489. Le eccezioni sono rare. Radulfo Colonna, nel suo trattatello De translatione imperii dice, parlando appunto dell'impero: «Quam monarchiam, cum primum Octavianus Augustus deinde successores eius praeferrent, non uniformiter tenuerunt». E quasi subito dopo: «Imperium Romanum a Julio Caesare secundum quosdam, sed verius ob Octaviano Augusto primo Romanorum imperatore inchoatur». Questo ripete con le parole medesime Marsilio Menandrino, che pure scrisse un trattato De translatione imperii, copiando in massima parte quello di Radulfo Colonna, sebbene citi invece le Istorie di Landulfo Colonna. Honoré Bonnor, o Bonet, nell'Arbre des batailles (Parigi, per Antonio Verard, 1493, parte IIª, c. 2) riconosce che Ottaviano Augusto fu il primo imperatore: «Et vraiement il fut le premier empereur qui fut a rommes selon les vrayes histoires». Nel c. 13 dice che Giulio Cesare fu solamente chiamato principe di Roma. Di Cesare dice Giovanni Villani (Istorie Fiorentine, l. I, c. 29): «il detto Cesare levò l'ufficio de' consoli, e dittatori, ed egli primo si fece chiamare imperatore». L'opinione di Dante non appar chiara dal v. 57 del c. VI del Paradiso, dove dice, parlando del sacrosanto segno dell'impero,
Cesare per voler di Roma il tolle;
ma ciò che della pena di Bruto e Cassio narra nel c. XXXIV dell'Inferno fa sospettare che anch'egli avesse Giulio Cesare in conto di primo e legittimo imperatore. Secondo la Kaiserchronik (v. 523-5) quando Giulio Cesare fu divenuto imperatore i Romani cominciarono a dargli del voi. Lo stesso si racconta nel Libro Imperiale. Dante, parlando a Cacciaguida, ricomincia
Dal voi che prima Roma sofferie,
(Parad., c. XVI, v. 10), ma non accenna menomamente a Cesare. Ad esso accenna invece Fazio degli Uberti, quando dice, in un luogo del Dittamondo:
E pensa ancor come perduto visse
Colla sua Cleopatra oltre due anni
Colui a cui 'l Roman prima voi disse.
490. V. Birch-Hirschfeld, Ueber die den provenzalischen Troubadours des XII und XIII Jahrhunderts bekannten epischen Stoffe, Halle, s. S., 1878 p. 25.
491. Ed. dell'Andressen, v. I, v. 47-52.
492. Inferno, c. IV, v. 123.
493. Cod. della Nazion. di Torino L, V, 6, f. 203 r., col, 1ª.
494. Cod. Casanat., p. 11 r., col. 1ª.
495. Vita di Cola di Rienzo, l. II, c. I, ap. Murat., Ant. ital., t. III, col. 399.
496. Pubblicata non ha guari dal Settegast, Halle, 1881.
497. V. Histoire littéraire de la France, t. XIX, p. 686.
498. V. Bartoli, Storia della letteratura italiana, v. III, p. 48-51. Questa versione fu pubblicata da Luciano Banchi nella Collezione di opere inedite o rare, Bologna, 1863. Vedi una critica che di questa pubblicazione fece il Mussafia nel Jahrbuch für romanische Literatur, v. VI, p. 109 segg.
499. L'unico manoscritto si conserva a Parigi nella Bibl. Nat., segnato Fr. 1457. V. Joly, Benoit de Sainte-More et le roman de Troje, v. II, p. 383-5; Hist. litt. de la Fr., t. XIX, p. 681; Settegast, Jacos de Forest e la sua fonte, Giorn. di fil. rom., v. II, p. 172 segg.
500. Bartoli, St. d. lett. it., v. II, p. 325 segg.
501. Fu stampato ad Abbeville nel 1487, a Parigi nel 1507. Ant. Rodriguez ne fece una versione spagnuola.
502. CCLIII.
503. Cartier, Mémoires de la Société des antiquaires de l'Ouest, 1841, p. 243-5.
504. Parte 1ª c. CI. V. le varie opinioni seguitate dagli antichi in Sparziano, Vita Aelii Veri, I.
505. Cod. della Bibl. Nat. di Parigi Esp. 46, f. 74 r. e v.
506. L. II, c. 3-7.
507. V. 255 segg.
508. Nel testo più antico di Vorau, pubblicato dal Diemer, Vienna, 1849, si legge il verso:
o v
als ain flut uoren si zerome indaz lant.
