La mattina del terzo giorno il ciurmatore, accennando al bisogno di recarsi precipitosamente a Milano, si presentò al conte per ricevere i suoi comandi e pigliar congedo. Vedendolo più cupo del solito, volle sembrare compunto, ed affettò tale imbarazzo da confondersi colla timidezza. Premesse le consuete strisciate — “Se Vostra Grazia non ha altro bisogno di me, disse egli, io con sua licenza ritorno al mio posto.„
Il conte non rispose motto.
Medicina osò fare un lieve gesto d'impazienza, che non sapremmo copiare, ma che si voleva tradurre come un segno di scontento verso sè stesso — Egli lo spiegò meglio con queste parole:
“Vorrei un'ora sola mutar panni con qualcuno....„
Il conte si scosse, ed, ammiccando il ciurmatore con un fare non troppo incoraggiante, ripetè “e poi...?„ pronunciando le due sillabe con un tono interrogativo quasi imperioso.
“E poi.... Se io fossi il Conte di Virtù imiterei il signor Barnabò, suo glorioso zio, che d'ogni cosa disgraziata sa trar profitto.„
“Lascia da parte Barnabò, soggiunse il conte più rabbonito, e dimmi che farebbe un tuo pari al mio posto?„
“Noi povera gente.... è un altro affare. Quando ci capita di tali rovesci, sappiamo vendicarci del tradimento, col mostrar di accettarlo come un ben di Dio. — Niente di più sciagurato che il belare e mettere sospiri appiè di una donna. Ohibò! sarebbe un dar la spezia in bocca al giumento, con vostra licenza — Manca femine al mondo?„
Il tuono plebeo di queste parole doveva fare stomaco ad uomo come il conte. Ma il sugo di esse aveva la sua parte di saggezza, e il conte non sacrificava l'opportunità dell'avviso alla vile forma di esso; anzi lo gradiva appunto perchè non aveva l'aria magistrale di un consiglio.
Intanto poichè egli taceva, Medicina tirò avanti sull'istesso tenore.
“Noi poveretti abbiamo a pensare a ben altre cose; la fame, o provata o temuta, ci fa essere filosofi. — Voi (poichè mi permettete di parlare) voi potete trarre il miglior diletto del mondo da queste avventure — Vi mancano forse i mezzi di vendicarvi?„
Si rannuvolò il conte alla parola di vendetta.
“Vendicarvi, che dico io? — riprese Medicina; — non è precisamente la parola che si fa al caso nostro. Se l'uno ci abbandona non può dirsi vendetta il cercare altri — E quanto a ciò, Vostra Grazia non avrebbe che l'imbarazzo della scelta.„
Il conte, seduto di faccia al ciurmatore, teneva il gomito destro sull'appoggiatojo dello scranno, e nascondeva la fronte nel cavo della mano. — Ma Medicina s'accorse d'essere compreso, e forse già previde che le sue parole toccavano dritto al cuore di chi fingeva di non ascoltarlo.
“C'è dell'amaro per me in tutto questo, o mio signore. Se voi foste in guerra, io potrei seguirvi, e cogliere il destro di mettermi di mezzo tra le aste dei nemici e il vostro petto. — Ora, in simili negozii, la mia fedeltà non giova a nulla. Posso bene liberarvi di chi vi reca fastidio; ma non sono in istato di rendervi chi vi consoli; e molto meno di farvi gradire le idee dell'illustrissimo signor Barnabò — Eppure vostro zio vi porgerebbe i mezzi d'escire da quest'imbroglio.... Sì, per certo; ve lo giuro...„ — E tra sè aggiunse: “Il dado è gettato.„
Il conte alzò il capo con aria di stupore.
“Mio zio?... e che sai tu....?„
“Come io sia addentro in ogni cosa che riguarda la corte di Milano, voi lo sapete da un pezzo. — Vivendo nell'anticamera, io fo il gonzo per frodare la gabella. Il sornione fiuta, fiuta, ma tacendo raccoglie. — È vero che non tutto è di buona lega; pure v'ha sempre il tornaconto a non gettar nulla nelle spazzature — Udite questa, che appunto ha il suo piccolo merito. — Il signor di Milano, tempo addietro, fece l'occhio amorevole al nobilissimo suo nipote....„
“A me?„
“A voi, messer sì„
“E com'egli si è degnato di ciò?„
“Quante volte gli uomini scoprono la fortuna levando l'occhio in alto! Le stelle, a cui il nobilissimo vostro zio non professa molto rispetto, gli hanno un bel dì raccontato, ch'ei n'avrebbe gloria e fortuna a stringer meglio la parentela con voi, accordandovi una delle sue figlie in isposa.„
“Perchè non mi parlasti prima di ciò?„
“Perchè?... pensai che avreste male accolto le mie parole. Il cognato del re di Francia poteva aspirare a nozze più fortunate. Non per dir male del nobilissimo sangue dei Visconti, me ne guardi il cielo, ma.... messer Barnabò.... ha messo sì poco zelo a conservarlo puro.... D'altronde, il Manfredi.... a quei dì taceva.... Insomma tacqui anch'io, perchè non mi pareva cosa che vi potesse riescire caro od utile il sapere. Mutate le circostanze, forse ciò diviene meno inopportuno. — Ma dico a me, se un tale affare avesse la consistenza di un progetto ragionevole, si farebbe strada da per sè, senza l'ajuto del pover'uomo che son io.„
Il conte in questo momento se ne stava silenzioso, quasi ponesse grande attenzione alle parole altrui; in realtà era assorto, e non ascoltava. Il parlatore, che se n'era avveduto, vagava intorno a lui, accarezzando per così dire la sua meditazione colla quieta armonia di un borbottare sommesso; press'a poco come fa la nutrice che continua a cantar la nanna a un bimbo addormentato, affinchè non si desti. — Medicina non avrebbe scambiato quel silenzio colle più amorevoli parole e con una grossa mancia.
