275. Ved. Atti della R. Accademia dei Lincei, serie 2ª, vol. III (1876) v. 96 sgg.
276.
«Nun gingen umb die zeit die mer
wie das zu Rom ein meyster wer
in der nigromancey erkant
der was Virgilius genant,
eim yden er beschidung melt
wes man in vraget in der welt.»
ved. Zarncke Vier Sprüche von Hans Folz in Zeitschr. f. deutsch. Alterth. VIII, 1851, p. 517 sgg.
277. Acta Sanctor. febr., III, p. 255. Secondo un testo latino del sec. XIII, pubblicato da Du Méril (Mélanges ecc., p. 430), Virgilio si libera di prigione facendosi portare dell'acqua in una conca nella quale egli s'immerge e tosto sparisce. Forse a ciò si riferisce il «com de la conca s saup cobrir» di Giraud de Calançon. Anche questo fatto figura (due volte) nella leggenda del mago Eliodoro: «ut autem allata est (pelvis cum aqua) continuo in eam se coniicit et ex oculis abit cum hoc dicto: salvus sis, imperator, quaere me Catanae.» Anche nella leggenda di Pietro Barliario lo ritroviamo, p. 13:
«Venne l'ora fatal che dee morire,
E al patibolo giunto immantinente
Già salito sul palco s'udì dire:
Datemi un poco d'acqua, amica gente.
Un vaso d'acqua ebbe apparire
Ma, prima che bevesse lietamente,
Signori di Palermo, gli ebbe detto,
Io vi saluto e a Napoli v'aspetto.»
Il «quaere me Catanae» di Eliodoro e l'«a Napoli vi aspetto» di Barliario spiegano il «vado ad Napulum» di Virgilio nel Mirabilia. Anche in un racconto dei Quaranta viziri (trad. ted. di Behrnauer, p. 23) uno scheik immergendosi nell'acqua si libera da morte, scomparendo e trovandosi trasportato immantinente a Damasco.
278. L'idea di navi fatte per incanto che volano per l'aria è comune nei racconti popolari anche oggidì. Veggasi per es. il racconto russo intitolato «la nave volante» (letucii korabl) nella raccolta dell'Afanasieff, vol. VI, p. 137 sgg. e i numerosi confronti che a tal proposito fa ivi l'autore nella nota, vol. VIII, p. 484 sgg.
279.
«Preso un piccol carbone, a disegnare
Incominciò una barca in quell'istante;
Indi poi i compagni ebbe a chiamare
Che ponessero in quella le lor piante.
Ridevan quelli e pur per soddisfare
Il suo pensier, che a liberarli è amante,
Di sei ch'erano entrare un sol non vuole,
Perchè fede non presta a sue parole.
Ma lo stolto n'avrà doglia e rancore;
La barca è presto in aria sollevata,
E se ne uscì dalla prigione fuore
Benchè la porta fosse ben serrata;
Per l'aria se n'andava, o gran stupore!
Ed in parte lontana è già arrivata.
E come l'aurora i raggi sparse
Ognun di quei trovossi alle lor case.» (p. 18).
Cf. Orioli, Spighe e paglie (Corfù, 1845), III, p. 190.
280.
«Haec tibi sint nota, Maronis dicitur aula
Hactenus et sylva, per quam pascebat ovillas,
Ast et Balista mons nascitur hanc prope sylvam
In quo Virgilius titulum fecit hoc modo scriptum:
Monte sub hoc lapidum etc.»
Doniz. Vit. Mathild. ap. Muratori, Scriptt. rer. it. v. 360. Quanto al monte Balista Muratori nota: «nunc appellatur Monte di Vilestra... sed longe ante Vergilium Balistae monti nomen fuit.»
281. Una di queste monete abbiamo riprodotta un poco ingrandita nel frontespizio di questi nostri volumi. Cfr. intorno a questa e ad altre monete mantovane coll'effigie e col nome di Virgilio. Zanetti, Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia, vol. III, p. 249 sgg., tav. XVII.
