocazione.
Riescì non pertanto a moderarsi e a far rifiorire sul suo volto un sorriso. Tornò alla solita fantasticaggine dei discorsi: armeggiò colle ironie e coi frizzi. L'insolita sua vivacità raddoppiava la lena dei cortigiani. Lo adulazioni e le parole melate, le facezie e le insulsaggini si avvicendavano rapidamente, ora trionfanti dell'ilarità degli ascoltatori, ora sepolte modestamente dai motti incalzanti dei nuovi discorsi.
Il moderno costume non ha saputo bandire dai convegni l'adulazione; ma, nel tolerare che essa vi penetri, esige che almeno sia castigata, e sopratutto che parli sommesso. Anche in bocca al più impudente parassita sarebbe disdicevole e ridicolo ai nostri dì il pronunciare il panegirico del protettore, mentre egli è presente. — Lode e biasimo ci seguono alle spalle come lo strascico delle vesti tagliate all'antica. — Nel secolo di cui parliamo invece, la piacenteria e l'adulazione erano le tinte dominanti dei discorsi fra persone d'alta levatura. Si gareggiava di spirito per trovare traslati e concettini atti a creare meriti che non esistevano, o ad ingigantire virtù microscopiche. I potenti e i mecenati dal canto loro, con una toleranza ed una compiacenza egualmente marcate, si lasciavano portare sui trampoli della rettorica dagli adulatori, per sostenere davanti al mondo la parte di eroe in simili apoteosi da scena. Il linguaggio dei poeti aveva generata l'abitudine all'intemperanza delle imagini; e per conseguenza l'insensibilità alle vere e moderate parole. Lo stesso Petrarca non fu del tutto mondo da tale peccato; poichè questo commercio di leziosaggini diveniva una palestra di pedanti discipline; e in molti casi non era altro che ossequio alla moda. Hanno origine appunto da quest'epoca certe formole di servitù, colle quali salutiamo gli amici ed i conoscenti; formole in cui le parole hanno talmente perduto il loro significato primitivo, da farle credere reliquie di una lingua morta.
In questa occasione, vi fu chi entrò a parlare dei Visconti, ed a celebrarne la stirpe, le imprese, i campioni. Ogni membro di quel casato, morto o ancora esistente, aveva il suo tipo negli eroi e nei miti dell'antichità. Pareva che quelli e questi fossero stati i loro precursori. Taluno magnificò la sapienza di Matteo Magno; un altro l'animo invitto di Marco; un terzo la mitezza di Azzone, o la severità di Luchino. — Quando si parlò del Conte di Virtù, la gara si fece più viva e più concorde. Era il panegirico del santo che, nel suo giorno solenne, è sempre più santo degli altri. — La stessa Caterina che, secondo le nostre usanze, avrebbe dovuto accogliere in silenzio quelle proteste di ossequio, volle aggiungervi la sua parola. — “V'ha forse al mondo, disse ella, altro principe sì buono, che onori nella sua corte l'iniquo avanzo di una stirpe, che ha congiurato contro la sua casa?„
Nessuno rispose alla dimanda; perchè nessuno seppe se ciò fosse veramente un'interrogazione. Chi la pigliò per un bollore d'orgoglio a cui bastava rispondere con un inchino d'adesione; chi invece la stimò un dardo lanciato non del tutto a caso, ed aspettava di vedere dov'esso mirava, e quali cose metteva allo scoperto. Un certo numero, infine, tra i più destri, comprese che quel motto era una fardata bella e buona rivolta a qualcuno degli astanti. Tranquillo sul proprio sè stesso, ognuno cercava nei vicini il colpevole. Ma gli sguardi non ebbero ad errar molto per iscoprire dove, e contro chi, era rivolto lo strale.
Se l'infelice Agnese non avesse ascoltate le parole della sua nemica, doveva riconoscerne il valore dallo scandalo che si levò nell'adunanza, appena furono pronunciate. Ma quel motto era giunto fino a lei, perchè Caterina lo indirizzava a lei sola coll'occhio e colla voce. — Agnese ancora sì giovane aveva, in pochissimo tempo e in mezzo a tante vicende, guadagnato quella profonda esperienza, che suol essere l'ultima messe della vita per chi sta in pace colla fortuna. Eppure non aveva ancora provato una puntura tanto acuta e profonda come quella, che le veniva fatta in questo momento. Nelle parole di Caterina ella vedeva falsata e sconvolta tutta la storia della sua esistenza. Il nome di suo padre, vittima del più santo affetto, era bruttato di fango, e confuso con quello dei traditori; una grossolana contumelia le ricordava la sua miseria per poi rinfacciarle un beneficio, che ella aveva subíto, non implorato.
