CAPITOLO X.

All’origine della monarchia siciliana s’affaccia la quistione se i conti di Sicilia fossero stati vassalli dei duchi di Puglia. Le testimonianze si contraddicono. Il monaco inglese Eadmer, contemporaneo del conte Ruggiero, lo chiama uom del duca di Puglia; il Malaterra, suo famigliare, dice concedutagli la Sicilia in feudo da Roberto Guiscardo; Leone d’Ostia e Romualdo Salernitano, autori più moderni, scrissero le medesime cose.[633] Roberto poi e il figlio Ruggiero, in alcuni diplomi s’intitolarono duchi di Puglia, o d’Italia, di Calabria e di Sicilia[634] e il conte Ruggiero disse talvolta Roberto suo signore.[635] All’incontro, la storia tutta dei tempi fa fede che il conte, nè i figliuoli giammai non prestarono omaggio nè servizio ai duchi di Puglia;[636] e v’ha dei diplomi ne’ quali il conte non chiama Roberto altrimenti che fratello; nè il costui figliuolo Ruggiero altrimenti che duca di Puglia e di Calabria.[637] Il Gregorio accettò quasi la soggezione;[638] il Palmieri negolla con ira;[639] degli altri scrittori taccio per brevità. Ma non può spiegare la contraddizione dei documenti, chi si ostini ad immaginare un Roberto Guiscardo, pio, felice, augusto, seduto sul trono degli avi, tra baroni ossequiosi, e inteso tranquillamente a reggere lo Stato con quelle che poco appresso furono chiamate le Assise di Gerusalemme.

Da’ cenni che noi abbiam fatti qua e là in questo quinto libro, l’eroe comparisce in ben altra sembianza infino al milleottanta.[640] I baroni normanni, un tempo condottieri, lo teneano lor pari; le città lor soldato di ventura, cui per forza pagar dovessero una taglia: i papi stessi che gli avean dato animo con la ricognizione feudale e col titolo di duca, il più spesso tiravano a scacciarlo d’Italia. Il fratello Ruggiero, tenendo dapprima da lui il solo feudo di Mileto, cavalcò tra le sue masnade, capitano di ventura con una compagnia propria; ma nata una briga tra’ fratelli per guiderdoni non soddisfatti, vennero alle armi; Ruggiero passò al servizio di feudatari ostili, o fece patti con città ricalcitranti: alfine stipularono un partaggio di entrate in Calabria: piuttosto assegnamento fisso di stipendio, che vera concessione feudale. In Terraferma dunque occorrono tra due fratelli patti mutabili e temporanei; diversi secondo le forze che l’uno o l’altro contribuiva in ciascuna impresa.

Lo stesso apparisce in Sicilia, dove alla prima passata, Roberto, non concede terreno a Ruggiero; e questi, ritornato co’ suoi uomini d’arme, fa patto co’ trainesi e acquista parecchie castella senza partecipazione di Roberto.[641] La seconda impresa d’entrambi fallì. Nella terza seguì una vera concessione feudale com’abbiam detto;[642] ma a capo di pochi anni, apprestandosi la guerra di Grecia, mutavansi gli accordi del settantadue; poichè il conte signoreggiò allora Messina e tutto il Valdemone.[643] La morte di Roberto, le necessità del figliuolo Ruggiero e la potenza e fama dello zio, fruttarono a questo l’altra metà della Calabria: cioè a dire che si rifece il patto per la seconda volta in quattordici anni; e sappiamo anco che si trattò di dare al conte Ruggiero il titolo di duca, ossia cancellare solennemente la dipendenza feudale che di fatto era ita.[644] Di fatto e anco di dritto, se risguardisi che Urbano II, sovrano feudale del duca di Puglia, nella famosa bolla del millenovantotto non fa menzione di costui, nè vanta signoria di sorta sul conte Ruggiero, nè su la Sicilia. La corte di Salerno ricordava, ciò non ostante, la concessione del settantadue, tanto più volentieri quanto erano scambiate le sorti de’ due rami di casa Hauteville: indi l’opinione di Eadmero e di Romualdo e i titoli de’ diplomi. Che se i cancellieri del conte nello stesso tempo ricordavano o trasandavano la dipendenza feudale dal fratello, ciò prova che la fosse rimasa nelle formole e ormai non ci si badasse. In ogni modo, non si può ammettere nel diritto pubblico siciliano una sovranità surta e scomparsa entro pochi anni, mentre l’edifizio de’ principati normanni non era nè compiuto nè assodato, ma lo si innalzava, demoliva e rifaceva ogni dì.

Chiarito questo e lasciato da canto il dubbio di qualsivoglia nesso feudale con Roma,[645] che mai ne fu detto da senno infino alla prima metà del XIII secolo, si vedrà illimitata in teoria la potestà del conte Ruggiero in Sicilia. E la fu larghissima in fatto, ancorchè la Sicilia e la Calabria abbiano avuto in que’ primi tempi, come tutti gli stati feudali, loro parlamenti, così appunto chiamati, di ottimati laici ed ecclesiastici. Il Gregorio ha allegato in esempio «i principi, conti, baroni ed altri uomini di nota» convocati in Salerno, i quali decretavano la corona reale, al secondo Ruggiero (1129) «e i dignitarii, potenti ed onorandi uomini indi chiamati in Palermo (1130) da tutte le province e terre per assistere alla incoronazione; i quali tutti, insieme co’ popolani grandi e piccoli, messo il partito ed esaminatolo, concordi l’approvavano:[646]» ma cotesto ha sembianza di plebiscito meglio che di parlamento; e la nuova dominazione surse in condizioni politiche e sociali molto diverse da quelle tra le quali regnava il primo conte. È allegato nella medesima opera, più vicino al tempo e più opportuno, un Parlamento tenuto in Messina il 1113 dalla reggente contessa Adelaide, per faccende del vescovado di Squillaci; pur la sembra solenne cerimonia, più tosto che politica adunanza.[647] A cotesto esempio possiamo aggiugnere i privilegi della Chiesa di Palermo confermati il 1112 dalla contessa e dal suo figliuolo Ruggiero «ormai cavaliere e conte», sedenti nelle aule del castello della città, con l’arcivescovo Gualtiero e molti altri chierici, baroni e cavalieri.[648] Chiamato il 1130 nel parlagio[649] della medesima reggia palermitana l’arcivescovo della città con molti altri vescovi e baroni, fermavasi la divisione delle decime di Termini tra l’arcivescovo e l’abate di Lipari.[650] Ma, quel che tronca ogni dubbio, un documento citato in altro luogo dal Gregorio e dimenticato poi nel trattare de’ parlamenti, prova che pretendendosi da’ vescovi le decime ecclesiastiche sulle entrate tutte dell’isola e negandole i Terrieri, come sono appellati genericamente i feudatarii nelle carte latine, greche ed arabiche de’ Normanni di Sicilia, il primo conte Ruggiero convocò gli uni e gli altri in Mazara e definì la contesa in questo modo: ch’ei medesimo pagasse la decima a’ vescovi su i beni proprii; che i Terrieri pagasserne due terzi, usando dassè l’altra terza parte al servigio delle cappelle di lor castelli; e che del rimanente e’ fossero giudicati dai sinodi per loro colpe spirituali e ne pagassero ammenda a tenor delle consuetudini vescovili.[651] Ancorchè promulgata come decisione del principe, cotesta legge mi par delle più gravi che mai fosse stata deliberata in Parlamento moderno d’Europa: e prova gli ordini costituzionali della Sicilia fin dal primo principio della monarchia.

