Abbandoniamo dunque questo terreno fangoso e passiamo ad altro, giacche siamo ancora lontani dall'avere descritta tutta la prodigiosa attività del nostro autore. Le orazioni erano, dopo le epistole, il genere più popolare fra gli eruditi. In esse raccoglievano tutte quante le reminiscenze dell'antichità, e tutte quante le figure retoriche. La memoria era spesso la sola facoltà veramente necessaria al buon successo: — aveva una memoria eterna, citava tutti quanti gli autori antichi, — era l'elogio che Vespasiano soleva fare ai più celebri di questi oratori, i quali sembravano aver dei florilegi, cui ricorrere per ispirare la propria eloquenza. Si trattava d'un generale, e ricordavano tutte le grandi battaglie; si trattava d'un poeta, e si sciorinavano precetti di Orazio o di Quintiliano. Il soggetto principale svaniva dinanzi al bisogno di far servire tutto come un'occasione a render sempre più familiare l'antichità: lo stile era falso, l'artifizio continuo, le esagerazioni innumerevoli, e le orazioni funebri riuscivan sempre apoteosi. Un giorno che il Filelfo voleva accusare un suo persecutore, salì la cattedra, e cominciò in italiano: «Chi è cagione di tanti suspecti? Chi è principio di tante ingiurie? Chi è autore di tanti oltraggi? Chi è costui, chi è? Nominerò io tal mostro? Manifesterò io tal Cerbero? Dirollo io? Io certo il debbo dire, io il dico, io il dirò, se la vita n'andasse. Egli è il maledico ed il prodigioso, il detestabile ed abominevole.... Ahi! Filelfo, taci, non dire per Dio! Abbi pazienza. Chi sè medesimo contenere non può, male potrà alcun altro d'intolleranza e d'incostanza ammaestrare.»[89] Ecco ciò che allora sembrava modello d'eloquenza; e però non aveva torto Pio II, quando diceva che un'orazione fatta con arte poteva commovere solo gente di volgare intelligenza.[90] Il cardinale di Estouteville, francese di buon gusto, ascoltando l'elogio di S. Tommaso d'Aquino fatto dal Valla, ebbe ad esclamare: ma quest'uomo è impazzato![91] Eppure quelle orazioni erano allora talmente in voga, che nelle paci, nelle ambascerie, in tutte le solennità pubbliche o private, non poteva farsene a meno. Ogni corte, ogni governo, qualche volta anche le ricche famiglie, avevano il loro oratore ufficiale. E come oggi di rado v'è festa senza musica, così allora un discorso latino in versi o in prosa era il migliore trattenimento d'una società culta. Molti ne furono dati alle stampe, ma sono la parte minore; le biblioteche italiane ne contengono centinaia ancora inediti. Eppure in tutta questa abbondanza non si trovano mai esempi di vera eloquenza, se facciamo eccezione d'alcune fra le orazioni di Pio II, il quale non parlava sempre per mero esercizio letterario, ma spesso anche per giungere ad un fine determinato, ed allora non affogava nella retorica. Poggio Bracciolini era tenuto uno dei gran maestri del genere, e non mancò anch'egli di fare molte orazioni, specialmente in lode dei letterati amici che morivano. La facilità dello stile che pur cadeva spesso in verbose lungaggini, il brio, la disinvoltura ed il buon senso lo rendono più leggibile degli altri, ma non eloquente.
Gli ultimi anni della sua vita li passò a Firenze, dove, per la morte di Carlo Marsuppini (24 aprile 1453), fu nominato segretario della Repubblica, e scrisse il suo ultimo lavoro, che fu la Storia di Firenze dal 1350 al 1455. In quest'opera egli, come aveva già fatto Leonardo Bruni, abbandonò la via tenuta dai cronisti fiorentini, e non ebbe la vivacità ed evidenza di cui essi avevano dato così splendide prove. Non vi si trova mai un aneddoto, non un racconto ritratto dal vero; non si scopre mai una conoscenza personale degli avvenimenti, in mezzo ai quali l'autore era pure vissuto, partecipandovi. Egli sembra narrare fatti greci e romani; non parla mai delle interne vicende della Repubblica, e noi assistiamo solo a grandi battaglie, a lunghi e solenni discorsi latini di Fiorentini vestiti sempre alla romana. Poggio in sostanza mira principalmente ad imitare l'epica narrazione di Livio, e se questo gli fa perdere le spontanee qualità dei cronisti, l'obbliga pure a cercare un legame, se non scientifico e logico, almeno letterario tra i fatti, e la cronaca così comincia a trasformarsi nella storia. Il Bruni è assai superiore per critica storica, il Bracciolini per facilità di stile, spesso però diviene verboso. Questi fu dal Sannazzaro accusato di soverchia parzialità per la sua patria;[92] ma ciò dipende in gran parte dall'attitudine che assume, parlando sempre di Firenze come se fosse la repubblica romana.
Se Poggio Bracciolini fu il principale rappresentante di questo secondo periodo della erudizione italiana, non fu il solo; si trovò anzi in mezzo ad una schiera numerosa d'altri dotti, e fra questi il più celebre era Leonardo Bruni, nato nel 1369 in Arezzo, e chiamato perciò l'Aretino. Noi lo abbiam visto già all'arrivo del Crisolora in Firenze, abbandonare lo studio del diritto, per darsi tutto al greco; ed il profitto che fece fu tale da poter ben presto tradurre non solo i principali storici ed oratori, ma anche i filosofi greci. Con ciò egli rese un immenso servigio alle lettere, perchè le sue versioni furono le prime in cui i classici greci vennero fedelmente tradotti dall'originale, nè solo in un latino elegante, ma senza essere alterati dalle idee del traduttore; e perchè comparivano nel momento appunto in cui il bisogno di averle era universale. Le versioni dell'Apologia di Socrate, del Fedone, del Critone, del Gorgia, del Fedro di Platone, e quelle dell'Etica, dell'Economica, della Politica d'Aristotele, furono un vero e proprio avvenimento letterario. Da un lato veniva rivelata la filosofia platonica, fino allora quasi sconosciuta in Italia; da un altro compariva finalmente quello che fa chiamato il vero Aristotele, ignoto al Medio Evo. Gli eruditi potevano adesso ammirare quella eloquenza, che il Petrarca aveva cercata invano nell'Aristotele travestito e quasi barbaro de' suoi tempi; non erano più costretti a studiare uno scolastico invece del filosofo greco. Così il Bruni dètte un impulso grandissimo alla filosofia ed alla critica. Il suo era infatti un ingegno critico, come apparisce anche dalle Epistole, nelle quali troviamo per la prima volta sostenuta l'opinione che l'italiano sia derivato dal latino parlato, diverso dallo scritto, e ciò con argomenti tali, che l'umanista del secolo XV sembra qualche volta un vero precursore della filologia moderna.[93]
Queste qualità si vedono anche meglio ne' suoi lavori storici, primo dei quali è la Storia di Firenze dalle origini sino al 1401. Di essa noi dobbiamo dare giudizio diverso di quello già espresso sulla Storia del Bracciolini, che ne è la continuazione. Questi, come dicemmo è superiore per la grande facilità dello stile, ma è vinto di gran lunga per lo spirito critico, e per l'esame delle fonti. Il Bruni ricorre anche, il che è notevolissimo, ai documenti d'Archivio, e si occupa assai più dei fatti interni della Repubblica.[94] Più di una volta, come avremo occasione di vedere, egli ci apparisce come un precursore delle Storie del Machiavelli. Tuttavia anche in lui troviamo la stessa tendenza a vestire i Fiorentini alla romana, la stessa mancanza di colorito locale, gli stessi lunghi discorsi retorici, messi in bocca dei personaggi storici per la irresistibile passione d'imitare gli antichi.[95]
Leonardo Aretino era uomo di grandissima autorità personale in Firenze, dove ebbe molti ed importantissimi uffici, fra i quali tenne lungamente quello di segretario della Repubblica.[96] Morto nel 1444, gli successe Carlo Marsuppini d'Arezzo, chiamato perciò Carlo Aretino. Costui scrisse assai poco, e nulla d'importante; pure fu un insegnante di grido, emulo fortunato del Filelfo nello Studio fiorentino, ed ebbe una gran fama, dovuta principalmente alla sua memoria, che gli faceva fare gran figura nei pubblici discorsi. La sua prima Prolusione fu applauditissima, perchè, secondo dice Vespasiano, «non ebbono i Greci nè i Latini scrittore ignuno, che messer Carlo non allegasse quella mattina.»[97] Egli ostentava un gran disprezzo pel Cristianesimo, ed una grande ammirazione per la religione pagana.[98] A lui come al Bruni furono dalla Repubblica decretati solenni onori funebri. Ambedue ebbero sulla bara la corona poetica; ambedue riposano, l'uno di fronte all'altro, in Santa Croce, sotto due monumenti del pari eleganti, con due iscrizioni del pari pompose, quasi seicentistiche, sebbene grande fosse la distanza che passava dall'ingegno dell'uno a quello dell'altro. L'elogio funebre del Marsuppini venne letto dal suo scolare Matteo Palmieri, quello del Bruni, invece, da un altro letterato di sommo grido, e riuscì un avvenimento solenne. In mezzo alla pubblica piazza, accanto alla bara, su cui era il cadavere del Bruni col volume della sua Storia Fiorentina sul petto, in presenza dei magistrati della Repubblica, incominciò a leggere Giannozzo Manetti, che da molti era tenuto, massime per le orazioni, il primo letterato allora vivente. Eppure chi legge adesso questa Orazione, resta maravigliato, e non sa comprendere come in un secolo tanto culto e tanto ammiratore dei classici, si potesse, con un gusto così barocco, riscuotere così universali applausi. Egli incomincia col dire che, se le Muse immortali (immortales Musae divinaeque Camoenae) avessero potuto fare un discorso latino o greco, e piangere in pubblico, non avrebbero lasciato fare a lui quella solenne orazione. Viene poi a parlar della vita del Bruni, ed, arrivato al tempo in cui fu segretario della Repubblica, percorre la storia di Firenze. Tocca delle opere di lui, e poi si distende a ragionare degli scrittori greci e latini, specialmente di Cicerone e di Livio, al di sopra dei quali pone il Bruni, per la gran ragione, che questi non solo traduceva dal greco come il primo, ma scriveva anche storie come il secondo, così riunendo in sè i pregi dell'uno e dell'altro. Avvicinatosi il momento, in cui doveva mettere la corona sulla testa del morto amico, parlò dell'antichità di questo uso e delle varie corone: civica, muralis, obsidionalis, castrensis, navalis, continuando la descrizione per cinque grosse pagine di fittissimo carattere. Affermò che il Bruni meritava la corona come vero poeta, e subito s'abbandonò ad una serie di vuote frasi, per spiegare che significhi la parola poeta, che sia la poesia, e finalmente conchiudeva con una pomposa apostrofe, coronando «il felice ed immortale sonno della maravigliosa stella dei Latini.»[99] Strana è veramente questa gonfiezza di stile in coloro che passavano la vita studiando, imitando i classici!
