CAPITOLO II Le rovine di Roma e i Mirabilia.

La rovina di Roma non si compie in un tratto: otto secoli ci vogliono e l'opera devastatrice di trenta generazioni per condurla al punto in cui il Rinascimento inoltrato l'arresta. Dice Ildeberto Cenomanense, di cui ho riportato i versi qui di sopra, che gli dei non valevano a distruggere la fattura degli uomini.

I barbari, parlando in generale, pensarono più a far bottino che a demolire; anche gl'incendii suscitati dalle loro mani non furono così esiziali ai monumenti come fu poi l'opera lenta e sistematica degli stessi Romani[81]. Teodorico mostra per le moltissime fabbriche di cui ancora andava superba Roma al suo tempo, la più viva sollecitudine; vuole che si spendano in loro beneficio i denari provveduti a tal uopo[82], e ne domanda conto[83]; loda Simmaco pei molti nuovi edifizii da lui costruiti, e fa riparare del proprio il teatro di Pompeo[84]. Certo i successori suoi non imitarono sì nobile esempio; ma, se non fecero bene, non si può dire nemmeno che facessero male; ond'è che ai tempi di Carlo Magno i monumenti dell'antica Roma, tuttochè danneggiati e guasti dai terremoti e dagl'incendii, rimangono ancora pressochè tutti in piedi[85]. Molto più rapida fu la decadenza morale ed economica. Già ai tempi di papa Vigilio (537-55), nell'interno della città, che non contava più di 50000 abitanti[86], erano campi seminati, e pascoli per bestiame[87]. Nel 556 Pelagio I scrive a Sapaudo vescovo di Arles, perchè induca il patrizio Placido a mandar denari e vestimenta, e nel 557 riscrive, perchè sieno mandate a Roma le vestimenta comperate, «quia», dic'egli, «tanta egestas et nuditas in civitate ista est, ut sine dolore et angustia cordis nostri homines, quos honesto loco natos idoneos noveramus non possimus adspicere»[88].

La scarsa popolazione si va man mano raccogliendo nella regione di campo Marzio, abbandonando i colli: dove sorgevano un tempo le case della migliore cittadinanza, si stendono umili orti[89]. D'anno in anno la miseria cresce, e crescono con la miseria l'ignoranza e l'imbarbarimento dei costumi. Alcuni versi che potrebbero risalire al VII secolo, ma che sicuramente non sono posteriori al X, deplorano la sciagurata sorte della città stata un tempo signora del mondo[90]. Essi meritano d'essere qui riportati.

Nobilibus quondam fueras costructa patronis;

Subdita nunc servis, heu male, Roma, ruis.

Deseruere tui te tanto tempore reges:

Cessit et ad Grecos nomen honosque tuus,

Constantinopolis florens nova Roma vocatur;

Moribus et muris, Roma vetusta, cadis.

Transiit imperium, mansitque superbia tecum;

Cultus avariciae te nimium superat.

Vulgus ab extremis distractum partibus orbis,

Servorum servi nunc tibi sunt domini.

In te nobilium rectorum nemo remansit;

Ingenuique tui rura Pelasga colunt.

Truncasti vivos crudeli vulnere sanctos;

Vendere nunc horum mortua membra soles.

Iam ni te meritum Petri Paulique foveret,

Tempore iam longo Roma misella fores.

La massima decadenza, con molta vigoria di linguaggio descritta in un discorso inspirato da Gerberto, e pronunziato da Arnulfo nel sinodo di Reims, si riscontra verso la fine del secolo X. Della profonda notte d'ignoranza che pesa su Roma durante quei tempi infelici, troviamo fatto ricordo e lamento assai spesso. Nessuno studio, nessuna cognizione d'arti o di lettere sopravvive colà dov'era stato il regno della più varia e più fiorente coltura. Roma è la più barbara fra le città dell'Europa. Già sin dai tempi di Gregorio Magno non vi si trovavano più libri. Cadente il secolo VII, Agatone papa confessava che i legati da lui mandati al Concilio ecumenico di Costantinopoli erano uomini digiuni di ogni dottrina[91]. Nel 992, il già ricordato sinodo di Reims rimproverava ai Romani di non avere nella loro città quasi nessuno che possedesse qualche coltura[92].

