776. Intorno i vicecomiti in Italia si vegga Hegel, Storia de’ Municipi italiani, versione italiana, pagg. 128, 441, 473.
777. Ibn-Giobair, nel Journal Asiatique, genn. 1846, pag. 80, e nell’Archivio Storico Italiano, Appendice, nº 16. pag. 32, dice del cadì di Palermo che giudicava le liti tra i Musulmani, sotto Guglielmo II. Il nome dell’uficio comparisce in un diploma greco, del 1143, presso Morso, Palermo antico, pag. 306; la giurisdizione poi nelle seguenti carte: 1123, greca, presso Spata, Pergamene, pag. 410; 1137, arabica inedita della Cappella palatina di Palermo; 1161, arabica inedita della Commenda della Magione di Palermo, oggi nel regio Archivio; 1202 latina, presso Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. vij, nota 7.
Si avverta che la prima e l’ultima mostrano funzioni di giudice e le due altre quel che noi chiamiamo pubblico ministero, a tutela delle donne e de’ minori. Molti altri contratti di vendita sono stipulati, come di ragione, dinanzi testimonii, senza intervento del cadi.
Il cadi di Lucera, dopo la deportazione dei Musulmani di Sicilia in Terraferma, è citato in un diploma dell’imperator Federigo, dato il 25 dicembre 1239, nella edizione Carcani, pag. 30, e nell’Historia Diplomatica Friderici II, tomo V, pag. 627-628.
Ibn Giobair, op. cit., pag. 87, e traduzione italiana, pag. 35, dice dello Hakim di Trapani, innanzi il quale era stata attestata l’apparizione della nuova luna, per determinare legalmente i giorni del digiuno di ramadhan. Il titolo di Hakim dato al primo magistrato di Malta, viene evidentemente da’ tempi musulmani, passando pei normanni.
778. Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. iij; Hartwig, Codex Juris municipalis Siciliæ, Parte I.
779. Gregorio, Considerazioni. lib. I, v e vj.
780. Si vegga il capitolo precedente, pag. 245, nota 2. In fin del ruolo di Aci, quivi citato, ch’è dato di Messina il 6603 (1095) si dice che tutte le platee del paese del Conte e di quelli de’ suoi terrieri, erano state scrìtte in Mazara il 6601; e quindi si ordina che se alcuno degli Agareni notato nel presente ruolo si trovasse in quegli altri, ei fosse immediatamente reso dal vescovo di Catania a chi di dritto. Lo stesso si scorge dal preambolo di un ruolo arabo-greco dei villani di Catania, dato il 1144.
781. La voce rab’, al plurale ribâ’ fu studiata da Mr. De Sacy e, con buone autorità, tradotta casa, nella Rélation de l’Egypte par Abdallatif, pag. 303, nota. Ma in cotesto significato la sembra idiotismo dell’Egitto. Il significato di podere, che ha evidentemente questa voce ne’ diplomi di Sicilia e nella geografia di Edrisi, ritrovasi anco in Azraki, Storia della Mecca, e l’è tolto probabilmente da scritture de’ primi tempi dell’islamismo. Senza citare tutti i diplomi arabici della Sicilia ne’ quali occorre questa voce, ricorderò quelli del 1149 e 1154, il primo de’ quali presso Gregorio, De Supputandis, pag. 34, e l’altro nella Biblioteca Sacra per la Sicilia, tom. II, pag. 46. Nelle traduzioni ufiziali di Sicilia del XII secolo, rab’ è reso in latino cultura, terræ laboratoriæ, al collettivo, e terræ senz’altro (diploma del 1182, testo arabico inedito; la traduzione latina pubblicata da Del Giudice, Descrizione del real tempio, ec. in una delle appendici, nella quale i luoghi ch’io cito si ritrovano a pagg. 10, 12 e 18) e altrove in greco τετραμέρως, che pare scambio con la voce rub’ «quarta parte» derivata dalla stessa radice (diploma del 1172, greco-arabo, nel Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 29, 30).
La voce cultura, determinata dalle parole ad duo paria bovium, si legge anco in un diploma latino del 1094, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 521. E risponde senza dubbio al rab’, il quale, come si scorge da’ citati diplomi del 1149 e 1154, si misurava a zeug, cioè paia di buoi, paricla, come scriveano latinamente nel medio evo: quella stessa misura di superficie della quale ci è occorso di trattare nel lib. I, cap. vj, e lib. IV, cap. viij, pag. 153 del 1º volume e 352, del 2º.