Per distinguersi da’ conti di Terraferma, padroni di minore territorio e soggetti al duca di Puglia, Ruggiero prese talvolta il titolo di Gran Conte.[652] Ma i suoi successori immediati più volentieri s’intitolarono consoli; la quale classica denominazione venne in tanta voga a corte di Palermo entrando il duodecimo secolo, che cancellieri e cronisti, non solamente la usavano nel presente, ma anco riportavanla allo stesso conquistatore.[653] Per vero le tradizioni del consolato non s’erano mai dileguate nel mondo: e specialmente nell’Italia meridionale, i reggitori di Napoli, Gaeta, Amalfi, emancipati dal governo bizantino, s’erano chiamati duchi e consoli;[654] e console Rainolfo conte d’Aversa, che fu il primo feudatario normanno in Italia.[655] Dopo mezzo secolo, quando già quel titolo a Pisa, Genova, Asti, San Remo e senza dubbio in altre città italiane, designava capi politici costituiti senza volontà d’imperatori nè di papi, assunserlo i principi della Sicilia, che aveano a noia di chiamarsi conti, ma non osavano prendere alcun altro dei titoli consueti nell’ordine feudale, o lo sdegnavano. Non succedean essi in Sicilia ai basilei bizantini ed ai califi fatemiti, gli uni e gli altri principi independenti e pontefici, per arrota? Ma non andò guari che, allargato il dominio, e’ smessero le appellazioni di conti e di consoli, per chiamarsi re.

Passando alle altre parti dell’ordinamento politico, seguiamo l’ordine de’ tempi con dir la prima cosa de’ municipii, poichè parte erano in piè innanzi il conquisto. Contuttociò il Gregorio li vide e non vide ne’ tempi normanni; e conchiuse che allora «ebbero le popolazioni siciliane quasi una forma di corpo municipale.[656]» Sapea pure il Gregorio che, nella prima metà del duodecimo secolo, Caltagirone possedette vasti fondi e comperonne dallo Stato;[657] che Nicosia, colonia lombarda, tenne la terra di Migeti; che ambo le città fornivano all’armata grande numero di marinai, e legname da costruzione;[658] che altre colonie lombarde furono soggette agli stessi pesi, contrassegno di proprietà.[659] Vedeasi in ciò la persona legale del comune. Vedeasi agli atti, perfino nelle terre feudali: gli uomini di Patti muover lite contro il vescovo; i lor procuratori accettare una transazione;[660] quei di Cefalù proporre ordinariamente al vescovo feudatario tre persone per la scelta del bajulo.[661] Il Gregorio dunque si avviluppò in quel suo giro di parole, un poco per paura dell’assurdo e tirannico governo de’ Borboni in Sicilia, un poco per non aver bene studiata la materia e soprattutto perch’ei rabbrividiva a quel nome di comune, quasi ne fosse stata unica forma la repubblica italiana del medio evo, o quella di Francia che suonava sì tremenda nell’età sua.

Avendo toccato dei municipii, sì degli antichi abitatori cristiani e sì dei musulmani,[662] ne ricercheremo noi le vestigie durante la guerra e sotto la dominazione normanna. Avvertiamo intanto, a proposito dei municipii cristiani, avanzo dal tempo bizantino, che nella stessa Grecia gli ordini municipali rimasero o rinacquero, non ostante la dichiarazione di Leone il Sapiente, della quale s’è detto a suo luogo; che, dopo quella, le leggi bizantine riconobbero nelle città e nelle campagne alcune corporazioni di mestiere e associazioni d’interessi, le quali, se non abbracciavano l’universale de’ cittadini, aveano forme più democratiche dell’antico municipio e gittavan le basi del nuovo; e che al tempo della dominazione latina e poi della turca, vennero su nella Terraferma al par che nelle isole della Grecia, veri magistrati o rappresentanti municipali, di nomi diversi secondo i luoghi, proesti, demogeronti, arconti, epitropi, i quali ufizi per certo non erano stati stampati di fresco nel XIII o nel XV secolo.[663] Nelle province bizantine della Terraferma d’Italia, le frequenti mutazioni di signoria avean dato occasione alle maggiori città di costituirsi in corpi politici, come si ritrae dagli esempii di Bari e di Salerno che cita lo stesso Gregorio[664] e dagli accordi che altre città fermavano coi capitani normanni:[665] e perfin si legge in un diploma greco dell’undecimo secolo, che villani dimoranti nelle terre d’un Monastero e d’un feudatario, pagassero tributo personale al comune di Geraci in Calabria.[666] La quale tendenza generale della schiatta greca, non solamente non trovò ostacoli in Sicilia, ma fu promossa dalla dominazione musulmana. Le città, sciolte da’ fastidii degli ufiziali bizantini e costrette a far dassè sotto il giogo degli Infedeli, aveano dovuto rinforzare lor ordini municipali nel IX e X secolo, per provvedere all’amministrazione della giustizia, soddisfare a lor obblighi verso i nuovi signori e difendersi civilmente dai soprusi.

Che se il nome delle città torna raro ed incerto nelle memorie della guerra, non ne maraviglierà chi conosca la tiepidezza de’ Greci in quel grande avvenimento e il laconismo delle croniche normanne quand’esse non raccontino il valore e la pietà de’ protagonisti. Pertanto abbiam due soli ricordi: che que’ di Traina fermarono patti con Ruggiero e, quando sollevaronsi e l’assediarono nel suo palagio, aveano, al par delle città di Calabria, una torre afforzata in altra parte della terra; e che in Petralia i Cristiani e i Musulmani, tenuto consiglio, deliberavano di darsi al condottiero normanno.[667] Ma cotesti atti possono riferirsi tanto a magistrati costituiti, quanto al popolo che nei casi estremi ripigli l’esercizio di tutti i suoi diritti. Le carte delle generazioni seguenti ci danno assai più precise notizie sugli ufizii municipali.

Il sonante vocabolo Arcon comparisce in que’ diplomi, com’abbiam noi detto nel capitolo precedente, con due significati diversi, de’ quali il primo tornava genericamente a signore, e lo s’attribuì in particolare a’ grandi ufiziali dello Stato, a un dipresso come or si fa dell’eccellenza.[668] L’altro significato specificava un ufizio. Basilio Tricari, arconte di Demenna, è noverato (1090) tra i testimoni d’una donazione del conte Ruggiero a favore di quel monastero di San Filippo.[669] Gli arconti di Galati, convocati dal feudatario (1116) assistono all’atto per lo quale ei donava un villano al monastero di Mueli.[670] Lo stratego di Demenna aduna (1136) i capi de’ monasteri, i sacerdoti e gli arconti della terra di San Marco per appurare un titolo di proprietà.[671] Mezzo secolo appresso (1182) son chiamati da’ giudici regii a somigliante effetto in San Marco, insieme co’ Buoni uomini e con gli Anziani, gli arconti di Naso, Fitalia, Mirto, San Marco ed un arconte di Traina.[672] Que’ di Capizzi, insieme con gli Anziani han carico (1168) di descrivere i limiti di un piccol podere che la regina vuol donare ad una chiesa.[673] In Oppido di Calabria, dove i Buoni uomini e gli Anziani aveano già (1138) assistito gli ufiziali dello Stato a determinare i diritti del feudatario, nata quistione il 1188 per alcuni poderi, era decisa dal Gran giudice di Calabria secondo l’avviso degli arconti.[674] Eran questi dunque assessori o giurati in cause civili. Nell’impero bizantino il vocabolo arconte avea seguito cammino diverso, e pur non troppo discosto. Serbando l’antica significazione di magistrato giudiziale, prese in particolare quella di presidente d’un tribunale e talvolta di governatore di provincia; poichè questo presedeva ai giudizii: e indi l’arcontia comparisce tra le divisioni territoriali. Da un altra mano il mal vezzo dei titoli e la ripugnanza a tutta aristocrazia ereditaria, portarono la corte bizantina a chiamare arconti gli uomini cospicui per merito, ricchezza, o favore: anco il clero appellò arcontichia il corpo de’ suoi dignitarii; e, venuta la feudalità con le genti occidentali, s’appiccicò quella denominazione ai baroni. Si ritrae infine ch’essa era rimasa come occulta, chi sa per quanti secoli, nei corpi municipali; poichè squarciato il velo dell’amministrazione bizantina, nel conquisto de’ Latini e poi de’ Turchi, si veggono venire alla luce, insieme con le istituzioni comunali, gli arconti e le altre denominazioni che ci accadde citare poc’anzi; le quali in luoghi diversi denotavano ufizii identici o molto somiglianti.[675] A cotesti ufizi municipali, s’io mal non mi appongo, fu dato in alcune terre il titolo di arconti, per cagion di quella parte del podere giudiziale che tennero i municipii dell’antichità e la trasmisero a que’ del medio evo. L’ufizio municipale poi, sendo ereditario tra’ possessori, come nella curia romana, potea divenire qua e là nelle province, denominazione volgare d’un ceto di gentiluomini; denominazione non legale, che pur insinuossi nell’aula di Costantinopoli. In Sicilia, come ognun vede, venne alla luce nel XII secolo l’ufizio municipale, e possiam anco dire l’appellazione di classe; la grande magistratura d’arconte non esistè; ma, tra gli altri orpelli che i principi normanni tolsero in prestito dalla corte bizantina, foggiarono questo titolo di arconti pei grandi ufiziali dello Stato, a suggestione, com’egli è manifesto, de’ valentuomini stranieri di schiatta greca, i quali nella prima metà del duodecimo secolo collaborarono col secondo Ruggiero all’assetto del reame.