In pari tempo, nelle grandi aree spopolate, invase da una selvaggia vegetazione, o coperte d'acque stagnanti, l'aria si veniva infettando di mortifere esalazioni, e tratto tratto contagi terribili si diffondevano a diradare vie più la già scarsa popolazione. Fra le ingenti macerie che ingombravano il suolo, sulle rive melmose del Tevere pullulavano i rospi e le serpi[93]. Nel Foro, sede principale un tempo della maestà di Roma, sulle rovine sopravanzate agl'incendii di Genserico e d'Alarico, e sepolte oramai sotto ai rottami e alla terra, pascolavano i bufali come ai tempi favolosi d'Evandro[94]. La distruzione dei monumenti si compie a poco a poco. Templi, terme e teatri diventano cave inesauribili di materiale da costruzione; dei marmi si fa calcina. Pisa, Napoli, altre città d'Italia, Aquisgrana e Costantinopoli si arricchiscono delle spoglie tolte a Roma. All'opera distruttrice cotidiana si aggiungono le devastazioni subitanee e generali. Nel 1084 i Normanni, venuti con Roberto Guiscardo in ajuto di Gregorio VII, incendiano buona parte della città, e forse vi fanno più gran guasto che non avessero fatto nelle ripetute incursioni i barbari del V e del VI secolo. Ciò nullameno, corrente il XII, molti monumenti sussistono ancora, che poi sono distrutti più tardi[95]. Restituito nel 1143 il Senato, una certa tutela si stese sopra di essi[96], ma ebbe certo a far poco frutto e a durar poco, giacchè il Petrarca nella Epistola hortatoria rimpiange e biasima con acerbe parole la distruzione che liberamente si proseguiva a' suoi tempi. Qualche monumento scampò in grazia di condizioni speciali. I frati di San Silvestro in Capite, proprietarii della colonna Antonina, custodivano gelosamente il loro diritto, e minacciavano anatema a chiunque si attentasse di menomarlo[97].

Gli avanzi sparsi qua e là, ingombrati in parte di nuove costruzioni cresciute loro addosso o ai fianchi, o profanati, come ancora oggidì il teatro di Marcello, dall'esercizio di sordide arti meccaniche, non serbavano più traccia dello splendore di un tempo, ma erano pur sempre

L'antiche mura ch'ancor teme ed ama,

E trema il mondo quando si ricorda

Del tempo andato e 'ndietro si rivolve[98].

Tali quali erano, queste mura commovevano col tristo e solenne aspetto gli animi dei riguardanti, e li levavano alla contemplazione delle glorie passate. La presente rovina lasciava indovinare l'antica maestà. «Vere maior fuit Roma, maioresque sunt reliquiae, quam rebar», scrive da Roma a Giovanni Colonna il Petrarca[99]. Di Cola di Rienzo, dice l'anonimo narratore della sua vita[100]: «Tutta la die se speculava negl'intagli de marmo, li quali iaccio intorno Roma. Non era aiti che esso che sapesse lejere li antichi Pataffii. Tutte scritture antiche vulgarizzava: quesse fiure de marmo justamente interpretava. Oh como spesso diceva: Dove suoco quelli buoni Romani? dove ene loro summa justitia? poteramme trovare in tiempo che quessi fiuriano!» Ambrogio Camaldulense scrive in una delle sue epistole[101]: «Urbem certe dum peragro, stupore detinear, intuens partim ruinarum moles incredibiles ferme, partim projectas pretiosi marmoris crustas. Nusquam enim transire datur, quin occurrat oculis vel sculptura antiquae artis, aut parieti vice lapidis vilis ac singularis injecta, aut humi jacens. Columnarum item fragmenta fere perpetua, partim marmorea partim porphyretica humi constrata intueri licet. Ita dum antiqua illa atque inclyta Roma venit in mentem: ingens datur mortalis imbecillitatis et inconstantiae documentum».

Nel 1433 Ciriaco d'Ancona conduceva in giro per Roma l'imperatore Sigismondo, e vivamente si doleva con lui della distruzione degli antichi monumenti: «Non equidem parum putabam Opt. Aug. Caesarei Principis animum lacessere, quod qui nunc vitam agunt Romana inter moenia homines marmorea, ingentia, atque ornatissima undique per Urbem aedificia, statuas insignes, et columnas tantis olim sumtibus, tanta majestate, tantaque fabrum et architectorum arte conspicuas ita ignave, turpiter, et obscoene in dies ad albam, tenuemque convertunt cinerem, ut eorum nulla brevi tempore speciem vestigiumque posteris apparebit. Proh scelus! Et o vos inclytae Romuleae gentis manes

Aspicite haec, meritumque malis advertite numen»[102].

