(Fania, alle parole di Crìside, si tira pensieroso e serio in disparte).
Crìs. Oh, le due dee mi guardino dal dir ingiuria alla sua memoria... Epònimo fu prode e virtuoso, ma sbaglia tante volte su nell'Olimpo Giove, sbagliano anche sulla terra i virtuosi... ed Epònimo (si guarda intorno) — Mènecle non c'è — non fu previdente pel tuo destino... Se egli che ti amava tanto, tornasse dagli Elisi...
Agl. Se tornasse dagli Elisi, vedrebbe che Aglae non chiede e non ha alla sua memoria verun conto da chiedere. (con voce incisiva, a Fania) N'è vero, Fania? (Fania non risponde, e rimane in disparte, pensieroso, a testa china) Mio padre mi affidava, morendo, all'uomo che gli salvò in campo la vita, lo riscattò dalla prigionia di guerra, lo soccorse nella povertà, raccolse il suo ultimo sospiro. Se affidandomi a Mènecle ha consultato il suo cuore, mio padre ha compiuto il debito suo...
Crìs. (seria, fissando Fania) E allora gli altri non han compiuto il loro...
Agl. E perchè? Mènecle, oltre amico, era il solo lontano congiunto che la legge chiamasse a sposar l'orfana... o farle la dote.[113] S'egli non trovò altri degni di me, osservando la legge, Mènecle ha compiuto l'ufficio suo... Non ho ragione, Fania?
Crìs. Già, la legge!... È bello osservar la legge, per iscaldarsi le mani fredde al sole di sedici primavere!...
Fan. No, no, Crìside, ha ragione Aglae. Sono io forse, che il mio ufficio di fratello, nel dar l'assenso, non l'ho compiuto...[114]
Crìs. (a Fan.) Già... lo sapevo... brutto egoista!... Per te però ci hai ben pensato.
Fan. Oh Crìside, ti giuro...
Crìs. (dandogli sulla voce) Zitto là! ne discorreremo. (ad Aglae, con voce affettuosa) Ma dimmi un po'... almeno Mènecle...
Agl. Oh... Mènecle... non ho niente a ridire. Fa quello che è in lui...
Crìs. Quello ch'è in lui!... Non è molto!...
Agl. Ci vediamo del resto, da qualche tempo in qua, così poco... Adesso poi, tra gli affari della Eliea e quei di Tebe, ancora meno...
Crìs. Per cui... sempre sola?...
Agl. Sola.
Crìs. E il tuo cuore?
Agl. È tranquillo.
Crìs. La tua mente?
Agl. Riposa.
Crìs. I sensi?
Agl. (vivissima, nervosa) Dormono.
Crìs. (alzandosi) Ebbene... alla tua età... con queste belle giornate... con questo sole... io non dormirei...
Agl. Perchè Fania ti sveglia... me l'hai detto.
Crìs. (a Fania, sottovoce) Meriteresti, per l'aurea Venere, che invece di me, ti avessero dato in moglie la vecchia Mìrtala! Provar un po' anche tu... che gusto!...
Fan. Zitta!... (si sente di dentro la voce di Cròbilo) È qui suo marito...
Detti, Cròbilo, un momento Blèpo.
Blèpo. (annunziando, dalla soglia) Cròbilo di Stefano Colonèo.
Agl. Oh, avanti!...
Fan. (mentre Blèpo esce per introdur Cròbilo, si appressa ad Aglae e le parla in disparte) Però Mènecle dovrebbe anche comprendere certe cose... e trattarti un po' meglio...
Agl. (sorridente) Farmi delle poesie amorose, e pormele, quando dormo, sotto il cuscino?
Fan. Crìside!
(Apostrofa Crìside un po' brusco, e si bisticcia sottovoce con lei, mentre entra Cròbilo).
Cròb. Salve, gentile Aglae!... La bella Venere ti guardi...
Agl. Vicino Cròbilo, sii il benvenuto.
Cròb. Vezzosa Crìside, Fania, buon dì. (vedendoli discorrere a parte) (Bella coppia di tortore di Sicilia!)[115] E il nostro caro Mènecle non è in casa?