282. Nel XIV secolo. La statua fu fatta gittar nel Mincio da Carlo Malatesta, il quale però si vide poi costretto a riporla al posto. — Non so quanto possa essere antica la tradizione popolare, di cui parla un viaggiatore moderno, secondo la quale verrebbe indicata a due miglia dalla città la grotta in cui Virgilio si recava a meditare. Vedi Keyssler, Neueste Reisen, p. 1016; Cf. Burckhardt, Die Cultur der Renaissance in Italien, p. 148. Enea Silvio nel suo viaggio al congresso di Mantova (1459) visitava la così detta Villa di Virgilio sul Mincio. Cfr. Burckhardt, op. cit., p. 181. Nel secolo passato il presidente De Brosses, recatosi a Pietola a vedere il villaggio e la casa ove nacque Virgilio, scriveva: «Je n'y vis autre chose qu'une maison de campagne assez propre où il n'est pas la plus petite question de Virgile. Je demandai aux gens du lieu pourquoi cette maison portait le nom de Virgiliana. Il me répondirent que ce nom lui venait d'un ancien duc de Mantoue qui était roi d'une nation qu'on appelle les Poétes et qui avait écrit beaucoup de livres qu'on avait envoyé en France.» Colomb, Le président de Brosses en Italie. Paris, 1869, p. 117.
283. Aliprandina, osia Chronica della città di Mantova di Buonamente Aliprando, cittadino Mantuano; in Muratori, Antiquit. Ital. medii aevi, tom. V, p. 1061 sgg. Cf. Cantù, St. univers., II, p. 658 sgg.
284.
«Si vide in quella grotta immantinenti
Circondare di lumi la parete,
E una mensa si vide apparecchiata,
Di preziose vivande era adornata.
Cena Pietro con gli altri carcerati,
Ed era ognun di maraviglia pieno,
E sazi delli cibi che portati
Pur dagli spiriti in quell'oscuro seno, ecc.» (p. 17).
285. Secondo la leggenda, la statua ch'era in Sicilia, menzionata da Olimpiodoro, della quale abbiamo già parlato (p. 39), da una gamba profondeva acqua perenne, dall'altra fuoco sempre ardente. Dalle tre teste di serpenti del famoso tripode di Costantinopoli, il popolo credeva scaturisse un tempo nei giorni di festa acqua, vino e latte. Vedi Bondelmonti, Liber insularum (ediz. De Sinner), p. 123.
286. È uno dei cambiamenti che ha subito il nome di Merlino; altri sono Mellino, Merilino, Meriliano, Merleg ecc. Vedi per alcuni esempi Keller, Romans des sept Sages, CXCVII sgg. Anche il nome del Virgilio leggendario andò soggetto, particolarmente in Germania, a simili storpiature, divenendo Filius, Filias, Filigus. Iacopo da Königshofen (XIV sec), parla «del gran maestro Virgilio che i laici (gl'indotti) chiamano Filius,» Cf. v. d. Hagen, Gesammtabenteuer, III, p. CXLIII.
287. De nobilitate, cap. 2.º Cf. Roth, op. cit., p. 262.
288. Germania, V, p. 371. Virgilio appena aperto il libro vedesi attorniato da ottantamila diavoli che gli chiedono i suoi comandi. Ei dice loro: — andate nella verde selva e tosto mi fate una buona strada da potervi andare in cocchio e a cavallo. —
«Er sprach: vart in den grünen walt,
Und macht mir palt
Eine gute sträz, das man dar näch muge varen und ouch riten.»
