I Visconti, già favorevolmente noti ai milanesi per le cospicue cariche occupate, crebbero nel favore del popolo, quando i Torriani abusarono della vantata loro popolarità. Giovava inoltre ai primi il prestigio di una ricchezza fuor d'uso munifica e generosa. — Il popolo impreca contro i ricchi solo quando li trova spietati; ma, se ha pane e lavoro, fa lume coll'esempio ai declamatori, e precede le facili teorie colla pratica di una vita sobria, industriosa e rassegnata: anzi, l'accontentarsi di un pane parco ed affaticato, è ancor poco; non di rado lo vediamo compiacersi dello splendore altrui, come se il fasto di pochi fosse un vanto di tutti. Esso dunque comprende che tra la ricchezza e la miseria la Providenza pose l'equilibrio, distribuendo il cruccio ed il sorriso in altra misura che non è quella del censo.
I Visconti erano ghibellini; ma a quest'epoca il nome delle due fazioni non aveva più il significato primitivo. Le famiglie potenti, alle quali i comuni avevano conferito il governo delle città, erano guelfe o ghibelline, non perchè favorissero lo sviluppo della libertà nazionale, o difendessero i diritti della corona cesarea; ma si appoggiavano a questa o a quella parte per rassodare la potenza loro ed infeudare nella propria stirpe quell'autorità, che poteva guidarli al trono. — È dunque erronea la sentenza di quanti storici asserirono che la parte guelfa fosse la nazionale. — “Nei vesperi siciliani, che furono un fatto di nazione, quant'altro mai, non si fece strage se non di guelfi[35]„. Erano guelfi i Torriani, come lo fu pressochè tutta Italia, quando Carlo d'Angiò ebbe sconfitto il re Manfredi e con esso la parte imperiale: ma erano guelfi, perchè non potevano più essere ghibellini. — La conseguenza era una sola e la stessa: l'Italia subiva nell'un caso e nell'altro la dipendenza straniera; e, in cambio di servire ai Cesari alemanni, obediva ai re francesi.
Se i Visconti non fossero stati ghibellini di nascita, dovevano divenir tali come successori dei Torriani, per distruggere la potenza dei rivali, e per volgere a vantaggio della propria famiglia le tendenze monarchiche quali si manifestavano nella languente republica. Assisi sul trono e sicuri, avrebbero cessato di mostrare un inutile studio ad una fazione od all'altra: intenti solo a liberare la patria da ogni influsso straniero, a spese della libertà interna, che ormai non sapevasi abbastanza difendere. Venne infatti il dì che i Visconti, fidando la propria fortuna alle armi, schiacciarono con mano di ferro ogni fazione; allora si dannò perfino a morte chi solo pronunciasse la parola di guelfo o di ghibellino. Ma finchè essi salivano, avevan bisogno di un appoggio; il ghibellinismo favoriva lo sviluppo del concetto monarchico, ed abituava i tralignati republicani a riverire una dinastia. Del trionfo della parte ghibellina tutti i nobili si erano felicitati; ma “immiseriti da un lungo esilio, avevano pigliato un contegno rimesso ed ossequioso; la loro condiscendenza tralignò in obedienza, e la republica di Milano, governata dai Visconti, non tardò guari a mutarsi in principato[36]„.
Da qui inanzi, per quasi due secoli, la storia di Milano è strettamente legata a quella dei Visconti, sì che l'una nell'altra si confonde. V'ebbe un periodo in cui ricomparve la signoria dei Torriani; ma fu brevissimo: l'intrusa potenza sembrò suscitata dal destino a rinfrancare viemeglio la grandezza de' suoi rivali.
L'arcivescovo Ottone Visconti, settuagenario, trattava armi e cavalli come un giovine capitano; ma, giunto a decrepita vecchiezza, chiuse il suo governo cedendolo al pronipote Matteo, dopo averlo coi supplicii e colle alleanze messo al riparo dalle pretensioni degli emuli. Nell'elezione di un successore violava egli la prima e più importante legge della costituzione republicana. Grave dovette essere lo scandalo: ma nessuno osò opporsi. Il Consiglio fu interrogato, solo perchè non v'era dubio che avrebbe ratificata l'usurpazione.
Ottone passava gli ultimi suoi giorni nell'abbazia di Chiaravalle; e Matteo, col nome di capitano del popolo, continuava in Milano l'opera dello zio. Meno violento e più scaltrito di lui, chiamò a parte de' suoi ambiziosi disegni la stessa rappresentanza del popolo, forzandola a cospirare inconsapevolmente contro la libertà della patria. In questo senso soltanto, e come maestro nelle arti degli ambiziosi, non deve negarsi a Matteo il nome di Magno, che la storia gli ha troppo generosamente decretato.
Per frenare i replicati tentativi dei Torriani egli aveva bisogno d'armi; e già, l'annuncio di una nuova crociata minacciava di suscitare e rivolgere a lontana impresa l'ardore guerriero de' suoi. Matteo seppe soffocarla. — Dall'imperatore Adolfo di Nassau implorava intanto la dignità di vicario imperiale. Ma le pratiche intorno a ciò erano condotte con tale mistero, che quando giunse il diploma cesareo, tutta Milano credette dovere esso tornar nuovo e quasi sgradito al suo signore. — A convalidare l'inganno, Matteo si finse restío ad accettare la dignità conferitagli; e vi si piegò solo quando il consiglio popolare gli diede quell'assenso, che in niun caso gli avrebbe saputo negare. — Ottenne dallo stesso consiglio la facoltà di usare contro la fazione torriana di quei mezzi, ch'egli aveva già apprestato in secreto; e fece nominare capitano il figlio Galeazzo, proponendolo a tale officio con quel piglio dei tiranni, che non ammette discussione.
Ma l'avveduto principe fu cieco padre: poichè le improntitudini di Galeazzo affrettarono il ritorno de' suoi nemici. Guido della Torre costrinse colle armi il Visconti ad abbandonare la signoria, e a cercare nell'esilio l'oblio della sua sventurata ambizione (1302). — Matteo sopportò la mala fortuna con non comune grandezza. In un piccolo borgo della terra veronese seppe gustare per molti anni la calma della vita privata, aspettando com'ei diceva — “che i peccati dei Torriani superassero quelli dei Visconti[37].„
Guido della Torre restaurò il governo popolare, e lo mantenne in pieno vigore per cinque anni. Ma, rieletto capitano, cedette alla tentazione di allargare la propria autorità, a spese dei diritti del popolo: facile impresa, da che questo aveva ormai rinunciato alla custodia delle proprie franchigie.
