1. Questo nome di Romania appare da prima nella letteratura greca, nel IV secolo, poi nella latina in sul principiare del V. Orosio è il più antico scrittore latino in cui esso si trovi. V. Gaston Paris, Romani, Romania, lingua romana, romancium, nella Romania, v. I, p. 1-22.
2. Gotofredo da Viterbo dice nella Memoria saeculorum, particola VII:
Summa fuit ex minima sub Martis sydere Roma.
(Cod. lat. 4896 della Bibliothèque Nationale di Parigi).
3. Denique quemcumque librum his temporibus scriptum percurres, usque quaque in locos veterum poetarum atque oratorum incides, neque unam quidem perleges paginam, quin nomina Catonum, Numae Pompilii, Fabriciorum, Scipionum vel simile aliquid tibi obviam veniant. Giesebrecht, De litterarum studiis apud Italos primis medii aevi saeculis, Berlino, 1845, p. 43.
4. Praeloquia, l. IV, 10.
5. Dei Memorabilia di Rodulfo Tortario, monaco Floriacense, si fa ricordo nella Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis del Fabricio, ed. del Mansi, Padova, 1754, v. V, p. 115. Il Leyser nella Historia poetarum et poematum medii aevi, Halae Magdeb., 1721, non li registra. Si trovano manoscritti nella Vaticana Cristina, cod. 1357.
6. Vita Karoli Magni, c. 33, ap. Jaffé, Monumenta Carolina, Berlino, 1867, p. 540. Opina il De Rossi, Piante icnografiche e prospettiche di Roma, Roma, 1876, p. 73, che tanto questa tavola, quanto le altre due che recavano la pianta di Costantinopoli, dovessero appartenere ai tempi di Arcadio e di Onorio.
7. De rebus gestis Ludovici imperatoris, L. II, v. 79.
8. Ovidio chiama Roma caput immensi orbis, Livio, Tacito, Ausonio, la chiamano caput rerum; Marziano la saluta col nome di caput gentium, e Rutilio Numaziano con quello di mater mundi; Prudenzio la chiama saeculi summum caput, ecc., ecc.
9. Questo verso era pure scritto in giro della corona ed in due ruote ai capi dello scudo imperiale. Graphia aureae urbis Romae, ap. Ozanam, Documents inédits pour servir à l'histoire littéraire de l'Italie, Parigi, 1850, p. 174-5.
10. De rerum humanarum vicissitudine et clade Lindisfarnensis Monasterii, Opera, ed. del Froben, v. II, pag. 238, col. 2ª.
11. Bibliothek des literarischen Vereins, v. XVI, Stoccarda, 1847, p. 16, e The latin poems commonly attributed to Walter Mapes, collected and edited by Thomas Wright, Londra, (Cambden Society), 1841, De ruina Romae, p. 217-22.
12. Golias in Romanam curiam, The latin poems, ecc., p. 37.
13. Duemmler, Auxilius und Vulgarius, Lipsia, 1866, p. 152.
14. Ed. dell'Andresen, Heilbronn, 1877-9, vol. I, p. 26, v. 462-5.
15. La Cronique des Veniciens, parte 1ª, c. 1, Archivio storico italiano, t. VIII, 1845. Lo stesso dice nel c. 2.
16. L. I, c. 28.
17. Otia imperialia, Decis. III, c. 9, De situ Romae.
18. Manipulus Florum, ap. Muratori, Scriptores, t. XI, col. 539 e 588. La forma di Roma è ricordata anche nella Image du monde, l. II, c. 12. Nel testo che accompagna un atlante catalano del 1375, è detto a questo proposito: «Hedificaven les ciutats seguns les meios feres o besties salvatges; per que Roma ha forma de leo, loqual senyoreya cent bestias. Aquesta Roma es cap de totes les ciutats. Los seus hedifici son de reyola e teula, pero es dita laternis, que vol dir reyolencha». Notices et Extraits des manuscrits, t. XIV, parte IIª, p. 8-9.