782. Diploma presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 384, dove si legge: cum omni lenimento et pertinentiis suis, secundum anticas divisiones Saracenorum.
783. Si veggano i diplomi arabici del 1149, 1174, 1172, e sopratutto quello del 1182, citati nelle note precedenti.
784. Cotesto titolo ai trova ne’ diplomi arabici del 1149 e 1154, citati poc’anzi nella pag. 316, nota 1; in uno greco arabico del 1172, pubblicato nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 30, 31; in uno arabico del 1182, inedito che apparteneva al Monastero de’ Benedettini di Morreale, ec.
Mettendo da parte la traduzione del Gregorio: «Duana veracis conservata a Deo» (De Supputandis, pag. 35) e quella del XIII. secolo «Doana Veritatis» (presso Gregorio, op. cit., pag. 57) la quale servì di guida all’illustre pubblicista e mediocrissimo arabizzante siciliano, noi diremo della versione «Bureau de vérification du domaine.» data da M. Noël Des Vergers (Journal Asiatique di ottobre 1845, p. 340) trascrivendo un brano del detto diploma del 1149 per comento a quello del 1182, ch’egli pubblicava. L’autorità di questo erudito francese, di cui abbiamo deplorata non è guari la morte, è di molto peso, perch’egli sapea per benino l’arabico; e molto meglio di lui e di noi tutti lo sa M. Caussin De Perceval, ch’egli consultò in quel suo studio sul diploma arabico di Morreale del 1182. Evidentemente que’ due dotti uomini dettero all’aggettivo passivo Ma’mûr il significato del sostantivo côlto, come appunto l’ha preso questa voce in italiano; e, trattandosi evidentemente di beni demaniali, lo tradussero domaine. Quanto all’articolo del sostantivo tahkik essi lo considerarono «appositivo», come dicono i grammatici. E così la traduzione starebbe benissimo: «Uficio della verificazione de’ côlti» o meglio «dell’appuramento degli Stabili,» perocchè la voce ma’mûr può applicarsi a qualsivoglia terreno reso profittevole dall’industria dell’uomo, con lavori agrarii o fabbriche.
Se non che i ragguagli dell’amministrazione pubblica d’Egitto nel medio evo, i quali m’è occorso di studiare, conducono a interpretazione diversa. E primo, nella Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, opera del XIII secolo, Ms. arabico di Parigi, Ancien fonds 140, è citato, a pag. 400, il Diwan-el-Khazânat-el-Ma’mûrah, ossia “ufizio de’ forzieri,” ma’murah, e, pag. 407, il Beit-el-Mâl-el-Ma’mûr, ossia il Tesoro (col significato di cassa dello Stato) ma’mur; nei quali due casi quest’ultima voce, messa, sia al mascolino, sia, come plurale irregolare, al femminino, è evidentemente aggettivo passivo, come noi diremmo “ben fornito, pieno:” e si diceva a mo’ di formola parlando delle entrate pubbliche, nel pio supposto che le fossero sempre abbondanti, ovvero a mo’ d’invocazione ad Allah che sempre le accrescesse. Lo stesso Ms. de’ Patriarchi d’Alessandria, a pag. 224, dice del Diwân-et-Tahkîk senz’altro predicato e senza spiegar che maniera d’ufizio e’ fosse. Ma ben lo sappiamo da Makrizi, il quale nel Kitâb-el-Mewâ’iz (Descrizione dell’Egitto) testo arabico di Bulak, 1270 (1853) vol. I, dando ragguaglio de’ varii ufizi istituiti da’ califi fatemiti, dice, pag. 401 che il “carico del Diwan-et-Tahkîk era di tenere il riscontro a tutti gli altri diwani.” Tahkîk, dunque, va tradotto verificazione o riscontro; e ma’mûr torna a “regio, pubblico” e nulla più. Quell’ufizio in Palermo era la Tesoreria reale, la Controleria, come si disse un tempo con voce francese, e teneva in compendio, o forse in duplicato, i registri che noi conosciamo di tutti i beni pubblici, feudali o demaniali che fossero, e senza dubbio quelli di ogni altra entrata e di tutte le spese, de’ quali non ci è pervenuto alcun ragguaglio.