Senza divagare più oltre in questo dialogo, che non ha altro interesse fuor quello di convalidare la già troppo vantata accortezza di Medicina, eccone brevemente i risultati. Il conte di Virtù accolse il progetto, o meglio vi si abbandonò ciecamente, sperando di trovare in un ordine tutto nuovo d'avvenimenti quella pace che invano chiedeva alla sua ragione. Colle parole di Medicina e coi progetti di Barnabò forse si riaccese in lui più viva quell'ambizione, che non lo faceva pago di una porzione del retaggio avito, e gli prediceva future grandezze. Seppe che la fanciulla chiamata a divenire la contessa di Virtù era la bella e timida Caterina. — Non le diè merito per la bellezza, ma fece grande assegnamento sulla sua docilità; poichè le sue nozze non gli avrebbero richiesto alcun affetto: egli voleva sempre esserle cugino e non sposo. Ma non lo si accusi di un pensiero di vendetta: impalmando altra donna, egli legitimava l'antica passione di Agnese, e le accordava piena libertà di farla rivivere, condonandole il sospettato spergiuro.
Eppure, mentre da un lato la gelosia, sotto apparenza di giustizia calma e dignitosa, lo consigliava a troncare di colpo ogni rapporto con Agnese onde evitare inutili rampogne o atti di codarda indulgenza, dall'altro, la stessa passione più libera e spigliata lo trascinava contro la sua volontà a disconoscere i fatti proponimenti. — Poche ore dopo il dialogo riferito sopra, mentre la ragione aveva in modo inappellabile sentenziato una rottura, egli, lo stesso giudice, quasi inconscio di sè, si trovava in quella casa e presso quella donna, che aveva risoluto di non vedere mai più.
Il fatto non verrà giudicato da tutti sì strano come esso pare a prima giunta. — Pensiero ed affetto, mente e cuore non sono sempre fidi alleati fra loro nelle guerre della vita, e se non agiscono d'accordo, la passione pur troppo sarà sempre, o più spesso, la vincitrice.
Quell'incontro però (ne duole il dirlo) che doveva rischiarare il fatale mistero e ricondurre i due amanti alla conoscenza di uno scambievole inganno, non fece che spargere nuove tenebre, ed aggiunger credito all'errore. Quando i due amanti si videro, ognuno volle essere il primo a scoprire nello sguardo dell'altro il suo giudizio, la sua sentenza; ma ognuno venne meno all'uopo; e, ritraendosi dal campo, lasciò nell'altro la certezza della propria sconfitta. Fu come una sfida, nella quale entrambi i campioni cadono feriti sul terreno. Ciascuno crede d'essere il vincitore perchè vede il sangue del suo antagonista; e di fatto ciascuno è vinto.
Meglio è che il lettore non conosca come, e con quali parole, s'arrivasse a sì funesta conclusione. Il dialogo fu breve, ma solenne; la passione non ebbe tempo di erumpere sulle labra, e perciò ribollì più terribile nel cuore, ov'era contenuta di forza. Quando il conte, più d'Agnese impaziente, parlò della lettera del Manfredi come di una scoperta casuale, che gli dava diritto di sospettare e di giudicare; Agnese più dolorosamente straziata dal tuono dell'inchiesta, che non dalle parole, si rialzò con atto severo, e rispose al suo accusatore tacendo, e volgendo le spalle a chi l'aveva già condannata coll'insulto di un sospetto tanto indecoroso. — Il conte, posseduto dalla più irragionevole delle passioni, scambiò lo sdegno col rossore; confuse l'orgoglio colla vergogna. Convinto di non aver bisogno d'altre prove, si allontanò o meglio fuggì da quella casa e da quella donna, colla presunzione d'essere interamente guarito dal suo disgraziato amore. Egli dunque si propose di scordare un triste sogno; e ripigliò il filo della sua vita a quel punto in cui la passione per Agnese l'aveva interrotta.
Tutti gli storici s'accordano nel confermare che Giangaleazzo Visconti, come erede del primogenito fra tre fratelli succeduti a Luchino e Giovanni, vantasse il diritto alla intera signoria di Milano. Ora egli cercò appunto in queste dimenticate pretensioni il rimedio della secreta sua piaga. — Far valere i suoi diritti colle parole, sarebbe stata cosa vana: colle armi, impresa perigliosa. Prima dei fatti che lo legarono ad Agnese, era suo intendimento di aspettare il giorno propizio per rivendicare ciò che gli era dovuto. Fino ad un certo punto riesci ad addormentare la sospettosa vigilanza dello zio. Ma il suo amore, qualificato da taluno come una tacita alleanza coi cospiratori di Milano e di Reggio, aveva acceso dei sospetti, e scemato il frutto di sua lunga dissimulazione. — Ecco ora il nuovo suo cómpito; ripigliare il perduto con un atto d'ossequio inaspettato e completo. — Tale era appunto per Giangaleazzo la dimanda in isposa di una figlia del suo rivale. Barnabò di buon grado avrebbe sacrificato i suoi affetti alle illusioni di questa vittoria domestica.
Medicina, vedendo che il conte era tornato a' suoi vecchi disegni, sperava d'esserne fatto l'interprete presso lo zio. E quanto a ciò, ei si credeva in grado di promettere una mediazione efficace. Già gli sorrideva il pensiero di provedere con questo mezzo alla propria sicurezza; poichè l'aria di Pavia cominciava a sembrargli greve. Ma il conte non gradì l'offerta. Senza porre tempo di mezzo, e senza dar campo a nuove investigazioni, per non aver agio di pentirsi, inviò uno de' suoi cortigiani, il più esperto a destreggiare un incarico dilicato, alla corte di Milano, perchè chiedesse in tutta forma alla Grazia del signor Barnabò la mano di sposa della giovine principessa pel nobilissimo Conte di Virtù, signore di Pavia.
E Medicina intanto dovette rimanere al castello, perchè la sua testa fosse caparra della sincerità de' suoi detti. — Nell'ozio penoso dei tre giorni che passarono tra la partenza dell'inviato e il suo ritorno, pensò seriamente ai casi suoi, alla probabile incostanza di Barnabò, al pericolo di una smentita. — Sapeva il furfante che il signor di Milano, in più di un incontro, aveva fatto della volubilità il più valido argomento di sua potenza; se in questa occasione egli non si fosse degnato di confermare le proprie parole, il ribaldo Medicina era castigato da un più ribaldo di lui. — Da tutto ciò il prigioniero traeva queste due conseguenze: che il suo mestiere non era sì liscio e sì prospero, come taluni credevano, e che in vita sua egli ebbe più spesso a temere di quanto disse colla scorta del vero, come in questo caso, che non di ciò che aveva inventato di pianta, per servire a' suoi fini. — Tristissima conclusione, che lo faceva dubitare di non essere ancora compiutamente scelerato, e lo rinfrancava nel progetto di volerlo divenire alla prima occasione.