Lo stesso si narra nell'Annolied. V. Hoffmann, Fundgruben für Geschichte deutscher Sprache und Litteratur, Breslavia, 1830-7, v. I, p. 251.
509. Aulo Gellio poneva gli Sciapodi nell'estremo Oriente, Solino nell'India, Plinio, Esichio, Sant'Agostino, Isidoro di Siviglia li ponevano in Africa. V. Berger de Xivrey, Traditions tératologiques, Parigi 1836, p. 90-2.
510. Cod. Casanat., l. II, c. 21, p. 22, col. 1ª.
511. Col nome di Turchi si trovano spesso designate molte e varie popolazioni dell'Asia.
512. L'Erminia maggiore era l'Armenia maggiore.
513. Cod. Laurenz. pl. LXII, 12, conto XXX, f. 236 r.
514. Cap. 97.
515. Questo medesimo errore si trova nel Liber moralizationum historiarum dell'Holkoth, ed. del 1586, Moralitas III.
516. Cod. Casanat., l. I, cc. 8-13, p, 14. col. 2ª, a 16 col. 1ª. Cf. le descrizioni che de' trionfi fa Roma nel l. II, c. 3 del Dittamondo.
517. Il cod.: farnanie, ma altrove: fornacie.
518. Meglio forse il cod. Marciano: tutti e ballatori e armeggiatori chon gente festereccia chon infiniti strumenti.
519. Il famoso Bucefalo di Alessandro Magno è qui usurpato da Cesare.
520. Il cod., per errore: sechondo.
521. Il cod., chiesa.
522. Il cod., che me de.
523. Intendi Nicomede e Bitinia.
524. Il racconto del Libro Imperiale non deriva da fonti francesi. Cf. quanto dei trionfi romani si dice nella Hystore de Julius Cesar di Giovanni di Tuim, ed. del Settegast, p. 8-10, Jacot de Forest racconta nei seguenti termini il trionfo di Cesare dopo la guerra di Spagna (ap. Joly, op. cit., v. II, p. 390-1, n. 3):
Quant li païs d'Espagne fu trestoz aquitez
Et que Cesar ot touz ses anemis matez
Et as autres se fu si en pais racordez
Que de nului ne fu guerroiez ne grevez
Lors est li ber à Rome en joie retornez;
Si fu donc receuz à Rome et honorez
Del ator du triomphe qui li fu presentez
Li triomphes cest ce qu'ainçois qu'il fust entrez
En Rome la cité contre lui est allez
Et li poeples de Rome et trestouz li ber nez.
Et si li fu un chars contre lui amenez
Qui toz estoit d'argent et d'or enluminez,
Et IIII blanch chevaus i avoit acouplez
Que por traire le char i avoit ajoustez.
Et quant Cesar li ber fu vestus et parez
A vesteure d'or sor le char est montez
Et toz les poeples iert entor lui ajoustez.
Ensi com coustume iert Cesar lor a contez
Les estors qu'il a fais, ces a briement nomez
Les barons et les princes que il avoit matez,
Et les païs aussi qu'il avoit conquestez;
Et quant iço lor ot conté briement assez
Lors fu de tot le poeple hautement saluez,
Et princes et poissans hautement apelez.
S'ot entor lui granz chans et granz deduiz menez,
Si ot timbres, tabors, cors et flaioz sonnez.
Si en est parmi Rome en tel guise passez
Tant qu'au maistre palais de Rome est arestez,
Et lors descent du char, si monte les degrez
Dou palais principal qui de marbre est pavez.
Et quant enz el palais ot trestoz assemblez
Les barons de la cit, granz dons lor a donez
Si a terres et fiez as plusors divisez;
Et adonc fu Cesar esluz et eslevez,
A empereur fu de Rome couronez.
S'ot donc li ber emplies ses pluseurs volontez
Por que de Rome fu emperere apelez.
525. In più di un romanzo francese Giulio Cesare è ricordato quale autore dei chemins ferrés.
526. Fiorita, conto XXXII. Un libro delle armi e degli stemmi delle famiglie illustri di Francia, stampato a Parigi nel 1645, è intitolato: Le Cesar armorial. In fronte al volume una incisione rappresenta Cesare combattente, sotto a cui le parole: Sed quid contra sonantem Caesaris aegidam possent ruentes.