19. Il Cuento muy fermoso del enperador Ottas de Roma et de la infante Florençia su fija, et del buen cavallero Esmere pubblicato da Amador de los Rios in calce al vol. V della sua Historia critica de la literatura española, p. 391-468, comincia così: «Bien oystes en cuentos et en romançes que de todas las cibdades dei mundo Troya fuè ende la mayor, et despues fuè destroida et quemada, asy que el fuego andò en ella siete años».
20. Il primato di Roma si addimostra ancora nelle carte geografiche del medio evo per le figure che servono a rappresentarla e per certi contrassegni o motti che ne accompagnano il nome. Nell'antichissima Tavola Peutingeriana Roma è rappresentata da un cerchio in cui campeggia l'immagine di un imperatore; in una mappa dell'XI secolo esistente fra i manoscritti Cottoniani del Museo Britannico e pubblicata dal Santarem nel suo Atlas composé de Mappemondes, de Portulans et de Cartes hydrographiques et historiques depuis le VI jusqu'au XVII siècle, Parigi, 1849, da un edifizio munito di sei torri, distintivo non accordato a nessun'altra città, tranne Babilonia, della cui grandezza e sontuosità durava viva la memoria nel medio evo; in uno schizzo di carta geografica posto in fronte a un manoscritto della Bibliothèque Royale di Bruxelles (n. 3899; scritto nel 1119) da una gran torre con un portico sotto, dal quale esce il Tevere, e altrove, nello stesso codice, da un grande edifizio in figura di chiesa; in una carta d'Europa assai rozza dell'anno 1120, pubblicata nell'Anzeiger für Kunde des teutschen Vorzeit del Mone, anno 1836, da un edificio maggiore degli altri. In due mappe, l'una probabilmente del XIII secolo, conservata nella cattedrale di Hereford in Inghilterra, l'altra disegnata nel XIV da Riccardo di Haldingham, Roma è contrassegnata dal motto: Roma caput mundi regit orbis frena rotundi. (V. Wright, Essays on archaeological subjects, Londra, 1861, V. II, p. 16). Ma in una carta aggiunta a un codice delle Grandes chroniques de Saint Denis, scritto fra il 1364 e il 1372, e conservato nella Biblioteca di Santa Genoveffa in Parigi, l'edifizio più cospicuo spetta a Gerusalemme.
21. La Chanson des Saxons, ed. di Fr. Michel, Parigi, 1839, str. I.
22. Jubinal, Nouveau recueil de Contes, Dits, Fabliaux et autres pièces inédites des XIIIe, XIVe et XVe siècles, Parigi, 1839-42, v. I, p. 88.
23. Itinerarium, V. 63. Questo concetto fu del resto familiare ai Latini. Cicerone e Seneca chiamano Roma patria comune, e tale pure è detta nel Digesto. Ulpiano e Callistrato sostengono che il relegato non può dimorare a Roma, essendo Roma patria di tutti. Teodorico dice per bocca di Cassiodoro (Variarum, II, 39): «Nulli sit ingrata Roma quae dici non potest aliena».
24. Liber Pontificalis, § XVIII.
25. Fozio nelle Quaestiones ad Amphilochium dice che Roma aveva tre nomi, uno mistico, amor, uno sacro, Flora, uno politico, Roma. Il mistico, sotto pena della vita, non si poteva divulgare. Mai, Scriptorum veterum nova collectio, t. I, p. 283. Cf. Solino, Polyhistor, I.
26. Papia, Elementarium, s. v. Romani.
27. Distinct. V, v. 181-98, edizione delle opere, curata da Tommaso Wright, Londra, 1863 (Rerum Britannicarum medii aevi scriptores).
28. L. IV. Duemmler, Aus Handschriften, Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde, v. IV, p. 182.
29. Come autore è indicato un Guido che non si sa chi sia. V. Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde del Pertz, v. VII, p. 537-40.
30. Epistolae de rebus familiaribus, ed. del Fracassetti, l. II, 9.
31. Op. cit., l. X, 1.
32. Roma, vinta dai barbari, occultò nella terra quanto più potè delle proprie ricchezze. V. Zappert, Ueber Antiquitätenfunds in Mittelalter, nei Sitzungsberichte dell'Accademia imperiale di Vienna, classe stor.-fllosof., 1850, v. II, p. 752-98.
