CAPITOLO DUODECIMO

LXXXIV.

Con vezzo rettorico, antico osiam dire come la civiltà, il consorzio umano viene paragonato ad un corpo vivo, le cui membra ricevono legge da una forza interna, ed obediscono ad un'unica volontà. — È noto l'apologo di Menenio Agrippa. Quando la plebe di Roma, ammutinata sulle rive dell'Aniene, udì dal suo tribuno le fatali conseguenze della rivolta tra le membra operose e lo stomaco infingardo, dimise le vane pretensioni, e si rassegnò agli ultimi scanni della republica.

Il meccanismo fisiologico ci fornisce una chiara imagine del vivere sociale; anzi, più che imagine, ne è quasi embrione. — Nelle deserte lande che fiancheggiano l'Orenoco v'hanno dei selvaggi, liberi da ogni patto, i quali, appena divezzati dalla madre, errano soli, immemori della famiglia, scarichi d'ogni dovere, stupidi e quasi atei. Costoro, fatta ragione ad ogni istinto, traggono la vita come i bruti, finchè sull'ultima ora abbandonano, a chi passa, l'arco e le frecce, e legano le ossa alle fiere. — Ma tali tipi di monarchie individuali, in cui l'istinto può dirsi il sovrano, il braccio l'esercito, e il resto del corpo le minori gerarchie, vanno scemando in ragione della crescente civiltà, la quale o li trascina a sè, o li costringe a collegarsi in bande, come i lupi nelle steppe del nord, per difendere il privilegiato individualismo. — Da ciò nasce l'aggregamento degli individui in famiglie ed in tribù, anche presso coloro cui non era già prima' consigliato da mitezza di sangue e da istintiva sagacia.

Nelle tribù si trovano più nettamente delineati i contorni di una società. La verga del comando vuol essere conferita al più forte, od al più saggio[1]. Vi potrà essere in ciò errore di scelta, non disparità d'intenzioni. Il vile o l'inetto non sarà mai il favorito. Per volere dei più quel comando può essere tolto all'uno, e reso ad un altro, oppure conservato nell'istesso individuo, e perfino legato a' suoi discendenti. Il capo della tribù impera; ma altri saggi gli stanno allato, e lo giovano di consigli e d'opera. La gioventù apparecchia le armi, s'addestra nell'usarle, s'ordina in ischiere; veglia o pugna alla comune difesa.

Le primitive abitazioni dell'uomo sono gli antri, disputati alle belve. Poscia si costruiscono capanne fuor terra; più tardi i tugurj sparsi e maldifesi vengono abbandonati, e i singoli abitatori che si sono stretta la mano combattendo a fianchi, convengono nella plaga più sicura e più feconda, ed ivi edificano i proprii casolari[2]. Ecco un altro sacrificio d'individuale libertà, di abitudini e di simpatie, compensato largamente dalla maggior sicurezza, dalla scambievole protezione, dalla speranza di crescente prosperità. Il tugurio dell'uno s'appoggia su quello dell'altro; si accomunano le pareti; si disegnano le publiche strade. Tutti hanno il rispettivo abituro; mentre la siepe, che cinge il gruppo di capanne, è comune a tutti; per tutti sono le vie, il rigagnolo, la reggia, il tempio. All'emergere di dissensi o contese fra i soggetti, il capo della tribù chiama a consulta i saggi, e decide; chi soccumbe cerca invano di resuscitare la questione. Le sentenze del capo diventano leggi; le consuetudini ingrossano il codice, la tradizione supplisce alla storia.

Se la tribù è minacciata da un'invasione di nemici, tutti corrono alle armi, escono fuor del ricinto a difendere la giovine patria; e, dove il nemico è rotto, viene trascinata una pietra a ricordo della vittoria.

Ecco pertanto una società civile costituita su basi quanto semplici altretanto solide e complete. Qui v'hanno governanti e governati, leggi, milizia, equilibrio di poteri e di forze; qui sta la genesi di una nazione che pone le basi alla sua storia, e già l'illustra co' suoi rozzi monumenti. “Nella agricultura essa fonda la sua economia, nella possidenza territoriale sta il fondamento del suo potere[3].„

Non è difficile che in quella nascente società vi sieno degli uomini che arrestano fra tali confini i loro desiderj, e che, paghi di un modesto benessere, vogliano eternare quella mediocrità, che è aurea per le republiche come per gl'individui. Ma un impulso più gagliardo spingerà gli inerti a ricercare nelle terre finitime stirpi consanguinee od affini, con cui accomunare la civiltà e le forze.

Non parliamo delle conquiste, perchè il vincitore tratterà i vinti come uomini senza dei o imiterà il popolo ebreo, che allo straniero assetato non additava il fonte[4]. Non parliamo delle alleanze fondate sugli interessi, perchè saranno mutabili come la base su cui s'appoggiano. Ben più saggia guida è la natura: questa insegnerà ai popoli come si debbano riconoscere, e riunire in una sola nazione. Cesserà il vincolo fraterno dove la natura avrà posto i suoi confini; nè il moverli potrà mai essere lavoro d'uomini o di secoli.

Abbiamo divagato in queste lontane speculazioni per annicchiarci un po' in alto, ed acquistare il diritto di movere una dimanda. — Può un popolo, chiediam noi, rifare il cammino retrogrado sulla via della civiltà, e correre direttamente e per gradi alla primitiva barbarie?

Invero, dopo la caduta di Roma cagionata dal malgoverno de' suoi imperatori, ma più efficacemente affrettata dall'ignavia del popolo, la nostra penisola offre il tristo spettacolo di una nazione che si affatica in questo indecoroso regresso.

Poichè la porpora imperiale divenne la posta di un gioco azzardoso, l'eletto ad ornarsene era colui, che meglio sapeva trafficare il baratto. — Allora la fortuna non fu più cieca; diventò malefica. Lo scettro non passò da questa a quella mano; ma cadde di pugno all'uno, perchè l'altro lo raccogliesse: e questi, senza punto tentare di purgarlo dall'onta delle replicate cadute, non potendo avvantaggiarsi del despotismo, di cui era un simbolo vuoto, s'accontentava della vanità d'essere salutato col nome di imperatore da centoventi millioni di soggetti. Vanità e non gloria; perocchè il nome di cittadino s'attribuiva soltanto alla parte dei sudditi che soggiornava in Roma, ed i diritti civili spettavano esclusivamente alla casta senatoriale e patrizia. Il resto era un'immensa colluvie di servi; tra i quali emergevano soltanto alcuni favoriti, tolti dalla plebe, e più tracotanti dei nobili; dappoichè la inerte mollezza di questi accordava loro l'uso delle armi, il comando delle milizie e perfino la sostituzione nelle magistrature.

Per tal modo l'impero, logoro nell'interna sua costituzione per l'impotenza e la precarietà dei tiranni, non che per le soverchianti ambizioni dei clienti e dei legionarii, stremo di forze per le continue ribellioni delle province lontane, contro cui si movevano scarse e spesso infide milizie, screditato nel suo culto pel trionfo dell'evangelio, trionfo splendido ed incontrastato perchè nemico d'ogni schiavitù, consumava due secoli in una ignominiosa decrepitezza. — E i soggetti, imbaldanziti dalla provata impotenza dei tiranni, nuovi all'arte della guerra ma strenui di corpo, gelosi della loro medesima barbarie, che li separava dalla inferma grandezza dei dominatori, ben lungi dal lasciarsi corrompere dalle molli costumanze di Roma, moltiplicavano le sedizioni e le rivolte; finchè, vestiti delle assise imperiali ed aggregati alle legioni romane, drizzarono contro gli imperatori quelle armi che avevano impugnato per loro difesa.

Così lo spirito civilizzatore della città eterna si spense sotto la pressura corrotta de' suoi stessi allori. L'aquila del Campidoglio non fece più ritorno al suo nido; e sulle torri romane sventolò lo stendardo straniero di Odoacre (Anno 476.)

LXXXV.

In quest'epoca i popoli d'Europa, scossi da una febre comune, o istrutti dall'esempio dell'audacia fortunata dei loro dominatori, traboccarono armati dai proprii confini per cercare fortuna su terra straniera. L'Italia fu più spesso e più crudelmente desolata da queste invasioni. Attraversando con rapido esame la storia dei cinque secoli, che seguirono la caduta dell'impero di Occidente, ci si presenta una ripetuta sovraposizione di leggi, di esazioni, di violenze comandate dagli stranieri. Qualche larva di libertà, qualche ricordo dell'antica grandezza giungiamo a scoprire a quando a quando nell'ingrata esplorazione di quelle pagine; ma tali avanzi, simili ai fossili di un terreno perturbato da naturali convulsioni, accennano ad una vita spenta da secoli, di cui non v'ha, e non vi può esser riscontro nelle condizioni successive. Dietro tale esame, solo ci è dato di numerare gli strati di materie distruggitrici che ricopersero il bel paese, desolarono le sue fertili campagne, uccisero la civiltà dei suoi abitatori.