Agl. È uscito da poco. Per lui venivi...?
Cròb. Oh... per lui... per te... e per lei...
Agl. Tua moglie?
(Durante questo dialogo con Cròbilo, Fania e Crìside si bisticciano amorosamente in disparte).
Cròb. Già... la mia caaaaara moglie!... Mi disse che la ti veniva a far visita e che passassi a prenderla, sull'ora sesta. A quel che pare è in ritardo...
Agl. Attendila dunque...
Cròb. Grazie. Avrà lavorato più del solito col minio e coi cosmetici... o si sarà indugiata a fare la sua chiaccheratina solita con le vicine... Ah, quando la comincia... l'è come il disco di bronzo appeso agli alberi dell'oracolo di Dodòna! se appena lo tocchi del dito, diiiinnnnnn!!! ti suona per tutto un giorno: anzi il bronzo finisce prima: ma lei, finito il giorno, la mi va avanti anche la notte!...[116] O Giove miracoloso, che delizia!
Agl. Eppure, bisogna dire che tu avessi gran bisogno di consultarli, gli oracoli, poichè questo disco ci sei andato a picchiare..
Cròb. Pur troppo. Si fossero i corvi portata via la prònuba che m'ha sedotto a queste nozze!...[117]
Agl. (scherzosa) Senti Fania...
Fan. Che c'è?
Agl. Cròbilo maledice alla prònuba del suo matrimonio... E tu alla tua?
Fan. (guardando Crìside amorosamente e abbracciandola) Io prego i Numi che le donino i beni della terra...[118]
Agl. (a Cròbilo, scherzosa) Senti? questi son mariti!
Cròb. (ad Aglae, scherzoso, additandole Crìside) Vedi...? queste sono mogli...
Crìs. (va ad abbracciar Aglae) Aglae! (discorrono insieme).
Fan. (a Cròbilo, mentre Aglae e Crìside conversano fra loro) E la tua che cos'è?
Cròb. La mia... la mia... come si chiamano quelle che rubarono le cene di Fineo?
Fan. Le arpìe...
Cròb. Bravo! Fa conto... con le ali di meno, e la dote di più.[119]
Fan. È sempre qualcosa. (batte sulla spalla a Cròbilo) Cròbilo, Cròbilo, anche il cavallo scita sprezza la biada che vuol mangiare.[120] Mi dicono che la biada era discreta... Quattro talenti...
Cròb. (continuando annoiato) ... e una possessione nell'isola di Egìna...
Fan. ... vigneti e terreni aratorî...
Cròb. ... che rendono all'anno centodue mine. La mi fa il conto tutti i giorni sulle dita... e si lagna che suo padre li facea rendere di più...[121] O Giove Olimpio!... Felice chi è ricco del suo![122] Per noi altri mariti poveri, i tesori delle mogli son carboni!...[123] Se sapevo di far questa vita, preferivo condur a pascere le capre sul Fellèo!...[124]
Fan. Sei sempre a tempo... corri...
Cròb. Non c'è premura.
Crìs. (interrompendo il discorso con Aglae, e voltandosi a Cròbilo e Fania) E così, Fania, Cròbilo non ha ancor finito di contar tutti i difetti di sua moglie?[125]
Fan. Pare di no...
Cròb. Tutti!... Ci vorrebb'altro... È il catalogo di Esìodo!...
Crìs. E glie la fai, di', a tua moglie, l'enumerazione del catalogo?
Cròb. A mia moglie?... eh!... quello ci mancherebbe!
Crìs. E perchè?
Cròb. Perchè Giove ha dato agli uomini gli occhi per vederci, e non per farseli cavare dalle mogli...
Crìs. Ma sai, o Cròbilo, che non è molto lusinghiero, a noi mogli tutte quante in generale, saper che gl'incliti mariti ci fanno l'occhio del pesce morto in casa, e fuori di casa se ne vanno... a recitarci que' tuoi panegirici?!... Fania, spero bene...