33. Teodulfo, soprannominato Pindaro, che fu il migliore poeta della corte di Carlo Magno, ricorda nella sua Paraenesis ad judices le rovine romane di cui andava superba la città di Beziers. Del resto molte rovine passarono per romane che tali veramente non erano.
34. Roma stessa si chiamò Nova dopo che fu rinnovata in certo qual modo dal cristianesimo.
35. Non dimentica di così chiamarla in una sua ecloga il poeta Nasone della corte di Carlo Magno. I carmi di questo poeta furono pubblicati dal Duemmler nella Zeitschrift für deutsches Alterthum, nuova serie, v. VI, p. 58 segg. Angilberto detto Omero, nel Carmen de Karolo Magno, l. III, v. 94-100 (ap. Pertz, Scriptores, t. II, p. 395), dice, parlando della città di Aquisgrana:
. . . . . . . . . . . . . . Roma secunda
Flore novo, ingenti, magna consurgit ad alta
Mole, tholis muro praecelsis sidera tangens.
Stat pius arce procul Carolus loca singula signans,
Altaque disponens venturae moenia Romae.
Hic iubet esse forum, sanctum quoque iure senatum,
Ius populi et leges ubi sacraque iussa capessant.
Si noti la imitazione di Virgilio. Non si dimentichi inoltre che Carlo Magno chiamò col nome di Laterano il palazzo che fece costruire in Aquisgrana. Parlando di esso Eginardo dice: «Ad cuius structuram cum columnas et marmora aliunde habere non poterat, Roma atque Ravenna devehenda curavit». Più tardi la leggenda racconterà che le colonne e i marmi furono trasportati in una notte dai diavoli.
36. Tolgo questi versi, che anche altrove s'incontrano, da una curiosa compilazione storica, anonima, contenuta nel Cod. H, V, 37 della Biblioteca Nazionale di Torino. Essi stanno al f. 42 r. Al f. 43 r. si trova il seguente passo:
Quod insignia urbium Romae et Mediolani erant equalia.
Crevit autem hec inclitissima urbs Mediolani in tanto honore in tantaque potentia quod Roma voluit eam in suam habere sororem et (vocabolo indecifrabile). Insignia ipsarum duarum civitatum erant in totum equalia, quid plus ista inclitissima civitas Mediolani semper in bello primam aciem pugne habuit.
37. Commentarius de laudibus Papiae, c. XXI, ap. Murat., Script., t. XI, col. 44.
38. Vita Caroli Magni, l. V, v. 653-8, ap. Jaffè, Monumenta Carolina, p. 625-6.
39. Lettere, Roma, 1775, p. 40.
40. Impresa di Siena era la lupa. Fazio degli Uberti nel Serventese ai Signori e popoli d'Italia:
Volgo alla lupa vana i tristi versi.
41. Dico forse, giacchè tutti sanno quanto oscure e dubbie sieno le origini dei comuni italiani. V. Savigny, Geschichte des römischen Rechts, 2ª ed., Eidelberga, v. I, c. V, e l'Appendice, p. 484-6; Leo, Entwickelung der Verfassung der lombardischen Städte bis zu der Ankunft Kaiser Friederich I in Italien, Amburgo, 1824.
42. V. Bryck, Holy Roman empire, IVª ed., Londra, 1873, p. 258.
43. Proemio al l. II, ap. Pertz, Script., t. XXII.
44. Di ciò si discorrerà più distesamente nel c. XXI.
45. Notisi che già Lucano nel I della Pharsalia, v. 427-8, ricorda come gli Arverni osassero fingersi fratelli dei Latini,
Arvernique ausi Latio se fingere fratres,
Sanguine ab Iliaco populi.
Anche gli Edui si gloriarono di cotal fratellanza.
46. Gregorii Turonensis historia Francorum epitomata per Fredegarium scholasticum, ap. Bouquet, Recueil des historiens des Gaules et de la France, t. II, p. 394.