In questa universale emigrazione vediamo i Franchi occupare la Gallia, i Visigoti la Spagna, i Sassoni ed i Normanni l'Inghilterra. Ogni paese ebbe il suo invasore: l'Italia li provò tutti.

Rovesciato l'argine dalla prima onda, era facile alle successive l'irrumpere nell'indifeso piano, occuparlo, e scacciarne i primi arrivati. Il condottiero delle orde incomposte quivi pigliava nome di capitano o di re. Sulle fumanti ruine delle città banchettava e mesceva nei cranii dei vinti. Quanto apparteneva al popolo soggiogato tornava nella legge primitiva, che dà il diritto ad ogni uomo di ritenere per se ciò che è di nessuno. L'avventuriero che forzava l'ingresso in una città, la faceva cosa propria: suoi erano quindi i diritti, gli averi, le vite dei cittadini. — Ma a favor suo e de' suoi egli intanto cangiava la preda di guerra in diritto patrimoniale, e voleva essere italiano pel fatto d'aver contribuito a disfare l'Italia.

All'imperversare di tanto flagello, la nazione scomparve. Il silenzio forzato dei vinti generò la codarda rassegnazione; questa, la smarrita coscienza de' proprj diritti. Assai bene s. Ambrogio, scrivendo intorno al 400, qualificò i municipii italici col nome di cadaveri di città; e invero, dopo tanti secoli di glorie, dopo sì numerose prove di nazionale orgoglio, una toleranza sempre rassegnata era infallibile sintomo di morte.

Il trono d'Odoacre, puntellato da milizie miste d'Eruli, di Turcilingi e di Rugi, fu presto travolto dall'ostrogoto Teodorico. Ma la gente di costui, rammollita da una mezza civiltà, contrasse presto l'impotenza delle orde fortunate. Addormentatasi nelle delizie di un clima dolce e di un'agiatezza non mai provata, (sotto il regno del pessimo Teodato) fornì a Belisario, generale degli imperatori d'Oriente, l'occasione ed i mezzi alla rivincita (anno 536).

Agli otto monarchi goti successe la dominazione dei Longobardi, rappresentata da ventun re. Più barbari ma più belligeri dei Goti, condussero le loro armi colla fortuna, che facilmente sorride agli audaci. Solo, per mancanza di istituzioni civili, non seppero estendere il loro impero su tutta Italia, nè conservare a lungo le provincie soggiogate. Infatti, un ministro dell'imperatore d'Oriente governava l'esarcato di Ravenna; il patriarca d'Occidente teneva Roma, e nel mezzodì della penisola le città greche si reggevano a popolo.

Al governo civile di Roma presiedeva un magistrato spedito da Costantinopoli, ove s'erano rifugiati gli avanzi della grandezza imperiale. Ma il maltalento di quei proconsoli e l'impotenza di un governo staccato dal suo centro d'azione, impegnavano il popolo romano a rivolgere gli sguardi e le speranze al vescovo che ei medesimo eleggeva, e che riuniva in sè l'autorità di patriarca d'Occidente e di capo della Chiesa latina. — Allora il pontefice fu veramente il padre del suo popolo: allora si brandirono le armi spirituali per maledire lo straniero che desolava la nostra patria. — Giunta infatti al trono di Costantinopoli una famiglia d'eretici iconoclasti, il vescovo di Roma, che allora assunse il titolo di papa, prosciolse dal giuramento i sudditi italiani, e restaurò l'antica libertà. La risurta republica, per lui, salutò di nuovo il suo senato, i suoi consoli.

Se non che, l'autorità tutta morale del pontefice non bastava a far paga l'ambizione dei successori. Fu per opera di costoro, che s'iniziò a danno d'Italia quella fatale politica delle avvicendate predilezioni per lo straniero, che fu la prima e la più esiziale cagione delle sventure nostre dal medio evo in poi. Tentavano i Longobardi d'impossessarsi dell'Esarcato di Ravenna, e il vescovo di Roma chiamava i Franchi a combattere quegli invasori, che Stefano III, scrivendo a Carlo Magno, chiamò razza perfida e fetentissima. Carlo Magno sceso in Italia, sconfitti i Longobardi, ripetè l'oltraggio dei precedenti invasori; ma meno barbaro di quelli, restaurò a proprio profitto l'impero, e ricevette da Leone III la corona e il titolo d'Imperatore d'Occidente.[5](Anno 800)

La dinastia di Carlo Magno regnò meno di un secolo sull'Italia, ed estinguendosi lasciò la penisola in balía ai due pretendenti, Guido di Spoleti e Berengario, nepoti agli imperanti Pipino e Lodovico il pio (888); i quali si contesero lo scettro italico, e finirono per ispezzarlo, tenendone ciascuno un troncone. A comporre definitivamente la contesa dei due emuli, scese in Italia Ottone I. di Sassonia, e co' suoi feroci Alemanni battè ad uno ad uno i rivali, e ridusse il paese disputato sotto il suo scettro, pigliando la corona dei re d'Italia (anno 962).

In questo e nel successivo secolo la sventura nostra toccò quell'estremo, davanti al quale diventa impossibile un peggioramento. Alla mancanza di un governo stabile, alla successione rapida e violenta di prìncipi di ignota origine e di troppo nota crudeltà, al rovescio d'ogni legge patria, alle continue scene di sangue provocate da un armeggiare senza tregua, rimaneva muta, o sembrava esserla, la voce dei popoli sì pronta e sagace, nei periodi di libertà, a sindacare i fatti di chi li governa. Il Cristianesimo aveva abolito la servitù personale; ma l'intera nazione, esautorata de' suoi diritti, non era più che una turba d'iloti. Coi terreni erano divenuti roba di rubello gli uomini che li coltivavano; quindi scarsi, e a poco a poco nulli i frutti dei campi; perocchè la troppo vantata feracità dei suolo italiano non risponde a braccia neghittose per fame o indolentite dai ceppi. S'arroge, che i vincitori, per sdebitarsi verso i fidi condottieri che avevano guidato a buon esito le imprese, solevano premiarli dividendo fra loro le terre e le persone dei vinti.[6] — Tolto ogni patrocinio della legge pel popolo debellato, questo non poteva trovar scampo nemmeno fra le intime e definite angustie de' suoi oblighi servili; poichè il vincitore non riconosceva limite a' suoi diritti. Nel lungo ordine di anni, che accompagnò questa totale ruina, le città italiane (e Roma, anzi tutto, già ricca di qualche millione d'abitanti) s'andavano spopolando. Ogni commercio era morto; ogni cultura sbandita; poche e disconosciute le reliquie di una gloriosa civiltà di dieci secoli.

Ma coi mali estremi si ridestò negli Italiani l'istintivo amore alla vita, naturale così nei popoli, come nell'individuo. Il gigante giaceva a terra sanguinoso, stremo di forze, immobile; ma il suo cuore s'allargava ancora a qualche battito intermittente. Fu da quel resto di vitalità che si accese la favilla dell'amore d'indipendenza, sì caldeggiata dopo il mille, sì validamente protetta dalla costituzione dei comuni.

Per quanto i conquistatori, e gli avventurieri che facevano causa comune con essi, operassero a tutto potere, onde cancellare ogni traccia di libertà sulla terra dei vinti, spegnendo le istituzioni e oltraggiando i monumenti, pure, per la completa ignoranza della lingua e dei costumi italiani, non giungevano essi a rendersi in tutto e sempre e prontamente intesi. Per la qual cosa, si dovette conservare fra padroni e servi una magistratura che si facesse interprete del comando degli uni, e garante della docilità degli altri. Questo potere intermedio, strana saldatura di due sostanze eterogenee che si avvicinarono senza confondersi mai, ebbe da principio il solo officio di ripartire i balzelli, più tardi vegliò alla tutela personale dei cittadini, finchè, simulando sollecitudine per gli interessi dei dominatori, potè favorire i proprj.

