95.  Sulla storia dell'Aretino si può consultare un pregevole lavoro di E. Santini, pubblicato nel vol. XXII degli Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa (1910). L'autore però ne esalta un po' troppo i meriti, che pur sono in buona parte innegabili.

96.  La prima volta nel 1410 per un anno solo, la seconda dal 1427 al 44.

97.  Vespasiano, Vita di Carlo d'Arezzo.

98.  Vespasiano, op. cit., Tiraboschi, Storia della Letteratura italiana.

99.  Questa orazione fu premessa alle Epistolae del Bruni.

100.  Vespasiano, Vita di G. Manetti, § II.

101.  Vespasiano, Vita di G. Manetti, § XV.

102.  Vedi in Vespasiano le due Vite di Zembrino pistolese e di Maestro Pagolo.

103.  Voigt, Die Wiederbelebung, etc., pag. 279, nota 3.

104.  «Scripsit item exempla quaedam et veluti formulas, quibus Romana Curia in scribendo uteretur, quae etiam ab eruditissimis viris in usum recepta sunt.» — Facius, De viris, illustribus, pag. 3.

105.  Voigt, Enea Silvio de' Piccolomini, als Pabst Pius der Zweite, vol. III, pag. 548 e segg.

106.  La sua libreria, in 30 casse che contenevano 600 volumi, fu lasciata a Venezia, e formò il primo nucleo della Biblioteca di San Marco. Vespasiano, Vita del card. Niceno; Voigt, Die Wiederbelebung, etc.; Tiraboschi, Storia della Letteratura italiana.

107.  Vespasiano, Vite di Enocke d'Ascoli, di Niccolò V, di Giovanni Tortello.

108.  Tortellii, Commentariorum grammaticorum de Ortographia dictionum e Graecis tractarum Opus, Vicentiae, 1479.

109.  Così nella Vita di Niccolò V, § XXV: in quella di Tortello, § I, dice, invece: «Aveva fatto inventario di tutti i libri che aveva in quella libreria, e fu mirabile cosa la quantità ch'egli diceva avere, ch'erano «da volumi novemila.» Altri danno altre cifre; il numero preciso è difficile conoscerlo. Voigt, Die Wiederbelebung, ecc., pag. 364.

110.  Vespasiano, Vita di Niccolò V. G. Manetti, nella sua Vita Nicolai V, dà un ragguaglio minuto dei disegni di questo Papa. Vedi anche Voigt, Die Wiederbelebung, ecc.; Gregorovius e Reumont nelle loro Storie di Roma.

111.  Barozzi e Sabbadini, Studi sul Panormita e sul Valla, nelle Pubblicazioni dell'Istituto superiore, pag. 52 e seg.: Firenze, successori Le Monnier, 1891.

112.  Poggio e Fazio lo accusano di avere anche fatto un falso chirografo, ed attribuiscono a ciò la sua fuga. Essi però erano suoi nemici, e sono quindi poco credibili testimoni contro di lui.

113.  È divisa in tre parti. Vedila nella edizione delle Opere del Valla fatta a Basilea, 1543. Nel 1430 l'opera era già scritta, nel 1433 ne usciva a Pavia una seconda edizione.

114.  A questo proposito egli dice: «Tot praelia vidi, in quibus de salute quoque mea agebatur.» Opera, edit. Basil., 1543, pag. 273. Gli eruditi però assai facilmente si vantavano d'aver corso pericoli, ogni volta che accompagnavano un principe al campo.

115.  Vedila nelle Opere.

116.  Voigt, Enea Silvio de' Piccolomini, als Pabst Pius der Zweite, vol. II, pag. 313; Die Wiederbelebung, ecc., pag. 221. Vedi anche un articolo del professore Ferri sul Cusano, nella Nuova Antologia, anno VII, vol. XX, maggio 1872, pag. 109 e segg.

117.  In Novum Testamentum e diversorum utriusque linguae codicum collatione annotationes, etc.: nelle Opere del Valla.

118.  In Bartholomeum Facium ligurem, Invectivarum seu Recriminationum libri IV. L'occasione della disputa era stata una critica del Fazio contro la Vita che il Valla aveva scritta del padre d'Alfonso d'Aragona. L. Vallae, Historiarum Ferdinandi regis Aragoniae libri III: Parisiis, per Robertum Stephanum. — Nel rispondere al Fazio, il Valla attaccò anche il Panormita.