Il ritorno del legato spedito a Milano rimise la quiete nell'animo di Medicina, e costrinse la volontà del conte in un nodo indissolubile.
Durante la sospensione d'animo naturale a chi aspetta, Medicina aveva temuto per la sua vita, Giangaleazzo per la propria costanza. La notizia che Barnabò aveva accolta la proposta del conte nel modo il più benevolo assicurò il trionfo del ciurmatore, e tagliò corto ogni perplessità del conte.
L'alleanza fra i due prìncipi prima dubia, guardinga, gelosa, sembrò farsi aperta e sincera. Tali erano le parole, se non le intenzioni dei due contraenti: l'uno e l'altro aspettavano da questo fatto il vicino compimento dei loro voti; ciascuno godeva della pieghevolezza dell'altro, come di una grande vittoria riportata a ben tenue prezzo.
Una differenza assai notevole però correva tra i due. Il conte poneva l'essenziale della sua condotta nell'affettare un ossequio, che disarmava la vigilanza dello zio; volontieri quindi si sarebbe arrestato alla solennità di questo primo atto, senza sobbarcarsi alle noje di un legame positivo ed indissolubile. Barnabò invece, aspettando il buon effetto della nuova alleanza dalla piena esecuzione dei patti che gli erano proposti, affrettava con impaziente desiderio il momento di abbracciare suo nipote col nome di figlio.
In questa secreta discrepanza di vedute e d'azione, vinse, com'è naturale, l'imperiosa volontà di Barnabò; per la qual cosa, dopo pochi giorni, la novella del matrimonio del conte di Virtù colla principessa Caterina, corse, colla rapidità consentita dalle stentate comunicazioni d'allora, per tutte le città del doppio Stato, e fu ripetuta e commentata su tutte le labra dei cittadini.
Come era noto a tutti il rancore che regnava tra i due prìncipi, così apparve strana ed inopinata la riconciliazione. Tra il popolo minuto, alcuni se ne rallegravano come di cosa utile al ben publico; chè quello star sempre coll'arma al braccio era tutt'altro che vivere in pace. Quei pochissimi che, come Medicina, avevano il tornaconto a favorire l'antica ruggine, applaudivano anch'essi; perocchè, a sentirli, l'accordo era apparente, e il nuovo patto doveva essere l'inizio d'altra e più fiera rottura. Ma i più, non occupandosi di queste discussioni, o non giungendo a comprenderne l'importanza, si rallegravano, non fosse altro, per le vicine feste. Il popolo minuto sognava corti bandite e tornei, piogge di terzuoli e fontane di vino; più in su, s'occhieggiavano posti d'onore presso la leggiadra principessa, e si facevano miracoli di cortigianeria per meritarne il favore. Intanto nei due castelli era un continuo formicolare di gente che accorreva a presentare ai padroni le felicitazioni d'uso, o a chieder grazie, o a sollecitare impieghi.
Non è prezzo dell'opera il registrare le strisciate, gli inchini, i sorrisi, le graziette artificiose di quei cortigiani. Nel mercato sociale questi pleonasmi conservano anche oggidì più valore che non meritano. — Privilegio del secolo era invece il convenire dei menestrelli e dei trovatori, che all'annunzio delle splendide nozze accorrevano dalle vicine corti, e, ripulita la bisunta ribeca, provavano sulla triplice corda armonie nuove, versi da paradiso. — Le imagini le più ardite erano ipotecate a celebrare il grande avvenimento. La sposa era una stella, un giglio, una colomba; lo sposo un leone, un'aquila, una quercia. — Smancerie poetiche che allora avevano almanco il pregio d'essere originali.
Oracolo della publica opinione era la bocca dei pochi schiamazzatori, non quella dei molti che tacevano. Il lagno sommesso e la reticenza hanno un'eco postuma, alla quale la sola storia non è sorda. Checchè si dica della liberalità di Barnabò e dell'esultanza del suo popolo, devesi credere, che la novella inaspettata non generasse altro che indifferenza presso quei molti che (fossero, o non fossero amici tra loro i prìncipi di Milano e di Pavia) rimanevano invariabilmente i poverelli e gli sventurati di prima. — V'era poi un bel numero di patrioti, memori delle libertà antiche, che vedevano in questo fatto un ribadimento di catene, un'altra speranza perduta. — V'era infine un'anima, per la quale tutto ciò riesciva più terribile che una sentenza di morte. — Vogliamo parlare d'Agnese, che lasciammo nel dubio di una sventura, e che ora ritroviamo nella inesprimibile desolazione di un male certo, e senza rimedio.
Infelicissima Agnese! Al diffundersi della terribile notizia, portata da cento voci nel modo il più autorevole, vedeva crollare il fantastico edificio delle congetture, con cui, poco prima, ella cercava di puntellare le sue speranze. Nell'incertezza, aveva più volte invocato l'inappellabile giudizio dei fatti; ora, resa certa dalla testimonianza dei fatti, invidiava gli ingegnosi cavilli della perduta credulità. In faccia a tanto dolore, avrebbe benedetto come un dono di Dio la dimenticanza del passato; ma la memoria ed il cuore ponevano uno studio crudele a ravvivarlo dei più ridenti colori; anzi, nell'alterna vicenda del bene e del male, pareva che brillassero le gioje del passato, appunto per fare più tetre le angosce presenti.
