586.  Come di Enrico III lo riferisce Guglielmo di Malmesbury, De Gestis Regum Anglorum, l. II (ap. Pertz, Script., t. X, p. 468-9). Cf. l'Anthologia del Burmann, v, II, p. 153.

587.  Ap. Pertz, Script., t. XI, p. 668.

588.  CCXXV.

589.  Veggansi a tale proposito le considerazioni che tre, o più filosofi fanno sopra la tomba di Alessandro Magno, in parecchie storie dell'eroe, nei Gesta Romanorum (n. 31, p. 329, ed. Oesterley), nella Summa praedicantium di Giovanni Bromyard (Lett. M, cap. XI, 140), nel Libro de los buenos proverbios que dieron los philosophos (Knust, Mittheilungen aus dem Eskurial, Biblioth. d. Litter. Ver., CXLI, 1879) ecc. Cf. Liebrecht, Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia, n. 20, p. 87-8. Il codice Mediceo Palatino della Laurenziana contrassegnato col n. 119, contiene dal f. 140 r. al 141 r. nove sonetti che si pongono in bocca di Salomone, Ettore, Achille, Enea, Sansone, Paride, Ercole, Cesare. Quest'ultimo dice:

Io fui l'ardito Ciesere inperiere,

D'ogni paese volli esser signore;

L'animo mio fu di tanto valore

Ch'a ogni afanno volli essere primiere.

Reggi, singnori e tutte lor bandiere

Per mio chomando s'ivan dentro e fore,

Ed ebbi in me tanto valente chore

Ch'io non temetti di niun suo podere.

Non ebbi mai paura di morire

Nè già temetti un grande stormo; (sic)

Anzi mi confortava, e ringioire

Il cor me ne sentia, abiendo attorno

I franchi chavalier pien d'ongni ardire

Nelle battaglie sanza far soggiorno.

E tutto mio poter morí in un giorno.

590.  Giovanni d'Outremeuse dice (op. cit., v. I, p. 243) che esso fu fatto a quel modo per consiglio di Virgilio. Secondo una leggenda riferita da Gutierre Diaz de Games e dallo stesso Giovanni d'Outremeuse, la guglia in cima alla quale furono poste le ceneri di Giulio Cesare doveva servire a Salomone. V. Comparetti, Virgilio nel medio evo, v. II. p. 102.

591.  Così e non

Vedi là il ponte ove il cimier fu miso,

come spropositatamente reca l'edizione milanese del 1826. Il Jordan, non conoscendone altra, confessò (op. cit., v. II, p. 391) di non intendere a che cosa Fazio degli Uberti avesse voluto alludere. L'edizione veneziana del 1501 leggeva ancora

Vidi la el pome ove 'l cenner fu miso.

592.  Ap. Gale, Historiae britannicae el anglicanae Scriptores, t. XX, v. I, p. 596.

593.  La cronaca di Riccardo di Cluny fu pubblicata solamente in parte. Nel manoscritto della Bibl. Nation. di Parigi, segnato 5014 nulla trovai che giustificasse la citazione di Giovanni Fordun.

594.  Inf. c. XXXIV, V. 61-7. Quella compagnia e il silenzio che Dante serba sul loro delitto dicon più di ogni discorso.