Cròb. Bella Crìside! ma Venere mi guardi dallo sparlar delle mogli in generale! qui, innanzi ad Aglae e innanzi a te!... ma ti pare?!... Le mogli, eh si sa, ce n'ha di buone e di cattive... La va a chi tocca... Anzi, di regola, le mogli sono una bellissima istituzione: è appunto per confermare la regola che ci sono le eccezioni... e queste non divertono... Del resto, vedi benissimo, non c'è moglie cattiva a cui non si possa contrapporne una modello... Citami, nelle tragedie, Clitennestra... uxoricida fin che vuoi... ma io ti rispondo con Penelope. Fedra era incestuosa... ma Alceste era virtuosissima. Su Medea, cuor di tigre, c'è molto da ridire: ma, dall'altra parte... dall'altra parte... (si interrompe con tutta naturalezza, come chi finge cercar nella memoria e non trova) ora non saprei. Elena! peggio di una civetta!... ma invece... invece... (c. s.) adesso mi verrà in mente... Ermione! tracotante e sanguinaria; Creùsa, egoista e vendicativa; Menalippe, adultera... ma all'opposto... all'opposto... (c. s.) che so io... insomma, se lo dicevo che le eccezioni fermano la regola!...[126]
Crìs. (ironicamente rispondendo all'ironia comica di Cròbilo) E a quel che pare... fermano anche di preferenza la tua memoria...
(Durante questo dialogo, Aglae e Fania discorrono fra loro).
Cròb. Ah, sicuro!... (sospirando comicamente) perchè è su di esse che faccio un corso di studî pratici...
Crìs. (ironicamente suggestiva) E quelle mogli delle tragedie ti servono poi per i confronti teorici...
Cròb. Precisamente. Una consolazione... come un'altra.
Crìs. Perchè?
Cròb. Perchè di sì... Per esempio, tu, Fania... sei storpio...
Fan. (risentito) Io?... Lo sarai tu.
Cròb. (calmo) Supponiamo che lo sii. Sei storpio... e te ne affliggi... perchè non puoi correr dietro a Crìside... ma vai a teatro, vedi in iscena Filottète, che è più storpio di te, e ti consoli.[127] Tu, Crìside, sei tradita indegnamente da Fania...
Crìs. (furiosa) Eh? tradita? io?! bada a quel che dici...
Cròb. (calmissimo) È un'ipotesi...
Crìs. Ma io non so che farne delle tue ipotesi... intendi?
Cròb. Bene, bene. (con flemma, correggendosi) Tu, Aglae, sei tradita indegnamente da Mènecle... è una ipotesi...
Agl. (pacatissima, con mesto sorriso) Va pur là... non mi arrabbio... io...
Cròb. (a parte) (Poveretta! si capisce!...) sei costernata, disperata del tradimento...
Agl. Oh, questo poi...
Cròb. È un'ipotesi... (tra sè) (sbagliata a quel che pare...)
Cròb. Ma vai a teatro e vedi Medea tradita da Giasone ancor più indegnamente di te... e contemplando la di lei sventura, eccoti confortata della tua. Ebbene anch'io... io... come mi vedi... sono un marito disgraziato... e tutti i giorni mando alle stelle dei sospironi grevi, che Giove, se non fosse sordo, sarebbe obbligato a sentirli: ma vado alla tragedia, e sento Agamènnone, dentro le quinte, che strilla ahi! ahi![128] perchè sua moglie nel bagno gli sta facendo la festa... allora mando un sospiro più leggiero, e dico: pazienza!... fino a qui mia moglie non è venuta ancora... e speriamo non ci venga...
Detti e Mènecle con Mìrtala.
Mèn. (entrando ha raccolto e frainteso le ultime parole di Cròbilo) Oh altro se ci viene...
Cròb. (dà un balzo, spaventato) Eh!...
Mèn. È già qui. L'ho incontrata sulla porta...
Cròb. (sospirando) Ah!... Che maniera di spaventar la gente!
Mèn. E te la conduco. Non temere... non temere! Oh, Fania! Crìside! che buon vento!
Crìs. e Fan. (rendendo il saluto) Mènecle!...
Mèn. (verso la porta) Avanti, Mìrtala!...
Mìrt. (entrando corre ad Aglae) Oh cara Aglae!...
Agl. (restituendole l'abbraccio) Mìrtala!...