47. Bouquet, Recueil, t. II, p. 542. Secondo i Gesta, i Franchi furono così chiamati dall'imperatore Valentiniano, dopochè ebbero espulsi gli Alani dalla palude Meotide. «Tunc appellavit eos Valentinianus imperator Francos attica lingua, quod in latinum interpretatur sermonem, hoc est feros a duritia vel ferocitate cordis». Circa le origini della leggenda franca varie opinioni si misero innanzi. K. L. Roth, Die Trojasage der Franken (nella Germania del Pfeiffer, I, 1, 1856) e il Braun, Die Trojaner am Rhein (Vinckelmanns, Programme des Vereins von Alterthumsfreunden im Rheinlande, 1856) fanno la origine della leggenda anteriore alle relazioni dei Franchi coi Romani, mentre il Loebell, Gregor von Tours und seine Zeit, Lipsia, 1839, p. 479 segg., sostiene la leggenda essere passata dai Romani ai Franchi. L'opinione del Roth e del Braun fu impugnata dallo Zarncke (Sitzungsberichte der sächsischen Gesellschaft der Wissenschaften, 1866) il quale afferma la leggenda essere di origine puramente letteraria, e sorta soltanto nel secolo VII. Dello stesso parere è il Wattenbach (Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter, Berlino, 1877-8, v. I, p. 89-90), ma il Wormstall (Die Herkunft der Franken von Troja, Münster, 1869) ammette una fonte storica della leggenda e alla tradizione franca subordina le versioni greco-romane. A tale opinione si raccosta pressochè intieramente il Dederich (Der Franckenbund, Annovria, 1873). Il Lüthgen (Die Quellen und der historische Werth der fränkischen Trojasage, Bonna, 1876) prende novamente ad esaminare la questione e giudica anche egli la leggenda essere di origine erudita. Questa opinione è la più probabile.
48. Così racconta Nennio, Historia Britonum, § 7. Goffredo di Monmouth aggiunga qualche particolare. Sbandito dall'Italia per avare ucciso involontariamente suo padre, Bruto va in Grecia, dove trova la posterità di Eleno, figliuolo di Priamo, tenuta in ischiavitù dal re Pandraso. (Pietro di Lantoft dice più disavvedutamente nella sua Cronaca in versi francesi [pubblicata dal Wright nella collezione dei Rerum britannicarum medii aevi scriptores] che Bruto vi trovò lo stesso Eleno ed Anchise le sené). Bruto libera i suoi concittadini, vince un po' per tradimento, un po' per forza, il re Pandraso, e sposatane la figliuola, passa in Bretagna. Ma nel Livere des Reis de Brittaine, compilato dopo il 1274 (edito da J. Glover, Rerum britann., m. ae. script.), si dice soltanto (p. 2): «Devant la nativite nostre Seigneur mil e deus cens ans, Brutus, le fiz Silvii, ou Ynogen sa femme e ou ses treis fiz, vint de la bataile de Troye en Engletere, ki estoit dunkes si cum un desert». La storia di questo Bruto si trova distesamente narrata sulle tracce di Goffredo di Monmouth nel Brut di Wace, pubblicato dal Le Roux de Lincy, Parigi, 1836-8, v. 118 segg. Cfr. il Münchener Brut, pubblicato da Corrado Hofmann e da Carlo Volmöller, Halle s. S., 1877, v. 375 segg.
49. Veggasi il Libro ditto el Trojano, Venezia, 1491 (2ª ed., ibid., 1509) e la inedita Fiorita d'Italia di Armannino Giudice, specialmente nei conti IV, V, XXX, XXXIII.