119.  Elegantiarum libri VI, nelle Opere del Valla.

120.  Paraphrasis luculenta et brevis in Elegantias Vallae: Venetiis, 1535. — Paraphrasis, seu potius Epitome in Elegantiarum libros Laur. Vallae: Parisiis, 1548.

121.  Il Ritter, Geschichte der neuern Philosophie, parte prima, pag. 252, nota appunto questa superiorità che il Valla attribuisce alla Retorica sulla Dialettica: «Noch viel reicher ist die Redekunst, welche ein unerschöpfliches Gedächtniss, Kenntniss der Sachen und der Menschen voraussetzt, alle Arten der Schlüsse gebraucht, nicht allein in ihrer einfachen Natur, wie sie die Dialektik lehrt, sondern in den mannigfaltigsten Anwendungen auf die verschiedensten Verhältnisse der öffentlichen Gescäfte nach der Lage der Sachen, nach der Verschiedenheit der Hörenden abgeändert. Dieser reichen Wissenschaft solle die philosophische Dialektik dienen (Dial., disp. II, praefatio). Das meint Valla, wenn er die Philosophie unter dem Oberbefehl der Rede stellen will.» Questo è il concetto che espone nella Dialettica, ma nelle Eleganze va ancora più oltre, cercando ritrovare la filosofia o la logica nel linguaggio.

122.  «Ut si quid retractatione opus est, et quasi ablutione, en tibi me nudum offero.» Ad Eugenium IV, Pont. Apologia: Vallae, Opp. Le Lettere ai cardinali Scarampo e Landriani trovansi nelle Epistolae Regum et Principum: Argentinae per Lazar. Zetzenerum, A. 1595, pag. 336 e 341.

123.  Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pag. 1029 e segg.; Voigt, Die Wiederbelebung, ecc., pag. 224 e segg.; Voigt, Enea Silvio de' Piccolomini, ecc., vol. I, pag. 237; Zumpt, Leben und Verdienste des L. Valla, nel vol. IV del Zeitschrift für Geschichtswissenschaft, von A. Schmidt; Ritter, Geschichte der neuern Philosophie, parte prima; Invernizzi, Il Risorgimento (secoli XV e XVI), cap. III, opera che fa parte della Storia d'Italia pubblicata a Milano dall'editore Vallardi; Lorenzo Valla, ein Vortrag von J. Vahlen: Berlin, F. Vahlen, 1870, pag. 26 e segg. Recentemente furono pubblicati altri lavori sul Valla. Oltre quello già da noi citato di L. Barozzi e L. Sabbadini, si possono consultare: G. Mancini, Lorenzo Valla: Firenze, Sansoni, 1891: D.r Max von Wolff, Lorenzo Valla, sein Leben und seine Werke: Leipzig, Seemann, 1893.

124.  Voigt, Die Wiederbelebung, ecc.; Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom, vol. VII, pag. 577 (2ª edizione): Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pag. 635 e segg. La Roma instaurata e la Italia illustrata furono stampate la prima volta: Romae in domo nob. v. Iohannis de Lignamine, 1474, e ristampate insieme con tutte le opere del Biondo a Basilea nel 1559; vennero poi anche tradotte e pubblicate in italiano.

125.  È un trattato indirizzato, in forma di lettera, a Giovanni Aich, il 30 novembre 1444.

126.  Opera: Basil., Hupper, 1551, vol. I, pag. 91-93.

127.  Wiener Baedeker, Führer durch Wien und Umgebungen, von B. Bucher und K. Weiss, Zweite Auflage: Wien, Faesy und Frick, 1870, pagine 43-44.