Mèn. (a Mìrtala) C'era qui tuo marito che già s'impazientava credendo tu non venissi...
Cròb. (confermando a denti stretti) Già...
Mèn. Questi son mariti...
Fan. (a Cròbilo sottovoce, canzonatorio, additandogli Mìrtala e rifacendogli le parole di prima) Queste sono mogli. Tienla da conto...
Mìrt. (a Mènecle, accennando Cròbilo) Oh, non lo lodare tanto!... Farebbe anche lui delle sue... se io non lo vegliassi un poco... il mio caro marito...
Cròb. (con compunzione comica) Ma tu mi vegli sempre... un poco... (fra sè) come Argo...
Mìrt. (squadrandolo con diffidenza) Per fortuna... e forse non quanto basta...
Cròb. (vivissimamente) Oh... ti giuro che basta...
Mìrt. Vedremo! vedremo!...
Mìrtala ripiglia il colloquio con Aglae. Cròbilo con Mènecle.
Crìs. (a Fania sottovoce, accennandogli Mènecle ed Aglae) Hai visto? Rientrando... nemmeno l'ha salutata... Poveretta!...
Fan. Oh, ma domani mi sentirà.
Crìs. Eh già... se non ti fai sentir tu... mi faccio sentir io. Non ho peli sulla lingua... io![129]
Fan. Lo so...
Crìs. È una vergogna!... Neppure la guarda!... O cosa crede di avere? Una moglie o un pezzo di legno? Andiamo via. Mi fa male. M'accompagni?
Fan. Certo. (a Mèn.) Addio, Mènecle.
Mèn. Come? arrivo ora, e te ne vai?
Fan. Accompagno Crìside. (fissa Mènecle con volto serio) Ci vedrem domani.
Crìs. (ad Aglae) Cara Aglae, addio...
Agl. Di già?
Mèn. (guardando di sottecchi Fania dopo le parole, seco scambiate) Che cos'ha costui? Mi guarda scuro con certi occhiacci, come guardasse l'erba origano...[130] Uhm!... (va a discorrer con Cròbilo) E dunque...
Mìrt. (a Crìside che sta salutando Aglae) Come, come?! Crisiduccia... ci lasci?
Crìs. Dovrei lasciare andar Fania solo?
Mìrt. Ah questo no... i mariti... brava gente... ma a tenerli d'occhio non si sbaglia... lo so io.
Crìs. (a Mìrtala, sorridendo) Io non lo so... ma per non isbagliare... me lo porto via... (ad Aglae, sottovoce) Dà retta a me... di crucciarti non val la pena... ti verrò a trovare, e a farti cambiar vita.
Agl. (abbraccia Crìside) La cambierò. Sta tranquilla.
Cròb. (salutando) Vezzosa Crìside...
Crìs. Sta sano, Cròbilo. (sottovoce, ironica) E sii felice... con la tua Mìrtala...
Cròb. Eh?
Crìs. (scherzosa, interrompendolo, e rifacendogli la frase di prima) È un'ipotesi...
Fan. (salutando) Aglae, ci rivedremo.
Mìrt. (sospettosa, a Cròbilo) Che cosa ti diceva Crìside?...
Cròb. Che la felicità umana è un'ipotesi...
Mìrt. L'hai chiamata vezzosa... va là che ho sentito...
Cròb. E non lo è?...
Mìrt. A me però non l'hai mai detto... ch'io ti senta dirglielo ancora una volta...
Crìs. (che si è con Fania avviata ad uscire, torna verso Cròbilo, e gli dice sottovoce, beffarda) Completalo poi quel tuo catalogo... Ermione era arrogante, ma Mìrtala è dolce. Elena era adultera... ma Mìrtala è fedele... (ridendo lo lascia) Ah, ah!...
Mèn. (vedendo Crìside allontanarsi) Crìside?
Crìs. (a Mènecle) Con te sono in collera, e non ti saluto.
Mèn. (cortesemente scherzoso) La pace quando?...
Crìs. (fissandolo) Quando in Atene non ci saran più egoisti...
Mèn. Ossia, siccome gli egoisti finiranno col mondo, quando per indicarli avran trovata una parola nuova...