Ma Agnese non si mostrò abbattuta per questo. L'oltraggio era di tal natura che, invece di arrivare tutto allo scopo, risaliva in gran parte all'impura sua sorgente. La malvagia donna sorrideva; ma Agnese non avrebbe voluto essere nel grado di lei, e ridere come ella di un trionfo così indecoroso. Più di una parola le corse alle labra per ribattere l'insulto: fu ad un punto di spiegarsi, a costo di dimenticare dov'era ed in presenza di chi. Non lo fece, e per più ragioni. — Mirando in volto Caterina, e vedendola tanto deturpata dalla passione, ne provò ribrezzo, e temette di rassomigliarle rintuzzando l'ingiuria coll'ingiuria. “È meglio, diss'ella fra sè stessa, sopportare indifesi i colpi della perfidia, che raccogliere l'arma dei vili, per volgerla contro loro.„ Pensava poi a suo figlio; al pericolo cui verrebbe esposto se avesse provocato maggiormente lo sdegno della principessa. La toleranza, consigliata dall'amore di madre, non poteva essere una viltà: era più grande il coraggio del silenzio che non quello della riscossa. — Ammutolì, e per tutta difesa levò l'occhio non dimesso nè ardito, e, girandolo intorno a sè, ruppe colla fermezza degli sguardi le occhiate avide e maliziose che s'intrecciavano davanti a lei, e posavano sulla sua fronte, quasi volessero indovinarne i pensieri, e scoprirvi il resto di quella reticenza, che Caterina aveva abbandonata alla maligna interpretazione di tanti testimonii.
Al frizzo insolente tennero dietro un silenzio ed una svogliatezza generale. La conversazione andò languendo. — Il trionfo della superba rassomigliò ad una festa da piazza, sorpresa al suo bel principio da un acquazzone.
Sciolto il convegno, ogni cortigiano tornò alle proprie abitudini. Chi non aveva a meditare sopra sè stesso, e sopra i probabili vantaggi che sperava ritrarre dal suo mestiere, tornò colla mente alle insolite piacevolezze della signora, e si provò a spiegare l'oracolo delle sue parole.
Volle il caso che in quel giorno spettasse ad Agnese il servizio d'onore presso la principessa. — Fu ella un momento in forse di sciogliersi dall'impegno, adducendo qualche pretesto; ma non lo volle fare, perchè Caterina l'avrebbe accolto come una prova de' suoi trionfi. — Caterina infatti fu più indispettita di quella fortuita combinazione che non lo fosse Agnese: ma, pensando poi di farle pagar cara la sua imperturbabilità, si dispose a percuoterla con nuovi sarcasmi, ed a stancarla colle sue fantasticaggini.
Lo sdegno dei buoni è vivo, subitaneo, qualche volta intemperante; ma esso sbolle al primo sfogo, e non lascia dietro sè che il cruccio d'aver fatto male, e l'ansia di rimediarvi. — Negli animi bassi ed ingenerosi l'ira rade volte si trova allo stato di una passione ardente; essa è piuttosto il frutto di tanti risentimenti riposti e governati, come le usure dell'avaro; spesso è una lega ignobile in cui v'entra per buona parte la più bassa delle passioni, l'invidia. — L'ira in questo caso non erompe improvisa e quasi inconsapevole; disegna il suo avvenire, e misura i suoi passi, e quando s'accorge che arriva alla sua meta, e vi fa breccia, allora rimette i suoi conti alla vendetta, sua fida alleata. Perciò può dirsi che l'ira dei malvagi comincia, dove lo sdegno dei buoni finisce: l'una avvia la colpa, quando l'altro si sforza d'espiarla.
Tale fu il procedere di Caterina. Dal trovarsi sola con Agnese volle trarre partito per umiliarne la dignitosa alterezza. — Cominciò dall'essere più del solito strana ed assoluta ne' suoi comandi; e scorgendo la mansuetudine della sua vittima, invece di esserne disarmata, s'accese di più vivo corruccio, e sentì crescere la compiacenza di una sfida ineguale. — Non ebbe bisogno di cercare pretesti per venire alle parole umilianti. Velò i primi detti con un'ironia ancora più pungente della contumelia: poi, toltasi la maschera, proruppe in acerbe rampogne contro di lei. Le rimproverò la sua origine, il nome, la condotta, gli affetti; la ferì nella parte intima e più delicata del cuore; non rispettò in lei nè l'orfana, nè la madre egualmente infelice.
“Ma, vivadio — proruppe ella con occhio torbido e minaccioso, dopo un giro di falliti sarcasmi — il vituperio doveva aver un termine. Questo termine è segnato; e il vostro orgoglio subirà la meritata punizione.„
“Che feci io, o signora, per meritarmi l'ira vostra? — E perchè prorumpe essa così improvisa, senza darmi neppure il tempo di conoscere il mio fallo?„
“Impudente, voi osate rinfacciarmi la mia mitezza! Voi osate chiedermi perchè vi punisco oggi, mentre avevo il diritto di farlo il dì che voi poneste il piede in questa reggia? — Sta bene: sì; ho dimenticato me stessa; ho mostrato a vostro riguardo un'indulgenza indegna della figlia di Barnabò Visconti... Ma la donna e la principessa offese si risvegliano oggi...„
“Ah signora, per pietà, non mi giudicate prima di avermi intesa.„
“Aspettate, o madonna, che torni chi si piglierà cura di difendervi: non è vero?„ — ripigliò Caterina, con un tuono d'ironia che la rendeva quasi deforme.