527. Isidoro di Siviglia, Etymol., l. V, c. 33; Beda, De div. temp., De rat. comp., c. 7, De rat. tem., c. X, ecc. Filippo di Thaun dice nel Livre des Creatures (ed. cit., p. 32):
Mais Julius chi puis fud iloc dux
Al sedme mois posat son nom, Juil l'apelat
Pur ço qu'il fud net en nul que ai numet.
Quanto alla significazione dei nomi latini dei mesi, nel medio evo, in generale, si accettano le spiegazioni date già dagli antichi. (V. tuttavia quanto a proposito del mese di Gennajo si è notato nel cap. VI, p. 219). Lo stesso dicasi dei nomi di calendae, nonae, idus, ecc. Filippo di Thaun (p. 33) dice che nelle calende si facevano venire a Roma gli abitanti di tutto il regno,
Trestuz icels del regnet à Rome la citet.
528. Ist. Fiorent., l. I, c. 30-32.
529. La descrizione che il Villani ne fa (c. 36) ricorda quella che del Circo di Tarquinio Prisco si legge nei Mirabilia (v. cap. VI, p. 135) e si riferisce evidentemente ad un circo od anfiteatro di cui rimanevano ancora gli avanzi. Giulio Cesare, stando ad assedio a Fiesole, comandò ad alcuno dei suoi «che dovessero andare nella villa di Camarti presso al fiume d'Arno et ivi edificassero Parlatorio per potere in quello fare suo parlamento, et per una sua memoria lasciarlo. Questo edificio in nostro vulgare havemo chiamato Parlagio. Et fu fatto tondo et in volte molto maraviglioso con piazza in mezzo. Et poi si cominciavano gradi da sedere per tutto attorno. Et poi di grado in grado sopra volte andavano allargandosi in fino alla fine dell'altezza, ch'era alto più LX. braccia. Et havea due porte, et in questo si ragunava il popolo a fare parlamento. Et di grado in grado sedeano le genti: al disopra i più nobili, et poi digradando secondo le degnità delle genti; et era per modo che tutti quelli del parlamento si vedevano l'uno l'altro in viso. Et udivasi chiaramente per tutti ciò che uno parlava; et capeavi ad agio infinita multitudine di gente, e 'l diritto nome era Parlatorio. Questo fu poi guasto al tempo di Totile, ma ancora ai nostri dì si ritrovano i fondamenti, et parte delle volte presso alla Chiesa di Santo Simeone in Firenze. Et infino al cominciamento della piazza di Santa Croce, et parte de' palagi de' Peruzi vi sono su fondati et la via, che è detta Angiullaja, che va a Santa Croce, va quasi per lo mezzo di quello parlagio».
530. Cap. 33-38.
531. Cap. 38. «Distrutta la città di Fiesole, Cesare con sua hoste discese al piano presso alla riva del fiume d'Arno, là dove Fiorino fu morto da i Fiesolani, et in quello luogo fece cominciare a edificare una città, acciò che mai Fiesole non si rifacesse; et rimanendo i cavalieri Latini, i quali seco havea arricchiti delle ricchezze de' Fiesolani, i quali Latini, Tuderini erano appellati. Cesare dunque compreso lo edificio della Città, et messevi dentro due ville dette Camarti, et villa Arnina, voleva quella per suo nome appellare Cesaria. Il Senato di Roma sentendolo, non sofferse, che Cesare per lo suo nome la nominasse; ma feciono decreto, et ordinarono, che quegli maggiori Signori ch'era stati alla guerra di Fiesole, et allo assedio, dovessero andare a fare edificare con Cesare insieme, et popolare la detta Città, et qualunque di loro soprastesse al lavorio, cioè facesse più tosto il suo edificio, appellasse la Città di suo nome, o come a lui piacesse. Allhora Macrino, Albino, Gneo Pompeo, Marzio, apparecchiati fornimenti et di maestri, vennero da Roma alla Città che Cesare edificava, et insieme con Cesare si divisero lo edificio in questo modo: che Albino prese a smaltare tutta la Città, che fu uno nobile lavoro, et bellezza et nettezza della Città. Et ancora hoggi del detto smalto