141.  Sul banchetto funebre che, in onor dell'estinto, al nono e al trigesimo giorno dalla morte, celebravasi, in vesti bianche di lutto, da' parenti suoi, cfr. Iseo, Eredità di Cirone; Demostene, Corona; Polluce, I, 7, ecc. La trascuranza ne' figli, delle onoranze funebri ai genitori era punita dalle leggi e portava seco interdizione civile. Senof., Memorab.

142.  Iseo, Ered. Pirro, § 64. Cfr. Prologo, pag. 27.

143.  Le deposizioni degli schiavi nei giudizi, non erano assunte e tenute valide come prove, se non estorte coi tormenti (βασανίξειν) dagli inquisitori a ciò destinati (βασανισταὶ), in presenza dei rappresentanti delle parti che scrivevano il deposto per unirlo agli atti. Ε βάσανος dicevasi, oltre il supplicio, anche la deposizione de' servi col supplicio strappata: a differenza di μαρτυρία ch'era la testimonianza de' liberi. (Potevano in casi eccezionali anche i liberi cittadini esser posti a tortura, ma solo per espresso decreto del popolo: così Mantiteo e Apsefione, senatori, a stento la scansano, abbracciando supplici l'altare. Andoc., Misteri). Quello dei contendenti che vi aveva interesse provocava a ciò l'avversario (πρόκλησις εὶς βάσανον) esibendo di dare ai tormenti i proprî schiavi o disfidando l'avversario a dare i proprî. Accettar la provocazione o richiesta non era obbligo: ma ricusarla induceva presunzione sfavorevole al ricusante. «Voi tutti sapete che le provocazioni furono create per quelle cose che non si possono produrre innanzi a voi. Quando non può farsi investigazione innanzi a voi, ha luogo per via di tormenti la provocazione». Demost., I, C. Stef. «Io gli chiesi pei tormenti tre sue ancelle informate del fatto e dei danari che Afobo e la donna possedevano: acciocchè a dimostrazione del vero, non fossero i soli ragionamenti, ma le prove della tortura. La qual mia proposta, approvata da tutti i presenti, fu ricusata da lui. Ora voi per le pubbliche e le private cose reputate la tortura, fra tutte, la più degna di fede: e ovunque siano servi e liberi e occorra raccogliere indagini, non vi valete delle testimonianze dei liberi, ma tormentando i servi cercate ritrovare la verità. E fate bene, o giudici: poichè dei cittadini testimoni già parecchi furono colti in falso: ma dei tormentati nessuno fu mai convinto di non aver detto la verità durante la tortura». Demost., I, C. Onetore, dove il massimo oratore ripete quasi alla lettera un passo di Iseo suo maestro (Ered. di Cirone). E altrove: «Or come può non essere che questi testimoni abbian deposto il falso? dacchè neanche ora ardiscono concedere il corpo della schiava, che testificarono già offerto da Teofemo, e così confermare col fatto la verità della lor testimonianza. Consegnando della schiava il corpo, non se ne trarrebbero co' tormenti le prove per le quali Teofemo ingannò i giudici?... Sola la femmina trovatasi presente avrebbe detto il vero, non già testificando con la tabella (in iscritto), ma con la più salda e sicura delle testimonianze, coi tormenti cioè. I motivi dunque coi quali (Teofemo) ingannò i giudici appariscono falsi, chè non osa consegnare il corpo della schiava, e invece ama meglio mettere al cimento il fratello e il cognato per falsa testimonianza, anzichè mediante il corpo della schiava scagionarsi». Dem. C. Everg. 7-9. — E Licurgo oratore: «Nell'atto di accusa io aveva citato i testimonî, chiedendo si tormentassero gli schiavi di Leocrate. Ma Leocrate respingendo la provocazione, si accusa traditor della patria. Sì: egli con lo scansare la prova degli schiavi consapevoli de' fatti suoi, confessò la verità della querela. E ignora alcun di voi che nelle controversie l'esame degli schiavi e delle schiave e il tormentarli quando sanno la cosa è tenuto secondo giustizia ed è comune a tutti? Or dunque io fui sì lungi dall'apporre a Leocrate falsa accusa, che a mio carico volevo venire alla prova, tormentando gli schiavi di lui: ma egli per sua mala coscienza nol sofferse. Eppure i suoi schiavi e le schiave avrebbero più facilmente negato che dato falsa accusa al padrone». Licurgo, C. Leocrate. — Ecco invece un esempio di provocazione all'opposto: «Pensai che innanzi tutto convenisse provocar costui (l'avversario) per convincerlo. E in qual modo? Volli dargli (all'avversario) un mio giovanetto, che sapeva di lettere, acciò fosse posto ai tormenti. Or non poteva esso avversario tacciarci di falsatori con l'investigare la verità, tormentando il giovinetto? Ma egli ricusò». Demost., C. Afobo, falsa testim. Cfr. Demost., C. Neera e altrove. Ho citato questi passi, e tralascio citarne altri, degli oratori, a dare un'idea caratteristica e precisa di quel che fosse la tortura de' servi ne' giudizi ateniesi e il valore grande che vi si attribuiva. Certo bisogna riportarsi all'idee antiche sugli schiavi, e al diritto antico che li riguardava come cose e cadaveri, per concepire come tanta crudeltà paresse la cosa più naturale del mondo anco agli animi più miti, e in Atene stessa, ove la legge era ad essi più benigna che altrove, fino a dar loro il diritto di richiamarsi degl'ingiusti maltrattamenti. (Cfr. note all'Alcib.) Che però le deposizioni degli schiavi tormentati meritassero tutta quella fede che Iseo e Demostene sembrano attribuirvi a parole, e che facea dar ad esse maggior peso delle testimonianze de' liberi, pareva già dubbio, nella sua profonda intuizione dell'essere umano, ad Aristotile, il quale nella Retorica discute di questo metodo di prova i vantaggi e i danni: e trova potersi «ad ogni sorta di tormenti obiettar questo: che sforzano a dire tanto il falso che il vero, e che i torturati o stanno forti e non dicono la verità o per impazienza facilmente dicono il falso, affine di uscire più presto dal martirio» (Retor., I, 13). Ancora è ad osservarsi che nelle arringhe pervenuteci, quanto son frequenti le provocazioni a questa prova, altrettanto lo sono (come per esempio in tutti i passi sopracitati) le ricusazioni; e non sembrando verosimile che debban tutte attribuirsi a paura della prova, e che i contendenti potendo giovarsene se ne privassero così leggermente, è a credere che, nel fatto e nella consuetudine, un sentimento più umano correggesse in parte la ferocia della legge, e che la così detta provocazione, così frequente nelle arringhe, fosse il più delle volte, e lo andasse diventando sempre più ai tempi di Aristotile e posteriori, una forma retorica, dagli oratori usata più per ispauracchio e per crescere efficacia alla argomentazione, che per seria intenzione di vederla in atto. E giova il pensarlo, affinchè quel passo truce che Demostene, nell'arringa contro Onetore, ripeteva con le parole stesse di Iseo (quasi farlo interamente suo gli ripugnasse), ci trovi indulgenti verso il sublime oratore: tanto più se si pensi che Demostene, così corrivo a provocare a parole con questa prova gli altri, o per conto altrui, quando vi fu provocato egli stesso nella gravissima lite con Eschine, e accettarla probabilmente gli conveniva, con nobili parole a sua volta la ricusò. «Venga qui il carnefice — grida Eschine — e dia i tormenti innanzi a voi.... Se Demostene si chiarirà mentitore, condannatelo alla pena di confessare innanzi a tutti che egli è maschio-femmina e non libero. Conduci alla ringhiera gli schiavi.... (provocazione); ma Demostene rifiuta l'uso dei tormenti, perchè non vuol dipendere dai tormenti de' serviEschine, Ambasceria. Caratteristiche parole che, forse, già in Demostene adombrano il pensiero di Aristotile, e, molti secoli più tardi, di Beccaria.

