“La vipera che i Milanesi accampa[58]

CXVII.

Chi vuol vedere, attraverso la nebbia dei secoli, la nostra Milano, e indovinare come sarà stata ai tempi, o prima dei tempi di cui è parola, vada ritenuto colle cronache, e non si beva in pace le meraviglie che i nostri vecchi, colla miglior fede del mondo, ne vanno spacciando.

Anche nel discorrere dell'origine di una città, come di quella di un casato, eglino si sono creduti autorizzati di mescere le favole al vero; parendo bello che le prime fila di un racconto si attaccassero sempre al di sopra delle cose vulgari. Non è dunque a farsi stupore se qualche storico trovò il modo di connettere l'origine di Milano alla guerra di Troja, fingendo che da quel semenzajo d'eroi partisse il suo fondatore[59]. Il Torre, dopo aver discusse ad una ad una le strampalate ipotesi intorno al suo nome, s'arresta con molta compiacenza all'etimologia tratta da Plutarco nella vita di Marcello; dove Milano o Mirano vuolsi far credere nientemeno che sincope di res miranda[60].

Prima di tutti, Ausonio, Claudiano, Sidonio Apollinare, che hanno autorità di storici, la celebrano con frasi che farebbero sdilinquire i più pretti ambrosiani se non fossero scritte in latino, e dimenticate nei polverosi in folio delle biblioteche. Fu chiamata l'emula di Roma per lo splendore degli edificj, la nuova Tebe nell'arte della guerra, la seconda Atene per la sapienza civile[61]. Taluno osò perfino affermare che, volendosi rifare l'Italia, non s'aveva che a distruggere Milano, tante erano le meraviglie ed i tesori che in essa si contenevano. Donato Bosso ne dice che le sue mura erano alte sessanta piedi, larghe ventiquattro, ed ornate di trecento sessantacinque torri; e Galvano Flamma racconta che nel ricinto di esse vi erano orti e parchi amenissimi, con serragli di belve e delizie artificiali.

Ma fossero anche veritiere queste pitture, esse ci rappresentano Milano nella sua prima età, quando era la capitale d'una delle più vaste provincie dell'impero romano, e residenza di parecchi dei Cesari. Fra quell'epoca e la moderna stanno i secoli di Attila, di Uraja, di Federico Barbarossa, che in settecento anni la devastarono tre volte: per la qual cosa, ad eccezione di qualche scarsa reliquia, che surge ancora ad attestare la nostra antica civiltà, pel resto Milano non conserva che l'area ed il nome dell'insigne metropoli della Gallia Cisalpina.

Uno sguardo alla sua pianta, quale essa è oggigiorno, ne guida, meglio che le ampollose note dei cronisti, a scoprire le traccie del suo antico perimetro, ed a riconoscerne l'importanza ed il rinovato risurgimento. La triplice sua distruzione è attestata da quell'ordine di strade semicircolari e concentriche, che furono dapprima i valli dell'antica città. Le sue vie meno centrali, che conservano l'appellativo di borgo, o certi qualificativi campestri, come broglio, vigna, êra (aja), orto, ecc., c'insegnano che in addietro quegli spazii erano suburbani. Del pari ci è lecito credere che Milano nei tempi remoti possedesse una zecca, un circo, un'arena, una curia, tenendo conto delle strade che conservano più o meno intatte queste antiche denominazioni.

Intanto è certo che le trecento torri, attestate da Donato Bosso, dovevano schierarsi sur una linea circolare di circa due miglia: le tredicimila case, vantate da G. Flamma e racchiuse da quelle mura, dovevano essere stivate sur una superficie, avente il diametro di mille passi, o poco più. I duecento mila abitanti, cui si volle far ascendere la popolazione di Milano anche nei tempi meno prosperi, vivevano e si agitavano sopra un campo quasi incapace ad accoglierli. E notisi che le case d'allora avevano un sol piano; e che quelle fornite di solajo erano una tal meraviglia, da meritare che si chiamassero solariate le strade, in cui una se ne trovasse; — Infine questo spazio, già sì angusto, era ingombro da un numero relativamente assai grande di templi e di chiostri, sottratti all'uso d'abitazione, o troppo ampii relativamente al numero degli abitatori, ed in confronto alle generali strettezze.

Qui però torna acconcio l'osservare, che i chiostri, alla loro origine, non erano tutti convegni di penitenti. Anzi, le prime instituzioni monastiche avevano il carattare di società industriali, sottomesse a qualche disciplina atta a far prosperare l'associazione; ma la regola era sì larga da venirvi concessa perfino la promiscuità dei sessi. Tale fu, a cagion d'esempio, la casa degli Umiliati di Brera, che da principio (1016) era una congregazione di cittadini, i quali, avendo pur moglie e prole, si proponevano di condurre una vita esemplarmente cristiana, e di attendere in comune alla fabrica ed al commercio dei tessuti di lana[62]. Ma, mentre in quei convegni prosperavano i negozj del secolo, andavano mano mano scapitando la costumatezza e il buon esempio. Per la qual cosa, si dovettero estendere a tutti i conventi le discipline portate di Francia da S. Bernardo, e messe in pratica presso gli abati di Chiaravalle. — La prima regola fu la rigorosa separazione dei sessi; ad essa tenne dietro il vincolo indissolubile dei voti. — Con tutto ciò, al dire del Giulini, nel secolo XIII i monaci di s. Maria Gloriosa, più tardi gli Umiliati, e perfino i Francescani, erano dal popolo chiamati Frati gaudenti: nome che è ad un tempo un giudizio ed una condanna[63].