289. Lib. III, cap. I, v. 5.
290. Vol. I, p. 187 sgg.
291. Cfr. anche la novella pubblicata dal Papanti, Catalogo dei novellieri in prosa, I, p. XV sgg.
292. Notte 459, dell'ediz. (trad.) di Habicht e v. d. Hagen.
293. Ampère (L'empire romain à Rome, I, p. 351 sg.) crede che quest'aneddoto sia stato attribuito a Virgilio a causa del sepolcro del fornaio M. Virgilio Eurisace che vedesi tuttora in Roma presso Porta Maggiore, ornato di bassorilievi relativi all'arte del panattiere, e che fu scoperto nel 1838 dopo essere per molti secoli rimasto nascosto sotto costruzioni che risalgono ai tempi d'Onorio. Il nome di Virgilio e le rappresentanze dei bassorilievi avrebbero, secondo Ampère, fatto attribuire al poeta il sepolcro stesso e l'aneddoto dei pani. Oltre alle altre obbiezioni che possono farsi, Ampère non ha veduto quanto sia assurdo far risalire questa tarda interpolazione della biografia virgiliana ai tempi stessi di Donato, di poco anteriore ad Onorio.
294. Cfr. Vol. I, p. 196. Le leggende della magia virgiliana ben note all'autore di questa biografia, che vi credeva, hanno, secondo lui, una conferma nelle opere stesse di Virgilio, poichè la VIII ecloga mostra quanto ei fosse perito d'incantesimi. Ciò non vuol dire, come pretende Vietor (op. cit. p. 169) e concede Graf (Roma ecc. II, p. 238) che, secondo questo scrittore, la scena magica della VIII ecloga abbia dato origine a quelle leggende, nè prova che queste abbiano un'origine letteraria. Ognuno sa che nella VIII ecloga Virgilio non fa che imitare Teocrito, il quale non passò mai per mago. — In un MS. oggi Laurenziano di Virgilio, del sec. XIV (Santa Maria Novella n.º 180) trovasi una biografia del poeta in cui si parla pur delle opere necromantiche di lui; è però tutta desunta dalle Vite dei filosofi di Walter Burley.
295. Ly myreur des histors, chronique de Jean des Preis dit d'Outremeuse publiée par Ad. Borgnet, Bruxelles, 1864. Cf. Liebrecht nella Germania di Pfeiffer, X, p. 408 sgg., Stecher, La légende de Virgile en Belgique, p. 621 sgg.
296. Cito un esempio. Nel Cléomadés è detto che Virgilio pose in Roma quattro statue che rappresentavano le quattro stagioni e si passavano dall'una all'altra un pomo a misura che le stagioni andavano cambiando. Il Roman des sept Sages parla invece di due sole statue che così indicavano il passaggio da una settimana all'altra. Jean d'Outremeuse attribuisce a Virgilio le 4 statue per le stagioni, le 2 per le settimane, e ne aggiunge altre 12 pei mesi dell'anno. Di queste parla anche La Fleur des histoires di Jean Mansel; cfr. Du Méril, Mélanges, p. 440.
297. Son noti i desinari maravigliosi attribuiti ad Alberto Magno, che faceva pei suoi convitati apparire la primavera in pieno inverno ecc. Simili desinari improvvisati miracolosamente, insieme cogli inservienti, già l'antichità attribuiva al gran mago Pasete; Cfr. Suida, s. v. Πάσης e Friedlaender, Darst. d. Sittengeschichte Roms, I, p. 364.
298. È affatto estranea alla leggenda napoletana, e ciò è tanto più notevole che, oltre alla vicinanza di Cuma, il nome della Sibilla è serbato fra il popolo napoletano dalla famosa grotta.
299. Görres (Die teutschen Volksbücher, p. 228) confonde l'origine della leggenda colla provenienza del libretto, asserendo che questo debba essere stato scritto in Italia, il che come risulta dalle nostre osservazioni sulle fasi della leggenda in Italia, è del tutto assurdo.
300. Pei ragguagli bibliografici rimando al Brunet (Manuel, II, 1167 sg.) il quale descrive cinque edizioni, la meno antica delle quali non è posteriore al 1530. Una edizione fatta da Guglielmo Nyverd è stata riprodotta litograficamente ed a fac-simile in piccolo numero d'esemplari a Parigi da Techener nel 1831 e da Pinard nello stesso anno. Di queste io non possiedo che quella di Techener tirata a 30 esemplari, dalla quale desumo il testo che stampo fra i documenti in fine del presente volume. Una ristampa più recente, tirata a 100 esemplari, porta il titolo: Les faits merveilleux de Virgille, réimpression textuelle de l'édition sans date, publiée à Paris, chez Guillaume Nyverd; suivie d'une notice bibliographique par Philomneste junior. Genève, chez I. Gay et fils, éditeurs, 1867.