128.  Epist. 165, ediz. di Basilea, 1571.

129.  Poggii, De varietate fortunae: Parisiis, 1723. Quest'opera incomincia con una lunga introduzione, nella quale l'autore parla della devastazione in cui erano i monumenti di Roma. Il primo libro descrive le rovine, e passa quindi a narrare le vicende di Tamerlano e le calamità di Bajazet. Nel secondo libro Antonio Lusco discorre delle vicissitudini seguite in Europa dal 1377 fino alla morte di Martino V. Il terzo contiene un compendio della storia italiana sotto Eugenio IV. Il quarto, che è come un lavoro staccato, e fu tradotto più volte, contiene un ragguaglio dell'India e della Persia, che Poggio raccolse dal Conti, il quale era andato fino di là dal Gange. È certo un lavoro fra i più importanti che Poggio abbia lasciati, e vi si trova un po' di tutto: filosofia, descrizione della politica italiana nel secolo XV, viaggi in Oriente, ecc.

130.  Paolo Cortese dice: «In eo primum apparuit saeculi mutati signum.» De Cardinalatu, pag. 39 (ediz. del 1510).

131.  I Commentarii furono riveduti e in parte ritoccati da Gianantonio Campano, vescovo di Teramo. Vedi Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 599 e segg. (2ª ediz.) Il Voigt ha dato una compiuta biografia di questo Papa nella sua opera, già molte volte citata: Enea Silvio de' Piccolomini als Pabst Pius der Zweite und Seine Zeitalter. Vedi più specialmente vol. I, lib. I, cap. 12, e passim; vol. II, lib. III, cap. 6-11. Il D.r Lesca ha recentemente pubblicato un accurato lavoro sui Commentarii: Pisa, Nistri, 1894.

132.  Iovii, Elogia doctorum virorum; Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pagine 107, 210, 644-49; Burckhardt, op. cit.; Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII.

133.  «Fateor et me errasse, peccasse et ideo pœnas mereri.... Rursus peto veniam; ad pedes me Pauli Pont. clementissimi esse credatis, qui solita pietate et misericordia omnibus parcit, etc.» Così dice la confessione di cui il Gregorovius trovò non l'originale, ma una copia nella Vaticana: Geschichte der Stadt Rom (2ª ediz.), pag. 587 e seguenti.

134.  Su Pomponio Leto e l'Accademia alcune nuove notizie si trovano in A. Della Torre, Paolo Marsi da Pescia, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1903.

135.  «Tibi polliceor, etiam si a praetervolantibus avibus aliquid contra nomen salutemque tuam sit, audiero, id statim literis aut nunciis Sanctitati tuae indicaturum. — Celebrabimus et prosa et carmine Pauli nomen, et auream hanc aetatem, quam tuus felicissimus pontificatus efficit.» Questa lettera del Platina che trovasi in Vairani, Monum. Cremonensium, vol. I, pag. 30, è citata dal Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 588.

136.  Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 603 e seguenti, (2ª ediz.); Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pag. 317 e segg.

137.  Ritter, Geschichte der neuern Philosophie; Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 592; Ferri, Il Card. Niccolò di Cusa e la Filosofia della Religione (Nuova Antologia, vol. XX, anno VII, maggio 1872, pag. 100 e segg.). In questo articolo l'autore esamina il sistema filosofico del Cusano. «L'idea che signoreggia tutto, egli dice, è l'assoluto, pensabile e incomprensibile nella sua infinità, minimo e massimo, principio e termine di tutte le esistenze; da esso nascono i contrarii che esso armonizza. L'idea del Cusano non è l'identità del pensiero e dell'essere, ma è solo un'immagine della verità assoluta. L'intelletto umano rimane distinto dal divino, ma la creazione è una esplicazione del mondo da Dio, non è una creazione ex nihilo. La dialettica del Cusano non arriva all'identità del pensiero e dell'essere come in Hegel; il suo sistema non è ancora schietto panteismo, perchè ammette due ordini d'esistenze, finito ed infinito.» Il Bruno dette un passo più oltre in questa via. Su di ciò si legga il lavoro pubblicato dal professore Tocco negli Atti dell'Accademia dei Lincei: Le fonti più recenti della filosofia del Bruno: Roma, 1892.

138.  Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 596.

139.  Matarazzo, Cronaca di Perugia, nell'Archivio Storico, vol. XVI, parte II, pag. 180; Notarius a Nantiportu, Diarium etc., in Muratori, Scriptores, vol. III, parte II, col. 1094; Infessura, Diaria rerum romanorum, ediz. Tommasini (nelle Fonti per la storia d'Italia, pubblicate dall'Istituto Storico Italiano): Roma, 1890.