Il Manetti era nato a Firenze nel 1396, ed in età di 25 anni, morto il padre, lasciò il banco per darsi allo studio con tanto ardore, che dormiva solo cinque ore. Dalla sua casa aprì un uscio che dava nel giardino del convento di Santo Spirito, ove andava a studiare, e per nove anni non passò l'Arno.[100] Imparò il latino, il greco, l'ebraico; aveva una grande facilità di scrivere, una memoria «eterna, immortale,» secondo la solita espressione di Vespasiano. Ma il pregio di quest'uomo era più che altro nel suo carattere morale. Pratico degli affari, religioso, fermo, onestissimo, gli studi lo condussero a formarsi un alto ideale della vita, al quale si mantenne sempre fedele nei molti uffici che gli furono affidati. Vicario o Capitano della Repubblica in più città lacerate dalle fazioni, riuscì a dare sentenze severissime, a porre gravi tasse, senza mai essere accusato di parzialità. Ricusava anche i donativi d'uso, dando invece del suo a chi ne abbisognava, portando la concordia e la pace per tutto. Le ore d'ozio passava scrivendo la vita di Socrate e di Seneca, De dignitate et excellentia hominis, la storia delle città in cui si trovava. Ma il suo caval di battaglia, come erudito, furono le orazioni, che fece nelle molte ambascerìe, cui venne inviato appunto per la grandissima fama d'oratore che s'era guadagnata. A Roma, a Napoli, a Genova, a Venezia venne accolto come un principe; e la sua reputazione era tale, che solo a lui riescì, con una lettera latina, di farsi rendere dal capitano Piccinini otto cavalli che i soldati di lui gli avevano rubati. Essendo andato a rallegrarsi in nome della repubblica fiorentina per la elezione di Niccolò V, la gente accorse dalle città vicine, ed il Papa lo ascoltò con tale attenzione, che un prelato accanto gli toccò più volte il gomito, credendolo addormentato. «Finita l'orazione, a tutti i Fiorentini fu tocca la mano, come se avessino acquistato Pisa e il suo dominio;»[101] e i cardinali veneziani scrissero subito al loro governo, che bisognava mandare a Roma un oratore simile al Manetti, altrimenti ne andava il decoro della Serenissima. A Napoli il re Alfonso sembrava «una statua sul trono,» quando parlò il Manetti. Eppure questi era un oratore senza originalità: i suoi discorsi, d'uno stile gonfio e falso, sono centoni di notizie diverse, florilegi di frasi latine. Ma ciò appunto era quello che piaceva allora, perchè dimostrava la sua vasta lettura, la sua grande memoria, la sua prodigiosa facilità di cucire insieme periodi sonori. Scrisse molte storie e biografie che, senza la vivacità dei cronisti antichi, non hanno neppure i pregi dell'Aretino e del Bracciolini. I suoi trattati filosofici sono vuote dissertazioni; le sue molte traduzioni dal latino e dal greco non hanno la importanza di quelle dell'Aretino, che lo aveva preceduto; le sue versioni del Salterio dall'ebraico e del Nuovo Testamento dal greco mostrano che era poco contento della Volgata; ma s'ingannarono coloro che vollero in ciò vedere un ardimento religioso, di cui egli era incapace. Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati dall'invidia che l'obbligò a lasciare Firenze; ma trovò protezione a Roma ed a Napoli, dove morì, stipendiato da Alfonso d'Aragona, il 26 ottobre 1459.
Sebbene la grande reputazione del Manetti sia oggi assai decaduta, pure egli merita un posto d'onore nella storia del secolo XV, perchè la sua vita dimostra chiaramente come non vi sia professione nè secolo corrotto in modo da impedire ad un uomo di serbare una vera nobiltà di animo. Quella stessa erudizione pagana, che lasciava dietro di sè tante rovine morali in Italia, a lui valse invece per levare in alto il proprio spirito. Ed invero è un grande errore, quantunque assai comune, il condannare con una sentenza generale il carattere di tutti gli eruditi. Noi abbiamo già dovuto ammirare Coluccio Salutati e Palla Strozzi; molti altri potremmo citare anche fra i meno noti. Basta leggere il biografo Vespasiano, di cui si può biasimare la troppa ingenuità, ma non si può mettere in dubbio l'ammirazione sincera per la virtù. Egli ci parla di messer Zembrino da Pistoia, che insegnava «non solo lettere, ma costumi,» e, lasciato ogni altro ufficio, «per vivere alla filosofia,» parco e morigerato, dava tutto il suo ai poveri, cibandosi come un eremita; ed era «di un animo interissimo, libero, senza dolo e fraude ignuna, come vogliono esser fatti gli uomini.» Parlando di maestro Paolo fiorentino, dotto in greco, in latino e nelle sette arti liberali, dato anche all'astrologia, aggiunge, che non conobbe mai donna; dormiva vestito sopra un'asse, accanto allo scrittoio; nutrivasi di erbe e di frutta; «solo era volto alla virtù, e quivi aveva posto ogni sua speranza.... Quando non istudiava, andava alla cura di qualche suo amico.»[102] Tutto ciò per altro non può far dimenticare, che la maggior parte di essi erano bensì uomini dati con ardore allo studio, ma pur troppo senza carattere. Il perenne esercizio della mente in questioni assai spesso di pura forma; la vita vagabonda di cortigiani costretti a guadagnarsi il pane con elogi venduti; le continue gare; la mancanza d'ogni sentimento di fratellanza o di casta nel lavoro e nell'ufficio comune che adempivano, e la demolizione che cinicamente facevano di ogni cosa più sacra, non potevano certo contribuire a nobilitare il loro carattere. Se si aggiunge poi, che tutto ciò seguiva in un momento nel quale la libertà era già spenta, la società decadeva, la religione veniva scandalosamente profanata dai Papi stessi, allora solamente si capirà che profonda corruzione morale dovesse ritrovarsi in Italia, quando questi eruditi erano i predicatori della virtù, i distributori della gloria, i rappresentanti della pubblica opinione. Ma ciò non deve impedirci di riconoscere gli onesti, che si salvarono dal generale naufragio. Se non si tien conto di tutti gli elementi di cultura e della diversa indole degli uomini che vissero in quel secolo, si corre pericolo di non poter mai più intendere come lo spirito italiano sapesse allora, fra tanti pericoli, trovare in sè stesso la forza necessaria a promuovere uno straordinario progresso intellettuale, evitando una totale rovina morale, a cui forse ogni altro popolo in simili condizioni sarebbe andato soggetto.