301. This boke treatethe of the lyfe of Virgilius and of his death, and many maravayles that he dyd in his lyfe tyme by witchcraft and nigromansy, thorough the help of the devylls of hell. Emprynted in the cytie of Anwarpe by me John Doesborcke, (s. d.) in-4.º got. d. 30 ff. con figg. in legno. Questo libretto, di cui un solo esemplare si conosce fu riprodotto a 60 esemplari, nel 1812 a Londra, a spese del sig. Utterson. Una ristampa ne fece il Thoms nella sua raccolta, Early english prose romances, Lond. 1828 (e 2.ª ediz. Lond. 1858) n.º 2. Di qui la traduzione tedesca di Spazier, Alt-englische Sagen und Märchen hrsg. v. William Thoms, deutsch und mit Zusätzen v. R. O. Spazier. Braunschweig, 1830, I, p. 73 sgg. Un ampio sunto di questa versione inglese dà il Wright, Narratives of sorcery and magic, Lond. 1851, I, p. 103 sgg.
302. Een schone Historie van Virgilius van zijn Leuen, Doot, ende van zijn wonderlijke werken, di by deede by Nigromantien, ende by dat behulpe des Duyvels. T'Amsterdam by H. S. Muller. 1552. Su questa versione, che ha per base la redazione inglese, ved. Görres Die teutschen Volksbücher p. 225 sgg. e Van den Bergh, De Nederlandsche volksromans. (Amst. 1837) p. 84 sgg. Trad. ted. con aggiunte di v. d. Hagen, Erzählungen und Märchen, I, p. 153 sgg. riprod. da Scheible, Das Kloster, II, p. 129 sgg.
303. Non so che si conoscano stampe antiche di questa versione tedesca che Simrock ha introdotto nella sua raccolta Die deutschen Volksbücher, Frkf. a. M. vol. VI (1847) p. 323 sgg., nè saprei dire quanto sia legittimo il titolo di «libro popolare tedesco» dato a questo rifacimento moderno che ha per base il testo olandese. Se l'illustre Simrock avesse aggiunto alla sua raccolta qualche notizia sui testi in quella contenuti, avrebbe fatto l'obbligo suo. Una versione libera di questo testo tedesco con parecchie aggiunte fu pubblicata recentemente da un anonimo come secondo volume della raccolta Mediaeval Legends col titolo The wonderful History of Virgilius the Sorcerer of Rome as told by men of High Germany together with many rimes made by Men of France and Italy now first put into the English Tongue, Printed at the Ballantyne Press and sold by David Nutt in the Strand. MDCCCXCIII.
304. Questa traduzione islandese fu fatta nel 1676 sul testo olandese e conservasi manoscritta a Kopenhagen; ved. Halfdan Einarsson, Hist. litt. Isl. 108. Nyerup, Dän. Volksb. p. 203. Müller, Sagabibl. III, p.484.
305. Du Méril, Mélanges, p. 426.
306. L'imperatore romano del tempo di Virgilio, secondo questo libretto, era un tal Perside che figura anche nel Mirabilia. Secondo il Roman des sept Sages Virgilio visse a' tempi di Servio; secondo un capitolo del Gesta Romanorum ei visse a' tempi di Tito, e secondo un altro capitolo dello stesso libro, sotto Dario. Hans Sachs lo pone in Brettagna a' tempi d'Arturo.
307. In una Storia dei Pisani scritta in francese nel XV secolo e conservata MS. a Berna è menzione di due colonne fatte da Virgilio, e che allora trovavansi alla cattedrale di Pisa, in cima alle quali vedeasi comparire l'effigie di chiunque avesse rubato o fornicato. Vedi de Sinner, Catal. codicum mss. bibl. Bernensis, II, p. 129; Du Méril, Mélanges, p. 472.