“Io ho fede soltanto nella mia innocenza. Imploro, e piegherò il ginocchio a terra perchè la mia dimanda non sia respinta, imploro soltanto che voi vi degniate ascoltarmi.„
“È tardi.„
“Non è mai tardi per riaversi da un errore, per tornare sulla via della giustizia; credetelo o signora. Faccia il cielo che non possiate provar mai il dolore d'aver perseguitato un'innocente: è grave, è acuto il dolore del rimorso. Chi nega giustizia agli oppressi nega pane al famelico. Ah.... no, principessa voi non mi negherete giustizia... Dite, in nome di Dio, quali apparenze mi accusano, ed io m'affretterò a scolparmi.„
“Vi sono delle colpe che una donna non osa nemmeno svelare. Voi lo sapete. Ma non pensate di potervi nascondere all'ombra di un turpe mistero. Il mio cuore lo comprende, e lo esecra, ancorchè il mio labro rifugga dal pronunciarlo.„
“Troppo, o signora, troppo.„
“Assai meno di quanto fu fatto in mio danno. Voi mi avete tolta la pace del cuore; voi tentaste di togliermi la dignità di sposa e di principessa. Voi menate in trionfo una protervia che sprezza ogni sacro diritto, e vuol far legittimo lo spergiuro, il tradimento. Dite ora se la mia severità è soverchia.„
“Un'altra volta o signora, non per me, per colui che voi accusate mio complice, credete... I vostri diritti mi sono sacri, o principessa. Iddio lo sa. Ma perchè la mia innocenza rifulga ai vostri occhi abbagliati, è necessario che alcun altro si associi a me nel difenderla.„
“E ancora vi regge l'animo di parlarmi di colui? — sclamò Caterina con un'ira prossima al furore. — Miserabile; v'ingannate. Il conte saprà rompere delle lance in onore di una bellezza infelice; non potrà cangiar la colpa in virtù. Il vostro protettore tarderà ad accorrere alle vostre chiamate, parola di principessa.„ — Caterina diede a queste ultime parole un tuono così marcato, che destò un sospetto nell'animo d'Agnese.
“Perchè, voi dite così? Perchè il signore di questa terra, l'unico padrone in questo castello negherà a me quella giustizia, ch'egli accorda all'ultimo de' suoi vassalli? Oh, il Conte di Virtù, è giusto e generoso!„
“Il Conte di Virtù„... mormorò sottovoce Caterina mordendosi le labra, e lasciando morire la parola in un singhiozzo convulso.
Un breve silenzio tenne dietro a questa scena. Caterina, trascinata fuori della carriera di un contegno prudente, avida di gustare anzi tempo la gioja del suo trionfo, volle annunciarle, che il Conte di Virtù non sarebbe più tornato a Pavia. — Ma la parola opportuna a svelare il terribile mistero non le veniva alla mente. Pensò che aveva sopra di sè la lettera di Rodolfo: quelle brevi righe erano impresse nella sua memoria, come il responso di un oracolo infallibile. — In esse la notizia era francamente emessa, autorevolmente annunciata. — Non aggiunse altro: gettò ai piedi di Agnese la lettera, e, con un cenno altero della mano e del volto, le comandò di leggerla. Poi investendola con uno sguardo, in cui il disprezzo giungeva fino alla ferocia, volse le spalle all'infelice, e corse a rinchiudersi nelle sue stanze.
Come rimanesse Agnese dopo quella scena, è più facile ad imaginarsi che non a descriversi. Un tumulto strano di idee e di affetti le si destò nell'anima alla notizia della congiurata ruina del conte. La sciagura era sì nuova ed impreveduta, che non potè comprenderla ad una prima lettura dello scritto di Rodolfo. Tornò più volte sullo sciagurato documento; e, soltanto dopo una strana lotta di congetture, dovette alfine assicurarsi, che trattavasi di un fatto forse a quell'ora irremediabilmente compiuto. — A tanta sciagura rimase come insensata; l'affetto che nutriva pel conte, benchè fosse un sentimento ben diverso da quella passione che avea provato in altri tempi, bastò a commoverla fino alle lacrime; bevve tutto l'amaro di una sventura che la colpiva due volte, nella persona a lei cara e nella patria. — Ma un altro sentimento sacro del pari ed imperioso, surse fortunatamente nel suo animo, e richiamò all'ordine i sensi fluttuanti e smarriti. — Pensò Agnese a sè; non per se stessa, ma pel figlio suo. Era necessario non metter tempo di mezzo a risolvere. Bisognava abbandonare quel soggiorno; escire ad ogni costo da quel castello; cercare un asilo lontano dalle dolorose memorie della sua gioventù, lontano dalla patria, dove ogni affetto era rimunerato sì tristamente, dove ogni nobile speranza era suggellata dalla memoria di una disgrazia. Accettò con rassegnazione l'esilio e la povertà, come il naufrago accetta, qual porto di salute, il nudo scoglio che lo divide dagli abissi del mare. — “Partirò dimani; no, oggi stesso, sul momento.... La mia fida compagna non mi abbandonerà. Avrò meco il mio diletto Gabriello. Egli sarà il mio unico bene. Sarò povera; ma che monta? gustai gli agi, riconobbi da vicino le vantate delizie della grandezza. Preferisco la miseria, mille volte la miseria... è minor male la privazione del pane, che un superfluo pieno di tante amarezze.„
Rinvigorita da questa risoluzione, Agnese proponevasi di mandarla ad effetto il più presto possibile. — Ma mentre s'avviava ad escire dalla sala, taluno le si fece incontro, e le indirizzò la parola.