50. Armannino Giudice racconta altrimenti nel conto XXXIII della Fiorita l'origine del nome di Perugia (Cod. Mediceo Palatino 119 nella Nazionale di Firenze): «Al tempo di Totyle, lo quale, chome io dissi, veramente fu flagello d'idio, furono destructe in Ytalia molte ciptadi, tra le quali fu Perugia et Agobbio, et molte altre, delle quale sarebbe lungo a dire. Iustinianus imperator, del quale io dissi, habiendo in prigione molti baroni et re di gente gocta et vandula et longobarda, comandò loro che rifacessero Perugia et Agobbio et molte altre terre alle loro spese. Due furono li re che alle loro spese rifeciono Perugia; lo uno fu lo re di Persia et l'altro fu lo re di Roscia, et però fu mutato lo nome a Perugia, che imprima avea nome Tyberia, Dei due nomi di quelli re ne fu fatto uno, cioè Perugia, che viene a dire Persia et Roscia».
51. Molto spesso la leggenda della origine è suggerita dal nome stesso della città, nel quale, per una certa etimologia a ritroso, si scopre il nome del fondatore, o la memoria di un fatto che diede luogo alla fondazione, o che avvenne in essa. Qualche altro esempio, tolto di fra le città d'Italia, non sarà qui fuor di luogo. Papia viene da Papa o da Papae via, o da Pauperibus pia, o anche da unione di lettere, o sillabe iniziali di più parole (Commentarius de laudibus Papiae, c. XXI, ap. Murat., Script., t. XI, col. 44). Ravenna trae il nome a RAtibus VENto et NAvibus, essendo Tubal, nipote di Noè, e suo fondatore, venuto per mare in Italia (Giovanni da Cermenate, Historia de situ, origine et cultoribus Ambrosianae urbis, c. I, ap. Murat., Script., t. IX. col. 1225-6). Arezzo si chiamò prima Aurelia, e mutò nome dopochè Totila l'ebbe fatta arare e seminare di sale (Giovanni Villani, Istorie fiorentine, l. I, c. 47). Lucca si chiamò prima Fidia, e poi mutò il nome, perchè molto lucente nella fede (Id., ibid., c. 49). Siena fu così chiamata perchè vi si posarono i più vecchi dell'esercito franco, al tempo che Carlo Martello venne in Italia in soccorso della Chiesa (Id., ibid., c. 50). Lo Pseudo-Ricordano Malespini ripete, copiando, queste e altre favole. Veggansi anche i luoghi citati della Fiorita di Armannino.
52. Siami conceduto di recar qui, come un saggio della semplicità di così fatte immaginazioni, il suo racconto, Ly myreur des histors, pubblicato dal Borgnet, t. I, p. 87: «Item l'an David IIIe et XCIX, fondat li emperere Nyma Pompilius une citeit en Alemagne, et le nommat solonc son nom Nymay». P. 94-5: «Item l'an XLIII, avoit 1 gran prinche a Romme qui estoit uns senateur, liqueis fut appelleis Tarquinus li Orgulheux. Chis se contencha à l'emperere Tullus tant que ilh le tuat de unc cuteal, et, quant il l'oit ochis, se fist tant par son sens et par les grand dons qu'ilh donnat aux altres senateurs ses compagnons, qu'ilh fut eslus à emperere, et fut coronée à Romme: chis Tarquinius fut le VIIe emperere de Romme et regnat XXXV ans. — Item, l'an XLV, prist li emperere de Romme à femme Helyodes, la filhe l'emperere Odeles de Greche, qui dedens le terme de III ans oit I fis de l'emperere de Romme, et fut nommeis Saldones. Et l'an XLIX, oit ladit emperes I filhe, laquelle oit nom Wierbel; mains de celle filhe fut la damme si travelhist de maladie, que les saiges dammes disoieot que elle en moroit. Quant Tarquin entendit chu que sa femme moroit, si fut mult esmayés, et vowat a son Dieu Venus que il vowist sa femme delivrer, et ilh feroit fondeir en plusors lieu de son empire une conteit. Adont soy delivrat la damme de la filhe Wierbel desus dite, et li emperere tantoist fist sa conteit. Enssi que je vos dis, mandat l'emperere à planteit d'ouvriers, puis eu allat en Allemagne, portant qu'ilh savoit bien que ilh y avoit asseis de leis lieu; car illuc estoient les palus et lais lieu plus que altre part. Et fondât là V citeis qui furent nommées: la promier, Saldelle; li altra, Bella; la tierche Atroppa; li quarte, Ansel; li Ve, Cesaine; mains puisedit ont-ilh estait changiés de nommes par les saingneurs qui ont là regneit».