In quel tempo non erano infrequenti le subinvasioni d'altre genti nemiche. — Alani, Vandali, Svevi, Borgognoni prima e poi, con varia vicenda, furibondi per fame o per avidità di sangue, si spingevano, s'incalzavano, si mescevano su questa infelicissima terra. — V'erano oltracciò delle masnade perdute le quali, o calate dai monti o spergiurato il vessillo del capo avventuriero, invadevano le terre e le città, mettendo per conto proprio ogni cosa a ruba ed a sacco. — La Venezia era stata più volte desolata dagli Ungari; le coste d'Italia subivano frequenti invasioni dai Saraceni d'Africa. Il popolo, sgomentato dalle continue minacce, accorreva alla curia cittadina ad implorare armi e difese. I magistrati popolari porgevano ai capitani stranieri, questi ai loro signori, la preghiera dei cittadini. Per tal modo, dopo ripetute istanze e nell'interesse medesimo dei dominatori, si ottenne l'assenso di riedificare le mura delle città, abbattute nelle precedenti invasioni.

Fu allora che ogni città, e sull'esempio di quelle ogni grosso borgo, pose mano a restaurare le proprie bastite, ed a munirle di torri e di castella. — Allora le braccia dei cittadini ripigliarono le aste e le targhe. Nei cuori rinacque la speranza di miglior avvenire; e colla speranza s'avviò in essi il primo battito di amor patrio. — Coloro, che avevano abbandonata la terra natale, e s'erano dispersi nei campi per essere risparmiati dagli invasori, ora che le città possedevano mura ed armi, rimpatriavano. Al ritorno di costoro, i duchi, i conti ed i prelati che tenevano in feudo le città e vi esercitavano diritti sovrani, mal tolerando il contatto con una plebe armata, che sottovoce balbettava parole di libertà, volontariamente si condannarono all'ostracismo: e ritiratisi nelle rocche, si piegarono a vedere ristretta la superficie del loro dominio, per la speranza di conservarne integra l'essenza. — Però, siccome il moltiplicarsi delle armi e degli armati rendeva malsicuro il loro asilo e scarso il satellizio che li circondava, così si videro costretti ad armare gli agricultori già servi della gleba. — Doppio fu il vantaggio di ciò: dall'un canto nelle città, tolta l'oppressione dei nobili, si svilupparono rapidamente le istituzioni civiche; dall'altro la classe campagnuola, addestrata alle armi, si rilevò anch'essa dalla sua servile abjezione; e, nella difesa del proprio signore, apprese a difendere sè stessa, il suo focolare, i suoi diritti. — Tanto è ciò vero, che dopo l'istituzione dei coloni militanti prosperò l'agricultura, e si moltiplicarono le braccia ad ogni genere d'industria.

Luminosi effetti di questo generale armamento si raccolsero nella lunga querela tra Roma e l'impero a proposito delle investiture; querela, che costò all'Italia sessant'anni di guerra civile, ma che mostrò quanto già fossero gagliarde e poderose le forze popolari. Imperocchè delle due parti una pugnava per la libertà; l'altra, fosse poi legata al papa o all'imperatore, non traeva le armi servilmente, ma faceva sua la causa d'altri, e pugnava per esso come un alleato.

Il milanese Eriberto aggiunse alle schiere combattenti il carroccio, su cui accoppiò il vessillo della redenzione e la bandiera del comune, affinchè le milizie raccolte intorno alla doppia insegna della libertà e infervorate dal sentimento che fa di Dio e della patria una sola religione, operassero prodigi di valore. — Allora l'arte della guerra non fu più professata da orde incomposte, ma da piccoli eserciti aventi un capo, un centro, una bandiera. Le spedizioni militari non erano inconsulte: le credenze e i seniori, radunati dai consoli a suon di campana, discutevano e deliberavano: il braccio obediva alla mente.

LXXXVI.

Questi pochi fatti risolvono la questione che ci siamo proposta. — La vita d'un popolo corre la vicenda delle stagioni; può un nembo del cielo disertare ed isterilire un campo, ma non farà mai retrogradare i raggi del sole, nè posporrà i fiori alle frutta. Le nazioni hanno un'epoca in cui gettano il seme, un'altra in cui mietono. Viene anche per esse il pigro inverno, triste ed infeconda stagione in cui si vive di ciò che si è raccolto: — Roma attraversò queste vicende: con Numa, coi due Bruti e con Augusto segnò i confini della sua triplice età. — Ma Roma era altra cosa che l'Italia. La caduta dell'Impero simigliava al decesso di un avo glorioso e decrepito, cui tien dietro una turba di nepoti che ne ereditano le memorie e le sciagure. — Poco fruttarono ai posteri le prime; nell'ultime, invece, si ritemprarono le languide virtù, s'accesero i nobili sentimenti, si maturarono le opere generose. È la più provida delle leggi eterne quella che volge la stessa sventura a profitto dell'umanità. — Senza Attila non avremmo la potente Venezia; senza le irruzioni dei Saraceni non sarebbe surta l'invitta republica di Pisa; e non avremmo la lega lombarda e la vittoria di Legnano se non avesse esistito il Barbarossa. Fatti cotesti che non vogliono essere considerati soltanto come rimedii ai mali estremi, nè come glorie spente, simili a quelle che ingemmano gli annali di Roma. Essi costituiscono la parte più efficace e più feconda d'ammaestramento della storia moderna: in essi si fondò la genesi del nuovo diritto, e si consacrò quell'alto concetto della dignità dei popoli, che per una lunga strada di secoli e di dolori condusse la patria nostra ad essere quella che è: una grande nazione.

Dobbiamo dire dunque che nei molti secoli intermedii lo spirito d'indipendenza non era estinto del tutto, ma che ardeva sotterra come le faci dei primi cristiani, aspettando il momento di celebrare i suoi riti alla faccia del sole. Quella meta fu avvicinata, ma non raggiunta dal governo dei comuni. Ognuno di essi aveva in sè tutti gli elementi, che ponno rendere completa ed invidiabile la libertà di un popolo, ma il fascio popolare non era ancora raccolto da quel legame, che lo rende unico e perciò invitto. — Erano nondimeno più patriotiche le sommesse aspirazioni di un cittadino di quei giorni, che non le classiche apologie dei poeti del secolo d'oro. L'ultimo e meno glorioso municipio italiano era meglio esperto della libertà, che non Roma quando vantavasi d'essere: mari oceano, aut amnibus longinquis septum imperium.[7]

Nel 1042 un patrizio di Milano uccise un plebeo e si dispose ad ottenere venia del sangue versato, pagando una misera ammenda, giusta il prescritto dalle tariffe feudali.[8] La plebe, indignata del fatto e stanca d'essere merce di sì vil prezzo, si sollevò contro i feudatarii e, guidata da Lanzone, corse armata ad abbattere i ripari feudali. Nell'attrito delle armi, il giusto sdegno pur troppo trasmodò in truce vendetta. I nobili, capitanati dall'arcivescovo Ariberto, resistettero alla furia popolare; due anni durò la lotta cittadina; ma infine la libertà ne escì vittoriosa. — I feudatarii ed Ariberto furono espulsi dalla città; i beneficiati vennero costretti a render conto dei beni posseduti per simonia, e ad abbandonare le loro donne, considerate quali concubine. Il fatto di Milano trovò imitatori nelle ville e nelle città vicine. L'Ildebrando favorì dalla sedia pontificia il movimento popolare.

Anche la contessa Matilde di stirpe straniera, erede delle immense ricchezze dei Longobardi in Toscana, osteggiò quanto potè la baldanza feudale. — Valga questo buon intendimento a scemare la colpa delle sue improvide larghezze al Vescovo di Roma. — Le terre di colei furono l'asilo dei vassalli proscritti; i patti che ella dettava potevano essere accolti da cittadini, e questi, rinvigoriti al travaglio dalla restaurata dignità, porsero in breve tempo luminosi risultamenti del lavoro commesso a libere braccia. Per opera loro si diede il crollo al servaggio feudale: e fu da quel tempo che gli schiavi della gleba si diffusero sulle terre finitime cambiati in coloni. “La prima onda di questa corrente si mosse dalla nostra patria poco dopo il mille.„[9]

LXXXVII.

Abbiamo aperto e consultato un volume di storia, scorrendone il sommario rapidissimamente. Ora ne torna acconcio il proseguire quest'esame; almeno per ciò che riguarda la storia milanese; fino all'epoca cui mettono capo le prime fila del racconto; che andiamo svolgendo. L'arrestarci potrebbe indurre taluno a credere che ogni aspirazione ed ogni gloria nostra siano esclusivamente legate a quest'epoca storica.

Chi è giovane e vigoroso non cura gran fatto i proprj giorni; ei crede che la vita abbia il suo interesse a stringersi con lui. Ma chi discende il declivio degli anni, se trovasi sospinto in qualche pericolo, consulta, non senza angoscia, le proprie forze; il che vuol dire che non ha piena fiducia in esse, e che troppo stima l'oggetto ch'ei rischia di perdere. Così un popolo. Ne' suoi primi anni ama la libertà più assai che la vita; fatto maturo, preferisce la gloria alla vita ed alla libertà; volto a vecchiezza, vuol vivere ad ogni patto, quasi gli bastasse di conservare le forme esterne del suo edificio civile. — Spettano ai popoli nati o risurti di fresco quegli slanci inconsulti, che suscitano od affrettano le grandi imprese. Una nazione, da lunga mano civile, riordina, di rado edifica.

