Luigi XII in Italia. — Disfatta e prigionia del Moro. — Niccolò Machiavelli al campo di Pisa. — Prima legazione in Francia.

(1499-1500)

I Fiorentini s'erano affrettati a condannare il Vitelli, anche perchè non volevano che i nuovi e prosperi successi della Francia in Lombardia ponessero ostacolo alla esecuzione della sentenza. Questi eventi, infatti, portarono non piccola alterazione nelle cose di Toscana, e però dobbiamo ora parlarne.

Dopo la battaglia di Fornuovo, il Moro pareva divenuto davvero, secondo il suo antico desiderio, arbitro delle cose d'Italia. E per Firenze si ripeteva:

Cristo in cielo e il Moro in terra

Solo sa il fine di questa guerra.[418]

Egli stesso aveva fatto coniare una medaglia d'argento, con un vaso d'acqua da un lato, e il fuoco dall'altro, a simboleggiare che si teneva padrone della pace e della guerra. Aveva anche sopra una parete del suo palazzo fatto disegnare la carta d'Italia con molti galli, galletti e pulcini, ed un moro che li spazzava tutti con la granata in mano. Quando però chiese all'ambasciatore fiorentino, Francesco Gualterotti, che cosa pensasse del quadro, questi rispose che l'invenzione era bella, ma gli sembrava che quel moro, volendo spazzare i galli fuori d'Italia, si tirasse addosso tutta la spazzatura.[419] E così fu veramente.

Luigi XII pretese sempre d'aver diritti sul Ducato di Milano. Salito che fu sul trono di Francia, cominciò subito col provvedere alla sicurezza interna dello Stato, diminuì le imposte, ordinò l'amministrazione, nominò ministro dirigente Giorgio d'Amboise arcivescovo di Rouen, rispettò le autorità costituite, e non deliberò mai senza consultarle, mantenne l'indipendenza delle Corti di giustizia, incoraggiò le libertà gallicane, fu economo. Quando con questo nuovo indirizzo egli ebbe assicurato l'ordine allo Stato, e molto favore a sè stesso, rivolse l'animo alla guerra d'Italia, che ormai non era più impopolare in Francia, per la maggiore fiducia che s'aveva nel nuovo Re, e pel desiderio di vendicare le umiliazioni sofferte. Il 9 febbraio del 1499 egli concluse coi Veneziani una lega offensiva e difensiva, per la conquista del Ducato di Milano, di cui s'obbligava a ceder loro una parte. Così il Moro si trovò tra due fuochi, senza speranza di soccorso, giacchè i Fiorentini erano stati sempre amici della Francia, ed il Papa, dopo le promesse di aiuti al Valentino, la secondava anch'egli. L'esercito francese, comandato da G. G. Trivulzio milanese, che dopo la battaglia di Fornuovo aveva acquistato un gran nome, e da altri capitani di grido, forte di molti Svizzeri, si avanzò con una grande rapidità senza trovare ostacoli. I capitani del Moro parte lo tradirono, parte furono incapaci, ed il popolo si sollevò contro di lui; sicchè egli dovè pensare alla fuga, prima ancora che si fosse riavuto da questi inaspettati rovesci.[420] Si fece precedere dai due figli, accompagnati da suo fratello, il cardinale Ascanio, cui affidò la somma di 240,000 ducati. Il 2 settembre li seguì egli stesso in Germania.

Il dì 11 di quel mese l'esercito francese entrò in Milano, e poco dipoi fece il suo solenne ingresso Luigi XII, cui subito si presentarono gli ambasciatori dei vari Stati italiani, tra i quali ricevettero migliore accoglienza quelli di Firenze, per essersi la Repubblica, nonostante qualche oscillazione, serbata sempre fedele alla Francia così nella prospera, come nell'avversa fortuna.

I Fiorentini avevano però molte ragioni d'essere scontenti dei capitani francesi restati in Toscana, ai quali attribuivano la resistenza dei Pisani, e in parte l'esito sfortunato dell'assedio, il che li aveva appunto allora costretti a levare il campo ed a decapitare Paolo Vitelli. Ma invece di perdersi in vani lamenti, conchiusero in Milano un nuovo trattato col Re (19 ottobre 1499). Questi si obbligò ad aiutarli a sottomettere Pisa in ogni modo; essi dovevano tener pronti, per mandarli a Milano, 400 uomini d'arme e 3000 fanti, aiutare l'impresa di Napoli con 500 uomini d'arme e 50,000 scudi. La resa di Pisa doveva seguire prima che i Francesi tornassero nel Napoletano, e i Fiorentini dovevano intanto restituire al Re le somme imprestate loro dal Moro, secondo che verrebbero determinate da G. G. Trivulzio, dopo avere esaminato le carte trovate a Milano.[421] E promettevano inoltre pigliare a loro soldo il prefetto Giovanni della Rovere, fratello del cardinale di San Piero in Vincoli, cui la Francia voleva far cosa grata.[422]

Ma tutto ciò rimase sospeso a cagione di nuovi eventi. I Francesi, specialmente il loro generale Trivulzio, che era stato nominato governatore di Milano, scontentarono per modo le popolazioni, che il Moro, presentatosi alla testa di 8000 Svizzeri da lui nuovamente assoldati, e 500 uomini d'arme, venne acclamato da coloro stessi che poco prima lo avevano cacciato, ed entrò in Milano il giorno 5 di febbraio. Il Trivulzio ne era già prima uscito, lasciando però ben guardato il castello; a Novara lasciò altri 400 uomini, e s'avanzò verso Mortara, dove stette ad aspettare rinforzi, mentre parecchi de' suoi Svizzeri lo abbandonavano per servire anch'essi il Moro, che dava paghe migliori. Se non che, nell'aprile, scesero in Italia, sotto il comando del La Trémoille, 10,000 Svizzeri, i quali combattevano agli stipendi della Francia. Ben presto i due eserciti si trovarono di fronte, già in ordine di battaglia, quando gli Svizzeri del Moro dichiararono che essi erano stati assoldati individualmente, e però non potevano combattere contro la bandiera elvetica, portata dai loro connazionali, che Luigi XII aveva avuti mediante trattato concluso direttamente con la Confederazione. E così lo tradirono in faccia al nemico, chiedendo ancora, con mille pretesti e senza indugio, le paghe scadute, non volendo neppure aspettare fino a che arrivassero a lui aiuti italiani. Tutto quello che il misero Duca potè ottenere, fu di nascondersi nelle loro file, travestito da frate per salvarsi. Ma, fosse la sua paura o il nuovo tradimento d'alcuni soldati, egli fu riconosciuto e preso prigioniero il 10 di aprile 1500. La stessa sorte toccò a parecchi de' suoi capitani ed al fratello Ascanio, che, fuggito da Milano, fu da un falso amico tradito ai Veneziani, e da essi ceduto ai Francesi. Così, secondo la profezia del Gualterotti, il Moro s'era veramente «tirata addosso tutta la spazzatura,» e la sua fortuna cadde per sempre. Quando entrò prigioniero a Lione, accorse a vederlo una tal moltitudine, che bisognò difenderlo colle armi. Chiuso nel castello di Loches in Turena, vi morì dopo 10 anni di dura prigionìa. Il cardinale Ascanio fu condotto invece nella torre di Bourges, ma venne dopo qualche tempo rimesso in libertà.

Il Re, fatto accorto dalla passata esperienza, mandò a governare la Lombardia Giorgio d'Amboise, il quale era adesso cardinale, e lo chiamavano in Italia il cardinale di Roano (Rouen). Egli, pensando che valeva meglio «taglieggiare che saccheggiare,» condannò Milano a pagare per le spese di guerra 300,000 ducati, e così, in proporzione, le altre città, promovendo assai minore scontento di quel che aveva fatto il Trivulzio. Dopo di ciò fece il suo ingresso nella capitale lombarda, precedendo di poco il Re, che subito fu colà raggiunto dall'ambasciatore fiorentino, Tommaso Soderini, venuto a congratularsi ed a trattare circa il numero dei soldati da mandare a Pisa, secondo i patti già prima fermati. Fu giudicato che bastassero 500 lance, 4000 Svizzeri e 2000 Guasconi, le prime a spese della Francia, gli altri invece, con le artiglierie e carriaggi, pagati dai Fiorentini, a ragione di 24,000 ducati il mese.[423] Questi patti erano onerosissimi per la Repubblica, che già aveva assunto tanti altri obblighi verso la Francia; pure si piegò a tutto, per la speranza di potere con un valido esercito venir subito a termine dell'impresa, sborsando solo due o tre paghe.