L’ufizio di giurati nelle cause di confini e di proprietà rurali si vede anco esercitato in Sicilia dagli Anziani (Γέροντες), or soli, come (1142) a Traina, Cerami, San Filippo d’Argirò[676] e, quel ch’è più, nominati a mo’ di corporazione, come (1123) a Ciminna;[677] or insieme coi Buoni uomini, come (1095) a Rametta,[678] (1182) a San Marco, Naso, Fitalia, Mirto,[679] e (1183) a Centorbi[680] ed occorre anco il caso (1138) in Oppido di Calabria;[681] or insieme con gli arconti come (1168) a Capizzi.[682] Quand’egli avvenia che soggiornassero Cristiani e Musulmani nella medesima terra o in quelle attorno un podere di cui fossero contesi i confini, si chiamavano gli anziani degli uni e degli altri, col titolo comune di sceikh ovvero di geronti, secondo la lingua del diploma. Così (1134) a Giattini e Mertu[683] e poscia (1172) a Misilmeri[684] e poco appresso (1183) a Vicari, Petralia, Caltavuturo, Polizzi, Ciminna, Cammarata, Cuscasin Michiken, Casba, Cassaro, Gurfa, Iali.[685] I geronti e il maestro de’ borghesi di Traina, i geronti, cristiani e musulmani di Gagliano, i geronti e gli uomini, (che di certo significa i «Buoni uomini») di Centorbi, eran chiamati (1142) al par che quelli di Castrogiovanni e di Adernò, cristiani e musulmani, a definire insieme con un protonotaro delegato dal re i confini di Regalbuto, pei quali disputava il feudatario di Argira contro il vescovo di Messina.[686] Per un altro diploma (1149) gli sceikh musulmani e cristiani di Giato avean carico di assister lo stratego a designare su i luoghi una quantità di terreno donato dal re su i beni demaniali.[687] In parecchi atti pubblici, greci, inoltre, del XII e XIII secolo, si veggono de’ testimonii soscritti col medesimo titolo nelle terre di Mistretta, Naso, Mirto e nuovamente in San Marco e in Centorbi.[688]

Erano convocati dai giudici del re i Buoni uomini (Καλοὶ ἀνδρώποι), di San Marco (1109), que’ di Traina, Gagliano e Milga (1154) e insieme con gli Anziani, i Buoni uomini di Naso, Fitalia, Mirto e San Marco (1182) e infine, que’ di Centorbi (1183) per determinare i confini di territorii sui quali si contendea.[689] I Buoni uomini, di Ἀχάρων, ch’io credo torni ad Alcara di Val Demone, chiamati dal vescovo di Messina, lor signore, per far testimonianza sul diritto di proprietà di certi pascoli tenuti da un monastero (1125), rispondeano aver essi medesimi conceduto quel fondo al monastero, in grazia di alcuni loro concittadini che vollero farsi frati.[690] Ottant’anni dopo, que’ di Nicosia, insieme con due commissarii del re «e con tutto il popolo» disponeano della chiesa del Salvatore, fondata un tempo dallo stesso municipio.[691] Nel primo caso tornano dunque i Buoni uomini ad assessori, o giurati: quello ufizio appunto che lor veggiamo esercitare nel IX o X secolo, secondo la Lex romana del manoscritto di Udine, la quale li mostra allo stesso tempo rappresentanti di comuni in giudizio ed esercenti altri atti d’amministrazione.[692] Nel caso d’Alcara e di Nicosia evidentemente rappresentan essi il comune, come il nostro odierno Consiglio municipale. Tali appunto i Boni homines di Savona, secondo i diplomi latini del 1056, 1062, 1080, 1125 pubblicati dal San Quintino.[693] Nè l’è maraviglia di trovar lo stesso nome ed ufizio in Sicilia, quando tanta parte delle nuove colonie venne dalla Marca aleramica; e d’altronde quella appellazione durava qua e là in tutta Italia, per esempio al principio dell’undecimo secolo in Benevento;[694] e lungo tempo appresso ricomparve nella repubblica fiorentina.

Pongo in ultimo, tra gli ufiziali dei comuni cristiani, i Maestri de’ borghesi, che il Gregorio notava in Collesano (1141) e in Traina (1142) e prendeane animo a confessare le «quasi forme» di municipio, aggiugnendo, senza prova nè indizio altro che il nome, che «il maestro dei borghesi intimava e dirigea come capo» il consiglio comunale.[695] Senza riandar l’antico significato militare del vocabolo Magister, nè il militare e civile che prese passando nell’impero bizantino, lo veggiamo noi nell’Europa, centrale e occidentale, per tutto il medio evo, rispondere a prefetto, o preposto ad una classe di impiegati o di cittadini,[696] e ci occorre in Messina nel duodecimo secolo il maestro degli Amalfitani;[697] ma non troviamo esempio da mostrare, certo nè verosimile, che Magister tanto valesse allora nel linguaggio legale di Sicilia, quanto Major e che quest’ultima voce denotasse lo stesso ufizio in Sicilia che nella Francia settentrionale e nell’Inghilterra.[698] All’incontro, il solo documento dal quale intender si possa la natura dell’ufizio, lo mostra pari in grado agli anziani[699] e ci conduce a supporlo capo elettivo d’un consorzio di coloni i quali, stanziando in mezzo a popolo diverso di condizioni o di origine, avessero interessi lor proprii da curare; come le scholae del Medio evo, le corporazioni d’arti di tutti i tempi e, nei primi principii loro, le compagne di Genova e d’altre città italiane. Un piccol numero di borghesi italiani, ovvero oltramontani, stanziati in Collesano, feudo degli Avenel,[700] avrebbe potuto richiedere questa maniera di consolato, com’or si direbbe: e lo stesso valga per Traina, prima possessione del conte Ruggiero, nella quale si veggono alla metà del XII secolo abitatori greci, italici e francesi.[701]

