Ove li duo gentili Scipïoni,
Ov'è il tuo grande Cesare possente?
Ove Bruto valente,
Che vendicò lo stupro di Lucrezia,
Furio, Camillo, e gli due Curioni,
Marco Valerio e quel Tribun saccente,
Quinto Fabio seguente,
Cornelio quel che vinse Pirro e Grezia,
Publio Sempron colla vinta Boezia,
Il fedel Fabio, Fulvio, Quinto Gneo,
Metel, Marco, Pompeo,
Porzio Caton, Marcel, Quinto Cecilio,
Tito Flaminio, e il buon Floro Lucilio?
Ov'è il gran Consolato, e' Senatori,
Ove quel grazioso Ottaviano,
Ove il prode Trajano,
E Costantino valoroso Augusto?
Ove le dignitadi e gli alti onori,
Ove quel Tito e quel Vespasiano,
E 'l magno Aureliano,
E Marco Antonio sí benigno e giusto,
Ove il nobile oratore Sallusto,
Ove il facondo Cicero primero,
E il Massimo Valero,
E Tito Livio, e gli altri signor grandi?
Dove son l'ali tue che non le spandi?
Nella più bella forse delle sue canzoni[70] Fazio degli Uberti introduce Roma, come fa anche nel Dittamondo, a ricordare le glorie antiche e a dolersi della bassezza in cui è caduta.
Ne' suoi sospiri dicea lacrimando
Con voce assai modesta e temperata:
— O lassa isventurata,
Come caduta son di tant'altezza,
Là dove m'avean posto trionfando
Gli miei figliuol, magnanima brigata!
Che m'hanno or visitata
Col padre loro in tanta gran bassezza.
Lassa! ch'ogni virtù, ogni prodezza
Mi venne men quando morîr costoro,
I quai col senno loro
Domaro il mondo e riformârlo in pace
Sotto lo splendor mio ch'ora si face
Di greve piombo e poi di fuor par d'oro.
Or di saper chi fôro
Arde la voglia tua sì che no 'l tace.
Ond'io farò come chi satisface
L'altrui voler nella giusta dimanda,
E perchè di lor fama anc'or si spanda.
E da Romolo ad Augusto fa vedere al poeta i suoi più illustri figliuoli.
Secondochè avvenne un tempo (e in parte avviene ancora) di tutte le cose che fortemente occuparono la memoria e la fantasia degli uomini, Roma ebbe nella leggenda un'amplificazione ideale di vita e di gloria. Le sue mura secolari, le massime sue vicende, gli uomini che più con l'opre ne illustrarono o ne offuscarono il nome, diedero origine a tutto un mondo di colorite finzioni, delle quali ora mi accingo a discorrere. Come, essendo nel pieno della potenza, Roma vide affluire tra le sue mura, sin dai più remoti angoli della terra, le disparatissime genti soggette al suo dominio, così, essendo travolta e giacente, vide da settentrione e da mezzodì, da oriente e da occidente, scendere sopra di lei le immaginazioni e le favole. Essa divenne allora centro di attrazione per un infinito numero di fantasie solute e vaganti, le quali, come furono entrate, per dir così, nella sua orbita, non ne uscirono più. La smania delle riconnessioni, di cui più esempii ci mostrò la vita reale, si manifesta ugualmente in questo mondo di sogni. Poter dire di una storia bugiarda qualsiasi, che essa è romana, e narrata nelle istorie romane, vale acquistarle favore e credenza. Dalle più remote regioni del mondo verranno le favole a legarsi a Roma. Il libro dei Sette Savii, giunto dall'estremo Oriente in Europa, acquisterà dritto di cittadinanza e universalità senza pari, legandosi indissolubilmente al nome di Ottaviano, o di Diocleziano[71]. Nei Gesta Romanorum si romanizzeranno finzioni d'ogni patria e condizione, si attribuiranno a imperatori di Roma storie immaginate sulle rive del Gange, e i capitoli cominceranno spesso con le sacramentali parole: Quidam imperator regnavit, come per dare al racconto un nesso sicuro e legittimo. I monumenti e le rovine di Roma si copriranno di leggende come di piante parassite.