Invece dovette fare adesso una nuova e più dura esperienza dei Francesi. Il cardinale di Rouen, nelle cui mani era la somma delle cose, cercava di far mantenere da altri l'esercito del Re, e quindi volle non solo che le paghe cominciassero a decorrere dal maggio, assai prima cioè che le genti fossero in Toscana, ma ancora che se ne promettesse una pel ritorno. E bisognò consentire. Ai 22 di giugno finalmente gli Svizzeri ed i Guasconi partirono da Piacenza con 22 falconetti e 6 cannoni, sotto il comando del Beaumont, chiesto dai Fiorentini stessi, invece d'Ives d'Alègre, che il Re voleva mandar loro. Il Beaumont o Belmonte, come lo chiamavano tra noi, era il solo dei capitani francesi rimasti in Toscana, che avesse serbato la fede. Messo al comando di Livorno, l'aveva, secondo i patti, ceduta ai Fiorentini, i quali per ciò appunto di lui solamente si fidavano. I nuovi mercenarî svizzeri e guasconi s'avanzarono con lentezza, taglieggiando e saccheggiando le terre per cui passavano, a benefizio proprio o del Re, sebbene avessero già riscosso le paghe. Anzi, quando a Piacenza furono numerati, se ne trovarono 1200 più del fissato, e bisognò, per una volta almeno, pagare anch'essi.[424] La condotta di tutta questa gente sarebbe davvero inesplicabile, se non si sapesse che cosa erano allora i soldati mercenarî, e se non si sapesse che il cardinale di Rouen mirava sopratutto a cavar danari da amici e da nemici. Si fermarono quindi a Bologna per averne dal Bentivoglio; ed in Lunigiana, contro ogni volontà dei Fiorentini, spogliarono Alberigo Malaspina di parte del suo proprio Stato, istigati a ciò dal fratello Gabriello, cui lo cedettero. Pigliarono Pietrasanta, e non la resero ai Fiorentini, come avrebbero dovuto. Le grida, i tumulti e le minacce che facevano per avere le vettovaglie, di cui parevano sempre scontenti, erano poi qualche cosa d'incredibile.

La Repubblica aveva già mandato Giovan Battista Bartolini commissario al campo, perchè apparecchiasse tutto; ma conoscendo che cosa era la petulante insolenza dei soldati stranieri, aveva mandato anche presso di loro due commissarî speciali, Luca degli Albizzi e Giovan Battista Ridolfi, con Niccolò Machiavelli in qualità di loro segretario. Questi avevano assai difficile faccenda alle mani, perchè dovevano accompagnare l'esercito e provvedere alle insaziabili voglie di quelle orde affamate, che dopo il pasto avevano più fame che prima. Presero la via di Pistoia e Pescia, ragguagliando i Signori con brevi lettere del loro cammino. Il 18 giugno, arrivati a Camaiore, incontrarono l'esercito che accompagnarono a Cascina, dove giunsero il 23. Qui si cominciarono subito a sentire più forti i minacciosi lamenti, per la pretesa mancanza di vettovaglie, specialmente del vino.[425] Giovan Battista Ridolfi, che sin dal principio era stato contrario al chiedere o accettare gli aiuti di Francia, dai quali non si aspettava nulla di bene, appena seguirono i primi disordini, se ne partì col pretesto di far conoscere ai Signori lo stato delle cose, e sollecitare pronti rimedî. Ma Luca degli Albizzi, uomo d'un coraggio quasi temerario, restò invece col Machiavelli in mezzo alle orde minacciose, senza mai perdersi d'animo. A qualcuno che lo consigliava di starsene alquanto lontano dal campo, rispose: chi ha paura, torni a Firenze,[426] e andò oltre con l'esercito. Vennero ambasciatori pisani, offerendo di cedere la città in mano dei Francesi, con la condizione però che la tenessero un 25 o 30 giorni prima di darla ai Fiorentini. Il Beaumont voleva accettare; ma l'Albizzi, in nome dei Signori, ricusò, dicendo che in un mese potevano seguire mutamenti impreveduti, e che ormai, essendo armati era necessario usare la forza.[427]

Il 29 giugno l'esercito era finalmente sotto le mura di Pisa, in numero di 8000 uomini, sempre lamentando la mancanza di vettovaglie; pure la notte si piantarono le tende, e poi si puntarono le artiglierie. L'Albizzi, sempre in mezzo a loro, faceva quanto era in lui perchè nulla mancasse, e non si sgomentava, sebbene vedesse molto chiaro che da un momento all'altro poteva trovarsi a gravissimo pericolo. «S'egli è possibile mandarci del pane, voi ci rimetterete l'anima in corpo,» scriveva il 30 di giugno al commissario Bartolini, che si trovava in Cascina.[428] Quello stesso giorno si cominciò a far fuoco, e si durò fino alle ore 21, quando furono gettate a terra da quaranta braccia di mura. Era il momento di dare l'assalto e farla finita; ma s'avvidero, invece, che i Pisani avevano cavato un fosso dietro al muro, e dietro al fosso fatto ripari, dai quali si difendevano; sicchè non fu possibile andar oltre. E così anche questa volta, nel momento in cui la città pareva presa, tutto andò in fumo. L'esercito invilito cominciò a ritirarsi ed a tumultuare di nuovo, per la mancanza o la cattiva qualità delle vettovaglie, e subito fu in un così gran disordine, che il Beaumont disse all'Albizzi di non poter più rispondere della impresa, dando la colpa di tutto ai cattivi provvedimenti de' Fiorentini. Nè valsero proteste o assicurazioni in contrario.[429]

Il 7 luglio i soldati guasconi se ne erano senz'altro partiti, tanto che l'Albizzi scriveva al Bartolini, che li trattasse addirittura da nemici. Ma il giorno seguente scriveva ai Signori, che gli Svizzeri erano entrati nella sua camera, chiedendo danari e minacciando pagarsi del suo sangue. «I Francesi sembrano spaventati, scusansi e confortansi con l'acqua fresca; lo stesso capitano Beaumont è smarrito, ma insiste sempre per aver le paghe. Io non volli prima annoiare invano le Signorie Vostre; ma ora bisogna in ogni modo risolvere che partito si vuol prendere con questa gente, e provvedere. Sarebbe bene pensare anche se si vuole salvare la mia vita.» «Non reputino le Signorie Vostre che viltà muova a questo, che io intendo a ogni modo non fuggire il pericolo, quando sia giudicato a proposito della Città.»[430]

Le previsioni dell'Albizzi s'erano il giorno dopo già avverate. Il Machiavelli, della cui mano sono la più parte di queste lettere, scriveva dal campo, in suo proprio nome, che verso le tre ore s'erano presentati un centinaio di Svizzeri, chiedendo danari, e non ottenendoli, avevano menato prigioniero l'Albizzi.[431] Questi venne trascinato a piedi fino all'alloggiamento del baglì di Dijon, e di là scriveva lo stesso giorno, che trovavasi d'ora in ora a disputare la vita, in mezzo ai soldati che lo minacciavano con le alabarde in sul viso. Volevano che désse le paghe anche ad una compagnia di circa 500 Svizzeri arrivati da Roma, alla qual cosa, non avendo essa alcun fondamento di ragione, s'era opposto energicamente. Neppure in quei difficili momenti egli perdette la calma, anzi nella stessa lettera dava utili consigli; si doleva però amaramente d'essere stato abbandonato «come persona rifiutata e perduta.... Che Dio mi conforti almeno, se non con altro, con la morte.»[432] Non ci fu però verso d'essere liberato fino a che non sottoscrisse, obbligandosi personalmente a pagare 1300 ducati per gli Svizzeri venuti da Roma.[433] L'esercito allora si sciolse, ultimi a partire essendo stati gli uomini d'arme. Dopo tante spese e tanti sacrifizi, i Fiorentini si trovavano ora col campo sfornito di gente, e coi Pisani divenuti più audaci di prima.[434] Mandarono subito Piero Vespucci e Francesco Della Casa, nuovi commissari, a provvedere, per quanto si poteva, così alle paghe, come a raccogliere dai luoghi vicini nuove genti. Il Re scrisse lettere, dolendosi dell'accaduto, rimproverando i capitani, minacciando i soldati, promettendo di sottomettere Pisa in ogni modo.[435] Ma erano parole, cui non tenevano dietro i fatti. Mandò il Duplessis, signore di Courçon, che a Firenze chiamavano Corcu o Corco, perchè esaminasse sul luogo quanto era accaduto, e riferisse.