Poggio Bracciolini nel l. I del suo trattato De varietate Fortunae, dedicato a papa Niccolò V (1447-55), deplora con pari vivezza di sentimento, ma con parola più elegante e inspirata, l'ingente, irreparabile ruina[103].

Enea Silvio Piccolomini, che poi fu papa sotto il nome di Pio II, compose sopra lo stesso doloroso argomento i seguenti versi:

Oblectat me, Roma, tuas spectare ruinas

Ex cuius lapsu gloria prisca patet.

Sed tuus hic populus muris defossa vetustis

Calcis in obsequium marmora dura coquit.

Impia ter centum si sic gens egerit annos

Nullum hic inditium nobilitatis erit.

E Giano Vitale questi altri:

Aspice murorum moles, praeruptaque saxa,

Obrutaque horrenti vasta theatra situ:

Haec sunt Roma. Viden' velut ipsa cadavera tantae

Urbis adhuc spirent imperiosa minas?

Sentimenti simili a questi si trovano espressi da Lazzaro Bonamici, da Fulvio Cardulo, da Cristoforo Landino, da Francesco Quinziano e da cento altri poeti del Rinascimento[104].

Il popolo di Roma, pure aspirando a modo suo al ritorno dell'antico stato, poco si curava dei monumenti e delle memorie che andavano a quelli congiunte. In un'altra epistola a Giovanni Colonna il Petrarca[105], dopo aver ricordato molti luoghi e molte maraviglie di Roma, si duole che in Roma, più che in qualsivoglia altro luogo, fosse ignorata la storia romana. «Qui enim hodie magis ignari rerum Romanarum sunt quam Romani cives? Invitus dico. Nusquam minus Roma cognoscitur quam Romae». Certo non si può credere che in Roma stessa non fossero sorte, e probabilmente sino dai primi secoli del medio evo, intorno alle rovine più cospicue, alcune leggende intese a dar ragione, sia della origine, sia dell'uso speciale dei monumenti onde quelle erano avanzo; ma tuttavia è da credere che la maggior parte delle immaginazioni raccolte nei Mirabilia e nella Graphia si debbano ai pellegrini, che in gran numero, da tutte le province dell'orbe cattolico traevano a Roma, vuoi per visitarvi i santuarii e fruire delle munifiche indulgenze, vuoi per farvi acquisto di reliquie, di cui Roma erasi fatta in certo modo il generale mercato del mondo. Costoro dovevano di certo rimanere più profondamente impressionati alla vista delle rovine che non gli stessi Romani, i quali le avevano del continuo sott'occhio, e tornati alle case loro narravano, com'è inclinazione naturale di chi vien di lontano, più meraviglie assai che non avessero veduto, e più favole che non avessero udito[106]. Dal VII secolo in giù i pellegrinaggi si fanno sempre più numerosi, nonostante i molti disagi e pericoli del viaggio. Per chi teneva la via di terra c'erano le Alpi da traversare; per chi quella del mare, i pirati barbareschi da deludere o da combattere. Per venire da Parigi ai limina Apostolorum ci voleva, in media, una cinquantina di giorni, e spesso, giunti in vista della sospirata città i poveri fedeli erano derubati e trucidati dai malfattori che infestavano la campagna[107]. Ma non per questo veniva meno lo zelo. Bandito nel 1300 da papa Bonifacio VIII il Giubileo, accorsero in Roma due milioni di pellegrini[108].

Quando si scopriva loro dinnanzi la città eterna, i pellegrini intonavano un canto la cui prima strofa sonava così:

O Roma nobilis, orbis et domina,

Cunctarum urbium excellentissima,

Rosso martyrum sanguine rubea,

Albis et virginum liliis candida:

Salutem dicimus tibi per omnia,

Te benedicimus, salve per saecula[109].

Entrati in città, e dato principio alle pratiche di devozione, si trovavano tosto in presenza delle ruine, le quali servivano a dirigere le processioni nella via lunga e malagevole, su per i colli, traverso ai grandi spazii disabitati[110]. Che nelle menti loro riscaldate dal sentimento religioso e dalle peripezie del viaggio dovessero nascere molte strane immaginazioni, è naturale il pensarlo, e Ranulfo Higden, il quale del resto, come vedremo, molte ne spaccia per conto suo, ripetutamente lo afferma[111]. Da siffatte immaginazioni dovettero avere origine, almeno in parte, i Mirabilia.