595.  Cod. Laurenz., pl. LXII, 19, f. 47 r., col. 1ª.

596.  C. I.

597.  L. 1, c. 23, cod. Casanat., p. 24, col. 2ª. Di un altro Giulio Cesare, imperatore ancor esso di Roma si legge nel Roman de Merlin una storia assai stravagante. Merlino, lasciata la Bretagna e il re Artù se ne andò a stare per alcun tempo nella foresta di Romania, en la forest de Romenie. Era allora imperatore di Roma un Giulio Cesare; mais ce ne fut mie ce Iulius Cesar que le chevalier Mars occist en son pavillon ou royaulme de Persie, mais fut celui que messire Gauvain le nepveu au roy Artus occist en la bataille dessoubs Langres pour ce qu' il avoit desfie le Roy Artus. La moglie di questo Giulio Cesare, la quelle estoit une des belles dames de tout le monde, mais moult fut chaulde et luxurieuse de son corps, tiene con sè dodici giovani scudieri in abito di donzella, coi quali tutti si giace, quando l'imperatore non è in città. Advenable, figliuola di Mathan, duca di Germania, capita a Roma in abiti maschili, si fa chiamare Grisendoles, ed entra nelle grazie dell'imperatore, che la fa cavaliere e siniscalco dell'impero. Una notte Giulio Cesare sogna una troja coronata che si fa montare da dodici piccoli leoni, e che egli dà, insieme con questi, alle fiamme. Turbato del sogno, vuol saperne il significato. Mentre siede a mensa co' suoi baroni, Merlino, trasformato in cervo, entra nella città, mettendola tutta a soqquadro, si caccia nella sala del banchetto, travolgendo ogni cosa, e dice a Giulio Cesare che non isperi di conoscere ciò che desidera finchè un uomo selvaggio non glielo sveli. Poi se ne torna alla selva. Cesare promette la figliuola e mezzo il regno a chi saprà condurgli l'uomo selvaggio, o il cervo. Molti ci si provano invano. Un cignale insegna a Grisendoles il modo di venire a capo della impresa, a cui anch'ella s'è accinta. L'uomo selvaggio, cioè Merlino, condotto dinnanzi all'imperatore scopre la colpa dell'imperatrice, la quale è arsa viva insieme co' suoi dodici drudi. (Ed. di Antonio Verart, Parigi, 1498, v. II, f. XXIII v. a XXX v.). Circa le relazioni di questa storia con racconti di Somadeva e del Çukasapiati, v. Liebrecht, Merlin, e Benfey, Nachtrag zu Merlin, in Orient und Occident, v. 1, p. 341-4, 344-54.

598.  Ed. del Guessard e del Grandmaison, Parigi, 1860, v. 3492-6.

599.  Lo stesso, ma un po' più in breve, dice Giovanni di Tuim, Li Hystore de Julius Cesar, p. 245.

600.  Petrarca, Trionfo della Fama, c. I.

601.  Id., Trionfo del Tempo.

602.  The Latin Poems, ecc., editi dal Wright, De mundi vanitate, p. 148, v. 17.

603.  Li traggo da un codice dell'Universitaria di Bologna, segnato Nº 157 (Aula II, A), dove stanno dal f. 203 v, col. 2ª, al 204 r., col. 2ª. Qua e là, dov'è richiesto dal senso, cerco di emendare il testo, ma pongo in nota la lezione del codice.

604.  Guardatimi.

605.  Mai.

606.  Che de' belli son brutti.

607.  A tucto il mondo dato norma e lege.

608.  Forse vuol dire: In cielo, dove voluntà tien la radice, cioè, dov'è la suprema volontà che governa il mondo, il vinto terrà lo scettro, sarà signore.

609.  onde che l'alma.

610.  Probabilmente deve leggersi valore e non volere.

611.  Manosc. d. Bibliot. di Corte a Vienna, n. 2921.

612.  V. 625-7:

Alse Jûlius wart irslagen,

Augustus daz rîche nâch ime gwan,

von sîner swestir was er geborn,

cioè dalla sorella di Giulio Cesare.

613.  V. Massmann, op. cit., v. III, p. 547.

614.  Cod. della Nazion. di Torino L, IV, 17, f. 117 v.

615.  Op. cit., v. II, p. 296.

616.  De laud. div. sap., dist. Vª, v. 209-10.

617.  Historiarum l. VI, c. 22.

618.  Chronographia, l. X, ed. di Bonna, p. 231-2. Ottaviano interroga l'oracolo nell'anno cinquantesimoquinto del suo impero, dopo aver fatto un'ecatombe.