La republica milanese nel secolo XII godeva entro angusti confini tutta la vigoria della sua gioventù, la massima libertà civile e politica.[10] Il popolo, per mezzo di una numerosa assemblea, faceva le leggi. — Sull'esempio di Roma, di Ravenna e di Ferrara, che fino dal secolo X avevano eletti dei consoli, tolse anch'essa dalle diverse classi dei cittadini un vario numero di magistrati, che, esercitando il potere esecutivo in luogo degli officiali regii, completarono la sovranità popolare.[11] Nel consesso legislativo, i conti ed i baroni erano rappresentati dai capitani; la minore nobiltà dai valvassori; la plebe trafficante ed industriale dalle credenze. I consigli consolari, composti talvolta perfino di 18 o 20 individui, costituivano il governo della republica. Ma come l'aumentarne il numero non bastò sempre a mantenere l'equilibrio fra le caste a cui appartenevano, i patrizii pensarono di crescerne l'importanza preponendo ad essi un Podestà, che in certe occasioni investivano di un potere dittatoriale. Allora la plebe, dal canto suo divenuta più gelosa dei proprii diritti, vi contrapose un tribuno, chiamandolo capitano del popolo. — I podestà erano sempre chiamati da qualche republica amica; in più d'un caso si elessero due, tre, e perfino cinque magistrati con questo nome.

Benchè tali fatti accennino una gara penosa e tutt'altro che fratellevole, pure in realtà essi giovarono per qualche tempo ad equilibrare le varie forze, facendole concorrere tutte ad un solo scopo. — Già la republica, in via di fatto, esercitava i diritti sovrani d'imporre i tributi, di far la guerra e di concludere la pace. All'imperatore non era riservato che il diritto eminente di riscuotere una tassa, e di porre il proprio nome sull'esergo delle monete, già fregiate della croce milanese.

Ma il palladio della libertà era il popolo armato. Ogni comune aveva a propria difesa quanti cittadini erano atti a reggere un ferro. Nei momenti di pericolo, tutti gli uomini convenivano sotto la bandiera del comune; e quando le operazioni militari richiedevano lungo tempo e lungo lavoro, una parte o l'altra dei cittadini (e questa dicevasi quartiere) andava al campo.

In questo turno, anche i vescovi si videro costretti a rimettere al popolo, od a' suoi rappresentanti, quella porzione di diritti sovrani che nel traffico feudale si erano usurpati. Anzi, l'autorità vescovile discese a tanto che l'arcivescovo di Milano dovette in più d'un casa implorare dal consiglio consolare la conferma dei decreti emessi dai sinodi. E ciò ne insegna che, altre volte e in un secolo nel quale la riverenza alle persone che rappresentavano la chiesa era giovata dal fanatismo, non s'ebbe scrupolo di invadere, quando la publica salute lo dimandò, i diritti temporali del clero, casualmente associati alla sua spirituale autorità.

Fu in ossequio a tale principio, che Arnaldo da Brescia, nel bel mezzo di Roma, levò la voce contro l'avidità del clero; e suggellò la coraggiosa asserzione col martirio. Quasi contemporaneamente, un povero prete milanese, chiamato Liprando, s'oppose all'elezione dell'arcivescovo Grossolano, chiamandolo simoniaco; ed invitato a provare la sua asserzione coll'esperimento del fuoco, escì illeso dal rogo, davanti ad un sinodo convocato a fare testimonianza del giudizio di Dio.[12]

Ogni successione d'imperatore metteva in pericolo l'ancora malferma libertà. Sotto l'impero di Enrico III e di Corrado suo figlio, amendue occupati dalla guerra per le investiture, i milanesi avevano guadagnata e prosperata la loro indipendenza. Ma Arrigo V, fratello di Corrado, senza porre tempo di mezzo, scendeva in Italia (1110) col proposito di rivendicare i diritti della corona imperiale, e di ridurre le città italiane all'antica obedienza, o per dir meglio all'obliata servitù. L'imperatore dichiarò ribelli tutte quelle terre, che avevano scosso il giogo straniero; e come tale castigò Novara, mettendola a sacco e distruggendola col fuoco.

Sgomentite le città sorelle, spedirono al campo dell'imperatore i loro rappresentanti, affinchè colle preghiere, colle promesse e coi donativi, cercassero di rabbonire l'indignato monarca: — Nobilis urbs sola Mediolanum populosa non servivit ei nummum, scrive Frate Donizone nella sua cronaca[13]; anzi, trattò il superbo principe come fosse nemico, e peggio; perocchè ad un potente riesce assai più oltraggiosa la noncuranza, che la stessa ribellione. E come se tutto ciò fosse ancor poco, sotto gli occhi dello stesso imperatore reduce da Roma, il Comune di Milano punì colle armi la più fedele delle città imperiali, provocando Lodi ad una guerra, che finì colla totale sua distruzione. Gli storici non sanno trovare la ragione di questa discordia, e nemmanco la natura dei fatti che la provocarono[14]. In tanto vuoto di congetture, non ci sembra temerario l'asserire che Milano non avesse in ciò altra mira che quella di esprimere all'imperatore, nel modo il più efficace, il sentimento della propria indipendenza; e che l'oltraggio fatto a Lodi fosse il castigo inflitto ad una città, che si era troppo facilmente rassegnata alla tutela straniera.

Le stesse prepotenze, per una identica ragione, e sempre colla vittoria della maggiore republica, furono operate a danno di Como, di Cremona e di Pavia. La nostra città imitava Roma, il cui ingrandimento fu l'opera delle armi guidate da una virtù selvaggia, che nelle intemperanti aspirazioni della gloria municipale, non riconosce legame di natura e d'interessi all'infuori delle proprie mura.

Ma ciò che i cronisti contemporanei non seppero giustificare, fu chiaramente spiegato dai fatti posteriori. Le violenze di città contro città erano il sinistro preludio di quelle due leghe formidabili, che dovevano scuotere l'Italia non solo, ma tutta Europa, e che sul campo di Winsberg (1140) armarono e posero di fronte i duchi d'Alemagna col nome di Guelfi, e gli imperiali con quello di Ghibellini.[15]

Questo seme di discordia trovava terreno preparato a' suoi progressi nelle terre italiane, le quali, nella vacillante libertà, sentivano esser legge pel debole lo stringersi al forte. Ma i cittadini milanesi avevano imparato a diffidare tanto della protezione imperiale, quanto di quella del Papa. Estranei fin qui ad ogni lega, che minacciasse l'integrità dei loro diritti, afferravano ogni pretesto per combatterle entrambe nei vicini, che ad esse troppo leggermente s'accostavano. — Gli sdegni che fervevano tra città e città rassodavano intanto la concordia fra gli individui, cui mura o fossa legasse in un solo comune.

S'accordano i popoli, come gli individui, in ciò che tutti vogliono o credono volere il proprio vantaggio. Si discute e si dissente non già nel fissare quale sia il meglio, ma nello scegliere i mezzi più acconci a raggiungerlo. Noi meniamo troppo rumore delle discordie dei nostri maggiori. Era condizione dei tempi se ciò che adesso esala in un rabbuffo della penna, allora faceva correre il sangue.

LXXXVIII.

Gli sdegni dei milanesi contro Lodi e Como, fide all'impero, furono esorbitanti: la discordia fu crudelmente protratta oltre 40 anni. La prima delle due città venne smantellata; all'altra si recò grave oltraggio, atterrandone le bastite e le torri. — Durissime leggi pesavano sui vinti; era prescritto, che nessun lodigiano potesse escire dalla propria capanna, dopo il tramonto del sole; ogni vendita, ogni compera, e perfino ogni matrimonio doveva sottoporsi al placito dei consoli milanesi[16]. Le pene ai contravventori erano, come le leggi, fuor misura feroci. Per la qual cosa, due esuli lodigiani si recarono nascostamente alla dieta di Costanza (1153) e prostesi nella polvere invocarono la protezione dell'imperatore Federico. — Non ci è lecito determinare fino a qual punto operasse sull'animo di costui la voce pietosa dei supplicanti. Certo è, che l'imperatore nel vendicare l'offesa fatta ai lodigiani, assecondava i suoi proprii interessi. — Lo scettro imperiale era, per antiche ragioni di guerra, il giogo del popolo italiano. — Le violenze dei milanesi fornivano il migliore pretesto a richiamarli alla dimenticata soggezione. Il Barbarossa spedì a Milano un suo ministro, latore di un decreto sovrano, che ingiungeva ai milanesi di desistere da ogni prepotenza in danno dei lodigiani.