53. Vedremo più oltre che vi fu nella leggenda una Roma anteromulea.
54. Manipulus Florum, c. VII, ap. Murat., Script., t. XI, col. 543. Ma nel Chronicon Astense (ibid., col. 139) si dice che Milano, Pavia, e molte altre città d'Italia, furono edificate da Brenno. Milano e Subria sono tutt'uno, e Subria, secondo Giovanni da Cermenate, l. c., sarebbe stata fondata da Subre, figlio di Tubal, fondatore di Ravenna.
55. Giacomo Malvezzi, Chronicon, dist. I, c. 1, ap. Murat., Script., t. XIV, col. 784.
56. Antonio Astigiano, De ejus vita et varietate fortunae, l. I, c. 7, ap. Murat., Script., t. XIV, col. 1015.
57. Giovanni Villani racconta nelle Istorie fiorentine, l. I, c. 7, che Atalante, con la moglie Elettra e con Apollino suo astrologo e maestro, venne in Italia e fondò la città di Fiesole, «Et nota che fu la prima Città edificata, nella detta terza parte del Mondo chiamata Europa, et però fu nominata Fia Sola, cioè prima sanza altra Città habitata». Lo Pseudo-Ricordano Malespini ripete, amplificandolo, il racconto di Giovanni Villani.
58. La leggenda circa l'origine di Treveri è alquanto mal ferma. Ordinariamente se ne fa fondatore un Trebeta (Treberi, Troletum), nipote di Semiramide, il quale, fuggendo l'avola, che voleva sforzarlo a sposarla, giunse sin sulle rive della Mosella. Così Gotofredo da Viterbo nella terza parte del Pantheon, e molti altri. (V. anche un commento in prosa allo Speculum Regum di Gotofredo, ap. Pertz, Script., t. XXII, p. 36). Secondo Giovanni d'Outremeuse (Myreur des hist., t. I, p. 11) fu Trebeta a volere sposare la madre (non più l'avola), che lo cacciò. La prima versione è più conforme alla riputazione di Semiramide, ed è, senza dubbio, una reminiscenza delle nozze di costei col proprio figliuolo Nino. Nel Chronicon Engelhusii si dice: «Ante Romam Treveris fuit annis mille trecentis»; ma la cronaca tedesca di Luneburgo si contenta di minore antichità; «Treer is gebuwet do Abraham VII. jar alt was up dat water Mosele und was CXX. jar eer Rome gestichtet was». Nei Gesta Treverorum (ap. Pertz, Script., t. VIII), Treveri,
Quae caput Europae cognoscitur auctoritate,
si dice fondata 1250 anni prima di Roma, e Trebeta cacciato da Semiramide bramosa di maggior dominio. Altri fece derivare Treveri da Triumvir, perchè Eucario, Valerio e Materno vi avevano predicato la fede. Alberto Stadense, nel Chronicon, dice senza più Treveri essere stata la prima città d'Europa.
59. Ma intorno a costoro e ad altri è grande disparità e arruffio di opinioni. V. Benedetto Pucci, Genealogia degl'illustrissimi signori Frangipani. Venezia, 1621.
