Caesar tantus eras, quantus et orbis,

Sed nunc in modico clauderis antro.

Et haec memoria sacrata fuit suo honore, sicut adhuc apparet et legitur»[560]. Questa descrizione si trova ripetuta infinite volte in libri d'ogni maniera. Nella Kaiserchronik si dice che le ossa di Cesare furono poste in cima a un irmensûl;

sîn gebeine ûf ein irmensûl sie begruoben[561].

L'Holkoth si scosta dalla comune tradizione, dicendo[562]: «Legitur in Chronicis, quod anno ab urbe Roma condita XXIII. (sic) populus Romanus columnam in foro Romano statuit: et ibi statuam quoque Julii Caesaris statuerunt, et super caput statuae nomen IULII scripserunt et sub ipsa statua eum sepeliverunt». Giovanni Beleth chiama l'agulia piramide nel Liber de ecclesiasticis officiis[563]: «Pyramis dicitur a Pyr, quod est ignis. Sicut ignis a lato incipit et tendit in altum, sic et pyramis, et est altissimum genus sepulture. Talis est Rome, in qua fuerunt positi cineres Julii Cesaris, et vocatur acus sancti Petri». In una breve storia francese degli imperatori, che si conserva manoscritta nella Nazionale di Torino[564], il nome dell'agulia diventa il nome di una piazza: le ceneri di Giulio Cesare riposano «en une pomme d'ereen doree sor une haulte colombe de marbre ou marchiet qu'on dist Julie a Romme». Enenkel sembra confondere l'agulia con la colonna Antonina o Trajana[565].

Che la tradizione riportata nei Mirabilia si leghi per qualche parte a quanto della colonna di Cesare narra Svetonio mi sembra innegabile. Dice Svetonio[566] che il popolo eresse in onore di Cesare morto una colonna alta venti piedi: «Solidam columnam prope XX. pedum lapidis numidici in Foro statuit scripsitque Parenti Patriae, apud eandem longo tempore sacrificare vota suscipere, controversias quasdam interposito per Caesarem jurejurando distrahere perseveravit». Sebbene Svetonio non fosse nel medio evo tra gli scrittori più conosciuti, non era però tra gl'ignorati, e questo passo deve avere contribuito a far nascere la leggenda dei Mirabilia. L'Anonimo Magliabecchiano ritorna in parte alla tradizione classica. Egli sa che la guglia in Vaticano non è il sepolcro di Cesare, ma asserisce invece che vi erano state poste le ceneri di Ottaviano e di Tiberio. Nel capitolo delle agulie egli dice: «Alia vero minoris longitudinis posita fuit in Vaticano cum cineribus duorum imperatorum, scilicet Octaviani et Tiberii[567].» Poi soggiunge: «Alia vero fuit posita in Foro maiori, sub Capitolio, a latere sancti Adriani, unde per Viam Sacram intrabatur per eam, et ibi cum cinere et ossibus Iulii Caesaris posita fuit, et fuit quadraginta pedum cum stella in vertice, propter quod in illis diebus mortis Caesaris apparuit stella comata que visa fuit ab omnibus, ut Suetonius ait animam Caesaris esse in coelum ascensam». E più oltre dice ancora: «..... cadaver Iulii Caesaris fuit combustum iuxta tumulum Iuliae praedictae, et postea positum in agulia in Foro publico, ut vult Suetonius particulariter narrando de vita, morte, virtutibus et viciis ipsius»[568]. Ma la storia francese anonima di Giulio Cesare si raccosta ancor più a Svetonio quando dice[569]: «Puis fist fere li pueples a Cesar une piramide numidienne quarree sor .III. colombes de cuivre haute et masseice; en son fu mise la poudre dou cors Cesar en un pomel de cuivre dore. Li cors de la colombe disoit: Ci gist li peres dou pais. Lonc tens fist hom illec sacrefices et veuz et iuroient illec de leurs quereles par Cesar ainsi et ainsi».