Di simili consorzii legalmente riconosciuti ci danno esempio le università, come allor chiamavansi, degli Israeliti in Sicilia. Senza argomentare dalle loro istituzioni congeneri in altri paesi, abbiamo del XV secolo i Capitoli concessi da re Alfonso alle università dei Giudei del regno di Sicilia;[702] abbiamo del secolo XIV memorie del loro Proto, de’ loro anziani e delle loro università in Mazara e in Messina:[703] e le medesime istituzioni risalgono senza dubbio al duodecimo secolo, quando il vescovo di Cefalù, possessore della Chiesa di Santa Lucia in Siracusa, concedeva in enfiteusi alla gemâ’ de’ Giudei in quella città un pezzo di terreno per ampliare lor cimitero.[704]

La voce gemâ’ usata in quello scritto arabico per designare la corporazione de’ Giudei di Siracusa, prova che così anco fossero chiamate in Sicilia le università de’ Musulmani, le quali, per lo grande numero e il soggiorno separato, tornavano spesso a veri comuni. Gli è impossibile d’altronde immaginare il soggiorno di sì grosse popolazioni musulmane senza i loro magistrati municipali: e, se ciò non bastasse, noi potremmo allegare gli antique, ossia sceikh, de’ quali fa menzione Amato nella resa di Palermo;[705] gli accordi di Mazara e di tutte le altre città che sembrano fermati dalla gemâ’ di ciascuna; e, sotto il principato normanno, gli sceikh di Giattini, Misilmeri, Giato, Vicari e d’altre terre, chiamati geronti in greco, e incaricati come gli arconti, gli Anziani e i Buoni uomini, di determinare i confini delle possessioni rurali.[706]

Veramente e’ mi par di vedere sotto quelle denominazioni, che variano secondo le genti, unico uficio di rappresentanti dei municipii; salvo il divario che nascea, nell’ordinamento e ne’ limiti dell’autorità, dalle condizioni e consuetudini locali di ciascuna terra, di ciascuna gente e di ciascun consorzio; perocchè trattando del Medio evo erra sempre chi suppone uniformità. Anzi mi farebbe maraviglia a veder sì frequente quel titolo di anziani col medesimo significato in greco e in arabico, se l’autorità de’ padri di famiglia, e però dei vecchi, non occorresse nelle forme primitive d’ogni umano consorzio; e se non potessimo supporre con verosimiglianza che le municipalità cristiane di Sicilia si fossero spontaneamente riformate nel IX o X secolo, ad esempio delle musulmane, per provvedere ai bisogni prodotti nella società loro dalla nuova dominazione.[707] E’ non occorre dimostrare che gli sceikh appartennero ai Musulmani; i geronti e gli arconti a’ Greci e credo io, agli altri antichi abitatori; e i Buoni uomini alle nuove colonie italiche. Evidente anco parmi che ciascuna gente ritenne o portò seco la propria forma di municipio; poichè il principato normanno non potea distruggere, nè fondare, nè pur modificare profondamente istituzioni di tal fatta. Gli arconti, come ho detto, sembrano in Sicilia anziani che ritenessero quel titolo, per antica consuetudine, come possessori; non altrimenti che i kaid, nobili e condottieri, entravano nelle faccende municipali come ogni altro notabile; ma nè i primi nè i secondi io tengo ufiziali esecutivi, come sarebbero podestà, sindaci, giurati, giunte municipali. Nè tali mi sembrano i maestri de’ borghesi, meri capi di consorzii minori. Necessario fatto egli era poi, e l’attestano i diplomi, che nelle terre abitate insieme da due o più genti diverse, ciascuna avesse i suoi proprii rappresentanti, come abbiamo visto a San Marco, Capizzi, Giattini e in molti altri luoghi.

Ho detto rappresentanti dei comuni per usar locuzione moderna ed esprimere un fatto simile nato da diritto diverso; poichè non è da supporre elezione popolare nè regia, in cotesti corpi municipali composti di uomini privilegiati in virtù di antichissime consuetudini, gli uni delle città italiche o elleniche, gli altri della tribù nomade e de’ primi tempi dell’islam: possidenti, capi di alcune arti, scribi, chierici cristiani, giuristi musulmani ed altri notabili. I quali in che modi e tempi si ragunassero, e se nominassero delegati appositi per ciascun negozio, lo ignoriamo; nè abbiamo vestigie di magistrati incaricati ordinariamente del potere esecutivo del Municipio. Pure il diploma inedito di Nicosia che abbiam dato poc’anzi, solo e tardo com’esso è, gitta molta luce su l’ordinamento municipale de’ tempi normanni; dovendo supporsi che le costituzioni delle colonie lombarde fossero le più larghe dell’isola e che le tornassero al principio del duodecimo secolo, non già alla fanciullezza di Federigo secondo, nè al breve regno d’Arrigo. Or il diritto di proprietà è esercitato in quell’atto «da due commissari regii, da’ Buoni uomini e dal popolo» e tra i Buoni uomini sono soscritti due giudici giurati e due bajuli. Compariscono dunque due ordini di rappresentanti municipali, il Consiglio grande, cioè, dov’era chiamato tutto il popolo a suon di campana, come si usò in Sicilia fin sotto la dominazione spagnuola; e i Buoni uomini che par componessero un Consiglio ristretto, nel quale intervenivano i bajuli, oficiali amministrativi e giudici regii, istituiti da re Ruggiero in luogo de’ vicecomiti e strateghi dei primi tempi normanni: risulta poi evidente che la presidenza del gran Consiglio era affidata ad appositi delegati del principe. Possiamo dunque supporre con fondamento che tutti i corpi municipali fossero stati convocati e preseduti da commissarii regii, per generale provvedimento promulgato fin dai principii della dominazione normanna; poichè sembra impossibile che Ruggiero avesse ristrette con tal freno le colonie lombarde e lasciate senza alcuno le terre greche o musulmane; e d’altronde si è visto,[708] senza eccezione chiamare dal feudatario i Buoni uomini di Alcara, e dai commissarii regii que’ di Nicosia, terra demaniale, per esercitare atti di dominio; e similmente da giudici regii o altri ufiziali gli sceikhi, anziani, arconti o Buoni uomini di tante altre terre, per far le veci di giurati in cause civili. Il consiglio generale poi, aperto a tutto il popolo, cioè a tutti i borghesi, sembra privilegio delle colonie lombarde; nè può ammettersi nelle altre città, se nol provino nuovi documenti. E i due giudici giurati di Nicosia soscritti nel diploma del 1204, sembrano veramente ufiziali esecutivi del municipio, come que’ di Messina, soscritti in una carta del 1172; ma non si potrà su questo solo indizio determinar la giurisdizione loro.[709] Nè potrassi definire precisamente quella degli stessi municipii; la quale se la ci torna oscura in oggi, fu dubbia e mutabile e diversa nell’undecimo e duodecimo secolo, e sol ritraggiamo la personalità del municipio, la magistratura affidata a’ suoi rappresentanti e che fors’anco erano richiesti que’ notabili di cooperare nell’azienda dello Stato.[710]

L’istituzione de’ municipii è provata anco dalle franchige, le quali non furono mai disgiunte dall’ordinamento della società chiamata a goderle. Che il principe e i feudatarii, costretti a rifornire la Sicilia di coloni cristiani, li avessero invitati con ogni maniera di concessioni, si ritrae da testimonianze concordi. Ruggiero, liberati i prigioni di Malta, profferia di fabbricar loro a proprie spese un villaggio, là dove lor paresse; di fornire i capitali fissi bisognevoli a loro industrie e di francare la terra perpetuamente da gravezze ed angarie.[711] Similmente era accordato ai borghesi di Catania, Patti e Cefalù,[712] lo esercizio di diritti promiscui nelle terre del signore, la immunità da certe gravezze e impedimenti feudali, la guarentigia della libertà personale e, nella prima di quelle città, che Latini, Greci, Saraceni ed Ebrei fossero giudicati ciascuno secondo sua legge. Abbiamo noi accennato alle immunità delle colonie lombarde di Randazzo e di Santa Lucia:[713] i diritti e le buone consuetudini di Caltagirone, attestati da un diploma di Arrigo VI, tornavano parimenti ai tempi di re Ruggiero[714] e son da supporre le une e le altre più antiche. Inoltre, dovendosi tener generale il bisogno di colonie cristiane, possiam noi dire che quasi tutta la Sicilia ottenne, in breve e di queto, franchigie municipali non dissimili da quelle che tante popolazioni italiane e straniere, nella stessa età, strapparon di mano ai feudatarii con ostinati sforzi e sanguinosi.