Dire in che tempo sia stato composto questo strano e divulgatissimo libro non si può con piena certezza, e le opinioni dei varii scrittori che ne hanno trattato s'accordano poco su questo punto. Che esso si colleghi in parte con l'antica descrizione delle regioni, quale si trovava nel calendario officiale, è ammesso comunemente, ma con ciò non tutto il problema si risolve. La divisione augustea in quattordici regioni si conservò, più o meno sicura, sino al XII secolo inoltrato[112]; e da canto suo una in sette ne aveva introdotta la Chiesa; ma le descrizioni del medio evo non si attengono propriamente nè all'una, nè all'altra divisione[113]. L'anonimo autore dei Mirabilia conosce evidentemente gli antichi Regionarii, ma non costringe la sua descrizione entro gli schemi di quelli.

Nel secolo VIII o nel IX, l'anonimo di Einsiedeln, probabilmente un discepolo di Valafredo Strabone, versato nel greco, e provveduto di tutta la coltura classica concessa ai suoi tempi, visita e descrive Roma riportando un gran numero d'iscrizioni fedelmente copiate[114]. Ma il suo libro non contiene neppur una delle tante favole che si raccolgono poi nella Graphia e nei Mirabilia, e poichè non si può credere che nel tempo in cui egli scriveva molte non ne fossero già nate e divulgate, bisogna dire che di deliberato proposito egli le passasse sotto silenzio, come del resto pure fa di tutto quanto direttamente si riferisca al culto pagano.

Qui tutta una serie di quesiti si affaccia alla mente perplessa del critico. È più antica la Graphia o sono più antichi i Mirabilia? Quale rapporto è tra questi due opuscoli che hanno tanta parte comune? I Mirabilia sono essi formati di un solo getto, o in più tempi? Quale età può essere loro ragionevolmente assegnata? Quante recensioni ve n'ha? Chi fu il loro autore? A ciascun quesito rispondono più e disformi opinioni. L'Ozanam, che primo mise in luce di su un codice Laurenziano la Graphia aureae urbis Romae[115], esagerandone fuor di misura l'antichità, la giudica composta fra il V e l'VIII secolo[116]. Il Giesebrecht la crede composta ai tempi di Ottone III, e fa da essa derivare i Mirabilia[117]. Questa opinione fu generalmente respinta dai dotti più competenti in sì fatta materia, e il De Rossi[118], il Jordan[119], altri ancora, riconoscono nella Graphia come una seconda edizione dei Mirabilia con aggiunte di poca importanza.

Che i Mirabilia risultino di due parti, l'una più antica, più moderna l'altra, fu sostenuto dal Gregorovius. La parte più antica, o, se così voglia dirsi, la prima composizione dell'opera, risalirebbe al tempo degli Ottoni, cioè alla seconda metà del X secolo, mentre la più moderna, la redazione definitiva, sarebbe del mezzo circa del secolo XII, e posteriore alla restituzione del Senato in Roma[120]. Il Reumont reputa che la Graphia appartenga, nella forma sotto a cui è pervenuta sino a noi, alla fine dell'XI, o al principio del XII secolo, ma che nello essenziale rappresenti Roma qual era in sul finire della età carolingia, adorna ancora di molti avanzi di antichi monumenti che sparvero poi più tardi[121]. Ora, ciò che egli dice della Graphia bisogna intendere implicitamente anche dei Mirabilia. Se la descrizione, o la semplice menzione di monumenti distrutti più tardi non si potesse altrimenti spiegare se non facendo contemporaneo ad essi chi ne parla, bisognerebbe certo assegnare la prima composizione dei Mirabilia al X, o al IX secolo; ma tal fatto può dar luogo ad altra più probabile spiegazione. A questo proposito dice il Jordan[122]: Verso il mezzo del XII secolo, un uomo, fornito della comune erudizione del tempo suo, scrisse una periegesi delle rovine, con l'intenzione di mostrare, a fronte della malsicura tradizione, e delle mutabili denominazioni, che, in origine, esse erano templi sacri a tali e tali divinità. Egli la scrisse mosso da un sentimento allora comune a molti, i quali speravano il ristabilimento della repubblica, e la rinnovazione della romana potestà assisa in Campidoglio. La periegesi ampliò e ridusse a manuale sistematico, traendo gli elementi di parecchi capitoli dal catalogo delle regioni che per intero si conservava ancora, e da altri vecchi cataloghi medievali ov'erano registrati nomi di antichi monumenti, o forse rimaneggiando una compilazione di tal sorta già esistente. Al tutto egli aggiunse un capitolo sulla topografia cristiana, utile in più particolar modo ai pellegrini curiosi, e un certo numero di leggende, che, in parte, circolavano già da lungo tempo. Che i Mirabilia non sieno più antichi del XII secolo, prova inoltre il fatto che dei molti scrittori che vi attinsero, o che a dirittura li incorporarono nelle opere loro, nessuno ve n'ha che sia a quel tempo anteriore. Ora la riputazione di cui nel XII secolo fruiscono i Mirabilia è tale, che se fossero già esistiti innanzi, sia pure in una forma alquanto diversa da quella che assunsero poi, qualche scrittore ne avrebbe certamente fatto ricordo.