Intanto però i Pisani uscivano dalle mura, e pigliavano prima Librafatta, poi il bastione detto della Ventura, che con molta spesa era stato costruito dal Vitelli. In questo modo aprivano le loro comunicazioni con Lucca, di dove ricevevano aiuti continui. Il Courçon, è vero, offeriva ai Fiorentini nuove genti del Re, con le quali potevano, egli diceva, fare continue scorrerìe, e stancare nel verno i Pisani, per sottometterli poi, al sopravvenire della buona stagione. Ma essi non vollero ormai più sapere nè di Francesi nè di Svizzeri, cosa che irritò moltissimo il Re, il quale, scontento dell'esito dell'impresa, perchè vergognoso alle sue armi, ne dava colpa ai Fiorentini, che avevano voluto a loro capitano il Beaumont e non Ives d'Alègre, da lui offerto; non avevano provveduto alle vettovaglie, nè dato in tempo le paghe richieste. Ma la principale ragione del suo scontento, era il vedere svanita la speranza di potere più a lungo addossare a Firenze la spesa d'una parte del suo esercito. Questi lamenti, non senza minacce, erano assai gravi, ed i nemici della Repubblica soffiavano tanto nel fuoco, che si credette necessario mandare in Francia messer Francesco Della Casa e Niccolò Machiavelli, come quelli che essendosi trovati ambedue al campo, potevano ragguagliare de visu il Re, e smentire le ingiuste e calunniose accuse, annunziando anche l'arrivo sollecito di nuovi ambasciatori, per trattare accordi.[436]

Fino all'anno 1498 Niccolò Machiavelli aveva assai poco conosciuto gli uomini ed il mondo; il suo spirito s'era formato principalmente coi libri, massime cogli scrittori latini e la storia di Roma. Ma nei due anni trascorsi dipoi aveva con molta rapidità cominciato a fare esperienza della vita reale e delle faccende di Stato. La legazione a Forlì gli aveva dato una prima idea degl'intrighi diplomatici; l'affare del Vitelli e la condotta degli Svizzeri gli avevano ispirato un profondo disprezzo, quasi un odio contro i soldati mercenarî. La morte di suo padre, seguìta il 19 maggio 1500, quattro anni dopo quella della madre, e pochi mesi prima che morisse la sorella sposata al Vernacci, lo costrinse a far da capo della famiglia, sebbene non ne fosse il primogenito, e gli aumentò quindi cure e pensieri. La gita in Francia apriva adesso un nuovo campo di osservazione ed un largo orizzonte dinanzi al suo spirito, tanto più che, dopo i primi mesi, essendosi ammalato il suo collega, egli restò solo incaricato della modesta, ma pure importante legazione.[437]

Il 18 luglio 1500 fu fatta la deliberazione, che mandava il Della Casa ed il Machiavelli al Re, e vennero scritte le istruzioni con cui erano incaricati di persuadergli, che tutti i disordini del campo erano seguiti per colpa solamente de' suoi soldati, e cercare d'indurlo a diminuire le ingiuste ed esorbitanti pretese di denari, che egli voleva prima d'aver sottomesso Pisa. Dovevano far capo dal cardinale di Rouen, e guardarsi bene dallo sparlargli del capitano Beaumont, suo protetto. «Se però,» dicevano i Signori, «voi trovaste disposizione a sentirne dir male, allora fatelo vivamente e dategli imputazione di viltà e di corruzione.»[438] Lorenzo Lenzi, che era stato già da più tempo con Francesco Gualterotti ambasciatore fiorentino in Francia, sebbene fosse per andar via,[439] ripeteva loro presso a poco le stesse cose. Potevano essi sparlare quanto volevano degl'Italiani al campo; ma, «solo come in un trascorso di lingua,» lasciarsi andare ad accusare i veri colpevoli.[440]

Bisognava dunque navigare tra Scilla e Cariddi, per non offendere l'insolenza francese. Ed a queste difficoltà s'aggiungeva ancora l'essere i due inviati uomini di assai modesta condizione sociale,[441] non ricchi e male retribuiti. A Francesco Della Casa era assegnato lo stipendio di lire otto di fiorini piccoli al giorno, ed al Machiavelli, che aveva grado inferiore, solo dopo molti lamenti da lui fatti per le spese incomportabili che sosteneva,[442] non punto minori di quelle del suo collega, fu dato uguale stipendio:[443] ma l'uscita restò sempre superiore all'entrata. Ben presto egli aveva già speso di suo quaranta ducati, ed ordinato al fratello Totto di far nuovo debito per altri settanta. Dovendo seguire il Re di città in città, era stato necessario fornirsi di servi e di cavalli, e sebbene in sul partire avessero avuto 80 fiorini ciascuno, avevano subito speso 100 ducati; il vivere e mantenersi decentemente costava loro uno scudo e mezzo al giorno, cioè più di quello che ricevevano. Così ambedue se ne lamentavano,[444] massime il Machiavelli, che non era ricco, ma di sua natura facile allo spendere.

Comunque sia di ciò, il 28 di luglio essi erano a Lione, dove trovarono il Re partito. Lo raggiunsero a Nevers, e dopo aver parlato col cardinale di Rouen, furono ricevuti il 7 agosto, presente esso cardinale, il Rubertet, il Trivulzio ed altri. Gl'Italiani formavano un terzo della Corte, erano tutti scontentissimi e desiderosi che l'esercito francese tornasse presto a rivalicare le Alpi.[445] Esposti i fatti, appena che si accennava ad accusare i soldati di Francia, il Re ed i suoi «tagliavano i discorsi.» Tutto doveva essere colpa dei Fiorentini. Luigi XII voleva pel suo decoro condurre a termine l'impresa di Pisa, e però bisognava dar subito i danari necessarî. Gli oratori risposero che alla Repubblica, esausta come era, col popolo scontento per gli ultimi fatti, sarebbe stato impossibile trovarli. Si poteva bene sperare di averli ad impresa finita, quando la città di Pisa fosse stata consegnata. Ma qui subito esclamarono tutti ad una voce, che questa era una sconvenientissima proposta, perchè il Re non poteva fare le spese ai Fiorentini.[446] E così si continuò per molti giorni sempre allo stesso modo. Luigi XII vuol mandare i soldati, che i Fiorentini non vogliono; lamenta che gli Svizzeri non abbiano avuto il danaro fissato, e non dà ascolto quando gli si osserva che neppure avevano prestato il servizio promesso. Il cardinale insiste vivamente,[447] ed il Courçon,[448] tornato di Toscana, aggrava lo stato delle cose, che finisce col divenire minaccioso davvero. «I Francesi,» scrivevano i due oratori, «sono accecati dalla loro potenza, e stimano solo chi è armato o è pronto a dar danari. Vedono in voi mancare queste due qualità, e però reputanvi ser Nichilo, battezzando l'impossibilità vostra, disunione, e la disonestà dell'esercito loro, cattivo governo vostro. Gli ambasciatori qui residenti sono partiti, nè si sente che arrivino i nuovi. Il grado e la qualità nostra, senza commissione grata, non sono per ripescare una cosa che sommerga.[449] Il Re è quindi scontentissimo, lamenta sempre d'aver dovuto pagare agli Svizzeri 38,000 franchi, i quali, secondo la convenzione di Milano, dovevate pagar voi, e minaccia fare di Pisa e d'altre terre vicine uno Stato indipendente.»[450] Per dar poi un utile consiglio, i due oratori suggerivano alla Repubblica «di farsi, mediante danaro, alcuni amici in Francia, mossi da altro che da affezione naturale; giacchè così fa chiunque ha da trattare qualche faccenda in questa Corte. E chi non fa così, crede di vincere il piato senza pagare il procuratore»[451].

Fino al 14 settembre le lettere erano state firmate sempre dai due inviati, ma erano quasi tutte scritte di mano del Machiavelli. Quel giorno poi il Re partiva da Melun, e il Della Casa, ammalato, andava per curarsi a Parigi; sicchè il Machiavelli restava solo a continuare il viaggio e la legazione, che dal 26 settembre in poi prende subito maggiore importanza, e s'estende in un più vasto campo. Egli non si ferma più al solo affare, pel quale era stato inviato; ma interroga, discorre sulle varie questioni attinenti alla politica italiana; di tutto ragguaglia i Signori, e poco dopo, invece, ragguaglia i Dieci, che furono allora rieletti, e tutto ciò fa con tale e tanta premura, con tanto ardore, che qualche volta sembra quasi perdere di vista lo scopo particolare, molto limitato, della sua commissione. Valendosi ora del latino ed ora del francese, giacchè nella stessa Corte ben pochi parlavano l'italiano, egli ragionava con tutti, interrogava ognuno. E per la prima volta vediamo incominciare a manifestarsi tutta la penetrazione e l'originalità del suo ingegno, la potenza e la forza maravigliosa del suo stile. Viaggiando col cardinale di Rouen, e trovandolo sempre duro sull'altare del danaro, volse il discorso sull'esercito che il Papa raccoglieva cogli aiuti di Francia, per secondare i disegni del Valentino. E potè capire, «che se il Re aveva concesso tutto per l'impresa di Romagna, era stato mosso più dal non saper resistere alle sfrenate voglie del Papa, che dal desiderare veramente un esito favorevole.[452] Pure,» continuava il Machiavelli, «quanto più teme di Germania tanto più favorisce Roma, perchè ivi è il capo della religione, che è bene armato, ed ancora ve lo spinge il Cardinale, il quale, sentendosi qui invidiato da molti per avere in mano la somma delle cose, spera ricevere di là protezione efficace.» E appena si tornò a parlar di danari, subito il Cardinale s'infuriò di nuovo, e minacciò dicendo «che i Fiorentini sapevano far molto buone le loro ragioni, ma finirebbero col pentirsi della loro ostinazione.»[453]