Or è da spiegare perchè il municipio non si vegga distintamente, pria dello scorcio del duodecimo secolo, nelle primarie città dell’isola, le quali pur godettero larghissime franchige personali e reali fin da’ primi anni della dominazione normanna.[715] Il difetto non va apposto a casi fortuiti che avessero distrutto ogni avanzo di loro carte nei frequenti disastri della diplomatica siciliana: ma più plausibile supposto e’ sembra che nessuna di quelle città abbia avuto municipio di momento in que’ primi tempi. Lasciate da canto Siracusa e Catania, soggette a feudatarii, diremo sol di Palermo e di Messina, tenute sempre in demanio e importanti sette secoli addietro, così come le son oggi.

Palermo che agguagliava o vincea per frequenza di abitatori ogni altra città d’Italia, racchiudea forse, verso il 1150, una diecina di università, come allor si chiamavano: Musulmani, Greci, Ebrei, Lombardi, Amalfitani, Genovesi, Baresi ed antichi abitatori cristiani; e i Musulmani e qualche altra gente suddivisi, com’egli è verosimile, per quartieri, Cassaro, Khalesa, Halka, Schiavoni:[716] tra i quali corpi e’ non è possibile d’immaginare alcuna comunanza di vita municipale. Fu mestieri che si dissipassero i Musulmani, e che la lingua, i costumi e le violenze dei feudatari e poi de’ Tedeschi, accomunassero i cittadini cristiani, cioè che volgesse più d’un secolo, per mettere insieme quel grosso di borghesia, il cui municipio prevalse su tutte le università minori e rappresentò la cittadinanza della capitale che proteggea Federigo lo Svevo nella sua fanciullezza. Chi ricordava allora la gemâ’ musulmana o l’israelita, o i magistrati de piccoli consorzi cristiani, e chi ne serbava gli archivi?

Sembrano diverse a prima vista le condizioni di Messina, la città cristiana, la testa di ponte, direbbe un militare, per la quale i conquistatori soleano sboccare contro i Musulmani dell’isola. Ma secondo la testimonianza d’Amato, rincalzata da fatti anteriori, Messina, al primo assalto dei Normanni, era quasi vota d’abitatori battezzati.[717] Nè al certo valsero a ripopolarla in breve tratto le poche centinaia di uomini che vi facea passare di quando in quando il conte Ruggiero; nè gli stuoli più grossi che recovvi tre fiate Roberto Guiscardo. Greci di Sicilia e di Calabria vi si raccolsero, com’e’ pare, a poco a poco, e genti italiche di varii paesi, finchè il tramestìo delle Crociate e le guerre marittime de’ Normanni non riempirono di navi il porto e non accelerarono la ristorazione della terra.[718] La diversità delle genti che l’abitavano, attestata dagli scrittori del duodecimo secolo,[719] portò necessariamente molti consorzii e ritardò, sì come in Palermo, la formazione del vero municipio.

Le conghietture alle quali io sono stato troppo spesso necessitato, provano la scarsezza de’ documenti e il poco zelo che s’è messo fin qui a rintracciarli. Or v’ha cagione di sperare che il generale movimento degli studii storici conduca gli eruditi ad approfondire la istituzione delle municipalità siciliane. Ce ne danno arra i lavori di Isidoro La Lumìa e di Ottone Hartwig, l’un de’ quali nella Storia di Guglielmo il Buono e l’altro nell’Introduzione alle consuetudini municipali della Sicilia, hanno toccato con dottrina, ancorchè di passaggio, questo grave argomento.

Della feudalità non tratteremo a lungo, sendo stati gli ordini di quella descritti largamente dal Gregorio,[720] e qualche minuzia che questi lasciò addietro, spigolata con diligenza dal professore Diego Orlando.[721] La somma è che, istituita per lo primo allo scorcio dell’undecimo secolo, da un conquistatore che sapea comandare a’ suoi seguaci, la feudalità siciliana nacque ubbidiente e moderata; che il principe trasferì a ciascun barone, tanto o quanto determinati, que’ ch’egli credea suoi diritti su le cose e sulle persone; ch’e’ riserbossi il più delle volte la suprema giurisdizione criminale, e mantenne rigorosamente le regalie. Non men che il diritto costituito, raffrenava i baroni un contrappeso materiale: i molti beni ritenuti in demanio, i molti allodii lasciati agli antichi abitatori ed a’ Musulmani, e forse un po’ più tardi i fondi conceduti a’ municipii col peso del servigio navale, e fin dal principio l’accorta distribuzione de’ feudi.

Da’ pochi ricordi che abbiamo di questo gran fatto sociale, si ritrae che seguì negli ultimi tempi della guerra. Tra fortuna ed arte, il conte eliminò i grandi feudi divisati da Roberto;[722] cominciò poi concedendo piccole terre (1077); e quando il fratello fu morto, il nipote avvinto a lui da obblighi e speranze, e abbattuta l’ultima insegna musulmana in Sicilia (1091), allora «chiamati i suoi cavalieri e reso lor grazie, scrive il Malaterra, li rimeritò delle fatiche, qual con terreni e vasti possessi e qual con altri premii.»[723] In quell’anno sembra in vero seguìta la gran lotteria feudale della Sicilia. Le platee de’ villani della Chiesa di Catania portan la clausola di tenere come cancellati quelli che fossero stati scritti per avventura nelle platee de’ baroni del millenovantatrè,[724] ch’è a dire due anni dopo l’epoca notata dal Malaterra; i quali due anni in vero non sembrano troppi per ispedire i diplomi con le descrizioni dei territorii e i ruoli de vassalli.

La breve lista che può accozzarsi dei feudatarii alla fine dell’undecimo secolo, basta a mostrare il fine politico al quale mirava il conte Ruggiero. Sappiam noi tenuto da un nobil uomo il val di Milazzo, vasto territorio ch’è da credere conceduto ai tempi di Roberto; sappiam tenute anco da nobili San Filippo d’Argirò, Geraci, Castronovo, Caccamo, Brucato, Carini, Partinico, piccole terre; tenute da principi del sangue o stretti congiunti della dinastia, Siracusa, Noto, Ragusa, Butera, Paternò,[725] Sciacca, grosse città[726] e da vescovi o prelati molte città e terre: e di certo i feudi ecclesiastici e i principeschi, messi insieme co’ paesi demaniali, presero tal parte dell’isola che passava di gran lunga il cumulo di tutti gli altri feudi. Da’ nomi topografici si argomenta anco che il conte abbia date ai piccoli condottieri le terre minori della Sicilia settentrionale, occupata infino al mille ottanta o in quel torno, ed oltre a ciò grande numero di piccoli poderi sparsi per tutta l’isola,[727] e ch’egli abbia serbati alla propria casa, alle Chiese e al demanio i più vasti e ricchi paesi conquistati nell’ultimo decennio, nelle regioni del centro, di mezzodì e di levante; tra i quali la contea di Butera, conceduta al marchese Arrigo perch’egli era fratello d’Adelaide, se pure il conte non isposò la principessa aleramica perch’ella era sorella di Arrigo. La poca importanza dei feudi privati a riscontro degli altri, collima co’ ricordi del Malaterra intorno gli stanziali tenuti dal conte e i guiderdoni di beni mobili; sendo evidente che il capitano supremo dovette rimeritare con feudi, non già i mercenarii, ma i condottieri che lo seguirono col patto aleatorio di partire all’apostolica, com’egli avea promesso innanzi il combattimento di Misilmeri,[728] il bottino e gli acquisti stabili. Quanto fossero pericolosi que’ cavalieri intraprenditori, l’avea fatto sperimentare ei medesimo a Roberto; l’avean provato entrambi in Puglia e in Calabria, per tutta la loro vita.

