Canidia e Medicina recitavano d'accordo una comedia a beneficio comune. Avevano perciò con grande arte, cercato e raccolto i mezzi per dar colore alla scena; sapendo d'aver a fare con un cervello bizzarro, che aveva, per intoleranza d'ogni rispetto se non per dirittura di mente, il malvezzo di non creder nulla. — Questa volta Barnabò, solito a non riconoscere al mondo altra legge fuor quella ch'egli imponeva a' suoi soggetti, cascava nel laccio tesogli da un intrigante, e si disponeva ad obedire al più vile de' suoi servi.
All'apparire di lui, la fattucchiera, che sapeva tutto, ma finse non accorgersi di chi s'avvicinava, ammutolì; e, deposto il liuto, si levò dal suo seggio per movere incontro al principe, e dirgli con un tuono cortese: “salute.„
Era notte: nel castello regnava la più profonda tranquillità. Dal beccuccio ardente di una lanterna artificiosamente costrutta si effundeva per la camera una luce tremula, vaporosa, di color turchino, che imprimeva agli oggetti circostanti una luce falsa, ed abbagliava la vista coll'intermittenza de' suoi lampi. — L'aria era satura di un profumo soave che, solleticando gradevolmente l'odorato, recava al cervello le esalazioni di una sostanza narcotica, donde era cagionata, a chi non fosse avvezzo, un'incompleta vertigine, che dominava le forze, ed offuscava lievemente l'intelletto. “Salute, o principe„ replicò Canidia; e, dopo avergli offerto a sedere, avvicinatasi ad una credenza su cui erano schierate coppe di terso cristallo, ne tolse due per mescervi un liquido color d'oro da una boccia vestita di paglia. — “Bevete, o signore, continuò ella con un accento, che lasciava dubio se fosse un invito, o l'esordio delle sue rituali cerimonie. — Il liquore, che io v'offro, stillò da tralci allevati in una terra, dove ogni pietra racchiude un secreto, ogni erba possiede una virtù, ogni soffio d'aria rivela un mistero. Bevete meco alla salute del signor di Milano.„
Barnabò, proclive per natura ai sospetti e reso ancor più diffidente dalla coscienza di essere un tiranno, non soleva mai accostare alle labra un bicchiere, in cui altri avesse versato. — Questa volta diè di piglio alla coppa senza esitanza; e, levatala quant'era necessario perchè un raggio attraversasse un nettare trasparente come l'ombra, se l'avvicinò alla bocca, per tracannare in un sorso il contenuto. Ma Canidia ne lo arrestò, dicendo: “Alla vostra mano splende una gemma di rara purezza.„ — Barnabò infatti portava in dito un'amatista, su cui era effigiato in rilievo un serpente contorto: cammeo prezioso, solidamente incastonato in un anello di squisito lavoro. — “Ogni gemma immersa nel vino, proseguì Canidia, apre l'intelletto di chi beve a contemplare cose meravigliose e lontane: l'amatista poi garantisce dall'ubriachezza. Suvvia, riponete quell'anello nel bicchiere, e fate meco un brindisi alla vostra futura sorte. — Non temete: è ottimo zagarello[49] vino di dieci anni, generoso al pari di voi, ardente come una fanciulla di Capri, fido sempre come un amico vecchio„.
A tali parole, la gemma cadde nel fondo della coppa, e le due destre, rialzando ed urtando fra loro gli orli dei vetri in atto di augurio, portarono alle labra la misteriosa bevanda.
“Evviva il signor di Milano!„ — sclamò l'indovina al momento di bevere.
“Evviva„ — ripetè il principe dopo aver vuotato il bicchiere. Quella bevanda, non del tutto sincera, operò ben tosto i suoi effetti. Il principe sentì raddoppiarsi le forze, e il sangue corrergli nelle vene più libero e più ardente di prima. Ciò gli fece coraggio ad una seconda libazione. Riprese il bicchiere, lo porse a Canidia e, appena ricolmo, lo vuotò di bel nuovo. — La fattucchiera, che conosceva quanto era potente quel liquore e come scarsa la virtù dell'antidoto contro l'ebrietà, non gli avrebbe versato una terza volta; paga di rinvigorire e di accendere la sua fantasia quanto bastasse a renderla atta ad arrestare le fuggevoli visioni, che gli si affacciavano alla mente, e a rannodarle in un tutto di lieto auspicio.
Il lettore ci saprà grado se qui omettiamo di riferire gli scongiuri, le evocazioni e quante formole stravaganti accompagnavano la pratica di quelle indegne cerimonie. — Lo scopo di esse erasi già ottenuto mediante quella doppia libazione.
“Tu, — così prese a dire l'indovina, a cui il carattere profetico dava il diritto di trattare in confidenza i suoi adepti, — tu non temi dunque di vederti davanti quel dimani, che è provida cosa, dicono i saggi, celare agli occhi dei mortali?„
“Non vi fu mai cieco, riprese Barnabò, che non gradisse il dono della vista, dovesse pure aprir gli occhi la prima volta per vedere l'inferno.„
“Sia come tu brami. Credi tu che io possa veramente conoscere il futuro?„
“Sì; io lo credo.„
“Piegherai tu la fronte docilmente a quanto sono per dirti?„
“Sì„ — sciamò fermamente Barnabò, in virtù forse del zagarello, che aveva ingolato.
“Ancorchè fossi costretta ad annunciarti sventure?„
“Sì, sì, sì„ — replicò l'altro con tuono d'impazienza.
“Ebbene: porgimi la tua mano, ed io leggerò su di essa come su di un libro.„
Barnabò stese il braccio sinistro, aperse la mano, e mostrò il palmo. L'indovina, ritrattasi alquanto in disparte affinchè la lampada portasse luce sovr'esso, stette tra momento in silenzio, chinata ad esaminar per minuto il codice della sua scienza.
“Non si fa colpa alla quercia, prese indi a dire Canidia, se essa fu un dì una vil ghianda gittata a caso nella terra: ma è merito di quel povero seme, se in pochi anni diventò la più nobile delle piante.„
Barnabò diede segno manifesto di non aver compreso.
“Non negarmi, proseguì l'indovina, che tu imprecasti al tuo nascere, perchè il destino non ti fece il primogenito de' tuoi fratelli. Dimmi, (e sii sincero; ogni menzogna sarebbe vana in faccia a chi ti legge nel cuore) non è egli vero, che il tuo più bel sogno fu quello di divenirlo?...„
Il principe, chinando leggermente il capo, faceva un segno affermativo.
“Ad ogni costo; non è vero? a costo anche di propinare un veleno a colui, che ti precedeva, e che occhieggiava con sospetto la tua ambizione?„
Barnabò si scosse a queste parole, che gli rammentavano la morte violenta di Matteo suo fratello.
“Invano tu mi fai viso torvo. — Un fratello fu spento per tua mano; l'altro fuggì, e la morte lo ha colpito da lontano. Ma l'ombra di quest'ultimo siede ancora sul trono di Pavia nelle sembianze di suo figlio. — Fu strappato l'albero, e nella sua fossa germoglia il rampollo. — Eppure le tue speranze non sono morte. La meta è ancora quella stessa. Sbarrata la via dritta, ora ti convien battere le viuzze inosservate.„
“È questo appunto che io ti chiedo... e vo' conoscerle da te queste vie...„, soggiunse il principe con impazienza.
Canidia, invece di rispondere, sorrise maliziosamente. Allora Barnabò battè col piede la terra, e si morse le labra, esclamando con accento furibondo: “Vorreste ricantarmi la vecchia canzone dei vigliacchi o dei bacchettoni che pongono il più nobile dei trionfi nel chinare la testa avviluppata in un cappuccio, mentre un istinto ne chiama a sollevarla cinta di una corona? Guai a te: guai a chi osasse darmi di tali consigli!„
“Potenza degli astri! interruppe Canidia spaventata, tu guasti l'opera tua. Mentre il buon genio ti consiglia di battere i sentieri nascosti, tu segui da forsennato la tua cieca passione. Infelice! qual demone o qual angelo potrà impedire che l'arma ti uccida, se tu stesso la vibri nel tuo cuore?„
Tali parole, dette con accento autorevole, imbonirono il principe, il quale incrociando le braccia sul petto, e con voce più sommessa, pronunciò un “dunque„ lasciando però sottinteso il resto della frase “sbrigatevi che ne è tempo.„
Canidia, pigliando la mano a Barnabò, ed avviandosi con passo risoluto verso una parete entro cui s'aperse un balcone, trasse il suo adepto sulla soglia di un terrazzo, da cui si godeva una magnifica veduta del cielo. Notisi per incidente che era quella notte e quell'ora, in cui il Conte di Virtù traeva dall'eguale spettacolo una sì dolce lezione di saggi proponimenti. — La fattucchiera guardò attentamente da ogni lato; percorse più volte e in tutti i sensi le regioni del cielo, cercando fra una miriade di punti scintillanti di rintracciare un astro: quell'astro che presiedeva ai destini del suo iniziato.