Ma non piccola parte nella formazione della leggenda medievale ebbe probabilmente il nome stesso di agulia. Il Massmann pone innanzi, ma senza risolverlo, il dubbio se mai agulia non derivi da Julia, e ricorda come in Roma ci fosse la basilica Julia, la curia Julia, la porticus Julia, ecc.[570]. Ma non vi può essere luogo a così fatto dubbio quando l'etimologia di aguglia (agulia è forma latinizzata) è conosciuta e manifesta: acus, acucula, agucchia-aguglia, come speculum, specchio-speglio. Nel medio evo si credette che guglia altro non fosse che una corruzione di giulia, e su questo epiteto (Colonna giulia, o, a dirittura, la Giulia) si fabbricò, secondo il vezzo dei tempi, la leggenda[571]. Molti scrittori affermano che in origine la guglia si chiamò Julia, e Gervasio di Tilbury la chiama Julia Petra[572]. A tale proposito si hanno nel Pantheon[573] di Gotofredo da Viterbo questi versi:

Mira sepultura stat Caesaris alta columna,

Dicta fuit Julia, sed populus dicit Agullam,

Aurea concha patet, qua cinis ipse jacet[574].

Nelle già citate croniche latine da Noè sino all'anno 625 dell'era volgare si dice[575]: «Eius vero Iulii cadaver fuit incineratum et positum in cacumen cuius-[dam] columne mirabilis altitudinis, que longo tempore dicta fuit Iulia, modo vulgari sermone dicitur Agugia»[576]. E in certe cronache francesi[577]: «Et fut intimules a Romme ou marchie, en la columpne laquelle est nommee Iule». Più esplicitamente ancora Honoré Bonnor[578]: «Mais apres sa mort les rommains le firent mettre en ung moult riche tombel sur une columpne de marbre, en la plus belle place du marchie de Romme..... Et fut appellee la colonne iulienne, et est encores». Nella Cronaca di Alfonso il Savio si legge[579]: «..... è metieron los polvos del en una mançana de oro, y fizieron un pilar mucho alto à maravilla è muy fermoso de muy fuerte piedra, è pusieron aquella mançana eu somo, è pusieron nombre aquel Pila Iulla, por honra de Iullo Cesar, è agora es llamada el Aguja de Roma». E Francesco da Buti[580]: «..... il corpo suo fu incenerato e messo in uno vasello di metallo in su una pietra altissima che oggi è chiamata la Giulia, e che comunemente si dice la Guglia». Persino il Boccaccio, parlando di Cesare nel De casibus illustrium virorum, dice che il vero nome di quella che il volgo chiama Agulia è Giulia.

A far sì che la leggenda si legasse piuttosto all'obelisco vaticano che non ad altro può avere anche contribuito l'iscrizione riportata di sopra, e le parole dei Mirabilia lo farebbero credere.

Circa l'altezza della guglia discordano molto le indicazioni. I venti piedi assegnati da Svetonio alla colonna eretta in onor di Cesare ricompariscono qua e là, ma sono più spesso oltrepassati di molto. Enenkel parla di 6 klafter, ossia 36 piedi; una versione tedesca di Martino Polono, citata dal Massmann[581], di 120 piedi, e così ancora Honorè Bonnor; Ranulfo Higden di 250. La meraviglia che un monumento sì fatto inspira nel medio evo si palesa in due versi, che compajono in alcune recensioni dei Mirabilia e in molte altre scritture:

Si lapis est unus dic qua fuit arte levatus,

Si lapides multi dic ubi contigui[582].

Ma Alessandro Neckam è il solo che spieghi il miracolo[583]:

Julia stat cinerum servatrix fida tuorum,

Juli, materiam consulis, error adest.

Marmoreus pulvis contritus, aquae sociatus,

Trullam commendat artificisque manum.

Sic surrexit opus, sic est erecta columna,

Basi bis bino fulta leone sedet.

I due versi che nel passo dei Mirabilia riportato più sopra formano l'epitafio di Giulio Cesare, si ritrovano anch'essi in molti luoghi, o semplicemente ripetuti, oppure variati, parafrasati, tradotti. In una cronaca francese manoscritta si leggono i seguenti[584]:

Cesar, tu voulsis tout le monde.

Et tu es en boullecte ronde:

Saiche chascun qu'il morra;

Ia la mort gloire ne tendra.

Talvolta la iscrizione si riduce di un verso solo, come:

Vase sub hoc modico clauditur orbis heros[585].