Tornando alla materiale struttura della nostra città, dobbiamo credere, che sarà avvenuto di essa ciò che Diodoro Siculo riferisce essersi fatto a Roma distrutta dai Galli. Nella fretta di riparare l'onta toccata e di riavere una patria, ogni cittadino si pigliò quell'area, che stimò adatta ai propri disegni; eresse tugurio o palazzo dove e come gli piacque, senza una regola, senza un accordo coi vicini e col comune. Chi aveva cura della cosa publica attendeva a munire la risurta città di terrapieni e di bastite; ma nell'interno ogni privato cercava il suo meglio, e se lo procacciava senza rispetto ai diritti altrui. Quindi s'occuparono perfino le ruine degli edificii e delle mura distrutte, valendosene come fondamento per le abitazioni private.[64] Ecco il perchè le strade riescirono anguste, mistilinee, tortuose fino a parere una stranezza.

Durante il tribunato di Guido, l'ultimo dei Torriani, si cominciò a sentire l'importanza di dare un po' d'assetto alle strade della nostra città. I nomi delle vie di pantano e del malcantone sono ingenue confessioni dello squallore che regnava nelle strade e nei ridotti centrali di Milano. Anguste, quasi per intero ombreggiate dalle immense grondaje, mancanti quindi d'aria e di luce, nutrivano esse coll'indisciplinato stillicidio un pattume fetido, entro il quale si elaboravano i semi dei contagi ricorrenti. — Guido della Torre comprese la necessità di un riordinamento, ma non riescì che ad offrirne un saggio nella via contigua al giardino del suo palazzo verso la Porta Nuova. Anni dopo, al tempo della signoria d'Azzo Visconti, e per cura di lui, la provida innovazione fu estesa a tutte le strade principali della città. Si ridussero in alvei sotterranei le acque perenni che attraversano i meati arenosi del suolo; poi si diede alle vie un declivio opportuno, e lungo i margini delle case vennero disposte schiere di mattoni a coltello, che facevano l'officio degli attuali marciapiedi. Le acque piovane stillavano per mezzo di doccie nel mezzo della strada, ed ingrossavano il rigagnolo che andava a scaricarsi nelle fogne. — Qual magra providenza fossero coteste chiaviche, per solito ingombre da mille immondezze che aspettavano d'ssere spazzate dagli acquazzoni, taluno forse dei nostri lettori se lo ricorderà; poichè qualche ignobile avanzo di esse esisteva al principio di questo secolo, conservando fin anco l'antica denominazione. Cantarana, chi non lo sa, era il nome della gora che attraversava le chiaviche per dar sgombro alle sozzure.

Come gli uomini d'allora erano o troppo validi e potenti, o troppo abbietti e schiavi, così le abitazioni, mancando l'infinita varietà delle fortune mediocri, erano turrite, rinfiancate di mura massicce, coronate di merli, d'altane e di vedette; oppure in più gran numero, sfilavano umili a fior di terra; poco più che tugurii. — Ma ogni proprietario poteva aggiungere alla propria catapecchia quel che meglio gli conveniva; quindi logge sporgenti e ballatoj, scale e cavalcavie a comodo di pochi ed a disagio dei più, cappe di forno ed agiamenti allo scoperto, angiporti e cantonate dove vien viene.

Allora, e per molto tempo dopo, si dovette tolerare, che ad una porta si ascendesse per due o più scaglioni, i quali ingombravano l'area publica; oppure che il piano della strada fosse interrotto da gradini discendenti che guidavano alle umide e sotterranee abitazioni del povero. — Allato alle porte, e lungo le muraglie, erano disposti sedili di pietra o di cotto, per comodo dei pellegrini o dei rivenduglioli. Di tali spazii, usurpati alla proprietà cittadina, il comune lasciava libera l'occupazione, e per tal modo la toleranza precaria consacrava per l'avvenire un diritto immutabile.

Le case e la maggior parte dei templi, al dire del Gioja, erano dopo il mille coperte di paglia[65]. Le finestre avevano le impannate di carta o di lino. I piccoli vetri tondi e verdognoli potevano dirsi un lusso dei grandi edificii. Le piazze venivano coltivate a pascolo per gli animali domestici; e questa consuetudine, benchè scomparsa da lungo tempo, ci è ricordata dal nome di alcuna di esse[66]. Ne racconta il Giulini, che dal secolo XIII in poi si lasciavano errar liberi per la città i porci, credendosi che questi animali, per una speciale onoranza a s. Antonio, convivendo in domesticità cogli uomini, li preservassero dal morbo detto fuoco sacro, che in allora, per la negletta pulitezza, faceva grande strage. Questa costumanza durò fino al 1548, e fu abolita dal governatore spagnuolo don Ferrante Gonzaga[67].