Dopo Firenze, la città di maggiore importanza per le lettere è di certo Roma. I Papi sin dai tempi del Petrarca cominciarono a sentire il bisogno di far scrivere i loro Brevi da qualche dotto in latino. E sotto Martino V gli eruditi della Curia già pretendevano nelle pubbliche funzioni d'aver la precedenza sugli avvocati concistoriali, di cui parlavano con disprezzo.[103] Fra di essi, come già vedemmo, Poggio Bracciolini primeggiava, e con lui si trovavano altri di minor fama, come Antonio Lusco, scrittore di epistole in versi e di epigrammi, che aveva cavato dalle Orazioni di Cicerone le regole della retorica, e composto così un formulario da servirsene per trattare in linguaggio classico gli affari della Curia.[104] Gli eruditi però, che a Firenze avevano una vera importanza sociale, ed una grande indipendenza, a Roma invece erano in ufficî subordinati, nei quali spesso guadagnavano bene, ma in sostanza potevano solo aspirare alla condizione di cortigiani favoriti. Tuttavia ogni giorno crescevano di numero, entrando nell'Abbreviatura, dove si trovarono sino a cento scrittori di Brevi, o nella privata segreteria del Papa, dove si portava l'abito ecclesiastico senza obbligo di prendere gli ordini sacri. L'ufficio di abbreviatore era stabile, quello di segretario durava generalmente quanto la vita del Papa; dava però molti incerti guadagni, e la speranza di farsi strada coi possibili favori: ambedue si comperavano a caro prezzo (chè a Roma tutto allora si vendeva), ma il primo era preferito e si pagava di più.[105]
L'età dell'oro per gli eruditi in Roma fu quella di Niccolò V, il quale, potendo, avrebbe portato nella Città Eterna tutti i codici del mondo, tutti i dotti e tutti i monumenti di Firenze. Le economie che fece, e i danari del giubileo nel 1450 gli dettero modo di mettersi all'opera. La Curia e la Segreteria furono subito piene di eruditi che il Papa, il quale conosceva poco o punto il greco, occupava a far traduzioni, pagandole lautamente. Al Valla fu affidata la traduzione di Tucidide, finita la quale ebbe 500 scudi e l'incarico di tradurre Erodoto; al Bracciolini quella di Diodoro Siculo; a Guarino Veronese, che era in Ferrara, quella di Strabone con la promessa di 500 scudi per ogni parte dell'opera; altri ebbero altre commissioni. Solo per una traduzione in versi latini d'Omero, Niccolò V non potè trovare l'uomo adatto, quantunque avesse cercato per tutto, e fatte al Filelfo le più larghe offerte. Anche gli esuli greci Teodoro Gaza, Giorgio Trapezunzio, il Bessarione e molti altri accorsero a Roma, e parecchi di essi ricevettero gli stessi ufficî e le medesime commissioni. La più parte di questi erano però specie d'avventurieri irrequieti, che avevano mutato religione per la speranza di guadagni. Il Bessarione, convertito anch'egli, era invece uomo assai autorevole e sincero, dotto e conoscitore del latino più de' suoi connazionali, cardinale, ricco, gran raccoglitore di codici,[106] e la pretendeva inoltre a Mecenate. Niccolò V lo mandò coll'ufficio di Legato a Bologna, probabilmente, così almeno si disse, per non vederlo quasi suo emulo in Roma.
Tutta questa grande società di traduttori ed emigrati, riuniti dai danari del Papa, si poteva dire un'accozzaglia d'elementi eterogenei. Essa di certo valse assai a diffondere i risultati del lavoro iniziato in Firenze, ma era incapace di opere veramente originali; fece molte utili traduzioni, ma si può anche osservare, che se quelle del Bruni a Firenze avevano aperto una via nuova agli studî, ed erano fatte da un uomo che le aveva intraprese di sua iniziativa, quelle pagate da Niccolò V erano invece lavori di commissione, eseguiti assai spesso da dotti, il cui merito principale non era la cognizione del greco, o da emigrati greci che conoscevano poco il latino. Ciò che di più notevole ed originale produsse questa società romana di dotti, furono opere come le Facezie del Bracciolini, le Invettive dello stesso o l'Antidoto del Valla, con le quali opere abbiam visto che basse ingiurie quegli eruditi si scagliassero fra di loro. Il Papa avrebbe potuto facilmente mettere un freno al poco edificante spettacolo, ma sembrava invece compiacersene. Sotto il suo pontificato però, è necessario notarlo, vennero da coloro che egli proteggeva pubblicate anche opere di argomento grave, e di grandissima importanza; ma queste appunto o non furono scritte in Roma, o non furono incoraggiate da lui.
Era assai naturale che chi aveva formato una così grande officina di traduttori, fondasse ancora una grande biblioteca. Ed infatti, se prima di lui Martino V aveva già cominciato a raccogliere codici; se dopo di lui Sisto IV aprì al pubblico la famosa biblioteca Vaticana, il vero fondatore di essa, come abbiamo altrove accennato, fu Niccolò V. Enoch di Ascoli corse il mondo cercando codici nei conventi, con Brevi che lo raccomandavano, perchè potesse copiare o comprare;[107] Giovanni Tortello, autore d'un Manuale d'ortografia pei copisti,[108] fu il bibliotecario di questo Papa che, secondo Vespasiano, raccolse 5000 volumi, li legò con grandissimo lusso, e spese per essi 40,000 scudi.[109] Oltre di che egli incominciò un grande restauro delle strade, dei ponti, delle mura aureliane; pose le fondamenta d'un nuovo Vaticano; fortificò il Campidoglio e Sant'Angelo; restaurò o costruì di pianta un gran numero di chiese in Roma, Viterbo, Assisi, altrove, e nuove fortezze in molte città dello Stato. Insomma coi consigli dell'Alberti, coll'opera di Bernardo e Antonio Rosselli, Niccolò V seppe trasformare Roma in una grande città monumentale, emulando non solo i Medici, ma i più grandi imperatori antichi.[110]
Da tutto ciò si può facilmente comprendere come senza avere un grande ingegno, egli riuscisse a far passare il suo nome ai posteri. S'aggiunge ancora che il suo pontificato fu illustrato dalla presenza di tre uomini d'ingegno assai singolare, due dei quali adoperati da lui. E sebbene le loro opere più originali o non fossero, come dicemmo, scritte in Roma, o appunto di esse il Papa non sembrasse curarsi affatto, pure gliene venne indirettamente un onore che non meritava.
Il primo di essi fu Lorenzo Valla, che abbiamo veduto tra i segretarî e traduttori, e che aveva per lo innanzi avuto una vita assai avventurosa. Di famiglia piacentina, nato a Roma (1407), si vantava romano. Fino a 24 anni restò in patria dove fu discepolo dell'Aurispa e del Rinucci, ed ebbe anche soccorso di buoni consigli da Leonardo Bruni.[111] Andò poi professore a Pavia, dove subito manifestò il suo carattere irrequieto ed il suo ingegno originale. In quel gran centro di studî legali attaccò fieramente la dottrina del celebre Bartolo, a cagione dello stile barbaro e scolastico di lui. Ignorando, egli diceva, il classico linguaggio dell'antichità, col quale la giurisprudenza romana era e doveva essere scritta, ignorando anche la storia, non poteva Bartolo intendere il vero significato delle leggi di Roma, nè commentarle a dovere. Questa audacia parve un'eresia, e destò tale rumore fra gli studenti di legge, che il povero Valla dovè fuggire da Pavia, ed andare insegnando in altre città.[112]
Pure in mezzo a queste inquietudini, egli dètte alla luce la sua prima opera, De voluptate et vero bono,[113] nella quale troviamo subito un vero pensatore, e vediamo come dall'erudizione nascesse allora lo spirito nuovo del Rinascimento. Ponendo a confronto le dottrine degli stoici e degli epicurei, esaltava il trionfo dei sensi, ribellandosi contro ogni mortificazione della carne. — Scopo della vita, egli dice francamente, sono la felicità, il piacere, e noi dobbiamo cercarli, perchè la natura ce lo impone. La virtù stessa, che deriva dalla volontà e non dall'intelletto, è un mezzo per giungere alla beatitudine, che è la felicità vera, sempre incompiuta su questa terra. Noi non possiamo colla ragione spiegar tutto: i dommi della religione restano spesso un mistero, e la filosofia cerca solo, se può, di esporli razionalmente; non è possibile neppure conciliare il libero arbitrio colla preveggenza divina. La scienza si fonda sulla ragione, che è in armonia colla realtà delle cose; sulla natura, che è Dio stesso. La verità si manifesta in una forma semplice, precisa, vera; la logica e la retorica son quasi una sola e medesima cosa; uno stile confuso e scorretto accusa verità mal comprese, una scienza falsa o incompiuta. — E quindi egli attaccava fieramente la scolastica, Aristotele, Boezio, facendo continuo appello dall'autorità al sano uso della ragione, alla realtà, alla natura, che veniva da lui esaltata in mille modi. Questo bisogno del reale, questa redenzione dei sensi e della natura, formano il concetto dominante e l'anima di tutto il libro; costituiscono l'indole propria degli scritti del Valla: è in sostanza lo spirito stesso del Rinascimento, che viene con lui alla luce. Non si tratta qui di un nuovo sistema filosofico; ma si vede che la natura ed il buon senso trionfano; e l'indipendenza della ragione si presenta a noi come una conseguenza logica dell'antichità risorta, come una conquista ormai compiuta.