Le concessioni alle Chiese mi conducono a trattare il capolavoro che fu di piantare in Sicilia, a comodo e sostegno del principato, quella pericolosa macchina del sacerdozio cattolico. Quanto fosse disposto il conte Ruggiero ad anteporre gl’interessi politici alla pietà, lo sappiamo noi molto particolarmente[729] e ch’egli e Roberto e i loro predecessori, giocando co’ papi, fossero soliti a guadagnare più che a perdere. Vissuto per mezzo secolo in sì alto stato in Calabria o in Sicilia, e necessitato poscia a consultare i savii del paese intorno la ristorazione del cristianesimo nell’isola, Ruggiero non potè ignorare le dottrine canoniche di Costantinopoli, le quali attribuivano al principe una suprema giurisdizione su la Chiesa e l’autorità d’istituire sedi vescovili, nominare, tramutare e deporre vescovi, metropolitani e patriarchi.[730] Intanto la lite delle investiture che ferveva in Ponente, ammonìa Ruggiero del pericolo che corresse ogni principe in grembo della Chiesa latina. La sua casa stessa avea testè provata la nimistà d’Ildebrando. Evidentissimo, ciò non ostante, scorgeasi il bisogno di instaurare fortemente in Sicilia una Chiesa che convertisse i Musulmani al cristianesimo,[731] i Greci alla credenza latina, e assicurasse l’esercizio del patrio culto ai coloni di Terraferma, agli Oltramontani, ed ai Siciliani di schiatta italica: se no, un rivolgimento di fortuna avrebbe potuto di leggieri rendere l’isola agli antichi signori d’Affrica o di Costantinopoli. Scansò Ruggiero l’uno e l’altro pericolo, prendendo il partito d’istituire una Chiesa cattolica apostolica e romana, dipendente da Roma il meno, e dal principe il più che si potesse. Ne venne egli a capo, perchè la ristaurazione ecclesiastica premea al papa non meno di lui, e pur dipendea da lui solo che aveva in mano i tesori da spendere in fabbriche e arredi e sì le entrate da dotare le chiese, i monasteri e i vescovadi. Par ch’egli abbia tentata la prova come prima Ildebrando accostossi a casa Hauteville; ritraendosi che il conte fondò nel 1081 il vescovato di Traina ed elesse il vescovo, non atteso alcun legato, nè chiesta licenza di sorta al papa, e che questi brontolando, ma senza rabbia, promise di consacrare l’eletto.[732] Morto Gregorio VII, venuto Urbano II a Traina e compiuto il conquisto, Ruggiero non tardò a fondare le altre sedi: assegnò i limiti alle diocesi ed elesse i vescovi, con decreti nei quali ei parla come chi eserciti diritto suo proprio; e cita per mero rispetto filiale gli accordi fatti verbalmente col papa, il quale poi sempre consacrò gli eletti.[733] Eccettuato l’arcivescovo di Palermo, anteriore al conquisto, la cui diocesi pur sembra determinata dal conte Ruggiero, tutte le altre sedi debbono a lui la fondazione: Traina il 1081, com’abbiam detto, trasferita a Messina il 1096; Catania il 1091; Siracusa, Girgenti e Mazara il 1093, alle quali fu aggiunto il 1094 il monastero di Patti, dandosi all’Abate dignità e funzioni vescovili;[734] oltrechè il conte, per licenza del papa e, com’ei dice una volta, ad esempio del papa, sciolse parecchi monasteri dalla giurisdizione de’ vescovi.[735] Spicca vie più il diritto inaugurato da Ruggiero nell’esempio contrario di Lipari; la quale sendo stata abbandonata da’ Musulmani, e avendovi certi frati fondato un monastero e raccolti de’ coloni, papa Urbano die’ all’abate la giurisdizione vescovile, vantandosi padrone di quell’isoletta in virtù della falsa donazione di Costantino.[736] Ma anco in questo caso Ruggiero seppe stender la mano sopra l’Abate, con donargli Patti e non poche altre possessioni.[737] In vero ei messe un tesoro per comperare le regalie ecclesiastiche bizantine, le quali esercitò, com’abbiam detto, nella fondazione de’ vescovadi; anzi trascorse oltre a quelle, fattasi anco dar dal papa l’autorità di scomunicare in certi casi.[738] Ruggiero vivea sicuro» della parola del papa, che tutto gli aveva assentito senza scrivere un rigo, quando Urbano, con apostolica ingenuità, mandava a fascio ogni cosa, nominando un legato appo di lui. Ma egli nol soffrì. Dopo la vittoria di Capua, si fece rendere, quasi a forza, una parte di que’ privilegi, nella notissima bolla del millenovantotto, quando Urbano avea da sperar molto e da temer qualcosa da lui.

Lo storiografo del conte, il quale narra quello scandalo schiettamente anzi che no,[739] riferisce pur tutta a pietà cristiana la fondazione de’ vescovati. «Impadronitosi, egli dice, della Sicilia intera, fuorchè Butera e Noto, Ruggiero non volle mostrarsi ingrato a Dio: cominciò a vivere devoto, ad amare i giudizii giusti, seguire il diritto, abbracciare la verità, frequentare le chiese, assistere al canto degli inni sacri, soddisfare al clero le decime d’ogni entrata sua, consolar le vedove, gli orfanelli e gli afflitti. Ei racconcia i templi per tutta l’isola; in molti luoghi dà del suo, perchè sieno edificati più presto. Innalza in Girgenti una Cattedra con infule pontificali; per suoi chirografi la dota a perpetuità di terreni, decime e varie altre entrate che bastino a mantenere il pontefice e il clero; fornitala largamente, oltre a ciò, di ornamenti e arredi sacri: alla quale chiesa ei prepone ed ordina vescovo un certo Gerlando, di nazione allobrogo, uomo, come si dice, di molta carità e nelle ecclesiastiche discipline erudito.»[740] Era dunque del Delfinato, o savojardo, questo vescovo, del quale il Malaterra non volle affermare le virtù, come il facea pe’ francesi: Stefano da Rouen nominato a Mazara, Ruggiero provenzale a Siracusa, e un bretone Ansgerio, come si ritrae da’ documenti, a Catania. Il quale sendo abate di Sant’Eufemia in Calabria e ricusando di abbandonare i monaci, ed essi lui, Ruggiero trovò modo di vincerlo. «Gli concede perpetuamente, ripiglia il Malaterra, la città di Catania e sue dipendenze. Egli, trovando inculta la Chiesa, come quella che di fresco era stata strappata di gola al popolo infedele, la prima cosa die’ mano ai lavori di Marta, tanto che in breve provvide la Chiesa di quanto le abbisognasse; e poi, alternando con gli studii di Marta que’ di Maria, adunò non piccolo stuolo di monaci e, come buon pastore, con la parola e con l’esempio, li sottomise al giogo di regola rigorosa.»[741]