si trova cavando, massimamente nel sesto di Santo Pietro Scheragio, et in Porta San Piero del Duomo, ove mostra che fosse l'antica Città. Macrino fece fare il condotto delle acque in ancora, facendole venire da lungi alla Città per VII. miglia, acciochè la città avesse habondanza di buona acqua da bere, et per lavare la Città; et questo condotto si mosse fino dal fiume detto la Marina a pie' di Monte Morello, raccogliendo in sè tutte quelle fontane sopra Sexto, Quinto et Colomata. Et in Firenze faciano capo le dette fontane a uno grande Palagio, che si chiamava termine caput aquae, ma poi in nostro vulgare si chiamò Capaccio, che ancora hoggi in termine si vede l'anticaglia. Et nota, che gli antichi, per sanità usavano di bere acqua di fontane menate per condotti, perchè erano più sottili et più sane, che quelle de' pozzi, però che pochi, anzi pochissimi beveano vino, anzi acqua beveano di fontane per sanità, menate per condotti. Et pochissime vigne erano ancora. Gneo Pompeo fece fare le mura della Città di mattoni cotti, et sopra le mura della Città edificò torri ritonde molto spesse, per ispatio dall'una torre all'altra di XX. cubiti, sì che le torri erano di grande bellezza et fortezza; et del compreso et giro della Città quanto fossi non troviamo Cronica che ne facci mentione; se non che quando Totile Flagellum Dei la distrusse, fanno le historie mentione che era grandissima. Martio l'altro Signore Romano fece fare il Campidoglio al modo di Roma, cioè Palagio, ovvero mastra fortezza della Città, et quello fu di maravigliosa bellezza. Nel quale l'acqua del fiume per gora con cavata fogna venia, et sotto volte, et in Arno sotto terra si ritornava, et la Città per ciascuna festa dallo sgorgamento di quello era lavata. Questo Campidoglio fu dove è hoggi la piazza di Mercato vecchio, di sotto alla Chiesa, che si chiama Santa Maria in Campidoglio. Et questo pare più certo. Alcuni dicono che fu dove hoggi si chiama il Guardingo, di costa alla piazza del palagio del popolo et de' Priori, la quale era un'altra fortezza. Guardingo fu poi nominata l'anticaglia de' muri et volte, che rimasero disfatte dopo la destruttione di Totile, et poi vi stavano le meretrici. I detti Signori per avanzare l'uno lo edificio dell'altro con molta solicitudine si studiavano, ma in uno medesimo tempo per ciascuno fu compito. Sì che nessuno di loro hebbe acquistata la grazia di nominare la Città per lo suo nome et volontà. Onde fu al cominciamento per molti chiamata la picciola Roma, altri l'appellavano Floria, perchè Fiorino fu quivi morto, che fu el primo edificatore di quello luogo, et fu in opera d'arme et di cavalleria Fiore, et in quello luogo et campi d'intorno, ove fu la Città edificata, sempre nascono fiori et gigli. Poi la maggiore parte delli habitanti furono consentienti di chiamarla Floria, siccome fossi in Fiori edificata, cioè con molte delitie; et di certo così fu, però ch'ella fu populata della miglior gente di Roma, et di più sofficienti mandati per li Senatori di ciascuno Rione di Roma per errata, come toccò per sorte che l'habitassero. Et accolsero con loro quelli Fiesolani, che vi vollono habitare. Ma poi per lo lungo uso del vulgare fu nominata Fiorenza, cioè s'interpreta spada; et troviamo ch'ella fu edificata anni DCLXXXII. dopo la edificatione di Roma, et anni LXX. anzi la Natività del nostro Signore Jesu Christo. Et nota, perchè i Fiorentini sono sempre in guerra et in divisione tra loro, che non è da maravigliare, essendo stratti et nati di due popoli così hora contrarj et nimici, et diversi di costumi, come furono i nobili Romani vertudiosi, et Fiesolani, crudi et aspri di guerra».