60. G. Villani, Ist. fior., l. I, c. 42.
61. Leggasi ciò che Lodovico Monaldesco racconta negli Annali (ap. Murat., Script., t. XII, col. 530) parlando della venuta di Lodovico il Bavaro in Roma, «Habitao allo palazzo granne delli Colonnesi, e si riposao VIII. giorni; e allo Palazzo di Messer Pietro della Colonna non si sentiva se no suoni e canti pe dare gusto allo Imperatore; e si vedea quasi onni mattina Misser Agabito, o Misser Fabritio, e Misser Stefano, figli di Pietro della Colonna tutti vestiti di bianco, e no cavallo bianco peduno. Joro gridando pe Roma: Gloria in excelsis Deo; e dello granne Imperatore sumus liberi a peste, fame et bello, et a tirannide Pontificia liberati siamo, o Popolo mio. Ci ivano direto tutto lo Popolo, e gridava: Viva Dio, lo Imperatore, e Casa Colonna, che rimette la Cittade in libertade; ben si conosce che succedono dalli Imperatori antichi loro antecessori; veramente è vero, che la razza vostra discenne da Giulio Cesare. Viva dunque o Colonna, o Zagarola, li signuri sui, che toccò tanto bene a nui». Veggasi anche ciò che negli stessi Annali è detto un po' più oltre, col. 532-3. Narrasi che un principe Colonna, interrogato ironicamente da Napoleone il Grande circa questa discendenza, rispose: Maestà, sono mille anni che ci si crede nella nostra famiglia. Ma intorno alla discendenza dei Colonna si ebbero anche altre opinioni, e chi li fece venire da Ercole, che sulle coste dello stretto Gaditano rizzò le due famose colonne, chi da Cajo Mario, chi da Trajano, chi da Franco che diede il nome ai Franchi. V. Domenico De Santis, Discorso genealogico della nobilissima famiglia Colonna, Venezia, 1675.
62. Historia delle Fameglie antiche e nobili romane, codice della Vaticana Cristina. Ma notizie simili a queste si trovano in molte altre opere così impresse come manoscritte.
63. Arnoldus Wionus, Lignum vitae, Venezia, 1595. V. anche il citato opuscolo di Benedetto Pucci sui Frangipani, dove si parla pure delle origini della Casa d'Austria.
64. Ap. Meibomius, Rerum germanicarum scriptores, t. II, p. 3.
65. Ottone di Frisinga, Gesta Friderici Imperatoris, l. II, c. 21, ap. Pertz, Script., t. XX, p. 404-5. Dei diritti e dei privilegi di Roma, non troppo bene specificati, a dir vero, si fa continuo ricordo. Narrasi che, partito Lotario II da Roma, dopo avervi ricevuto dalle mani del Pontefice la corona imperiale, fosse fatta in Laterano una pittura col distico:
Rex venit ante fores, iurans prius Urbis honores;
Post homo sit papae, sumit quo dante coronam.
Papi e Imperatori, Senato e Plebe invocano a gara i diritti di Roma. Roma è la fonte di ogni diritto perchè sede naturale della suprema potestà; ond'è che chi nel medio evo vuol fabbricarsi un qualche privilegio bisogna si studii di dargli origine romana. Il Petrarca in una epistola a Carlo IV (Ep. sen., l. XV, 5) combatte e mostra chimerici certi privilegi austriaci che si facevano risalire sino a Giulio Cesare e a Nerone.
66. Hubatsch, Die lateinischen Vagantenlieder des Mittelalters, Görlitz, 1870, p. 23.
67. Homeliae in Ezechielem, l. II, 6.
68. Questo carme fu pubblicato più volte: nel Supplementum Patrum dell'Hommey, nel v. IV dei Poetae minores del Lemaire, nel Codex Urbis Romae topographicus dell'Urlichs, che lo trae dal De rebus gestis Regum Anglorum di Guglielmo di Malmesbury. L'Hauréau in una Notice sur les mélanges poétiques d'Hildebert de Lavardin, inserita nel t. XXVIII, parte 2ª dei Notices et Extraits des Manuscrits, le ristampa più correttamente che non siasi fatto sinora. Io riproduco la sua lezione.
69. Not. et Extr. des manus., t. XXVIII, parte 2ª, p. 334-5.
70. Comincia:
Quella virtù che 'l terzo cielo infonde.
È stampata nel volume delle Rime di M. Cino da Pistoja e d'altri del secolo XIV, ordinate da G. Carducci, Firenze, 1862, p. 334-42. In sul principio del Paradiso degli Alberti, composto nel 1389, Giovanni da Prato ricorda i fatti capitali della storia di Roma, e i Romani più insigni, che finge rappresentati da vaghe pitture, insieme con fatti ed uomini d'altre storie, nel teatro d'amore. Scelta di curiosità letterarie, disp. 85-88, Bologna, 1867.