“Ecco, ecco la tua stella, — proruppe ad un tratto, stendendo la mano verso un lato del cielo, ed additandone una di maggiore grandezza, — non la scorgi tu? Te fortunato, essa splende nella casa di Giove, anzi è presso a congiungersi al più potente dominatore dei cieli. Teco è la forza, teco la virtù efficiente e creatrice. Tu nascesti per essere grande e potente; l'augurio è ben lieto.„
Barnabò subiva l'impero di quelle parole; ma ignaro, com'egli era nella scienza degli astrologi, non giungeva a comprenderne l'importanza, e se in quel punto si mostrava riverente, gli è che aveva interesse a prestar fede a chi largheggiava proferte.
“Quella stella riflette i colori dell'iride, continuò Canidia; la tua vita dovrebbe essere del tutto serena. Il fiammeggiare insistente di un rosso, simile a quello di un carbonchio, avviserebbe a qualche traccia di sangue. Ma il verde che annunzia pace, il bianco che addita potenza, il ranciato che emula il brillar dell'oro, il roseo infine che è il color dell'amore, prevalgono al primo. Suvvia dunque:.... nell'ora, in cui tu nascesti, la tua stella regnava nella decima casa del cielo, che è la più potente. Giove splendeva nella regione meridiana, e dominava tutto il firmamento: presagio di impero a chi respira le prime aure della vita sotto le volte di una reggia. — La luna, splendida sebbene falcata, aggiungeva al tuo felice oroscopo il suo raggio vigile e mite: annunzio di una vita infaticabile e nemica del sonno, cui l'operare è riposo. Marte sanguigno ti occhieggiò da ponente un sol tratto, poi tramontò: non sei nato alla guerra. Venere brillò sul mattino; ma la sua luce vivace fu tosto vinta dal surgere del sole: i tuoi piaceri dovranno essere subitanei e soavi ma passaggieri, poichè l'amore della gloria li signoreggia. Il pallido Saturno, l'esoso pianeta nuncio di malanni e di inferma vecchiezza, non fu visibile. — T'allieta dunque o mortale, — non vi è uomo che raccolga in sè tanti felici pronostici.„
Fin qui Canidia non aveva messo fuori che una cabala di parole, accozzate a libito, che potevano servire di preambolo a predizioni di opposta natura. Eppure, come lo zagarello ebbe la virtù di scuotere i sensi morti dell'iniziato, quelle frasi, pel merito forse di chi le pronunciava, per la solennità della notte, e per i lieti successi che promettevano, aggiunsero fuoco alla sua fantasia, e fecero battere un cuore, per solito inerte. — La fattucchiera s'era avveduta di ciò, e ne andava superba; poichè da una prima vittoria traeva la certezza di riportarne un'altra assai più vantaggiosa.
“Dimmi ora, come abbatterò io quell'emulo, che signoreggia vicino a me, e confonde la sua miseria colla mia potenza?„ — chiese Barnabò col tuono riverente di chi aspetta un consiglio.
“Non colle armi, o principe:„ rispose nettamente Canidia.
“Con qual mezzo, dunque?„
“Se il tuo rivale fosse povero, ti direi, fállo ricco: egli è debole; ed io ti dico, fa di lui un uomo potente.„
Il tenore di questo responso s'accostava all'assurdo, e l'assurdo ha le sue attrattive. Una verità ovvia non avrebbe produtto il magico effetto di questo paradosso.
“Dar mezzi a colui per soverchiarmi?...„ chiese Barnabò sorpreso, ma non scandolezzato, da simile proposta.
“È scritto così. — L'umana saggezza fonda i suoi consigli sui precetti dettati dall'esperienza; ma la grande maestra che insegna le regole della vita, non tien conto delle eccezioni. Il perchè, anche i saggi s'ingannano a partito. Non chiedere alla fortuna, perchè ella sia talvolta prodiga, tal altra avara; essa è l'aggregato di oscure virtù, le quali non hanno nome. Se le sue leggi fossero moderate da quella sapienza che regola il mondo, ella non sarebbe nè cieca, nè dea. — Chi spinge la nave in un mare ignoto, studia forse e indaga la ragione del vento propizio che io incalza, o dell'avverso che lo rattiene? Bisogna spiare la fortuna e sorprenderla, non mai interrogarla, e peggio tentare di costringerla„.
Canidia, dopo queste parole, rimase muta e pensierosa, colla testa alta e l'occhio rivolto alle stelle, quasi aspettasse di là l'inspirazione profetica. — Barnabò invece, come uomo smarrito in un mondo sconosciuto, attendeva in silenzio il momento d'esserne cavato; e, pigliando un'aria mansueta, sembrava dimandar pietà a chi lo aveva abbandonato in quelle angustie. Ad arte la fattucchiera non lo distolse per qualche tempo a' suoi pensieri; l'imbarazzo accendeva la fede nell'animo dell'iniziato, e lo preparava ad ascoltare ed a gradire i patti ch'ella stava per imporgli.
Fu ella ancora che ruppe il silenzio. Dopo aver messo alcuni profondi sospiri, che davano alle sue arcane invocazioni un non so che di faticoso e di solenne, prese a dire:
“Tutta la scienza dei futuro sta nei numeri. Essi costituiscono l'alfabeto di un linguaggio, ignoto ai molti, e di divina origine. I più trovano in essi null'altro che la progressione delle quantità, e non vanno più oltre. Costoro maneggiano gli utensili di una arte sovrumana, e non giungono a scoprire la cagione formale delle cose e degli eventi, insite in quelle cifre. — Consultai i cieli e le traccie della tua mano, non per averne una pronta rivelazione, ma per riconoscere quel numeri, che hanno la virtù meravigliosa ed efficace d'additarmi la pagina del gran libro, e di tradurne i segni mistici. Ed ecco ciò, che mi viene rivelato. — Di trentadue armi, che intorno ti fanno corona, una tu volgerai al tuo rivale, porgendogliela, come fa un amico, per l'elsa. — Ti parrà forse d'aver perduto cedendo ad altri ciò che è tuo. Il seme germoglia e cresce a beneficio di colui che lo nascose nella terra. Diverrà tuo quel suolo, in cui avrai sparso la semente de' tuoi beneficii. — Così con più chiare parole è spiegato l'arcano. — Cresce nella tua reggia un'avventurosa famiglia composta di trentatre figli. Uno tra quelli sia l'arma nascosta, che spegne la già inferma potenza di un nipote ribelle. A lui, che trema di te, presenta la mano di una fanciulla; egli stenderà la sua e la stringerà, come il naufrago stringe lo sterpo. Abbilo teco allora quell'infingardo, e lo signoreggia coll'imperio della tua volontà. — Ma bada che il giorno del patto non senta governo di Marte o di Saturno: torci l'occhio a questi forieri di sinistri avvenimenti. Guardati dal Cancro e dallo Scorpione, sopratutto se ascendenti. Ti saranno favorevoli invece gli altri segni, e più ancora Vergine e Libra. — E se hai a far scelta fra le ore del giorno, scegli le maschie, le dispari, cioè, del dì o della notte, contando dall'alba o dal tramonto del sole...„
Il campo, cui ci siamo avvicinati, si estende all'infinito, e per poco che uno vi metta il piede, non troverà nè via ad uscirne, nè modo d'arrestarsi. — Lasci ognuno svagar sbrigliata la fantasia, e non creda d'aver foga che basti a toccare i confini di questa anarchia d'assurdi. Il delirio ivi è vasto e profondo come l'oceano; nelle viscere de' suoi abissi ci è lecito sognare foreste di coralli, alluvioni di perle, e mostri portentosi, che non sursero mai a fior d'acqua. — Chi si compiace di questi sogni, consulti la famosa libreria di Don Ferrante; noi tronchiamo senz'altro le stolide digressioni dell'indovina per affrettarci a dirne le conseguenze.