Quest'opera avrebbe ottenuto assai migliore successo, se il Valla, spirito irrequieto e battagliero, che amava qualche volta il paradosso, non si fosse lasciato trascinar troppo dalla sua penna. Pigliando la difesa dei sensi, egli dichiara che la verginità è contro natura, e fa dire al Panormita, che se le leggi di questa debbono essere rispettate, le cortigiane sono più utili al genere umano che le monache. Esponendo e difendendo la dottrina di Epicuro contro gli stoici, condannando tutto ciò che significa disprezzo del mondo, si lascia andare a molte espressioni contrarie allo spirito ed alla lettera delle dottrine cattoliche, anzi cristiane. E quantunque dichiarasse di voler rispettare l'autorità della Chiesa, i suoi attacchi contro il clero erano fierissimi, e più pericolosi assai di quelli di Poggio e degli altri eruditi, perchè questi si valevano del frizzo, il Valla, invece, della critica. Per tutte queste ragioni si levò un gran rumore contro di lui, e fu subito accusato d'eretico, d'epicureo e profanatore d'ogni cosa sacra. Nè gli valse difendersi col dire che il vero piacere, la vera felicità eran per lui la beatitudine divina; perchè gli venivan gettate in viso le frasi più aggressive e audaci della sua opera, ricordati i fatti più immorali della sua vita, che prestava il fianco a molti attacchi.
Dopo aver insegnato in varie città, il Valla si trova dal 1435 al '42 presso Alfonso d'Aragona, ne è fatto segretario nel '37, e lo accompagnò nelle imprese militari, che poi portarono quel principe al trono di Napoli.[114] Nel '44 egli era a Roma, ma dovette fuggirne, ricoverandosi di nuovo a Napoli, per le persecuzioni minacciategli a causa d'uno scritto da lui composto nel 1440: De falso credita et ementita Constantini donatione.[115] Il Valla sosteneva in esso che la donazione di Costantino non era stata mai fatta, non poteva farsi, e che l'originale del preteso documento non fu mai visto. Esaminando poi con la critica il linguaggio del documento, ne provava la falsità, dimostrando che non aveva il carattere del latino del tempo. Dopo di che attaccava fieramente la simonia del clero, osando dichiarare che il Papa non aveva il diritto di governare nè il mondo, nè Roma; che il dominio temporale aveva rovinato la Chiesa e privato della libertà i Romani; minacciava poi d'incitarli anche a sollevarsi contro la tirannìa d'Eugenio IV e contro i Papi in genere, che di pastori s'eran fatti ladri e lupi. Quando pure, egli concludeva, la donazione fosse vera, sarebbe nulla, perchè Costantino non poteva farla: in ogni caso i delitti dei Papi l'avrebbero già annullata. E sperava, egli concludeva, di vivere abbastanza per vederli costretti a tornare pastori col solo potere spirituale. — Veramente, già durante il Concilio di Basilea, il Cusano ed il Piccolomini avevano sostenuta la falsità della donazione, con argomenti che si trovano anche nel Valla.[116] Ma a lui più che ad altri si deve la demolizione del falso documento, il che potè fare con la sua critica mordace, e con l'impeto della sua eloquenza ciceroniana. Inoltre, come abbiam detto, egli non si fermava ad un esame letterario e teoretico del documento, ma voleva addirittura abbattere il potere temporale, minacciando di invitare le popolazioni ad insorgere. Non si trattava più d'una semplice disputa teologica o storica; ma era la prima volta che un erudito già celebre, dopo avere ampiamente esposta la questione critica, la rendeva popolare e le dava una pratica applicazione. Allora Alfonso d'Aragona trovavasi in guerra con Eugenio IV, ed il Valla, pigliando le parti del suo protettore, poteva dare libero corso alla sua eloquenza. Attaccato da preti e da frati, egli che combatteva come sotto una fortezza, raddoppiò i colpi con altri scritti. In questi sostenne non esser vera la lettera di Abgaro a Gesù Cristo, pubblicata da Eusebio; che il Simbolo non era stato composto dagli Apostoli, ma dal Concilio di Nicea. E prima aveva già notati molti errori della Volgata, raccogliendoli in un libro d'annotazioni, che Erasmo di Rotterdam ripubblicò più tardi con una lettera di elogio e difesa.[117] Questi scritti e queste dispute lo fecero chiamare dinanzi all'Inquisizione in Napoli; ma egli, sicuro dell'appoggio del Re, si difese in parte col sarcasmo, in parte dichiarando che rispettava i domini della Chiesa, i quali non avevano da far nulla colla storia, colla filosofia e la filologia. Quanto alla donazione di Costantino, non ne fu parlato, per non risollevare una questione troppo spinosa.
Liberato da tale pericolo, continuò le sue lezioni all'Università, e attaccò dispute letterarie con Bartolommeo Fazio e Antonio Panormita, contro i quali scrisse quattro libri d'invettive.[118] Ma insieme con questi lavori pubblicò altre opere storiche, filosofiche e filologiche, dettate sempre col medesimo spirito critico ed indipendente, e fra di esse vanno principalmente notate le Elegantiae e la Dialectica. Le prime[119] ebbero subito una grande popolarità, perchè il Valla in esse fece prova di tutta la sua maestria nel latino classico, che scriveva con eleganza e vigore. Dimostrò anche una conoscenza assai profonda, per quel tempo, delle teorie grammaticali; ma, quel che è più, passava insensibilmente dalle questioni filologiche alle filosofiche. Il linguaggio, egli diceva, è formato secondo le leggi del pensiero, per il che la grammatica e la retorica si basano sulla dialettica, di cui sono il complemento e l'applicazione. Anche di quest'opera si occupò Erasmo di Rotterdam, facendone un sunto che pubblicò.[120] In essa ed in quella De Voluptate et vero bono, si vede tutta quanta l'originalità dell'autore, ed il passaggio dalla erudizione alla critica ed alla filosofia. La Dialectica, lavoro esclusivamente filosofico, ha un merito assai inferiore alle Elegantiae, ma sostiene anch'essa il medesimo concetto, che il vero studio del pensiero si debba, cioè, fare collo studio del linguaggio.[121]
In mezzo a queste battaglie ed a questa attività letteraria, protetto da un re splendido come Alfonso, in una città che per gli studî filosofici ebbe sempre singolare attitudine, il Valla poteva esser contento. Pure egli mirava a Roma, perchè colà era il gran centro dei letterati, e perchè il suo stato presente non era punto sicuro. Il Re poteva conciliarsi col Papa, poteva succedergli il figlio, e le cose sarebbero subito mutate. Infatti, non andò guari che gli Aragonesi tornarono d'accordo coi Papi, ed il Valla dovè pensare ai casi suoi. Colla disinvoltura propria degli eruditi, si decise allora a mutare strada. Cominciò collo scrivere lettere ad alcuni cardinali, dicendo che non era stato mosso da odio ai Papi; ma da amore alla verità, alla religione, alla gloria. Se la sua opera veniva dagli uomini, sarebbe caduta da sè stessa; se veniva da Dio, nessuno avrebbe potuto abbatterla. Del resto, e qui era per lui il punto importante, se con qualche opuscolo aveva potuto far molto male alla Chiesa, dovevano riconoscere che egli era in grado di fare ad essa altrettanto bene. Ma tutto ciò non bastava ancora a calmare Eugenio IV, ed il Valla scrisse addirittura la sua Apologia, indirizzandola al Papa, cui prometteva di ritrattarsi.[122] In essa respingeva le accuse d'eresia, che «l'invidia dei nemici gli aveva scagliate contro,» e conchiudeva: «Se non peccai, restituisci la mia fama nel pristino suo stato; se peccai, perdonami.»