Fu a quest'epoca che Enrico di Lucemborgo, eletto imperatore, scendeva in Italia per cingervi la doppia corona; rito, per circa un secolo, obliato da' suoi antecessori. Scendeva egli in Piemonte, già informato di quanto accadeva a Milano da Francesco Garbagnate, accorso ad incontrarlo al di là delle Alpi. Lo zelo di costui rimise i Visconti in grazia dell'imperatore; sicchè Matteo, dietro avviso dell'amico, escì dal suo modesto ritiro di Nogarola; e, trovatosi con Enrico nella città di Asti, entrò in domestichezza con lui, e n'ebbe larga promessa di protezione. — Infatti, la venuta dell'imperatore in Milano segnò la seconda ed irreparabile caduta dei Torriani. Guido, sedotto da falsi consigli, troppo fidando nel numero e nell'ardimento de' suoi partigiani, meditò un piano di resistenza contro gli imperiali. Se non che, scoperta la trama da quelli stessi, che dovevano prendervi parte, mentre i figli del Visconte (non del tutto innocenti) escivano assolti, Guido, i suoi congiunti e gli amici della sua parte, dopo una rotta decisiva, furono banditi dalla città, e taglieggiati nella vita e nelle sostanze (1311).
Lo scaltro Visconti aveva condotto a buon fine la difficile impresa, palliando con arte finissima la sua ambizione. — Lo stesso imperatore, tratto in inganno dalle sue disinteressate proteste, gli confermò la dignità di vicario imperiale, estendendola a più vasta giurisdizione. A Matteo spettava la suprema amministrazione dello stato; a' suoi figli, strenui soldati, la difesa e l'ampliamento di esso. In tre anni, il piccolo stato soggetto ai Visconti, comprendeva undici cospicue città.
Il Papa Giovanni XXII, ingelosito dai rapidi progressi di questa famiglia, che minacciava di raccogliere sotto il suo scettro le lacerate province italiane, moveva querela contro Matteo per la dignità di vicario imperiale da esso lui accettata a danno della libertà italiana, che in quel punto tornava bene il difendere. — Matteo eluse le iraconde pretensioni del Papa dimettendo la vanità del titolo; anzi, persuase il proprio figlio Giovanni a spogliarsi del pallio arcivescovile di Milano, perchè lo assumesse frate Aicardo Caccia, eletto intempestivamente dal Papa. — Dalla condiscendenza di Matteo l'irrequieto pontefice trasse maggiore baldanza ad osteggiarne i diritti. Egli suscitò la Francia contro lui; e già le legioni regie calate dalle alpi minacciavano il Visconti d'una guerra di sterminio.
Ma il sagace Matteo anche questa volta seppe scongiurare la procella. — Con larghe proteste e generosi doni, secretamente spediti al campo francese, disarmò gli spiriti guerrieri del capitano nemico; il quale, pago delle spiegazioni ottenute, ricondusse il suo esercito fuori d'Italia senza colpo ferire.
Ancora più adirato il Papa brandì le armi spirituali, e fulminò la scomunica contro il Visconti (1322). Ma gli anatemi già troppo abusati non produssero alcun effetto. Volevasi sollevare il popolo contro la signoria, e questo non si scosse. Matteo, invitato solennemente a scolparsi davanti al legato pontificio residente in un borgo presso Alessandria, vi spedì in sua vece il proprio figlio Marco alla testa di una poderosa armata, contraponendo minaccia a minaccia. — Gli inquisitori non aspettarono il figlio dell'impenitente Visconti. Postisi al sicuro in Valenza, fulminarono contro il signore di Milano una seconda scomunica, condita di così strane imprecazioni, che il successore Benedetto XII, per decoro della sede pontificia, le dovette ritrattare ed annullare, l'anno 1341[38].
Ci sia permesso di ravvicinare e porre in confronto alcune date storiche, onde rimovere il sospetto d'aver scelto ad arte le occasioni di combattere la temporale autorità dei pontefici, d'averla giudicata dagli abusi che la macchiarono, d'aver posto l'eccezione all'altezza della regola.
Prima di Costantino, i pontefici oscuri, umili, poverissimi regnavano sui loro seguaci per la fede ardentissima, e per la carità di cui erano banditori e modelli. Essi facevano causa comune coi neófiti, dividevano con essi nel bujo delle catacombe il pane del povero; fuor di quelle, gli strazii e la gloria del martirio. — Il figlio di Costanzo Cloro, abbracciando la fede di Cristo (312), pose fine alle persecuzioni. Disfatto Massenzio ed ucciso in battaglia il feroce proconsole Licinio, rassicurò alla novella cristianità un'era di pace; ma, traviato da un improvido fanatismo, credette far più gloriosa la chiesa, arricchendola di quella dote madre di tanti mali, che strappò allo sdegnoso poeta quell'amara invettiva contro i chierci del suo secolo:
.... la vostra avarizia il mondo attrista,
Calcando i buoni e sollevando i pravi[39].
Gregorio Magno favorì la caduta degli esarchi ed inaugurò un'epoca affatto nuova pei pontefici (590). Da quel momento il suo sacro officio varcò il tranquillo e modesto esercizio delle virtù cristiane. Il mansueto pastore cominciò a gustare la vanità mondana; ma scorrendo sul pendío delle ambizioni, non seppe arrestarsi e, molto meno, potè risalire alla purezza della sua originaria istituzione. Caddero gli esarchi, e Roma si prosciolse dall'obedienza verso gli imperatori iconoclasti (726); gran ventura per quel secolo, ma irreparabile calamità pei successivi; perocchè d'allora
. . . . . . . . . . . . . la chiesa di Roma
Per confundere in sè duo reggimenti
Cade nel fango e sè brutta e la soma[40].