Se un personaggio rivestito di grande autorità, o mosso da amicizia o da devozione, avesse osato proporre a Barnabò la più semplice, la più sicura intrapresa, egli sarebbe caduto in sospetto; poichè nulla era più ingrato a quel principe che lo zelo de' suoi cortigiani. Fosse pure la proposta saggia e certa di un buon successo, pel solo fatto d'essere escita dal cervello di un altro, sarebbe stata accolta come un'impertinenza, e fors'anche punita come un oltraggio. Ma Medicina che sapeva ciò per pratica, non rinunciava alla speranza di accomunare il proprio col volere di Barnabò. Aveva appreso dalle dottrine empiriche che un rimedio è bene o mal tolerato dal paziente secondo la formola con cui viene amministrato; e perciò ricorreva allo spediente di mettere nel suo filtro un po' di magia per raddolcire la mistione, facendo scendere dalle stelle ciò che si era maturato nelle cellule del suo cerebro. — Vi riescì: e il merito del successo fu in parte suo, in parte di Canidia, che seppe maneggiare con sapiente parsimonia la meravigliosità dell'iniziato.
Barnabò uscì da quel paretajo senza aver fiutata l'insidia. Non ancora convinto della saggezza ed opportunità di quanto aveva ascoltato, s'avviava, mercè le arti di Canidia, a convincersene da per sè. Il responso ravvolto in mistiche parole, serviva, in modo indiretto ma efficace, al trionfo della bugiarda scienza; svegliando nell'adepto l'imperiosa necessità di tradurre il falso oracolo in una più falsa sentenza. Sciolto il convegno, egli corse difilato a rinchiudersi nelle sue stanze. — Non ebbe bisogno di raccogliere la mente, e di chiamarla a dare un giudizio; le parole udite gli brulicavano nel cervello come le note confuse di una gradevole armonia. — Tornò su di esse coll'animo commosso. Surgevano difficoltà; ei si gloriava d'abbatterle: ripullavano i dubj, ed egli pretendeva rischiararli colla face sinistra della sua mezza ebrietà. — Tardo ed irrequieto scese finalmente il sonno a ristorare le sue forze ornai esauste; ma, fosse puro accidente od effetto della misteriosa bevanda, sognò le parole di Canidia e le chiose, ch'egli vi aveva apposte. — Per tal modo, all'indimani il progetto altrui era divenuto cosa sua; ed egli deliberava di metterlo ad esecuzione con animo risoluto, come soleva fare in ogni cosa che nascesse di primo getto dalla sua indomabile volontà.
Quanto al modo di effettuarlo, avrebbe dovuto anzitutto consultare interessi ed affezioni. — Barnabò ebbe trentatrè figli, alcuni nati dalle due mogli, Regina della Scala, e Donnina de' Porri; altri da concubine[50]. Amava singolarmente Rodolfo non perchè figlio della potente Scaligera, o ricco di belle doti, ma perchè, qual primogenito, avendo il privilegio dei favori paterni, doveva raccogliere in sè le speranze della futura grandezza dei Visconti. Perciò giovinetto lo investì dei feudi di Parma e di Bergamo, lasciandolo padrone di reggerli a suo capriccio, come già ne fosse assoluto signore; e per tal modo ebbe presto la trista consolazione di vedere un degno emulo della sua tirannide, e di saperlo sì esoso e malvoluto quanto suo padre. — Amava Carlo perchè strenuo soldato e potente per la parentela cogli Angioini, da lui stretta sposando Beatrice d'Armagnac. Per la stessa ragione predilegeva Verde maritata ad un principe degli Absborgo. — Ma fra la turba dei rimanenti non faceva distinzione; o se ve n'era alcuna, consisteva essa in un men rigido governo a favore dei bastardi, perchè gli ricordavano le illecebre di Beltramola de' Grassi, di Montanina de' Lazzari o di Muzia Figina, o più probabilmente perchè privi d'ogni diritto di successione, tenevano l'occhio basso dinanzi al padre, come chi sconta una pena; accettando per carità un modesto appannaggio, che non intaccava la pingue successione del primogenito.
Non deve far meraviglia se ad un'epoca come questa, in cui i genitori padroneggiavano i destini della prole non ancor nata, un uomo come il Visconti facesse assegnamento sul docile sacrificio di una delle sue figlie, senza nemmanco mettere in questione l'opportunità d'interrogarla. La scelta fu fatta prima che egli vedesse ad una ad una le povere sue vittime, di cui per anco non conosceva bene il nome, e meno le inclinazioni. Ma così aveva egli proveduto altra volta, decretando le nozze di Donnina coll'avventuriero Hawkwood, e di Angleria col Burgravio di Norimberga. Non dissimilmente aveva riempito il seggio vacante della badessa di S. Margherita, ponendovi Margherita sua figliuola, e si sbarazzò di Visina e di Soprana, altre delle sue figlie naturali, costringendole a pigliare il velo. — In quella notte adunque, durante la lunga insonnia, penetrò colla fantasia nel gineceo, dov'era raccolta una plejade di beltà più o meno attraenti, ma tutte infelici, per cercarvi chi fosse più degna della sua scelta.
In un appartato quartiere del castello vivevano, come in un chiostro, le figliuole di Barnabò, circondate da una regale superfluità di vesti, d'ornamenti e di servi, ma prive di ciò che è il primo e più caro alimento della vita, l'aria libera ed il libero pensiero. Crescevano le poverette come fiori trapiantati in un tepidario: belle, precoci, convenientemente istrutte nell'ago, e sui libri; ma pallide, delicate e straniere alle vivaci mariuolerie della fanciullezza. — Sorvegliate da vecchie governanti, che avevano in sospetto la gioventù, perchè perduta da un pezzo, le infelici riscuotevano un vano tributo di frasi e di ossequj, senza giunger mai a deviare i guardi severi, che agghiacciavano ogni moto inconsueto di ilarità; senza mai poter rompere i fili dello spionaggio, che mettevano capo all'inesorabile genitore, e traducevano dinanzi a lui ogni meno calma parola, ogni sospiro mal represso.
Il Visconti, nel prendere una deliberazione e far scelta, avrebbe dunque consultato inutilmente le sue viscere paterne. Fra Damigella o Ginevra, fra Taddea o Beroarda, ancora donzelle, non era vi predilezione: lo snaturato padre avrebbe steso la destra a designare fra esse la vittima, colla indifferenza del pollajuolo (ci si perdoni il confronto) che mette mano alla stía, e ghermisce il pulcino, che più si dibatte. In tanta incertezza, egli pervenne allo scopo per mezzo delle esclusioni. L'una trovò troppo mansueta, l'altra poco avveduta, questa immatura, quella trasandata; infine eccettuò tutte le nate da illegittimo amore, che portavano per toleranza il nome del padre.
Ed ecco come e perchè la sorte cadde sulla giovinetta Caterina; benchè prima destinata a reggere un monastero. Le badesse erano a quei tempi tenute in grande onore, per la dignità loro e più per l'impero assoluto che esercitavano nell'interno del chiostro sopra una numerosa famiglia di prigioniere, ciascuna delle quali reggeva in modo più o meno efficace altre famiglie ed aderenze. — Perocchè i genitori di allora, e di molti secoli dopo, usando ogni maniera di torture per strappare l'assenso dalle labra tremanti delle novizie, solevano poi, ad ogni dubio o difficoltà, correre alla grata del chiostro, a dimandar consigli e protezione; credendo con tali ipocrisie, di sanar la piaga della violenza operata, e di propiziare il cielo, onorando le vittime immolate al suo culto.
Caterina non vantava quella perfezione e quel rilievo di forme, che colpiscono a prima giunta, e riscuotono una pronta ammirazione. Era una di quelle creature gracili e scolorate, che portano impresse sul viso un animo freddo ed una rassegnazione scevra di sacrificio. — Dopo averla veduta più volte però, bisognava accordarle il merito di una non mediocre bellezza. Aveva occhi grandi, ben disegnati, di un purissimo color turchino, per abitudine e per vezzo leggermente socchiusi. Aveva capelli di un biondo pallido, viso di un ovale alquanto risentito, e carni bianche e trasparenti come il marmo pario.
Quando le fu partecipato il disegno del padre, (e fu l'ultima a conoscerlo) chinò la fronte in atto di obedienza, e si preparò ad amare lo sconosciuto cugino, come un mese addietro si era rassegnata al velo ed alla clausura. In questo caso, però, riescì facile alle garrule governanti l'onestare la mutabilità dei comandi paterni. Il confronto tra un chiostro ed una corte riescì a tutto vantaggio di quest'ultima; l'invidiuzza delle sorelle scosse alquanto il cuore gelido di Caterina, e fece correre sulle sue labra un sorriso d'aggradimento affatto nuovo.