Crìs. (a Fania ch'è già sull'uscio) Fania!... (dandogli il braccio, e suggerendogli) Ah, eccola, eccola! è...
Fan. (dandole un bacio e proseguendo subito) «t'amo! — la nova parola ch'io so!...» (escono abbracciati).
Aglae, Mìrtala, Cròbilo, Mènecle.
Mèn. (vedendo il bacio) Eh...! non fan complimenti. Quelli son felici... e sanno l'arte di star al mondo!...
Mìrt. (a Cròbilo, additandogli Fania e Crìside che s'allontanano) Li vedi?... impara!... Che nozze!...[131] Ah se tu fossi un marito come Fania...
Cròb. (a parte) (Ah se tu fossi una moglie come Crìside!...) Imparerò... (va a discorrere con Mènecle che passeggia pensieroso su e giù).
Agl. (partiti gli sposi è rimasta cogitabonda e triste, poi s'è rimessa lentamente al lavoro) (Elèo fra breve ritornerà...)
Mìrt. (ritorna verso Aglae) E così, t'abbiamo aspettata all'ultima festa delle Scìre...[132] non ci mancavi che tu!... peccato!... c'erano le più belle matrone d'Atene... c'ero io...
Agl. Ah!...
Mìrt. E se avessi visto, sulla strada da Atene a Sciro, che folla!... mio marito, dalla gran gente, poveretto!... corse rischio di perdermi...
Mèn. (a Cròbilo sottovoce, canzonandole) Vai in cerca di rischi...
Mìrt. Se non me l'attaccavo stretto stretto alle costole...
Agl. (velatamente ironica) Si sarà divertito...
Mìrt. Oh... mezzo mondo!...
Cròb. (Sbadigliando) Tanto! tanto!...
Mìrt. Ma sai chi ci ho visto? (Mìrtala parla colla rapidità delle vecchie chiacchierone) Cleonìce... quella magra, col naso lungo... la moglie di Nìcida, da lui ripudiata tre mesi fa. Sai, dicevano la si fosse ritirata alla campagna, per tôrsi alla vergogna del ripudio...
Agl. Poveretta!...
Mìrt. Ah sì, aspetta!... è ricomparsa alla festa, fresca, fresca, come niente fosse... e si pavoneggiava in gran lusso... con tanto di veste cimbèrica e di stivaletti persiani...[133] E poi i poeti cantano che la moglie ripudiata porta il rossore in fronte!...[134] Oh la sfacciata!... Oh, a proposito di vesti, un favore ti avrei a chiedere... sei tanto buona.
Agl. Ma parla...
Mìrt. Quella tua tònaca bianca di bisso di Amòrgo,[135] con lo strascico... Vorrei farmene una eguale anch'io, per la festa di Venere Colìade...[136]
Agl. (a parte) (O care Grazie!).
Mìrt. Se non t'increscesse mostrarmela, per copiar le misure...
Agl. Oh già... t'anderan bene... Ma subito!... Se vieni nella mia stanza di là...
Mìrt. Grazie!... Ora, ora, prima di andar via... (con malizia, abbassando la voce) E così spierò anche i segreti del vostro nido...
Agl. Nido?... che nido?
Mìrt. (maliziosamente sorridente) Eh, già... il vostro... (accennandole Mènecle).
Agl. (con indifferenza) Ah! due nidi...
Mìrt. Come?...
Agl. Il mio qui sopra... e il suo... da basso.
Mìrt. (stupefatta) Eh??... non istate insieme?...
Agl. È tanto occupato... sai...
Mìrt. Occupato il giorno... va bene;... ma... e la notte?
Agl. La notte... lui scrive... lavora...
Mìrt. E tu?...
Agl. (con accento vibrato) Io... dormo.
Mìrt. E la mattina?...
Agl. Dorme lui... e lavoro io...
Mìrt. O Dee santissime!... ma senti, Cròbilo?!
Cròb. Che cosa?
Mìrt. Aglae qui mi conta che Mènecle di notte la lascia sola per lavorare...
Cròb. (fra sè) (Oh, oh!) (con segni adesivi del capo) Benissimo!...