Ma in qual conto fosse tenuta la protezione straniera anche presso coloro che gemevano in schiavitù, lo attesta la mala fortuna dei due intercessori, che l'avevano invocata. Agli oppressi avanzò tanto senno da farli accorti, che la tutela altrui era ben più triste ventura, che la fraterna discordia. Laonde i reduci da Costanza, che forse s'aspettavano dai proprii concittadini gratitudine e onore, s'ebbero in premio dell'inconsulte pratiche un carico di villanie e il bando.

Peggior sorte toccò poi al legato imperiale. Non appena si mostrò ai consoli di Milano, ed esibì loro il diploma cesareo, l'ira dei rappresentanti ruppe in parole amare ed in espressa dichiarazione di inobedienza. Gli ordini sovrani furono respinti, il rescritto imperiale fu lacerato e messo sotto i piedi; e l'ambasciatore ebbe a grave stento salva la vita[17].

Da ciò nacquero le due calate del Barbarossa in Italia, e la susseguente dieta di Roncaglia (1154); nella quale un numeroso stuolo di feudatarj e di vescovi oltraggiati ed impoveriti dalla cresciuta potenza popolare, indussero l'imperatore a pigliar l'armi per soffocare la libertà e repristinare l'antico ordine di cose.

La prima a sentire gli effetti di questa alleanza fu Tortona, presa d'assedio e distrutta. — Era spettacolo straziante il vedere quei cittadini lottar dalle mura contro le armi nemiche, esinaniti dal più terribile degli strazii, la sete. — Ma a riscontro di tante scene desolanti, la storia ci narra come i tortonesi, dopo l'eccidio della loro patria, trovarono la più cortese ospitalità in Milano, e come più tardi, ajutati dal braccio e dal denaro milanese, ritornarono alla loro patria e la riedificarono più forte, se non più bella, di prima.

Era debito dei milanesi il soccorrere ai fratelli, che avevano sacrificata l'esistenza della loro città nativa al bene della patria comune. Di tali esempi non è ricca la storia. Ciò prova, che le ire di Milano non nascevano da vanità d'impero, ma da più nobile origine. Cadevano Lodi e Como perchè troppo docili vassalle dell'imperatore: si rialzava Tortona perchè sua dichiarata nemica.

Una più fiera tempesta s'addensava intanto sopra Milano: l'ingiuria fatta al ministro imperiale doveva essere espiata dalla nostra città. Due volte Federico volse contro Milano un esercito formidabile ingrossato dalle stesse armi italiane che, più o meno di buon grado, s'erano collegate alle sue. — Nella prima si venne a patti per la troppo facile mediazione del conte Guido di Biandrate, capitano dei milanesi. — Ma questa non fu pace, fu tregua; durante la quale, Milano dovette suo malgrado rassegnarsi alle condizioni imposte dall'imperatore e ratificate dall'infido conte. Il più importante risultamento di tale accordo fu la riedificazione di Lodi, che surse in poco tempo a quattro miglia dalle ruine dell'antica città.

Nella seconda calata, l'imperatore congregò di nuovo la dieta in Roncaglia, e raccolse altri titoli di malcontento contro Milano. — Pentito forse d'essere stato troppo generoso nella precedente capitolazione, cercava pretesti ad infrangerla. E la infranse di fatto quando richiamò a se il diritto d'eleggere i Podestà e di sostituirvi un ministro imperiale. — Se i cittadini avessero piegato il capo a questo comando, la libertà loro poteva dirsi irreparabilmente perduta. Non v'assentirono; prescelsero di essere dichiarati ribelli, e di provarne le terribili conseguenze. Milano fu quindi posta al bando; le robe dei cittadini abbandonate al saccheggio; le persone condannate alla schiavitù.

Ma i cittadini milanesi non deposero per ciò le armi. — Gli imperiali avevano distrutto Crema alleata coi ribelli; questi ripresero Trezzo difeso dagli imperiali. Vi furono atrocità inaudite nell'uno e nell'altro campo. A nostro conforto però, possiam rilevare dagli stessi cronisti alemanni che, in questa e in altre simili vicende, la superiorità della ferocia non fu mai vanto degli italiani.

Tre anni duravano le ostilità tra l'imperatore e le terre amiche dei milanesi. Un orribile incendio devastò la stessa nostra città, e ne consunse una terza parte; intanto che le continue scorrerie nemiche desolavano la campagna, mietendo le biade immature. Il popolo milanese provava l'estremità della fame e della miseria; soffriva mille torture, mille oltraggi. Una volta, alcuni cittadini esciti a caso dalle mura e caduti in potere degli imperiali, venivano accecati; solo ad un di essi si lasciò in dono un occhio, onde guidasse i compagni in città, e mostrasse a' suoi gli effetti dello sdegno nemico. — Resistette il popolo fino all'estremo; i consoli esaurirono ogni parola di conforto, nè mai uscì dalla loro bocca una proposta codarda. Ma prima che la morte di tutti rassicurasse il trionfo dell'inimico, il popolo dovette arrendersi. Per editto imperiale i cittadini abbandonarono le case loro, che furono rase al suolo in un colle mura e coi publici edificii (marzo 1162). La tradizione ci tramandò questo fatto in un'appropriata iperbole, dicendo che sulla ruinata città fu sparso il sale, e percorse l'aratro.[18]

LXXXIX.

Cinque anni dopo, i milanesi toccavano di nuovo il suolo patrio; e, coll'animo rinvigorito dal patto di ventitrè città giurato a Pontida, si affrettavano a riedificare Milano. La novella città surse come per incanto; anzitutto fu cinta di validi terrapieni, muniti di torri. Poscia, con più vasto intendimento, a difesa di tutta quanta la pianura bagnata dal Po, la lega edificò Alessandria, che fu ed è la più salda trincea dell'insubre indipendenza.

Qui delle due cose l'una. Se la condotta dei milanesi verso le città di Lodi e di Como fu solo un atto severo di sdegno diretto a reprimere le improvide alleanze e la servile obedienza, noi dovremo scriverla fra quegli slanci di selvaggio patriotismo, che trovano una scusa nella barbarie dei tempi, perchè rivelano un culto ardente alla libertà. Ma se, com'è assai più verisimile, fu abuso di forza e concussione dispotica, dovremo altamente commendare la magnanimità delle città oppresse, che, scordato l'oltraggio fraterno, accorsero prontamente in ajuto della compagna pericolante. In questo dilemma sta indubiamente il fatto vero; e l'una e l'altra ipotesi spettano alla storia nostra; nè ci ha il tornaconto per noi a voler nascondere la colpa di una città, quando a riscontro di essa sta l'eroismo di molte.

L'imperatore Federico non rivolse le sue armi soltanto contro le città dell'Italia settentrionale. L'anno istesso, in cui queste si stringevano in lega, egli scese ad Ancona per punirla dell'alleanza contratta coll'imperatore d'Oriente Manuello Comneno. — Federico, colle sue rapide mosse, prevenne gli effetti di questa lega, ed accerchiò Ancona, non d'altro forte che del valore de' suoi figli. La resistenza di quella nobile città costituisce un altro fasto della storia italiana. L'imperatore fu costretto a levare le tende da quei campi e, rôso nell'anima dalla vergogna dell'impresa fallita, piombò su Roma, ed ebbe l'indegna gloria di devastarla. Ma non gli fu concesso di godere a lungo le dolcezze de' suoi trionfi: perocchè nell'estate il veleno dell'aria decimò il suo esercito, e spense oltre a due mila gentiluomini e baroni; per la qual cosa, ritornò sbaldanzito alla sua reggia.

La potenza della nuova lega, l'insubordinazione impunita d'Ancona, gli antichi diritti del serto imperiale obliati o manomessi, risvegliarono gli ardori guerrieri di Federico, che nell'anno 1174 scese pel Cenisio in Italia e, dopo aver incendiata Susa e taglieggiata Asti, mosse contro Alessandria, dov'era raccolta una parte delle forze alleate. Le recenti mura della fortezza sostennero l'urto delle armi nemiche per ben quattro mesi; scorsi i quali, le milizie della lega pigliarono l'offensiva e, rotto il blocco, costrinsero il nemico a raccogliere le proprie forze in lontana pianura, per ivi tentare una battaglia affrontata. — Il campo di essa fu la terra di Legnano; l'epoca, il 29 maggio 1176. In quel dì, l'esercito della lega annientò le schiere imperiali; 900 giovani milanesi, che costituivano la legione della morte, operarono prodigi di valore, e, fatto salvo il carroccio, rassicurarono la vittoria degli italiani. In quella pugna lo stesso imperatore sarebbe caduto in potere dei vincitori, se, visto il rovescio, non si fosse celato in un mucchio di cadaveri. I suoi soldati lo credettero morto; ed è fama che l'imperatrice avesse già indossato il lutto della vedovanza.