L'infelice, che non vuol soccumbere sotto il peso delle sventure, arma la ragione contro la propria sensibilità; cerca, e non di rado trova, chi è infelice quanto o più di lui. Quella pietà, che egli giunge a consacrare al male degli altri, sarà gran sollievo a' suoi proprii. — Ma la povera Agnese, scorrendo il lungo novero delle disgrazie terrene, ritornava in sè colla desolante certezza di non aver trovato al mondo una sventura maggiore della sua. Le parve che l'infermo nel letto de' suoi dolori abbia almeno il conforto delle raddoppiate sollecitudini de' suoi cari. — Il prigioniero ravveduto si consola, pensando che la solitudine e i dolori gli guadagnano il perdono di Dio e degli uomini; grave il prezzo, ma a mille doppii più prezioso il tesoro, che egli si acquista. — Colui che è condannato nel capo inorridisce al pensiero della tragica scena, di cui è il protagonista. Ma il martirio di quelle ore, che la precedono, è misurato; ogni minuto abbrevia d'un passo l'erta del suo calvario; ai piedi di esso troverà l'uomo compassionevole che lo ajuta a portare la croce; lungo la via incontrerà le anime pietose che piangeranno e pregheranno per lui.
Agnese, non d'altro colpevole che d'aver troppo amato, non era vicina a morte; ma incominciava allora un'esistenza nuova, e moveva il primo passo col preludio dell'abbandono, col sospetto di essere creduta colpevole. Agnese trovava la vergogna, dove è il nobile orgoglio di una donna. Quello che per altre era la buona novella, per lei era e doveva essere una colpa, un mistero. Il suo supplicio non aveva misura di tempo: doveva durare quanto la vita, fosse pur protratta a tarda decrepitezza. Che più? perdurava al di là della vita, in quella del figlio suo. Oh questo era il più terribile de' suoi tormenti! L'affetto materno è geloso e diffidente, mentre ogni cosa arride; ma quando sulla culla del suo bambino s'agita un dubio, o nelle viscere ov'egli aspetta di risvegliarsi alla vita, scende un rimorso, oh allora quel dubio e quel rimorso non si calmano per certo al raggio di una speranza indeterminata! La sventura sospettata divien certa; certa almeno quanto agli strazii che essa cagiona.
Quante volte Agnese passò in rassegna la parte più bella della sua vita, per cercarvi la cagione dell'attuale mutamento. L'avrebbe voluto scoprire anche a costo di accusare sè stessa. Ma in ogni sua parola, in ogni atto, nei tanti e tanti nonnulla, che riempiono l'esistenza di un cuore innamorato, non trovò che l'invariabile ripetizione delle medesime proteste, le stesse prove d'amore; forse sempre crescenti a grado, forse soverchie!
Rammentò poscia le velate e mal comprese parole con che Canziana, in altri tempi, soleva dipingere a lei giovinetta il mondo, la società, gli uomini. Aveva sentito più volte parlare di creature ingannate, d'altre spergiure. — Aveva veduto più d'una donzella vestire a lutto, senza che ciò le fosse imposto dalla morte di un parente; altre, spiccarsi dal mondo, di cui erano la delizia, e correre giovani e bellissime, a seppellirsi in un chiostro; altre ancora, a cui una ruga prematura aveva scritto sulla fronte un mistero che la parte più generosa degli uomini sembrava compassionare, ma non discutere. — Allora Agnese ingegnavasi di convincere sè stessa, che la sua era la storia di cento, di mille altre donne al par di lei derelitte; che la sua virtù, come quella di tutte le sue pari, era stata gioco di una passione quanto violenta altretanto passaggiera. Pensò alla gioventù sgovernata, che si fa bella di così turpi conquiste. Pensò che, mentre ella sentivasi lacerare l'anima, forse il suo amante era calmo; forse pregustava nella sua mente nuove avventure, nuovi trionfi.
Questo non era trovar rimedio a' suoi mali, ma inacerbirli: perocchè il nome di tradita ch'ella attribuiva a sè stessa, supponeva un tradimento, e un traditore. Per la qual cosa, con una carità fin troppo ingegnosa, sforzavasi di rialzare sè stessa, affinchè la sua vergogna non fosse la condanna di un altro. In questo lavoro la ragione diveniva sottile e ferma, come non era mai stata. Non voleva scolparsi, anzi si rimproverava di aver tentato di farlo; accusavasi di inconsideratezza, di inesperienza; e chiamava solo suo complice il destino, cagione unica ed inevitabile di tanto male.
Ma infine il cuore voleva la sua ragione. Scoprire la causa della sventura non era rimoverla od attenuarla. Nulla valeva a restituirle la pace dell'anima; impossibile, il far rivivere la felicità dei giorni passati, sì cari nella tranquilla inconsapevolezza del male, belli e forse più ancora invidiabili negli stessi brevi turbamenti, che accompagnano un amore appassionato. Dietro ciò, l'unico rimedio, il solo conforto era il piangere; e piangeva la tapina lunghe ore, le intere notti, talvolta sola, più spesso assecondata dalla pietosissima compagna. — La quale non aveva parole per confortarla; ma, levando gli occhi al cielo e stendendo ad esso le mani in atto supplichevole, insegnava all'infelice, che non vi è anima derelitta che da esso si diparta inconsolata. Agnese, che non aveva fin qui osato implorare il soccorso di Dio credendosene indegna, rivolse ogni suo affetto a lui; e, come sùbito, al primo slancio, sentì rinascere in se stessa una fiducia nuova e consolatrice, in lui ripose ogni sua speranza, a lui affidò gli interessi del suo cuore, il suo avvenire, quello di suo figlio.
Le inspirazioni, che le scendevano all'anima da questo aprirsi col vero consolatore degli afflitti, erano tenere, soavi, confortevoli: ma largheggiavano di promesse a patto di abnegazione e di sacrificio. Le lacrime da quel punto sgorgarono più libere e meno aduste; la voce che le parlava al cuore pareva quella de' suoi genitori. Era una voce autorevole ma affettuosa; erano parole non scevre da rimprovero, ma promettitrici di perdono. Ella le ascoltava colle mani giunte, ginocchioni, col viso inondato di lacrime, e l'occhio rivolto al cielo. Il pallore, che già da tempo le sfiorava le gote, si ravvivò di un incarnato pieno di brio e di gioventù. L'occhio, prima incerto e sbattuto, si rilevò franco e sicuro a contemplare il cielo. Sembrava che ella cercasse lo sguardo del suo giudice, certa di vedere a fianco di lui due anime benedette che peroravano la sua causa, e le promettevano il divino perdono.