Il testo, nei manoscritti che lo contengono, sparsi qua e là per le biblioteche d'Europa, presenta molte varietà, ma queste possono essere ridotte a due principali recensioni. «La più antica», scrive il De Rossi «è quella, che quasi documento officiale fu inserita nei libri della curia romana, cioè nel Politicus (leggi polypticus) di Benedetto canonico (scritto prima del 1142), nelle Collectanea Albini scholaris (circa il 1184) e nel celebre libro de' censi di Cencio Camerario, che fu poi papa Onorio III. La seconda fa la sua principale comparsa nelle Collettanee del Cardinal Nicola d'Aragona (anni 1356-62); donde proviene quella che Martino Polono inserì nella sua cronaca, e quella della Graphia aureae urbis Romae, d'un codice fiorentino[123]». Il Jordan ammette le due recensioni, ma riferisce la Graphia alla più antica[124]. L'Urlichs distingue sei classi di Mirabilia nel già citato Codex topographicus. La prima contiene il testo del XII secolo (Descriptio plenaria totius urbis), quale si ha nella recensione più antica (Benedetto canonico, Albino scolastico, Cencio Camerario); la seconda, la Graphia, del secolo XIII; la terza, i testi del secolo XIV (De mirabilibus civitatis Romae); la quarta, i Mirabilia abbreviati e interpolati dei secoli XIV e XV; la quinta i Mirabilia congiunti con la rinascente dottrina, ancor essi dei secoli XIV e XV; la sesta, l'Anonimo Magliabecchiano, che è del secolo XV.

Nulla si sa dell'autore del libro. Nel 1851 il Bock annunciava un testo nuovo, e il nome del primo autore di essi, un Gregorius magister, non altrimenti conosciuto nella storia letteraria del medio evo[125]; ma passarono circa vent'anni senza che di tale scoperta si udisse più fare parola. Finalmente nel 1870, lo stesso Bock, in un articolo sulla testè citata pubblicazione del Parthey[126], svelò il mistero. Un capitolo del Polychronicon di Ranulfo Higden, rimasto precedentemente inedito, ma allora fatto già di pubblica ragione[127] (il che dal critico non fu risaputo), contiene una parte dei Mirabilia, con alcune peculiarità che non s'incontrano altrove. Il cronista inglese afferma di aver tratto ciò che dice di Roma e dei suoi monumenti da Martino Polono e dal suddetto magister Gregorius[128]. Il Bock stimò questo magister Gregorius essere stato il primo compilatore dei Mirabilia, mentre il De Rossi giudica la compilazione a lui attribuita una delle meno antiche, e credo con ragione[129].

Sia qui inoltre notato di passaggio che l'Harding, nella sua Confutation of the Apology of Jewel, stampata in Anversa nel 1565, f. 166 v., fa autore dei Mirabilia lo stesso Martino Polono.

Pochi libri ebbero nel medio evo la celebrità e la diffusione dei Mirabilia. Ciò si deve anzi tutto, parmi, al trovarsi felicemente combinata in essi l'ammirazione per Roma antica con la devozione inspirata da Roma cristiana. Alla descrizione delle mura, delle porte, dei principali monumenti, si accompagna il catalogo dei luoghi più celebri ricordati nelle Passioni dei Santi, la enumerazione dei cimiteri, la indicazione di molte chiese.

Un sentimento schietto ed ingenuo di ammirativa benevolenza per quell'antichità gloriosa che aveva lasciato nei marmi e negli spiriti indestruttibile memoria di sè prorompe da tutto il libro. Giunta al fine della sua rassegna la Descriptio plenaria si chiude con le seguenti parole: «Haec et alia multa templa et palatia imperatorum, consulum, senatorum praefectorumque tempore paganorum in hac Romana urbe fuere, sicut in priscis annalibus legimus et oculis nostris vidimus et ab antiquis audivimus. Quantae etiam essent pulchritudinis auri et argenti, aeris et eboris pretiosorumque lapidum, scriptis ad posterum memoriam quanto melius potuimus reducere curavimus».