Fortunatamente allora appunto l'aspetto delle cose cominciò a migliorare assai, essendo stato in Firenze eletto il nuovo ambasciatore Pier Francesco Tosinghi con più ampi poteri, ed avendo i Signori ottenuto dai Consigli facoltà di dare nuova somma di danari. Così al Machiavelli riuscì meno arduo calmare i furori dei Francesi, e continuare con essi ragionamenti di politica più generale: egli ottenne anche la esplicita assicurazione, che il Valentino non avrebbe danneggiato la Toscana.[454] Ma il 21 novembre gli veniva da un amico affermato, che il Papa faceva ogni opera per metter male, assicurando che a lui sarebbe bastato l'animo, con l'aiuto che sperava dai Veneziani, di rimettere in Firenze Piero de' Medici, il quale avrebbe subito pagato al Re tutti i danari che voleva. Prometteva inoltre di tòrre lo Stato al Bentivoglio, e quanto a Ferrara ed a Mantova, che si mostravano pur sempre amiche di Firenze, farle «venire con la correggia al collo.» Il Machiavelli cercò allora di veder subito il Cardinale, e trovatolo ozioso, potè parlargli a lungo. Per combattere le calunnie del Papa contro i Fiorentini, addusse «non la loro fede, ma il loro interesse a stare uniti con la Francia. Il Papa cerca con ogni arte la distruzione degli amici del Re, per cavargli più facilmente l'Italia dalle mani.» «Ma Sua Maestà dovrebbe seguire l'ordine di coloro che hanno per lo addietro voluto possedere una provincia esterna, che è: diminuire i potenti, vezzeggiare i sudditi, mantenere gli amici, e guardarsi da' compagni, cioè da coloro che vogliono in tale luogo avere uguale autorità.» «E certo non sono i Fiorentini, nè Bologna o Ferrara che vogliono essere compagni del Re; ma piuttosto coloro che sempre pretesero dominare l'Italia, cioè i Veneziani e sopra tutti il Papa.» Il Cardinale prestò benigno ascolto a queste teorìe, che il modesto Segretario, esaltandosi sempre più nel parlare, esponeva in tòno quasi di maestro, e rispose che il Re «aveva gli orecchi lunghi ed il creder corto; ascoltava cioè tutti ma credeva solo a ciò che toccava con mano.»[455] E forse fu questa l'occasione in cui, avendo il Cardinale detto che gl'Italiani non s'intendevano della guerra, il Machiavelli gli rispose che i Francesi non s'intendevano dello Stato, «perchè intendendosene, non avrebbero lasciato venire la Chiesa in tanta grandezza.»[456]

Il 24 novembre scrisse le due ultime lettere di questa legazione. Il Valentino aveva fatto allora minacciosi progressi, e i Fiorentini, impensieriti di ciò, avevano non solo sollecitata la partenza del nuovo ambasciatore, ma promesso ai rappresentanti della Francia, che in breve tempo avrebbero mandato danari al Re. Questi aspettava quindi più tranquillo, e mandò ordini precisi al Valentino, che non osasse assalire Bologna nè Firenze. Ed il Machiavelli, data con una prima lettera questa notizia, scriveva lo stesso giorno la seconda ed ultima, con cui raccomandava la lite di un tal Giulio De Scruciatis[457] napoletano, contro gli eredi Bandini in Firenze. «Aveva il De Scruciatis reso, e poteva rendere ancora utili servigi alla Repubblica. Io non so nulla,» egli continuava, «di questa sua causa; ma so bene che, mentre lo essere vostro con questa Maestà è tenero e in aria, pochi vi possono giovare, e ciascuno vi può nuocere. Perciò è necessario intrattenerlo almeno con buone parole, altrimenti alla prima vostra lettera che arriva qui, egli sarà come una folgore in questa Corte;» «e fiegli creduto il male più facilmente che non gli è stato creduto il bene; e lui è uomo di qualche credito, loquace, audacissimo, importuno, terribile e senza mezzo nelle sue passioni, e per questo da fare qualche effetto in ogni sua impresa.» Dopo di ciò s'apparecchiava a partire.

Il lettore si sarà accorto come in alcuni punti di questa legazione, paia già quasi veder balenare da lontano, sebbene ancora in nube, lo scrittore dei Discorsi e del Principe. Quelle massime che più tardi il Machiavelli esporrà in una forma scientifica, vengono ora con mano ancora incerta abbozzate alla sfuggita, e come per caso: nelle successive legazioni vedremo che egli andrà sempre più chiaramente determinando e formulando gli stessi concetti. Anche il suo stile già comincia a prendere quel vigore, col quale ben presto egli riescirà a scolpire, con pochi tocchi di penna, uomini veri e vivi, a dare una straordinaria lucidità al proprio pensiero, e quindi a meritare d'essere universalmente giudicato il primo prosatore italiano. Non recherà quindi maraviglia il sentire come questa legazione facesse in Firenze un grandissimo onore al Machiavelli, e come il Buonaccorsi, fin dal 23 agosto, gli scrivesse con vero compiacimento, che le lettere da lui inviate venivano molto lodate dai più autorevoli cittadini[458]. E nell'agosto egli era ancora col Della Casa, che poneva la firma prima di lui, come principale incaricato. Possiamo dunque supporre facilmente che la Repubblica restasse poi sempre più soddisfatta del suo Segretario.

Tornato in patria, il Machiavelli si rimise con l'usato ardore al proprio ufficio, e i registri della Cancelleria son di nuovo ogni giorno pieni delle sue lettere. Gli affari procedettero subito con ordine maggiore, sia perchè egli esercitava molta autorità sui suoi sottoposti, sia perchè erano stati rieletti i Dieci, i quali venivano scelti fra le persone più pratiche di cose militari, erano meno distratti da altre cure, duravano in ufficio sei mesi e non due solamente come i Signori. Le loro attribuzioni inoltre erano state, con la Provvisione del 18 settembre 1500, che li ristabiliva, meglio definite e limitate, non potendo più di loro autorità far paci o leghe, nè condotte per più di otto giorni, e dovendo in tutte le cose d'importanza avere l'approvazione degli Ottanta, prima che fossero definitivamente deliberate.[459]

CAPITOLO IV.

Tumulti in Pistoia, dove è inviato il Machiavelli. — Il Valentino in Toscana; Condotta da lui stipulata coi Fiorentini. — Nuovo esercito francese in Italia. — Nuovi tumulti in Pistoia, e nuova gita del Machiavelli colà. — Continua la guerra di Pisa. — Ribellione di Arezzo e della Val di Chiana. — Il Machiavelli ed il vescovo Soderini inviati presso il Valentino in Urbino. — I Francesi vengono in aiuto per sedare i disordini d'Arezzo. — Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati. — Creazione del Gonfaloniere a vita.

(1501-1502)

E le faccende non mancavano davvero, sebbene la guerra di Pisa fosse alquanto sedata. A Pistoia s'erano gravemente rincrudeliti i sanguinosi tumulti tra i Cancellieri ed i Panciatichi, i quali ultimi erano stati cacciati dalla città, che restava sempre sottomessa a Firenze, ma con pericolo continuo di ribellione. Fu quindi necessario inviare a rimetter l'ordine, commissari speciali, uomini ed armi. Il Machiavelli non solo teneva la corrispondenza, dava ordini, veniva dai Signori e dai Dieci richiesto del suo avviso; ma fu più volte mandato colà. Ivi infatti lo troviamo nel febbraio, nel luglio e nell'ottobre, andato a vedere coi proprî occhi per poi riferire.