532. V. i Gesta Florentinorum di Sanzanome, e l'anonima Chronica de origine Civitatis, pubblicati dall'Hartwig, Quellen und Forschungen zur ältesten Geschichte der Stadt Florenz, parte 1ª, Marburgo, 1875. Nulla si sa circa la origine della leggenda. (V. quanto lo stesso Hartwig dice a pag. XV e segg. del suo scritto). Dai Gesta e dalla Chronica attinge il Villani; ma il suo racconto è più diffuso. A proposito della nuova città, che Cesare avrebbe voluto chiamare col suo nome, nella Chronica si legge: «Senatoribus et consulibus Romanorum non permittentibus statuerunt quod unus ex nobilibus civibus Romanorum muros civitatis deberet fieri facere et turres cum depressas per girum murorum civitatis praedictae ad similitudinem urbis Romae. Alius vero deberet fieri facere Capitolium sicut erat in urbe Romana. Alius autem deberet fieri facere docceas unde duceretur aqua a longo per VII miliaria, ut lavaretur civitas per unamquamque diem solemnem. Et alius deberet fieri facere persalium, gardingum et termam sicut erat in urbe Roma».
533. Ist. Fior., capp. 14-21.
534. È noto come spesso nella leggenda si scambino Attila e Totila.
535. Inferno, c. XV, v. 61-3.
536. Si enumerano nella Kaiserchronik e nella Veltchronik di Rudolf von Ems continuata da Heinrich von München. Ruperto nella sua narrazione De incendio tiutiensi, dice a proposito della costruzione del castello di Deutz (Tiuze, Diucia, Tiutium): «Porro de constructione castri diversa opinio est, aliis opinantibus fuisse opus Julii Caesaris, aliis asserentibus, quod tempore, quo imperator Constantius et filius eius Constantinus expeditionem in Galliis habuerunt, constructum fuerit ab eodem Constantino, devictis Francis». (Ap. Pertz, Script., t. XII, p. 632). La città dl Julina (Wollin) sarebbe stata anche essa fondata da Giulio Cesare. Ebbone, nella Vita Ottonis episcopi Babenbergensis (l. III, ap. Pertz, Script., t. XII, p. 858) dice che in quella città si vedeva ancora la lancia di Giulio Cesare infissa in una colonna, ob memoriam eius infixa servabatur. Anzi gli abitanti la veneravano ancora al tempo del vescovo Ottone. (Monachi Prieflingensis Vita Ottoni episcopi Babenbergensis, l. II, nel t. cit. del Pertz, p. 691). Magdeburgo fu fondata da Cesare (Annales Magdeburgenses, ap. Pertz, Script., t. XVI, p. 143), e da Cesare ebbe il nome la Dacia (Annales Ryenses, ap. Pertz, Script., t. XVI, p. 392).
537. Op. cit., v. I, p. 235. «A cel temps avient à Romme, quant ons fendoit I pain qu'ilh en issoit sanc à fuison; et braioient les biestes mues par les bois et altrepart, ilhs sembloient eistre enragiés. Et durat chu III jours et III nuites. Adont vienrent les senateurs à Virgile, et li priarent qu'ilh leur vosist dire la signifianche que chu signifioit. Et ilh leur dest que ly pains signifioit Julius Cesaire, qui seroit ochis anchois I an acomplis, en temple où ilh devroit faire reverenche a leurs dieux; et les biestes signifioient que III jours anchois sa mort venront diverses signe à Romme, et queli peuple ploroit Julien Cesaire apres sa mort».
538. Cod. Laurenz., pl. XLIII, 21 f. II v. Cf. la Cronaca di Alfonso il Savio, parte lª, c. CVI. V. Svetonio, Caes., 81.
539. Il terzo segno nel Libro imperiale così si descrive (cod. II, IV, 281 della Nazion. di Firenze, f. 16 r. e v.): «Il quarto giorno stette Cesare in gran solazzo, quasi dimenticando ogni segno a lui apparito. Et aveva Cesare la donna; di chui gente fosse non troviamo. La notte si choricò con lei in gran solazzo, et il tempo era pulito et chiaro. Et eccho nella mezzanotte si levò uno terribile vento; ma non fu solo, che tutti insieme chombatterono li venti, et la mattina segguente doveva essere la morte di Cesare. Udendo Cesare tale tempesta si fu svegliato, et ascoltando el tempo aperse tutte le finestre del palazzo, et parevagli che moltitudine di gente fosse per la sala; onde si levò, et come ardito et francho vighorosamente s'armò et andando per la sala fino alle finestre non trovò persona. Et udiva voci per l'arie dicenti: Domani a morte sarà chi non si ghuarda. Cesare aveva più volte uditi spiriti parlare, perchè era grande negromante, et però non li parve cosa nuova quelle voci. Onde riserrò le finestre, e tornossi a riposare nel letto». Altro segno della imminente sciagura è la morte del cavallo col corno in fronte.