“Sua Grazia mi manda a voi„ disse egli. — L'interlocutore era lo scudiero, arrivato quella stessa mattina da Milano. La buona novella, di cui era stato apportatore, lo aveva notabilmente avanzato nei favori della principessa.
“Qualche nuovo ordine forse?„
“Sì; cioè, tale io lo credo, balbettava lo scudiero; un ordine non precisamente per voi, ma riguardo a voi.„
“Spiegatevi; io non vi comprendo.„
“Sua Grazia, con quella penetrazione che è sua propria, ha saputo leggere nel vostro animo un vivo desiderio, cui forse non corrisponde la franchezza della vostra parola. — Vi riesce grave il servigio della corte; ella ve ne dispensa.„
“Avete ragione; io non avrei osato chiedere, come un favore, quanto credo essere l'adempimento di un dovere. — Se in ciò vi è un mio desiderio, non è cosa che torni conto di consultare. Mi basta di aver prevenuto quello della signora. — Io mi allontanerò dalla corte oggi, tosto....„
“Ma.... invero.... — interruppe colla medesima dubiezza lo scudiero — non è intenzione di Sua Grazia, che voi partiate sì presto. Anzi, ella m'impone di notificarvi, che voi non escirete dal castello, che dietro suo ordine.„
“Il favore non è dunque completo?„ soggiunse Agnese non senza ironía.
“Abbiate pazienza; e abbandonatevi alla inesauribile generosità di Sua Grazia.„
“Sono dunque creduta colpevole, e trattata come tale.„
“Non è mio costume il sindacare le azioni de' miei signori — disse con affettata severità lo scudiero. — Per un fido servo, quale io sono, non vi può essere esitanza o dubio in tutto ciò che è chiaro e definito pel proprio padrone.„
“Dite dunque la mia sentenza.„
“Voi rimarrete in questo castello; ma dovrete cangiare il vostro quartiere, con una stanza meno decorosa e più ben custodita che vi sarà designata nella torre di ponente.„
“Prigioniera!„, sclamò Agnese con accento di desolazione.
“Questa parola non è escita dalle auguste labra della mia signora.„
“Ebbene, subirò la mia sorte rassegnata. Dite alla vostra padrona che io mi preparo ad obedirla; che io ho accolto quest'atto di severità con animo confidente di vederlo presto revocato. La giustizia può tacere un istante, non spegnersi nell'animo di Caterina. — Ho una grazia, a domandarle: mi si permetta almeno che due persone a me care dividano la mia solitudine. Dimenticherò chi mi ha privato della libertà, per benedire colei, che arrichisce la cella della prigioniera di due dilettissimi oggetti. — Posso io sperarlo?„
“Mi duole di dovervi disingannare. L'ordine è preciso.„
“Spiegatevi!„
“Voi dovete essere sola.„
Agnese proruppe in uno scoppio di pianto.
“Lasciatemi almanco, disse poi, che io li veda, che io li abbracci una volta. — È impossibile che un cuore di donna rifiuti ad una madre il conforto di vedere la sua creatura. Non fate quest'oltraggio a Caterina. Essa è migliore di quello che voi la giudicate. In nome di quanto v'ha di più sacro, io vi dimando un'ora di riposo vicino a' miei cari.... Colà troverò la forza di subire, come si conviene, il supplicio che mi è imposto....„
“È impossibile, impossibile. — La dimora che vi è destinata è pronta a ricevervi. Io ho l'ordine di guidarvi colà.„
“Senza speranza di una mitigazione?„
“Al contrario; vi autorizzo a sperare la grazia completa, se vi mostrerete docile a questo comando. Io riferirò alla principessa le vostre parole; io le parlerò delle vostre speranze. State certa, o madonna, che non avrete a pentirvi d'avere obedito.„
Queste parole, consigliate soltanto dalla necessità di consumare un atto di violenza senza divulgarne lo scandalo, indussero Agnese all'obedienza incondizionata. Ben poca fede prestava alle parole dello sgherro. Quel tuono di pietà mascherava malamente la più vile impostura. Ma il suo povero cuore soffriva troppo; e, in mezzo alle crudeli torture, anche una speranza debole ed indeterminata racchiudeva un conforto, che in quell'estrema miseria era provida cosa l'accarezzare.
Pochi momenti dopo, Agnese venne rinchiusa in un camerotto, posto al piano più elevato della torre di ponente. — Esso era angusto e scarso d'aria e di luce. Una vôlta affumicata, tutta cosparsa di ragnateli, quattro mura nude e polverose, un pavimento, su cui era impossibile riconoscere la pietra o l'ammattonato, sotto una crosta d'immonda scoviglia accumulata chi sa da quanti anni, costituivano la sua interna apparenza. Vi erano le suppellettili di stretta necessità; un saccone che serviva di letto, una panca che era l'unico sedile, ed un rozzo tavolo con suvvi un'idria ripiena d'acqua.
Benchè preoccupata da gravissimi pensieri, l'infelice Agnese, al metter piede in quel covile, ne rilevò tosto la nudità sucida e ributtante; e, per giunta a tanti mali, provò l'incorreggibile ribrezzo del dover rassegnarsi all'uso delle cose circostanti.