Molti dell'una e dell'altra parte furono confinati in Firenze; tutti i rimanenti invitati a rientrare in Pistoia, con obbligo a quel Comune di difenderli e di risarcirli largamente d'ogni nuovo danno che potessero patire, dandogli facoltà di rivalersene sugli offensori; e tutto ciò con una deliberazione dei Signori e dei Dieci fiorentini, in data del 28 aprile 1501.[460] Volevano i Pistoiesi lasciar fuori della loro città i Panciatichi, perchè avversi a Firenze; ma il Machiavelli scriveva ai Commissari, in nome dei Signori, il 4 maggio, che il tenere i Cancellieri dentro e i Panciatichi fuori era assai pericoloso, potendosi così a un tratto «perdere tutta la città o tutto il contado, e forse questo e quella insieme, trovandosi l'uno malcontento, l'altra piena di sospetto.» Concludeva che si eseguissero senz'altro gli ordini dati, valendosi delle forze che erano colà, perchè i Panciatichi rientrassero disarmati e fossero tenuti sotto buona guardia.[461]

Ben presto cominciavano più gravi pensieri da un altro lato. Il Valentino, impedito dagli ordini di Francia d'assalire Bologna, si rivolgeva verso la Toscana, ed insignoritosi di Brisighella, chiave della Val di Lamone, s'era, con l'aiuto di Dionigi Naldi,[462] uomo d'armi e di gran parentado colà, messo in grado di disporre di tutto quel paese. Egli chiedeva, minaccioso, libero passaggio attraverso il territorio della Repubblica, dicendo di volersene coi suoi tornare a Roma. Ed i Fiorentini, che sapevano con chi avevano da fare, mandarono a lui Piero Del Bene suo amico privato, mandarono un commissario di guerra sul confine a Castrocaro, ed uno speciale inviato a Roma, per informare di tutto l'ambasciatore francese: apparecchiarono nello stesso tempo 20,000 ducati[463] da spedirsi a Luigi XII, per averlo, come l'ebbero difatti, più decisamente favorevole. Intanto mille voci diverse correvano per tutto. I Senesi ed i Lucchesi mandavano continui aiuti a Pisa, dove Oliverotto da Fermo, soldato del Valentino, era entrato con alcuni cavalieri; i Vitelli aiutavano i Panciatichi a vendicarsi dei loro nemici. Da ogni parte erano noie e pericoli. Bisognava subito provvedere, ed il Machiavelli sembrava moltiplicarsi, scrivendo lettere, dando ordini ai capitani, ai commissari, ai magistrati.[464] Fortunatamente però arrivarono avvisi di Francia, che promettevano sicuro aiuto, e così la Repubblica fu nel maggio assai più tranquilla.

Ma il Valentino non si fermava. A Firenze infatti venne la nuova che gli Orsini ed i Vitelli minacciavano già al confine; che un tal Ramazzotto, vecchio amico dei Medici, s'era presentato a Firenzuola, chiedendo la terra in nome del Duca e di Piero de' Medici.[465] E per questi fatti gli animi si sollevarono in modo, che si parlava perfino di creare una Balìa con pieni poteri,[466] cosa che poi non si fece; pure si pigliarono i necessarî provvedimenti a difendere la Città da un improvviso assalto. Si posero nei dintorni alcuni comandati, fatti venire dal Mugello e dal Casentino, sotto l'abate don Basilio; ne vennero anche dalla Romagna; altre genti furono messe dentro le mura. Il Machiavelli era l'anima di questi movimenti d'armati, e se ne occupava con un ardore singolarissimo in un uomo di lettere. Ma egli aveva, contro l'opinione prevalente allora, perduto ogni fede nelle armi mercenarie; questi comandati gli parevano il germe d'una milizia nazionale, chiamata a difendere la patria nel modo stesso che facevano gli antichi Romani, e ciò bastava a tener viva la sua fede, il suo entusiasmo.

Dopo di ciò si mandarono ambasciatori al Duca, invitandolo a passar pure se voleva; ma alla spicciolata, senza gli Orsini ed i Vitelli. Egli s'avanzò sdegnato pel Mugello, dove i suoi soldati venivano insultando e saccheggiando le terre; onde l'irritazione popolare andò sempre più crescendo nella Città e nella campagna, gridandosi per tutto contro la «pazienza asinina» dei magistrati, i quali dovettero durare grandissima fatica ad impedire una sollevazione generale contro quell'esercito di predoni.[467] Il Duca finalmente, vedendo la mala parata, e sapendo che i Fiorentini adesso erano davvero protetti dalla Francia, dichiarò di volere stringere con essi sincera amicizia, mediante una condotta in qualità di loro capitano. Aggiungeva però che dovevano lasciargli libero il passo per andare alla sua impresa contro Piombino, e dovevano anche mutare la forma del governo, richiamando Piero dei Medici, affinchè si potesse esser sicuri delle loro promesse. Di fronte a queste pretese, i Fiorentini prima di tutto armarono altri mille uomini in Città, ordinando maggiore diligenza e buona guardia per ogni dove; risposero poi che, quanto all'impresa di Piombino, continuasse pure il suo viaggio; ma quanto al dovere essi mutare governo, non ne ragionasse neppure, che non era affar suo, e dei Medici nessuno voleva più sapere in Firenze. Il Valentino allora, non aggiungendo altro, arrivato che fu a Campi, fece sentire che si contentava d'una condotta di 36,000 ducati l'anno per un triennio, senza obbligo d'effettivo servizio, pronto però ad ogni richiesta, con 300 uomini d'arme, in caso di bisogno. In sostanza, non potendo ormai sperare altro, voleva almeno, secondo il solito, danari. Ed i Fiorentini, per farlo una volta partire, firmarono il 15 maggio 1501 la convenzione con cui gli concedevano la condotta, e fermavano alleanza perpetua fra le due parti.[468] Essi in verità speravano di non dargli neppure un soldo, ed il Duca, che se n'era avvisto, accettava nonostante i patti, perchè, non avendo il danaro, avrebbe, in tempo più opportuno, trovato facile pretesto a nuove aggressioni. Intanto continuava il suo cammino saccheggiando, e giungeva a Piombino il 4 giugno. Ivi non potè far altro che pigliare qualche terra vicina e l'isola di Pianosa; passò poi, sopra alcune navi mandate dal Papa, nell'isola d'Elba.[469] Ma di là fu subito richiamato, per accompagnare i Francesi, che tornavano alla guerra nel Napoletano; e così, lasciate ben difese le poche terre conquistate, se ne andò in fretta a Roma, dove entrò come un trionfatore, sebbene le sue imprese fossero state più di predatore che di capitano.

Ma se la guerra nel Reame liberava la Repubblica dalla presenza del Valentino, essa le recava pure altri danni e pensieri. L'esercito francese forte di 1000 lance e 10,000 fanti, di cui 4000 erano Svizzeri, senza tener conto di più che 6000 uomini, i quali venivano per mare, s'avanzava diviso in due parti, l'una delle quali passava, col maggior numero delle artiglierie, per Pontremoli e Pisa; l'altra, discendendo da Castrocaro, doveva traversare quasi tutta la Toscana. Al che s'aggiungeva, che soldati spicciolati del Valentino con Oliverotto da Fermo, Vitellozzo Vitelli ed altri capitani, venendo alla coda, sarebbero andati al solito predando, o entrati in Pisa, avrebbero aiutato i ribelli. Bisognò dunque scrivere ai Commissarî e Podestà, perchè apparecchiassero vettovaglie agli uni, si difendessero dagli altri; bisognò con 12,000 ducati soddisfare alle continue domande dei Francesi, fatte sempre col pretesto delle paghe dovute agli Svizzeri, che tanto male avevano servito la Repubblica.[470] Il Machiavelli s'adoperò a tutt'uomo in queste faccende, e finalmente, come Dio volle, l'esercito abbandonò la Toscana ed entrò nello Stato del Papa. A questo allora solamente fu reso noto il trattato segreto concluso in Granata fra i re di Spagna e di Francia, ed egli col suo solito cinismo promise l'investitura ai due sovrani.

Arrivati i Francesi al confine napoletano, l'infelice Federico raccoglieva le sue poche genti, avendo già messo ogni speranza d'aiuto nella Spagna, il cui esercito era comandato dal valoroso Consalvo di Cordova. Ma questi allora appunto dichiarò che doveva ricusare i feudi nel Napoletano, perchè i suoi doveri di capitano di Spagna non si conciliavano più con quelli di vassallo di Federico. Così il misero Re si trovò senza aiuti, ed il Reame fu in breve tempo tutto occupato da stranieri. Solo Capua resistette ai Francesi, e fu presa d'assalto nel mese di luglio, messa crudelmente a sacco, perdendovi la vita da settemila persone. Il Guicciardini afferma, che neppure le vergini nei chiostri poterono sfuggire alla libidine dei soldati, che molte donne si gettarono disperate nel Volturno, altre si ricoverarono in una torre. Colà il Valentino, che aveva seguìto l'esercito colla sua guardia, ma senza comando effettivo, e s'era nel saccheggio abbandonato ad ogni eccesso, avrebbe, secondo lo stesso scrittore, voluto vederle per sceglierne quaranta delle più belle. Il 19 agosto i Francesi entrarono in Napoli, e poco dopo Federico cedette interamente al loro Re, che gli diè in Francia il Ducato d'Angiò con 30,000 scudi di rendita. Ivi egli morì il 9 settembre 1504; i suoi figli lo seguirono ben presto nella tomba l'un dopo l'altro, e con essi s'estinse la casa aragonese di Napoli. Consalvo aveva intanto, senza trovare resistenza, preso la parte del Reame che spettava alla Spagna. Se non che, il trattato di Granata era stato, forse non a caso, scritto in maniera da dar luogo, nella divisione, a diverse interpretazioni. Ben presto fu chiaro infatti che l'uno o l'altro dei due sovrani doveva restare padrone di tutto, e che la decisione finale spettava alle armi. Nondimeno fra gli eserciti si venne allora ad un temporaneo accordo, amministrando in comune le province soggette a disputa.