Marta, in vero, meglio che Maria inaugurò la Chiesa siciliana; meglio che la vita contemplativa, l’opera civile: la propaganda cattolica, necessario stromento di governo nelle condizioni della Sicilia, musulmana più che mezza, e bizantina quasi tutto il resto; l’invito a coloni di Terraferma; il contrappeso alla feudalità laica. Ancorchè allo scorcio dell’undecimo secolo il periodo vescovile fosse quasi finito nell’Italia di sopra, par sia giovata la consuetudine di quella autorità ad attirare coloni ne’ feudi ecclesiastici della Sicilia con promessa di franchige, com’abbiamo notato dicendo di Catania e di Patti. E che la prova non fosse fallita, lo dimostra la concessione di Cefalù al vescovo, fatta il 1145 da re Ruggiero, insieme con una vera carta di franchige municipali. Ma il vescovo di Catania, l’abate di Patti, l’arcivescovo di Messina e gli altri vescovi e gli abati di monasteri liberi da giurisdizione vescovile, possedendo feudi da ragguagliarsi ai baroni e taluno a’ primarii del regno,[742] e dipendendo per molti rispetti dal re e per nessuno dall’aristocrazia militare, aggiugnean forza al principato di Ruggiero. Il quale, dovendo affidar loro sì vitali interessi dello Stato, chiamò alle sedi vescovili i suoi fidati, li fece entrare ne’ Consigli dello Stato[743]: ne’ quali rimasero pur troppo fino alla continua minorità di Guglielmo II. Le sette diocesi coincidono a un dipresso con le divisioni politiche nate tra i Musulmani verso la metà dell’undecimo secolo;[744] e le tornano esattamente per numero e con poco divario per circoscrizione, alle province odierne dell’isola: dove il numero de’ vescovi è ormai triplicato per la vanità di alcuni municipii e la cieca devozione de’ Borboni di Napoli, i quali procacciarono la istituzione di otto sedi novelle in ventotto anni.[745] Ma tornando addietro all’XI secolo, è da notare come la diocesi di Palermo fu di gran lunga più piccola che ogni altra: un trapezio da Corleone a Vicari, foce del fiume Torto e Capo di Gallo. E ciò si comprende, poichè Palermo ubbidiva al duca di Puglia quando il conte Ruggiero costituì le finitime diocesi di Traina, Mazarae Girgenti.[746] Fors’anco non si stendea più oltre la giurisdizione politica della città innanzi il conquisto.

Su la circoscrizione territoriale dell’isola abbiam detto altrove ritrarsi sotto la dinastia fatemita l’ordinamento dell’isola in iklîm, i quali sembrano distretti militari.[747] Or si ritrovano gli iklîm sotto i Normanni. Non ne cerchiam noi la prova ne’ passi d’Edrisi dove si fa menzione di parecchi iklîm della Sicilia; perocchè il geografo di re Ruggiero usa quel vocabolo genericamente; anzi, amando i giuochi di parole come ogni altro scrittore arabico de’ suoi tempi, loda l’ampiezza o la feracità dei territorii con dare talvolta allo stesso luogo le appellazioni di ’aml e di iklîm.[748] Ma quest’ultima voce occorre appunto in qualche diploma del XII secolo, estratto dai registri degli ufizi pubblici, che risalivano a’ principii della dominazione normanna.[749] Inoltre gli è da sapere che in quelle quattro circoscrizioni diocesane del conte Ruggiero nelle quali si leggono i nomi de luoghi,[750] scarsissimo n’è il numero al confronto di quello che dà Edrisi a capo di mezzo secolo, avvertendo pure ch’ei ricordi le città e terre principali e lasci addietro quelle di minor conto.[751] E per vero i diplomi ci ragguagliano di moltissimi villaggi taciuti dal geografo; talchè in qualche tratto di paese il numero cavato dai diplomi sta a quello di Edrisi, come il numero di Edrisi a quello della circoscrizione ecclesiastica. Il divario poi che corre tra questa e la descrizione geografica or or citata, nasce in alcuni casi dalla fondazione di nuove colonie; ma il più delle volte evidentemente vien da ciò, che la cancelleria del Conte notava nelle diocesi i soli capoluoghi, invece delle terre sottoposte alla giurisdizione politica e militare di ciascuno, ch’era, a creder mio, l’iklîm. Così nella vasta diocesi di Catania, descritta il 1091, si notano solamente Aci, Paternò, Adernò, Sant’Anastasia, Centorbi e Castrogiovanni, ciascuna delle quali è assegnata «con tutte le appartenenze sue:» e si vede che le appartenenze di Castrogiovanni stendeansi da una parte sino ai confini di Traina e dall’altra sino al fiume Salso;[752] ond’eranvi comprese Caltanissetta e Pietraperzia, taciute qui, ma nominate ben da Edrisi, con questa particolarità ch’egli attribuisce a ciascuna parecchi iklîm. Darò anco in esempio la diocesi di Palermo, alla quale il primo attestato di circoscrizione (1122) attribuisce soltanto Palermo, Misilmeri, Corleone, Vicari e Termini;[753] ma al dire d’Edrisi erano cospicue nella medesima regione Trabia, Cefalà, Marineo, Godrano, Margana, Menzil Iusuf, Caccamo, Brucato, Raia, Prizzi, Pitirrana e Abragia, terre anteriori, la più parte, al conquisto;[754] e, una trentina d’anni dopo Edrisi, i diplomi ci mostrano nell’iklîm di Corleone quattro villaggi,[755] e tra Palermo e Termini Ibn-Giobair vide il bel paesello di Kasr Sa’d,[756] le carte fanno ricordo di Ain-Liel[757] e di Rahl Esscia’rani.[758] Così anco nella diocesi di Mazara il diploma del conte Ruggiero ha dieci nomi[759] e sedici la geografia d’Edrisi. Si ritrae da’ diplomi inoltre che il territorio della città di Mazara prendea quasi tutto l’odierno circondario di tal nome e metà di quello d’Alcamo.[760] Vasto territorio anco sembra il val di Milazzo tenuto in feudo da Goffredo Borello ne’ primi tempi del conquisto.[761] Il conte Ruggiero ritenne dunque, chè altrimenti far non potea, gli iklîm de’ Musulmani, chiamandoli «appartenenze» del capoluogo;[762] i quali territorii, per la estensione loro, variavano tra il «mandamento» e il «circondario» della presente circoscrizione dell’Italia. Erano contadi, talvolta sì vasti, che alcuno, come Adernò, Paterno o Siracusa, divenne contea.

Pur se alcuni iklîm in Sicilia, come in altri paesi musulmani, eccedeano le proporzioni ordinarie, non si veggono a’ tempi del conte Ruggiero grandi circoscrizioni civili o militari che ne comprendessero tanti da potersi chiamare province. Se Edrisi dice che Sciacca era divenuta la città primaria[763] degli iklîm d’intorno, in luogo di Caltabellotta la cui popolazione s’era quasi tutta tramutata in quella città marittima, questo sembra fatto economico non amministrativo: d’altronde torna alla metà del XII secolo. Sola eccezione mi pare il Val Demone, citato qual nome di regione da due scrittori cristiani contemporanei al conquisto,[764] e come tale anco usato nella geografia di Edrisi[765] e in molti diplomi della fine dell’undecimo e prima metà del duodecimo secolo;[766] ancorchè per noi s’ignori se allo scorcio dell’undecimo, rispondesse all’antico nome un vero compartimento amministrativo. Io nol credo, perchè ne’ ricordi del conquistatore non rimane vestigio di altra autorità provinciale che i vescovi; perchè un ordinamento provinciale non è verosimile in quella prima applicazione della feudalità, dove i magistrati provinciali sarebbero stati i Conti; e perchè le province non avrebbero potuto differire, per numero nè per confini, dagli Stati musulmani distrutti. Pertanto rimanderei ai tempi di re Ruggiero la tripartizione in valli, o piuttosto la ristorazione di tal ordinamento, che si potrebbe riferire, sì come ho già detto, ai Musulmani.[767]