Ma neppure con ciò ottenne il resultato voluto. Solamente dopo la elezione di Niccolò V, egli venne chiamato a Borna (1448), dove fu adoperato a far traduzioni dal greco. Più tardi insegnò nella Università romana, e così fra le lezioni, le traduzioni e le dispute letterarie col Trapezunzio e con Poggio, passò la sua vita, senza occuparsi punto di questioni religiose. Sotto Calisto III arrivò ad essere segretario nella Curia ed anche canonico di San Giovanni Laterano, dove venne finalmente sepolto quest'uomo, che era stato di poco carattere e di costumi corrotti, ma di grandissimo ingegno letterario, critico e filosofico, il novatore e pensatore più originale fra tutti gli eruditi. Cessò di vivere il dì 1º agosto 1457.[123]
Trovavasi allora in Roma un altro erudito di molto ingegno, e questi era Flavio Biondo o Biondo Flavio, secondo altri. Nato a Forlì nel 1388, segretario di Eugenio IV, di Niccolò V, di Calisto III e di Pio II, fu da tutti adoperato e da tutti trascurato, a segno tale che qualche volta indagò se poteva altrove provveder meglio alla sua miseria. Eppure aveva servito Eugenio IV, nella prospera e nell'avversa fortuna, con una fedeltà a tutta prova, e gli dedicò qualcuno de' suoi importanti lavori. Lo stesso fece con Niccolò V, che era il Mecenate di tutti gli eruditi; con Pio II, che si valse delle opere di lui, anzi ne compendiò una, per aggiungervi il bello stile che vi mancava. Questa era la gran colpa del Biondo, e questa lo fece restar quasi oscuro in mezzo agli umanisti, molti dei quali non erano degni neppure di stargli accanto. Egli non conosceva il greco, non era elegante latinista, non era adulatore, non scriveva invettive: una sola disputa ebbe col Bruni, che fu tutta letteraria e scientifica, sull'origine della lingua italiana, senza alcuna personalità. Le sue Epistole non contengono motti nè frasi eleganti, non furono quindi mai raccolte, e nessuno scrisse la biografia di lui. Pure fu uno dei più intemerati caratteri, dei più nobili ingegni in quel secolo, e le sue opere hanno un acume di critica storica, che non si trova in alcuno de' contemporanei, eccettuato forse Leonardo Aretino. Il primo lavoro del Biondo, dedicato ad Eugenio IV, ed intitolato Roma instaurata, è una descrizione di Roma pagana e cristiana, e de' suoi monumenti. In essa abbiamo il primo tentativo serio d'una topografia compiuta della Città Eterna: l'autore apre la via ad una scientifica restaurazione dei monumenti, valendosi degli scrittori con critica singolarissima. Ma, quel che è anche più notevole in un umanista, l'antichità classica non gli fa punto dimenticare i tempi cristiani: io non sono, egli dice, di coloro che, per la Roma dei Consoli, dimenticano la Roma di S. Pietro. E così la sua erudizione fu più universale e profonda, s'estese al Medio Evo ed al suo tempo. La seconda sua opera fu l'Italia illustrata, scritta ad istanza d'Alfonso d'Aragona, e dedicata a Niccolò V. In essa egli descrive l'Italia antica, determinandone le varie regioni, dando una enumerazione delle principali città, con ricerche sui loro monumenti, sulla loro storia antica e moderna, sugli uomini più famosi. La terza opera, dedicata a Pio II, fu la Roma triumphans, in cui propose di esporre la costituzione, i costumi, la religione dei Romani antichi, e fece così il primo Manuale di antichità. Finalmente, oltre ad un libro De Origine et gestis Venetorum, egli scrisse una storia della decadenza dell'Impero romano, Historiarum ab inclinatione Romanorum, etc., lavoro di vasta mole, del quale però abbiamo solamente le tre prime Decadi, ed il principio della quarta. Essa doveva arrivare fino ai tempi dell'autore; ma nello stato in cui si trova, è pure la prima storia universale del Medio Evo, che sia degna d'un tal nome. Ed è singolare il vedere come il Biondo ricorra alle sorgenti, e distingua i narratori contemporanei dai posteriori, paragonandoli fra di loro. Con quest'opera la storia comincia a divenire una scienza, e la critica storica è già nata. Noi avremo occasione di riparlarne, quando dovremo osservare che il Machiavelli se ne valse molto nel primo libro delle sue Istorie, qualche volta traducendo addirittura. Ed anche Pio II ne riconobbe tutta l'importanza, facendo di essa un compendio, per cercare di darle la forma classica. E si valse molto anche d'altre opere del Biondo, che pur lasciò morire povero e quasi oscuro (1463).[124]
Il terzo erudito di cui dobbiamo parlare, è appunto Enea Silvio de' Piccolomini, che successe a Niccolò V col nome di Pio II (1458-64). Noi lo vedemmo già al Concilio di Basilea, dove sostenne l'elezione dell'antipapa Felice V, di cui fu segretario; più tardi lo vedemmo nella cancelleria imperiale, dove restò lunghi anni, e mutò le sue opinioni, divenendo sostenitore dell'autorità papale contro le idee del Concilio, già prima difese da lui. Nella giovinezza s'era abbandonato al suo carattere leggiero, al suo ingegno vario, e aveva scritto poesie, commedie, novelle oscene, lettere in cui parlava con cinico sarcasmo della vita dissoluta che faceva. Come erudito, anche a lui mancava la conoscenza del greco e degli autori greci, dei quali aveva letto solo qualcuno nelle traduzioni fatte in Italia; dei latini però, massime di Cicerone, fece assai lungo studio: mirava alla facilità e semplicità, seguiva l'esempio di Poggio Bracciolini, che era in ciò quasi il suo ideale. Gli scritti del Piccolomini avevano una spontanea disinvoltura che risultava principalmente dalle qualità pratiche del suo ingegno, dalla conoscenza degli uomini e del mondo. Diverso in ciò da tutti gli eruditi, scrivendo, cercava sempre di andare al pratico ed al reale, senza farsi dominare troppo dalle classiche reminiscenze dell'antichità. Perfino nelle sue opere oscene, invece di fermarsi a far prova di stile, ed a citare esempî cavati dagli antichi, raccontava fatti veri seguiti nella sua vita ed in quella degli amici. Le sue Orazioni al Concilio non erano certo saggi di grande eloquenza, ma avevano uno scopo chiaro, volevano ottenere un fine determinato. Nelle Epistole, o si occupava d'affari o descriveva i paesi in cui era; e così vediamo spesso il segretario della cancelleria imperiale, disperato di trovarsi in mezzo a Tedeschi che bevevano birra da mattina a sera. Gli studenti, egli dice, ne tracannano quantità enorme; un padre svegliava i suoi bimbi la notte, per far loro a forza bere del vino. Intanto egli diffondeva l'umanesimo italiano in Germania, e le sue lettere formarono per molti anni l'anello di congiunzione fra i due paesi, ricevendo da ciò la loro principale importanza storica.
Al Piccolomini mancavano il valore d'un pensatore indipendente, l'erudizione del vero umanista e la pazienza del raccoglitore; ma la vivacità, prontezza e spontaneità dell'uomo di lettere e di mondo arrivavano in lui ad un tal grado da fargli giustamente, per questo lato, attribuire una propria originalità. Egli non era un filosofo che avesse un proprio sistema, era anzi talmente pieno dell'antichità, che voleva confondere la filosofia greca e romana con la cristiana. In ciò per altro non sta la vera indole del suo ingegno, la quale si manifesta invece quando egli parla di materie affini alla filosofia, ma più pratiche, come, per esempio, di educazione. Allora cita assai poco Aristotele e Platone; nota invece osservazioni suggerite dalla propria esperienza. Non riuscì mai a scrivere veri trattati scientifici, ma ciò che in tutte le sue opere più ferma la nostra attenzione, è sempre la descrizione dei paesi e dei costumi. Così, se scrive De curialium miseriis,[125] la parte più notevole del libro è quella che narra la vita infelice che faceva egli stesso, insieme coi minori curiali della cancelleria imperiale, i loro viaggi, i loro alloggi in comune, i cattivi alberghi, il pessimo desinare, la nessuna quiete.[126] In altre delle sue opere troviamo descritti i paesi nei quali aveva viaggiato, scene della natura, costumi, istituzioni. Questo è ciò che si presenta a lui con maggiore evidenza, e che con maggiore evidenza egli presenta a noi. Non è un viaggiatore che cerca regioni ignote; ma la natura è sempre nuova per lui, sempre ammirabile, sempre gli parla. Anche quando fu Papa, vecchio e malato, si faceva trasportare per monti e per valli, a Tivoli, ad Albano, a Tuscolo, per contemplare la bellezza di quella campagna, che tanto ammirava, e così bene descriveva. La forma e la varietà della vegetazione, il sistema dei monti e dei fiumi, l'origine filologica dei nomi, la diversità dei costumi, nulla gli sfugge, tutto vede coordinato in unità. Genova, Basilea, Londra, la Scozia sono da lui descritte, notando la estensione del paese, il clima, i costumi, i cibi, il vivere, la costruzione delle case, le opinioni politiche degli abitanti. La descrizione di Vienna è tanto vera, che qualche volta se ne trovano anche oggi dei brani ristampati nelle Guide più recenti di quella città.[127] La sua grandezza, il numero degli abitanti, la vita dei professori e degli studenti, la costituzione politica e amministrativa, il modo di vivere, gli scandali nelle vie, la condizione dei nobili e dei borghesi, la giustizia, la polizia, tutto sembra che avesse quello stesso carattere generale che Vienna serba ancora oggi.[128] Qui non è un dotto che scrive, è un semplice viaggiatore costretto dalla propria curiosità ad osservare e fare osservar tutto. Il Piccolomini è l'uomo del suo tempo; le sue qualità sono nell'atmosfera stessa che egli respira, e le manifesta tanto più facilmente, quanto minore è la sua individuale originalità. Egli visse, è ben vero, nel secolo degli eruditi; ma questo fu anche il secolo in cui nascevano Leonardo da Vinci, Paolo Toscanelli, Cristoforo Colombo, e si educava, si formava il loro genio collo spirito d'osservazione, col metodo sperimentale.