In contradizione con questo racconto in cui Virgilio apparisce come protettore del buon costume, trovasi un altro racconto, secondo il quale, per comodo dei Romani men pudichi, egli avrebbe fatto una donna pubblica artificiale. Così Enenkel nel suo Weltbuch; ved. v. d. Hagen, Gesammtabenteuer, II, p. 515; Massmann, Kaiserchronik, III, p. 451. Una leggenda rabbinica parla anch'essa di una statua destinata a quell'uso ed esistente in Roma; Ved. Praetorius, Anthropodemus pluton., I, p. 150, e Liebrecht nella Germania di Pfeiffer, X, p. 414. Notiamo un fatto curioso che forse può servir di spiegazione a questa strana leggenda. Leggevasi nel Mirabilia, a proposito di una fonte ornata da una Medusa: «femina circumdata serpentibus sedens et habens concham ante se, significat Ecclesiam multis scripturarum voluminibus circumdatam, quam quicumque adire voluerit non poterit nisi prius lavetur in concha illa.» Ora, in più MSS. questo passo leggesi corrotto nella maniera seguente: «femina circumdata serpentibus sedens habens concham ante se (signat) pudicatores qui pudicabant eam, ut quicumque ad eam ire voluerit non poterit nisi prius lavetur in concha illa.» Graesse, Beiträge, p. 8 e p. VIII; Cf. anche la Graphia aureae urbis Romae, presso Ozanam, Documents inédits, p. 170.
308. Nel romanzo francese del S. Graal, ad Ippocrate tocca una moglie che lo affligge moltissimo, e per opera di lei egli muore. Fra questo romanzo d'Ippocrate e quel di Virgilio ci sarebbe da fare un notevole parallelo. Ved. Paulin Paris, Les romans de la table ronde, I, 267 sgg.
309. Roth crede ciò alluda alla dominazione spagnola nel Napoletano, e quindi deduce che il libretto popolare non possa essere anteriore al 1435. Op. cit., p. 283.
310. Cf. Graesse, Die Sage d. ewig. Iude, p. 44; Simrock, Handb. der deutschen Mythologie, (2.ª ediz.), p. 260.
311. Qualche elemento se ne trova nella novella 5.ª del I lib. del Panciatantra e nelle varie sue versioni, delle quali veggasi la storia presso Benfey, Pantschatantra, I, p. 159 sgg.
312. Romancero castellano publ. por G. B. Depping, tom. II, n.º 82, p. 202 sg. Cf. Ticknor, History of spanisch literature, I, p. 114 sg.
313. Il sig. Braga (Historia da poesia popular portugueza, Porto, 1867, p. 176 sgg.) trova rapporti fra questa romanza spagnola di Virgilio, e la romanza portoghese di Reginaldo (Almeida Garret, Romanceiro, II, p. 163 sgg.) secondo la quale questo paggio avendo sedotto la figlia del re, viene condannato a morte; il re però lo ode mentre canta nella torre, gli fa grazia, e lo marita colla propria figlia.
314. Hinard (Romancero espagnol, II, p. 242) traduce «à la messe» e infatti Duran, Ochoa ed altri hanno «en misa»; ma la lezione di Depping «en mesa» è certamente la buona.
315. Bl. de Vigenère nel suo Traité des chiffres et secrètes manières d'écrire parla d'un alfabeto virgiliano: Tritemio (Antipal. I, c. 3) delle tavole e calcoli fatti da Virgilio per definire l'indole delle persone: Paracelso a lui attribuisce immagini e figure magiche (De imaginibus, cap. XI); Le Loyer, (Des spectres etc. cap. VI) un'eco.