540. L. IV, c. 2.
541. Ciò che qui si dice del bue e dell'agricoltore ricorda un prodigio consimile che si pone tra i segni annunziatori della venuta di Cristo.
542. Ciò che Eginardo racconta dei segni che annunziarono la morte di Carlo Magno somiglia troppo alle favole che, circa la morte di alcuni imperatori, si trovano negli storici latini. Ricorda in più particolar modo uno dei segni precursori della morte di Augusto quanto egli narra di una parola di certo epigramma cancellata nella cattedrale di Aquisgrana. «Erat in eadem basilica in margine coronae, quae inter superiores et inferiores arcus interiorem aedis partem ambiebat, epigramma Sinopide scriptum, continens, qui auctor esset eiusdem templi; cuius in extremo versu legebatur: Karolus princeps. Notatum est a quibusdam, eodem quo decessit anno paucis ante mortem mensibus eas quae princeps exprimebant, litteras ita esse deletas, ut penitus non apparerent» (Vita Caroli, c. 32, ap. Jaffè, Monumenta Carolina, p. 537). È noto del resto che, nello scrivere la vita di Carlo Magno, Eginardo si tenne innanzi come modello le Vite di Svetonio.
543. Cod. Laurenz. pl. XLIII, 21, f. 10 r.
544. L. II, c. 26, cod. della Nazion. di Torino L, II, 15, f. 120, v., col. 2ª a f. 122 r., col. 1ª.
545. Le cinquiesme volume des anciennes Croniques Dangleterre, ecc., Parigi, 1532, c. IV.
546. V. Sinner, Catalogus codicum mss. bibliothecae Bernensis, v. II, p. 149-50.
547. I Fatti di Cesare, p. 305.
548. Polychronicon, l. III, c. 42.
549. L. II, capp. 30-35, cod. Casanat., p. 50, col. 2ª a 57, col. 2.
550. Il cod. Marciano: tutti li romani.
551. Il cod. Laurenz.: punto di lena.
552. Il cod. Laurenz.: d'uno cervio.
553. Il cod.: el poadoro a ritroso; il cod. Laurenz., a ritroso nel champo d'oro.
554. Il cod., et nel messo acchonciorono et intorno; il cod. Marciano: et d'intorno achonciarono.
555. Il cod.: al.
556. Il cod.: strenuo.
557. Il cod.: giulia.
558. Parad. c. VI.
559. Fra i codici Canoniciani della Bodlejana ad Oxford uno ve n'ha (n. 136) che mi duole di non aver potuto più attentamente esaminare durante un troppo breve soggiorno in quella città. In esso si contiene una storia di Giulio Cesare in dialetto veneto, compilata principalmente sopra Lucano, e divisa in capitoli con le loro rubriche. Il codice fu finito di scrivere Ano dni 1454 die primo setenbris. La narrazione comincia da Romolo e Remo e giunge, come nel Libro Imperiale, sino ad Enrico VII di Lussemburgo, ma dalla narrazione del Libro Imperiale è totalmente diversa. Il titolo suona così: Qui comenza le zesarie batalie Romane e come per suo prodeza se feze primo imperatore. Comincia: «Lo nostro signor dio feze li zielli e poi le acque e tuto l'universo mondo, lo qualle mondo tuto sotomise ad Adamo nostro primo padre. Adamo ebe tutto el mondo prima a suo governo, e poi la sua desendenzia tuti desiderò la signoria de le cosse terene. Non guardando reverenzia l'uno a l'altro perchè fusero de mazor etate». Non so in che relazione questo racconto possa stare coi racconti francesi ricordati di sopra. A proposito della morte di Giulio Cesare al f. 70 v. si legge: «Li Romani pilloro quello corpo e misselo ne la piaza. Lo remor fo grande per la tera. A l'arme corse zitadi[ni], terreri, populari e forestieri. La parte che ozise Zesaro aveano de molti soi amizi armati, i qualli venero a la piaza per suo difesa. Ma li amizi de Zasero soperchiero per forma che li zitadini che l'olzise se convine fugir da la piaza, se no seriano stati morti, e insino fuora de la zitade, sino a che lo remor arquanto se aquietò».