Le leggende inserite qua e là, alcune delle quali strettamente si legano alla storia dei primi secoli della Chiesa, accrescevano attrattive al libro, che noi troviamo citato, o accolto per intero, in iscritture di diversissima indole. Benedetto, Albino, Cencio Camerario ne usano come di documento officiale. Alcuni cronisti lo introducono, se non in tutto, in parte, nelle loro storie, primo fra tutti il domenicano Martino Polono, morto nel 1279, la cui cronaca conosciuta comunemente sotto il nome di Martiniana godette di grandissima riputazione durante il XIII, XIV e XV secolo. Martino Polono attinge probabilmente dalla Graphia, poi molti attingono da lui, tra gli altri il già citato Ranulfo Higden (c. 1299-1363), e il Signorili nel libro intitolato De juribus et excellentiis urbis Romae, scritto per ordine di papa Martino V (1417-31)[130], l'autore di una cronaca latina contenuta in un codice della Casanatense, segnato A II, 20, e probabilmente anche il Ramponi nella Historia di cose memorabili della città di Bologna, istoria che va sino all'anno 1432. Accolgono inoltre più o meno distesamente il testo dei Mirabilia Giacomo da Acqui (c. 1330) nella sua Cronaca,[131] l'autore dell'Eulogium[132], il quale certamente attinse da Ranulfo Higden, Giovanni Mansel, nella Fleur des histoires[133], Giovanni d'Outremeuse nel Mireur des histors[134]. Giovanni d'Outremeuse descrive le meraviglie di Roma secondo le cronache d'Estodien e con alcune particolarità che altrove si cercherebbero invano. Questo Estodien, non è evidentemente altri che l'Hescodius citato dalla Graphia, da Martino Potano, e da altri parecchi[135]. Le particolarità che nel racconto si trovano farebbero quasi credere che Giovanni d'Outremeuse avesse veramente sott'occhi una recensione dei Mirabilia diversa dalle conosciute sin qui; ma è più probabile ch'egli abbia attinto da Martino, e che le particolarità le abbia aggiunte di suo. Fazio degli Uberti trae dalla Graphia, ma forse anche in parte dal racconto di Martino, ciò che di Roma fa dire alla stessa Roma nel c. 31, l. II del Dittamondo. Finalmente un ristretto dei Mirabilia si trova anche negli Otia imperialia di Gervasio di Tilbury[136] .

La celebrità dei Mirabilia si mantenne lungamente anche dopo che il Rinascimento, facendo meglio conoscere l'antichità, specie la romana, ebbe dato lo sfratto alle favole immaginate dal medio evo. Essi compajono ancora in molti manoscritti del XV secolo; trovata la stampa, se ne fecero numerose impressioni. Anche altre città in Italia ebbero descrizioni per più rispetti somiglianti a quella che di Roma si ha nei Mirabilia, ma nessuna poteva sperare la celebrità toccata a questi. Galvagno Fiamma cita a più riprese una Descriptio urbis Mediolanensis dalla quale toglie ciò che dice delle fabbriche più insigni di Milano. Intorno al 1320 un anonimo compose un Commentarius de laudibus Papiae[137]. Ma Milano e Pavia non erano Roma. Descrizioni delle loro bellezze e singolarità potevano importare ai Milanesi e ai Pavesi, non a tutti gli abitatori dell'orbe cattolico. I Mirabilia sono un'altra prova del primato di Roma.