Nelle Mittheilungen des Instituts für oesterreische Geschichtforschung, vol. IV (Innsbruck, 1883), si leggono due lavori, che esaminano assai minutamente tutto ciò che fu scritto e detto sul ritrovamento di questo cadavere. Il primo (p. 75-91) è di Henry Thode; il secondo (p. 443-49) è di Chr. Hülsen, il quale confuta alcune ipotesi del Thode, pubblica qualche nuovo documento, e determina ciò che si può ritenere come veramente accertato, e ciò che si deve ritenere come ipotetico. V. anche Burckhardt, Die Renaissance, pag. 183 (1ª edizione).

140.  Lettere del 1485, pubblicate dall'Hülsen, nelle citate Mittheilungen, pag. 435-6.

141.  Così conchiudeva una satira, che scrisse allora:

.... Vobis res coram publica sese

Offert in medium, referens stragesque necesque

Venturas, ubi forte minus pro lege vel aequo

Supplicium fuerit de sonte nefando;

Aut etiam officium collatum munere civis

Namque relegatus, si culpae nomine mulctam

Pendeat, afficiet magnis vos cladibus omnes.

(Philelphi, Satirae, quartae decadis hecatostica prima).

142.  Il Rosmini nella sua Vita di F. Filelfo (Milano, Mussi, 1808, volumi tre) ha pubblicato alcuni di questi versi:

A Francesco Sforza il Filelfo dice:

Nam quia magnifici data non est copia nummi

Cogitur hinc uti carmine rancidule.

Quod neque mireris, vocem pretiosa canoram

Esca dat, et potus excitat ingenium.

Ingenium spurco suerit languescere vino,

Humida mugitum reddere rapa solet.

(Rosmini, vol. II, pag. 285, doc. VI).

A Gentile Simonetta:

Filia nam dotem petit altera et altera restes,

Filiolique petunt illud et illud item.

(Vol. II, pag. 287, doc. VI).

A Bianca Maria Sforza:

Blanca, dies natalis adest qui munera pacis

Adtulit eternae regibus et populis,

Dona mihi quae, Blanca, tuo das debita vati,

Cui bellum indixit horrida pauperies?

Foenore mi pereunt vestes, pereuntque libelli,

Hinc metuunt Musae, Phaebus et ipse timet.

. . . . . . . . . . . . . . .

Non ingratus ero: nam me tua vate per omne

Cognita venturis gloria tempus erit.

(Vol. II, pag. 288, doc. VI).

A Francesco Sforza:

Si, Francisce, meis rebus prospexeris unus,

Unus ero, qui te semper ad astra feram.

(Vol. II, pag. 290, doc. VI).

143.  C. De Rosmini, Vita di F. Filelfo, vol. II, pag. 317, doc. XX.

144.  C. De Rosmini, Vita di F. Filelfo, vol. II, pag. 90, e pag. 305 e 308, doc. X.

145.  Per il Filelfo si possono consultare, oltre le sue opere, i tre volumi della biografia pubblicata dal Rosmini (troppo lodatore) con molti documenti, fra cui brani degli scritti inediti di quell'erudito. Lo Shepherd nella Vita di P. Bracciolini parla a lungo del Filelfo. Vedi anche Nisard, Les Gladiateurs, ecc., vol. I; Guillaume Favre, Mélanges d'Histoire littéraire, tome I: Genève, 1856; Tiraboschi, Vespasiano e Voigt nelle opere citate.

146.  Nel 1465 moglie d'Alfonso d'Aragona, duca di Calabria.

147.  Divenuta poi moglie di Federigo, duca d'Urbino.

148.  Vespasiano, Vita d'Alfonso d'Aragona, § VI e XIV. Il Voigt, Die Wiederbelebung, ecc., pag. 235, dice 120,000 ducati; ma è forse errore di stampa.

149.  Vespasiano, Vita d'Alfonso, § VII.

150.  