Ad attestare una povertà discorde dalle gonfie apologie degli annalisti, gioverà ricordare col Bettinelli, che nelle scuole e nelle chiese non si usavano panche o sedili, ma vi si apprestava un letto di paglia, onde sedessero alla rinfusa gli scolari ed i devoti. “Nel XIV secolo, (è il citato Gioja che parla) si portavano in Milano camicie di saja e non di lino; eppure allora Milano era la più ricca città d'Italia. In onta della sua ricchezza, il popolo, che era assai numeroso, trovavasi sì male alloggiato, che un ordine del podestà vietò di stare più di dieci persone in una stanza[68].„

Anche la vantata temperanza dei nostri maggiori, piuttosto che una virtù, era una necessità imposta dalla generale miseria. Questa è una circostanza che, in modo indiretto ma autorevole, dimostra essere le millanterie dei cronisti in disaccordo coi fatti. I plebei, al dire del Ricobaldi citato dal Giulini, si nutrivano di carni fresche tre volte la settimana, non avevano tagliere di legno, non piatti e posate; il marito e la moglie mangiavano in una comune stoviglia. Le cene anche suntuose erano illuminate da fiaccole portate da fanciulli o da servi; chè le candele di cera o di sego non erano in uso[69]. Come il cibo le vesti: l'oro ed i velluti, di che cominciarono ad ornarsi i gentiluomini nel secolo XIV, erano un valore di famiglia, che durava tutta la vita di un personaggio e spesso anche una parte di quella del suo erede.

Cerchiamo dei fatti alla nostra storia, e potremo andare superbi di trovarne molti non del tutto ingloriosi: ma non mordiamo all'esca dell'adulazione fino a credere che la nostra città fosse res miranda. — Diciamo meglio, che al lusso d'allora bastava assai meno di quello che oggi è divenuto stretta necessità.

Non sarà inopportuno che teniamo dietro al Conte di Virtù, nominando le vie ch'egli percorse ed accennandone, con una parola, la storia. Mosse egli dal castello di Porta Giovia, grande edificio militare, che a quell'epoca reputavasi inespugnabile. Le mutate discipline della guerra e la gelosia dei successivi dominatori lo fecero più ampio, ma meno decoroso.

Di là il conte escì sulla piazza, che guarda a levante, allora angusta e sparsa di chiostri e chiesuole di cui non ci rimane che il nome. La via del Baggio, più stretta ed ingombra che non è oggidì, ritraeva il suo nome dalla famiglia di Anselmo da Baggio, che ebbe gran parte nelle publiche vicende durante il governo popolare, e che fu uno dei cinque prelati milanesi assunti al trono pontificio. Passato oltre il ponte vetere, che ne ricorda una porta guernita di fossa dell'antichissima Milano, entrò nella via dell'Orso; che deve il suo appellativo ad una famiglia milanese registrata fra le più audaci zelatrici della Motta.

Fu la Motta un'associazione politica dei cittadini valvassori, avente lo scopo di proteggere e propugnare i diritti del medio stato, e di porre un freno all'arroganza dei capitani. Fra le due caste era surta una rivalità irreconciliabile. Venne il dì in cui i cittadini dell'ordine minore, imbaldanziti dal numero e colla scorta di potenti capi, ruppero in turbolenze; e, tratte le armi contro gli oppressori, li sfidarono a battaglia presso la Motta, piccola terra tra Milano e Lodi. — Da quel casale, e dalla segnalata vittoria ivi ottenuta, ebbe origine tal nome. Ma la fortuna sollevò ben presto gli umili valvassori all'altezza dell'orgoglio dei vinti; provando un'altra volta, che la vera eguaglianza sociale esistette solo al momento in cui due caste emule lottavano fra loro con incerta sorte; dopo ciò, qualunque fosse la vittoriosa, l'unica eguaglianza possibile era quella che concedeva ad ognuna la sua volta d'impero e d'arbitrio.

Attraversò poscia il quadrivio di s. Silvestro, così denominato dalla chiesa fondata l'anno 878 dall'arcivescovo Ansperto da Biassono, uno dei più liberali fra i nostri pastori: quegli, che restaurò Milano dalla ruina in cui era caduta dopo i fatti di Uraja. Rasentò la chiesa ed il monastero di s. Maria della Scala, monumento eretto cinque anni prima da Barnabò Visconti in onore di Regina Scaligera sua consorte. — Percorse quella via, che ora chiamiamo alle Case rotte, e che allora era un largo senza forma, ingombro dalle macerie di una distruzione recente, e chiamato col nome di Guasti Torriani.

Passato il piccolo calle di s. Maria in Solariolo (ora s. Fedele), entrò in quella di Vigelinda (s. Radegonda) nome di donna di regal sangue. È fama che quivi surgesse nel secolo xii l'abitazione dell'arcivescovo Galdino. L'attigua via della Sala fu così chiamata perchè tale era il cognome del pastore patriota.