560. Lo stesso nella Graphia. Giovanni Cavallino, Polistoria l. VII, c. I: «iuxta quod est agulia Cesaris primi monarche Romanorum, in cuius pinaculo corpus eius interemptum urna sferica speculatur sepultum».
561. V. 624.
562. Liber moralizationum historiarum, Moralitas III.
563. C. 159. Traggo questo passo da un codice; nella stampa veneziana del 1577 esso occorre alquanto diverso. Inoltre l'autore soggiunge: «Similem pyramidem extruxit Cesar Turonis iuxta ripam Liguris, et in ea inclusit cuiusdam sui amici cineres, qui fuit interfectus».
564. Cod. L, II, 10, f. 106 v.
565. V. Massmann, Kaiserchronik, v. III, p. 537.
566. Caes., 85.
567. Ciò è poi dall'Anonimo ripetuto anche altrove. A questo suo errore diede certamente origine l'iscrizione seguente che si legge sull'obelisco vaticano: DIVO. CAESARI. DIVI. IVLII. F. AVGVSTO. TI. CAESARI. DIVI. AVGVSTI. F. AVGVSTO. SACRVM. L'Anonimo dice sepolti sotto a guglie anche Trajano ed Antonino Pio.
568. Degli avanzi di questa guglia dice inoltre: «Alia quae nunc fracta in sancto Mauro, puto, postquam secundum apparentiam alicuius tituli ibi stat, quod fuit illa in Foro, ubi cinis et ossa Caesaris steterunt, quia longitudo quasi apparet cum illis aliis tribus petiis circa ipsam existentibus, et de loco ubi ipsa nunc stat nullum aliud dicitur, nisi quod vulgariter dicitur schola Bruti».
569. Cod. Vatic. 4792, f. 212 v, col. 1ª e 2ª. Cf. il passo corrispondente della versione italiana, c. 67.
570. Kaiserch., v. III, p. 538.
571. Cf. Gregorovius, Gesch. d. St. Rom., v. III, p. 557.
572. Otia imperialia, decis. II, 9.
573. Parte XVª.
574. Ma nello Speculum Regum (ap. Pertz, Script., t. XXII, v. 837-9):
Mira sepultura stat Caesaris alta columpna,
Regia tructura, que rite vocatur Agula.
575. Cod. della Nazion. di Torino H, V, 37, f. 45 v. a 46 r.
576. In certe altre cronache manoscritte, conservate ancor esse nella Nazion. di Torino (cod. E, V, 8, f. 2 r., col. 1ª) è detto: «In concha aurea super columpnam que olim Iulia, nunc acus sancti Petri dicitur, sepelitur». Nella cronaca di Giordano (cod. Vatic. 1960, f. 80 v., col. 1ª): «In Foro quoque columna lapidea prope .XX. pedum erecta est, super quam tumulatus est, aiulia dicta est, nunc acus vocatur».
577. Cod. della Nazion. di Torino L, IV, 27, f. 117 v.
578. L'arbre des batailles, parte II, c. 13.
579. Parte 1ª, c. CVI.
580. Commento alla Divina Commedia, c. IV, v. 121-9.
581. Kaiserch., v. III, p. 538.
582. Oppure:
Sed si sint plures dic ubi congeries;
o anche semplicemente:
Si plures dic ubi contigui.
Qualche volta i versi sono tre, come nei Mirabilia di un Codice Harlejano (n. 562, f. 5 r.):
Si lapis sit unus dic qua sit arte levatus,
Si lapides bini dic ubi contigui,
Si lapides plures dic ubi congeries.
Qualche altra volta giungono a quattro, come nei Mirabilia di un codice Casanatense segnato D, V, 13, f. 148 v.:
Mira sepultura stat Cesaris alta columpna
Regia structura quanta non extat in aula:
Si lapis est unus dic qua fuit arte levatus,
Et si sunt plures dic ubi congeries.
Così si ha, presso a poco, anche nei Mirabilia Rome urbis più volte stampati da Stefano Planck. Spesso questi versi vanno a legarsi coi due già riportati di sopra, i quali formano propriamente l'epitafio di Giulio Cesare.
583. De laudibus divinae sapientiae, dist. Vª, v. 316-20.
584. Cod. L, IV, 18 della Nazion. di Torino, f. 40 v.
585. Cod. E, V, 8 della Nazion. di Torino, f. 2 r., col. Iª.