Avvertasi che nel citato diploma di Morreale del 1182, (Journal Asiatique d’ottobre 1845, pag. 318) il medesimo ufizio è detto brevemente Ed-Diwan-el-Ma’mûr ossia “l’ufizio ricco, pieno,” e però il regio Tesoro. Lo stesso si nota nel diploma del 1172, presso Gregorio, De Supputandis, pag. 56, e in un ruolo di villani arabo-greco e inedito della Chiesa di Catania, soscritto da re Ruggiero, del quale ho copia. In un diploma arabico inedito dell’opera della Magione di Palermo, dato il 1161, la cittadella dell’Halka in Palermo stessa è detta Kasr Ma’mur; e in un trattato di pace di Kelaûn col re di Sicilia, nella mia Biblioteca Arabo-sicula, pag. 349, gli ufizi delle gabelle del Sultano son chiamati Diwan Ma’mûr.
785. Si leggano presso Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. iv, note 4, 5, 6 e 7 gli antichi esempii di questo titolo latino ai quali si aggiunga Doana Secretie, secondo il diploma del 1172, nel De Supputandis, pag. 56, il qual nome talvolta si compendiava, per antonomasia, nella sola voce doana, dogana, ec. Non occorre poi notare che questo vocabolo, usato con significato ristretto in Europa, sia prettamente l’arabico o meglio persiano diwân. Mentre in Sicilia lo si applicava, arabicamente, a tutto ufizio pubblico, gli Italiani di Terraferma lo ristrinsero a ciò che oggi diciamo dogana, perchè l’ufizio delle gabelle d’entrata delle merci era il solo, o il principale, col quale praticassero i nostri mercatanti negli Stati musulmani del Mediterraneo.
786. Si riscontri il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. iv. nota 33, il quale non si accorse dell’origine greca, e pur si rise de’ suoi predecessori. Inoltre, ragionando esclusivamente su l’episodio del notaio Matteo, egli negò che i difter della corte siciliana contenessero i catasti; la qual cosa era provata ad evidenza dalle autorità ch’egli avea citate nella nota 4 del medesimo capitolo.
787. Thesaurus di Errico Etienne, edizione Hase, alla voce διφθέρα.
788. Nel diploma arabico del 544 (1449-50) in favore del Monistero di Santa Maria de Gurguro, oggi detto della Grazia, presso Palermo, si legge che i confini di certi poderetti assegnati a’ villani della detta Chiesa da un delegato del governo, erano stati registrati nel difter-el-hodûd del Diwan di Riscontro della Tesoreria. Questo diploma, citato dal Gregorio De Supputandis, pag. 38, nota a, fu poi pubblicato dal professor Caruso nella Biblioteca Sacra, vol. II, pag. 58. Un diploma del 1169, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1017, nel quale fu trascritto il sigillo (diploma) del conte Ruggiero a favor del Monastero di San Michele Arcangelo in Traina, aggiugne: Solam enim divisionem prædictam casalis Busceniæ in fine sigilli denotatam, quoniam totaliter literæ deletæ erant et non poterant clare legi, transcripsit ex quinternis magni secreti in quo (sic) continentur confines Siciliæ, ut certe habeas in futurum, etc. Prova anco il mio assunto il diploma di Morreale del 1182, del quale il testo è inedito, e la versione latina, contemporanea ed ufiziale, fu pubblicata da Del Giudice. Questa ha in fine: Has autem divisas predictas a deptariis nostris de saracenico in latinum transferri precipimus; mentre nel testo arabico si legge essere stato trascritto il diploma dai difter del Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr. Si noti che un diploma arabo-greco del 1151, del quale la parte arabica è inedita e la greca è stata pubblicata dallo Spata, Cimelio del Monastero di Morreale, Palermo, 1865, in-12, pag. 59, segg. si contengono al paro i nomi de’ villani e i confini del podere. Similmente in un altro diploma arabico inedito di Morreale dato il 1178, per lo quale furon donati alla Chiesa di Morreale de’ poderi in Corleone e Calatrasi, il re ordinava al Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr di cavare dai difter del diwano e dalle antiche giarâid (platee o ruoli) la descrizione de’ poderi e i nomi de’ villani.