È facile comprendere che le opere storiche e geografiche del Piccolomini sono le più importanti; che in esse il merito principale si trova là dove descrive cose ed uomini da lui veduti, e quando storia, geografia, etnografia si presentano come una sola scienza. La storia greca e romana egli conosceva solamente a brani; quella del Medio Evo trattava leggermente, cavando molto dal Biondo e da altri, esaminando però con acume gli scrittori di cui si serviva, il tempo, il valore, la credibilità delle opere loro, perchè la critica era penetrata nel sangue stesso degli uomini di quel tempo. Tuttavia non giunse mai ad una forma, ad un rigore veramente scientifico; raccoglieva alla rinfusa dalla memoria e da appunti in cui registrava ciò che vedeva, leggeva o sentiva. Questo modo di comporre, unito alla sua mobilità e mutabilità di carattere, gli fece in tempi diversi esprimere giudizî diversissimi sopra lo stesso soggetto, perchè scriveva sempre sotto l'impressione del momento. Ma ciò appunto cresce la spontaneità de' suoi scritti, e ci permette di leggere nella mutabilità delle opinioni, la storia del suo spirito.
Meditò lungamente una specie di Cosmos, in cui voleva scrivere la geografia delle varie regioni allora conosciute, e la loro storia dal principio del secolo fino ai suoi giorni. La sua Europa è un frammento di quest'opera colossale, non mai compiuta, ed in essa la geografia è come il sostrato della storia. Egli ragionò con disordine e senza proporzione dei popoli diversi, scrivendo assai spesso di memoria, come era suo costume. Più tardi scrisse la geografia dell'Asia, valendosi delle tradizioni dei geografi greci, e dei viaggi del veneziano Conti, stato 25 anni in Persia, dei quali Poggio aveva lasciata un'assai minuta narrazione nelle sue opere, raccolta dalla bocca dello stesso viaggiatore.[129] L'ultima e più importante opera del Piccolomini è la sua autobiografia, che egli scrisse quando era già Papa, chiamandola Commentarii, ad imitazione di Giulio Cesare. Usava dettarli quando gli affari lasciavano a lui tempo: sono è ben vero dei brani mal cuciti fra loro; ma forse appunto perciò dànno una più giusta idea delle qualità intellettuali dell'autore, e manifestano, insieme riuniti, i varî e diversi pregi, che si trovano sparsi nelle altre sue opere. Qui infatti egli si mostra qual era veramente come erudito, poeta, descrittore di paesi, ammiratore della natura, pittore di genere, con uno spirito tutto pieno del realismo moderno.[130] Qui sono quelle descrizioni, cui accennammo più sopra, della Campagna romana, di Tivoli, della Valle dell'Anio, di Ostia, di Monte Amiata, dei Monti Albano, che possono anche oggi servire di guida al forestiero, e fanno sentir quasi il soffio della fresca aura dei monti; e qui ancora l'immagine di tutto un secolo si specchia, senza ordine prestabilito, ma fedelmente, nell'animo dello scrittore, il quale appunto perchè non ha un carattere ed una personalità propria, non impone mai un colore subiettivo alle cose ed agli uomini di cui parla. Questi Commentarii vanno dall'anno 1405 fino al luglio del 1464.[131]
Ciò che abbiam detto del Valla, del Biondo e del Piccolomini dimostra chiaro che, sebbene gli eruditi di Roma non avessero l'importanza ed il carattere proprio di quelli di Firenze, pure la Città Eterna fu sempre un gran centro, a cui i dotti accorrevano da ogni parte d'Italia, e fra poco potrà dirsi anche d'Europa. Quando i tre dotti di cui abbiamo parlato, non vivevano più, noi troviamo che vi fiorivano Pomponio Leto, il Platina e l'Accademia Romana. Il primo di essi era noto assai meno pel suo ingegno che per la singolarità del suo carattere, ed era generalmente tenuto figlio naturale dei principi Sanseverino di Salerno. Discepolo del Valla, cui successe nell'insegnamento, era venuto a Roma, lasciando i suoi, ai quali dicesi che rispondesse, quando lo chiamarono, con questa laconica lettera: Pomponius Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis fieri non potest. Valete. Preso d'un amore entusiasta per l'antichità romana, menava una vita da eremita, coltivando una sua vigna secondo i precetti di Varrone e Columella; andava innanzi giorno alla Università, dove l'aspettava un uditorio immenso; leggendo i classici, e abbandonandosi intere ore a contemplare i monumenti romani, era qualche volta in presenza di essi così esaltato che piangeva. Faceva rappresentare le Commedie di Plauto e di Terenzio, e divenne il capo di molti eruditi che raccolse nell'Accademia Romana da lui fondata. In essa ognuno dei membri si ribattezzava pigliando un nome pagano; e nelle ricorrenze dei fasti di Roma, specialmente l'anniversario dei natali di essa, si radunavano ad un desinare, nel quale venivano letti componimenti in verso ed in prosa.[132] Qui si parlava di repubblica e di paganesimo; qui vennero il Platina e molti altri degli eruditi che Paolo II aveva cacciati dalla Segreteria, e davano nei loro discorsi sfogo all'ira contro il Papa. Questi, che era un uomo energico ed impaziente, sciolse l'Accademia: molti degli accademici furono imprigionati, alcuni anche torturati, altri fuggirono (1468). Pomponio Leto era a Venezia, e fu rimandato a Roma, dove si salvò, sottomettendosi e chiedendo perdono, cosa sempre facile agli eruditi, nei quali tutto ciò che pensavano e sentivano prendeva forma e carattere semplicemente letterario.[133] E così potè sotto Sisto IV, in forma alquanto diversa, riaprire l'Accademia, che durò fino al sacco di Roma nel 1527.[134] Morì nel 1498, in età di 70 anni, e i suoi funerali furono solenni. Pubblicò varie edizioni dei classici, qualche lavoro sulle antichità di Roma; ma la sua vera importanza veniva dal suo insegnamento, dall'entusiasmo pagano che seppe infondere negli altri, dalla vita semplice e tutta data allo studio.
Un altro membro dell'Accademia, e di maggiore ingegno, era Bartolommeo Sacchi di Piadena nel Cremonese, soprannominato il Platina. Imprigionato la prima volta, quando protestava contro la perdita del suo ufficio, fu di nuovo chiuso in Castel Sant'Angelo, quando l'Accademia venne sciolta. Posto alla tortura, egli non solo piegò, ma si sottomise al Papa con parole basse, promettendo di obbedirgli, di celebrarlo con altissime lodi, di denunziargli[135] chiunque sparlasse di lui, e tutto ciò avendo l'animo sempre pieno d'un gran desiderio di vendetta. Uscito di carcere, e nominato bibliotecario della Vaticana da Sisto IV, con l'incarico di raccogliere documenti sulla storia del potere temporale, egli si vendicò nelle sue Vite dei Papi, descrivendo Paolo II, come il più crudele dei tiranni, che si dilettava a torturare e straziare gli eruditi in Castel Sant'Angelo, divenuto perciò un vero «toro di Falaride». Avendo le biografie del Platina avuto una grande popolarità, Paolo II passò ai posteri come un mostro, e l'erudito ottenne per qualche tempo il suo scopo. Ma il merito principale del libro e la ragione della sua fortuna stavano sopra tutto nello stile: la critica storica dell'autore era assai debole. Bisogna però convenire che egli tentò un'impresa difficilissima, alla quale neppure oggi basterebbero le forze d'un uomo solo, per quanto dotto e d'ingegno, e riuscì la prima volta a cavare dalle favolose cronache del Medio Evo un compendio storico assai chiaro, nel quale sono molti modelli della biografia erudita del secolo XV, che si leggono volentieri, perchè l'autore cercava sinceramente la verità storica, quantunque non sempre la ritrovasse. Avvicinandosi ai suoi tempi, l'importanza ed il valore delle biografie crescono, quando però non lo acceca la passione. Gli altri suoi lavori storici hanno minor pregio. Egli morì nel 1481, in età di 61 anno.[136]
A Roma, accorrevano anche allora, come già notammo, non solo Italiani, ma stranieri, specialmente Tedeschi, e fra questi meritano una particolar menzione tre giovani, Conrad Schweinheim, Arnold Pannartz, Ulrich Hahn, i quali avevano nel loro paese lasciato le officine di Faust e Schöffer, e verso il 1464 portarono l'arte della stampa in mezzo a noi. Essi dovettero combattere con la fame, e vincere immense difficoltà, perchè in Italia la passione degli antichi codici era tale, che molti, fra cui, come vedemmo, lo stesso duca d'Urbino, preferivano i volumi manoscritti agli stampati. Pure la nuova industria si diffuse rapidamente, e prima del 1490 si stampava già in più di trenta delle nostre città.