La nausea, questa aggiunta di pena non registrata in nessun codice, è difatto la più grave esacerbazione pei prigionieri che, avendo dall'educazione e dalle abitudini contratto speciali bisogni, sentono in modo speciale la privazione dei commodi e dei conforti che vanno congiunti alla vita libera.
L'assoluta parità di trattamento pel colpevole d'ogni classe, può quindi diventare una violazione dell'eguaglianza, cui l'uomo ha diritto in faccia alle leggi. — Questa non intende percuotere tutte le colpe nell'egual misura; sibbene vuol ritrarre da un grado di sofferenza appropriato al grado di colpa, la maggior possibile reazione verso il bene. — La pena non è mai un atto di vendetta, e non è solo un'espiazione succedanea al delitto, o un postumo di questo: ma è il rimedio che previene la ricaduta; è la quarantena di spurgo pei malati o sospetti di contagio. Come rimedio, dunque, la dose di essa dovrà misurarsi secondo la natura del male, e secondo il grado di toleranza dell'infermo. — Amministrarla a tutti in un'unica misura è propinare a questi il veleno, a quello non cagionar altro che un solletico passaggero.
Interrogate i carcerati, appartenenti a varie classi della società; dimandate loro quale è la parte più dolorosa della pena che subiscono. — Tutti risponderanno che la perdita della libertà è la privazione più grave; ma ciascuno avrà un modo speciale di giudicare e di sentire il resto della pena. A taluno riescono insopportabili l'angustia dello spazio, l'aria stagnante, l'inerzia delle membra: altri anzitutto esecra il cattivo nutrimento, il duro stramazzo, le catene pesanti: altri non sa rassegnarsi alla solitudine, al silenzio, o peggio alla compagnia dei tristi. Ma lo strazio privilegiato di alcune persone sarà lo schifo di quanto sta loro intorno. La lama detersa del carnefice è qualcosa di meno ributtante che la sordida mano del carceriere. L'uso può rendere tolerabili i ceppi, il digiuno, lo sciopero; ma nè il tempo, nè la ragione potranno mai abituare taluno alla violazione di quelle leggi di pulitezza che, apprese dalla prima educazione, diventarono una seconda natura. — Così mentre il vagabondo, avvezzo a serenare e a trovar confortevole il più sozzo tugurio, non prova alcun disgusto dello squallore del carcere; mentre il mendico talvolta finge la colpa per essere ospitato in un ritiro di pena, l'uomo educato deve esercitare una crudele violenza sopra sè stesso, per piegarsi al contatto degli oggetti che lo attorniano, senza che la pena abbia un più piccolo sconto per questo sopracarico di mali non preveduto dalla legge.[78]
Anche Agnese in quel momento scordò le pene del cuore, per sentire l'invincibile ribrezzo che le costava il dovere accomodarsi a quella lurida cameraccia. — Pensò l'infelice che le sue membra dovevano cercare il riposo su quello strapunto, tutto squarci ed untume, la cui tinta cupa ed incerta potevasi chiamare il colore dello sporco. Guardò l'idria, che sembrava brillare ad arte in alcuni tratti della sua convessità per crescere la nausea delle striscie che la vergavano di lordure, e degli orli bisunti e scheggiati che la coronavano. Rabbrividì al pensiero, che avrebbe pur dovuto accostare la bocca a quell'immondo abbeveratojo, forse inquinato poco prima dalle labra svergognate del bestemmiatore. Le parve che l'aria fosse pregna di miasmi da bordello, che le mura ripetessero parole oscene. — Soggiogata da insurmontabile fastidio, pensò che il palco drizzato all'aria libera, su cui il condannato non dà che una parte di sè alla mannaja, fosse qualcosa di più eletto, di meno sozzo. — Eppure, malgrado tanto ribrezzo, ella non poteva torcere i suoi sguardi da quel lurido corredo, finchè la nausea del cuore soverchiò quella dei sensi, e ruppe il fascino fatale.
Quando il sole sceso sull'orizzonte gittò alla sfuggita l'ultimo raggio sull'asilo della prigioniera, questa era immersa in altri e più gravi pensieri. — Ella rileggeva colla mente la storia della sua vita, e faceva confronto tra lo scarso bene e il molto male ond'essa era tessuta. Oh allora svanì la ritrosia all'uso delle immonde suppellettili! La vista di tanto squallore materiale, era un nulla a petto dell'urgenza dei desideri e degli affetti, che le ricordavano una ben più orribile miseria.