619.  Comp. hist., ed. di Bonna, v. 1, p. 320.

620.  Lexicon, s. v. Αὔγουστος.

621.  Hist. eccles., l. I, c. 17.

622.  Hist., l. VI, c. 22. Ma Orosio copiava Svetonio (Oct. Aug., 53) cercando nelle parole dello storico pagano la prova di una intenzione favorevole al Cristianesimo. Si confrontino i due passi:

SVETONIO

Domini appellationem, ut maledictum et opprobrium, temper exhorruit. Quum spectante eo ludos, pronunciatum esset a mimo, O Dominum aequum et bonum, et universi, quasi de Ipso dictum exultantes comprobassent; et statim manu vultuque indecoras adulationes reprossit, et insequenti die gravissimo corripuit edicto, dominumque se posthac appellari, no a liberis quidem aut nepotibus suis, vel serio vel joco passus est: atque huiusmodi blanditias etiam ioter ipsos prohibuit.

OROSIO

Domini adpellationem, ut homo, declinavit. Nam cum eodem spectante ludos, pronunciatum esset in quodam mimo, O Dominum aequum et bonum, universique quasi de ipso dictum esset, exultantes adprobavissent, statim quidem manu vultuque indecoras adulationes repressit, et insequenti die gravissimo corripuit edicto, dominumque se posthac adpellari ne a liberis quidem aut nepotibus suis vel serio vel joco passus est.

Si noti quell'ut homo intercalato da Orosio, e che muta di un subito tutto la intonazione del passo.

623.  La versione latina è di Sant'Agostino. In un apocrifo Sermo beati Augustini episcopi de Natale Domini, il quale si trova nel cod. Lat. 1018 della Bibl. Nat. di Parigi, scritto nel XII secolo, la Sibilla recita, dopo altri testimoni della divinità di Cristo, non trentaquattro, ma ventisette versi, de' quali i primi quattordici soltanto formano, e malamente, acrostico. V. Sepet, Les Prophètes du Christ, Bibliothèque de l'École des Chartes, serie VIª, t. III (1867), p. 2-8. Nel Mistero del profeti di Cristo, pubblicato di su un codice dell'XI secolo, prima dal Raynouard, Choix des poésies des troubadours, t. II, p. 139-43, poi dal Du Méril Origines latines du théâtre moderne, 179-87, e in altri Misteri dello stesso argomento, la Sibilla recita, come nel racconto dei Mirabilia, i soli tre primi versi della profezia. Di questa, che nel medio evo fu assai celebrata, si hanno versioni e parafrasi in tutte le lingue d'Europa. Una versione francese pubblicò, di su un cod. Laureziano, Paolo Meyer, Bulletin de la Société des anciens textes français, 1879, p. 79-83, alcune versioni provenzali e catalane il Milà y Fontanals, Romania, 1881, p. 356-65.

624.  Oct. Aug., 79.

625.  Il Baronio volendo pur salva in qualche modo la leggenda disse che Augusto ebbe la rivelazione, non dalla Sibilla, ma dai libri sibillini. Apparat. ad Annal., ed. del Mansi, p. 447.

626.  Cod. dell'Universitaria di Bologna N. 157.

Sibilla fe vedere a Octaviano

Una fanciulla nel megio del sole.

627.  V. 861-84, ap. Pertz, Script., t. XXII.

Urget eum populus, ut deus ipse vocetur;

Ille timet, si maior eo post hoc orietur,

Ne peruat nomen, perdat et ipso decus.

Scire futura volens rex consulit oro Sibillam,

Et petit, ut causas referat. Cui retulit illa:

Maior te veniet, signa futura vide.

Arte Sibillina celi patet eminus ara,

Qua videt angelica divinitus agmina clara,

Que puero soli digna favore parant.

In gremio matris sedit sapientia patris,

Dextra coronati pueri dat dona beatis,

Celitus emicuit gloria multa satis.

Cesar ut obstupuit, vati sua visa revelat,

Mira refert pueri, nec eius miracula celat,

Quippe minor puero numino cesar erat.

Scribe, Sibilla, michi quisquam puer iste vocatur,

Quisve pater suus est, aut que regina putatur,

Quod sibi fit regnum quod diadema datur

Intulit illa: Dei Deus est de flamine natus,

Virginis ex utero sine seminis arte creatus,

Perdita colligere rex sine fine datus.