La vittoria di Legnano è il più glorioso avvenimento del medio evo italico; questo gran fatto non fu opera di un esercito, ma dell'intera nazione; e perciò dall'intera nazione furono usufruttati i vasti suoi risultamenti. — Per essa l'imperatore Federico dovette scendere a patti coi vincitori; e, soscritte le condizioni della pace nella dieta di Costanza, le registrò nel corpo delle leggi come base al diritto publico del popolo italiano (25 giugno 1183). In forza di quel patto, la feudalità venne bandita dalle terre di Lombardia, ogni città della lega riacquistò il pieno diritto di reggersi da sè, di erigere fortificazioni, d'assoldare armate proprie, di far pace, guerre ed alleanze, di godere di tutte le regalíe, e di dare forza di legge alle proprie consuetudini. — L'imperatore conservò il diritto eminente di accordare le investiture ai consoli delle republiche, di riscuotere un decennale giuramento, e di definire in ultima istanza le querele insurte fra i cittadini o fra le città della lega, qualora la parte soccumbente lo richiedesse. Quest'ultimo atto di sudditanza però, poteva dalla lega istessa venir commutato nell'annuo tributo di due mila marche d'argento.

Federico Barbarossa, che dagli storici alemanni è proclamato un eroe, ed è per noi il più esecrabile fra i nostri nemici, non fu nè l'uno, nè l'altro. — Non fu grande guerriero, perchè spesso e troppo facilmente battuto da forze minori; nè insigne politico, perchè non tenne conto della indomabile potenza di un principio, quand'esso surge a dominare ogni materiale interesse di un popolo. — Ma non deve essere nemmanco il bersaglio d'ogni nostra invettiva; perocchè, mentr'egli non era per nulla più barbaro del secolo in cui visse, giovò più ch'altro, colle armi sue infelicemente adoperate, a rassodare l'indipendenza di quel paese, contro cui egli le aveva rivolte.

I tiranni (ce lo dice la storia, e ce lo confermano i fatti di cui noi stessi siamo oggidì testimonii) sono alcuna volta la providenza dei popoli. Non è sempre vero che gli oppressi sieno facili a sollevarsi contro chi li regge. Spesso anzi s'addormentano negli ozii inverecondi e nei servili ossequii, se la tirannia è blanda, o pel solo fatto che essa è d'antica data. Allora si esita a far getto delle abitudini, benchè indecorose; allora o non si riconosce il bene di una più libera condizione, o se ne discutono le probabilità; e per questo misero conteggio è impossibile giungere alla gloria delle imprese difficili. Ma se le catene diventano insopportabili, se lo strazio è indefinito, e la morte certa, rivivono gli istinti, ed ammaestrano l'oppresso a raccogliere le forze per lottare e vender cara la vita. I migliori amici dei popoli, che hanno perduta la loro libertà, furono dunque e sono sempre quelli, che l'hanno calpestata più crudelmente. Se la lotta, dice un moderno publicista, è la condizione necessaria della vittoria, il nemico diviene il nostro migliore alleato[19].

XC.

Un fiume gonfio scava il suo letto, abbatte quanto lo vuol far deviare, e trascina seco i rivi minori. L'acqua invece, che poltre in uno stagno, si suddivide in pozzànghere, e nella sua inerzia elabora i veleni che l'ammorbano. — Così fu di noi. Le guerre di Federico I avevano ritemprato l'ardor nostro, e fatto convergere ad un solo scopo tutte le forze nazionali. La mitezza di Ottone IV, e la pace che ne seguì, generarono il contagio della discordia. Capitani, valvassori e credenze erano una sola cosa, durante il pericolo: scomparso questo, riconobbero diritti parziali, e si levarono a difenderli. Da ciò ebbe origine quella delimitazione di caste, che creò una prevenzione diffidente ed astiosa fra i nobili capitani e i sottofeudatarj. Ogni casta volle avere il suo consiglio, perchè ognuna sentì d'avere i proprj interessi. Non di rado da tali interessi nacque disparità di vedute; queste generarono dissidj, minaccie, violenze.

In quel secolo, le personali ambizioni dovevano essere meno potenti che non più tardi, quando la risurta civiltà fece dell'ingegno e della cultura intellettuale una forza di prim'ordine, spesso indirizzata a buon fine, talvolta abusata per mire egoistiche e sovversive. — Pure, malgrado l'eguaglianza cagionata dalla comune barbarie, il concetto di una republica, costituita sull'equilibrio dei diritti d'ogni classe e d'ogni individuo, era cosa più bella ad imaginarsi che facile ad ottenersi. La sovranità, spartita una volta equamente fra gli individui, era simile al talento della parabola evangelica, che a ciascuno recò frutto diverso a seconda delle diverse industrie. Il conservarlo integro, riesciva come andare al chino e perdere, quand'altri più operosi o più accorti avevano saputo avvantaggiarlo. In un paese, in cui la sovranità fosse talmente sminuzzata che ogni cittadino ne posseda la sua piccola parte, la custodia di essa è più dovere che diritto; e l'esercizio del medesimo riesce più increscioso perchè meno facoltativo. Non per difetto delle istituzioni popolari, ma per la natura dell'uomo, ciò che è comune, benchè necessario, è meno vagheggiato di quanto ci solleva dalla folla, fosse anche superfluo. Quando a tutti gli individui di un paese venisse distribuito un abito di un sol colore e di una foggia sola, cesserebbe l'orgoglio d'ornarsene; e colla estinta vanità scemerebbe l'interesse di averlo caro e di custodirlo.

Cacciati i tiranni e ricomposta la republica sopra un nuovo ordine di cose, spontaneo fu il volere, facile l'ottenere l'eguaglianza civile. Il dì in cui si fonda una società, ogni membro di essa presenta una distinta ed eguale quota di oblighi e di diritti. Ma non è tutto: bisogna che questi doveri e i corrispondenti diritti si mantengano quali sono, o crescano e s'avvantaggino a beneficio di tutti. Bisogna contenere le forze eccedenti perchè non oltrepassino il livello medio della forza comune; scuotere e ravvivare quelle che languono, perchè la parte inerte non discenda troppo, e nel far modesta rinuncia de' suoi diritti, leda e trascuri i proprj doveri. Tutto ciò, e le naturali differenze generate dall'età, dal clima e dalle circostanze, non che le incidentali, cagionate dall'educazione e dalla civiltà, resero e renderanno sempre arduo l'assunto di conservare all'edificio sociale un'eguaglianza perfetta e durevole.

Chi era tolto dalla folla assai di rado vi rientrò, e vi si confuse, al cessar del favore che lo ebbe sollevato. Intorno a lui si stringevano a poco a poco inavvertitamente i consanguinei, i partigiani, i clienti. La superficie sociale non fu più perfettamente piana. Gruppi di gente privilegiata formarono le caste. In mezzo ad esse, quasi centro e culmine di altretante associazioni parassite, sursero gli ottimati. Era intento loro di dividersi in parti eguali la somma del potere; il volevano, o piuttosto dissero di volerlo: bastò un nonnulla a turbare l'equo riparto dei diritti; bastò a tanto il momentaneo allentamento nella pratica delle virtù cittadine. — Le passioni, malgrado ogni buona intenzione, si gettavano sulle coppe della bilancia, e la facevano traboccare. Le caste si cangiarono in partiti; gli ottimati in emuli. Una guerra sorda, piena d'invidie, di prevenzioni, di false amicizie, ruppe il buon accordo della famiglia. Venne presto il giorno, in cui il popolo, vedendo irreparabilmente turbato l'ordine prestabilito, compì l'ultimo suo atto sovrano, rinunciando ai proprj diritti, ed accettando la signoria di un solo, sempre meno uggiosa e più tolerabile che quella di pochi.