Ma questa partecipazione e questo assenso erano preceduti da secrete pratiche, che non dobbiamo omettere.
Abbozzato in nube il progetto, Barnabò sentiva il bisogno di avere persona accorta e fedele, che lo ajutasse ad avviarlo.
Egli non pretese di trovare degli amici; poichè avrebbe consumata inutilmente tutta la vita a cercarne uno. — Ei non volle aprirsi con alcuno di quei cortigiani, che facevano folla intorno a lui; poichè li aveva in grande disprezzo, come codardi, pronti a strisciare nel fango per tornare graditi al padrone, ma inetti a destreggiare qualunque bisogna escisse dalle formole delle frasi d'anticamera.
Anche questa volta, a furia d'escludere gli insufficienti e i malfidati, si trovò di fronte un unico individuo; e costui era Medicina. Il decidersi a far conto di lui non voleva ancora significare che Barnabò riponesse tutta la fede in quell'uomo. Fu a ciò indutto dal pensiero, che Medicina doveva avere maggiore interesse che ogni altro a tenere in credito la veridicità dell'indovina: pensò inoltre che, avendo egli assistito alla conferenza, non richiedeva d'essere istrutto sul passato, a lui già ben conosciuto.
Dopo quella notte feconda di vaghi progetti e di gravi risoluzioni, Medicina fu chiamato a comparire dinanzi al principe. Costui gli espose essere suo pensiero di seguire esattamente i consigli dell'indovina; occorrergli però all'uopo una persona fida ed accorta, che s'unisse a lui per condurre l'impresa a buon fine. — E lo scaltro sgherrano, che prima di creare l'imbarazzo aveva preparato il modo di escirne, inchinandosi dinanzi al principe con un atto di ipocrita servitù, dichiarò di voler mettere a sua disposizione vita ed ingegno: chiedendo solo che gli fosse accordato il tempo necessario a studiare e maturare un progetto degno della fiducia in lui riposta.
Il giorno dopo, tornò Medicina al cospetto del principe con un stare in sul grande che accennava il trionfo, e che riesci bene accetto allo stesso Barnabò, solito a vedersi davanti visi abbacchiati ed occhi a terra. Il ciurmatore, senza dichiarare pel minuto il piano concepito, entrò a dimandarne formalmente i mezzi, ed a stabilirne le condizioni.
“Permetta Vostra Grazia, prese egli a dire, che io abbia a mia disposizione ciò che è necessario ad avviare la cosa. — Bramate voi, che quanto sta nei vostri progetti vi sia richiesto come un favore, onde non abbiate a fare altro che ad aggiungervi il vostro consentimento?... Ebbene, se così vi aggrada, rivestitemi per alcun tempo dell'autorità di vostro ministro. — La mia testa vi sia caparra che non abuserò della fiducia riposta nel più devoto dei vostri servi.„ — E s'inchinò, attendendo una risposta del principe.
Questa non si fece aspettare, e fu quale era desiderata. — Allora Medicina trasse di sotto al giustacuore l'anello, che aveva servito agli incantesimi di Canidia, e mostrandolo al principe continuò:
“Ho bisogno che, come vostro favorito, io possegga un ordine sovrano, che m'apra le porte della corte e della rocchetta. — Quest'anello, in cui sta effigiato il formidabile biscione, sarà il mio talismano. — Vostra Grazia mi conceda l'onore di tenerlo meco fino ad affar compiuto.„
Barnabò fe' cenno affermativo col capo.
“A noi ora, — riprese il ciurmatore, battendosi il petto con un tuono di piena sicurezza; — fra tre giorni un primo cenno, fra un mese un'umile dimanda del graziosissimo nipote vostro; fra due al più tardi le nozze. — Non chiedete di più, o signore; io volo a servirvi.„
Ed infatti escì subito dagli appartamenti del principe, e corse difilato alla rocchetta di Porta Romana, dove, mostrando al castellano il suggello della signoria, venne fatto abile di visitare ogni angolo del fortilizio. — Ei se ne prevalse per chiedere conto di Ognibene Manfredi, e per scendere tosto nel suo carcere ed abboccarsi con lui.
Il silenzio e la discretezza erano il primo patto della grazia di Barnabò; e Medicina sembrava non farne gran conto, rinvesciando, in sul bel principio dell'impresa, il sugo del secreto ad un nemico del principe, che languiva in un carcere, ma che forse non aveva ancora rinunciato alla speranza di una vendetta. — Ma Medicina, che aveva bisogno di persona degna della fede di Agnese, onde avere dalla sua mano uno scritto che la ponesse in sospetto dell'amore del conte, non guardò pel minuto alla strada, quando per essa riescisse ad ottenere ciò che gli era necessario. — Non appena ebbe persuaso il Manfredi a scrivere quella lettera, di cui ci è noto il tenore, spedì latore di essa il Seregnino; mentre egli per altra via, e con altri propositi, s'avviava al castello del Conte di Virtù.
Medicina soleva dire: che il primo prossimo è sè stesso; e fin qui tutto il male sta nello scandalo della parola; perchè al mondo non v'era, non v'è, e, pur troppo, non vi sarà penuria di chi pensa così, e di chi opera su questo metro. Per amar molto gli altri, continuava egli, bisogna cominciar dall'amar moltissimo sè e gli interessi proprii. — E in questo gioco di parole egli non solo trovava il coraggio e l'acume necessario alle sue ribalderie, ma acquietava la coscienza quelle poche volte che essa osò porre, fra lui e le sue mire, l'ostacolo momentaneo di qualche brusca puntura. — Ma, l'abbiam detto e speriamo che il lettore l'avrà appreso dai fatti fin qui esposti, egli non era l'uomo da preferir sempre il certo e scarso guadagno d'oggi al pingue, ancorchè incerto, dell'indimani. — Il rischio, ch'ei poneva nelle sue imprese, valeva a persuaderlo che, gittandosi in braccio alla fortuna, spettasse a lei sola la responsabilità dei fatti che ne derivavano; e, con questa arte finissima, giungeva ad addormentare ogni sinderesi, riputandosi lo stromento del destino, e chiamando fortuito quanto egli aveva temerariamente operato. Seduto ad una mensa sontuosa, su cui la fortuna imbandiva i suoi tesori, egli non soleva trinciar giù alla buona, e pigliarsi sulle prime il meglio che gli stuzzicasse l'appetito. Il suo egoismo era salito al grado di scienza, ed assumeva perfino il colore di virtù, facendolo schiavo di una artificiosa sobrietà. Quindi egli si fingeva talvolta sollecito del bene degli altri, tal'altra curvava il groppone ai capricci di un tiranno, o sapeva rinchiudersi in un mansueto silenzio aspettando migliori momenti; ma tutto ciò pel fine di salvare, a migliore occasione ed a più certo scopo, mente, labro e braccio, rinvigoriti dalla sua studiata astinenza.
Con ciò noi abbiamo reso completo il ritratto di questa mostruosa individualità. I nostri lettori sanno che egli obediva alla volubile sorte press'a poco come i ministri d'Iside si piegavano alle infami rivelazioni degli oracoli, che essi stessi avevano dettato. Vogliamo ora smascherarla del tutto; poichè non vi è perversità più profonda ed esiziale di quella che adopera ad empio fine mezzi leciti e di onesta apparenza, facendo del bene strumento al male.
La lettera del Manfredi, vergata da una mano convulsa, concepita da una mente credula, febrile, traviata da false rivelazioni, era l'ingenua e santa parola di un amico, che dal fondo della sua miseria si rileva un istante, ed approfitta di un lampo fuggevole di vita per dare un avviso salutare alla figlia del suo benefattore. Tale era dessa, almeno nell'intenzione di chi la scriveva. — Ma nelle mani di Medicina diveniva lo strumento di un supplicio lungo ed atroce: era la face agitata sur un acervo di materie incendevoli, o la pietruzza mossa dal vertice del monte che stacca la valanga. Già, prima di ricevere quello scritto, varii sospetti travagliavano l'anima d'Agnese, e la rendevano incredula della propria felicità, perchè essa era soverchia. A poco a poco la gelosia del bene posseduto s'andava mescolando coi presagi di un male ancor lontano ed indeterminato. La stessa ragione sembrava piegarsi più di buon grado a confermare che non a dissipare i vani timori. Ma il più strano si è che il suo interno rodimento era, per una parte non piccola, il riflesso di quella mestizia, che ella medesima portava sul viso; poichè il conte, scorgendo la languidezza, il pallore e la taciturnità d'Agnese, se ne accorava, e non tanto in secreto che non lo facesse conoscere all'amante.