144.  Per essere un pretesto umoristico, questo di Mènecle era abbastanza legittimo. Cfr. Demostene, nell'arringa contro Macartato, per l'eredità di Agnia: «Innanzi tutto avevo deliberato, o giudici, di scrivere in una tavoletta i parenti di Agnia per modo che fossero tutti notati ad uno ad uno: ma poi stimai che quella tavoletta non si potrebbe veder bene da tutti i giudici e massime da quelli che siedono più lontani». C. Macart., § 18.

145.  Al Ceràmico era la passeggiata del bel mondo ateniese, e le scritte sui pilastri e sui muri vi facevano l'ufficio della cronaca cittadina delle nostre gazzette. Ivi i buontemponi e i maldicenti, con epigrammi ed iscrizioni col carbone, si divertivano a mettere in piazza i fatti del prossimo; e gli innamorati talora vi scrivevano le loro dichiarazioni amorose alle belle, come ce ne restano esempi a Pompei. «Leggi quel ch'è scritto sui muri del Ceràmico, dove i nostri nomi stanno sui pilastri.... E trovai questa scritta là dove s'entra a destra verso il Dìpilo». Luciano, Dialoghi delle cortigiane. «Ho pensato scrivere sul muro del Ceràmico dove Architele suol passeggiare: Aristeneto contamina Clinia». Luciano, ibid.

146.  Famiglia dei Britidi, v. Demostene, C. Neera, 1365. Sugli Almeonidi, l'illustre famiglia di Pericle e di Alcibiade. Vedi note all'Alcib., atto I, n. 37.