Quando Carlo Magno restaurò l'impero occidentale (800), i pontefici, chiamati a consacrare l'eletto monarca, raccolsero nelle proprie mani una parte della autorità di lui; imperocchè, mentre gli imperatori confermavano o deponevano i papi, questi riconoscevano od esautoravano gl'imperatori. L'accordo dei due poteri riesciva per solito fatale alla libertà dei popoli; la discordia partoriva guerre lunghe e fratricide; ma, nell'un caso e nell'altro, il concetto tutto spirituale della cristiana associazione era travolto.
Troppo è per noi il consultare una storia veramente imparziale; ci basta aprire un volume qualunque, compilato, se vuolsi, nelle cupe cancellerie della curia romana, per proclamare altamente che i primi pontefici furono senza confronto migliori dei successivi prìncipi, o vassalli dei prìncipi. Dietro ciò, oseremo chiamare necessaria alla incolumità della religione di Cristo una mondana potenza, che giovò soltanto a rendere meno buoni coloro che se ne adornarono? Vuolsi che la grandezza del principato civile sia mezzo necessario a proteggere l'indipendenza e la inviolabilità della religione. Il buon senso e l'alto concetto delle sublimi dottrine insegnate nell'evangelio ci fanno restii a riconoscere una tale necessità. Imperocchè non fu mai officio del debole sorreggere il forte; la verità non cercò mai d'essere rischiarata dal fittizio bagliore delle glorie terrene. — Al contrario, la storia c'insegna che le meschine alleanze immiseriscono la buona causa. Quella carità che prosperò in mezzo al sangue versato da tanti martiri, nè ora nè mai, dovrà reggersi colla spada, o cercare mercè ai piedi d'un trono.
“I papi furono uomini e non angeli„, disse un rispettabilissimo scrittore, facendo appello all'indulgenza della storia per palliare le gravi esorbitanze dei prìncipi della chiesa[41]. Non temano le anime ingenue; non vogliamo togliere la polvere a viete cronache. — La storia politica dei papi, quale ci viene proposta dai rigidi censori del progresso intellettuale, è soltanto una serie cronologica di nomi non interrotta da Pietro fino a noi. — Quanto vi sia di sovrumano in ciò non spetta a noi il dimostrarlo: accettiamo intanto il riserbo della storia come uno splendido omaggio alla publica morale, e come riprova di quanto abbiamo asserito. Ci limiteremo ad osservare che nelle dinastie storiche il caso si compiace di avvicendare i buoni ed i tristi; sicchè ogni stirpe deplora il suo Tiberio e vanta il suo Tito. I pontefici, per converso, tolti dal seno di una casta, ben di rado portarono al soglio le virtù individuali. Per patto d'elezione, e come atomi d'una mole che ha vita propria ed eccentrica, conservarono integri, e tradussero in atto, a totale vantaggio d'una potente oligarchía, quei principj di cui si chiamavano i temporanei custodi.
Quindi la teocrazia romana, gloriosa della sua immobilità, pose ogni cura ad eternare la mansueta ignoranza. Se la civiltà moderna, coll'impeto del suo corso, non l'avesse trascinata dietro di sè, Galileo sarebbe ancora per essa un tristo od un demente. — Le gloriose scoperte della scienza, le nuove dottrine e perfino le industrie della mano, si dovettero proclamare, diffundere, insegnare lungi da Roma e in onta alle sue minaccie. Per la qualcosa, la città eterna, un dì maestra del mondo, fu nell'evo recente l'ultima sempre a godere i beneficii della civiltà, e non li gustò se non dopo aver visto i suoi reggitori costretti a riconoscere ciò che prima, sprecando l'infallibile parola, avevano combattuto.
Ben è vero, e non si deve tacerlo, che questa regola subì delle importanti eccezioni. Alessandro III, a cagione di esempio, favorì la lega lombarda; Gregorio VII tolse agli imperatori il diritto di eleggere il pontefice. Entrambi accarezzavano il disegno di fondare in Italia una republica teocratica svincolata da ogni straniera influenza. Ma i mezzi per giungere alla gloriosa meta non erano acconci. Più tardi, e in altra mano, quelle stesse armi dovevano tornar buone a spegnere la propugnata libertà. Gregorio VII, per non dar ragione ai popoli delle sue opere, e per trascinarli seco nell'ardua impresa, impose ad essi la credenza nella sua infallibilità; tolse loro il diritto d'eleggere i pastori: e, qualificandosi rappresentante di Dio, costrinse prìncipi ed imperatori a chinarsi nella polvere ed a baciargli il piede. — Noi, avvezzi agli atti tracotanti dello straniero, godiamo in vedere coteste fronti coronate farsi umili e riverenti davanti al povero monaco di Soana. Ma badisi che, consacrato una volta un principio, bisognerà subirne le conseguenze anche quando ne riescono fatali.
Infatti, i papi del secolo XIII non poterono compiere le splendide gesta dei loro antecessori. Le armi erano già logore; il principio ormai vieto divenne il retaggio di una fazione; contro questa surse la fazione rivale. I guelfi favorivano il papa; ma di fronte ad essi surgeva un partito non meno autorevole, e del pari fortunato e potente. Anzi guelfi e ghibellini, a lungo andare, non erano più i fidi combattenti di rivali autorità, ma partigiani inerti e spesso spergiuri di due bandiere, oggi sventolate con orgoglio, dimani vilipese, a norma dei momentanei interessi. E vero altresì, che anche a quest'epoca guelfo voleva significare fautore della chiesa; ma la chiesa dei guelfi non era già l'originaria società dei buoni nella fede e nella carità insegnate dall'evangelio, sì bene una fazione, che aveva censo, feudi, privilegi, armi, passioni come ogni estremo partito. — Gelosa della propria potenza, tenace dei proprii diritti, scambiato il mezzo col fine, non si affaticava già a rendere più grande e rispettata l'autorità dell'evangelio, ma faceva arma di questo per avvantaggiare ed estendere la sua terrena grandezza. — Così l'accessorio divenne l'oggetto principale. Per conservare intatto un patrimonio di caduche vanità, si pose il tesoro mondano sotto il manto della religione; si rinchiuse la creta nel sacrario.