Ed ora le genti del Valentino entravano il 3 di settembre in Piombino, donde l'Appiano fuggiva, e dove nel febbraio veniva il Papa stesso col figlio a vedere i disegni delle fortezze, che questi voleva costruire colà.[471] Così i Fiorentini si trovavano da capo col temuto nemico alle porte, mentre che i Lucchesi ed i Pisani si mostravano sempre più audaci, e la Francia tornava a dimostrarsi poco benevola, sebbene, dopo averle pagato 30,000 ducati per gli Svizzeri, si trattasse ora di pagargliene ancora da 120 a 150 mila, in tre o quattro anni, sempre con la solita vana promessa di restituire Pisa.[472] Mentre tutto ciò teneva la Repubblica in sempre maggiori strettezze, e rendeva sempre più impopolari i Dieci, da Pistoia si chiedevano nell'ottobre pronti aiuti, perchè la città era di nuovo lacerata dal furore delle parti, e nessun ordine di governo vi era possibile. Il Machiavelli, che già era stato ripetutamente inviato colà, vi fu ora, nel mese d'ottobre, mandato altre due volte, per portare ordini, e suggerire, tornando, i necessari provvedimenti così ai Dieci come alla Signoria.[473] E questa faceva poi da lui stesso scrivere, che unico rimedio era pensare adesso a riordinare il governo e l'amministrazione della città, facendovi subito tornare i Panciatichi, per pensare più tardi al contado, ove i guai erano anche maggiori.[474] In questi mesi, tra le molte lettere, ordini ed istruzioni, egli scrisse ancora, nella sua qualità di segretario, una breve relazione dei fatti seguìti in Pistoia, per dare ai magistrati una più chiara idea di tutto.[475] Di siffatte relazioni o narrazioni di quello che avveniva nel territorio della Repubblica, se ne compilavano allora molte nella cancelleria dei Dieci e della Signoria, e questa del Machiavelli, scrittura d'ufficio come le altre, non ha neppur essa maggiore importanza.

Calmati appena i torbidi di Pistoia, si sentiva nel maggio 1502 che Vitellozzo e gli Orsini s'avanzavano nella Val di Chiana, seguìti a poca distanza dal Valentino. E Massimiliano, volendo venire in Italia a prendere la corona, chiedeva ai Fiorentini, col solito pretesto di far guerra al Turco, 100,000 ducati, di cui 60,000 subito. Questi danari non furono dati; ma colla Francia bisognò bene obbligarsi a pagarle in tre anni 120,000 ducati, secondo un trattato d'alleanza, concluso il 12 aprile 1502, col quale il Re prometteva di difendere la Repubblica e mandarle 400 lance ad ogni richiesta.[476] Tutto questo però non bastava punto a fermare il Valentino, che invece lentamente s'avanzava, e intanto s'era talmente esausta di danari la Repubblica, che non si poteva più ricorrere a nuove gravezze, essendosi già messa perfino la Decima scalata, che differisce poco da quella che noi oggi chiamiamo imposta progressiva.[477] Così la guerra di Pisa dovè restare come sospesa, e restringersi solo a dare il guasto nel contado. I cittadini perciò furono da capo tanto scontenti dei Dieci, che di nuovo tornarono a non eleggerli, affidando le cose della guerra ad una commissione scelta dalla Signoria, il che le fece subito andare di male in peggio.[478] I Pisani infatti s'avanzarono impadronendosi di Vico Pisano, e continuarono le trattative iniziate nello scorso dicembre col Papa e col Valentino, per formare uno Stato indipendente, che arrivasse fino al mare, e ripigliasse dall'altro lato le terre occupate dai Fiorentini, coi quali non volevano in nessun modo far mai pace o tregua. Il Valentino avrebbe avuto il titolo di duca di Pisa, e il Ducato sarebbe stato ereditario; verrebbe conservato l'antico magistrato degli Anziani, e uno dei Borgia sarebbe nominato arcivescovo della città.[479] Questi disegni restarono senza effetto, ma bastavano a mettere in pensiero i Fiorentini, a danno dei quali i Borgia cercavano sollevare nemici in tutta Italia, dicendo ora di volerla unire in lega contro gli stranieri in genere ed i Francesi in particolare.

Intanto Vitellozzo era già presso Arezzo, con manifesta intenzione di sollevarla, ed il Valentino se ne stava a poca distanza, con la simulata apparenza di non pigliar nessuna parte a ciò che uno dei suoi proprî capitani faceva.[480] Firenze, non potendo ora disporre di nessuna forza, spedì in gran fretta, come commissario di guerra, Guglielmo dei Pazzi, che era padre del vescovo d'Arezzo. Ma il commissario non era appena giunto colà, che il popolo si levò a tumulto (4 giugno), e dovettero, padre e figlio, chiudersi nella fortezza insieme col capitano fiorentino. Vitellozzo allora entrò con centoventi uomini d'arme e buon numero di fanti, seguìti subito da Giovan Paolo Baglioni, altro capitano del Valentino, con cinquanta uomini d'arme e cinquecento fanti. Per riparare a questi pericoli, Firenze richiese dalla Francia le 400 lance promesse, anzi mandò Piero Soderini a Milano, per farle addirittura partire. Le genti del campo di Pisa ebbero intanto ordine d'avanzarsi per la Val di Chiana, dove fu mandato commissario, con ufficio di capitano, Antonio Giacomini Tebalducci, il quale, datosi da qualche tempo al mestiere dell'armi, aveva già cominciato a provare alla Repubblica quanto i capitani proprî valessero più dei mercenarî.[481] Ed il Machiavelli, che a lui continuamente doveva scrivere, ne seguiva i passi, e continuava le sue osservazioni, maturando le proprie idee sulla milizia nazionale. Ma le cose precipitavano, perchè la cittadella d'Arezzo, dopo una resistenza di 14 giorni, dovette arrendersi prima di poter ricevere aiuto dagli uomini partiti dal campo di Pisa, i quali perciò ebbero dai Dieci, nuovamente eletti, ordine di ritirarsi a Montevarchi, ora che i nemici, ingrossati in Arezzo, occupavano tutta la Val di Chiana, e Piero dei Medici col fratello s'era già unito ad essi.[482]

I Fiorentini, com'è facile immaginarlo, aspettavano ansiosissimi gli aiuti di Francia, per uscire dall'imminente pericolo, quando il Valentino (19 giugno) chiese che gl'inviassero persona con cui conferire; ed essi mandarono subito Francesco Soderini vescovo di Volterra, accompagnato dal Machiavelli. Il Duca trovavasi in Urbino, di cui s'era a tradimento impadronito; e l'infelice Guidobaldo di Montefeltro aveva potuto appena, con una fuga precipitosa su pei monti, salvare la propria vita, dopo che s'era creduto amico dei Borgia, e li aveva aiutati colle sue genti, il che era valso invece a fargli torre improvvisamente lo Stato. Il Machiavelli restò in compagnia del Soderini qualche giorno solamente, per tornare subito in Firenze, a ragguagliare a voce i Signori. E però solo i due primi dispacci di questa legazione sono scritti da lui, sebbene anch'essi firmati dal vescovo Soderini. Nel secondo, che ha la data di Urbino 26 giugno, ante lucem, si trova descritto un ritratto del Valentino, che dimostra chiaro come questi avesse già lasciato una profonda impressione sull'animo del Segretario fiorentino. Furono ricevuti la sera del 24, a due ore di notte, nel palazzo in cui il Duca si trovava con pochi de' suoi, tenendo la porta sempre serrata e ben guardata. Egli disse di volere ormai uscire da ogni incertezza coi Fiorentini, ed essere loro amico o nemico vero. Quando non accettassero la sua amicizia, sarebbe scusato con Dio e cogli uomini, se avesse cercato d'assicurare in qualunque modo il proprio Stato, che confinava col loro per sì lungo tratto. «Io voglio avere esplicita sicurtà, chè troppo bene conosco come la città vostra non ha buono animo verso di me, anzi mi lascerà come un assassino, ed ha cerco già di darmi grandissimi carichi con il Papa e col re di Francia. Questo governo non mi piace, e dovete mutarlo, altrimenti se non mi volete amico, mi proverete nemico.» Gl'inviati risposero che Firenze aveva il governo che desiderava, e nessuno poteva in Italia vantarsi di serbar meglio la fede. Che se il Duca voleva davvero esserle amico, poteva provarlo subito, facendo ritirare Vitellozzo, che in fine era suo uomo. A questo egli disse, che Vitellozzo e gli altri operavano per proprio conto, sebbene a lui non dispiacesse punto che i Fiorentini ricevessero, senza sua colpa, una buona e meritata lezione. Nè altro fu possibile cavarne, onde gli ambasciatori scrissero subito, parendo loro che importasse assai far conoscere con quale intenzione erano stati dal Duca invitati, tanto più che «il modo del procedere di costoro è di essere altrui prima in casa che se ne sia alcuno avveduto, come è intervenuto a questo Signore passato,[483] del quale si è prima sentito la morte che la malattia.»