E tanto meno verosimile sarebbe un ordinamento di province sotto il primo Ruggiero, quanto risulta dalle croniche e da’ documenti ch’egli non ebbe mai capitale propriamente detta. Povero venturiere, si fece il primo nido in Mileto che sola possedea; levato a maggiori speranze in Sicilia, ne usurpò un altro in Traina; ma divenuto principe e potentato, alternò sempre tra Mileto e Traina quel che potrebbe chiamarsi il soggiorno suo, poche settimane, cioè, ch’ei posava in casa, correndo da impresa ad impresa, tra il Lilibeo e il Garigliano. Ei volle essere sepolto in Mileto;[768] fece comporre le ossa del figliuolo Giordano in Traina;[769] e quivi tenea il tesoro, quivi per qualche tempo la famiglia, ritraendosi che una sua figliuola, andando sposa in Ungheria, entrò in nave a Termini e quindi a Palermo, donde fece vela per la Dalmazia.[770]

La triplice origine degli abitatori della Sicilia portò seco tre denominazioni di magistrati, che a nome del principe reggessero le terre demaniali e del barone le feudali; rendessero ragione e riscuotessero le entrate. E veramente occorrono in moltissime carte del tempo i nomi di strateghi e vicecomiti; e due diplomi arabici del 1149 e 1154 danno entrambi il doppio titolo di ’Amil e Stratego di Giato ad un Abu Taib, il quale, insieme con gli sceikh cristiani e musulmani di Partinico, N»zh»r»d, Desisa e di Giato medesima, designava il sito e i confini di un terreno conceduto dal demanio regio.[771] Similmente in un atto notarile greco del 1156, appartenente a un comune dell’attuale provincia di Palermo, è citato un kâid Hosein, stratego.[772] Parve al Gregorio, se non certa, verosimil cosa che gli strateghi avessero avuta autorità maggiore e giurisdizione territoriale più vasta che i vicecomiti e che i primi fossero stati magistrati criminali, i secondi civili e d’azienda.[773] Ma novelli documenti e que’ medesimi dati alla luce infino al secol passato, dimostrano la competenza civile e amministrativa degli strateghi.[774] Che se veggonsi ad un tempo nello stesso luogo lo stratego e il vicecomite, come a Stilo di Calabria e in Siracusa,[775] ciò non prova esclusivamente la differenza del grado; ma il doppio uficio ben adattasi a terra abitata da due genti diverse, sì come in Palermo sedeva il cadì e il magistrato cristiano, e in Giato lo stesso uomo era ’âmil e stratego. Il fondamento del diritto pubblico della Sicilia in quel tempo, cioè che ciascuna gente fosse giudicata secondo sua legge, richiedea che a ciascuna si desse il proprio magistrato; e la primitiva semplicità ed economia dell’amministrazione portava che il giudice fosse incaricato di ogni altra faccenda del principe o del barone. Lo stratego, governatore di provincia nel IX secolo, era rimaso, com’io penso, supremo magistrato politico quando, caduta la dominazione bizantina, ciascuna città independente, tributaria o anche soggetta a’ Musulmani, si resse più o meno largamente da se medesima: e ciò non solo in Sicilia, ma avvenir dovea in varii luoghi della Calabria. Era dunque naturale che il conte normanno lasciasse il medesimo titolo al governatore ch’ei mandava nelle città greche e chiamasse vicecomite quello delle nuove colonie, come solean dirlo in casa loro.[776] Per la medesima ragione veggiamo l’’âmil nelle terre musulmane; se non ch’egli era privo di autorità giudiziaria, appartenendo questa ai cadi e agli hâkim.[777] Come portava lor civiltà superiore, ebbero i Musulmani, oltre gli appositi magistrati, anco leggi, se non buone, almen certe e coordinate da sottile giurisprudenza; mentre il codice dell’umanità, la legge romana, facea capo qua e là nelle consuetudini delle città cristiane, traendo seco qualche innovazione bizantina e lottando contro le barbariche usanze dei Longobardi e de’ Franchi.[778] Per vizio comune alle legislazioni europee, riserbossi il principe gli appelli nelle cause civili, facendole decidere da ottimati delegati a volta a volta. Ritenne egli inoltre i giudizii capitali nella più parte de’ feudi.[779]

Or toccheremo delle entrate pubbliche nei primi tempi normanni; nella quale ricerca e’ convien adoprare con maggior cautela, e quasi con diffidenza, i ricordi dell’ultima metà del XII secolo; sendo, i fatti in materia di azienda, assai più mutabili che quelli discorsi fin qui, verbigrazia le condizioni sociali o i municipii, e mancando pertanto quella presunzione d’un’origine più antica, che sovente ci ha confortati a riferire a’ principii della dinastia gli ordini che si ritraeano in su la fine. Intraprendiamo ricerca di fatti ch’ebbero grande conseguenza nella storia dell’Italia meridionale, perocchè il conte Ruggiero negli ultimi venticinque anni dell’undecimo secolo, salì a tanta potenza mercè l’oro, non meno che il ferro. Quella ricchezza ond’ei fu rinomato in tutta Cristianità, non potea venir dal solo bottino; non dal frutto de’ possessi demaniali, necessariamente scarso tra le fazioni di guerra e lo sconvolgimento sociale. E pur allora veggiamo il conte stipendiare grosse schiere di stanziali, largire doti regie a tante figliuole, porgere sussidii ai papi e, quel ch’era più grave, aiutar di danari il fratello nell’impresa di Grecia; e poi innalzare per ogni luogo chiese e monasteri. Donde venian cotesti tesori? E’ si direbbe che il conte avesse appresa l’alchimia dagli Arabi, o scoperto dassè il gran segreto: quel medesimo con che raddoppiossi d’un tratto il reddito della città di Palermo, come prima ei vi messe le mani.

La savia amministrazione, fondamento del gran segreto, sembra retaggio de’ tempi musulmani, ben usato dal vincitore. Avendo sotto gli occhi i ruderi, noi possiamo ricomporre in parte quell’antico edifizio. E prima scorgiamo un censimento universale di beni demaniali e feudali, chè gli uni e gli altri furono in origine la stessa cosa, possessi, cioè, dello Stato, de’ quali altri si concedeano in feudo, altri ricadeano al fisco e questo ne riconcedeva o ritenea. Provan cotesto censimento le platee de’ villani appartenenti a ciascun feudatario dell’isola, promulgate in Mazara, come già notammo, il 1093, che è a dir due anni dopo il compimento del conquisto;[780] poichè tanto valea concedere i villani, quanto la terra assegnata a ciascun di loro, detta rab’ ne’ documenti arabici, e cultura ne’ latini.[781] Nè mancano, nell’undecimo secolo, le vestigie di un’antecedente descrizione de’ territorii; sapendosi essere stato il casale di Regalbuto concesso il 1090 alla chiesa di Messina «con tutto il suo contado ed appartenenze, secondo le antiche circoscrizioni de’ Saraceni.»[782] Più precise notizie ci danno di cosiffatta descrizione le carte del duodecimo secolo, dalle quali si scorge che quel censimento, s’ei non raffigurava, come i nostri d’oggidì, una selva di righi e colonnini terminati col reddito di ciascun podere in lire e centesimi, che son pur cifre d’approssimazione e talvolta direbbonsi d’allontanamento, racchiudea, sì, la descrizione sommaria de’ confini noti a tutti in ciascun contado, la misura della superficie, il numero e i nomi de’ villani, e, alla grossa, la qualità del suolo.[783]