Intanto, mentre gli abusi della corte romana, e i suoi dispotici giudizj turbavano le menti, i ministri di quella religione che insegna a perdonare e ad amare, puntellavano le vacillanti credenze colla spietata parola, e coi supplicj. Fu Innocenzo III (tra i papi non certo il peggiore), che istituì un tribunale per indocilire le menti erranti nelle astruse disquisizioni dogmatiche (1204). Il truce rimedio piacque tanto a' suoi successori, che lo corredarono di squisite carneficine, cui non erano per anco arrivati i sacrificatori di vittime umane. Si era proibito di ardere i cadaveri per non ripetere una costumanza pagana, e si credette di depurare l'aria contaminata dall'eresia, nutrendo i roghi colle carni palpitanti dei vivi. — Allora la chiesa parve chiamata a fare crudele vendetta di quelle persecuzioni, che erano state la più bella gloria de' suoi primi tempi.
Altri pontefici, e non pochi, abusarono della sacra parola per assordare e conquidere le ignoranti moltitudini, fulminando contro di esse l'anatema di Dio. Per tal modo, il sovrano di Roma, oltre al godere entro i confini del suo Stato di tutti quegli esorbitanti diritti che la ferocia del secolo consentiva ai tiranni, possedeva un potere sovrumano e terribile, che abolita ogni discussione, spuntava le armi della lecita guerra, e penetrava, veleno rapido e sottile, nelle fibre d'ogni lontano consorzio per recarvi la civile dissoluzione. Anatemi, scomuniche, interdetti, dettati dal capriccio o da passioni mondane, in contingenze del tutto politiche, furono arti di guerra, che, prosciogliendo i popoli dai legami civili, ed aizzandoli alla discordia fraterna, fecero versare torrenti di sangue.
Gli è per tutto ciò, che quell'anima sdegnosa dell'Alighieri preferì abbeverarsi del fiele ghibellino, anzichè essere patriota coi guelfi.
Per colmo di sventure, venne il dì in cui gli stessi pontefici gradirono l'alleanza dei rampolli imperiali; e ciò accadde quando i capi delle opposte fazioni s'intesero nell'obbietto di spegnere, a vantaggio reciproco, la libertà dei popoli. Allora cessarono o diminuirono nei papi le velleità guerriere. Le armi estere si tolsero l'assunto di arrestare il mondo; e, incoraggite dal cieco orgoglio d'essere sacre alla causa della religione e della legitimità, si scagliarono sui già oppressi per gravarli di un doppio giogo. — Dopo ciò, il principe di Roma, che aveva condannato come ribellione la tarda e naturale difesa del debole, chiamava atto meritorio il delitto del prepotente, e lo arricchiva di mille benedizioni.
Se nel nostro secolo è sparito fin l'ultimo vestigio dell'antico guelfismo, può negarsi che la parte ghibellina non vanti i suoi più ardenti seguaci nei principi del Vaticano? Tra i più caldi zelatori della podestà temporale del Papa non si annoverano forse quelle orde oltramontane, in cui stanno raccolte le reliquie dell'antico impero?
Nei secoli andati, tale politica larvata di pietà, ravvolta nel manto della religione, padrona di noi anche al di là della tomba, intimidiva le menti, e fiaccava le deboli volontà. Ma se lo spirito umano, soffocato da tanta autorità d'armi e di parole, camminava lentamente, esso, altretanto tenace d'ogni sua conquista, non retrocedette mai. La ragione raccolse in secreto i suoi giudizj, spense a poco a poco il falso entusiasmo che travia la coscienza, e rilevossi dalle vane paure. — Davanti ad essa, il bene ed il male, il giusto e l'ingiusto assumono forme vaste e precise, sul cui giudizio riesce impossibile l'ingannarsi. — Se per ossequio ad un principio, o per rispetto alle consuetudini, o per incertezza dell'avvenire, essa si condannò, spontaneamente e per secoli, alla toleranza, non è a dirsi che abbia disconosciuto i principj raccolti e maturati durante il suo paziente silenzio. Se stanca di un'abusata longanimità levò alfine la voce a combattere l'errore dovunque lo scoperse, non deve esser fatta colpa solo ad essa perchè nel demolire una falsa autorità si recò una scossa a tutto l'edificio, minacciando ruina anche a ciò che pur si vorrebbe conservare intatto. — Dicano le storie degli scismi e delle riforme se mal ci apponiamo.
Lo sdegno del Papa Giovanni XXII contro la signoria dei Visconti non si raffreddò nemmanco dopo la morte di Matteo, avvenuta l'anno 1322. Avendo il figlio Galeazzo iniziato il suo governo con atti tirannici, il papa tentò smovere il popolo milanese dalla sua inerte rassegnazione, e sollevarlo contro il suo principe. Ma poichè il popolo rispondeva troppo debolmente a' suoi avvisi, egli colse il destro di togliere Piacenza alla signoria dei Visconti, facendosi vindice di Bianchina Landi, dama di quella città, oltraggiata nell'onore da Galeazzo. Ordinò poscia al clero milanese, che chiudesse i tempj, ed abbandonasse la città; publicò infine una bolla, nella quale venivano accordate larghissime indulgenze a quanti italiani o stranieri pigliassero le armi a danno dei Visconti.
Un esercito numeroso, composto del rifiuto delle orde avventuriere di varie nazioni, mosse contro Milano colla croce in testa; e, strettala d'assedio, per ischerno alle vane difese degli abitanti, fe' correre il pallio sotto le sue mura. Legga il Moriggia ed il Corio chi desidera conoscere per minuto di quali enormità si macchiarono nei sobborghi indifesi codesti paladini della Chiesa.
Tornò buona al Visconti l'amicizia dell'imperatore Lodovico il Bavaro; alla cui detronizzazione mirava l'ambizioso pontefice. — Le armi imperiali ruppero il cerchio di ferro, che stringeva le nostre mura. Marco fratello di Galeazzo, con piccolo nerbo di valorosi, sconfisse i papalini al passaggio dell'Adda presso Vaprio (1324). Le reliquie della Crociata rinchiuse in Monza, dopo un blocco di otto mesi, dovettero calare agli accordi, e chiedere mercè alla biscia scomunicata.
A fare le vendette del Papa e a dar credito a' suoi anatemi, contribuì in sèguito l'incostanza di Lodovico il Bavaro: il quale nella sua seconda calata in Italia pigliò in sospetto i Visconti, e li carcerò nei famosi forni di Monza, appunto allora compiuti dal crudele Galeazzo. Nella mente dei guelfi parve che il cielo si togliesse il carico di continuare le vendette. La prigionia fu breve; ma non meno breve la vita degli scarcerati. Stefano Visconti morì improvisamente il 1327. Galeazzo suo fratello lo seguì nella tomba un anno dopo; e il valoroso Marco, che sognava grandezze ed aveva animo e braccio a conseguirle, fu spento e gittato da un balcone, l'anno 1329.