Desine, cesar ait, deus ammodo nolo vocari,

Iste puer deus est, hunc mundum habet venerari

Cui favet angelicus cetus et unda maris.

628.  Qui cade in acconcio un passo delle già citate Maravigliose virtù che furo nelli Romani, (cod. Marciano it, cl. XI, LVII, p. 10, col. 1ª) «... Ciecilio, amico di Cesare Augusto, riprendendolo che si lassava ingannare a' lusinghieri, li quali consegliavano che si faciesse adorare come iddio disse: O egregio imperadore, poca prudenzia è in te, però che credendo a' lusinghieri ti fai tenere da pocho senno, però che quando lusinghano, non solamente a te, ma alli dii et al popolo fanno ingiuria; ma non anno la riverentia diciendo che tu se' loro pare, imperò che la tua natura non dà d'essere Iddio, et disonore al popolo fanno, volendo aduciare ad adorare te huomo mortale, invecie delli iddii immortali. Ma sai quando tu mostrami d'avere in te qualche cosa divina? quando tu questi malvagi lusinghieri farai prendere e uccidare, et faciendo ciò potrai mitigare l'ingiuria facta ali dii, li quali malagevolmente perdonano».

629.  L. II.

Augustus ze den zitten waz

Keyser ze Rome, als ich es las,

Der sach in der selben nacht,

Als er sin war nam und acht.

Ein licht an dem himel stan

Als ein sterne getan,

Und waz gelich, so man sagt,

Einer schöner jungen magt,

Die ein kindelin gemeit

Beslossen an ir arme treit.

630.  Ap. Menckenius, Script., t. III, col. 352.

631.  C. VI. De nativitate Domini.

632.  Das alte Passional herausgegeben von K. A. Hahn, Francoforte s. M., 1845, p. 22.

633.  Histor., l. VI, c. 20: «Nam cum primo, Caio Caesare avunculo suo interfecto, ex Apollonia rediens Urbem ingrederetur, hora circiter tertia repente, liquido ac puro sereno circulus ad speciem coelestis arcus orbem solia ambiit, quasi eum unum ac potentissimum in hoc mundo solumque clarissimum in orbe monstraret, cujus tempore venturus esset, qui ipsum solem solus, mundumque totum et fecisset et regeret». Questo fatto, che Orosio interpreta a modo suo, è del resto ricordato, oltrechè da Svetonio, Oct. Aug., 95, anche da Seneca, Natur. Quaest., I, 2, da Plinio, Hist. Nat., II, 28, da Dione Cassio, Hist. Rom., XLV, 4, da Vellejo Patercolo, Hist. Rom., II, 59. Che gli scrittori cristiani dei primi secoli volsero spesso in beneficio della propria causa certe narrazioni e certe testimonianze degli scrittori pagani è noto a tutti. V. Mamachi, Dei costumi de' primitivi Cristiani, Roma, 1753-4, t. I, p. 87-9.

634.  Op. cit., v. I, p. 351.

635.  Giovanni d'Outremeuse, op. cit., v. I, p. 326. «Depuis celle heure qu'ilh oit la vision vegut, creit Octavian en Dieu, mais ilh ne l'osoit dire». E più curiosamente Armannino nella Fiorita: «E alcuno volle dire che per questo egli fosse credente della fede di Cristo, bene ch'egli pagano rimanesse».

636.  P. I.

637.  Giovanni d'Outremeuse, con più discrezione, op. cit., v. 1, p. 325 «... entre XII concubines ou filhes avoit à coustume del dormir».

638.  V. 645-50; cf. v. III, p. 552.

639.  Secondo che da alcuni si narrava, espugnato Perusio, Augusto, negl'idi di Marzo del 714, fece morire 300 Perusini in espiazione della morte di Cesare (Svetonio, Oct. Aug., 14). A far nascere la credenza dell'eccidio ricordato dalla Kaiserchronik, può aver contribuito quanto si narrava di certi prodigi occorsi nella nascita del Salvatore. Walter von Rheinau dice, fra l'altro, che nella città di Fridenat morirono diecimila pagani.