316. Cfr. Roskoff, Geschichte des Teufels (Leipz. 1869), II, p. 359 sgg.
317. «Gervasium quod attinet.... haud quidem eum fabulosum et vanum auctorem existimaverim; fuit enim Cancellarius Aulae Othonis imperialis, cui etiam aliud opus (!) Ocia imperialia inscriptum dedicavit.... Fatendum quidem est fabulosa nonnumquam a principibus legi, sed a Cancellariis non proficiscuntur.» Iac. Gaffarelli, Curiositates inauditae, p. 160. Anche L'Ancre nel suo libro L'incrédulité et mescréance du sortilège plainement convaincue, cita (p. 280 sg.) l'esempio di Virgilio; ved. anche Bodin, Daemonom. lib. II, c. 2.
318. Apologie pour tous les grands personnages qui ont esté faussement soupçonnés de magie. Tutto il cap. XXI è consecrato a Virgilio. Di Gervasio e del suo libro dice: «.... qui est à la verité si rempli de choses absurdes fabuleuses et du tout impossibles, que difficilement me pourrois je persuader qu'il fust en son bon sens quand il le composoit» p. 611.
319. Uno se ne trovava a Firenze nel secolo XVII; ved. Naudé, op. cit. p. 627. Un altro trovavasi ancora nel secolo passato nel tesoro di Saint-Denis a Parigi indicato nell'antico inventario come: «Le miroir du prince des poetes Virgile, qui est de jaiet.» Intorno a questo lesse una memoria all'Accademia delle scienze Fougeroux de Boudaroy nel 1787. Si spezzò cadendo di mano per caso a Mabillon che l'esaminava. Ved. Du Méril, Mélanges, p. 447.
320. Così Collin de Plancy, Le Grand d'Aussy: cfr. anche Mélanges tirés d'une grande biblioth. V, p. 182.
321. La popolarità di Virgilio non poteva estendersi che ai paesi di coltura e di chiesa latina; fra i Bizantini, i Neogreci e gli Slavi di chiesa greca poco o punto penetrò; nondimeno qualche traccia del Virgilio leggendario par di trovare nelle tradizioni popolari slave viventi. In un giuoco di fanciulli polacco, comunicatomi già dal De Schiefner (cfr. Ehstnische Märchen aufgez. v. Kreutzwald übrs. von Löwe, Halle, 1869, p. 357 sg.) Virgilio sta in mezzo ai suoi compagni che tenendosi per mano gli girano attorno cantando:
«Ojcice Wirgiliusz uczyl dzieci swoje
Hejže, dzieci, hejže ha!
Róbcie wszystko, co i ja!»
(«Babbo Virgilio insegnava ai suoi bambini: Attenti, bambini, attenti! fate tutto quel ch'io fo»); e poi si fermano e imitano le sue mosse e le sue voci; e Virgilio osserva se qualcuno non lo imita o non lo imita bene; questi deve prendere il suo posto. Può dubitarsi che qui trattisi del Virgilio mago: il De Schiefner credeva ciò fosse perchè in un gioco di fanciulli inglese, simile a questo, trovasi il nome di Simone, ch'ei pensava fosse Simon mago. Non sorprende trovare in Polonia, latina di coltura e di chiesa, il nome di Virgilio.
Fra i Serbi e i Croati trovasi la credenza in un luogo misterioso detto vrzino kolo (cfr. Vuk Steph. Karadschitsch, Lex. Serbic. s. v.) che è la 13.ª scuola, quella ove si apprende a divenir negromante o grabanciaš; ed in un indice slavo di libri apocrifi o condannati, non meno antico del XIV secolo, dicesi dell'eretico prete bulgaro Ieremias (X sec.) ch'egli byw w nawieh na werzilowie kolou. Questa espressione oscura fu ingegnosamente interpretata da Iagič riconoscendo in quel vrzino e verzilowie il nome di Virgilio negromante. Il prete bogomilo Ieremias, tacciato anche di stregoneria, era ivi accusato di essersi procacciato quel sapere e le false scritture «andando fra i morti nel cerchio di Virgilio», e questo remoto «cerchio di Virgilio» (vrzino kolo) è pur la 13.ª scuola da cui esce il negromante o grabanciaš secondo la superstizione degli odierni Serbi e Croati; ved. Archiv für slavische Philologie II (1877) p. 465 sgg., Pypin i Spasowič Istorija Slavianskih Literatur, 2.º izd., Pietrob. 1879, I, p. 84 sgg.; Archivio per lo studio delle trad. pop. VI, 1887, p. 266 sgg.