Dalla via di Vigelinda entrò finalmente nella piazza dell'Arengo, conterminata allora dalla chiesa di s. Maria detta basilica jemale, e dall'altra di s. Tecla o basilica estiva, costrutta sulle fondamenta di un tempio di Minerva. La prima cedette il posto all'attuale duomo; l'altra fu abbattuta per ordine di don Ferrante Gonzaga, onde allargare la piazza, e farla degna di una visita dell'imperatore Carlo V. — E sarem noi, per noi stessi, meno providi e coraggiosi di don Ferrante?

I soldati di Federico Barbarossa, che non rispettavano nulla, nemmanco la voce del loro condottiero, danneggiarono gravemente queste due basiliche, ancorchè privilegiate d'immunità dal decreto imperiale. Una torre, che il poetico Fiamma asserisce essere stata la più bella d'Italia, fu abbattuta in quella devastazione; e le sue pietre servirono di sedile alle adunanze dell'Arengo.

Un altro lato della piazza aveva per limite quel portico che, al dire del Torre, fu fatto costruire da Pietro Figino per onorare le nozze di Giangaleazzo Visconte con Isabella contessa di Virtù, figliuola del re di Francia. Ma, in allora, quelle snelle colonne, che sono l'unico avanzo del prospetto di tale edificio, reggevano archi eleganti, vôlte e muraglie ornate di pitture, un giro d'ampie finestre ad arco acuto, contornato da stipiti a rilievo di terra cotta; e il malaugurato portico, che ora ci auguriamo di non veder più, era un elegante edificio, il preferito ritrovo delle persone d'alto affare. Asserisce il citato Torre, che di simili portici era pieno Milano.

Rimpetto all'edificio di Pietro da Figino, surgevano a chiudere la piazza, baracche e tavole posticcie di barattieri e di mercanti da commestibili; le quali più tardi vennero murate e rese stabili, ed usurparono per incuria dei nostri maggiori il diritto d'ingombrare un'area preziosa. Tale è l'origine di quelle luride sorciaje, che ne costeranno un occhio, se vorremo ricuperare il trasandato diritto, e procurarci una piazza degna dei tempi e del monumento che le sta di fronte.

CXVIII.

Il popolo, facendo ala per le strette vie della città, accompagnava la splendida cavalcata con quell'aria meravigliata che i grandi e gli adulatori interpretano come ossequio, ed è per solito attonitaggine passaggera. — L'uno ammirava le vivaci corvette di un cavallo; l'altro lo splendore dei metalli preziosi e delle gemme; gli uomini cercavano, con occhio più o meno esperto, la più ricca delle cotte o la più micidiale delle armi; le donne il più bel volto o la più studiata attillatura. — Ma nessuno era commosso. Solo una persona leggeva la verità su tutte quelle fisonomie; e costui era il conte. Nessuno poi penetrava i misteri della sua fronte imperturbata: nessuno prevedeva che mentr'egli s'avviava ad una festa, discuteva alti disegni, e congiurava all'ombra della sua magra riputazione.

Passata la comitiva, le due ale di popolo si precipitarono nel mezzo della via, come la terra asciutta rientra nel solco tracciato dall'aratro. — Intanto, nel ritornare alle proprie bisogna, tutti avevano una parola a dire.

“Bel colpo d'occhio!„, sclamava l'uno con accento dì sincera meraviglia.

“Bello davvero! ripeteva un altro. La corte di Pavia non vuol confronti in suo danno„.

“Ma i nostri cavalieri, aggiungeva un terzo, e sopratutto quelli della compagnia di S. Giorgio... altra roba. Più maestosi i cavalli, più ricchi gli arnesi.... che pezza d'uomini poi!...„.

In questa entrava nel crocchio un vecchietto rubizzo e franco, che volle pur dire la sua.

“Voi siete rimasti con tanto di naso a vedere un simile corteggio. — Bella cosa esser giovani; ma io non vorrei cambiar con voi le mie sessanta quaresime, quando dovessi rinunciare al piacere di ricordare i miei tempi„.

“Che avete veduto?„, dimandarono in coro gli astanti.

“Ho veduto il carroccio!„

“Gran mercato! e chi non l'ha veduto?„

“Dal ferravecchio, e dallo stracciajuolo, vuoi dir tu? Povero semplicione, ti manca solo d'imparare a conoscere le ortiche al tasto„.

“L'avessi anche incontrato nel dì di sant'Agnese, in mezzo alla baldoria di Parabiago, la meraviglia! Un rozzo carcame di carretta, con quattro drappelloni all'ingiro, un pennone nel mezzo, ed otto bovi davanti. — Bel pari a incappucciarli di fiori e di gualdrappe, erano sempre destrieri da giogo„.

“Ve' costui, che è nato jeri, e s'impanca a tartassar i vecchi„, interruppe l'altro non senza un po' di stizza. — Il carroccio, credi tu, che fosse una cosa da cerimonia? — Basta... chi ha giudizio lo mostri...„; e battendosi col piatto della mano sulle labra, tentò sciogliersi dalla brigata e andar pei fatti suoi.