“Miei diletti — diceva Agnese orando mentalmente — se io non fossi rimasa orfana, ora non contristerei la vostra beatitudine colle mie querele. O madre mia, te vicina, io non sarei scesa sì improvidamente nelle battaglie del mondo, o se la sorte mi vi avesse trascinata, vicina a te avrei saputo combattere e vincere. Non voglio nascondere la mia colpa; essa è grave, sì lo comprendo; ma io era sola, inerme, inconsapevole.... Perdona non a me, ma a quell'innocente che è sangue tuo.... Tu sai quanto dolore costi ad una madre l'abbandonare il proprio figlio? il mio angelo nascerebbe orfano, se sua madre fosse maledetta! Deh, per pietà, per l'amor tuo, per le tue viscere, mi affretta il perdono di Dio, ond'io sia degna di baciare in fronte quella creatura, che porterà il tuo nome!„
In questo tacito colloquio trovò Agnese quel conforto, che invano aveva cercato ai cavilli dell'umana ragione. È naturale quindi che ella vi si abbandonasse con passione, quante volte sentiva venirle meno il coraggio. Ma dalla rinata fiducia, ella non traeva argomento a credersi degna dell'impunità; per essa preparavasi con animo sereno ad una austera espiazione; e l'accoglieva e l'invocava come arra di pace.
Altra volta volgeva la parola a suo padre; e le sembrava che la fronte severa del buon vecchio si spianasse alla pietosa sua invocazione.
“Tu, padre mio, diceva ella, tu m'insegnasti ad onorare colui; io frantesi le tue parole, io varcai i limiti, de'tuoi comandi; sconsigliata! Tua figlia però non si chiama indegna del tuo nome, giacchè, coll'ajuto di Dio e con un'intera vita di sacrificj, saprà cancellare questo passo indecoroso della sua giovinezza — È inutile, che io ti sveli come vi fui travolta; non v'hanno misteri per le anime beate. Dirò solo che ebbi un complice, non un seduttore. Io ti prego anche per lui, padre mio; come mai potrei sperare d'essere perdonata, quando non mi sentissi pronta a perdonare? Se egli fu ingannato, deve soffrire al par di me: se ingannò, a suo tempo soffrirà a mille doppii più di me — Deve essere pur doloroso il ricordo di uno spergiuro! Ch'egli non lo provi mai!„
“Le tue parole, proseguiva Agnese dopo una pausa, io le ho nella mente e nel cuore; le ho imparate, e le farò mie. Non chiedere vendetta, tu mi scrivesti in sull'ultima ora della tua vita, ma persevera nella via della carità e della giustizia; per essa si giunge in miglior modo alla medesima meta. Questi detti sono sacri come il momento in cui furono scritti. Giuro per l'amor tuo che farò ogni cosa possibile, perchè essi non sieno smentiti giammai. All'annuncio della mia sventura, chiesi al Signore la grazia di morirne; ora io rinovo più saggia preghiera, chiedo di vivere per mio figlio. L'alleverò, come tu mi hai insegnato, nel timor di Dio, e nell'amor della patria; e se egli mi chiederà un giorno la storia di suo padre, io gli narrerò la tua, o dilettissimo genitore. Oh quanto egli sarà superbo d'esserti figlio! In questo santo proposito che mi rialza dalla polvere, sento tutta la dolcezza del tuo perdono. Umana sapienza non porge tanto conforto. È il cielo, che mi vuol salva; vostra mercè, Dio ebbe pietà de' miei dolori — Grazie, o angeli miei tutelari; compite l'opera della mia salute; non m'abbandonate, non m'abbandonate.„
Non è a dire che, dietro tali pensieri, fosse sùbito bandito e per sempre ogni dubio, ogni angoscia. Agnese provò spesso il ritorno de' suoi dolori; ebbe più e più volte ancora il cuore turbato dalla memoria della perduta felicità; sentì di nuovo e più forte il rossore della sua posizione; provò non la convenienza ma l'onta del mistero, in cui ella doveva vivere sepolta. Ma non era per intoleranza o per stanchezza che ella volgeva le sue preghiere al cielo. Quanto erano più gravi i suoi dolori, altretanto più certa e più vicina attendeva la riabilitazione. Dimandava a Dio la forza di sopportarli, non di rimoverli; d'essere rassegnata, non assolta.
Di ciò diede prova quando surse questione sull'opportunità di abbandonare la sua casetta. Nessuna esitanza attraversò tale risoluzione; non la discusse, l'adottò come una necessità, come un dovere. Prima che venisse il momento di spiccarsi dal suo soggiorno, il solo pensiero di dover rinunciare a quell'asilo, che era stato testimonio di tanta felicità, le cagionava una stretta sì forte, che credette non avere animo a sopportarla. Ma quando Canziana le annunciò d'essere riescita a procurarle un nuovo ritiro, ella gradì il troppo sollecito servigio, e seppe troncare il filo di tante soavissime rimembranze senza pure un sospiro.
La scelta della nuova dimora era stata affidata a Canziana. Pensò la buona donna che era bene far presto; ma nello stesso tempo la prudenza la tratteneva, ponendole dinanzi non pochi ostacoli. — Si arrestò qualche tempo a considerare se fosse più conveniente il ridursi a Milano, o a Campomorto. Sottili ma abbastanza valide ragioni la persuasero a non far cadere la scelta sui due luoghi. In questo mezzo, il caso le fece trovare, presso persona di sua antica conoscenza, una romita casipola al di là del Ticino, dove Agnese sarebbe al riparo d'ogni sguardo indiscreto e d'ogni scortese dicería.
Al momento di abbandonare la città, Agnese trasportò seco tre cose soltanto: la lettera di suo padre, quella di Ognibene, e lo scritto del conte da lui dimenticato a Campomorto. Erano i documenti più preziosi della sua storia. — Al resto provide Canziana.