789. Un diploma arabico della Chiesa di Palermo fa supporre che i beni allodiali fossero anch’essi registrati nel catasto dello Ufizio di Riscontro della Tesoreria. Niccolò Askar, famiglio del Kasr-el-Ma’mûr (la cittadella regia, l’Halka) di Palermo comperava una casa di proprietà di Zeinab figlia di Abd-Allah-el-Ansari, posta nel Cassaro antico della città, presso la Bab-es-Sudân (Porta de’ Negri). Metto io da parte, perchè dubito delle lezioni del testo arabico, il nome del magistrato e il titolo del diwan che aveano autorizzata cotesta vendita, accertati che il danaro servisse a quella donna per riscattarsi dalle mani di certi stranieri Rûm che l’avean presa (se fossero stati i Lombardi?). E venendo al presente nostro argomento, noto che il passaggio di proprietà fu registrato nei difter del Diwan-el-Ma’mûr, come si legge in piè del diploma. L’atto di vendita è dato «il 7 settembre, corrispondente al mese arabico di scia’ban del 587» (1191) e la registrazione nell’uficio di riscontro del tesoro, il 10 ottobre (così io leggo) della IXª indizione.
Ognun vede che Ma’mûr, ne’ due luoghi citati, torna a regio precisamente, come abbiam detto poc’anzi, pag. 322. nota 2. Di questo diploma la più parte fu pubblicata, con molti errori, dal Gregorio, De Supputandis, pag. 40. seg. Ne ho avuta dal Prof. Cusa una buona copia, cavata dal testo originale.
Debbo intanto avvertire che gli atti più antichi di vendita, de’ quali abbiamo il testo arabico, non sembrano registrati all’ufizio di riscontro. Era dunque innovazione degli ultimi anni di Guglielmo II, ovvero formalità che solea trascurarsi, quando l’atto non capitava, come questo, nelle mani del pubblico ministero?
In ogni modo i defetir-el-hodûd, ossia quinterni magni Secreti, sembrano veri catasti dove fossero descritti i confini di ciascun podere, non già que’ del solo territorio di ciascun paese o iklîm.
790. Con tal supposto il Gregorio comincia il citato cap. iv del lib. II, delle Considerazioni.
791. Diploma presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 522. Notisi che questo diploma è scritto originalmente in latino, onde il termine che occorre due volte, quando Northmanni primum transierunt in Siciliam, non può venir da errore di traduzione.
792. Si vegga questo medesimo libro, cap. viij, pag. 247 segg., 253 segg. del presente volume.
793. Si vegga il Gregorio, Considerazioni, lib. 1, cap. iv, e particolarmente la nota 21. Ma gli squarci di carte siciliane del XII, XIII e XIV secolo quivi trascritti, fanno sospettare qualche errore di copia. Ed errore o bugia dee sospettarsi nel diploma del 1274, dove descrivendo le decime solite a riscuotersi dalla cattedrale di Palermo su le gabelle antiche del fisco, si la salire la decima a ventidue tarì d’oro e grani due sopra ogni cento tarì entrati nelle casse regie. Sarebbe stata una bella decima: poco men che la quarta parte!
794. Si vegga il capitolo precedente, pag. 255 nota 1. Mi par bene di spiegare qui perchè io renda con l’italiano “canova” il vocabolo arabico dokkân.
Che questo abbia avuto ed abbia tuttavia in Egitto ed Oriente il significato generico di bottega, si vede da’ dizionarii arabi, non esclusi que’ sì moderni di Bochtor e di Lane, nè i dizionarietti italiani ed arabici stampati a Bulâk. Si vede anco dagli autori che cita il Sacy (Chréstomathie arabe, tomo I, pag. 252, e traduzione di Abdallatif, pag. 303); dai proverbii arabi moderni (Freytag, I, 141); da Lane stesso (Modern Egyptians, cap. XIV) il quale dà perfino un disegno di dokkân del Cairo: e la torna sempre a stanza terrena dove si vendano commestibili e altre merci. Fu chiamato anche così lo studio de’ notai musulmani, secondo un luogo d’Ibn-Khaldûn, trascritto in nota da Sacy (Chréstom., tom. I, pag. 39, 41).