Ma i camerata, scontenti di quella reticenza, che sembrava racchiudere una condanna, lo tennero pei quarti dell'abito, e proruppero ad una voce:

“Qua, qua, messere, non ci si fugge. — Ditene un po' qualcosa di quanto sapete voi. — Diamine; perchè siamo nati più tardi di voi, dovremo vivere e morire al bujo come le talpe?„.

“Io so, a che allude il vecchio — entrò a dire un quinto o un sesto, che finora non aveva fatto che ascoltare. — Ei vi loda il carroccio per fare onore ai tempi in cui quella povera cosa bastava a far miracoli. Allora, arnesi di ferro ed uomini d'oro. — Non è mica vero?„

Il vecchio non rispondeva a parole, ma affermava col capo.

“Allora si faceva poco, dite voi? Sia pure: ma quel poco era tutto per noi — tirava avanti il commentatore. — Suona la martinella; alto, a chiunque è lecito correre al Broletto; e, se gli vien prurito alla lingua, gli è concesso guadagnar la parlera e dir giù la sua ragionaccia come vien viene. Tempi diversi, figliuoli miei; acqua passata non macina più...„

“Pur troppo, riprese il vecchio; e perciò, ripeto, non mi dolgo de' miei anni, chè almanco posso vantarmi d'aver vissuto. — Dica lo stesso, se il può, questa gioventù azzimata, che non sa far altro che.... Gli avete visti i nostri... e tanto basta...„

“Pure il Conte di Virtù non è un... non è come...„ balbettava taluno.

“Ei sa spiumar la gallina, senza farla strillare„ interrompeva l'altro.

“Bell'indovinare„, diceva un terzo...

“Ei deve essere buono tre volte, — tornava a dire il primo —; all'opere ed al viso, si giurerebbe che lo hanno barattato a balia„.

“Per me sarei pronto a giurare invece, ch'egli non è diverso da suo padre...„

“Che vorreste giurare....? giurate che quando è notte fa bujo, e che acqua torbida non fa specchio. — Chi ci legge dentro„... soggiungeva l'incredulo.

“Lasciate parlare a chi ne sa„.

“E ne sapete voi più degli altri? Fuori dunque: ma fatti; non parole; che di ciarle ne ho pieno...„

“Io sono pavese; dunque, debbo essere in grado di giudicarlo meglio, colui. Il Conte di Virtù non somiglia punto nè a suo padre, nè a suo suocero. Io non dico chi più valga tra costoro. Conoscete voi, messer Barnabò: eh impossibile il non conoscerlo (e faceva un certo modaccio colla mano come volesse dire; — dovete averne assaggiato il peso.) Ebbene da lui imparate a conoscere il nipote: il rovescio della medaglia„.

“Sia poi come volete, fosse anche un santo disceso dal paradiso, — ripigliava il vecchio tornando al suo tema, — ciò sarà pel minor male di voi altri pavesi, e noi ce ne rallegreremo come è dovere d'ogni buon cristiano. Ma che c'entra Pavia, e il suo principe, con Milano e il suo signore? E poi, fosse anche una cosa sola, perchè mai nel lodarci del minor male non potremo pensare ed aspirare a un maggior bene? Fa peccato colui che, avendo in tasca uno spicciolo d'ambrogino per torsi un pane, desidera d'averne due per comprarsi una fetta di lardo? Per me, queste mezze consolazioni mi pajono il cordiale amministrato al moribondo per rallentargli l'agonia.... bella carità del prossimo!„

“Il carroccio dunque è il vostro paradiso terrestre?„ soggiungeva l'incredulo, con tuono beffardo.

Il vecchio ammiccò biecamente colui che aveva pronunciate queste parole, ma non aggiunse altro; anzi, escendo dalla folla, e gettandosi nella prima viuzza di traverso, pose mente a che nessuno lo seguitasse. Nel resto della giornata tornò più volte a rivangare le sue parole, e non ci volle meno di una settimana per convincersi, che i pericoli della sua imprudenza s'erano dileguati.

Gli altri continuarono sullo stesso stile; finchè, giunti sulla piazza dell'Arengo e trascinati in mezzo ad una folla più stipata, furono costretti a disperdersi. Ma quale era il sugo di quelle parole dette con tanto riserbo, ed accolte con altretanta diffidenza? Era lo scattare inavvertito di una molla troppo compressa; era l'espressione di un malcontento, che non si traduce in un grido di disperazione solo perchè attende, e confida.

Noi possiamo a stento indovinarlo da queste poche parole: ma il conte l'aveva letto sul viso di tutti.

CXIX.

La corte dell'Arengo che, nella divisione della città di Milano toccò a Galeazzo II, padre del Conte di Virtù, era il luogo fissato pel convegno degli sposi. La cerimonia nuziale doveva essere celebrata nella capella d'Azzone, dall'arcivescovo di Milano, assistito da quello della chiesa pavese.