Mìrt. (scrutandolo con faccia scura) Perchè benissimo?
Cròb. Perchè il pensiero di noi uomini, per levarsi su, su, su, nelle alte sfere, ha bisogno del silenzio notturno e della solitudine... e quindi...
Mìrt. (ironicamente suggestiva) E quindi lasciando la moglie sola nel vedovo talamo...
Cròb. ... la moglie se ha sonno, riposa più tranquilla... e il marito ha le idee più lucide.
Mìrt. (con calma simulata) E se sonno la moglie non avesse?...
Cròb. Accende il lume e conta i travicelli del soffitto... esercizio che rinforza la memoria: o va alla finestra a veder il tesmotèta che passa colla ronda...[137] e il golfo e l'Acròpoli illuminati dalla luna...
Mìrt. (ironica, frenandosi a stento) Infatti... l'altra notte... per esempio... che sei rincasato alla terza vigilia...
Cròb. Non era ancora...
Mìrt. (rincalzando)... alla terza vigilia, l'ho vista anch'io la ronda e l'Acròpoli a chiaro di luna...
Cròb. N'è vero, com'è poetico?
Mìrt. Già! (prorompendo) Provati un'altra volta a tornar a casa a quell'ora, e poi... la ronda e la luna te la do io...[138]
Mèn. Che cosa c'è? Che cosa c'è? Ulisse e Penelope che si bisticciano?
Cròb. Niente niente! si discorreva dell'ora che si alza la luna...
Mìrt. (a Mèn.) E Penelope dimostrava ad Ulisse che è un'ora in cui i mariti potrebbero benissimo tralasciare di pensar tanto e far invece... qualche cosa d'altro. Che già, per quel che fruttano i loro profondi pensieri, la Repubblica non ci perderebbe gran che: anzi l'andava meglio quando i mariti cecròpidi coltivavano le mogli un po' di più, e di giudizî e di decreti ne impasticciavano un po' meno... Quelli eran tempi!... quand'ero fanciulla io...
Cròb. (a parte) ... e i Greci assediavano Troja...
Mìrt. ... e macinavo l'orzo di Minerva, e nelle feste Braurònie rappresentavo l'orsa di Diana...[139]
Cròb. (... al naturale...)
Mìrt. ... allora, ah sì, non c'era pericolo che mio padre tornasse a casa dopo il tramonto e facesse a sua moglie il muso scuro con tanti pretesti di tabelle e palle nere e leggi e processi per la testa... Adesso, a furia di decreti e novità mandano la Repubblica a soqquadro; e guardali lì, che par tornino dall'averla salvata a Maratona!... Ah se governassimo noi donne...
Cròb. (Poveri noi...)
Mèn. (ironico) ... gli uomini filerebbero la lana...
Mìrt. ... e la lana ci scapiterebbe, ma le leggi ci guadagnerebbero. Già anche oggi (parla con Mènecle), al solito, avrete tirato colle vostre unghiaccie delle gran righe lunghe sulla cera[140] e data qualcun'altra delle vostre sentenze storte...
Mèn. Tranquìllati... oggi è vacanza...
Mìrt. Se non è oggi, sarà stato ieri...
Come s'è detto, durante questo dialogo, Aglae è seduta intenta al suo lavoro.
Mèn. Ah, ieri sì...
Mìrt. Sentiamo!...
Mèn. Oh, una causa molto semplice. A Fillide, la giovinetta moglie del vecchio Fràstore Egilièo, è morto il padre due mesi fa. Malgrado tutto l'amor figliale, gli occhi per troppo piangere la ragazza non se li è sciupati, e questo è quel che capita ai padri, quando maritano, per interesse, a controgenio le figliuole. È andata ai funerali col suo vecchio marito, senza troppo graffiarsi il viso, con lui è intervenuta al banchetto funebre dei novendiali,[141] quel tanto insomma che la legge ordina ai figliuoli, e niente più. Che è, che non è, salta fuori un bel pezzo di giovine, certo Màntia, ammogliato alla vecchia Pànfila: e asserendosi solo superstite parente dell'orfana fanciulla, invoca il diritto dalla legge, di pigliarsela in isposa...[142]
Cròb. To' che felice idea!...