Il Duca aveva detto ancora che della Francia era sicuro, e lo stesso fece ripetere loro dagli Orsini, i quali non solo lasciarono capire che l'impresa di Vitellozzo era fatta di comune accordo, ma aggiunsero che tutto era in ordine per invadere subito la Toscana con 20 o 25 mila uomini, che gli oratori però valutavano a 16 mila solamente. «Questo Signore,» concludeva la lettera, «è tanto animoso, che non è sì gran cosa che non li paia piccola, e per gloria e per acquistare Stato mai si riposa, nè conosce fatica o pericolo; giugne prima in un luogo, che se ne possa intendere la partita donde si lieva; fassi ben volere a' suoi soldati; ha cappati i migliori uomini d'Italia, le quali cose lo fanno vittorioso e formidabile, aggiunto con una perpetua fortuna.» Ma il fatto era, che egli sapeva che i Francesi venivano in aiuto de' Fiorentini, che voleva perciò stringere subito in ogni modo. Infatti a tre ore della notte dal 25 al 26, quando gli oratori avevano già parlato cogli Orsini, li fece chiamare di nuovo, per dire loro che voleva una pronta risposta dalla Signoria, nè fu possibile ottenere un indugio maggiore di quattro giorni. E però la lettera,[484] finita all'alba, partì subito con un corriere espresso, cui teneva dietro il Machiavelli stesso, che altro non aveva ora da fare colà. Egli se ne tornava con l'animo pieno d'una strana ammirazione per questo nemico della sua patria, ammirazione che era stata in lui alimentata da quella che già aveva pei Borgia anche il vescovo Soderini.[485] Questi restò presso il Duca, che faceva ogni giorno maggiori premure e minacce, a cui però i Fiorentini davano assai poca retta, perchè sapevano che già erano in via gli aiuti francesi.

E per la medesima ragione, al Giacomini, che aveva dato prova d'un coraggio, d'un'attività maravigliosa, e scriveva che, se gli mandavano 3000 fanti e mille comandati, sentivasi in grado d'assalire i nemici, rispondevano, ai primi di luglio, che si contentasse di stare sulla difensiva; giacchè erano in via le artiglierie e 4000 Svizzeri mandati dalla Francia; che bisognava subito dar loro le paghe, e non era perciò prudente impegnare la Repubblica in nuove spese, tanto più che il Valentino già abbassava le ali.[486] E lo stesso ripetevano nei giorni successivi.[487] Il 24 luglio il Re scriveva da Asti, che sarebbero arrivati uomini a piè ed a cavallo, con sufficienti artiglierie, capitano La Trémoille: si tenessero pronte le paghe e le vettovaglie.[488] E ben presto il capitano Imbault presentavasi con pochi soldati ad Arezzo, dove Vitellozzo venne subito a patti, che furono di rendere tutte le terre, eccetto la città stessa, nella quale egli si trovava, e dove gli fu concesso di restare con Piero dei Medici fino al ritorno del cardinale Orsini, andato a trattar direttamente col Re. Ma anche questa concessione, che ai Fiorentini parve giustamente indecorosa,[489] venne poi ritirata, perchè il Papa stesso e il Duca, gettando la colpa d'ogni cosa su Vitellozzo e sugli Orsini, che odiavano a morte, li abbandonarono; nè dei Medici in sostanza si curavano molto, appunto perchè amici e parenti degli Orsini.[490] S'impegnarono inoltre ad aiutare la Francia nella impresa di Napoli.[491] E i Fiorentini, ottenuto che al capitano Imbault, il quale li aveva scontentati, succedesse il De Langres,[492] riebbero subito dopo tutte le loro terre, come annunziavano ai sudditi con lettera del 28 agosto, ordinando ancora pubbliche feste.[493]

Il Machiavelli fu mandato, verso la metà d'agosto, al campo francese, per accompagnare il De Langres e raccogliere notizie a carico dell'Imbault; ma tornò subito al suo ufficio, essendo stati mandati in Arezzo Piero Soderini e Luca degli Albizzi, uomini autorevolissimi, con incarico di riordinare la terra appena sedata la ribellione, e fare che il De Langres non partisse troppo presto, non potendo i Fiorentini disporre delle loro forze, occupate contro i Pisani che s'avanzavano dall'altro lato.[494] Dalla cancelleria intanto egli scriveva al Soderini, che si affrettasse a mandare in Firenze, prima che i Francesi partissero, tutti quegli Aretini, «che tu giudicherai, o per cervello o per animo o per bestialità o per ricchezza, potere trarsi dreto alcuno, e penderai più presto in mandarne più venti che manco uno, senza avere rispetto nè al numero nè a rimanere vota la terra.»[495] L'11 ed il 17 settembre lasciò di nuovo l'ufficio per far due corse ad Arezzo, a fin di vedere da sè lo stato delle cose, e provvedere alla partenza dei Francesi, che erano ormai decisi ad andarsene.[496]

Per fortuna tutto riuscì discretamente bene, ed egli che già da un pezzo meditava sulle faccende politiche, non solo come semplice segretario, ma più ancora come uomo di studio e di scienza, cercando sempre indagar le cagioni dei fatti, che raccoglieva e coordinava poi nella sua mente, sotto norme e principî generali, compose, dopo l'esperienza avuta delle cose d'Arezzo, il suo breve scritto: Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati.[497] È un discorso che l'autore suppone di fare ai magistrati della Repubblica, ma non fu compilato per obbligo d'ufficio nella segreteria; è anzi addirittura il primo tentativo per sollevarsi dalla pratica burocratica di tutti i giorni, alle sommità della scienza. E noi possiamo fin d'ora cominciare a vedere in germe i grandi pregi e i difetti che più tardi ritroveremo nelle opere maggiori del Machiavelli. Ciò che prima di tutto qui ferma la nostra attenzione, è il modo singolare con cui nella mente dello scrittore si trovano fra loro innestati l'esperienza dei fatti veduti, i giudizî che si era andato formando sulle azioni degli uomini da lui conosciuti, tra cui non ultimo il Valentino, con una straordinaria ammirazione dell'antichità romana, la quale sembra essere per lui quasi l'unico anello che congiunga le osservazioni raccolte di giorno in giorno con le generalità della sua scienza ancora incerta. — Paragonando, egli dice, quello che oggi succede con quello che in simili casi è seguito e s'è fatto a Roma, possiamo arrivare a capire quello che dovremmo fare noi, giacchè gli uomini in sostanza sono sempre gli stessi, hanno le medesime passioni, e però quando le condizioni sono identiche, le medesime cagioni portano i medesimi effetti, e quindi gli stessi fatti debbono suggerire le stesse regole di condotta.

Certo il ricorrere all'antichità ed alla storia per cercare, paragonandole coll'esperienza del presente, i principii che regolano l'andamento delle azioni umane, e debbono guidare i governi, era a quei tempi un pensiero ardito ed originale. Ma se la storia ci espone la successione delle umane vicende, essa anche ci dimostra che l'uomo e la società mutano di continuo, e però norme assolute ed immutabili difficilmente si possono trovare. Ed in verità, se bene si osserva, quantunque essa sia l'esemplare, il modello a cui di continuo ricorre il Machiavelli, pure assai spesso gli serve solo a dare maggiore autorità, o a fornirgli la dimostrazione di quelle massime che a lui, in sostanza, erano state già suggerite dalla esperienza. Ed in ciò si può trovare la prima sorgente di molti suoi pregi e difetti. Non essendo ancora riuscito a veder chiaro il processo, secondo cui dal passato risulta un presente sempre diverso, e pure ad esso intrinsecamente unito; non essendo ancora abbastanza sicuro del suo metodo, per cavare con rigore scientifico principii generali dai fatti particolari, tra gli uni e gli altri poneva l'antichità, la quale doveva riuscire un legame artificiale, ogni volta che era chiamata solo a dimostrare ciò, di cui egli s'era già innanzi persuaso. Tuttavia in questo suo primo tentativo noi vediamo assai chiaro, come solo salendo, direi quasi, sulle spalle di essa, a lui riuscisse, stanco com'era delle minute faccende di tutti i giorni e d'una politica di piccoli ripieghi, sollevarsi in un mondo superiore. Ivi portato e sospinto dalla potenza della sua analisi, dal suo genio, da una fantasia irrequieta, tentava creare una scienza nuova, non senza cadere qualche volta in eccessi, che nei suoi scritti non scomparvero mai del tutto, e che più tardi gli furono rimproverati anche dal Guicciardini, il quale lo accusò di amare troppo «le cose e modi estraordinarî.»