Il vastissimo palazzo era stato splendidamente abbellito ai tempi della signoría di Azzone. Da ogni città d'Italia aveva quel principe invitato i più cospicui maestri dell'arte, perchè raccogliessero nella sua reggia quanto di più splendido sapevasi fare in quel secolo. Giotto ed Andreino da Edesia pavese, con una numerosa schiera di discepoli, l'avevano ornato di pitture allora stupende, oggi ancora, se esistessero, preziosissime per una semplicità di stile, ed una castigatezza più unica che rara. A decoro delle pareti, degli atrii e delle volte, il pisano Balducci aveva apprestato ricchi rilievi in marmo. — Ma ciò che la rendeva più splendida e meravigliosa erano le peschiere e le fontane; chè l'abbondante deflusso d'acqua limpida e saliente, pel minimo pendio e per le condizioni del suolo, doveva essere un miracolo dell'arte. A ciò aveva proveduto lo stesso Azzone, quando, nel raccogliere e guidare gli scoli sotterranei della città, trasse dal suburbio settentrionale una copiosa vena d'acqua potabile, e la fece scorrere sotto le fondamenta del suo palazzo. — Celebre fra le altre era quella vasca, in cui l'acqua, versata dalla bocca di quattro leoni accosciati, raffigurava il porto di Cartagine col corredo necessario a rappresentare in piccolo una scena della guerra punica. È questa una singolarità attestata da tutti i cronisti; della quale, a dir vero, duriam fatica a farci un'idea.

Luchino aveva rispettato le opere del nipote, suo antecessore nel principato. Non così Galeazzo; che nojato da quel lusso, o invidioso di un nome, che si raccomandava alla sontuosità di molte opere, vantaggiose o magnifiche, le distrusse. Profuse invece immensi tesori per costrurre un castello in Milano, e un altro in Pavia; e li corredò di quanto era necessario per far sbollire ogni furiata di plebe.

La corte dell'Arengo era però sempre il più splendido e decoroso palazzo di Milano. — Ivi, come in suolo neutrale, nel giorno stabilito, convennero Barnabò, e Giangaleazzo, col rispettivo seguito di prìncipi, di magistrati, di cortigiani, di militi. — Nella chiesa di s. Giovanni in Conca fu poi celebrato il rito nuziale; e l'arcivescovo, dopo aver benedetto gli sposi, recitò loro un sermone, nel quale affastellò, colla solita licenza dei tempi, verità evangeliche ed iperboli pagane, onde provare che la Providenza offriva in quel dì la più luminosa prova della sua dilezione al popolo milanese. — Poscia la coppia nuziale tornò alla corte; e, attraversati gli appartamenti guerniti a festa e stipati da gente curiosa, entrò nel gran salone, ancora nominato il tempio della gloria, benchè gli eroi di ogni epoca e d'ogni storia, ivi capricciosamente congregati dal pennello di Giotto, fossero già da più anni scomparsi.

Nel tempio della gloria erano apparecchiate le mense. Inutile il dire ch'elleno furono, per l'apparato e per le imbandigioni, sontuosissime.

Un secolo prima, Guglielmo Ventura, cronista astigiano, faceva le alte meraviglie, perchè il re Roberto in un banchetto dato ai cittadini d'Asti usasse piatti e vasi d'argento. In questo, poteva dirsi che tale lusso era divenuto una necessità per le mense dei ricchi. Quella, alla quale noi ora assistiamo, era il più magnifico esemplare di regale splendidezza. — In mezzo alla mensa erano disposti con istudiata simmetria, fino a recarvi ingombro, vassoi, conche, piattelli d'argento e d'oro, lisci, cesellati o lavorati a niello; fiaschi e coppe di terso vetro; canestri, statuine e piramidi a portar fiori o frutta. E intorno a questa splendida mostra erano schierati gli scranni di velluto e d'oro pei commensali, fra cui emergevano più ricchi i seggioloni destinati ai prìncipi. — Quando un maestro della casa ebbe assegnato i posti ai convitati, i prìncipi pigliarono il proprio, ed ognuno s'assise. Subito dopo, entrarono parecchie coppie di paggi, portanti brocche d'argento, da cui si versò uno stillato d'ambra sulle mani dei commensali.

Fin qui il solenne silenzio non era interrotto che dall'urto argentino degli arredi, e dal fruscío delle vesti dei valletti e dei cerimonieri. E intanto coll'ordine prestabilito venivano recate sulla mensa le più squisite vivande, le quali seguivano nel loro passaggio un corso sì rapido, che talvolta giungevano appena a farsi ammirare dall'occhio degli epuloni, lasciando alle ghiotte fantasie molti desiderii insodisfatti.