Quando Agnese si dolse pensando che lo staccarsi dalla dimora di Pavia avrebbe affievolito le sue care memorie, si ingannò. Nel suo deserto romitaggio, coll'ajuto del cuore, ella visitava ogni dì la casa abbandonata, e ne richiamava gli oggetti con tanta vivacità di colori, con sì squisita precisione di forme, come se li avesse presenti. Nei primi dì ella era più taciturna del solito: ma a poco a poco la nuova solitudine le riescì gradita; e se pensando al passato ella aveva gravissime ragioni di piangere; nel presente, e ancor più nell'avvenire, trovava qualche motivo d'essere consolata.
A fare meno triste la sua condizione presente, giovò l'esercizio della più saggia carità: ella soleva trovare presso di sè molto superfluo per farne parte ai poverelli. — Ad abbellire il futuro, le valse il pensare alle prossime gioje della maternità: gioje sì vive e sublimi, che non potevano essere turbate da nessuna memoria per quanto amara. Ripigliò ella i lavori dell'ago, non per trapuntar ciarpe ed inezie, come in addietro; ma per allestire il corredo dell'aspettato suo consolatore. Nell'assiduo travaglio, e nello scopo di esso, temperò le acerbe ricordanze, senza abbatterne quella parte che le faceva sperare nuovi e più dolci compensi. Così mentre la mano, con alacrità straordinaria, attendeva all'opera pietosa, la mente si occupava di quello cui essa era destinata. La diletta creatura, che le aveva fatto riamare l'esistenza, già viveva con lei e per lei; le appariva dinanzi ad ogni momento vispo, amorevole, bello quanto un angelo. Ed ella lo vedeva e lo ascoltava, pregustando tutte le delizie dell'esser madre. Nè si arrestava ai primi passi della sua vita; ma lo vedeva crescere garzoncello avido di affetti e di cognizioni; farsi giovine generoso ed intrepido; maturare saggio e benvoluto cittadino. La stima che egli si sarebbe procacciata, era tutto suo merito; di nulla egli era debitore al casuale retaggio di un nome illustre. — Anche la riabilitazione dell'infelice sua madre diverrebbe sua gloria. Quando quel frutto della colpa fosse diventato un valent'uomo, chi mai avrebbe ardito gettare la pietra contro la cagione de'suoi giorni? — Abbandonatasi a tali pensieri, correva Agnese sur un pendío pieno di dolcezze, fino a sognare una felicità completa e durevole. Quel figlio che le era costato tante lacrime le prometteva, già prima di nascere, altretante gioje. Le nostre leggitrici perdoneranno alla sventurata donna questo delirio pel merito dei soavissimi affetti che lo inspirano.
Dopo alcuni mesi di un rigoroso ritiro, durante i quali la tranquilla serenità di quell'anima non fu turbata che da un'ansia amorevole, precorritrice degli eventi, venne il dì benaugurato, in cui lo sguardo della madre potè finalmente fissarsi nelle sembianze della sua creatura. Oh il primo bacio che ella stampò sulle gote rosee del suo bel bambino! Quanta felicità, quale esultanza! — Allora la natura, trionfando di tutti i riguardi umani, infundeva ad Agnese tale sicurezza di sè, ch'ella non avrebbe esitato a dichiarare al mondo intero che quella creatura era sua.
Ma l'orgoglio muliebre cedette sùbito e sempre a più imperioso sentimento. Agnese dimenticò il mondo ed ogni cosa esteriore per non occuparsi che di sè; e in sè stessa comprendeva appunto il suo caro, il suo vezzoso bambino. Dopo avergli prodigato le più tenere carezze, lo sogguardava con occhio innamorato, lo componeva nella culla; poi di lì a poco, stanca di non vederlo, di non toccarlo, ne lo sollevava di nuovo per palleggiarlo e stringerlo al seno; e lo chiamava sue viscere, sua delizia; lo copriva di baci e di lacrime. Agli avvisi di Canziana, che la vegliava con materna sollecitudine, e non aveva fine di raccomandarle un po' di quiete per il ben suo e della creatura, non si mostrò arrendevole, che quando la stanchezza vinse gli affetti, e il consiglio divenne necessità. Allora Agnese giacque tranquilla; ma, posata la testa sul capezzale, volgeva gli sguardi al suo diletto che le dormiva allato. E l'occhio materno (che non è il miglior giudice delle sembianze dei figli) aveva già riscontrato nel tondo e roseo visetto del bambino i tratti vigorosi e severi del padre. A quella scoperta, una lacrima di ben altra natura le spuntò sul ciglio. Pianse la poveretta pensando che a tanta festa non pigliava parte chi vi aveva il più sacro diritto. Dolevasi che lo sguardo di lui non scendesse un momento su quella cuna; perchè ivi avrebbe dovuto farsi più mite e più giusto.... In tale pensiero chiuse gli occhi affaticati, e sognò cose liete.
Ma quando, poco dopo, una esile vocina la scosse dalla fantastica visione e la condusse di colpo alla realtà del momento, oh come le brillò caro e dolce alla mente il ricordo del novello acquisto! Pur quella voce era flebile; il poverino piagnucolava: — “Che hai ben mio? prorompeva la madre, perchè piangi?„ — ed accorsa alla cuna, ne sollevava il tapinello colla maestría che le donne non apprendono, e lo stringeva a sè, cullandolo dolcemente — E quando vide che il bambino appoggiato al suo seno cessava dal piangere, quando s'accorse, che ella compiva l'altro pietoso officio della maternità, nutrendolo della sua vita, nuovo giubilo, nuova ebrezza!