Considerando la storia di questo secolo, ardua cosa riesce il dipanare l'intricata matassa degli avvenimenti e il risalire, pel vero corso di essi, fino a riconoscerne l'origine. Erano alquanto sbollite le due grandi rivalità, che partivano l'Italia, ma sotto le ceneri ancor tiepide fervevano altre passioni. Le gare municipali, cresciute e rinfocate dalle novelle dinastie, non avevan tregua. I rapidi avvolgimenti della guerra, rotte le vecchie alleanze, creavano nuove amicizie, mutabili sempre come la fortuna. Le città marittime divenivano ognidì più gelose del dominio del mare; in queste, e nelle mediterranee, la varia sorte del commercio e delle armi accendeva invidie e livori. Il dirsi guelfo ormai più non bastava a chiarire quale fosse la bandiera inalberata. Un Papa sedeva ad Avignone in Giovanni XXII; un altro in Italia ed aveva nome Nicolò V. — Così dei Ghibellini. Lodovico il Bavaro fu per gli uni il legittimo imperatore, per gli altri un intruso. E lui cacciato, al sopravenire di Giovanni re di Boemia, quasi tutte le città d'Italia aprirono le porte al più splendido fra i principi stranieri; mentre i Fiorentini prima, poscia i signori di Lombardia, levatiglisi contro, lo forzavano a cedere i suoi possedimenti e ad uscire d'Italia. Di qui surse l'alleanza tra Milano e Firenze, prima stretta per la comune difesa dei due Stati, poscia bruscamente rotta da gelosia municipale. Ed a Firenze s'aggiunse poscia Venezia, insospettita dell'alleanza fra i Visconti e gli Scaligeri.
Ma quanto è difficile tener dietro alle moltiplici vicende, per scoprirne l'origine, altretanto è ovvio il riassumerne le conseguenze. Nella lotta che ferveva da oltre un secolo tra la libertà ed il principato, il popolo, per istinto inchinevole alla prima ma ognidì più svigorito, cedeva terreno a palmo a palmo a quelle famiglie, che egli stesso aveva inalzato. E ciò senza gravi convulsioni e lentamente, sicchè avveniva della cosa publica ciò che accade di un tessuto nel quale i fili non sono omogenei e l'uno consuma l'altro, ed è alla sua volta consunto; così che entrambi si logorano prima del tempo. — Questa consunzione di forze s'operava lenta e quasi inavvertita. I passi che gli antichi governi popolari facevano verso l'assoluta monarchia erano brevi, ma continui; ogni occasione essendo buona a dare un crollo alla maldifesa libertà, ogni piccolo evento propizio per togliere qualcosa a chi non ne ha cura, e per aggiungerlo a chi smaniosamente l'ambisce.
La signoria di Milano fu conferita ad Azzone figlio di Galeazzo I, per decreto del Consiglio generale della città, pronunciato a voti unanimi il 14 marzo 1330[42]. Ma ci è lecito asserire che quella rappresentanza non fosse libera di scegliere altro individuo, quando pure Azzone non fosse quel buon principe, che giustificò coi fatti l'alta stima in cui era tenuto.
Intanto lo sgoverno dei minori municipj favoriva le ambizioni del Visconte. — Brescia, per sfuggire agli Scaligeri, invocava la protezione di Giovanni re di Boemia. Altre città di Lombardia, e la stessa Milano, dovettero subirla; ma Azzone, per trarne più largo profitto per se, ottenne dal monarca straniero il titolo di vicario imperiale. — Per buona sorte, il re di Boemia non tardò a far conoscere di qual peso fosse la sua tutela; onde nel 1332 fu tenuto in Castelbaldo di Verona un congresso di prìncipi italiani, i quali, posti in oblio gli antichi rancori, si strinsero in lega per fiaccare il comune nemico, e trarre a ruina il pontefice, che seco lui congiurava. Cacciato il re di Boemia (1333) e sbaldanzito il Papa, surse Azzone più potente e rispettato di prima. Vercelli e Cremona lo eleggono loco signore: Franchino Rusca gli cede la città di Como: il popolo di Lodi, bandito l'esoso Pietro Tremacoldo, invoca le sue armi. Piacenza s'offre a lui, a patto d'essere liberata dalla tirannide di Francesco Scotto.
Per tal modo, la successione dei Visconti alla signoria di Milano s'andò sempre più consolidando. E quel che era in Milano, avveniva d'altre città: a Verona s'insediavano gli Scaligeri, a Padova i Carraresi, a Ferrara ed a Modena i Marchesi d'Este, a Mantova ed a Reggio i Gonzaga, nel Piemonte i marchesi di Monferrato. Presso qualche comune esisteva ancora, il nome di republica, ma la libertà republicana era spenta del tutto. Bologna, a cagion d'esempio, sfuggiva al malgoverno del legato Bertrando del Poggetto, dandosi ai Popoli; Perugia e Siena obedivano servilmente a Firenze, schiava alla sua volta di Gualtieri di Brienne, duca di Atene, odiosissimo fra i tiranni[43]. Ogni minore città, che non fosse serva di un'altra, aveva il suo tiranello.
Non era dunque più questione di libertà o di servaggio: l'obedire poteva dirsi una necessità. Fortunato il popolo cui fosse dato di piegarsi a men crudo signore. Il mediocre parve buono; il buono ottimo. Invidiavansi i milanesi, e quanti come essi potevano senza adulazione chiamare Azzone il migliore fra i prìncipi. E lo era di fatto: perchè nelle sventure della sua prima età aveva appreso quanto è uggioso l'imperio non secondato dall'amore dei soggetti. Egli, che aveva languito un anno nei forni di Monza, non ebbe cuore di rinchiudervi il suo più fiero nemico. E quando l'amore dei popoli gli suscitò contro la gelosia dei principi rivali e dovette ricorrere alle armi, seppe usare della vittoria con moderazione. — Nell'interno poi, onde rendere meno gravi i disagi della guerra, promosse le arti e le industrie, riedificò le mura della città, ne rabbellì le case e le strade, e costrusse una reggia sì splendida, che destò l'invidia degli stessi imperatori.