Da prima si cominciò con una portata di spicchi d'ogni maniera; poi apparvero caprioli, porchetti, cervi e cinghiali serviti in un pezzo; i polli e la selvaggina in parte erano vestiti delle loro penne quasi a parer vivi, altri guazzavano nei sapori (salse) paonazzo, verde o citrino. Seguiva una messa di altre delicature, come fagiani, pernici e starne; i pesci erano coperti di foglie d'argento che imitavano le squame. Infine i dolci, le torte, i marzapani, le pignoccate brillavano agli occhi dei commensali per la stravaganza delle rappresentazioni, meglio che non promettessero al palato; giacchè v'erano figurate castella, torri, armi da guerra e blasoni; ed era lecito ai commensali il pigliarli d'assalto e l'abbatterli, per far onore all'anfitrione, e per affrettare le più ridicole sorprese. Quella di vedere svolazzare degli uccelletti fuori da una crostata era, in mancanza d'altro, il solito colpo di scena d'ogni pasto. — Il pane era dorato; i vini copiosi e scelti non venivano posti sul desco, ma ad ogni messa si versavano dai fiaschi nei calici di cristallo, a ciascuno dei quali s'accostavano le labra di parecchi commensali.

La moda d'allora imponeva ai grandi di sciupare in un banchetto il centuplo di quanto avrebbe servito a nutrire splendidamente gli invitati; ciò che ai dì nostri con più ragione farebbe nausea. I rilievi della mensa, dopo aver satollato l'innumerevole servidorame, bastavano alla baldoria di una bella parte di popolo. Le reliquie e l'untume, come avanzaticcio di niun conto, colavano per l'acquajo nella scodella del pitocco. In mezzo a tanta profusione però, i nostri maggiori, che volevano essere maestri nell'arte del vivere, mancavano di quei rispetti che ai dì nostri sono il primo requisito d'ogni convegno sociale. — Un solo piatto bastava a due persone; nella stessa coppa bevevano forse dieci invitati. Non conoscendosi l'uso delle posate, quell'acqua d'ambra che si dispensava ad ogni messa non era, come ognun vede, un uso gentile, ma un miserabile ripiego.

L'apparire d'ogni imbandigione era salutato dal suono delle trombe; e i paggi, facendo l'officio d'araldi, li annunciavano alla mensa. Deliziose armonie, tra l'uno e l'altro servizio, riempivano le lacune lasciate dal riserbo dei convitati. — Tacque la musica, quando un trovatore salito sulla bigoncia declamò un canto epitalamico in onore degli sposi, dei prìncipi e dei nobili cavalieri che loro facevano corona. Peccato che la cronaca non ci abbia trasmesso i voli pindarici, i leziosi concettini e nemmanco il nome del poeta; essa si limita a magnificarlo altamente. — Doveva essere uno dei tanti cantori d'amore, reduci da Provenza, che facevano traffico di versi “scritti, come dice Giusti, sulla falsa riga di ser Francesco Petrarca.„[70]

CXX.

Fino a questo punto, l'urto sonoro dei cristalli e degli argenti, il correre dei donzelli, le declamazioni del poeta erano il solo frastuono che soverchiasse il bisbigliare contegnoso dei commensali. Ma da qui inanzi, pel merito dei vini, si sollevò in mezzo ad essi una anarchia di parole, che vinse ogni etichetta. Seguire il filo di un discorso era da principio un affare difficile; perchè le parole, i motti, le arguzie prorumpevano, s'incalzavano, s'incrocicchiavano senza posa e senza legge. L'allegria, in onta al cerimoniale, era divenuta padrona del campo. — Però quelle voci e quelle lingue miravano per diversa via al solo intento di onorare il principe, e di far plauso alla regale splendidezza de' suoi conviti.

I più caldi evviva proruppero all'ultimo bere, quando, spalancati i battenti della gran sala, apparve una sequenza di donzelli recando e sporgendo ricchissimi donativi. Ogni commensale, a seconda del sesso, dell'età, delle abitudini, doveva trovarvi il fatto suo. Armi da guerra e da giostra, mute di cani o falchi o astori erano il dono per la gioventù guerriera e millantatrice. Agli uomini di toga si dispensavano guarnelli di velluto o di sciamito, oppure vesti di taglio succinto, o palandrani e tabardi, che in allora erano d'ultima moda, o infine pugnaletti e spade coll'elsa dorata. Le matrone e le fanciulle scieglievano un monile, una collana, una catena d'oro, oppure vezzi di moda straniera, o trine d'ottimo gusto. In mezzo all'allegria, destata da tanta prodigalità, non era difficile lo scoprire le piccole invidiuzze di chi era o si reputava meno fortunato; e ancora più bello era l'osservare il rapido annuvolarsi di qualche fronte cortigianesca, cui erano toccati oggetti sì improprii e fuor d'uso, da destare il riso dei compagni.