Secondo la già citata versione tedesca dei Mirabilia sulla guglia era scritto:

Roma caput mundi tenet orbis frena rotundi,

Roma caput mundi super omnes esse novisti.

I versi: Caesar, tantus eras, ecc., fanno parte di un lungo epitafio, che appartenne, o ad Enrico III (m. 1056), o a Lotario II (m. 1137)[586]. Una poesia di Benzone nel VI libro del suo scritto Ad Heinricum IV imperatorem[587] comincia col verso:

Tantus es, o caesar, quantus et orbis.

All'epitafio di Giulio Cesare possono fare riscontro questi due versi di un epitafio di Alessandro Magno riportato nel Libro de los Enxemplos[588]:

El mundo non me bastava a mi todo sometido;

Tiéneme logar breve que en el mundo non era cabido[589].

Il sepolcro di Giulio Cesare, creduto anche da taluno opera di Virgilio[590], ebbe diffusa e durevole celebrità. Nel Dittamondo Roma lo fa vedere tra l'altre meraviglie al poeta:

Vedi là il pome ove il cener fu miso[591]

Di colui che già fe' tremar il mondo

Più ch'altro mai, secondo il mio avviso.

Nel secolo XVI la tradizione doveva essere ancor viva, giacchè nel Capitolo a M. Daniello Buonriccio Lodovico Dolce ricorda:

. . . la Guglia, ov'è il pomo, ch'accoglieo

Il cener di chi senza Durlindana

Orbem terrarum si sottometteo.

Il valore e la sicuranza di Cesare sono dagli scrittori del medio evo ricordati e celebrati assai spesso. Ma Giovanni Fordun narra[592], citando un Riccardo (Cluniacense?)[593], cosa che non parrebbe troppo onorifica all'eroe, nè consona col disprezzo ch'egli soleva mostrare dei pericoli. Dice questo cronista che Cesare si portava dietro nelle sue spedizioni una piccola casa, fatta di grandi pietre lisce, le quali facilmente si potevano scommettere e ricommettere. In essa usava Cesare di ripararsi, per istarvi più sicuro che non sotto la tenda: «ut in ea singulis diebus qualibet statione reedificata, securius quiesceret quam tentorio».

Bruto e Cassio, uccisori, come si diceva, per invidia, ne vanno durante tutto il medio evo coperti d'infamia. Guiraut de Calanson li considera come traditori del loro signore; nel Fioretto di Croniche degli imperadori si dice che essi per astio e per invidia uccisero Cesare a grande tradizione in sul palazzo del Campidoglio dove si teneva la ragione. Dante li condanna alla pena più fiera insieme con Giuda Iscariotto, nell'ultimo fondo dell'inferno[594]. In un poemetto in terza rima di Manetto Ciaccheri su tutti i traditori del mondo è la seguente terzina[595]:

Conobbi cierto che questo era Bruto,

Che vedova fe' Roma del suo figlio,

Iniquo traditore e disoluto.

Perchè la riputazione di Bruto e di Cassio si risollevi alquanto bisogna aspettare il Rinascimento: nel Trionfo della Fama[596] il Petrarca trova luogo ai due Bruti.