Mìrt. Oh, il birbante! già, sarà stato d'accordo con quella civettuola...
Mèn. Fosse d'accordo o di suo capo, vattelapesca. Il fatto è che la ragazza, messi in un piatto di bilancia i sessant'anni del consorte vecchio, nell'altro i ventitrè del cuginetto nuovo, trovò la domanda di quest'ultimo immensamente ragionevole. Non così il venerando marito di lei e la veneranda mogliera del nostro giovanotto: ai quali proprio non entrava in testa che s'avessero a disfare due matrimonî per cavarne fuori un terzo a loro spese...
Mìrt. Per Venere! Se avean ragione!...
Mèn. ... e per farla valere, appunto, si misero insieme, poichè il giovine stette duro a far la lite...
Mìrt. ... quella sfacciatella avrà soffiato sotto...
Mèn. (aderendo) — ... la sfacciatella soffiava sotto — e chiesero all'arconte che la domanda dell'improvvisato cuginetto fosse respinta, contestandone la parentela. Ma sì! il cuginetto era assistito da un avvocato coi fiocchi, il vecchio Isèo, il quale squadernò davanti ai giudici un albero genealogico, in linee rette, oblique, laterali e trasversali, che risaliva sino a Codro per via di femmine e per via di maschi sino a Teseo: un albero rispettabile. Di più, esibì la testimonianza dei servi, i quali, posti ai tormenti,[143] dichiararono aver una volta udito il padre della fanciulla, nel contrattar la compera di un asino, chiamar parente il padre del giovine. Di più, la ragazza interrogata, abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia pudica, confermò anch'ella questa circostanza...
Cròb. Dell'asino?
Mèn. (confermando e battendogli sulla spalla) Dell'asino.
Mìrt. (impaziente) Insomma... la conclusione...
Mèn. La conclusione — ecco... l'albero, veramente, era un po' imbrogliato... ma il vecchio Isèo ci mise tanta eloquenza — «giudici, guardate questo! considerate quest'altro!»...
Mìrt. Che i corvi se lo mangino!...
Mèn. ... e quei due giovani, a vederli, lì insieme, tutti e due, biondi, rosei, mandandosi certe occhiate — dritte, laterali e trasversali — come quelle dell'albero, pareano così fatti l'una per l'altro...
Mìrt. (furiosa) E quindi...
Mèn. E quindi Isèo, in uno slancio oratorio, imposte le mani sulle due giovani teste, le avvicinò (mentre sta dicendo questo con inflessione espressiva di voce, getta occhiate verso Aglae, come volesse fermarne l'attenzione. Aglae infatti, alta la testa, e sospeso il lavoro, pur senza guardar Mènecle, mostra di essere molto attenta)... e citò il verso di Omero che Giove vuol congiunti i simili coi simili; e il tribunale per non far torto nè ad Omero nè a Giove, giudicò ch'eran proprio cugini autentici e che il giovine avea diritto di divorziar dalla vecchia, e di portar via al vecchio la giovanetta. I due vegliardi cascarono ululando nelle braccia uno dell'altro, la giovanetta abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia pudica rivolse all'antico sposo un commovente sguardo d'addio, e sospirando... si rassegnò.
Mìrt. (indignata) E tu o Giove, che cosa fai là sopra, che non punisci queste infamie commesse in tuo nome?
Mèn. (pacatissimo) Vedi, hai torto d'invocar Giove. Forse in quel momento era occupato anche lui colla piccola Ebe... a far dei torti alla veneranda Giunone. Son cose che succedono in cielo e in terra..
Mìrt. Ma tu, tu, come hai votato?
Mèn. Ecco... io ci vedo poco... ma mi hanno assicurato che proprio le linee trasversali andavan bene,[144] e quindi per non guastarle — mancando un voto alla maggioranza — ho dato il mio.
Agl. (con iscatto repentino, vibratissimo di voce) Bravo Mènecle!...
Cròb. (contemporaneamente, sottovoce per non farsi udir da Mìrtala) (Bravo Mènecle!)
Mèn. (udendo Aglae, con un sospiro) (Volevo dire!...)