Contuttociò, nel caso nostro quella voce va tradotta “canova;” non parendo possibile che il conte Ruggiero e i suoi feudatarii abbian preso il monopolio di tutte le merci. Si deve intendere, a creder mio, delle grasce soltanto, e forse di quelle che si vendessero a minuto.
La nostra voce “canova” potrebbe per avventura venir dall’arabico e tornare ad hanût, ch’è dato come sinonimo di dokkân, ma si dice particolarmente delle botteghe dove si vende il vino. Secondo i lessicografi (Lane, Dizionario, vol. I, pag. 661, 1ª colonna) quella voce suonava in origine hânuwa. Or gli Italiani doveano pronunziarla “canova”, come kammâl, “camálo” e harrâka, carácca.
795. Lasciando da canto la lista de’ diritti antichi secondo Andrea da Isernia, che si legge nella nota 18, del capitolo or citato delle Considerazioni, ed anco i diritti rilasciati e i soprusi vietati dal vescovo di Catania a favore di que’ cittadini nel 1168, come si legge in principio della nota 21, faremo qualche osservazione su i diritti antichi di Palermo, Messina, Girgenti, Sciacca e Licata, citati in diplomi del 1274, 1270, 1266, 1280, 1309.
Primi son ricordati in Palermo i diritti di Rahadina e di Rahaba; e le sembran voci arabiche, l’una delle quali alterata nella trascrizione (rahâin plurale vuol dir pegni) e l’altra significa piazza (Makrizi, Mewd’is, testo arabico tom. II, pag. 47, segg. nomina una cinquantina di luoghi del Cairo e Cairo vecchio così chiamati). Seguon le dogane della carne, del pesce, ec., che ognuno intende; la tintoria; il dazio de’ vasai, de’ sellai, della seta, del filetto del cotone, dell’orpello, la catena del porto; la tassa del fumo (così chiamavasi nel Basso impero una tassa personale scompartita per case, fuochi, come si disse poi in Sicilia) i bagni di Giawher, della Guidda e i mulini di Kalbi, Malfiteri, del Cadi, ec.
In Messina non troviamo altre denominazioni arabiche se non che la gabella del cafiso dell’olio (nota misura di Sicilia ed è il cafiz degli Arabi) e la gabella itriarum seu tinctorum; dove leggerei ac in luogo di seu, poichè itria in arabico vuol dire vermicelli o simili paste e in Sicilia dura la espressione di vermicelli di tria. V’ha inoltre la gesia de’ Giudei e alcuna delle denominazioni non arabiche notate in Palermo.
In Girgenti poi e nelle altre due città della stessa provincia nominate di sopra, oltre la gesia de’ Giudei e alcune altre tasse già accennate in Palermo e in Messina, scorgiamo quella su lo zucchero, sul sale e sul ferro e quella della cangemia. Di cotesta voce non credo sia stata rintracciata l’origine; nè potrebbesi, senza aver visti i nomi arabici trascritti in greco nelle platee de’ villani di Sicilia. In quelle mi è occorso il vocabolo Haggiâm “colui che mette le coppette e che esercita la bassa chirurgia” (secondo gli usi di Sicilia salassatore e barbiere;) il quale, trascritto esattamente χαγγέμη, ma pronunziato alla greca cangemi, è casato frequente in Palermo; dove rimanevano al principio di questo secolo alcuni farmacisti di tal nome e ve n’ha tuttavia. La gabella della Cangemia in Girgenti e Sciacca sembra dunque un dazio su i salassatori; la quale classe poteva essere numerosa poichè nel medio evo si facea molto uso delle coppette per cavar sangue.
S’abbia il detto fin qui come un saggio delle ricerche che si potrebbero fare sul sistema daziario ed anco su le industrie e i fatti economici in generale della Sicilia nell’XI e XII secolo: lievissimo saggio poichè l’è fondato principalmente su i pochi brani che die’ il Gregorio, dove d’altronde è dubbia la lezione di molte parole.
Non debbo tacere che il sig. Lodovico Bianchini trattò anche questo argomento nella sua Storia Economico-civile di Sicilia, Palermo, 1841, in-8, parte III, cap. i; ma egli non aggiunse gran cosa a ciò che si sapea dal Gregorio.