Della famiglia di Giulio Cesare poco si parla. Il Libro Imperiale ricorda ch'egli amò Cleopatra ed ebbe un figliuolo da lei. «Ma Chreopatra amò egli sopra tutte l'altre, la quale egli fece venire a Roma, e tennela gran tempo, et di lei ebbe un figliuolo che si chiamò Ceserano (altrove Cesario); poi la rimandò in Egitto chon grandissimi doni. Cessare fu molto lussurioso, e pocho innanzi che egli morisse avea fatto una legge che ongni uomo et donna fusse lecito a usare charnalità per cresciere et multiplichare il popolo, et questo faceva per levare da se el biasimo magio»[597]. Di questi amori con Cleopatra Giovanni di Tuim narra molto diffusamente; ma non è da esso per certo che attinge l'autore del Libro Imperiale. In Germania si diede a Cesare una sorella per nome Germana. Giovanni d'Outremeuse nomina Evia sua moglie, e Felibia sua figliuola, quella che fece la burla del canestro a Virgilio. Nell'Huon de Bordeaux[598] Giulio Cesare sposa la fata Morgana, sorella di Artù, e diventa padre del nano Oberon. In alcuni romanzi in prosa derivati dall'Huon de Bordeaux Oberon nasce dalla Signora dell'Isola Nascosta, cioè dell'isola di Cefalonia, la quale Signora aveva ricevuto Giulio Cesare e se n'era innamorata. Nel Prologo di quel poema Giulio Cesare è fatto figliuolo di Cesario, imperatore di Roma, e di Brunehaut, figliuola di Giuda Maccabeo e regina delle fate. Nella Saga islandese di Helis, il Cavaliere del Cigno, questi è detto figliuolo di Giulio Cesare, e figliuolo di Giulio Cesare è il buon cavaliere Tronc nel romanzo d'Isaie le Triste, e persino San Giorgio. Abbiamo veduto i Colonnesi ed altre famiglie illustri di Roma gloriarsi di discendere da Giulio Cesare: nella storia francese anonima, e nella versione italiana di essa, si dice che del suo lignaggio nacquero quattordici papi, diciannove imperatori, molti re, quaranta senatori, molti consoli. Il Fioretto di croniche degl'imperadori dice ventiquattro papi.

Giulio Cesare, che conquistò tutto il mondo, que tot lo mon conques, come dice il trovatore Bertran de Paris, è agli occhi degli uomini del medio evo la più grande e nobile personificazione della potenza. Jacot de Forest, giunto in fine del suo poema, esclama:

Ensi fu emperere Cesar li combatanz

Et si fu dedenz Rome à son vouloir regnanz;

Si fu plus que nuls homs en ce siecle puissanz

Que des trois parz du siecle qui molt est lez et granz

Fu en sa poesté la plus granz parz tenanz,

Que totes ot conquises li bers entreprendanz,

Si conquist en sa vie plus que nus hom vivanz,

Ne rois, ne empereres, ne fu ainc conqueranz,

Et portant s'en doit estre prisiez li ber vaillanz;

Ensi ert il tosjorz tant comme Rome ert duranz[599].

La gloria di Giulio Cesare oscura quella di Alessandro Magno.

Ma tanto più doloroso e formidabile a fronte di questa gloria si affaccia alle menti il pensiero dell'intima vanità, della irreparabile ruina di ogni umana grandezza. Nelle lodi e nelle celebrazioni onde il medio evo esalta i grandi della terra si sente fremere sempre, come una nota sorda, il Memento homo, quia pulvis es. Al Trionfo della Fama, dove Giulio Cesare tiene il luogo più degno a fianco della dea[600], segue il Trionfo del Tempo, che canta ai mortali:

Passan vostri trionfi e vostre pompe,

Passan le signorie, passano i regni;

Ogni cosa mortal tempo interrompe[601].

E la vera, inesorabile regina degli uomini è la Morte. Gran tempo prima che Amleto almanacasse sulla polvere di Giulio Cesare, usata forse a ristoppare le fenditure a un tugurio, un ignoto poeta del medio evo aveva detto:

Quo Caesar abiit celsus imperio?[602]

A questa dolorosa domanda rispondono rozzamente, ma recisamente, i seguenti versi[603].

Verba Cesaris in sepultura sua.

Guardate a me, o voi che al mondo sete,

Guardate[604] ben et ben mi contemplate;

In me sol vi specchiate,

O voi che non sperate il ben secondo.

Io son colui cho dominai lo mondo,

E 'l gran Pompeyo, et la mia patria Roma;

Non fu sì alta chioma

Ch'a me non ubidisse per timore.

Cesar io son, che per humano amore

Tucto mi diedi a l'arte bellicose:

Cagion ne fu due cose:

Vedermi di persona bello e forte.

Ma[605] crudel doni a quanti detti morte

Eterna, et anche al mondo corporale.

O quanto, quanto male

Escie di questi corpi forti e belli.

Ne' illustri vasi stanno ascosi i fel[l]i

Mortal veneni più che ne li brutti:

Gran doni han color tucti

Che de' corpi son brutti[606] e de buon senso.

Che mi giova hora havuto fama e censo

De l'universo, et che mi valse il vivere,

Et anco il farmi scrivere

De tucto il mondo imperatore e duce?

Che hor mi giova la mondana luce?