640.  Heinrich von München non fa che copiare il racconto dell'Alte Passional.

641.  Otia imperialia, decis. II, c. 16.

642.  Nel Leggendario, De Nativitate Domini.

643.  Famil. epist. VI, Ad Johannem Columnam. V. anche l'epistola a Clemente VI.

644.  L. II. c. 31.

Vedi là dove parve ad Ottaviano

Veder lo cielo aperto, ed un bel figlio

Una vergin tener nella sua mano.

645.  Cap. VIII, Fig. III.

646.  Chronicon, ap. Eccard, Corp. hist. m. ae., t. I, col. 1934.

647.  La rappresentatione et festa di Ottaviano imperatore, Firenze, appresso Giovanni Baleni, 1588.

648.  V. P. Casimiro da Roma, Memorie istoriche della chiesa e convento di Santa Maria in Araceli, p. 161.

649.  V. Piper, Mythologie der christlichen Kunst, Weimar, 1847-51, v. I, p. 487 e segg. Una leggenda che ha qualche somiglianza con questa di Augusto vive tuttora a Chartres. In essa si narra che un secolo prima della nascita di Cristo i Druidi consacrarono alla Vergine un tempio nel luogo stesso dove ora sorge la cattedrale. La più antica scrittura dove si trovi fatto ricordo di tale tradizione è una cronaca del 1389. V. Morin, Dissertation sur la légende Virgini pariturae ayant cours à Chartres, Parigi, 1864.

650.  Legenda aurea, c. VI.

651.  Ibid.

652.  Cod. Laurenz. cit., f. 260 v. «Quivi, com'io dissi, avea facto fare Ottaviano quello tempio di pace, il quale si chiamava anche il tempio di Vesta, ma tucto era uno nome, però che Vesta in greco viene a dire pace. Allora volle Ottaviano sapere quanto dovesse durare quello tempio. La Rithea rispuose che quello tempio cadere dovea quando la vergine partorisse. La gente per questo intesero che mai cadere dovesse però che non credeano che vergine mai partorire potesse. E chosì quando la nostra salute della vergine nacque quello tempio cadde».

653.  Pantheon, part. XV.

654.  Polycrat., l. II, c. 15.

655.  Polychron., l. I, c. 24.

656.  Per esempio, nelle Cronache di Sant'Egidio, nell'Alte Passional, ecc.

657.  Cap. VI, p. 211-3. Nelle citate Cronache di S. Pantaleone dopo descritta la Salvatio in Campidoglio, si soggiunge: «Hujus (Numae) temporibus Sibilla Erictea (sic) claruit, quae ad ipsum veniens Numam Romae plurima futura ei praedixit, et in pariete ipsius Capitolii hunc versum conscripsit: Non cadet ista domus, nisi virgine parturiente. Dicunt etiam quod in ipsa hora nativitatis domini cum omnibus idolis corruerit».

658.  Comparetti, Virgilio nel medio evo, v. II, p. 89-91.

659.  Histor., l. VI, c. 20.

660.  Legenda aurea, c. VI.

661.  De dictis factibusque memorabilibus collectanea a Camillo Gilino latina facta, Milano, 1508, l. I, c. 4.

662.  Istor. fiorent., c. XI.

663.  Marienleben, l. II.

664.  Historia judaica, l. I, c. 3.

665.  V. Massmann, Kaiserch., v. III, p. 556-8 e anche Wolf, Lectiones memorabiles, v. I, p. 4-6, 11-12. In una cronaca latina manoscritta che si conserva nel Museo Britannico (cod. Cottoniano Nero, D. II) si legge (f. 29 r., col. 1ª) il seguente racconto: «In illo tempore, regnante in Britannia, ut predictum est, Kembelino rege, vate Teulephinus nomine, medio yeme, maioribus terre vocatis ad regale convivium, quasi in extasi raptus, in aula regia, cunctis coram epulantibus, hinc inde gradiens futurorum prescius, qui requisitus a rege quod de futurorum presagiis quibus intendebat sentiret eis prospera denunciando vaticinaret. Cui ille reapondit dicens:

Cesset errori

Fugiat terror,

Cedat dolor gaudio;

Hodie descendit in humo

Qui nos liberabit ab ymo.