Troppo arduo sarebbe l'enumerare e il dipingere convenientemente tutte le fasi per cui trascorse l'amore sviscerato d'Agnese in quei primi giorni. Quella vicenda di sollecitudini, di gioje, di trepidazioni, quella litania di dolci ed iperbolici appellativi, con cui una madre vezzeggia il suo bambino, sembreranno a taluni frivole minuzie, pallide imagini di quanto si vede ognidì e dovunque. Ma lo scandagliare per quel mezzo il cuore d'Agnese, e il comprendere tutta la potenza de' suoi affetti, non sarà dato che a voi, sensibili donne. — Voi, dalle placide ed incolpevoli gioje provate o presentite, saprete misurare quelle più tempestose, ma non meno sacre, della nostra eroina; e se la vista di un bel putto che dorme in grembo alla madre vi fa tenerezza, a maggior ragione dovrete essere impietosite nell'imaginarvi Agnese, il cui affetto era ravvivato ancor più da un altro sentimento, maggiormente degno di pietà perchè tanto infelice. — Anzi, (dovrò io apprendervelo come fosse una scoperta?) quello stesso mistero che s'aggrava su lei la farà ai vostri occhi più cara e più degna di compassione. La legge, che disconosce e condanna i fortuiti legami della passione, può avere da voi il culto della coscienza e dell'esempio, senza perciò provocare dal vostro labro un troppo rigido giudizio contro le infelici, che in un consorzio d'affetti offrirono virtù ed innocenza, e ritrassero colpa e vergogna. Costrette a sentenziare Agnese, la vostra ragione non v'impedirà, condannando i fatti, d'amare un po' la colpevole. Non vorremmo che, con danno delle leggi sociali, voi l'assolveste troppo leggermente: non imploriam ciò per Agnese. Imploriamo il vostro perdono; e non vi può essere perdono dove non siavi stata colpa.
Mentre nella romita dimora tutto era calma e silenzio, il castello di Pavia e la corte di Milano brulicavano in modo insolito di gente intesa ad affrettare gli apparecchi per le prossime nozze fra il conte di Virtù e sua cugina. — Il conte, nelle sue frequenti corse a Milano, aveva cercato di rendersi bene accetto a Barnabò, e vi era, almanco in apparenza, riescito: quanto alla timida Caterina non davasi gran pensiero. La giovine principessa, più schiava che l'ultima donzella del popolo, non avrebbe potuto dire una parola, nè tampoco alzare uno sguardo, che non fosse profondamente ossequioso all'indeclinabile cenno del genitore. — Buon per lei, che un cuor tiepido ed una volontà inerte la piegavano al suo destino senza farla accorta del grave sacrificio. — Ella però nella sua pochezza aveva fatto un'osservazione non del tutto frivola: quel principe, or trovato degno di stringere nuovi legami colla sua casa, era quel desso, che, poco prima, facevasi bersaglio dello sprezzo di suo padre e del sarcasmo dei cortigiani. In ciò v'era una contradizione manifesta: ma la mente della fanciulla sapeva conciliarla a tutto suo vantaggio, pensando che il più veritiero dei giudizj sul conto del suo sposo doveva essere l'ultimo.
Non con pari freddezza vi si apparecchiò Giangaleazzo: giacchè se la ragione gli aveva consigliato questo legame come un rimedio, il cuore si disponeva a subirlo suo malgrado, e con penoso disgusto. Parevagli talvolta d'operare con precipitazione, e di fidar troppo nelle sue forze; e concludeva che la dimenticanza, questo farmaco sovrano delle passioni infelici, può bene essere consigliata e voluta; ma che il volerla e l'apprezzarla è ancor poco; perocchè i mezzi impiegati a spegnere violentemente un affetto, conducono a spontanei raffronti; e in essi, a dispetto d'ogni proposito, il passato si veste di seducenti colori; i quali ad altro non giovano che a far più bella ogni cosa perduta. — La grandiosa reggia di Barnabò gli richiamava alla memoria l'invidiata semplicità del casolare di Agnese. Quella turba di cortigiani gli faceva desiderare il piacevole isolamento di Pavia: al bieco sguardo di Barnabò, opponeva la rimpianta serenità di Maffiolo, il freddo contegno di Caterina era il più eloquente contrapposto all'appassionata parola d'Agnese.
Eppure, benchè sentisse essere il suo rimedio inefficace non solo, ma quasi peggiore del male, gli bisognava inghiottirlo; chè, date anche plausibili ragioni a rompere un tale negozio, sarebbe stato cosa strana, e temeraria il tentarlo. — Laonde, come tutti coloro che non potendo fuggire un male gli vanno incontro di buon passo, studiò d'appianare ogni difficoltà, e pose tutto il suo buon volere perchè almeno a una sventura inevitabile non si aggiungesse la pena di una inutile lotta.
Era uso dei tempi il presentare gli sposi di donativi sontuosissimi. — Tale costumanza, in origine consigliata da una giusta compiacenza, era in sèguito divenuta l'oggetto di gare esorbitanti fra le famiglie. Si profondeva un tesoro per accasare una fanciulla, o condurre sposa una nuora; a tal segno che gli Statuti di Milano dovettero porre un limite alla prodigalità dei doni nuziali con apposita legge suntuaria.[53] Scarse all'incontro erano le doti delle fanciulle. — Il Musso, cronista piacentino che illustrò quest'epoca, e da cui ci accadrà altre volte di raccogliere notizie, ne accenna come splendida la dote di seicento zecchini d'oro. Mentre lo sposo, all'istante della promessa, doveva, come caparra del patto, deporre nelle mani del futuro suocero una somma detta meta; poi preparare il dono morganatico pel mattino susseguente al matrimonio, e sborsare una terza pecunia, chiamata mundio, per far suo il diritto paterno di tutelare la fidanzata.
Tutte queste pratiche si dovevano compiere su di una scala più vasta e più complicata, trattandosi di matrimonio fra prìncipi. — Ciò esigeva tempo, trattative, consulte: onde, in mancanza di ragioni valide per rompere un patto sconsigliato, s'aveva un pretesto a ritardarlo e ad incagliarlo.