Che giova l'esser stato triumphato?

Et anco l'haver dato

A tucto quanto il mondo norma e lege?[607]

Sì come fa colui che non correge

Da prima il morso del caval domato,

Di che è facto sboccato,

Insieme col patron traripa e pere;

Cossì ho facto io sfacciato nel volere

Thesor nel mondo, fama, honor e gloria:

Che havesse pur victoria

Del mio voler credeva esser felice.

Ma dove voluntà tien la radice

Ivi convien ch'el vit[t]o (e) il sceptro tenga[608],

Et che nel fine havenga

Sì come a me che l'alma e il corpo ho perso.

Ai, mercè, pietà! ch'io son somerso

In tante crudel pene, in tanti guai!

Ai, quanto mal pensai

Con dar piacere al corpo anzi che a l'alma[609].

Contempla, o tu che legi, se l'è palma

De ulivo o lauro che me vidi in testa,

Che ne portavo in festa

G[h]irlanda in capo sopra li capilli.

La fronte guarda e gli ochi si son quilli

Ch'el mondo fece[r] già tanto tremare;

La lingua demenare

De guarda se la vidi in fra la bocca.

Per tucto è da topi cossì tocca.

De mio volere[610] e quanto fui gagliardo!

Mai fu in selva pardo

Com'io sì destro et orso sì robusto.

Raguarda adonque il pecto, i fianchi e il busto,

E dimi un poco quel che a te ne pare,

Et se ad armegiare

Te pareno apti come far solieno.

O huom caduco, vedi che sei fieno

Quale in un'hora verde e secco il vidi.

O miser(o), che far cridi!

Specchiati in me che fui signor de loro.

Che hor mi vale havuto il nobil choro

De' cavalieri e de' varii famigli,

Li qua(l)i tucti eran figli

De excelsi ri, potenti e singulari?

De animal, cani, uccielli mai fu pari

Nel mondo a me che più perfecti havessi,

Nè più ne retenessi

D'ogni maniera e d'ogni chaccia instructi.

De varii suoni e d'instrumenti tucti,

De balli, canti et d'ogni melodia

Più n'ebbi in vita mia

Ch'altri che fusse mai dal cielo influso.

De donne, de fanciulli e d'ogni luso

In copia n'ebbi, et hora ho questi vermi,

Li quai non stan mai fermi,

Servendomi de crudo et aspro morso.

Ai, mondo ladro, e che non dai soccorso

Al Cesar tuo? non odi che te chiama?

O gloria, o pompa, o fama,

O regno, o stato, o auro, o monarchato!

O gente tante a cui ho comandato

Al mondo, hor dove sete voi andate?

Perchè non agliudate

El duca vostro e il vostro sol signore?

Io son pur Iulio, il vostro imperatore.

O tu, vulgare, o tu, phylosophante,

Artista, o mercatante,

O tu cossì gentile e dilicato;

Ay, riconosci il misero tuo stato,

E quanto la tua vita è curta e breve:

Tanto più el colpo è greve

Quanto si è huom calcato de più pesi.

O crudel piaga a quilli c'hanno spesi

I lor dì male, eterno a lor martire!

Conviensi pur morire!

Oimè ch'el mondo non me ne campone!

Si recto adunque, huom, che quel ch'io sone

E tu sarai, putrida carogna:

Adonque, hor che bisogna

Fama e robba può ch'el fine è questo?

Soffia un gran vento, e mette presto presto

La polver su le torri, e pur è polvere;

Resofia el vento e volvere

La fa cum furia in terra ov'era prima.

Se danna l'huom per figli e no fa stima

Che lui et essi convien pur morire.

S'el non se può fugire,

A che fermare in terra la sua speme?

Non mi bastava tucto 'l mondo inseme,

Hor m'è d'avanzo questo picol sasso;

E a questo simil passo

Ogni huom che nasce per natura subiace.

O vera povertà in te è pace,

In te quiete, in te ogni dilecto:

Per che t'ebbi in dispecto?

E pur è forcia che se lassi el tucto.

O huom terren, se non te se' reducto

A Dio servire fi(n)gi in me la mente,

E sapi certamente

Che com'io sono il simil tu serai,

Nè più ch'el bene e il mal ne porterai.