L'ambizioso Lodrisio Visconti, cugino di Azzone, mal soffrendo l'umile suo stato, meditò di cacciarlo dalla signoria e di collocarsi al suo seggio. Accarezzò a quest'uopo la plebe colle promesse, i soldati di ventura colle paghe generose; ed, allestita la famosa compagnia di S. Giorgio, modello di feroce valore, si gittò sulle terre del milanese, e pose le tende sulle rive dell'Olona. Ma Azzone (prova non dubia che egli era amato) non appena dichiarò il pericolo, vide tutto il popolo pigliar l'armi in sua difesa, e seguirlo. La vittoria di Parabiago (21 febrajo 1339) è tra le glorie delle armi milanesi. — Tale fu l'impeto dei soldati e sì luminosa la vittoria, che si volle segnalarla come prodigio del cielo. Vive ancora nella memoria dei posteri la tradizione che s. Ambrogio a cavallo, armato di staffile, percotesse le schiere fuggenti di Lodrisio. Lo stesso condottiero nemico cadde in potere dei milanesi. Azzone gli risparmiò la vita; pago di sottrarlo alla tentazione di nuove congiure rinchiudendolo nel castello di s. Colombano.
Sei mesi dopo, Azzone morì (16 agosto 1339); e il lutto del popolo milanese fu profondo e sincero. Convocato il dì seguente il Consiglio generale, furono acclamati signori di Milano Luchino e Giovanni zii del defunto. L'elezione, come nei tempi republicani, fu convalidata dall'unanimità dei membri del Consiglio; ma giova ricordarlo, essi non erano i rappresentanti del popolo, sì bene creature del principe, perchè nominate da lui, o dal podestà, che era suo ministro.
Nella divisione dello Stato, Luchino ben presto raccolse in sè la parte d'imperio spettante al fratello. Valoroso nelle armi, sagace nella civile amministrazione, instancabile nel sorvegliare l'operato de' suoi ministri, severo fino alla crudeltà, ma giusto perchè severo con tutti, egli possedeva i più sodi requisiti di un principe chiamato a fondare una novella monarchia. — Le buone leggi emanate da lui sono il suo miglior elogio. Soppresse ogni sdegno di parte. Ghibellino per interesse dinastico, rispettò i guelfi, e li eguagliò nei favori ai proprii partigiani. — Proibì che si bruciassero le case dei banditi, detrimento della città e sfogo spesse volte di passioni private. Vietò i duelli, pose freno alle soperchierie dei feudatarj, abolì le tasse arbitrarie, compartì equamente le imposte, assolse i contadini e gli artigiani dall'obligo della milizia, perchè attendessero all'industria e all'agricultura, nutrì i poverelli, e seppe preservare Milano dalla pestilenza che desolò tutta Italia nell'anno 1348.
Pari alla sapienza delle leggi era la fermezza di chi doveva sorvegliarne il rispetto. Fe' guerra a oltranza alle masnade che infestavano le campagne, e minacciavano le città; ma, dopo averle debellate, le riabilitò coll'assisa e colla disciplina, di un esercito stanziale. Per esso aggiunse altre sette città alle dieci, che componevano lo stato ai tempi d'Azzone, e portò le armi vittoriose fin sotto le mura di Pisa, da cui riscosse un vistoso tributo. — Creò un giudice d'appello per le cause civili, ed, abolite le immunità processuali, piegò all'unica legge ogni ordine di cittadini. — Nella politica estera si tenne egualmente lontano da atti di timido ossequio e di ostentata indipendenza. Amò vivere in pace coi prìncipi stranieri, ma non sollecitò mai l'amicizia d'alcun potente con indecorose proteste. Sopratutto adoperò rara sagacia a sfuggire ogni occasione di doversi dire vassallo e vicario dell'imperatore.
Da sì accorta amministrazione derivò pronto vantaggio al novello Stato. — Le guerre erano state brevi e fortunate. Benchè gl'interni dissidj fossero soltanto assopiti, la severità di Luchino e la fermezza del suo governo comandavano quella apparente concordia, che, se non è morale progresso, favorisce pur sempre lo sviluppo della prosperità materiale. — Il commercio, l'industria, l'agricultura, durante il suo governo, avevano toccato un alto grado di floridezza.
Farebbe triste officio lo storico che si provasse a difendere Luchino nel suo procedere contro la famiglia Pusterla. Che il capo di essa Francesco, per viste ambiziose, tendesse le fila di una cospirazione a danno dei Visconti, è cosa fuor di dubio; ma ciò non giustifica nè le arti con cui si adescò l'esule a ritornare in patria per tradirlo al carnefice, nè l'atroce sentenza pronunciata contro la virtuosa sua donna, i figli di lei, ed un gran numero di cittadini, di null'altro colpevoli che d'essere amici dell'ambizioso Pusterla. Ma l'inesorabile Luchino possedeva a perfezione l'arte di governare a dispetto dei partiti e senza l'amore dei sudditi. — La ragione di Stato era il suo idolo: e questa tetra divinità, che richiede talora sacrificii di sangue, non sapeva in altro modo accordargli la imperturbata sicurezza del suo governo. Per tal modo, egli già consacrava coll'opera le dottrine più tardi raccolte da Machiavelli, il quale insegnò ai tiranni: che essendo difficile l'essere amato e temuto, meglio è si cerchi d'essere temuto che amato; badando però ad usate cautamente della roba d'altri più che non del sangue, “perchè gli uomini sdimenticano prima la morte del padre, che la perdita del patrimonio[44]„. Sentenza umiliante ma vera, che non discolpa i tiranni, ed accusa l'intera umanità.
Contemporaneamente alla condanna dei Pusterla, Luchino, fatto accorto che i tre suoi nipoti Matteo Galeazzo e Barnabò erano impazienti di dividere il pingue suo retaggio, e che a questo fine tenevano pratiche co' suoi sleali amici, s'accontentò di bandirli dalla città e dalle terre del Milanese. — Questa volta l'accortezza non lo preservò dalla congiura. Il truce disegno dei nipoti ebbe compimento per opera di Isabella del Fiesco, moglie di lui ed amante dell'esule Galeazzo. — La Fiesco, ancora più famosa per la perversità dell'animo che per la rara bellezza della persona, sospettando che le sue tresche incestuose fossero note al marito, prevenne la collera di lui, e si liberò del suo giudice con un veleno (1349).