Ecco adunque come egli incomincia il suo discorso. «Lucio Furio Camillo, dopo aver vinto i popoli ribelli del Lazio, entrò in Senato e disse: Io ho fatto quello che si poteva colla guerra; ora tocca a voi, Padri Coscritti, sapervi stabilmente assicurare per l'avvenire dei ribelli. Ed il Senato perdonò generosamente ai vinti, facendo solo eccezione per le città di Veliterno e di Anzio. La prima fu demolita, e gli abitatori mandati a Roma; nella seconda si mandarono invece abitatori nuovi e fedeli, dopo aver distrutto le sue navi, proibito di costruirne altre. E ciò perchè i Romani sapevano che bisogna sempre fuggire le vie di mezzo, e guadagnarsi i popoli coi benefizî, o metterli nella impossibilità di offendere.» «Io ho sentito dire che la istoria è la maestra delle azioni nostre, e massime de' principi,[498] e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal volentieri e chi serve volentieri, e che si ribella ed è ripreso.» «Si può dunque approvare la condotta da voi tenuta coi popoli della Val di Chiana in generale; ma non quella tenuta in particolare cogli Aretini, che si sono sempre ribellati, e che voi non avete saputo nè beneficare nè spegnere, secondo l'esempio romano. Non avete infatti beneficato gli Aretini, ma li avete tormentati col chiamarli a Firenze, toglier loro gli onori, vendere i loro possessi; nè ve ne siete assicurati, perchè avete lasciato in piedi le loro mura, lasciato in città i cinque sesti degli abitatori, non mandato altri che li tengano sotto. E così Arezzo sarà sempre pronta a ribellarsi di nuovo, il che non è cosa di poco momento, perchè Cesare Borgia è vicino, e cerca formarsi uno Stato forte col pigliare anche la Toscana. E i Borgia non vanno coi rispetti e colle vie di mezzo. Il cardinal Soderini, che li conobbe assai, più volte mi ha detto che fra le altre lodi di grande uomo, che si posson dare al Papa ed al figlio, vi è questa, che sono conoscitori della occasione e la sanno usare benissimo, il che viene confermato dalla esperienza di ciò che han fatto.»[499] E qui si ferma in tronco questo discorso, di cui non abbiamo la fine.

Il Machiavelli che aveva messo tanto ardore nel condurre a fine l'affare della presa e condanna del Vitelli, ed il dì 8 settembre aveva scritto ai commissari fiorentini che, nel mandar via gli uomini pericolosi da Arezzo, preferissero inviarne piuttosto «venti di più che uno di meno, non temendo neppure di lasciar vuota la terra,» non aveva bisogno di dimostrare che a lui non piacevano in politica i mezzi termini, che credeva solo in una condotta risoluta e pronta, e non era punto contento del misero e continuo tergiversare dei Fiorentini. Ma non bisogna neppur credere, che in questi suoi discorsi teoretici egli volesse addirittura biasimare, senza riserve, la condotta dei magistrati. Sapeva bene che questi dovevano tener conto delle passioni e dell'indole degli uomini fra cui e su cui governavano; scriveva per indagare quale avrebbe dovuto essere la vera politica di un gran popolo, formato come lo immaginava, dopo aver letto e meditato la storia di Roma.

Certo è però che le cose della Repubblica procedevano allora così fiacche ed incerte, che tutti vedevano la necessità di qualche riforma. Una nuova legge s'era fatta nell'aprile di quell'anno, con la quale s'erano aboliti il Podestà ed il Capitano del popolo, antichi magistrati che avevano avuto in origine un ufficio politico e giudiziario; ma perduta da un pezzo la prima delle due loro attribuzioni, male adempivano ora anche la seconda, che pure era importantissima. Fu quindi istituita, secondo un antico suggerimento del Savonarola, la Ruota, composta di cinque dottori in legge, di cui ognuno presiedeva a turno per sei mesi, durante i quali teneva il luogo del Podestà. Essa, che doveva giudicar le cause civili e criminali, fu iniziata, con una provvisione del 15 aprile 1502, per soli tre anni, termine che venne poi prorogato.[500] Con altra del 21 aprile fu riformata la Corte della Mercanzia, destinata a trattare i soli affari commerciali.[501] Ma tutto ciò, come è ben facile immaginare, non rimediava punto all'andamento generale delle cose d'un governo, la cui debolezza nasceva principalmente dal mutare ogni due mesi il Gonfaloniere e la Signoria.[502] In esso non si formavano tradizioni, nè vi potevano essere segreti di Stato; tutto si trattava in pubblico, e solamente il primo cancelliere, Marcello Virgilio, per la sua molta fede ed autorità, poteva mantenere una qualche coerenza ed uniformità nella condotta degli affari.[503] I provvedimenti erano sempre lenti ed incerti, i danari si profondevano, i cittadini, gravati d'imposte, erano scontentissimi, e non potevano rivolgersi contro alcuno, perchè i magistrati scomparivano dalla scena quando appena s'erano seduti in ufficio. Così si finiva col non votare il danaro che era richiesto, e i soldati non si pagavano, e i cittadini autorevoli ricusavano di accettare le ambascerìe o gli uffici più onorevoli, che erano invece occupati da uomini leggieri e di poco conto, gente che, secondo la espressione del Guicciardini, avevano «più lingua che persona,» si facevano avanti, ed erano eletti perchè sempre pronti.[504]

Per tutte queste ragioni si pensò di portare addirittura qualche mutamento nella forma stessa del governo. Fu dapprima proposto un Senato a vita, a similitudine dei Pregadi di Venezia, che era sempre il modello cui si guardava; ma temendo poi di restringere con ciò lo Stato in mano di pochi, si pensò invece di creare un Gonfaloniere a vita come il Doge,[505] ed il 26 agosto 1502 fu votata la Provvisione.[506] Il carattere e l'ufficio del nuovo Gonfaloniere non furono molto diversi da ciò che era stato in passato: egli era capo della Signoria e non altro. Se non che poteva sempre prendere in essa l'iniziativa delle proposte di legge; poteva ancora intervenire e votare coi giudici nelle sentenze criminali, il che già gli dava un aumento di potere. L'essere poi eletto non più per due mesi, ma a vita, fra magistrati politici che mutavano tutti così spesso (i Signori ogni due mesi, i Dieci ogni sei), era quello che gli dava ora un'autorità ed una forza assai maggiori. Doveva avere cinquant'anni almeno, e non poteva esercitare altri ufficî: i figli, fratelli e nipoti avevano divieto dall'ufficio dei Signori; a lui ed ai figli era vietato d'esercitare il commercio; lo stipendio era di 1200 fiorini l'anno. Il numero degli eleggibili era grande, essendovi ammessi anche i cittadini che appartenevano alle Arti Minori; la elezione doveva farsi dal Consiglio Maggiore, potendovi allora intervenire e votare tutti coloro che erano abilitati a sedervi. Ogni consigliere era chiamato a dare il nome del cittadino che voleva eleggere, e quelli che ottenevano la metà più uno dei voti, venivano sottomessi a nuovo scrutinio per tre volte, intendendosi la terza volta eletto colui che aveva raccolto più voti, tra coloro che ne avevano ottenuti più della metà. I Signori, i Collegi, i Dieci, i Capitani di Parte Guelfa e gli Otto, riuniti insieme, potevano con tre quarti di voti privarlo dell'ufficio, quando avesse violato le leggi. Questa Provvisione portata due volte negli Ottanta e due nel Consiglio Maggiore, dopo che molti l'ebbero difesa,[507] fu finalmente vinta con 68 voti contro 31 negli Ottanta, e 818 contro 372 nel Consiglio Maggiore. Il 22 settembre venne poi con grandissimo favore eletto Piero Soderini, che, fratello del vescovo, era stato poco prima Gonfaloniere, aveva tenuto molti altri uffici politici, e sebbene fosse di antica e ricca famiglia, era tenuto amatore del popolo e del governo libero. Egli era inoltre facile parlatore, buon cittadino; non aveva figli, non aveva nè grande energia nè grandi doti da potere suscitare troppi odî o troppi amori, il che non fu tra le ultime cause della sua elezione.[508] Il 23 dello stesso mese, il Machiavelli, in nome dei Dieci, gli faceva scrivere e mandare in Arezzo, dove era commissario, la lettera di partecipazione, esprimendogli la speranza che riuscisse a dare alla Repubblica quella felicità, per cui il nuovo ufficio era stato creato.[509] Questa elezione fu un fatto assai importante, non solo nella storia di Firenze, ma anche nella vita del Machiavelli, perchè egli conosceva da più tempo la famiglia Soderini, alla quale subito scrisse rallegrandosi,[510] e ben presto seppe guadagnarsi tutta quanta la fiducia del nuovo Gonfaloniere, che, come vedremo, si valse di lui continuamente ed in affari di molta importanza.