Huius autem vaticinii mentio inter Britones sepius fuerat recitata».

666.  L. VII, c. 41.

667.  V. Servatii Gallaei Dissertationes de Sybillis, Amsterdam, 1688; Thorlacius, Conspectus doctrinae christianae qualis in Sibyllarum libris continetur, Kopenhagen, 1816: Ewald, Ueber Entstehung, Wert und Inhalt der 14 Sibyllinischen Bücher, Gottinga, 1858.

668.  Speculum morale, l. II, dist. III, parte 2ª. Di alcun che di simile si parla nella Historia miscella.

669.  Ap. Mai, Classici auctoresA, t. V, p. 12.

670.  Giulio Africano racconta che Cristo fu, prima che in qualsivoglia altra regione, conosciuto in Persia, giacchè gl'idoli stessi d'oro e d'argento che Ciro aveva posti nel magnifico tempio di Giunone, ne rivelarono la venuta. Africani Narratio de iis quae Christo nato in Persia acciderunt, nei Beyträge zur Geschichte und Literatur dell'Aretin, Apr. 1804, p. 52 segg.

671.  In altri tetti: cinis nerveque imperatarum. La Graphia: cinis enim imperatoris.

672.  Op. cit., v. I, p. 72. In un commento in prosa alla Speculum Regum di Gotofredo da Viterbo (ap. Pertz, Script., t. XXII, p. 75) ai legge quanto segue: «Sciendum est quod imperator Antoninus Pius erat mitis et benignus, avaritiam non habens nec amans. Ideo ab omni populo romano imperio subiecto tributum accipere noluit, sed terram de omnibus regnis mundi loco tributi apportari iussit in signum obedientie, et montem Rome qui dicitur omnis terre iuxta sepulchrum Remi de eadem terra fecit». Qui al allude evidentemente al Monte Testaccio.

673.  Del Mausoleo l'Anonimo dice: «Augusta imperatorum, id est Lausca vocabulis corruptis, quam ad portam Flamineam scilicet hodie populi porta, inter ripam et viam Tiberis, Octavianus fecit fieri tempore quarti sui consulatus, ad resecandum expensas maximas sepulchrorum Imperatorum, quod adhuc apparet opus mirifice ornatum et opertum tabulis marmoreis. Multa ibi sepulchra fecit, in quibus nullum erat aliud necessarium nisi scribere gesta funeratorum in sepulchro praedicto; quibus sepulchrum cuilibet erat statua, quae non spectabat nisi denominari nomen defuncti, et scribere gesta per eum, et in medio loci ubi sacerdotes scenici stabant ad eorum pertinendam faciendum, cum cathedra, in qua idem Octavianus quando intrabat posset sedere si vellet, donec sacrificia vel cerimoniae exercebantur; et ut reputaretur locus magnae nobilitatis, iussit per totum mundum portare super illum locum cyrothecam terrae plenam idem Octavianus, et tanta fuit multitudo praedictae terrae ibi iussu praedicto posita, quod mona ibi isto modo factus extitit».

674.  Ma parecchie opinioni si ebbero circa la origine di questa festa. Anzi tutto, secondo la Descriptio plenaria l'idea di mutare la festa pagana sarebbe venuta ad Eudossia, moglie dell'imperatore Arcadio, in Roma stessa; secondo il Durand, Rationale divinorum officiorum, l. VII. c. 19, tale idea sarebbe venuta a Teodosia, moglie di Teodosio II, in Alessandria. (Cf. Giovanni Beleth, Explicatio divinorum officiorum, c. 141, e Hospinianus, De festis). Altri attribuiscono la istituzione della festa a Silvestro I (314-335). In un racconto francese intitolato: Pourquoy la feste saint Pere ad vincula fu celebree, contenuta nel cod. Fr. 413 della Bibl. Nat. di Parigi, f. 102 r., l'instituzione della festa ha tutt'altri motivi, ed è attribuita a un papa Alessandro.