Morto Luchino, le redini del governo furono raccolte dall'arcivescovo Giovanni. Sagace quanto il fratello, valendosi d'una amministrazione già bene avviata, fu e potè essere più di lui umano e tolerante. Richiamò i nipoti dall'esilio; tolse dal carcere Lodrisio; e si mostrò disposto a vivere in pace con tutti. Pose la prima delle sue ambizioni nel rendere invidiato il suo governo. — E non andò guari infatti che Bologna, stanca delle malversazioni di un tirannello, implorò d'essere aggregata alla signoria di Milano. Egli gradi l'offerta, e fece pago il principe spodestato con una somma di denaro.
Il papa Clemente VI, dolente forse d'aver lasciato sfuggire l'occasione di riavere quella città, non riconobbe tal patto, ed intimò al Visconte di scioglierlo e di rimettere entro 40 giorni la città di Bologna al suo antecedente possessore; sotto pena d'interdetto contro lui e il suo popolo. Giovanni rispose colle parole tante volte ripetute dagli stessi pontefici “tenere egli l'evangelio con una mano, coll'altra la spada„, e rimandò i legati del Papa senz'altro. Chiamato poscia a scolparsi della doppia inobedienza presso la corte d'Avignone, si mostrò docile all'invito, e fece correre la voce che stava allestendo 12 mila cavalli e 6 mila fanti per fare onore alla chiamata[45]. Bastò la nuova perchè l'ira del Papa si calmasse, senza altra ritrattazione. Bologna divenne città dello Stato di Milano, al solo patto che il Visconti in quella terra s'intitolasse Vicario della Santa Sede.
In questo mezzo la republica veneta, ingelosita delle prospere sorti di Genova in levante, preparavasi a moderarne l'orgoglio. I pretesti ad una guerra sono l'ultima e la più facile cosa a trovarsi, quando fervono le gelosie, e le armi son pronte. Non appena scoppiate le ostilità, la vittoria fu pei Veneziani soccorsi dal re Pietro d'Aragona. Genova allora bloccata in mare dalle galere Venete, assediata sulla costa di ponente dalle schiere aragonesi, provò estrema penuria di viveri. L'unica escita dell'affamata città s'apriva verso le terre d'Alessandria e di Tortona possedute dal Visconti. — L'arcivescovo Giovanni non si mostrò sollecito a soccorrerla, pensando forse che le durezze dell'assedio portate all'estremo sarebbero tornate a suo maggior profitto. Nè s'ingannò: i Genovesi, piuttosto che darsi vinti ai Veneziani od agli Aragonesi, offrirono la signoria della republica al Visconti, che di buon grado l'aggiunse all'altre città dello stato (1353). In questa occasione, il vessillo dei milanesi sventolò la prima volta sul mare. Le navi di Genova, cariche d'armi milanesi, respinsero vittoriosamente le galere veneziane fino sul lido d'Istria; ed ivi, messa a terra una piccola armata, videro andare in fiamme la città di Parenzo, uno dei porti più formidabili della costa veneta.
Dopo sei anni di governo, il signore di Milano cessò di vivere (1354), e la sua morte fu sinceramente compianta. Chi ricorda con noi, che
. . . . . . . . . . . . giunta la spada
Col pastorale, l'un coll'altra insieme
Per viva forza mal convien che vada[46].
non inclinerà per fermo a trovar provida la signoria di Giovanni Visconti, arcivescovo, principe e capitano. E saremmo di tale avviso, se, per onor del vero, non si dovesse confessare, che la condotta di lui non mirò a conciliare i due poteri, usandoli o meglio abusandoli ad una volta. Vivo Luchino, fu prelato e non principe; nè mai s'immischiò nel governo. Dopo la morte del fratello, condotto dalla forza degli avvenimenti al trono, brandì la spada e dimise la stola; nè mai di questa fe' sostegno a quella: perciò, nell'urto dei due poteri, preferì difendere i diritti del principato civile; e, libero da ogni vano ossequio, verso l'ambiziosa corte d'Avignone, raggiunse l'onorevole scopo di far felice il suo popolo. — Per lui la patria divenne grande, ricca, potente; e se, in mezzo a tanto splendore, egli non fu largo di istituzioni libere, è temerario l'accusarne il maltalento del principe; mentre ci è lecito credere, che il popolo di buon animo s'accomodasse al governo di un sovrano assoluto, quand'ei fosse mite ed illuminato come il Visconti.
Colla successione al trono dei tre fratelli Matteo, Galeazzo e Barnabò, rientriamo nella cerchia dei fatti che abbiamo preso a narrare, e torniamo al nostro umile officio di cronisti. Questo sommario storico ci parve indispensabile a chiarire meglio la condizione dei tempi a cui risale il racconto. Non ci duole d'esserci di soverchio dilungati in questa digressione. La storia è il più semplice e più salubre nutrimento dello spirito umano: quand'essa è veritiera (e può esserla anche in bocca ad umile narratore) non sarà mai, a parer nostro, inopportuna e superflua.
Dei tre fratelli correggenti lo stato di Milano, ci venne dato di far parola separatamente in varie pagine, e torneremo a parlare d'alcuno di loro, se e quando lo sviluppo del racconto il richiegga. Ci sia intanto permesso di chiudere queste notizie con una considerazione.
Il modo, con cui qui si è tracciata la storia dell'origine e dell'incremento della dominazione viscontea, forse ci avrà meritato l'accusa di parzialità verso una famiglia, che la maggior parte degli storici chiama tirannica e liberticida; e se ciò fosse, si leverebbe contro di noi il vecchio adagio: che una cattiva causa condanna chi la difende. — Ma è bene dichiarare che non è e non può essere nostra intenzione di attenuare la colpa di chi degrada la patria, privandola della sua libertà; chè in questo caso saremmo rei di una pietà stolida ed ingiusta. Ponendo i fatti come base dei nostri giudizj, asseriamo intanto che colla signoria dei Visconti andò mano mano scemando la libertà nei paesi a loro soggetti. Ma nel cercare la vera cagione di ciò, non ci arrestiamo alla sola influenza di questa famiglia, nè al volere, per quanto ferreo ed efficace, di pochi uomini. Convien salire per trovarne una più alta e più potente.