796. Considerazioni, lib. I, cap. iv. Il Gregorio crede eccezioni quelle di Catania e di Patti, ch’ei cita nelle note 11 e 12; ma sembra appunto il contrario.
797. Si vegga ciò che ne abbiamo raccontato in questo libro V, cap. v, pag. 140, 141, del presente volume.
798. Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. v.
799. Op. cit., lib. II, cap. iv.
800. Tra le altre una nel 1098, alla quale accenna Ibn-el-Athîr, an. 491, testo, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 191.
801. Si vegga il nostro libro IV, cap. xv, pag. 548, del 2º volume, e il lib. V, cap. iii, pag. 80, di questo volume.
802. Si vegga qui sopra il cap. vij, pag. 188, 189.
803. Si veggano i fatti narrati nel cap. vj, di questo lib. V, p. 158, 168. L’ultimo fatto d’armi tra Ruggiero e gli Ziriti era stato combattuto il 1075, come si legge nello stesso cap. vj, pag. 451.
804. Si ritrae che montava alla terza parte del grano esportato e che l’imperator Federigo la ridusse alla quinta. Diploma citato dal Gregorio, Considerazioni, lib. III, cap. vj, nota 31. Per un diploma greco del 1117, il secondo conte Ruggiero, tra le altre cose, accordò al console genovese in Messina la franchigia della estrazione delle merci infino a 60 tari. Traduzione latina presso Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. ix, nota 3. Questo, se non altro, prova l’uso dei dazii di esportazione e può riferirsi con molta verosimiglianza a quel su i grani.
805. Se n’è detto nel cap. ix di questo libro, pag. 247. Si riscontri il Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. v.
806. Considerazioni, lib. I, cap. ij.
807. In questo lib. V, cap. vij, pag. 184, segg.
808. Cap. ix, pag. 263, 265 di questo volume.
809. Lib. V, cap. iv, pag. 110 e 111, di questo volume.
810. Lib. V, cap. iv, pag. 124 del volume.
811. Alberto d’Aix, Historia Hierosolymitana, lib. XIII, cap. xiij, presso Caruso, Bibliotheca Sicula, pag. 921.
812. Il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. iv, vede l’imitazione dall’inglese anco nella costituzione dell’armata siciliana del XII secolo.
813. Leonis Tactica, cap. XIX. Si vegga anche la traduzione francese di Maizeroi, Paris, 1778, pag. 146. Occorrono cotesti navilii de’ varii temi, ossia province, in molti fatti delle istorie bizantine ch’e’ sarebbe lungo a citare.
814. Lib. IV, cap. vj, pag. 313, del 2º volume.
815. Ms. arabico di Parigi, Supplément arabe, 885, fog. 94 verso. Ho reso “villaggi” la voce dhia’ che significa propriamente: “podere demaniale, beneficio militare” (Si vegga il nostro lib. III, cap. j, pag. 22, del 2º volume). Ma la tassa sopra ogni fumo, così il testo, ossia casa, conduce al significato che do io. Abbiam testè fatta menzione della gabella detta del fumo in Sicilia nel XII secolo. Si vegga Ducange, Glossario latino, alla voce fumagium e simili, il Glossario greco alla voce καπνικὸν, e il Cedreno, edizione di Bonn, tomo II, pag. 831.
816. Ibn-Khaldoun, Prolégomènes, traduzione francese del baron De Slane, parte II, pag. 39.
817. Makrizi, Kitâb-el-Mewâ’iz, (Descrizione dell’Egitto) testo arabico, tomo I, pagg. 482 e 483.
818. Ancorchè io risguardi M. De Slane come mio maestro in arabico, non posso accettare la traduzione ch’egli dà di questo passo, Prolégomènes, parte II, pag. 40. «Elle se composait de navires qu’on faisait venir de tous les royaumes où l’on construisait des bâtiments. Chaque navire était sous les ordres d’un marin portant le titre de caïd, qui s’occupait uniquement de ce qui concernait l’armement, les combattants et la guerre; un autre officier, appelé le raïs, faisait marcher le vaisseau, etc.»
Secondo il testo arabico, edizione di Parigi, parte II, pag. 35, e di Rulâk, pag. 123, io tradurrei. “L’armata (spagnuola) era raccolta da tutto il reame. Di ciascun paese dato alla navigazione veniva un’armatetta, capitanata da un kâid, uomo di mare che badava alle cose della guerra, alle armi ed ai combattenti e da un rais (pilota) che avea cura della navigazione, ec.”