675.  I trattati intesi a instituire il buon principe formano nel medio evo una vera letteratura. V. Bartsch, Das Fürstenideal des Mittelalters im Spiegel deutscher Dichtung, Lipsia, 1868.

676.  V. 4104-5.

677.  Speculum Regum, v. 906-8; così ancora nella partic. X della Memoria Saeculorum.

678.  Benois, Chronique rimée, l. II, v. 27836-7.

679.  V. Flacii Illirici Varia doctorum piorumque virorum de corrupto ecclesiae statu poemata, 2ª ed., 1754, p. 425.

680.  Ap. Du Méril, Poésies populaires latines du moyen âge, p. 145.

681.  Cod. d. Nazion. di Torino L, IV, 18, f. 41 r.

682.  Op. cit., v. 1, p. 458. Acquisgrana (Aquisgranum, Aquae Graniae) fu fondata nel III secolo dell'E. V. dai Romani, e così chiamata probabilmente in onore di Apollo Granus. Granius fu anche nome latino di persona, e la famiglia dei Granii ebbe parecchi uomini illustri.

683.  Chronicon, p. 592, nella Collection des chroniques belges inédites.

684.  Del modo tenuto da Nerone per fare uccidere la madre si narra con qualche particolarità curiosa nell'Aquila Volante, l. V, c. 3. Nel mistero francese intitolato Vengeance et destruction de Jerusalem, ecc., stampato da Antonio Verard a Parigi nel 1491, ma rappresentato sino dal 1437, Nerone fa aprire il ventre alla madre ancor viva per instigazione del diavolo. Non so d'onde questa credenza abbia potuto trarre l'origine; ma forse la prima suggestione le venne da quanto parecchi antichi narrano di Nerone, che volle vedere ignuda la madre morta e delle forme materne alcune lodò, altre biasimò. V. Tacito, Annal. XIV, 9; Svetonio, Nero, 34; Dione Cassio, Hist. Rom. LXI, 14. Questa notizia fu raccolta da Boezio, De Consolatione philosophiae, l. II, met. VI:

Novimus quantas dederit ruinas

Urbe flammata patribusque caesis,

Fratre qui quondam ferus interemto

Matris effuso maduit cruore.

Corpus et visu gelidum pererrans,

Ora non tinxit lacrymis, sed esse

Censor extinti potuit decoris.

685.  Op. cit., v. I, p. 471, 470.

686.  Marbodi Liber lapidum, Gottinga, 1799, p. 6.

687.  Ibid., p. 101-2.

688.  Pietro Diacono, che fiorì nella prima metà del XII secolo, (Marbodo morì nel 1123), tradusse ancor egli il Lapidario di Evace; «Librum Evae regis Arabiae de pretiosis lapidibus ad Neronem imperatorem, quem Constantinus imperator ante annos fere octingentos ab urbe Roma Constantinopolim asportaverat, de Graeco in Romanam linguam transtulit.» Chronica Montis Casinensis, ap. Pertz, Script., t. VII, p. 795. Questa notizia mi par che metta fuori di dubbio l'esistenza di un Lapidario che andava sotto il nome di Evace.

689.  Questa notizia è tratta da Plinio, Hist. Nat., XXXVII, 5, 16.

690.  L. IV, c. 9. Item Nero fecit sibi quoddam coelum aereum altitudinis centum pedum, minutis foraminibus pertusum, nonaginta columpnis marmoreis supportatum; quod fecit aqua desuper infundi instar pluviae de coelo cadentis. Fecit etiam de die lampadem ardentem per illud coelum trahi, et ad occidentem instar solis occumbere. Et fecit de nocte speculum gemmis ornatum instar lunae refulgere. Sed haec omnia nutu divino ita repente confracta sunt, ut nec quidem minutiae illorum sunt repertae. Fecit etiam quadrigam super illud coelum trahi, ut quasi sonitus tonitrui audiretur. Sed Deus immisso vento valido quadrigam in flumen traiecit.