Nel 1469 moriva ed era poi sepolto in San Piero in Vincoli il celebre cardinale Niccola di Cusa, chiamato il Cusano, che, nato da un pescatore della Mosella, aveva studiato a Padova, ed era divenuto uno dei pensatori più illustri del secolo. Egli precedette il Piccolomini ed il Valla nel porre in dubbio l'autenticità della donazione di Costantino, ma non combattè il potere temporale dei Papi. Più tardi mutò alquanto le sue opinioni, e venne poi fatto cardinale; ma il suo carattere si mantenne sempre integro. Avverso all'autorità d'Aristotele, ingegno filosofico di grandissima originalità, panteista, ed in ciò vero precursore di Giordano Bruno, più che erudito fu un vero pensatore.[137] Nel 1461 venne la prima volta a Roma un altro straniero, Giovanni Müller o sia il celebre Regiomontanus, dotto nel greco, sommo per quei tempi nelle matematiche e nell'astronomia; egli fu da Sisto IV incaricato della riforma del Calendario, e morì a Roma nel 1475. Nell'82 venne Giovanni Reuchlin, il quale fece più tardi esclamare all'Argiropulo, professore nell'Università di Roma, che le Muse della Grecia passavano le Alpi per emigrare in Germania.[138] Colà infatti l'erudizione s'era allora propagata, e portava già i suoi frutti. Il sole della nuova cultura italiana, levatosi in alto, illuminava tutta l'Europa; ma sorgeva sempre dall'Italia, che era più che mai l'antica madre del sapere.
Dalla morte di Paolo II a quella d'Alessandro VI, le cose in Roma peggiorarono assai, e i Papi pensarono a ben'altro che agli eruditi, all'erudizione o alle arti belle. Pure Sisto IV aprì la Vaticana al pubblico, e compiè molte costruzioni importanti nella Città. Nè, per lungo tempo ancora, l'ammirazione a tutto ciò che era antico, si spense nel popolo, come prova un fatto seguìto appunto in quegli anni. Nell'aprile del 1485 si sparse la voce che alcuni muratori, scavando nella via Appia, presso il sepolcro di Cecilia Metella, avevano in un sarcofago romano trovato il cadavere d'una «formosa e pulita giovane,» Julia filia Claudi, secondo l'iscrizione, che alcuni pretendevano avervi letta: «era adornata sua trezza bionda da molte e ricchissime pietre preziose.... e erano suoi chiome d'oro ligate cum una bendella di seta verde.»[139] Altri scrivevano invece che i capelli erano neri, che iscrizione nel sarcofago non v'era; ma che Pomponio Leto credeva fosse il cadavere d'una figlia di Cicerone. Certo lettere e cronache del tempo sono piene del fatto, e vanno d'accordo nel ripetere, che il cadavere era maravigliosamente conservato; che gli occhi, la bocca si potevano aprire e chiudere, le membra muovere; la bellezza del volto superava ogni immaginazione. Tutto ciò provava «quanto li antiqui nostri studiavano li animi gentili farli inmortali, ma ancora li corpi, neli quali la natura per farli belli havea posto ogni suo inzegno.»[140] Si disse che i muratori erano fuggiti con le gioie ritrovate; certo è che, quando il cadavere venne portato in Campidoglio, una moltitudine, che qualcuno fece ascendere fino a ventimila persone, andò in pellegrinaggio a vederlo. Vi fu chi suppose ai nostri giorni, che il cadavere avesse una maschera in cera, come se ne trovarono a Cuma ed altrove. Ma dagli scrittori contemporanei apparisce invece, che esso era stato artificialmente conservato, con qualche processo simile a quelli adoperati dagli Egizi. In ogni modo, ciò che destava così grande entusiasmo era la convinzione allora universale, che una bellezza antica dovesse essere immortale e superiore ad ogni bellezza vivente. Tale sembrava davvero il pensiero o meglio l'illusione del secolo. Ma tutto questo mondo erudito era adesso assai vicino a crollare, e ben presto doveva sembrare come l'eco d'una società che s'andava allontanando. Una dura realtà apparecchiava nuove e ben più tristi esperienze: sotto Innocenzo VIII ed Alessandro VI ogni cosa doveva andare a rovina in Italia.
Dopo di Firenze e Roma, le altre città italiane hanno assai minore importanza per la storia delle lettere. Anche nelle repubbliche come Genova e Venezia, esse fiorirono più tardi assai che in Toscana. Napoli era stata troppo lungamente in una quasi anarchia, ed a Milano poco si poteva sperare sotto un mostro come Filippo Maria Visconti, un capitano di ventura come Francesco Sforza, o un giovane dissoluto e crudele come il figlio di lui, Galeazzo Maria. Eppure tali erano allora le condizioni dello spirito italiano, che nessuno poteva o sapeva allontanarsi affatto dagli studi, e dal proteggere gli studiosi. Lo stesso Visconti sentiva il bisogno di leggere Dante ed il Petrarca, e cercava d'avere intorno a sè alcuni dotti. Era però difficile trovare chi a lungo volesse rimanere presso di lui. Il Panormita, uomo assai poco scrupoloso, non fu trattenuto neppure da un soldo di 800 zecchini, ed andò via a cercare fortuna altrove. L'uomo fatto proprio per quella Corte era solo Francesco Filelfo da Tolentino, che vi trovò un sicuro asilo donde insultare da lontano i suoi nemici, e vivere adulando o vendendo la propria penna. Costui si credeva ed era generalmente creduto uno dei più grandi ingegni del secolo; ma, privo invece d'ogni vera originalità, aveva una dottrina assai confusa ed incerta. Mandato dalla repubblica veneziana ambasciatore a Costantinopoli, dove sposò la figlia del suo maestro di greco, Emanuele Crisolora, tornò in Italia nel 1427, in età di 29 anni. Portò molti manoscritti, parlava e scriveva greco, aveva una grande facilità nel compor versi latini, e ciò bastava allora a farlo subito giudicare uomo straordinario. La sua immensa vanità, il suo carattere irrequieto fecero il resto. Chiamato ad insegnare nello Studio fiorentino, scrisse subito a tutti che aveva avuto felicissimo successo: «perfino le nobili matrone, egli diceva, mi cedono il passo nella via!» Ben presto però fu in guerra con tutti; divenne aspro nemico dei Medici, e si unì a coloro che volevano uccidere Cosimo, quando era ancora prigioniero in Palazzo Vecchio;[141] finalmente dovette fuggirsene a Siena, dove corse pericolo d'essere ammazzato da uno che egli credè sicario dei Medici. Intanto a Firenze era processato e condannato come cospiratore contro la vita di Cosimo, di Carlo Marsuppini e d'altri.
A Siena scrisse le sue Satire oscene contro Poggio; più tardi lo troviamo a Milano, dove riceve uno stipendio di 700 zecchini l'anno, e la casa; esalta la virtù e sopra tutto la liberalità del suo «divino principe,» Filippo Maria Visconti, quel tiranno cui non sarebbe facile trovar l'eguale in perfidia e crudeltà. Morto il Visconti e proclamata la Repubblica Ambrosiana a Milano, lodò i nuovi Padri Coscritti; poi fece parte della deputazione che andò a portare le chiavi di Milano a Francesco Sforza, in onore del quale scrisse il suo gran poema, La Sforziade.
Autore fecondo di biografie, satire, epistole, la sua eloquenza somigliava, come disse il Giovio, ad un fiume non contenuto da argini, che straripa ed intorbida ogni cosa. Pure egli si teneva il dispensatore della immortalità, della fama e dell'infamia. Quando dovè scrivere in italiano un comento al Petrarca, deplorava l'avvilimento cui era condotta la sua epica musa. A vendere però i suoi versi latini e le sue lodi al maggiore offerente era sempre pronto, e non si vergognava.