Mìrt. (ad Aglae) E tu lo lodi, tu lo lodi! Mettiti nei panni di quella povera moglie abbandonata...
Agl. Mi metto nei panni di quell'altra.
Mèn. Ma che abbandono! che abbandono! Cosa credi, che i giudici abbiano cuor di macigno? Quando Isèo s'accorse che il suo albero sui giudici faceva un effettone e che i due vecchi rischiavano restar soli, per ultimo argomento, tirò fuori... (pausa, segni di attenzione) un altro albero...
Cròb. Ma era una foresta questa arringa!
Mèn. Proprio così... un altro albero, dal quale appariva come qualmente il vecchio abbandonato fosse parente in quarto o quinto grado della vecchiarella derelitta: onde Isèo concluse, e il Tribunale accolse, i lor precedenti matrimonî doversi sciogliere anche per ciò: che la settantenne Pànfila essendo... orfanella, la legge obbligava il vecchietto a sposarla per la perpetuazione della stirpe. E stese le mani sulle due teste venerande, ripetè il verso di Omero: che Giove ama congiunti i simili coi simili!... Ah che oratore! che oratore!
Mìrt. (mal frenando la stizza) Aglae, nei processi di tuo marito ci son troppi alberi... e a viaggiar pei boschi si incontrano i malandrini... Se credi, son da te...
Agl. (alzandosi) Come vuoi...
Cròb. (ad Aglae sottovoce, mentre questa, prima d'uscire, sta mettendo a posto qualcosa sul suo tavolo) Mi raccomando... non le mostrar tutta la guardaroba... perchè poi a me tocca di portarla... e... vesti chiuse... vesti chiuse... riparano dai freddi...
Agl. (a Mènecle, nell'andarsene con Mìrtala) Tu sei a casa oggi?
Mèn. (asciutto) No.
Agl. Sei via a cena?
Mèn. (c. s.) Sì.
Agl. Tornerai presto?
Mèn. Forse. (Aglae s'allontana senza dir parola. Quando ella è già sull'uscio, Mènecle la richiama) A proposito, è stato qui Elèo?
Agl. (ferma sull'uscio, dopo una pausa, come risovvenendosi) Ah... sì!
Mèn. Perchè non dirmelo...?
Agl. (fredda) Non me l'hai chiesto.
Mèn. Ha detto ove andava?...
Agl. No.
Mèn. Tornerà?
Agl. (imitando il forse precedente di Mènecle, con accento espressivo) Forse! (esce con Mìrtala).
Mènecle e Cròbilo.
Cròb. (comicamente, a parte) (Che tenerezze!) (a Mènecle) Non si può dire che tra marito e moglie sprechiate eccessivamente il fiato... Vi parlate sempre così?
Mèn. Quasi sempre.
Cròb. Non vi anderà giù la voce. E, dimmi, il giorno che l'hai sposata, l'hai almeno avvertita delle tue abitudini di... eloquenza domestica?...
Mèn. Non ci ho pensato.
Cròb. Eppure, scusa sai, ma mi sembra... era forse il caso di pensarci... essendo tu quel galantuomo che sei... che tutta Atene conosce...
Mèn. (vivissimo) E chi, chi ti dice ch'io non lo sia?...
Cròb. Lo sei! lo sei! per Ercole! l'han fino scritto col carbone sui pilastri del Ceràmico...[145] Appunto...
Mèn. Appunto... se si è galantuomini e si è fatta una minchioneria, non si seguita a sospirarne tutto l'anno e ingrassarci sopra... (parlando, fissa l'occhio su Cròbilo)... Si fa di meglio... Ci si ripara...
Cròb. Eh?
Mèn. (energicamente incalzando) Altrimenti sui pilastri del Ceràmico potrebbero scrivere... di me... o di te... anche questo: Mènecle... o Cròbilo, il tal giorno è stato un imbecille... e adesso ci trova il tornaconto a rimanerlo... E questo, per mio conto, non voglio che lo si dica... non voglio... intendi...
Cròb. Intendo un bel niente.
Mèn. Intenderai con comodo.
Cròb. Quando?
Mèn. Prima della luna nuova.