Ma il Conte di Virtù, benchè nel fondo dell'animo scontento d'aver ceduto ad ambiziose lusinghe, respinse ogni intrigo, e preferì di abbandonarsi al corso degli avvenimenti; anzi volle affrettarli, annuendo a quante proposte gli venivano fatte. Gradì la dote, stipulata in una somma di fiorini d'oro; eguale a quella attribuita alle altre figlie del signor di Milano. —[54] Soscrisse all'obligo dei donativi e delle tasse nella misura prescrittagli dallo zio. Sollecitò presso Urbano VI, il Papa di Roma, (ad Avignone sedeva Clemente VII) le dispense per le nozze fra cugini — Accordò finalmente l'onore di recitare l'inevitabile epitalamio nel dì degli sponsali al primo che gliene chiese l'onore. Intanto venivano allestiti con grande sfarzo e colla maggior prestezza possibile nuovi appartamenti nel suo castello. — Fece acquisto di ricche suppellettili, d'arredi, di vasellami d'oro e d'argento; e comandò, che ogni gran sala fosse ornata di cammino e di focolare, lusso rarissimo a quei tempi.[55]
Il 15 Novembre era il giorno stabilito per la celebrazione degli sponsali. Giangaleazzo che, come compadrone di Milano, dimorava da più giorni nel castello di porta Giovia, escì sul mattino, accompagnato da un ricchissimo corteggio di cavalieri e di militi sfolgoranti d'oro e di gemme, con grande apparato d'armi, e con quella pompa di vesti e d'ornamenti, che spinse il contemporaneo Galvano Fiamma a deplorare le perdute costumanze dei padri, e le vane scimiotterie straniere. “I damerini d'oggi, (è il cronista che parla, e quell'oggi era appunto l'epoca in discorso) indossano vesti strette ed azzimate a modo degli Spagnuoli; si tondono il capo come i Francesi; coltivano la barba alla foggia dei nordici; portano strane calzature a guisa dei Tedeschi; ed imitano i Tartari nel parlar molte lingue. Le donne poi s'incoronano la fronte di crini increspati, il che le fa simili alle dementi; e s'ornano il seno con cinture d'oro, che pajono amazzoni...[56]„ Con tali parole lo scrittore morde i suoi tempi, e ce ne dà una idea. — La semplicità delle costumanze republicane era infatti sparita; e già nelle alte sfere sociali s'andavano istituendo quella gara di novità e quella smania di delicature, che annunciavano pei secoli successivi la tirannía delle mode straniere.
Il cielo era splendido, l'aria mitissima, benchè la stagione fosse già molto avanzata. Il corteggio escì dal castello di buon mattino. Cavalcavano inanzi ad esso gli araldi delle città soggette al conte, tutti uniformemente divisati, e coll'arma del comune, inquartata nello stemma visconteo, sul petto. — Portavano berretti di velluto, a piume leggiere e variopinte; impugnavano trombe d'argento con pendagli e nappe d'oro; ed alternavano il metro di un lieve galoppo con armonie militari. — Poi difilavano in doppio rango soldati a cavallo, in armatura uniforme di ferro, coperti sulla corazza da una tunica attilata di mezzalana a doppio colore. Gli elmetti lucidi, che sembravano d'argento, non avevano celata; una biscia aurea tre volte ricurva ne componeva il cimiero. Tenevano la spada sfoderata; ed ora stringendo ai fianchi, ora comprimendo col freno i focosi destrieri, procedevano corvettando senza guastare l'ordine della cavalcata. — Seguivan dietro loro più cospicui cavalieri: i nobili, cioè gli officiali, i gentiluomini della corte; vestiti in fogge diverse secondo l'età, il grado o il gusto dell'individuo. — Alcuni, tutti in armi, sfoggiavano le più preziose manifatture escite dalle officine di Milano: schinieri, corsaletti, bracciali, gorgiere, corazze, intarsiate a rabeschi od a niello di squisito lavoro; oppure disegnate a fiori, a liste, con rilievi di argento, rattenute da fibie dorate e da tratti di minutissima maglia. Erano armi vergini alle battaglie, consacrate alle leggiadre finzioni delle gualdane. — Altri, invece, coperti di velluto o di seta, sfoggiavano quegli abitini succinti, su cui era impossibile scoprire una piega: attillature nuove e strane, che il già citato cronista piacentino chiamò disoneste[57]. I giovani portavano mantelli corti, a cui facevano bizzarro contrasto lunghi e stretti cappucci, che scendevano fin dietro il ginocchio; avevano brache di sciamito con palme d'oro o d'argento; oppure maglie strette e listate. Calzavano stivaletti con zanche di velluto; o scarpe rostrate la cui punta, abborracciata di pelo di bue, si spiccava ben più di un palmo, oltre l'estremità anteriore del piede. Il collo e il petto erano ornati da catenelle d'oro e medaglie: ciarpe ricamate o catene sostenevano la spada; ma, benchè portassero armi, e ponessero grande studio a mettere in onore i primi peli del viso, al contegno ed all'abito avevano aria di feminette. Mischiati con loro, cavalcavano uomini di toga, i quali, per non far torto alla gravità degli anni e degli officii, o per non scomporre le pieghe dell'ampio guarnellone di grana e le ciocche della zazzera, non concedevano alle cavalcature di levar l'ambio, e ne affidavano il governo a paggi e staffieri. Su quei volti brillavano la prospera maturità dell'uomo agiato e fannullone, o la gioviale spensieratezza dei cavaliere del bel mondo, o la rubiconda petulanza dell'epulone. — Non mancava qualche viso serio, qualche fronte rugosa, qualche labro pieno di gravità; e costoro pigliavano importanza dalla canizie, o dalle insegne onorifiche che loro balloccavano sul petto.
Dietro a costoro, montato sopra un magnifico palafreno bigio, colla coda e i crini lucidi come fili d'argento, seguiva il Conte di Virtù. Vestiva egli una tunica di tela d'oro, entro la quale erano tessuti in seta gli stemmi della famiglia; e sovr'essa indossava la mastruca, specie di zamarra soppannata ed orlata di armellino. Aveva calze di seta bianca; scarpe leggermente rostrate di velluto rosso; berretto d'egual stoffa, rialzato davanti da un magnifico fibiaglio, tutto oro e gemme. Folte ciocche di capelli castani gli scendevano fin sotto l'orecchio, e scorrevano dietro la nuca con un taglio netto, parallelo al candido collare di lino. — Dietro lui, altre cavalcate di militi e gruppi di scudieri conducenti alla dritta i cavalli di scorta dei loro padroni, detti perciò dextrarii o destrieri; poichè l'apparire a tali solennità con una sola cavalcatura sarebbe stata grettezza vergognosa. — Finalmente, in coda a tutti sfilavano compagnie di fanti, varie d'armi e d'assisa: balestrieri, labardieri, pavesarj, guastatori, tutti distinti della insegna della contea di Virtù sposata a