Oltre a queste larve prive di forma, aveva Agnese un'altra ragione positiva ed urgente che la rendeva mesta. Già da qualche tempo la sua salute era meno florida, le sue forze diventavano ognidì più languide e sbattute; e quelle sofferenze, che in diversa circostanza l'avrebbero fatta lieta ed altera, in questa le porgevano il continuo ricordo di un sospetto, al quale l'animo vinto dall'abitudine finiva per accomodarsi come a cosa vera.
Dopo quella lettera, ogni dubio s'era dileguato, ed alla scarsa speranza, che prima le era lecito nutrire, subentrò in lei una certezza ardita e sicura di sè, che decise la questione, come la sentenza tronca il giudizio. Ma quanto era grande il coraggio di Agnese nel sopportare di nascosto le sue torture, altretanto ella era timida nel pigliare una risoluzione: quella fin anco d'aprire il suo cuore all'amante, e di provocare da lui una conferma od una discolpa.
Intanto Medicina faceva un fatto e due servizii. — Già fin da tempo addietro, conduttosi inanzi al Conte di Virtù come soleva fare di sovente, dopo avergli narrate le cento cose più o meno significanti raccolte al castello di Barnabò, con quella studiata indifferenza, con cui il maledico lancia il primo dardo della calunnia, parlò d'Ognibene Manfredi, qualificandolo un avanzo della congiura di Maffiolo Mantegazza, a caso, o per oblio de' giudici, scampato al patibolo. — Tale novella ridestò la curiosità illanguidita dell'ascoltatore, il quale non fu sazio di volgere dimande sul conto di costui, sulle circostanze, che lo avevano condotto alla Rocchetta, e sul privilegio, che lo aveva scampato al supplicio. — Medicina rispose a questa furia di inchieste come il reo interrogato dal giudice. Non mostrava d'aver fretta a narrare: porgeva ad una ad una le sue rivelazioni, quasi fossero le più innocenti e le più frivole cose del mondo; non palesava circostanza, che non gli fosse prima dimandata; ma poneva studio a tener viva la curiosità di chi l'ascoltava, ed a provocare colle altre interrogazioni la necessità d'altre risposte. In questo cambio di parole impazienti e maliziose, non fu mai nominata Agnese; ma, assai peggio che il nome, ne fu indirettamente profanata la virtù. — Imperocchè Medicina, quando venne il buon momento, seppe indurre il conte a sospettare che tra il Manfredi ed Agnese, vivente ancora il padre, esistesse un legame d'affetto.
“Le prove...„ sclamò con calore il conte, dimenticando a quella ingiuriosa asserzione la sua consueta prudenza.
Medicina fu, o finse d'essere, sbigottito. Non per una vana circospezione o per diletto di propinare a stille il veleno, aveva cincischiato sull'esordio del suo racconto. Lodò, a cielo fra sè la propria pensata, e rinovò il proposito di trarne partito. Vedendo che il conte aveva il cuor dolce, conchiuse non esservi cosa più opportuna a stuzzicare la sua curiosità, che il fingere di voler disdire o menomare l'asserito. L'artificio riescì. Non appena il conte vide che il ribaldo, tutto mogio e rappreso si faceva piccino, e biasciava monosillabi vuoti di senso, per farne una scusa, si fè buono e, con voce pacata, tornò ad interrogarlo.
“Suvvia, parla. Possibile che io sia giunto a farti paura? Dimmi quanto sai; t'avrò grado per la tua schiettezza; se fosti ingannato, più tardi mi rallegrerò d'esserlo stato ancor io.„.
Medicina pigliò tempo a rispondere, asserendo che quanto aveva narrato si doveva considerare come una diceria. Chiese quindi licenza per allora; e giurò che sarebbe tornato con delle prove, appena gli fosse dato raccoglierne. Così, in questa come in ogni circostanza, ei ricorreva all'arte di mettere in dubio quello appunto, che bramava far credere agli altri: e vi riesciva.
In una seconda conferenza, contemporanea alla spedizione di Bergonzio, mostrò Medicina d'aver raccolto quanto era necessario alla chiara spiegazione del mistero. Allora tornò l'uomo d'altra volta; bandita la scaltra timidezza, si fece a narrare minutamente quanto aveva saputo od imaginato intorno al Manfredi, componendone una storia che inevitabilmente riesciva a danno d'Agnese. — La verità gli prestò alcuni fatti principali, ma egli seppe ricucirli di maniera che acquistassero più o meno rilievo a seconda dell'importanza e del nesso che avevano colle sue mire. Non lanciò a chiare parole una calunnia; ma ne pose il seme e lo coltivò, perchè portasse in poco tempo molto frutto. Finse di voler palliare con ogni studio una colpa; e per tal modo confermava l'accusa. Tal fiata, arrestò la parola, sfuggendo all'aperta dichiarazione di una circostanza, che traspariva poi più certa dalla sua stessa reticenza; tal altra, dinegò timidamente ciò, che egli aveva già sotto il velo d'altre frasi dichiarato nelle sue premesse. — Il colpo di grazia era riserbato all'ultima e più positiva asserzione: quella, cioè, di una lettera escita di soppiatto dal carcere del Manfredi, e consegnata in tutta secretezza nelle mani d'Agnese.
Questa rivelazione ridestò l'ira del conte a tale che parve vicina a prorumpere. — Medicina allora si sarebbe volontieri dato una fregatina di mano in segno di esultanza; ma la rimise a miglior momento, pensando che aveva ancor molto a fare, e che la trama, benchè concepita a meraviglia, era ancora troppo leggermente avviata.
Del contenuto in quella lettera non volle dir verbo; asserendo e giurando, nel modo il più solenne, di non esserne al fatto; e per quanto il conte colle promesse e colle minacce lo invitasse ad essere schietto, perdurò nel silenzio, promettendo che avrebbe messo in opera tutti i suoi mezzi per saperne qualcosa; e poi riferirlo. Questa fu l'opera del secondo convegno; gli rimanevano ancora due giorni, prima di render conto a Barnabò del suo procedere; in questi due giorni egli sperava di potere raccogliere pel suo padrone più assai di quel che aveva promesso, e prometteva a sè di trarre più pronta e più lucrosa vendetta di quel che aveva osato sperare.
Il conte, dopo la fatale scoperta, fu in procinto di correre alla casa di Agnese, per chiederle uno schiarimento; ma volle e seppe frenare l'impeto della passione, forse temendo di sè, forse sperando di giungere del pari, e meglio, allo scioglimento del terribile enigma col silenzio e colle investigazioni. Intanto, per opera del perfido Medicina, surgeva fra il conte ed Agnese un fantasma ad arrestare d'improviso il placido corso degli affetti ed a rallentare in entrambi ogni confidenza. La posizione dei due amanti diveniva quanto strana altretanto crudele. Ciascuno pensava essere il giudice; ed appariva invece il colpevole; questi cercava sul viso di quella la cagione di un turbamento, che egli senza saperlo tradiva sullo stesso suo volto. — Come era stato eguale in entrambi l'affetto e la felicità, così doveva essere pari il male, ed identico il successo di una calunnia, destramente sceneggiata a danno d'ambedue.
In quel dì, al nuovo incontro, l'uno si mostrò forse più contegnoso del consueto: l'altra, cercando d'imporre al suo viso ed alle sue parole la consueta ilarità e quell'aria di confidenza che le era propria negli ordinarii convegni, apparve affettata, e quindi fu male intesa. Appena i due amanti furono separati, ciascuno riescì a quest'unica conclusione: lodavasi d'aver saputo resistere alla tentazione di rompere in querele; ma deplorava la presenza dei sintomi che accertavano la sciagura. Quel silenzio, che ognuno si era imposto come atto di prudenza, diveniva il titolo dell'accusa, la prova ineluttabile della colpa.
Ma finita quella scena, i due attori, rientrando nell'esser loro, assumevano un aspetto assai differente. — Intensissimo il dolore d'amendue: quello di Agnese era uno schianto indescrivibile, una desolazione che vince ogni forza umana.