Crede velim nostra vitam distare papyro,

Si mea charta procax, mens sine labe mea est.

(Antonii Panormitae, Hermaphroditus. Primus in Germania edidit et Apophoreta adjecit F. C. Forbergius: Coburgi, 1824. Vedi Epig. II, 1).

151.  Archivio St. It., vol. XVI, parte I e II, Cronache del Graziani e del Matarazzo.

152.  G. Voigt, Enea Silvio de' Piccolomini, vol. III, pag. 123.

153.  Pii II, Comm.: Romae, 1584, lib. II, pag. 92. Il Burckhardt, pagine 223-224, osserva che la parola historia indica qui la conoscenza dell'antichità. — Pei Malatesta e Rimini, vedi Charles Yriarte, Un condottiere au XV siècle: Rimini, Paris, Rotschild, 1882; e nei miei Saggi storici e critici (Bologna, Zanichelli, 1890) lo scritto: Rimini e i Malatesta.

154.  I fratelli erano quattro: Alfonso I, il cardinale Ippolito, don Ferrante e Giulio, figli tutti di Ercole I.

155.  Giosuè Carducci, Delle poesie latine edite ed inedite di Ludovico Ariosto: Bologna, Zanichelli, 1875, pag. 21 e seg.

156.  C. De Rosmini, Vita e disciplina di Guarino Veronese: Brescia, 1805-6, vol. I, pag. 6; Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pag. 118.

157.  Il Rosmini nella sua Vita di Guarino ci dà ampia notizia di tutti questi discepoli.

158.  Paolo Vecchia, Vittorino da Feltre, Roma, presso I diritti della Scuola, 1905.

159.  C. De Rosmini, Idea dell'ottimo precettore nella Vita e disciplina di Vittorino da Feltre e de' suoi discepoli: Bassano, tip. Remondiniana, 1801.

160.  Pii II, Comm., pag. 131.

161.  Il prof. E. Piccolomini, nel suo lavoro Sulla libreria privata dei Medici, da noi più sopra citato, riporta a pag. 25 le istruzioni per il bibliotecario, le quali danno prova appunto della grande precisione e dell'ordine voluto dal Duca.

162.  Questa libreria rubata poi dal duca Valentino, e più tardi acquistata da Alessandro VII, trovasi ora nella Vaticana. Brevemente ne parla il Castiglioni nel suo Cortegiano; ma Vespasiano ne discorre a lungo e va in estasi descrivendola. «Solo a questo duca è bastato l'animo di fare quello che non è ignuno che l'abbia condotto da anni mille o più in qua, d'avere fatta fare una libreria, la più degna che sia mai istata fatta da quello tempo in qua.... E ha preso quella via che bisogna pigliare a chi vuole fare una libreria famosa e degna come questa.... E che lettere! e che libri! e come degni! non avendo rispetto a spesa ignuna (Vita di Federico duca d'Urbino, § XXVII e XXVIII).... In quella libreria i libri tutti sono belli in superlativo grado, tutti iscritti a penna, e non v'è ignuno a stampa, che se ne sarebbe vergognato; tutti miniati elegantissimamente, e non v'è ignuno che non sia iscritto in cavretto.» Ma il pregio principale era l'ordine con cui fu composta, contenendo i principali autori antichi e moderni in tutto lo scibile, e non molti esemplari d'uno stesso autore, ma una copia di ciascuno, nè «ci manca una carta sola delle opere loro che non ci sia finita.» (Ivi, § XXXI).

163.  Il Piccolomini ha nel lavoro sopra citato, pag. 111 e seg., riportato il canone bibliografico composto dal Parentucelli, poi papa Niccolò V, e può vedersi quanto esso sia incompiuto, e quanto sieno perciò esagerate le lodi che riscosse.

164.  Vespasiano, Vita di Federico duca d'Urbino, § XXXI.

165.  Vespasiano, ibidem; Ugolini, Storia dei Conti e Duchi d'Urbino, vol. due: Firenze, 1859; Dennistoun, Memoirs of the Dukes of Urbino: London, Longman, 1851; Burckhardt, Die Cultur der Renaissance, pag. 44-46; Voigt, Die Wiederbelebung, ecc., pag. 263.