Le sue opere principali, oltre le Satire, furono due, e restarono inedite, senza gran danno delle lettere. La prima, intitolata De Iocis et seriis, è una raccolta d'epigrammi, divisa in dieci libri, ognuno di mille versi, secondo la retorica, artificiosa sempre, dell'autore. Piena di facezie, d'insulti osceni e poco poetici, sembra avere per unico scopo dimostrare la facilità dell'autore nello scrivere versi, e guadagnar danari con basse adulazioni o più basse ingiurie. Ora è la figlia che non ha dote, o le vesti di lei sono lacere; ora la musa del Filelfo tace per mancanza di danari, ed egli supplica, tra minaccioso ed umile, per averne.[142] Il 18 giugno 1459, quando lavorava a quest'opera, egli scrisse al cardinal Bessarione: «Ora che sono libero dalla febbre, vengo a soddisfare il mio debito verso di voi e verso il Santo Padre Pio II, cioè a scriver dei versi ricevendo in cambio danaro.»[143]
Nè diversamente si condusse, quando scriveva l'altra sua opera, del pari inedita, La Sforziade, in 24 canti, dei quali si trovano nelle biblioteche solo dieci. Essa pretende di essere un poema epico sulle imprese dello Sforza, a cominciare dalla morte di Filippo Maria Visconti. In versi sempre facili, che imitano Virgilio e più spesso Ovidio, l'autore esalta fino alle stelle tutte le azioni, le perfidie stesse del suo eroe. Gli Dei dell'Olimpo, qualche volta anche Sant'Ambrogio o altri santi cristiani, sono i veri attori di questo dramma; ma essi restano sempre mere astrazioni, e riescono solo a togliere ogni personalità all'eroe del poema. La vera poesia manca sempre, ed il Filelfo ha più ragione che non crede, quando dichiara che la musa davvero ispiratrice è per lui il danaro. Quando doveva chiamar sulla scena qualche nuovo personaggio allora vivente, cominciava subito a patteggiare. Guai a chi non lo pagava! E così riceveva danari, commestibili, cavalli, vesti, ogni cosa. Diceva di esser povero e di aver fame, quando viveva nel lusso con sei persone di servizio e sei cavalli. Deplorava la miseria in cui era, secondo lui, tenuta la sua musa immortale; si vergognava di stentare, ma non di pitoccare. E tutti gli davano ascolto, perchè temevano i suoi versi. Perfino Maometto II liberò dalla prigionìa la suocera e la cognata del Filelfo, quando questi gli mandò un'ode ed una lettera in greco, che diceva: «Io sono uno di coloro i quali, celebrando con la eloquenza i fatti illustri, rendono immortali coloro che di natura sono mortali, ed ho intrapreso a narrare le vostre gesta gloriose, che, per le colpe dei Latini e la volontà di Dio, vi hanno dato la vittoria.»[144] Una eguale condotta tenne nello scrivere le Satire, che furono cento, divise in dieci decadi, e ogni satira essendo di 100 versi, era da lui chiamata Hecatostica.
Di Roma non fu molto contento il Filelfo. Ebbe da Niccolò V, è ben vero, un dono di 500 ducati d'oro, quando gli lesse le Satire; fu colmato di gentilezze; gli fu dato l'incarico di tradurre Omero con l'offerta di lauto stipendio, di donativi, casa e altro ancora, se accettava. Ma egli ricusò tutto, avendo altre mire. Dopo la morte della sua prima moglie aveva fatto capire che sarebbe andato a Roma, quando gli avessero dato prima o poi un cappello cardinalizio, e ripetette la stessa dichiarazione dopo la morte della seconda moglie. Non essendo riuscito nell'intento, prese una terza moglie, e respinse per sempre ogni invito. Morto lo Sforza, però, tutto mutò per lui; egli cadde nella miseria, e dovè raccomandarsi a Lorenzo dei Medici, che lo richiamò allo Studio in Firenze, dove, arrivato in età di 83 anni, nel 1481, esausto di danari e di forze, dopo poco morì. Il Filelfo fu un esempio di quel che potevano allora una grande memoria, una grande facilità nello scrivere o parlare varie lingue, una grandissima petulanza e superbia, senza carattere, senza moralità e senza originalità.[145]
Egli non fu certamente il solo erudito a Milano. Al tempo di Francesco Sforza vi troviamo, come già si disse, Cicco Simonetta, segretario dottissimo; Giovanni fratello di lui e storiografo del Duca, di cui narrò le vicende dal 1423 al '66, in una storia che non è senza pregio, perchè egli descriveva ciò che aveva veduto; Guiniforte Barsizza, maestro dei due figli del Duca, Galeazzo Maria e Ippolita divenuta celebre pei suoi discorsi latini.[146] Battista Sforza, figlia d'Alessandro, signore di Pesaro e fratello di Francesco, anch'ella celebre pei suoi discorsi latini,[147] fu del pari educata in questa Corte. Ma tutto ciò non basta per dare a Milano un valore suo proprio nella storia dell'erudizione.
Alfonso d'Aragona, uomo di guerra, ma anche d'ingegno non comune, seppe dare alla sua Corte una importanza maggiore. Egli abbandonò con singolare rapidità il suo carattere nazionale, per divenire affatto italiano, e gareggiare coi nostri principi nel proteggere le arti; cercare codici antichi; studiare i classici; circondarsi di letterati, pei quali, secondo Vespasiano, spendeva 20,000 ducati l'anno.[148] Tito Livio era il suo idolo, tanto che raccontavano come Cosimo dei Medici, volendo pacificarlo, gl'inviasse un codice prezioso delle opere di quello storico. Ai Veneziani scrisse pregandoli che gli ottenessero da Padova un osso del braccio di Livio, quasi fosse sacra reliquia. Camminando col suo esercito, gli fu un giorno indicata Sulmona, patria di Ovidio, e subito si fermò abbandonandosi ad esclamazioni di gioia: il suo solenne ingresso in Napoli lo fece passando per la breccia, ed imitando in tutto un trionfo romano.
Il Trapezunzio, il Valla, il Fazio, il Beccadelli, Porcellio de' Pandoni furono lungamente alla sua Corte, e per breve tempo vi furono anche il Filelfo, il Gaza, il Manetti, il Piccolomini. Tutti erano trattati con splendore e con gentilezza. Quando il Fazio ebbe finito la sua Historia Alphonsi, il Re, che pur gli dava 500 ducati l'anno, fecegli il dono di altri 1500, dicendo: «con ciò non intendo pagare la vostra opera, che non potrebbe aver prezzo.»[149] Quando invitò il Manetti che fuggiva da Firenze, gli disse: «dividerò con voi il mio ultimo pane.»
Uomo senza pregiudizî, in guerra continua coi Papi, egli dava asilo e protezione ai dotti, quali che si fossero le loro opinioni, e garantiva ad essi piena libertà di parola, difendendoli dall'Inquisizione e da ogni pericolo. Così il Valla, che fu l'erudito più celebre nella Corte, potè scrivere contro i preti, contro i Papi, ed esporre liberamente negli scritti, dalla cattedra, le sue opinioni religiose e filosofiche. Tutto ciò dava una fisonomia propria, una importanza speciale alla società erudita in Napoli. Lo stesso fu di Antonio Beccadelli più noto col nome di Panormita. Nato a Palermo nel 1394, egli dopo avere studiato a Padova, aveva ad un tratto acquistata una clamorosa celebrità, scrivendo un libro che fece grandissimo scandalo per le sue indecenze, allora non anche molto in uso negli scritti degli eruditi. Quest'opera che porta il titolo di Hermaphroditus, è una raccolta d'epigrammi, i quali per arguzie spudorate, per frivolità indecenti, superarono quanto s'era scritto fino allora ad imitazione dei satirici romani. Non solo il mal costume in genere, ma oscenità e vizî d'ogni sorta formavano l'argomento continuo de' suoi versi, i quali non essendo privi d'eleganza, e molte difficoltà di stile o di lingua avendo superate, ottennero grandissimo favore. Ma gli attacchi contro di lui furono pure assai vivi. Egli però, senza punto perdersi d'animo, menò vanto del suo libro, perchè aveva imitato gli antichi, e dimostrato che il latino poteva adoperarsi a dire ogni cosa. Si difese citando Tibullo, Catullo, Properzio, Giovenale, ed anche filosofi o politici greci e romani che, pure essendo virtuosi, avevano scritto simili oscenità, ed aggiungeva che se tali erano le sue poesie, la sua vita era invece senza macchia.[150] Il rumore continuò tuttavia assai grande. Poggio, che non era certo scrupoloso, lo biasimò; i frati Minori lo fulminarono dal pergamo, e secondo il Valla lo bruciarono anche in effigie. Ma Guarino Veronese, dotto assai celebrato, vecchio allora di 63 anni, padre di molti figli, carattere intemerato, incapace egli stesso d'imitarlo, pur lo difese arditamente, deridendone i detrattori, i quali «non sanno, egli diceva, che la vita ha uno scopo, la poesia un altro.» E queste erano veramente le idee del secolo. Sigismondo re dei Romani coronò il Panormita in Siena poeta laureato, e l'Ermafrodito fece scuola, tanto che lo scrivere indecenze latine fu d'allora in poi quasi un pregio per l'erudito italiano. Alfonso, non curandosi punto delle accuse lanciate contro il poeta, fermo nel voler dare asilo a tutti coloro che gli altri perseguitavano, tenne sempre il Panormita in grande onore. E questi scrisse i suoi Dicta et facta Alphonsi, ricevendone in premio mille ducati; poi, Alphonsi regis triumphus, lettere, orazioni, poesie latine, tutte opere che lo dimostrano facile scrittore senza merito singolare. Leggeva e commentava al Re Livio, Virgilio, Seneca; venne dichiarato nobile; ebbe una villa e molti danari. Bartolommeo Fazio e gli altri erano uomini anche di minor valore. Ma l'ingegno veramente originale della Corte restò sempre il Valla, che contribuì non poco ad alimentare in Napoli lo spirito critico e filosofico, cui per natura quel popolo è inclinato. Un altro uomo eminente era colà Giovanni Gioviano Pontano; ma questi fiorì più tardi, ed appartiene ad un periodo successivo nella storia delle nostre lettere.