Non appena ella rivide Canziana, le si buttò al collo, e diè sfogo alla piena del suo dolore col più eloquente linguaggio della passione, il pianto. In quell'abbandono sì spontaneo e completo, riassumeva la poveretta la sua storia: un passato pieno di felicità, un avvenire tutto tenebre e sgomenti. Scorreva Agnese col pensiero le mutue promesse, i giuramenti prestati ed accolti con tanta e sì cara superfluità di parole; e di là scendeva ai raffronti; tentava di penetrare il mistero dell'improviso mutamento, e di scoprirne la cagione. Avida di dolorose sensazioni, spingevasi poi nel futuro, e, schierate le probabili sue sorti, le discuteva ad una ad una, numerando tutte le possibili torture, che l'aspettavano: la casa deserta, l'abbandono di tutti e.... quella gioja, la più sublime tra le gioje di una donna, amareggiata dal rimorso e costretta a racchiudersi nel mistero. Lo spirito travagliato non aveva posa; varcava anni e lustri; cercava la calma dell'età matura; invadeva la tarda stagione delle rimembranze; ma il lontano avvenire nelle sue molteplici vie non le offriva uno scampo. Tutto le annunciava che ella avrebbe un giorno arrossito davanti a suo figlio; poveretta!...
Eppure, spendendo fin l'ultimo anelito di vita in quel doloroso pellegrinaggio non pronunciò una parola di disperazione, non pensò di eludere la crudeltà del destino con mezzi violenti, non ravvivò la mente smarrita cogli acri stimoli della vendetta; ma, voltasi a Dio con voto fervido e rassegnato lo supplicò, che adeguasse al male la virtù espiatrice.
“Fate, o Signore, diceva ella dal fondo del cuore, che io viva tanto da poter narrare a mio figlio la storia de' miei dolori; egli mi perdonerà, ed io gli insegnerò a non maledire a chi gli diede la vita.„
La muta preghiera non aveva altro segno esteriore, che il pianto; nessun altro interprete fuorchè la buona compagna. — Canziana, già conscia di tutto, non osava profanare quella scena con vane frasi. Avrebbe chiesto volontieri al suo cuore una frase acconcia, una parola di conforto; ma il cuore era esausto di tutto, fuorchè di palpiti dolorosi. Piangente anch'essa, accompagnava col pensiero l'agonía mentale della sua diletta. Le tronche parole, che a quando a quando le uscivano dal labro, erano le parti sconnesse di una fervidissima preghiera, con cui implorava l'ajuto di Dio per l'infelicissima donna.
Medicina ben sapeva che il tormentare una creatura, quando questa fosse la mansueta Agnese, era la più facile parte del suo disegno. Più arduo doveva essere lo smovere la volontà del conte, il cangiare l'amore in odio, la stima in diffidenza, il far di lui il giudice e peggio il carnefice della sua amante. Che la denuncia da lui lanciata provocasse in chi la raccoglieva un moto di sdegno, era cosa troppo naturale, nè per ciò solo poteva darsi vanto di un trionfo. — Sbollito il primo ardore, restava l'accusa nella deforme nudità di una ingiuria gratuita; bisognava quindi darne sùbito le prove, e prove certe e complete, sotto pena di veder rovesciato l'ingegnoso edificio, e di sopportare il danno e la vergogna del calunniatore.
C'era di che mettere i brividi nelle ossa al più audace. — E per dir vero, anche Medicina, versatissimo mestatore d'iniquità, provava un'inquietudine tutta nuova. Egli aveva inteso e architettato ogni cosa prima di mettersi all'opera; ma, per quanto il suo piano fosse semplice e chiaro, una parte di esso sfuggiva ad ogni previdenza, e lo metteva in balía del caso.
Medicina e Bergonzio s'erano data la posta nella notte seguente, ad ora fissa, in una località determinata. — Zelantissimo e materiale esecutore degli ordini ricevuti, il Seregnino, mezz'ora prima del convenuto, passeggiava in su e in giù per un ronco, in capo al quale era un'osteriaccia di sinistro aspetto. Arrivò a tempo debito il ciurmatore, e riconosciuto il compagno, e presolo a braccio con una famigliarità insolita, lo condusse nella lurida tana, dove, con una lauta imbandigione, fu chiuso lo scelerato lavoro di quella giornata.
È inutile riferire i discorsi dei due compagni: l'uno ascoltava o rispondeva a monosillabi; l'altro, per fare onore al padrone, lodava a cielo ogni cosa che gli era posta davanti, traendone pretesto di squisite adulazioni pel già fatto e di splendidi augurj pel da farsi. — Al togliere le mense, il Seregnino ripose nelle mani del padrone il rótolo, entro cui era la risposta d'Agnese diretta a Manfredi. Medicina lo svolse senza guastarne il suggello, percorse lo scritto avidamente una volta, poi s'arrestò a studiarne una ad una le parole, quasi durasse fatica a rilevarne il significato; intanto che il compagno, straniero per necessità a tutto ciò che sapeva d'inchiostro, sfiorava un sonnellino impostogli dalla digestione laboriosa. — Lieto il ciurmatore di non aver testimonii, tolse di sotto le vesti un vasellino d'inchiostro, una penna, una lama; e, con un'arte di cui era maestro, raschiò alcune parole dello scritto, e qualch'altra v'aggiunse, senza guastare l'apparente autenticità dei caratteri. Chiuso poscia e suggellato di nuovo il foglio, scosse il compagno e gli consegnò il messaggio. — Parrà a taluno troppo arrischiato e quindi improbabile un tale artificio; e lo sarebbe difatti ai giorni nostri. Ma ricordisi che quella lettera era vergata su pergamena, e che su di essa era facile, anche a chi non possedesse le arti di Medicina, l'alterare o il togliere lo scritto, sopratutto quando era recente. Tal genere di frode era d'altronde assai comune a quei tempi; tanto comune, che Giangaleazzo, pochi anni dopo, dovette porvi freno condannando alla morte i falsificatori degli scritti[51].
Il Seregnino aveva certi occhi appannati e semichiusi che accusavano l'intemperanza, ed imploravano riposo. Alle parole di Medicina si scosse, e cercò di raccogliere a capitolo occhio ed orecchio; e intanto lasciava errare sulle labra uno sbadiglio lungo e sguajato, come se per la bocca dovesse scendergli al cuore la voce del suo padrone. Ma gli ordini di costui erano troppo chiari e concisi perchè non giungessero alla mente trasognata dell'ascoltatore, a dispetto delle nebbie che l'ingombravano.
“Intasca questo cencio, disse Medicina, e bada a custodirlo ben bene, che deve essere la tua e la mia fortuna.„ — A quest'ultima parola lo sgherro chiuse un po' la bocca, aperse alquanto gli occhi, e tese l'orecchio. — “Domattina all'alba partirai per Milano di tutte gambe. Giunto in città, andrai difilato alla rocchetta di Porta Romana, e prima del tocco avrai consegnato nelle mani del Manfredi questo scritto che vale un tesoro. Quanto al modo di penetrare colà, e di parlare al prigioniero, non hai che a ripetere le solite pratiche. — Sii lesto ed accorto. Eccoti un pugno di terzuolini per immollarti il becco durante il viaggio. Giudizio però: non far posa ad ogni rosta, che ti accenni la mezzetta pronta. Avrai agio di rifarti con quegli altri, che tengo in serbo se riesci a bene. Hai dunque inteso? Ah!... riprese poco dopo, mutando tuono di voce e stringendo il braccio al suo ascoltatore fino a trarne un lagno, guai a te, se osi fiatare con anima viva!...„
Il Seregnino, a tali parole e alla brusca scossa ricevuta, pigliava un'aria compunta, e raggrinzava le labra spenzolate, mordendole in aria di stizza; d'una stizza però che voleva significare essere ingiuria il mettere in questione il suo ossequio, la sua fedeltà.
“Ti viene la muffa al naso, poveraccio, — aggiunse Medicina, che forse sentiva un po' di compassione pensando al brutto tiro che gli preparava; — non hai torto; a un par tuo certi avvisi sono un di più„; — e diluì la parola in un risolino pieno di fiducia e d'indulgenza.
Dopo ciò, i due amici si levarono dal desco. Medicina pagò lo scotto; e Bergonzio, guidato da un guattero, prese alloggio nella stalla, dove, gittatosi sur una bica di paglia muffa, fece proponimento di voler dormir sùbito e sodo, per essere in piedi dimani prima dell'alba; e dormì infatti meglio che in un letto sprimacciato. — L'altro, che non aveva tempo e voglia di riposo, nel separarsi dal socio lo sogguardò con un fare fra il pietoso e il beffardo, dicendo tra sè: “mi duol per te: ma!... hai posto il muso nella mia scodella, bisogna che tu ne assaggi un poco anche il brusco. Manco male, il vino si fa pigiando, e nei travagli si fa l'uomo.„
Un momento dopo, e appena fuori dalla taverna, aveva obliato l'inutile tenerume, e correva, o meglio volava verso il castello per arrivare in tempo ad ottenere udienza dal principe.