Così la ragione e il sentimento, il sapere e la fede, la storia e la leggenda, concorrono del pari nella glorificazione della eterna città. Quando, per ricevere la corona d'alloro, costume rinnovato dagli antichi Romani, Francesco Petrarca pospone Parigi e Napoli a Roma, il pensiero che lo guida non è, come a prima giunta potrebbe parere, un pensiero nuovo, proprio dell'umanista, ma è anzi un pensiero vecchio, familiare a tutto il medio evo, e solo ritemperato nella nuova coltura.
Se non che le voci che nella età di mezzo suonano intorno a Roma, non tutte sono di ammirazione e di lode. A fianco della Roma antica che vive nella memoria degli uomini, c'è la Roma Nuova, la Roma dei papi, che vive nella realtà delle cose, e quanto quella sembra degna di gloria, tanto questa, a molti, sembra degna d'infamia. Se alcuni uomini religiosi si sgomenteranno di certi ricordi, e imprecheranno ai poeti e ai filosofi pagani, molti più s'adonteranno delle vergogne onde Roma papale è fatta turpe ricettacolo, e malediranno alla corruzione della Chiesa. Quello stesso Alessandro Neckam che abbiam veduto celebrare in versi traboccanti di nobile entusiasmo la Roma degli Scipioni e di Cesare, così, in alcuni altri versi, parla della Roma dei pontefici[72]:
Roma, vale, papam, dominos quoque cardines orbis,
Romulidasque tuos opto valere, vale.
Roma, vale, numquam dicturus sum tibi, salve;
Compressas valles diligo; Roma, vale
Roma, Jovis montes, alpes nive semper amictas,
Hannibalisque vias horreo; Roma, vale.
Includi claustro, privatam ducere vitam,
Opto; me terret curia; Roma, vale.
Romae puid facerem? mentiri nescio, libros
Diligo, sed libras respuo; Roma, vale.
Numquid adulabor? faciem jam ruga senilis
Exarat, invitus servio; Roma, vale.
Mausolea mihi non quaero, pyramidasve,
Glebae contentus gramine; Roma, vale.
Respuo delicias tantas, tantosque tumultus;
Cornutas frontes horreo; Roma, vale.
Sed ne nugari videar tociens repetendo,
Roma, vale, cesso dicere, Roma, vale.
Chi così scriveva era un abate agostiniano, che forse vide Roma co' proprii occhi. Un monaco Cluniacense, Bernardo di Morlas, che fioriva nella prima metà del XII secolo, prorompe in queste più aspre parole[73]:
Est modo mortua Roma superflua; quando resurget?
Roma superflui, afflua corruit, arida, plena;
Clamitat et tacet, erigit et jacet, et dat egena.
E in queste ancora[74]:
Fas mihi dicere, fas mihi scribere, «Roma, fuisti,»
Obruta moenibus, obruta moribus, occubuisti.
Urbs ruis inclita, tam modo subdita, quam prius alta;
Quo prius altior, tam modo pressior, et labefacta.
Fas mihi scribere, fas mihi dicere «Roma peristi».
Sunt tua moenia vociferantia, «Roma, ruisti»[75].
Nè men severo si mostra Galfredo Malaterra benedittino (c. 1098)[76]:
Fons quondam totius laudis, nunc es fraudis fovea;
Moribus es depravata, exausta nobilibus,
Pravis studiis inservis nec est pudor frontibus:
Surge Petre, summe pastor! finem pone talibus.
In un poema latino sopra san Tommaso Becket si legge[77]:
Dudum terras domuit, domina terrarum
colla premens plebium, tribuum, linguarum;
nunc his colla subjicit spe pecuniarum;
aeris fit idolatra dux christicolarum.
Ciò che più fieramente si rinfaccia a Roma è la voracità insaziabile.
Roma dat omnibus omnia, dantibus omnia Romae,
sentenzia con incisiva brevità il già citato Bernardo Cluniacense. E un Vagante soggiunge:
Roma manus rodit, si rodere non valet, odit[78].
Un'altra accusa capitale si è quella di menzogna:
Quid Romae faciam?
Mentiri nescio,
dice con non meno acuta brevità un anonimo[79], ed altri ripetono. I trovatori di Provenza non risparmiarono nemmen essi la città decaduta e corrotta, e Guglielmo Figueiras, il più popolaresco fra tutti, compose un terribile serventese:
Cessati i clamori del medio evo contro Roma papale, cominciano quelli degli umanisti e poi dei protestanti.