Chi fosse chiamato a decidere quale fra le stagioni è la più bella, quale fra le età dell'uomo la più robusta, certamente non esiterà nella risposta. La primavera è la giovinezza della natura; come la giovinezza è l'aprile della vita umana. — Ma questo dono, sì prezioso e più o meno durevole, è sempre caduco. Sulla fede soltanto di queste povere pagine, chi oserà porre in dubio che i tempi della lega lombarda rappresentano la giovinezza del nostro popolo, la primavera della nostra vita civile? Chi non preferisce l'austera e selvaggia virtù di quel secolo alle balde millanterie dei cavalieri, ai canti evirati dei trovatori? Se quell'epoca è la meno celebrata dagli storici, dicasi che “quando è universale la virtù, non si fa pompa di virtuosi[47].„
Ma qui è necessario avvertire che, mentre il reggimento dei comuni dopo le vittorie contro gli Svevi era popolare, il governo, per diritto, non poteva dirsi del tutto libero: imperocchè anche nei migliori momenti di quel secolo, quando il patto di Costanza, conquiso a Legnano, fu il palladio delle franchigie italiche, il diritto eminente di sovranità sopra queste terre rimase intatto pressa gli imperatori ed i re alemanni. Se i prìncipi lontani e deboli non pesarono sempre con braccio ferreo sopra un paese, che già vantava armi e leggi proprie, lo spirito della dominazione straniera era tradutto nell'ingordigia dei feudatarj, vera emanazione della nordica prepotenza.
Eppure, essendo la durevole concordia del popolo nelle condizioni di quel tempo una virtù impossibile, queste famiglie, con tutto l'odioso apparato delle loro ribalderie, potevano diventare lo scampo della patria nostra. Codeste stirpi, ora bandite dal popolo pel loro fasto insultante, ora richiamate a vestire gli alti officii di capitani o di podestà, avrebbero potuto nel loro interesse compiere quell'emancipazione, che il popolo colle rapide sue vittorie lasciava a mezzo. — La via doveva essere lunga; i mezzi forse odiosi ed illiberali: ma la meta certa ed onorevole. — Mentre le città erano divise tra loro per vecchie ruggini o per gelosie recenti; mentre diveniva un Marcello, come dice Dante, ogni villan che venisse parteggiando; mentre infine l'Italia, per l'infelice destino di Roma sottratta al patrimonio nazionale, cercava invano il faro a cui rivolgere le prore fluttuanti delle sue cento republiche, nulla di più opportuno, a coordinare ad una sola meta i moltiplici e discordi tentativi, che l'opera violenta di una mano che raccogliesse gli sparsi brani della nazione, frenando nei popoli la garrulità delle fazioni e, per compenso, togliendo ai prìncipi stranieri quella autorità che, anche fiacca e maldifesa, era sempre come una punta di ferro latente nella cicatrice.
Queste famiglie avevano tutta l'ambizione che basta a rendere possibile l'ardua impresa. — La maggior parte di esse vantava sangue italiano; alcune, o franche o longobarde, eransi rese italiane vivendo sotto questo cielo, il più adatto a naturalizzare le stirpi straniere. Già in altri paesi, dove le popolazioni barbare ed ignare dei loro diritti erano a discrezione dei tiranni, le nazioni, sparse in un numero indefinito di famiglie, si collegavano, e si rendevano compatte e formidabili. “Ivi i progressi nella civiltà, dice il Sismondi, s'operavano a rilento; i padroni aumentavano in potenza, non già per lo dirozzamento dei sudditi, sibbene per la congiunzione di nuovi stati; e una decina di sovrani potenti era sottentrata a un centinaio di sovrani più deboli[48].„
A tale rivolgimento non doveva e non poteva rimanere estranea l'Italia. Già varie famiglie surgevano a far bottino della sovranità sbriciolata nelle secolari contese. I Visconti tra queste non furono certamente secondi ad alcuna. — L'ardito concetto rifulse nella vita dei più fra i signori e duchi di Milano. Si chiamarono ghibellini, più che non lo fossero: giacchè riconobbero il vassallaggio verso l'impero, per consolidarsi con lui e per lui; l'ossequio ben presto cangiarono in alleanza; coi matrimonii mirarono finalmente a trattare gli altri prìncipi da eguali. Con tale procedere tentavano di rifare sulle ruine del dominio straniero e delle interne fazioni il nuovo regno italico, ed aspiravano a quella corona, che con perdonabile invidia vedevano posare su fronti non italiane.
Quando i diritti sovrani sono abusati, nulla di più provido che il vedere strappar lo scettro dalla mano del tiranno, perchè, ripartito equamente sul popolo, sia da lui guardato con quella religiosa osservanza con cui i gentili custodivano gli dei penati; ma quando l'egoismo o l'ambizione operano di modo, che gli uni abbandonano in un'obbrobriosa incuria il sacro deposito, gli altri lo mercanteggiano o lo usurpano, è minor male, ch'esso ricada nella mano di un solo, il quale si faccia garante della sua incolumità al cospetto della nazione.
Già si è veduto come le signorie d'Ottone, di Matteo I, di Galeazzo I, d'Azzone, di Luchino, e di Giovanni, con più o meno fortuna, riescissero al nobile intento di temperare le intestine discordie, e di svolgere le forze necessarie a rendere ampio, securo e glorioso il nuovo stato. Non si vuol dissimulare, che cotesta naturale espansione fu inceppata dal maltalento dei tre figli di Stefano, ma la vedremo ripigliare vigore poco dopo pel senno e per l'infaticabile operosità del Conte di Virtù; il quale, associando alle armi la sagacia politica, chiamò a sè molti popoli d'Italia, che sonnecchiavano in una maldifesa libertà o, in braccio a tiranelli, si contorcevano in inutili rivolte. Per lui, se la fortuna gli fosse stata propizia, avremmo veduto surgere un forte regno, quale da Roma in poi non aveva mai esistito che di nome, e a tutto nostra danno. Per lui l'italica corona, già da cinque secoli, avrebbe cessato d'essere il trastullo dei prìncipi stranieri, per divenire retaggio e gloria della monarchia italiana.