In questo mezzo, si destò più vivo che mai il pensiero di suo figlio: ma quel pensiero, in cui s'infervorava un amore oltraggiato, generò in lei un'ansia, una necessità, un delirio ognora crescenti. — Disconfessò le inutili ritrosíe di poco prima, pensando che il tugurio sarebbe diventato una reggia, quando fosse diviso col suo Gabriello. — Dimenticò chi era Caterina per volgere a lei mentalmente una preghiera piena d'affetto e di ossequio; avrebbe osato perfino chiamarla clemente, generosa, se le avesse concesso come una grazia ciò che Dio e la natura le davano come un diritto. Raddolcita alquanto da questo pensiero, cercava di consolarsi nella certezza che il suo bambino, ormai divezzato dalla madre, era così sicuro in grembo a Canziana, come vicino a lei. Poi le sembrava che la momentanea lontananza avrebbe accumulato un tesoro di gioje pel dì, pel momento, forse non lontano, di rivederlo. — Ma un istante dopo, tutto ciò le sembrava scarso, vano, insipido; e cedeva al più imperioso bisogno di vederlo, di ascoltarlo, di prodigargli, com'era solita, mille carezze. Se il dar del capo nelle muraglie le avesse lasciato una debole speranza di scampo, si sarebbe lanciata contro di esse. Se avesse potuto colle mani smagliare la grata che muniva la feritoja, avrebbe fatto ogni sforzo per escirne e lanciarsi a corpo perduto nell'abisso sottoposto. — Ma ogni tentativo era inutile; ogni progetto insano; ogni speranza temeraria: bisognava attendere nell'inerzia che Dio toccasse il cuore all'autrice de' suoi mali.
L'ultimo raggio di sole fu per lei come l'addio di un caro che parte; il lento scomporsi delle forme, invase dalle tenebre, era l'imagine materiale dell'amaro disinganno, in mezzo al quale si dileguavano le sue speranze.
Il crepuscolo è l'ora dei gravi pensieri. La vita dell'universo sembra allentarsi; i polsi del gran colosso sociale battono più radi e più profondi. Nel mondo materiale il cadere del giorno è il punto intermedio fra la vita che produce e quella che consuma. Nel mondo intellettivo è la tregua che ristora le forze dello spirito per spingerle poi nel silenzio della notte più vigorose e compatte alla conquista della verità. — Questa è l'ora della stanchezza per l'artigiano; delle meste ispirazioni pel poeta, del rimorso pel malvagio; del disinganno per l'ambizioso; del rendiconto per tutti. I felici della terra, che non isprecano un palpito senza profitto, la riguardano come il soprapeso della vita. — Se il sorgere della notte li coglie solitarii, rinvengono da quella protervia, che assicura loro un dimani così ridente come l'oggi. Davanti alla maestà del cielo ravvivato dalla prima stella, l'uomo comprende la sua pochezza, l'empio abbassa gli occhi, e il libertino comanda che sieno accesi i doppieri, per affrettare la notte completa, promettitrice di gioje e d'ebrezze artificiali.
Ma l'anima più contristata è quella del prigioniero. La luce diurna penetra scarsa e discreta attraverso la doppia grata, e gli reca ogni mattina una speranza; e la speranza si dilegua con essa al cadere d'ogni giorno. — Mentre si sospendono le industrie del popolo, ed il riposo diviene la sua prima mercede; il prigioniero chiude la giornata nella indecorosa stanchezza della sua inerzia abituale. — Egli invoca il sonno quando tutto il mondo veglia: e il sonno, che egli desidera, non è quello che ristora le forze, e trasporta la mente nelle fantastiche regioni dei sogni. Egli vuol dormire, perchè la veglia, durante quella piena oscurità, gli torna doppiamente tormentosa. Il sole non è ancora scomparso dall'orizzonte, ed egli, con un'ansietà piena di dolore, già ne invoca il ritorno.
L'ora del tramonto è la più mesta per l'esule che rimpiange la sua terra. — Ma il prigioniero è appunto l'esule in mezzo alla sua patria. Dell'aria natía egli non beve che la parte meno eletta; del suo cielo non travede che lo spazio più fosco; gusta i frutti più ingrati della sua terra; ode le parole più aspre della sua favella. Diviso dagli uomini, dalle abitudini, dalle usanze civili del suo paese, egli vede da vicino la terra promessagli pel giorno del perdono, e trema di morire prima di entrarvi. — Alcuna volta egli avrà creduto di poter consolarsi facendo appello alla propria coscienza, o protestando in faccia a Dio contro la parola tiranna della legge; ma se il suo animo non è tranquillo, l'edificio delle sottigliezze, con cui tenta scolparsi, crollerà; e verso la sera, quando la luce del creato si spegne, vedrà rischiararsi quella della sua coscienza, che dà corpo e vita alle ombre dei rimorsi.
Ma Agnese, che nel fondo dell'anima possedeva la convinzione della propria innocenza, poteva levar gli occhi dinanzi alla luce del tramonto, e fissare la maestà del cielo senza timori e senza esitanze. — Ella infatti non si ricacciò nel fondo del suo carcere, non chiuse il capo tra le mani, nè velò gli occhi; ma si volse alla piccola feritoja per bevere cupidamente gli ultimi raggi del giorno moribondo.
Di là la povera donnicciuola, fatta sapiente dalla sventura, volgeva, dimentica di sè stessa, lo sguardo e il pensiero alla città sottoposta, ed abbracciava in ispirito tutta quanta l'umanità. Percorse rapidamente le varie condizioni della vita umana, e tornò forse meno sconsolata in sè stessa; poichè sotto quei tetti, destinati a proteggere la vita del libero cittadino, eranvi per certo anime desolate come la sua. — Gustò allora nella sua pienezza il conforto della coscienza; e in esso trovò il coraggio che attenua il male.