166.  De Platonicae atque aristotelicae philosophiae differentia: Basileae, 1574.

167.  Nella mia Storia di G. Savonarola, ecc., ho esaminato più ampiamente questo argomento. Vedi vol. I, lib. I, cap. 4.

168.  «Unser heutiger monotheistischer Gottesbegriff hat zwei Seiten, die der Absolutheit und die der Persönlichkeit, die zwar in ihm vereinigt sind, doch so, wie bisweilen in einem Menschen zwei Eigenschaften, davon die eine ihm nachweislich von der väterlichen, die andre von der mütterlichen Seite kommt: das eine Moment ist die jüdisch-christliche, das andre die griechisch-philosophische Mitgift unsres Gottesbegriffs. Das alte Testament können wir sagen hat uns den Herrn-Gott, das neue den Gott-Vater, die griechische Philosophie aber hat uns die Gottheit oder das Absolute vererbt.» — Strauss, Der alte und der neue Glaube: Bonn, 1873, 5ª ediz., pag. 107. Lo stesso autore osserva nella pagina precedente: «In Alexandria war es, wo der jüdische Stamm-und Nationalgott mit dem Welt-und Menschheitsgott zusammenffoss und bald zusammenwuchs, den die griechische Philosophie aus der olympischen Göttermenge ihrer Volksreligion heraus entwickelt hatte.» (Pag. 106). Da Alessandria venute in Italia, queste idee si diffusero in Europa, e divennero sangue e sostanza della cultura moderna.

169.  Una simile tradizione si diffuse anche intorno a Pitagora ed Apollonio, nata forse dall'antico uso dei primitivi cristiani, che chiamavano spesso giorno di nascita quello in cui passavano a miglior vita i loro martiri.

170.  Nel suo Comento al Simposio di Platone.

171.  Nelle sue lettere il Ficino distingue gli accademici platonici in suoi discepoli ed in suoi amici, dai quali ultimi dice che spesso imparava molto. Uno di questi era il Poliziano, il quale scriveva: «Tu cerchi il vero, io cerco il bello negli scritti degli antichi; le nostre opere si compiono a vicenda, essendo come due parti d'un solo e medesimo tutto.»

172.  Intorno a questi tentativi si possono vedere le notizie raccolte dal prof. A. Alfani nel suo libro: Della Vita e degli Scritti di O. R. Rucellai: Firenze, Barbèra, 1872. L'autore però si sforza di dare al Rucellai un'importanza filosofica che esso non ebbe.

173.  Dobbiamo fare eccezione in favore d'un assai breve, ma pur dotto lavoro di K. Sieveking, Die Geschichte der Platonischen Akademie zu Florenz: Hamburg, Druck und Lithographie des Rauhen Hauses zu Horn, 1844. Questa bella monografia venne pubblicata, senza nome d'autore, come appendice ad una breve e pregevole storia di Firenze dello stesso scrittore. La fonte principale, per tutto ciò che risguarda l'Accademia Platonica ed il Ficino, sono le opere di lui. Dell'Accademia egli parla specialmente nelle Epistole e nella Introduzione o Comento alla sua versione del Simposio di Platone. Molte notizie si trovano anche nel Tiraboschi; nella Vita di M. Ficino scritta in latino dal Corsi, e in quelle di Lorenzo de' Medici, scritte dal Roscoe e dal Reumont; in Angelo Maria Bandini, Specimen litteraturae florentinae saec. XV, ecc.: Florentiae, 1747. Quest'opera è principalmente una biografia di Cristoforo Landino seguace del Ficino, e membro dell'Accademia. Molte notizie raccolse anche Leopoldo Galeotti nel suo Saggio intorno alla Vita ed agli Scritti di Marsilio Ficino, pubblicato nell'Archivio Storico italiano, Nuova Serie, tomo IX, disp. 2ª, e tomo X, disp. 1ª. Per l'esposizione delle dottrine vedi Ritter, Geschichte der neuern Philosophie, parte I, lib. II, cap. IV; e per la filosofia di questi tempi, in generale, si consulti ancora F. Schultze, Geschichte der Philosophie der Renaissance: Jena, 1874. Recentemente il prof. Arnaldo della Torre ha pubblicato, come tesi di laurea, una Storia dell'Accademia platonica, nelle Pubblicazioni dell'Istituto di Studî Superiori in Firenze: Firenze, 1902. Questo dotto volume di 858 pag. in 8º, contiene molte nuove ricerche. Al solito però si occupa assai poco delle dottrine filosofiche e del loro intrinseco valore.