Tale fu la nostra sorte. Le discordie, i partiti, le turbolenze tennero dietro ben presto a quel fortunato equilibrio, che era l'essenza del reggimento popolare. Il comune era fatto un campo: bisognava star con questo o con quello; quindi contro l'uno o l'altro. — Ad escire da tante incertezze, la rappresentanza popolare non trovò miglior rimedio, che conferire il supremo comando ad un solo individuo, imitando ciò che faceva l'imperatore prima della pace di Costanza. Ed a questa autorità venendo designati uomini d'altre città italiane, non si volle già riconoscerne la comunanza di stirpe, il che sarebbe stato un progresso glorioso; ma si cercò nell'individuo d'altra republica un principio di autorità straniera, un potere che fosse meno famigliare, e quindi più riverito. Il primo di tali magistrati che, col nome di podestà, esercitò sul comune di Milano la dittatura, fu un Oberto Visconti da Piacenza. Questo fu il primo e decisivo passo del nostro popolo verso il governo monarchico.

In questo mezzo l'eresia, altra cagione di discordia, fermentava nel nostro paese, alimentata per una parte da uno spirito d'indagine affatto nuovo, per l'altra nutrita dalla stessa intoleranza del clero che credeva spegnerla coi roghi e nel sangue. Al principio del secolo XIII si enumeravano in Milano quindici professioni eretiche. Il podestà Oldrado da Tresseno arse a centinaia i novatori (1233) e si rese caro alla curia romana.[20] Intanto il popolo non infrequentemente si faceva giustizia da sè, rompendo il filo degli atroci processi collo spegnere la vita degli inquisitori. Fra Pietro da Verona e fra Pagano da Lecco furono di questo numero; e, in premio del martirio sofferto e pel merito di averlo fatto subire a tanti traviati, ottennero dopo morte l'incenso e le preci dei beati. La profetessa Mainfreda era gettata alle fiamme; il prete Andrea, che divideva con essa le offerte dei devoti di Chiaravalle, la seguì sul rogo; e le ceneri della taumaturga Guglielmina, poco prima venerate come una reliquia, furono strappate dall'avello e disperse al vento. Citiamo questi fatti perchè ritraggono fedelmente il fanatismo intemperante del secolo; non volendo che ci si apponga l'accusa d'essere ciechi ammiratori delle artistiche scene del medio evo.

L'imperatore Federico II ricondusse la guerra in Italia; e colla guerra si riaccesero in noi le virtù intiepidite. A Cortenova i milanesi furono battuti dagli imperiali; ma la sconfitta non fu ingloriosa. I più preferirono morire sul campo anzichè arrendersi; i pochi superstiti, raggruppati intorno al Carroccio, seppero condursi in salvo, e serbare incontaminato il vessillo della libertà, attraversando terre infestate da nemici, o da amici sleali. Fu Pagano della Torre signor di Valsassina che guidò l'impresa; e fu quest'impresa che preparò a lui ed a' suoi figli un mezzo secolo di gloria e di potenza (1237).

Della rotta di Cortenova ebbero i milanesi larga rivincita in tre memorabili giornate. Duplice fu la vittoria di Camporgnano, poichè in essa furono battuti gli imperiali e gli alleati Saraceni. A Casorate l'esercito dell'imperatore, tratto in inganno da una finta ritirata, credette per un momento d'essere padrone del campo, che poscia coperse de' suoi cadaveri, ed abbandonò. — Presso Gorgonzola, in un terzo scontro, cadde in potere dei milanesi Enzo figlio dell'imperatore. Fu questa l'ultima e la più segnalata vittoria nostra; doppiamente gloriosa giacchè, mercè sua, si fiaccò per sempre la baldanza di Federico; e più ancora perchè i vincitori resero, senz'altro patto che una promessa di neutralità, il reale ostaggio a colui, che non risparmiò la vita ad uno solo dei prigionieri italiani. — Ed anche in questa occasione i nostri maggiori, combattendo per la loro indipendenza, davano prova di una moderazione, che è assai più bella della stessa vittoria. La santità della causa consigliò sempre, anche nell'ardore delle battaglie, l'uso saggio dei mezzi atti a difenderla. Si diede la vita e la libertà al figlio del nostro mortale nemico con una generosità degna di miglior secolo, mentre e prima e poi, nelle piccole e vulgari lotte municipali, i vincitori solevano oltraggiare i vinti fratelli con un carico d'ingiurie, che potrebbero essere chiamate villanie puerili se non fossero figlie di un livore empio e fratricida.[21]

Il servigio reso da Pagano della Torre diede origine ad una carica tribunizia conosciuta sotto il nome di anziano della credenza (1240). Ne fu insignito lo stesso Pagano e, morto lui, Martino suo nipote. Egli doveva difendere la plebe dalle prepotenze dei nobili e sorvegliare l'amministrazione delle entrate. Durante la guerra contro Federico, per strettezze di finanza si era posto in giro il credito dei notabili rappresentato da un obligo scritto.[22] Era, nè più nè meno, la carta moneta dei nostri giorni; e, come ai dì nostri, un tal valsente non gradiva ai cittadini sospettosi sempre dei soprusi di chi li regge. L'anziano diede opera all'estinzione di questo debito, dividendolo in otto rate annuali, e suddividendolo fra proprietarii in quote proporzionate, colla scorta dell'inventario o catastro del censo (1248). Da ciò nacque l'imposta sulla proprietà fondiaria, detta fodro, che è la prima e più netta idea del carico prediale.

XCI.

I torbidi, per cui passò l'impero durante la disputata successione di parecchi monarchi, giovarono per mezzo secolo all'indipendenza nostra: tempo più che bastevole a rassodare la cosa publica, se le ambizioni e le rivalità de' suoi cittadini non l'avessero commossa col continuo travaglio della guerra civile.

Si creò l'officio di capitano generale della republica per contraminare l'elezione del tribuno. L'onore della nuova dignità, che per poco non toccò al feroce Ezzelino da Romano, tanta era la gelosia che ispirava ogni nome cittadino, fu palleggiato tra il Marchese d'Incisa ed Oberto Pelavicino.

Verso quest'epoca il Papa, pigliando in sospetto la crescente potenza dei Torriani, violò il diritto popolare di eleggere i pastori, ed inviò alla sede arcivescovile di Milano Ottone Visconti (1260). Era pensiero del pontefice, che la ricchezza e la potenza di questa famiglia risveglierebbero nel popolo milanese quella fiducia che l'infeudata autorità dei Torriani aveva troppe volte delusa.

Ciò malgrado, la popolarità degli anziani serbavasi ancora assai potente in Napo, benchè d'animo assai diverso de' suoi predecessori. — Napo, camminando ardito sulle orme loro, varcò a poco a poco il limite della tribunizia podestà; e a consacrare l'abuso impiegò l'arte dei tiranni. Milano a quei tempi obliava la semplicità degli antichi costumi, per fantasticar feste e baldorie, come la plebe di Roma. Con questo mezzo, l'anziano perpetuo del popolo riesciva a divenirne il padrone. Egli nominava il podestà, ed accordava alla sua creatura il diritto di eleggere la metà dei membri del consiglio. Ambizioso, e non vano, mostrò disprezzare quelle pompe esteriori, che tradiscono l'interna sete di comando; mantenne vigorosamente le forme dell'antico reggimento nelle monete, nelle adunanze, nelle publiche concioni; ma ingannava tutti, e in sostanza regnò da tiranno. — Che se alcuna volta vide il colosso della plebe levare su lui l'occhio torvo, egli seppe rasserenarlo coi tornei, colle gualdane, con ogni maniera di spettacoli; fra i quali per lungo tempo fu il più gradito il bando od il supplicio d'un nobile. — Per tal modo codesti tribuni, che si vantavano d'aver fatta libera la patria solo per ossequio ed affetto verso di essa, e che di fatto l'avevano servita con zelo e fortuna, ottenuto l'intento, non ponevano misura alle loro esigenze, e mettevano a debito della publica gratitudine ogni pretensione sollevata dalla loro cupidigia. — Si sarebbe detto che volevano avere il diritto di ricondurre il paese all'antica ruina, pel merito d'averlo una volta salvato.

Da tali arti potè il popolo milanese essere sedutto più volte, ma non abusato sempre. — Ogni plebe, e specialmente la nostra, suol essere pronta allo sdegno, ma non meno facile all'oblío delle offese e generosa nel perdonarle. — I cittadini s'accorsero che chi aveva frenata la prepotenza dei nobili, non agiva meglio di loro. Parvero meno gravi le passate sciagure, da che lo stato presente non era gran fatto più rassicurante. Il titolo di vicario imperiale, che Napo sollecitò da Rodolfo d'Asburgo, contribuì a crescergli il disfavore del popolo. Ottone Visconti rinfocolò i sospetti; raccolse partigiani a Como e nel contado; li pose in armi e mosse verso Milano. Incontrato, nella terra di Desio, l'esercito Torriano impegnò con esso una battaglia decisiva, in cui Napo fu battuto, e fatto prigioniero (1277). Dopo ciò, venne rinchiuso in una gabbia di ferro, dove perì miseramente un anno dopo.