Sotto l'influenza di così nobili pensieri l'istessa natura parve rendersi più docile. Commise la custodia del suo Gabriello alla bontà di Dio, confortata dalla fede che gl'infelici e gli oppressi sono suoi figli prediletti. Bandì le inutili aspirazioni che infiacchiscono il cuore, e raddoppiano i mali. Ringojò le lacrime feconde soltanto per colui che ha l'anima intorbidata. — Infine, posta a confronto la sua infelicissima sorte con quella di colei che ne era la cagione, giudicò che non aveva nulla ad invidiarle; che anzi questa volta toccava alla vittima l'usar pietà a chi l'opprimeva.
I dolori morali, come quelli del corpo, subiscono quasi sempre una vicenda alterna di mitigazioni e di peggioramenti; ond'è fallace il giudizio sull'importanza di un male, quando ci arrestiamo ad esaminarlo esclusivamente nei sintomi di un istante. Agnese in quel punto, davanti al tranquillo aspetto della sua solitudine, confortata dalla sua innocenza, era calma: ma non fu sempre così. — Il cuore alla sua volta, approfittando della stanchezza mentale, ruppe la tregua e rinovò gli assalti. — Quando la ragione attiva e solerte le infundeva la morale certezza che Gabriello era in salvo, sembrava convinta e taceva. — Ma se gli argomenti a creder ciò venivano meno, o se l'intelletto affaticato chiedeva un po' di riposo; il cuore ripigliava i suoi diritti per abbattere l'artificioso edificio delle sue speranze, e reclamare ciò che gli era dovuto.
Noi non accompagneremo l'infelice donna su questo sentiero sì vago, e sì variamente spinoso, perchè, dopo di avere errato a lungo con lei, ci vedremmo ricondutti al punto da cui siamo partiti. Basterà il dire che Agnese ebbe durante la notte qualche breve istante di riposo; ma che esso però non fu di tal natura da ravvivarle le forze affievolite. — La notte, che per chi dorme tranquillo scorre in un attimo, per Agnese fu eterna. — Ma la vicina aurora non nega mai un po' di calma alle anime addolorate. — Quando cominciò ad albeggiare, ella chiuse gli occhi, e s'addormentò tranquillamente.
Il sole indorava i comignoli delle torri, e ravvivava con una luce purissima uno de' più bei mattini di primavera, quando entrò inaspettato nel castello un cavaliere portatore di grandi novità. Si affollarono intorno a lui gli scudieri e gli armati; e lo interrogavano sul motivo di quel furioso ritorno, preleggendo sulla sua fisonomia qualcosa d'importante e di straordinario. Egli era latore di una lettera del Conte di Virtù per Caterina sua moglie; ed aveva un sacco di novità da vuotare a beneficio di tutti coloro, che avessero voglia di ascoltarlo. — Partito da Milano la notte, e testimonio oculare degli avvenimenti del giorno prima, era fatto abile di raccontare che il Conte di Virtù si era liberato dallo zio, e che i milanesi con immenso giubilo lo avevano acclamato loro signore. Forse come ogni narratore, che ha il privilegio d'essere il primo a diffundere una grande notizia, condì di qualche iperbole il suo racconto, sopratutto quanto alla parte ch'egli vi aveva fatta; ma la sostanza della cosa era esposta con la veridicità di un rendiconto officiale.
La notizia, sparsasi in un momento per tutto il castello, vi destò grande meraviglia ed una gioia ancora più grande. — Senza tener conto dell'affetto che tutti portavano a Giangaleazzo, il merito di una vittoria, ottenuta così a buon patto e feconda di tanti vantaggi, faceva andare superbi coloro che portavano le armi del vincitore. — E, infatti, mentre Caterina spiegava la lettera di suo marito, il grido di viva Giangaleazzo, viva il signor di Milano, dispensava la nuova ai quattro lati del castello.
A quello strepito, anche Agnese si destò; e, prima che giungesse a riordinare le idee confuse, cedette alla sorpresa di quelle acclamazioni, e volò alla feritoja per indovinarne la cagione.
Poche e confuse parole raccolte qua e là dai crocchi che si erano fatti nella corte, e a cui rispondevano con motti più sonori le genti sparse sulle altane e lungo i parapetti delle finestre, bastarono a destare nell'animo di lei una speranza. — Crescevano le speranze se, alla memoria delle minaccie di Caterina, contraponeva quelle grida, che sembravano esserne una smentita. — Ella conosceva che il Conte di Virtù non era uomo d'avventurare un'impresa, quando non fosse sicuro di un buon successo: e cominciava a sperare che Caterina, in preda ad una passione sregolata, fidando le vendette alla sua mente debole, avesse fatto assegnamento su progetti vaghi o incompleti o male avviati. — Le grida festose si andavano ripetendo; ed il saluto al Conte di Virtù ed al signor di Milano era fuor d'ogni dubio diretto ad una persona sola.
A siffatto riscontro, la mente di Agnese rinvenne completamente dal suo letargo; e, temperando gli inopportuni atti di gioja, richiamò davanti a se tutte le circostanze che avevano preceduta od accompagnata la sua disgrazia, proponendosi di conciliarle coi fatti presenti. — Si arrestò a considerare in ispecial modo lo scritto di Rodolfo a sua sorella; ella ne ricordava le frasi e le parole; anzi, se in qualche punto la memoria non era ben sicura di sè, il foglio, sdegnosamente lanciato a' suoi piedi, poteva venirle in ajuto; giacchè lo scritto era stato raccolto da lei, al momento che la principessa si allontanava. — Agnese infatti lo cercò, e lo trovò sopra di sè. Conduttasi vicino alla finestra, dopo di averlo letto una, due volte, cessò da ogni dubio. Quello scritto, rimasto per caso nelle sue mani, diveniva un'arma colla quale avrebbe potuto vendicarsi nel modo il più terribile della sua nemica. Pensò Agnese alle gravissime conseguenze che avrebbe potuto trarre dall'uso di quel foglio. — Vide l'occasione della vendetta, ma la guardò soltanto per isfuggirla.