71. Il Comparetti (Intorno al libro dei Sette Savii di Roma, Pisa, 1865, p. 10, segg.), attribuisce la grande diffusione del libro al male che vi si dice delle donne, ma anche la connessione con Roma deve avere avuto in ciò la sua parte.
72. L. cit., v. 325-44.
73. De contemptu mundi, in The anglo-latin satirical poets and epigrammatists of the twelth century edited by Thomas Wright, Londra, 1872, v. II, pag. 92-3.
74. Ibid., p. 97.
75. Trascrivo questi versi come furono pubblicati dall'editore, ma, senza dubbio, essi andrebbero scritti,
Fas mihi dicere,
Fas mihi scribere,
«Roma, fuisti,»
Ecc.
76. Historia Sicula, l. III, c. 38, ap. Murat., Script., t. V, p. 588.
77. Du Méril, Poésies populaires latines du moyen âge, p. 89. Il manoscritto da cui il Du Méril trasse questo poema è probabilmente del XII secolo. Altre poesie si trovano nello stesso volume a pag. 231 e 407, nelle quali Roma, accusata d'ogni maggior turpitudine, è apostrofata coi nomi più ingiuriosi.
78. Questa infamia finisce per involgere tutta Italia nel concetto degli stranieri. In certe sentenze aforistiche riguardanti varii popoli, pubblicate dal Wright e dall'Halliwel nelle Reliquiae antiquae, Londra, 1845, v. I, p. 127, si ricorda la rapacitas romanorum, mentre in altre, che le precedono, (p. 5) è detto:
Italici quae non sacra sunt et quae sacra vendunt.
Tali sentenze sono tratte da codici del XIII e XIV secolo.
79. Flacio Illirico, Varia doctorum piorumque virorum de corrupto ecclesiae statu poemata, 2ª ediz., 1754, pag. 28, Carmina Burana, p. 65.
80. Brinckmeier, Rügelieder der Troubadours gegen Rom und die Hierarchie, Halle, 1846.
81. In un racconto di un Zaccaria (Metropolita?), tradotto di siriaco in latino, e pubblicato dal Mai, Scriptorum veterum nova collectio, t. X, p. XIII-XIV, si descrivono le ricchezze e le maraviglie di Roma, e si dice, tra l'altro, che c'erano nella città ottanta statue di dei tutte d'oro, e sessanta d'avorio. Questo racconto è del VI secolo; ma, sebbene parli di tali statue come tuttavia esistenti, si riferisce evidentemente a tempi anteriori. Il Curiosum Urbis e il De Regionibus dicono: Dei aurei LXXX, eburnei LXXIIII (o LXXXIIII).
82. Cassiodoro, Variarum, II, 34, ed. delle Opere, Venezia, 1729.
83. Id., ibid., I, 21.
84. Id., ibid., IV, 51. Cf. II, 39; III, 9, 10, 30, 31, 49. Leggasi inoltre ciò che Cassiodoro dice nel Chronicon: «Dominus Rex Theodoricus Roma cunctorum votis expetitus advenit, et Senatum suum mira affabilitate tractans, Romanae plebi donavit annonas, atque admirandis moenibus deputata per annos singulos maxima pecuniae quantitate subvenit, sub cuius felici imperio plurimae renovantur urbes, munitissima castella conduntur, consurgunt admiranda palatia, magnisque eius operibus antiqua miracula superantur». Nè questa sollecitudine si limita a Roma. In Ravenna Teodorico fa ricostruire la basilica di Ercole (Var., I, 6); essendo stata rubata a Como una statua di bronzo, ordina se ne faccia diligente indagine (ibid., II, 35, 36). Le parole con cui comincia la prima delle due epistole dove di ciò si ragiona sono caratteristiche: «Acerbum nimis est nostris temporibus Antiquorum facta decrescere, qui ornatum urbium quotidie desideramus augere».
85. De Rossi, Piante icnografiche e prospettiche di Roma, Roma, 1879, p. 76.