Per discorrere in modo adeguato delle diversità più o meno rilevanti che il testo dei Mirabilia presenta negli innumerevoli manoscritti, e delle variazioni cui esso andò soggetto in processo di tempo, si richiederebbe un'apposita e lunga dissertazione. Qui qualche breve cenno potrà bastare. Sebbene i testi conosciuti possano, come s'è detto di sopra, ridursi a due recensioni principali, pure le differenze loro nei particolari sono qualche volta assai numerose. Già il testo più antico pervenuto sino a noi è un testo corrotto[138]. Passando di trascrizione in trascrizione la redazione primitiva si altera sempre più, e si accresce di varie accessioni, che non sempre hanno stretta attinenza con il resto. Una descrizione delle province d'Italia, tolta da Paolo Diacono, gli si annetterà in fine od in principio[139]; lo si interpolerà con una storia della cattività di Babilonia, e con una interpretazione del sogno di Nabuccodonosor[140], lo si correderà di considerazioni filosofiche e morali, lo si arricchirà d'interi capitoli[141]. A poco a poco, le alterazioni prenderanno un doppio indirizzo ben determinato, e si faranno in qualche modo sistematiche, provocate, per una parte, dal sentimento religioso, e, per un'altra, dalla nuova e crescente coltura dell'umanesimo. I Mirabilia nella prima lor forma non soddisfacevano se non assai imperfettamente ai bisogni dei pellegrini, che si recavano a Roma con lo scopo precipuo di visitare i santuarii e di purgarsi dei loro peccati. Ed ecco introdursi in essi, e prendervi luogo sempre maggiore, la indicazione delle stazioni e delle indulgenze, e la descrizione delle reliquie più cospicue[142]. Ciò accadeva più particolarmente nelle traduzioni[143]. Così venivan fuori mano mano certi nuovi Mirabilia che con gli antichi nulla più avevano di comune[144]. Ma in pari tempo la coltura del rinascimento si diffonde e prevale; già nasce un'archeologia scientifica, già si mostrano i primi archeologi. Il così detto Anonimo Magliabecchiano[145], tiene un luogo di mezzo fra i Mirabilia e il Poggio o il Biondo; egli deve avere scritto nei primi anni del secolo XV. Le favole a poco a poco spariscono. Nei Mirabilia Romae pubblicati da Marcello Silber, alias Franck, in Roma, nel 1513, si ripetono ancora le leggende di Trajano, della Salvatio, dei Cavalli marmorei, del Cavallo di Costantino, di Augusto. Seguono le indulgenze delle chiese di Roma, un sommario della storia della città, la descrizione delle sette chiese e di molt'altre. Vi si riportano versi devoti ed iscrizioni. Ma nell'Opusculum de mirabilibus novae et veteris urbis Romae, edito da Francesco de Albertinis chierico fiorentino, e dedicato a Giulio II (per maestro Jacopo Mazochio in Roma, 1510), delle favole medievali non si trova più traccia, mentre abbondano le citazioni di antichi scrittori. Finalmente le Collectanea di Fabricio Varano, la Descriptio Romae di Raffaello Volaterra, l'Antichità di Roma di Andrea Pallajo, più non ricordano i Mirabilia che per lo schema del Regionario conservato in parte.

Qui cade in acconcio far qualche parola di un curioso libro, salvo alcuni pochi frammenti, tuttora inedito e assai poco noto, la Polistoria, cioè, di Giovanni Cavallino de' Cerroni, la quale non è, come il titolo potrebbe far credere, un'opera storica propriamente, ma è piuttosto un trattato d'antichità romane, e, insieme, una descrizione di Roma[146]. Dell'autore non si sa altro se non quel pochissimo ch'egli stesso dice nel titolo dell'opera sua[147]: era scrittore della Sede Apostolica e canonico di Santa Maria Rotonda; fioriva probabilmente verso il mezzo del XIV secolo[148]. Tutto il libro, ch'egli dice di avere scritto a richiesta di molti amici curiosi e solleciti della gloria di Roma, lo dimostra uomo di molta e varia, benchè farraginosa erudizione: non vi si legge pagina senza trovarvi citato qualche scrittore pagano o cristiano: Cicerone, Catone, Tito Livio, Sallustio, Lucrezio, Virgilio, Giovenale, Vegezio, Plutarco, Giustino, Valerio Massimo, Orazio, Lattanzio, Boezio, San Gregorio, Isidoro di Siviglia, Hugutio e altri. A canto alle Sacre Scritture vi si cita spesso il Digesto. L'opera è divisa in dieci libri, che abbracciano tutti insieme non meno di centoventinove capitoli[149]. Vi si discorre promiscuamente di Roma pagana e di Roma cristiana. Nel l. I si ragiona di Roma invitta, eterna e beata, origine delle leggi e delle armi, principio di sovranità, maestra al mondo di nobilissimi esempii, clemente ed umana coi nemici, punitrice inesorabile dei malvagi. In essa è la Cattedra di San Pietro per cui si compiono gli alti destini meditati dalla Provvidenza, si conciliano insieme l'antico e il nuovo diritto. Al l. II porge argomento il discorso di Orazio Coclite al ponte, e una discussione circa le perfette qualità militari. Il l. III tratta della eccellenza della Città quanto ai cittadini e reggitori suoi, il che offre occasione all'autore di ricordare in due capitoli la legazione famosa di Pilato a Tiberio, e la distruzione di Gerusalemme per Vespasiano e Tito; poi alcune cose si soggiungono circa le dignità e virtù del sacerdozio. Nel l. IV si parla delle virtù della croce, della significazione delle insegne romane, dei pregi e della gran nobiltà di Fabrizio, degli Scipioni e di Giulio Cesare. Il V tratta dei giuochi e delle carceri quali usavano in Roma. Nel VI, ch'è fra tutti il più lungo, si ragiona del modo di costruire le città in genere, poi dei tredici fondatori di Roma, a principiare da Noè, poi delle diciannove porte. Il VII è tutto speso nella descrizione dei sette monti. L'VIII tratta delle tredici regioni in cui Roma era divisa. Nel IX si dice dei dodici popoli da cui primamente fu Roma abitata, e perchè sieno tredici regioni, e come sorse e fu denominata Città Leonina. Il X finalmente tratta della condizione del suolo ove Roma fu edificata, dei pregi d'Italia e dei cittadini Romani e Italici, della istituzione dell'impero, delle virtù che debbono essere nell'imperatore, delle relazioni vicendevoli della Chiesa e dell'impero. Alcuna volta non torna facile, così alla prima, scorgere il nesso de' varii argomenti trattati in uno stesso capitolo; pur tuttavia questo nesso non manca, secondo le opinioni e le credenze dei tempi. Così nel l. IV si discorre, come abbiamo veduto, delle virtù della croce e delle insegne romane, e a discorrerne congiuntamente l'autore è tratto senza sforzo dalla vittoria che Costantino, recando appunto per nuova insegna la croce, riportò sopra Massenzio.