Un tale, per esempio, che godeva fama d'essere completamente illetterato, ebbe in dono i tre libri dei Commentarj scettici di Sesto Empirico, stupendamente copiati e raccolti in un volume coperto di bazzana coi cantucci e col dorso a borchie ed ornatini di bronzo: tesoretto, da far venire l'acquolina a chi appena fosse meno ignorante di lui. Fu uno sganasciare dalle risa di tutti, quando l'inesperto, per darsi l'aria di sapere ammirare il magnifico regalo, lo pigliò a rovescio. — A tal altro venne presentato un leone vivo. Un negro vestito all'africana, trascinandolo per la musoliera, faceva cenno alla gente sgomentita di non averne paura, e in prova, trattava l'animale con famigliarità: ma tutti giravano largo. Se non che il leone, irritato dalle troppe punzecchiature, scuotendo il grugno non senza stizza, sprigionò dalla criniera posticcia due enormi orecchie di ciuco, e si mise a ragliare a tutta gola. Quale dovesse essere l'ilarità degli astanti a quella improvisata, lo imagini il lettore; il quale, da queste sconvenienti bizzarie inventate da buffoni per tenere in credito il mestiere, potrà argomentare fin dove giungesse la spiritosaggine di quei convegni di buon tuono. Ma i cortigiani, teste vuote ed abilissimi piaggiatori, solevano mandare in burla ogni maltratto, e con eroico sanguefreddo, anche in mezzo alla minchionatura, facevano rifiorire un sorriso pieno di mansuetudine, che li rendeva tanto più graditi ai loro padroni.

Intanto anche nella piazza dell'Arengo, e per tutta la città, si diffuse quell'aura di tripudio, che spirava là dentro. Anzi, scostandosi dal suo centro, la publica festa sembrava pigliare maggior vita; perchè, se i tempi erano tristi, il popolo cercava ogni occasione o pretesto per iscordarlo. Sebbene Barnabò non fosse di quei tiranni, che sanno imbonire la plebe con qualche lampo di generosità, nondimeno in questa occasione, per fare onore alla famiglia, tenne un triduo di corte bandita, ed ordinò che si bagordasse e s'armeggiasse con tutta la pompa prescritta dalle vecchie consuetudini.

Le piazze e le vie principali erano perciò addobbate a festa. Drappelloni di tela a varii colori, ghirlande di fiori e di verdure, toccavano da parete a parete, cangiando le vie in pergoli, ed ornando le gronde e le arcate. Dalle finestre e dai veroni piovevano arazzi o tappeti, quali di fino tessuto, quali brillanti de'più bei colori. Gli angiporti erano chiusi da siepaglie di sempreverdi, dove tra pietre rozze e rivestite di borraccina, imitanti uno speco, zampillavano rivi di un liquido rosso ed agro, che il popolo beveva a larghe tirate, come fosse vino. — Qui era la pressa maggiore. In mezzo a quella gente ubriaca, fra le grida degli ingordi, che difendevano il miglior posto, e l'impeto degli assetati, che facevano ressa per arrivarvi, si svolgeva un fremito, che a molti potè sembrare sinonimo di gioja publica. Gli adulatori si spinsero più oltre; asserirono che quella baldoria era l'espressione della publica riconoscenza e della fede incorrotta dei milanesi.

Una folla, egualmente avida ma più tranquilla, si andava pure stipando intorno ai cantambanchi ed agli istrioni, assoldati per tre giorni dalla comunità per tener allegro il popolo con lazzi, o per commoverlo con istorie di guerre, d'incantesimi e d'amori. Costoro mischiavano il sacro al profano, la storia alla favola, le buone esortazioni alle più licenziose novelle. — Molti di essi traducevano in lingua vulgare i versi dei provenzali; altri li ricantavano nella favella natia solleticando l'orecchio degli ascoltatori col vezzo del metro e della rima. — Sulle pareti e sui palchi erano stesi cartelloni dipinti, con suvvi figure, allegorie e scene storiche: deboli e strane imitazioni dell'arte che Giotto aveva recato in Lombardia. Codesti pittori da trivio solevano affastellare sovra una sola tela i fatti successivi di una storia; a spiegar la quale, tornavano buone le enfatiche declamazioni degli espositori. — Qua ballava l'orso; là il babbuino faceva delle smorfie; dapertutto la folla s'andava stipando; e in quell'attrito si svolgeva qualcosa di molto simile all'allegria.

La nostra cronaca ne assicura però che qualcuno dentro di sè arrovellava al vedere tanta cieca servitù, che altri rimpiangevano le forze sprecate in orgie vergognose; sulla sua fede potremmo assicurare che gli schiamazzatori e gli ubbriaconi erano i pochi; che il maggior numero s'era astenuto dal pigliar parte a quelle servili dimostrazioni, sospirando ed affrettando col desiderio tempi migliori. Ciò non è inverosimile; abbiamo veduto noi stessi più feste e abbiamo udito parlar d'applausi, la cui storica importanza stette appunto nell'aver messo in evidenza il contegno dei più che non vi presero parte.

Con miglior proposito la gioventù aveva accettato l'invito di dar prove di sè nelle tre battagliole, che dovevano aver luogo nei giorni della corte bandita. — Barnabò, per far onore al nipote, permise che seguissero tre sfide tra la gioventù milanese; ed assegnò ai vincitori generosi premii d'armi, di stoffe e di cavalli. — Le battagliole ebbero luogo al Broglio fuor delle mura. Nell'ultimo giorno poi tutti convennero nella parte opposta della città, a s. Maria al Cerchio, dove si tennero corse di cavalli e sfide coll'asta (hastiludia) nella quale si distinse la gioventù patrizia.[71]