La notte toccava al suo mezzo; le porte del castello erano chiuse, le saracinesche calate, doppie le sentinelle sugli spalti, ai ponti, alle vedette. Medicina, grazie alla sua fronte incallita e al suo parlar franco, potè essere ammesso nel recinto del fortilizio, e far pervenire un'imbasciata pressante al principe. Il quale, per quella spina che ognun conosce, era ancora in piedi, e misurava a gran passi la diagonale della sua camera da letto.
Benchè certo di dovere udire da colui una conferma dolorosa de' suoi dubj, egli non esitò ad accordargli udienza; ma appena lo vide entrare, gli piantò in volto due occhi poco indulgenti, e con voce alquanto aspra gli disse:
“A quest'ora!...„
“Quando si tratta di prestar servitù a Vostra Grazia, io scordo l'ora e forse le convenienze. Mi si perdoni.„
“Che hai dunque? spicciati....„
“Quella prova di cui vi ho parlato stamane....„
“Ebbene, quella prova dov'è?„
“Fra un ora al più tardi essa brillerà dinanzi ai vostri sguardi, se voi porrete a' miei ordini un pugno de' vostri.„
“Nuove condizioni! invero comincio a dubitare che tu non sii quell'uomo che ti dai a credere colle tue millanterie. — Pensa, che il gioco ti potrebbe costar caro...„
“Io sono nelle vostre mani, o signore; fatemi custodire dai vostri soldati, finchè non torni colui, che giustificherà la mia condotta.„
Mentre il conte taceva impensierito, Medicina ripigliò la parola per dichiarare che uno scritto d'Agnese diretto al Manfredi era nelle mani di un tal Bergonzio da Seregno, alloggiato alla tale osteria, posta nella tal strada. Chiese quindi che venissero spediti alcuni sgherri ad impadronirsi del foglio e del suo portatore; e ciò con tutta sollecitudine, affinchè la preda non sfuggisse alle ricerche.
La dichiarazione era esplicita; ma il conte, che in quel momento sentiva tutto il peso di uno zelo che distruggeva le sue più care illusioni, cercava pretesti ad oscurarne il merito.
“Perchè mai, soggiunse egli, non sapesti impadronirtene tu stesso? Forse ti senti già troppo alto per certi officii?...„
Sorrise maliziosamente il ciurmatore, e ripigliò: — “Voleva evitarvi la noja delle mie parole, ma vedo essere necessaria una spiegazione. Quel Bergonzio, di cui si tratta, non mi è del tutto sconosciuto; come però ebbi buone ragioni per non sollecitare una stretta amicizia con lui, così ne ho delle più forti per non provocare i suoi sdegni. Per ora, un'apparente neutralità mi fa sicuro d'averlo a suo tempo buono a qualcosa di maggior rilievo. Egli potrà essere per me, ciò che io sono per voi; così siamo due a servir Vostra Grazia.„
Al conte veniva in uggia quell'aria di servitù, stipendiata a suo danno. — Troncò pertanto le ciarle, permettendo che una mano di soldati si ponesse agli ordini di Medicina.
Mezz'ora dopo, Bergonzio, scosso da tre paja di braccia nerborute, apriva gli occhi e la mente alla dolorosa sorpresa di una visita di gente sconosciuta, che gli mandava a male il più lieto tra' suoi sogni, per ingiungergli di recarsi sùbito al castello. — La spranghetta cagionata dalle generose libazioni gli toglieva la voglia di resistere all'invito; onde, levatosi di tutta fretta, escì coi compagni.
L'aria viva e la paura lo fecero tornar in senno; ma potè raccapezzare il filo delle idee, solo quando arrivato al castello e tradutto dinanzi ad un curiale, si sentì investire da una salva d'interrogazioni, che non gli davano tempo a rispondere: egli intanto pigliava tempo a riflettere. Infatti quando cominciò a venir in chiaro della cosa, il sonnacchioso curiale finì d'accorgersi di esserne perfettamente al bujo; e, per poco che l'accusato facesse ancora il sornione, il giudice avrebbe dovuto lavarsene le mani come Pilato, e rimandarlo assolto.
Se non che, in sul più buono, un incognito vestito di una zimarra nera, e coperto nel viso da un cappuccio foracchiato attraverso al quale si vedevano brillare due occhi da basilisco, entrò nella camera e, curvandosi sulle spalle del curiale, gli bisbigliò all'orecchio alquante parole.
A quest'avviso, il volto di costui mandò un lampo di sorpresa, che dissipò gli sbadigli ed il sonno; poichè, se il trattare con un mascalzone innocente gli faceva rimpiangere le coltri deserte, il diletto di scoprire e di torturare un colpevole, chiunque egli fosse, lo compensava ad usura delle perdute dolcezze.
Il curiale fece quindi eseguire una visita minuta sui panni dell'accusato. — La mano esperta di un manigoldo, dopo avere palpeggiato diligentemente ogni tasca, ogni piega, ogni costura, arrivò finalmente allo sciagurato foglio; e, ghermitolo, lo sottopose all'esame del giudice; il quale, dopo averlo guardato per ogni verso, lo lesse e lo rilesse per cavarvi il bandolo di un'accusa. — Intanto soffiava, e si stringeva nelle spalle come se cominciasse a pigliar gusto in quella facenda.
Bergonzio, posto alle strette da una furia di dimande, asserì sul principio di non saper come e per mano di chi gli fosse capitato quel foglio: aggiunse di più (e questa era pura verità), ch'egli non sapeva riconoscere l'importanza, e nemmanco il senso, di quelle parole. Ma al vedere che non gli venivano menate buone queste scuse, e udendo scricchiolare la puleggia del cavalletto, credè opportuno di chinar la cresta e di dimandare perdono; chè, se le nebbie del vino gli avevano offuscata la memoria, ora poteva finalmente ricordare che quella carta gli veniva affidata da un compare da Pavia coll'incarico di portarla ad un compare di Milano.
Invitato a dire il nome d'entrambi, balbettò di nuovo e si confuse; ma il curiale, che aveva interesse di non lasciar raffreddare le sue morbide piume, fatti amministrare due tratti di corda allo sciagurato, ebbe la gloria di vedere messa a nudo in un attimo tutta quanta la verità, co' suoi incidenti: i nomi, cioè, di Agnese e del Manfredi, l'origine e la destinazione dello scritto, e perfino il nome e le intenzioni di Medicina.
Ma guardate delirio dello spirito umano: quella rada volta, in cui uno stolido e scelerato mezzo di prova metteva in chiaro tutto il vero, e niente più che il vero, il giudice nel valersene sentiva per essa una sfiducia nuova e sapiente. La colpa di Bergonzio, secondo lui, era più che constatata; valevano per essa tutti gli amminiscoli di prova; ma la complicità di Medicina, attestata dalle medesime circostanze, era assurda; le dichiarazioni del torturato erano un sogno, un delirio, un vaniloquio.
Lo scritto d'Agnese fu tosto consegnato al conte; Medicina si valse della buona riescita del suo intrigo per trattare la causa di Bergonzio; il quale fu nella giornata seguente messo in libertà, un po' malconcio ma colle tasche piene di quei terzuoli, che Medicina gli aveva promesso.
Un pittore, che voglia rappresentare una giovine donna sfolgorante di bellezza e d'ornamenti, chiede invano alla tavolozza gli schietti colori, che emulano il brillar caldo e sanguigno delle carnagioni, gli screzii delle stoffe, e lo smagliar delle gemme. Ma l'arte gli insegna che una tinta fosca, ed opportunamente valida, sparsa intorno a quegli splendori, ravviverà la sua languida creazione; giacchè l'occhio dell'osservatore, dopo aver riposato sur un fondo opaco, si rende più sensibile alla subitanea vivezza delle tinte artefatte, e, pel felice gioco dei contraposti, trova brio e vita, dove poco prima era nebbia e languore.
Il precetto dell'artista che imita la natura fisica si attaglia perfettamente a chi studia di ritrarre il mondo morale. Volendo dipingere l'anima di Agnese, mal riescirebbe nell'intento chi si contentasse di stare dentro il circuito delle sue azioni, enumerando ad uno ad uno i pregi di che era ornata, ed arrestandosi all'esatto computo de' suoi dolori e delle sue virtù. La storia tracciata a questo modo, pel merito d'essere troppo veritiera, non raggiungerebbe lo scopo di lasciare nell'animo di chi ascolta una esatta e durevole impressione. I foschi intrighi e le passioni scelerate degli avversarii, che la circondano, spettano alla sua vita, precisamente come il fondo della tela appartiene al suo protagonista. Con questo contrasto sobriamente maneggiato acquisterà rilievo e forma il ritratto della nostra eroina; e ciò che veduto da vicino sembrerà superfluo o forzato, contribuirà da lungi alla fedele riproduzione della sua imagine.