La differenza tra le due versioni è che io intendo “province” della Spagna la voce che M. de Slane rende “royaumes” e che alla voce ostûl (στόλος) do il significato ordinario di armatetta, quando M. de Slane la traduce «navire». E veramente, la voce Mamlaka, il cui plurale è usato qui dallo autore, significa “reame” ed anco “parte d’un reame:” e in ogni modo, al tempo d’Ibn-Khaldûn, erano ben ridivenute reami quelle che furono mere province sotto gli Omeiadi. D’altronde non si comprenderebbe come il califo di Spagna armasse i suoi legni «in tutti i reami» del Mediterraneo e dell’Oceano, che erano tutti nemici; nè com’egli accozzasse un’armata di dugento vele, prendendo «una nave» da ciascun paese della Spagna dato alla navigazione. Aggiungo che Ibn-Khaldûn, in moltissimi luoghi delle sue opere, dà alla voce ostul il significato ordinario di “armata” e non di “una nave.” Così negli stessi Prolegomeni, parte II, pag. 37, del testo di Parigi e in altri squarci del medesimo autore, raccolti da me nella Bibl. Arabo-Sicula, pag. 486, 487, 488 ec.
819. Si vegga qui sopra a pag. 278, note 2 e 3, e il cap. viij, a pag. 223, nota 5. Nel diploma per l’Archimandrita di Messina, dato il 1130, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 973, prima colonna, leggiamo di un podere conceduto all’Archimandrita, cum terris, preeminentiis et datium marinariorum qui cum eo habitant. L’è traduzione dal greco, nella quale non veggo se si tratti del dazio pe’ marinai dovuto dagli abitatori, o del dazio su i marinai che soggiornavano in quel territorio. Un diploma del 1197, op. cit., p. 1289 fa supporre il primo caso anzi che il secondo.
820. Diplomi presso il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. iv, nota 15.
821. Si veggano i cap. X e XIII della mia Guerra del vespro Siciliano, dove sono ricordate nella battaglia del golfo di Napoli del 1287, le galee di Milazzo, Lipari, Trapani, Siracusa, Catania, Agosta, Taormina, Cefalù, Eraclea, Licata, Sciacca.
822. Cap. xiij, pag. 428, segg. del 2º volume.
823. Si vegga il cap. ix, del presente libro, pag. 257.
824. Cap. v di questo medesimo libro, pagg. 136 a 139 del volume.
825. Cap. vi, pag. 161.
826. Cap. viij, pag. 210.
827. Testo, nella Biblioteca Arabo-sicula, pag. 41. Rendo con la voce primitivo il vocabolo Azali, che significa propriamente «senza principio, eterno quanto al principio, ec.» ciò che parlando de’ popoli noi diciamo impropriamente «aborigene.»
828. Mi si permetta questo vocabolo, che non è nella Crusca, ma nell’uso generale d’oggi, ed evita una anfibologia.
829. Presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 383. Quivi leggiamo ad magnam viam francigenam Castrinovi. Probabilmente l’è traduzione dal greco, portando l’anno costantinopolitano e leggendovisi la espressione Papæ veteris Romæ, che sa di bizantino. Tuttavia la lingua e lo stile la fanno supporre versione molto antica.
830. Un diploma greco-latino del 1132, presso Spata, Pergamene, pag. 424, fa menzione di una strada che dal podere di Mutata (ignoro il sito) conduceva a Petralia, Castronovo, Vicari e Palermo. Ancorchè nel latino si legga soltanto via, e manchi in questo passo il testo greco, mi sembra che si tratti del medesimo stradale francese.
831. Presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1012.
832. Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 773.