174.  Oriundo di Pratovecchio, nato in Firenze nel 1424, dotto nel greco e latino, venne chiamato ad insegnare nello Studio, l'anno 1457. Fu cancelliere della Parte Guelfa; poi uno dei segretarî della Repubblica, ufficio che tenne fino al 1497: allora per vecchiezza si ritirò a Pratovecchio, continuando a godere lo stipendio di 100 fiorini annui, sino al 1504, quando morì in età di ottanta anni, in una villa donatagli dalla Repubblica, in premio del suo Comento su Dante. Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pag. 1065; Bandini, Specimen, ecc.

175.  Il Bandini dice che queste riunioni si suppongono tenute nel 1460; ma il Roscoe osserva che Lorenzo de' Medici aveva allora 12 anni, e sostiene invece la data del 1468. The Life of Lorenzo de' Medici, called the Magnificent, capitolo II. V. Della Torre, op. cit., pag. 579 e seg.

176.  «Hoc pronunciare libere possum, opiniones eorum tenebricosis allegoriarum involucris et dicendi genere plusquam poetico, qui omnium fere academicorum mos erat, fuisse absconditas.» Dopo di che egli procede citando espressioni che, giustamente osserva, nessun uomo di sana ragione vorrebbe usare. Specimen, vol. II, pag. 58.

177.  Della Torre, Op. cit., pag. 814.

178.  Vedi il Commentarium Marsilii Ficini, in Convivium Platonis de Amore, che trovasi unito alla sua traduzione latina di Platone. I conviti suburbani dell'Accademia Platonica pare che si tenessero nella villa di Careggi, presieduti generalmente da Lorenzo de' Medici. Così dice Angelo Maria Bandini (Specimen, vol. I, pag. 60-61), e così dice lo stesso Ficino in una sua lettera a Iac. Bracciolini (pubblicata nello Specimen del Bandini, vol. I, pag. 62-63). «Platonici veteres urbana Platonis natalitia quotannis instaurabant; novi autem Platonici, Braccioline, et urbana et suburbana nostris temporibus celebrarunt; suburbana quidem apud mag. Laurentium Medicem in agro Caregio. Cuncta in libro nostro de amore narrantur. Urbana vero Florentiae sumtu regio celebravit Franc. Bandinus vir ingenio, magnificentia excellens....» Nella riunione urbana, di cui ragiona in questo luogo, si disputò della immortalità dell'anima. Il convito di Careggi, di cui Ficino ci dà nel suo Commentario così minuto ragguaglio, fu presieduto anch'esso, per mandato di Lorenzo, che restò allora in Firenze, da Franc. Bandini. Infatti nel principio del primo cap. egli dice: «Plato philosophorum pater, annos unum et octoginta aetatis, natus septimo novembris die, quo ortus fuerat, discumbens in convivio, remotis dapibus, expiravit. Hoc autem convivium, quo et natalitia et anniversaria Platonis pariter continentur, prisci omnes Platonici usque ad Plotini et Porphyrii tempora quotannis instaurabant. Post vero Porphyrium mille ac ducentos annos, solennes hae dapes praetermissae fuerunt. Tandem nostris temporibus, vir clarissimus Laurentius Medices platonicum convivium innovaturus, Franciscum Bandinum Architriclinum constituit. Cum igitur septimum Novembris diem colere Bandinus instituisset, regio apparatu in agro Caregio novem platonicos accepit convivas.»

179.  Vedi nel Commentarium i due discorsi del Cavalcanti.

180.  Commentarium, Oratio IV.

181.  Commentarium, ecc., Oratio VII, cap. XVII. «Quomodo agendae sunt gratiae Spiritui Sancto, qui nos ad hanc disputationem illuminavit atque accendit.»

182.  Lugduni, 1567.