147.  «E così la maritammo ad Elèo del borgo di Sfetto, e Mènecle le restituì la dote». Iseo, Ered. di Mènecle, § 9. Il divorzio infatti portava seco la restituzione della sostanza dotale alla moglie o alla famiglia di lei. «La legge vuole che se uno ripudia la moglie, restituisca la dote ovvero paghi l'interesse di nove oboli; a chi ha la donna in cura concede facoltà di muover lite nell'Odeone per gli alimenti». Demost., C. Neera, 52. «È obbligato dalla legge a restituir la dote con l'interesse a ragion di nove oboli». Demost., C. Afobo, 17. Questa restituzione era però esclusa (e l'egregio Mariotti omise nel suo Codice ateniese di notarlo) nel caso di colpa della moglie, come si vede dalla stessa arringa contro Neera: «In vederla Frastore nè costumata, nè a lui obbediente, e informato ch'ella non era figlia di Stefano, ma di Neera, e perciò reputandosi ingannato, entrò in ira contro tutti costoro, e mal soffrendo l'ingiuria e l'inganno, scacciò di casa la donna sua gravida, che aveva tenuta circa un anno, e non le restituì la dote». C. Neera, 1362, cfr. 1363. Ma questo di Frastore con la cortigiana Neera non era evidentemente il caso del buon Mènecle mio.

Del resto quest'obbligo della restituzione della dote era in Atene non disprezzabile freno alla estrema facilità e moltiplicazione de' divorzi. Più di un marito bramoso di sbarazzarsi della moglie, e al quale la legge ne apriva cento vie, s'arrestava solo dinanzi al pensiero di ritornar povero o all'impossibilità di fare la restituzione impostagli. Indi la prudente riflessione di un personaggio di Euripide: «Delle ricchezze che la moglie porta in casa non si gode: non servono che a rendere il divorzio più difficile». Euripide, Melanippe, fr. 31.

148.  Cfr. Luciano, Dialoghi delle etére. — Aristeneto, Lettere.

149.  Sulle idee dei Greci intorno al suicidio, caratteristica ed eloquente fra tutte la pagina di Plutarco nella vita di Cleomene, ossia le parole ch'ei pone in bocca a questo re. Disfatto in battaglia, perduto il trono, costretto a fuggire da Sparta sua, mentre Antigono è già alle porte, l'eroico re, al suo compagno d'armi, il prode Tericione, che consiglia il suicidio, risponde: «Vile che sei, credi esser magnanimo e generoso perchè insegui la morte che è la più facile delle cose umane e che è sempre in poter nostro? Bisogna che la morte che si elegge non sia la fuga da un'azione, ma un'azione essa medesima: nessuna maggior vergogna del non vivere e non morir che per sè. Quando la speranza di esser utile ancora alla patria nostra ci lascierà, allora soltanto ci sarà facile morire».

150.  Οὔκουν ἔφη δεῖν ἐκείνην τῆς χρηστότητος τῆς ἑαυτῆς τοῦτο ἀπολαῦσαι, ἄπαιδα καταστῆναι συγκαταγηράσασαν αὑτῳ Iseo, Ered. di Mènecle, § 7.

151.  Per quanto il divorzio in Atene fosse reso dalle leggi e dall'uso un caso affatto ordinario e frequente, esso non colpiva perciò meno duramente l'onore e l'amor proprio della donna, per lo meno nei casi in cui era il marito che di suo proprio impulso lo promoveva. Già abbiam visto (Prologo, pag. 27) che in questi casi il divorzio era nella legge stessa qualificato ripudio (ἀπόπεμψις): e il sentimento pubblico s'accordava colla legge, nella spiegazione umiliante di quella parola. Ed Euripide, ne' cui drammi, sotto la larva delle favole antiche, le idee e i costumi dell'età sua si rispecchiano, per questo fa dire a Medea: «Non onorevoli (ossia vituperosi) sono i divorzj alle donne» (οὐ γαρ εὐκλεεῖς ἀπαλλαγαι γυναιξὶν) Med., 236. E altrove nella Andromaca, fa dire a Menelao, di sua figlia Ermione parlando: «Io non voglio che mia figlia sia privata del talamo: poichè tutte le altre cose, che la donna soffra, sono di minor conto: ma perdendo il marito, perde la vita» (ἀνδρος δ’ἁμαρτάνουσ’ ἁμαρτάνει βιου). Euripide, Androm., 370-4. E il comico Anassandride, dei tempi della commedia di mezzo, nel passo più sopra citato: «Difficile e ripida, aspra (χαλεπὴ καὶ προσάντης), è o figlia la via del ritorno alla casa del padre dalla casa del marito, per qualunque donna costumata: poichè ell'è una via che porta seco l'ignominia» (ὁ γἁρ δίαυλός ἐστιν αισχύνην ἔχων). Anass., Inc. fab., 5.

152.  «Bastare, disse, che fosse infelice lui solo» ἱκανὸς γὰρ, ἔφη, αὐτὸς ἀτυχῶν εῖναι. Iseo, Ered. di Mènecle, § 7.