La prigioniera volle trarre miglior profitto dalla sua posizione. Pensando che Caterina doveva essere seriamente turbata nel provedere ai casi suoi, studiò il modo di offrirle uno scampo. Non era questo soltanto un render bene per male; la generosità dal canto suo diveniva un mezzo per cancellare le precedenti impressioni, e per preparare a Caterina ed a se stessa un men funesto avvenire.
Non tardò a presentarsi un'occasione favorevole per mandare ad effetto i suoi disegni. Quando il carceriere entrò nella sua cella, e, con un fare meno brutale del dì precedente, le raccontò ciò che noi diremo tra poco e che Agnese aveva già indovinato, questa si giovò del buon momento per pregarlo a volergli procurare di che scrivere; asserendo che aveva da riferire qualche cosa d'assai importante alla principessa. Dietro giuramento che non avrebbe usato di questo favore per lasciar nelle secche il compiacente aguzzino, le fu recato ciò che chiedeva. Agnese ripiegò la lettera di Rodolfo in un foglio di carta, e vi scrisse sopra le seguenti parole:
“Non odiate colei che, dal fondo di un carcere, vi dà l'unica prova di affetto, che le è concesso d'offrirvi. — Io rendo a voi la vostra pace; in compenso vi chiedo che mi sia restituito mio figlio. Voi non udrete più parlare di me; io vi avrò sempre nel cuore, se accoglierete generosamente la preghiera di una madre infelice.„
Caterina, nel leggere queste parole, trovandosi di bel nuovo padrona del suo secreto, sentì non quanto fosse generosa la sua supposta rivale, ma quanto grave era il pericolo a cui andava incontro, se non accoglieva la proferta; il perchè le fece buon viso. — È troppo il dire che rimanesse vinta dalla generosità di Agnese: più conforme al vero è il supporre che la vulgare sua passione, deviata dai tristi propositi dopo gli avvenimenti, la consigliasse ad accettare una tregua.
All'idea delle grandezze, che le venivano annunciate dagli splendidi fatti di Milano, obliò del pari i rancori verso Agnese e la sventurata sorte di suo padre; fece porre in libertà la prima, ed apparecchiò un sorriso di compiacenza pel momento in cui avrebbe salutato il nuovo signore di Milano.
Agnese, appena escita dal suo carcere, fu invitata a comparire davanti alla principessa. — L'aspetto di costei era sereno; sembrava che la nuova grandezza avesse cancellato sul suo volto fino le traccie dell'astiosa passione del giorno prima. Ricordi il lettore, che quando Barnabò offerse a sua figlia il trono di Pavia in luogo di un chiostro, ella accolse il primo anche a condizione di legare le sue sorti ad un uomo, che non amava, e da cui non poteva essere amata. Ella esciva ora da un egual bivio, con un'eguale risoluzione: accettava la raddoppiata potenza della sua casa, e il seducente splendore della nuova signoria, malgrado la disgrazia di suo padre, e col dubio d'avere al fianco una rivale. Svolgere nel suo cuore un sentimento di pietà per la sorte infelice del genitore e dei fratelli, sarebbe stato come rinovare il prodigio della favolosa statua di Pigmalione. — Cosa meno ardua per lei era il convincersi che le sue gelosie erano infondate.
Agnese cercò d'imbonirla colle parole, come prima tentò di farlo colle azioni. — Il vederla rinunciare ad una vendetta sì bene apparecchiata e sì prossima, riconfortò l'animo di Caterina: ma più ancora valsero a tranquillarla le ripetute istanze con cui Agnese chiedeva d'essere allontanata dalla sua corte. Nella preghiera poneva costei tutto il suo cuore; le parole erano sì ingenue e sì fervide, che diveniva impossibile il metterne in dubio la sincerità.
Caterina, che s'accingeva ad abbandonar Pavia per ricongiungersi al suo sposo nella reggia di Milano, non volle diminuire il suo corteggio, privandolo di una delle sue più belle dame. — Alle ragioni rispettose ma insistenti, con cui questa le chiedeva la propria libertà, ella opponeva con affettata cortesia esser necessario il consultare il suo signore. Il dubio che questi le chiedesse conto della mancanza di Agnese, la forzava a non aderire alle sue brame; e l'altro più grave sospetto, che Agnese potesse un giorno dimenticare la promessa del silenzio, le impose di usarle in seguito tutte le apparenze di una protezione benevola e costante — Da quel dì Caterina ed Agnese non furono, ma parvero amiche.
Chi pagò le spese degli errori della principessa fu l'incauto scudiero. Nel bel momento in cui attendeva il premio de' suoi fidi servigi, scomparve dal castello, e non s'ebbe più nuova di lui.