Una traduzione slava dei Faits merveilleux non esiste, ch'io sappia; in un racconto popolare serbo talune parti ricordano la morte di Virgilio qual'è narrata in alcune versioni di quel libretto ed anche l'estinzione dei fuochi; ma il nome di Virgilio non vi figura (ved. Archiv f. slav. Philol. I, 1876, p. 286 sg.). Il solo libro popolare, a mia notizia, che può aver fatto conoscere il Virgilio mago a vari popoli slavi, anche ai Russi, è il Libro dei sette savi, che già nel XIV sec. era tradotto in boemo, poi lo fu anche in polacco e quindi in russo, diffondendosi con gran successo anche nell'alta Russia, in manoscritti da uno dei quali di sua proprietà, del XVII sec., Buslaieff pubblicò il principio del racconto su Virgilio nella sua Istoričeskaja Christomatija, Mosca, 1861, p. 1393-5; cfr. Murko Die Gesch. d. Sieben Weisen bei den Slaven, Wien, 1890 (Sitzungsber. d. k. k. Akad.).
322. Croniche di Montevergine, p. 66-95.
323. Cfr. v. d. Hagen, Briefe in die Heimath, III, p. 180; Dunlop-Liebrecht, p. 187; Roth, Op. cit., p. 280.
324. Ved. p. 143 del presente volume.
325. Italienische Miscellen (Tübingen, Cotta, 1803), vol. III, p. 150 sgg. Cfr. Dobeneck, Des deutschen Mittelalters Volksglauben und Heroensagen I, p. 195.
326. Raccolta e pubblicata da Pitrè, Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, Palermo, 1875, vol. II, p. 13 sgg., n.º LIII.
327. Ved. sopra, p. 26.
328. Ved. sopra, p. 109.
329. È riferita questa leggenda dal Prof. L. Viola in una relazione sugli scavi fatti a Taranto, pubblicata nelle Notizie degli Scavi di antichità edite dalla R. Accademia dei Lincei, 1881, p. 411 sgg. nota. Il Viola osserva che questa leggenda ebbe origine dal fatto che il condotto di Saturo non giungeva sino alla città.
330. Ved. sopra, p. 139.
331. Dal compianto prof. Morosi che gentilmente me lo comunicava.
332. avessi
333. condurrei
334. piccolo e grazioso pesciolino
335. verrei.
336. Su questo titolo da noi applicato anche a questa parte del MS. vedi quanto sopra diciamo a p. 97 nota 3 [nota 179 dell'edizione elettronica - N.d.T.]. Riproduciamo il testo qual'è nello scorrettissimo manoscritto, secondo la copia fattane per noi dal signor prof. Giuseppe Müller, tenendo conto di alcune correzioni indicate da E. Stengel.
337. Il testo che riferiamo (con qualche correzione) è cavato da un cod. della biblioteca nazionale di Napoli (XIV, D, 7) che fu copiato nel 1471 e pubblicato, per questa parte, dal prof. Villari nel 1875.
338. L'autore riferisce rozzamente tradotte le parole di Floro I, 16 (Omnium non modo Italia — Samnitas invasit).
339. Eustazio da Matera nel suo Planctus Italiae; ved. sopra, p. 38.
340. Ved. la Vita di S. Atanasio, sopra, p. 60.
341. Mancano nel codice le parole «Mantua» ecc. che trovansi nelle edizioni.
342. Mancano nel codice le parole fra parentesi che riferiamo dalle edizioni.
343. Mancano nelle edizioni le parole: «a Lucillo — creavit.»
344. Vuol dire Alessandro.
345. Tutto questo capitolo, desunto per la più gran parte (benchè forse non direttamente) da Gervasio, è molto abbreviato nelle stampe, con aggiunta però delle parole che ho riferite a p. 139.