Qui comincia la grandezza dei Visconti. Il popolo milanese non avrebbe spodestato il Torriano pel solo scopo di affrettare un mutamento di signoria. — Era la libertà dei tempi della lega, ch'egli, con troppo languide istanze, chiedeva; non un nuovo signore ed una larga dote di promesse e di spergiuri. Ma tale era la sorte nostra. Nel momento istesso che le varie classi ond'era composta la republica venivano ad un accordo, già maturavano novelle ambizioni, foriere di altre discordie. Colui, che per fortuna o per momentaneo favore del popolo s'incamminava dinanzi ad esso col pretesto di farlo libero, sdegnava poscia di rientrare nelle fila dei semplici cittadini, e rinnovava la necessità di cacciarvelo a viva forza.

Quando un tesoro è debolmente custodito, torna buono ai tristi il dire: tanto fa che io m'approprii ciò che non è mio, perchè altri se lo piglierebbe. Il nostro popolo cessò dal custodire il tesoro della propria libertà dal momento che, fidatone il deposito ad altri, s'addormentava neghittoso alle seducenti declamazioni di civismo, intonate da' suoi scaltri tribuni.

Ora tra Napo della Torre, tiranno in nome della plebe, e Ottone Visconti, despota ottimate, vi era forse gran differenza? Quando l'una classe doveva affaticarsi a schiacciar l'altra, qual conforto per la republica se la plebe era vincitrice, e i nobili soccumbenti? L'alternato inalzamento dei Visconti e dei Torriani era sempre vittoria di un partito e, come tale, traeva seco indispensabilmente la sconfitta del principio nazionale, al cui sviluppo è necessaria l'opera attiva e sempre concorde di tutti. — Vero è che questa specie di altalena doveva cagionare eguaglianza, al momento che gli ottimati erano tanto discesi quanto erasi rialzata la plebe; perchè allora le due classi estreme trovavansi ad uno stesso livello. Ma i partiti, mossi da un impulso progressivo o retrogrado, non potevano arrestarsi; all'indimani la plebe riguadagnava tutto quel più che jeri rendeva odiosa la sconfitta nobiltà. Il flagello non era spezzato, ma cambiava di mano: e la cosa publica, oltre al patirne gli abusi inseparabili da ogni autorità conquistata colla forza, andava incontro alle fatali conseguenze di una continua vicenda di gare, di discordie e di vendette.

XCII.

Il nome di Visconte non spettò in origine ad un casato, ma fu titolo di dignità attribuito a tutti i feudatarii dell'impero, che reggevano una contea in nome dell'imperatore, e perciò erano detti vicarii, o vicecomiti.

Dalla dignità divenuta ereditaria, di cui vi hanno esempj fino nel secolo V, nacque il cognome della famiglia Visconti.[23] Quando essa crebbe in potenza, i cronisti si compiacquero di tessere un romanzo intorno alla sua origine, risalendo alla “fonte del nobile río per una strada di meravigliosi avvenimenti.... Il Prencipe di Macedonia, scrive G. P. Crescenzi, per avere consanguinei questi signori, li notò originati dall'imperatore Anicio Flavio Giustiniano, il grande; gli ascendenti del quale si ascrivono ai reali di Troja.„ E come ciò fosse poco, aggiunge “che con l'imperatore Heraclio venne da Roma Marco, che fu conte d'Angera, e della cui stirpe furono i Visconti„; e infine asserisce “che Angera fu fabricata da Anglo figlio di Ascanio re, il quale fu di Enea genero, et nipote di Priamo ultimo re di Troja„[24].

Perchè Angera fosse la degna patria di sì cospicua famiglia, è chiamata da Stefanardo Vimercati una vasta città, residenza di quei principi, che regnavano nella contea del Seprio, altra nobile parte del regno d'Insubria. E Carlo Torre ci racconta, come il nome d'Insubria fosse dato dal gigante Subre “figlio di quell'Espero, che fu germano d'Atlante (a' cui prodigiosi fatti ottenne l'Italia tutta il titolo d'Esperia) il quale entrato con poderoso esercito in questo clima, facendosi padrone di varj luoghi, stabilì sua ferma sede tra i laghi Lario e Verbano, e tra i fiumi Adda e Tesino, fabricandovi un castello, che dal suo nome Subre, o Seprio fu detto ecc.„[25]

Uberto Visconti, che viveva ai tempi di S. Ambrogio, ammazzò un terribile drago, che devastava le campagne milanesi. Per ciò il popolo decretò a lui ed a' suoi posteri certa decima di grano, che misuravasi in publico collo stajo, onde i suoi discendenti, conservando tale regalía, ebbero per impresa lo stajo, e s'intitolarono Vicecomites de sextario.[26] Galvano Fiamma, per aggiungere altra gloria alla casa Visconti, la fa consanguinea di Carlo Magno, e conferma che i primi conti d'Angera si chiamavano re, e che parlavano alla francese, desumendolo da un'iscrizione da lui letta sur un marmo, scoperto nel 1339 a Turbigo provincia del microscopico regno d'Angera.[27] Il Corio scrive d'un Alione, figlio del re d'Angera e Visconte di Milano nel quinto secolo, che fu dagli imperatori e da pontefici rivestito di grandi privilegi, della dignità di conte d'Italia, del diritto di creare giudici e notai, di riscuotere decime, d'armar militi e cavalieri, spedir nuntii et separare il marito dalla moglie. Egli ne racconta come da Alione nascesse Galvagno, e da questo Perideo, che regnava quando scesero i Longobardi, e morì in battaglia contro i Greci di Ravenna[28]. Giorgio Merula[29] e Tristano Caleo[30] si copiano a vicenda per istabilire che fra i Visconti e i re longobardi eravi legame di sangue, e che la pia regina Teodolinda era di stirpe viscontea. Da Stazzone conte d'Angera nacque Desiderio ultimo re di quella gente, e Berengario II si vuol figlio d'Azzo, conte di Lecco e d'Angera...[31]

Ma basta così: questo è ben altro che storia. Abbiamo messo fuori queste anticaglie, per dar idea dei gettoni di bassa lega che correvano, come oro puro, nella universale povertà dei secoli scorsi. Sono queste notizie simili alle maglie di ferro e alle cotte d'armi: arnesi fuor d'uso, che si guardano però, non senza interesse. Ma in mezzo a tante favole, v'ha la sua parte di vero; e questa è l'arte dei vecchi cronisti, d'appoggiare le fila dei loro racconti in regioni ignote, come se ciò valesse a meritar fede ai grandi avvenimenti veduti od uditi; se pur non è il men nobile proposito di lisciare i potenti e di rabbonirli coll'adulazione. — Concludiamo col secentista Torri, che questa volta la dice giusta: “prendetevi di questi racconti qual più vi aggrada, poichè discorrendo d'ationi occorse nello spazio di più di mille anni, la verità afflitta da così lungo viaggio non può se non zoppicare, stanca d'essere agitata ora su un foglio ad un modo, ed ora su un libro ad un altro[32]„.

Teniamci ai fatti accertati. — Nel 881 Pietro Visconte sottoscrisse i privilegi accordati da Carlo il Crasso alla Basilica Ambrosiana. Nel 1037 Eriprando liberò dalle carceri di Piacenza Eriberto arcivescovo di Milano, e sette anni dopo un Riccardo Visconti fu creato dall'imperatore sacri palatii judex[33]. — È storico che i privilegi accordati dalla città di Milano al Monastero di Pontida fossero sottoscritti da Eriprando, e Marco Visconti. — Nel 1155 Ugo, pur dei Visconti, accorse coi Milanesi in ajuto di Tortona assediata da Federigo I, e morì sotto le mura di quella città. Nel 1158 Ardengo Visconti, con altri capi della republica milanese, fu fatto prigioniero da quello stesso imperatore nella battaglia di Cassano. Combattè in quell'epoca alla difesa di Milano, e vi perì Gherardo Visconte virtute et nobilitate clarus[34]. — Il primo dei podestà di Milano fu un Oberto Visconti; ed un Ottone, console della republica milanese, segnò in Lodi, nel 1162, la capitolazione coll'imperatore Federico. — Consoli di Milano nel 1173, 1186 e 1194 furono Ruggiero, Marco e Guido Visconti. Pietro firmò in Piacenza la pace di Costanza nel 1185. E in un solo anno, cioè nel 1190, al dire del Calchi, questa famiglia dava ad Alessandria, a Vercelli ed a Bergamo i podestà Guidettino, Uberto e Pietro. Matteo Visconti era vescovo di Bergamo, quando Ottone occupava la sede arcivescovile di Milano.