Tutto ciò sia detto per guidare il lettore a concludere che l'analisi della vita di un ribaldo, qual'è Medicina, non fu tanto una speculazione consigliata dal triste diletto di accozzare tinte vigorose ed ardite, quanto una necessità imposta dallo scrupolo di cronisti veritieri.
È riprovevole il gusto di coloro che pensano ricreare ed istruire chi ode o legge colle più tetre pitture del genere umano; quasichè, scorrendo un museo patologico, alla nauseante rivista di tante diformità, si potesse acquistare un'idea precisa della vita, come ella è secondo i voti della natura. — Ma non è meno strano ed ingannevole il proposito d'altri, che, per pochi fiori raccolti a stento in un vasto campo, vogliono far credere al paradiso del consorzio umano. Queste sdilinquite dolcezze hanno perduto ogni prestigio; le arcadie sono il limbo degli spiriti morti senza il battesimo dell'esperienza. — La storia suol essere varia come la natura; nè tutta fiori, nè rovi soltanto. Valgano a provar ciò le parole con cui apre i suoi insegnamenti un dotto scrittore: “la vera importanza della storia sta negli esempj di morale, che ella può porgere; non si vogliono in essa cercare scene di sangue, sibbene ammaestramenti...; la conoscenza delle vicende dei tempi andati allora solo è proficua quando ci apprende a cansare gli errori, ad imitare le virtù, a vantaggiarsi della sperienza„.[52]
Dei tre giorni di lontananza, che Medicina aveva chiesti a Barnabò come prima condizione all'avviamento de' suoi progetti, i primi due erano trascorsi. Con qual risultato, il lettore lo sa. Prima di gettare i semi di un nuovo arbusto, conviene sbarbicare dal suolo ogni resto del vecchio, perchè le radici che rigurgitano di umori non abbiano a soffocare il tenero rampollo. Così pensava Medicina, e perciò aveva posto grande studio a spegnere col veleno della calunnia quel sentimento che nell'animo del conte poteva resuscitare l'affetto suo per Agnese.
Dacchè il sinistro consigliero gli aveva fitto nel cuore la spina della gelosia, anche i più lievi sintomi divenivano argomento d'accusa. Il contegno d'Agnese, il suo pallore, l'apparire mal dissimulato di una lacrima, tutte cose che potevano essere ed erano difatto naturale conseguenza del suo amore offeso, venivano accolti come sintomi di male opposto: il silenzio era imbarazzo, la pallidezza rimorso, il piangere dispettosa confessione.
Ogni uomo ha una fisonomia morale sua propria. Non vi sono due anime identiche, come non si riscontrano due volti, due piante, due rupi perfettamente eguali. Il più umile degli uomini è perciò un libro nuovo, fecondo sempre di qualche utile insegnamento. Ma il più strano si è che sovente l'istesso uomo, nelle varie fasi della sua vita, disconosce e combatte quelle doti speciali che costituiscono la sua individualità. — Vi ponno essere in una sola esistenza prove di valore e di codardia, atti di ferocia e di pietà, l'estremo della virtù e del vizio. E non è tutto ancora; sovente nella stessa vicenda, e sotto il dominio di una sola passione, l'uomo edifica e distrugge, vuole e rifiuta, ama ed odia. — Tale era appunto la situazione del conte. Tormentato dal sospetto e dal dolore, ora sentiva di aver forza a subire la sua sorte, ora s'inchinava davanti ad essa come il vinto che scende a patti. Alcuna volta egli attribuiva alla dolorosa realtà del momento l'apparenza di un sogno, e riposava nella certezza di vederlo svanire; poco dopo, chiamava sogno la felicità dei tempi andati, e scuoteva l'inerte ragione per dissipare gli avanzi di quel vaneggiamento. Allora armeggiava di risoluzioni e propositi, che in breve, al ritorno di una dolorosa stretta di cuore, si dileguavano in vani sospiri. — Le tempeste erano subitanee, ma terribili. Quando il dolore vinceva la ragione, ogni affetto languiva, la memoria era muta; in quel momento avrebbe ceduto tutti i beni della terra, e perfino la gloria, per rimovere il coltello, che gli squarciava l'anima. Ma quando la ragione tornava padrona del suo animo, deplorava la vanità delle querimonie, e si rialzava a condannare severamente la propria debolezza. Per qualche istante giunse perfino a dubitare dei fatti; e nella ripetuta asserzione che il tradimento d'Agnese poteva non essere vero, trovava le ragioni per crederlo impossibile. Il suo scetticismo colpiva i fatti recenti per lasciar sopravivere le vecchie convinzioni, che gl'infundevano nell'anima una fiducia senza limiti. Sotto l'impero di tali idee, il cuore gli batteva più largo, la mente si rischiarava; egli era sul punto di correre da Agnese, per confessare la colpa d'aver dubitato di lei, per chiederle perdono.
Ma d'improviso una mano agghiacciata gli premeva di nuovo il cuore, e ne arrestava i movimenti. Bastò a tanto uno sguardo sul foglio che Medicina gli aveva consegnato: la memoria troppo fedele gli ripeteva ad una ad una quelle fatali parole. — Poche sillabe abilmente aggiunte, una parola destramente soppressa, cangiavano la più ingenua risposta in un documento d'infamia. Guai a Medicina se il conte, ponendo sotto gli occhi d'Agnese il foglio incriminato, avesse scoperto chi era il vero colpevole!
Ma Medicina vegliava: Medicina attendeva il momento di sottrarre agli occhi del conte la prova del suo delitto; ed impediva qualunque ravvicinamento tra il giudice e l'accusato. Se non che, il protrarre all'infinito questa sorveglianza, oltr'essere cosa assai difficile, lasciava l'impresa a mezzo; ed egli non aveva tempo da perdere. L'ultimo giorno della sua dimora in Pavia, doveva essere consacrato alla seconda e più difficile parte del suo incarico. Tolto il pericolo di un abboccamento tra Agnese e il conte, egli si proponeva di rispondere alla fiducia di Barnabò, e di rendere veritiera la fatidica Canidia. Solo dopo ciò, ei poteva chiamarsi completamente vittorioso.
Bisogna dire che lo scelerato avesse una profonda conoscenza del cuore umano, se si lanciava con tanta temerità nell'impresa di sostituire un legame di pura convenienza ad una profonda affezione. Qui non si trattava di gittare polvere negli occhi di un ignorante; l'uomo, col quale aveva a fare, era avveduto al par di lui. Eppure da un lungo studio delle passioni, e dall'esperienza fatta nel rimestarle, aveva appreso, che una delazione finchè non è riconosciuta calunniosa, è un atto di servitù codarda, che tutti disprezzano, e che ben pochi hanno il coraggio di respingere. — Egli prevedeva che le sue parole avrebbero cagionato ribrezzo nell'animo del conte, e che sarebbero, nondimeno, accolte come una verità. Previde che la lotta sarebbe gravissima pel conte; tanto più che il mistero che aveva presieduto a' suoi amori, lo costringeva ad inghiottire in silenzio la storia della tragica fine di essi. — Isolato e diffidente delle proprie forze, egli dunque non sarebbe restio ad accogliere anche una meschina alleanza. L'infermo disperato non dispregia i consigli della feminetta; il nuotatore pericolante s'aggrappa ad ogni sterpo.
Confidava Medicina nell'arte tutta sua d'impadronirsi dell'altrui volontà, quand'essa è oscillante. Egli sapeva far gradire le sue parole appunto perchè fingeva di gittarle senza pro; sostituiva all'altrui il proprio avviso, lasciando a chi lo seguiva il merito d'averlo trovato. Non di rado propose come un mal consiglio ciò che desiderava più vivamente, e che voleva veder compiuto. Lo spirito di contradizione era il suo formidabile ausiliare; egli sapeva farne gran gioco a suo profitto. Malgrado ciò, sentiva la gravezza dell'assunto, e non si illudeva sulle difficoltà e sui pericoli che avrebbe incontrato. Tutto era buono ad abbattere; ma per collocare solidamente la base del nuovo edificio, si richiedeva senno, prudenza e, più che altro, fortuna.