Non si deve passare sotto silenzio, come durante un governo commosso da continue guerre, e preoccupato da un intento quasi temerario, il primo duca favorisse gli studii e le arti della pace. L'università di Pavia, fondata da suo padre, toccò l'apice dello splendore per opera di lui. Bandì dalla sua corte le frivole smancerie dei cavalieri e dei trovatori; e, privilegiando della sua amicizia i dotti, introdusse fra i suoi intimi una piacevolezza egualmente cortese, ma più franca e veritiera.

Suo padre e suo zio avevano munito le città soggette di rocche inespugnabili, profondendo immensi tesori per preservare la timida sovranità dagli assalti dei nemici e dall'ira delle popolazioni. Giangaleazzo, mentre faceva guerra ai confini, e combatteva nell'interno le velleità municipali, potè meditare ed avviare l'erezione dei due più stupendi edificii religiosi del suo secolo: il duomo di Milano e la Certosa di Pavia. Nè il grandioso concetto eragli consigliato dalla vana ambizione dei tiranni, che con un tratto di penna ipotecano il genio e la ricchezza dei sudditi, per poi usurpar loro il diritto alla immortalità. È fama che lo stesso duca convocasse presso di sè gli architetti di varii paesi, e discutesse seco loro la scelta di un tipo e l'appropriata sua decorazione; anzi non è temerario il supporre con qualche cronista, che fra gli anonimi maestri, che tracciarono od ampliarono quei vasti progetti, debbasi registrare il nome dello stesso duca. — Arricchì di una pingue dotazione i due monumenti; e con una accortezza, che non accenna per certo alla coscienza timida che gli venne attribuita, seppe usufruttare per sè le pingui esazioni della corte romana, ottenendo da Bonifacio IX che partecipassero all'indulgenza del giubileo, l'anno 1390, quei fedeli che offrivano al nuovo tempio due terzi della somma necessaria pel pellegrinaggio a Roma. — Il ripiego fu sapiente; e il persuaderne la corte romana dev'essere stata opera più ardua, che a noi non pare a prima giunta.

A chiudere questi cenni convengono le parole del lodato scrittore. “Io non proporrò mai questo principe per modello, scrive P. Litta, ma per noi Italiani gli è di tutti il più importante. Prometteva all'Italia l'unità politica. Da Stefano IX in poi, molti vi si erano accinti, ma nessuno più di lui si avvicinò alla meta. Ebbe per oppositori in parte gli imperatori, ma più ancora gli stessi suoi connazionali. La profusione dell'oro e le scissure della Germania lo rendevano tranquillo da un lato, ma l'interna reazione non gli lasciava la possibilità di una riescita.„

“L'Italia, nei posteriori avvenimenti, ha veduta giustificata l'utilità della tentata impresa della nostra monarchia; per cui, concedendo tutto ciò che v'ha in Giangaleazzo di più odioso, non si potrà mai impugnare, come, essendo egli giunto a tanta potenza da far sperare la stabilità di una vicina grandezza, fosse un dovere di consacrarci all'esaltamento di lui, mentre nei trionfi del Visconti erano concentrati gli interessi e l'onore nazionale. Ma noi, incapaci di penetrare nelle tenebre del futuro, ci opponemmo agli sforzi di un uomo, che tentava di modellare la nostra penisola sulla situazione delle grandi monarchie, che si stavano preparando in Europa: onde, giunte queste a singolare grandezza, l'Italia indispensabilmente ne fu la vittima.[83]