Pei tre libri VI, VII e VIII, dove si ragiona della fondazione di Roma, delle porte, dei monti, delle regioni, il trattato di Giovanni Cavallino viene ad avere più stretta relazione colla Graphia e coi Mirabilia. Egli certamente conobbe e l'una e gli altri, ed anzi, quanto alla Graphia, espressamente lo dichiara, dicendo nel c. 20 del l. VI: «Graphia aureae urbis Romae stante in ecclesia sancte Marie nove de urbe quam vidi et iugiter legi». Dei Mirabilia non fa cenno, ed è omissione notabile; ma ben più strano deve parere certamente che delle leggende e delle descrizioni fantastiche contenute in quelle due cognitissime e divulgatissime scritture, egli, se si faccia eccezione di due o tre, non abbia voluto giovarsi. Non già che il suo libro vada esente da fantasticherie, chè pei tempi sarebbe stato un pretendere troppo; ma quelle che vi si trovano hanno tale un'aria, che a primo aspetto si riconoscono nate da erudita saccenteria, anzichè di schietto e popolaresco immaginare. Giovanni Cavallino patisce il male comune degli eruditi della età sua, la mania etimologica, l'ossessione dell'allegoria e del simbolo. Parlando delle porte e dei monti, egli ricorda i varii nomi di ciascuno, e cerca di darne ragione il meglio che può, e quando non l'ajutano la storia o il sapere, s'ajuta con la fantasia. Di queste curiose fanfaluche vedremo qualche esempio più sotto, ma darne un saggio anche qui non sarà fuor di luogo. La porta Septinea (Septimiana) prende il nome dalla plaga di settentrione, alla quale è rivolta, oppure lo deriva da sub e da Jano, trovandosi d'essere sotto il Gianicolo. Il monte Palanteo (Palatino) si denomina da Pallante, dea del sapere. Il colle Capitolino è così chiamato perchè capo di tutta la città, o piuttosto perchè vi si raccoglievano i senatori come i frati al capitolo. Il Celio ebbe nome dall'altezza, a celsitudine. Parlando delle regioni, dice quale fosse l'impresa del popolo di ciascuna, e s'industria di spiegare le figure e i colori che mostravano. Del resto, narrando, descrivendo, apostrofando, egli è sempre occupato dal pensiero di far concordare, in appoggio di quanto dice, gli scrittori e le prove.

L'opera di Giovanni Cavallino, scritta in sull'ultimo scorcio del medio evo, può considerarsi come il primo trattato di antichità romane che siaci rimasto. Essa è, senza dubbio, una congerie disordinata e deforme di fatti non ancora dominati dallo spirito critico, ma già vi si può scorgere dentro qualche bagliore del vicino Rinascimento, e ciò che ancora non viene a legare il pensiero, lega l'affetto di cui palpita ogni parola, l'affetto vivo e reverente per Roma invitta, eterna e beata. Quando vien meno l'ammirazione ingenua e fantasiosa dei Mirabilia, un'altra già ne comincia che prende e serba il suo luogo.

Dopo ciò entriamo nel vasto e popolato regno delle leggende.