833. Diploma del 6594 (1086) XIIª indizione, pubblicato dal Sig. Piaggia, Nuovi studii su la città di Milazzo, Palermo 1866, in-8 grande, pag. 68, nota 6. Goffredo Burrello, feudatario di Milazzo, descrivendo in questo diploma i limiti del podere detto Bucello nel territorio di quella città, li fa correre usque ad viam quae vadit a Sancto Philippo in villam Milatii, deinde constringendo per viam viam ad aliam frangigenam quae conjungitur prope mare ante villam Milatii, deinde revertetur per eamdem viam frangigenam usque ad mare, etc. Non debbo tacere che questo documento, copiato dai Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, e voltato già dal greco, come apparisce dall’èra costantinopolitana, fu alterato senza dubbio, sia nell’originale, sia nella traduzione. E veramente, oltrechè la XII indizione non torna nel 1086, noi troviamo il titolo di “Chiese messinese e trainese” e del “primo vescovo di esse Roberto”; ed egli è evidente che coteste parole non furono scritte nel detto anno, poichè allora non si potea dir che del Vescovato di Traina; sendo notissimo che il tramutamento della sede e la giunta di Chiesa messinese nella denominazione della diocesi, seguirono nel 1091. Ciò nondimeno non v’ha ragione di supporre inventata da qualche erudito del XVII o XVIII secolo la denominazione di via francese; e però io accetto questa testimonianza di un fatto materiale, la quale risalisce in qualunque modo al XII secolo.
834. Diploma arabico-latino del 15, maggio 1182, di cui la parte latina fu pubblicata da Del Giudice, Descrizione del Tempio di Morreale, Appendice, pag. 8 segg. e il testo arabico è inedito. Il luogo ch’io cito si trova a p. 11, della Descrizione, in fin della divisa di Bufurera, dove si legge viam exercitus, e ciò risponde perfettamente al testo arabico: tarik-el-’askar.
835. Del Giudice, op. cit., pag. 16, 19, 21, ec. Il diploma latino qui ha via pubblica, e l’arabico mehaggia e talvolta anche tarik, come sopra nella «Strada dell’esercito.»
836. Tychsen, Introductio in rem nummariam, ec., pag. 146. Lo Spinelli, Monete Cufiche battute da Principi longobardi, normanni e svevi, Napoli, 1844, in-4, pag. 16 e 232, suppone, che il disegno di questa moneta fosse stato inventato dall’Abate Vella. Il Mortillaro, che avea ben riconosciuto (Opere, tomo III, pag. 339), appartener la moneta a re Tancredi, lo dimentica adesso (Medagliere arabo-siculo, pag. 35) per seguire il supposto dello Spinelli. E pure nel disegno che questi dà, Tavola II, nº 1 (io non ho sotto gli occhi quello di Tychsen) si legge benissimo el-Malik-Tan-rid.
837. Adler, Museum Cuficum Borgianum, pag. 80, seg. ni lxiv a lxxv.
838. Monete Cufiche, pag. 329, 330, nº cclxxix.
839. The Oriental coins, tomo I, pag. 299, 300. nº cccviij.
840. Monete Cufiche, ec., in-4, pag. 16 a 19, ni lxv a lxxij, lxxv, dcxlix a dclvij.
841. Il Medagliere Arabo-Siculo della Biblioteca Comunale di Palermo, coordinato e illustrato dal Marchese Vincenzo Mortillaro, Palermo 1861, in-8, pag. 36-39. Io non so perchè il Mortillaro, pag. 36, nº 1, identifichi col nº lxvj, dello Spinelli la moneta che diè Adler, op. cit., al nº lxix; e, pentendosi d’averla già attribuita a re Ruggiero (Mortillaro, Opere, tomo III, pag. 405) accetti adesso la lezione dello Spinelli, che la rimanda al primo conte. Da quanto si può giudicare sopra disegni grossolani, Adler non lesse tutto, Mortillaro supplì male, e la lezione K*m*t, sostituita da Spinelli, non si raccapezza nella figura (tavola II, nº 2). Men dubbio mi sembra in questa e nelle seguenti, il nome di Ruggiero; ma questo conviene al figliuolo, come al padre, ed anche al Duca di Puglia dello stesso nome.
842. N. lxxij, pag. 19, tavola II, nº 23, il quale si confronti col 24, ed anche col 4 ec.
843. Si vegga il nostro Libro IV, cap. xiij, pagg. 456-8, del 2º volume.
844. Paruta, presso il Burmanno, Thesaurus Antiquitatum Siciliae, ec. tomo VII, pag. 1223, e tomo VIII, tavola clxxxvj. Credo che i ni 3 e 4, di quella tavola, i quali hanno da una faccia il T in luogo del cavaliero armato, appartengano al secondo conte Ruggiero.