La poesia combatte col rasoio.
Il Pulci scriveva allora gareggiando con Matteo Franco, col quale scambiava ogni sorta di piacevolezze, di oscenità, d'insolenze, per mero passatempo, riducendo i sonetti ad una specie di dialogo in versi, cercando e trovando quella spontanea semplicità, divenuta ora il bisogno irresistibile della nuova letteratura.[238]
A questi facili scrittori di sonetti popolari, che al loro carattere comico, buffo e satirico univano quel gergo toscano proprio del Burchiello, se ne potrebbero aggiungere altri non pochi. Ricorderemo solo il più noto fra di essi, Tommaso Cammelli, che fu chiamato il Pistoia, dalla città dove nacque (1440), in assai umile condizione. A lui disse la musa:
Di tutto quel che vedi fai sonetti.
E continuamente ne scrisse, continuamente tutti gliene chiedevano, in ogni più futile occasione,
Come s'io avessi i versi in un sacchetto.
In questi sonetti il Pistoia descrive i particolari più minuti, più insignificanti, spesso anche più indecorosi della sua vita vagabonda e misera. Noi lo vediamo percorrere le varie Corti d'Italia, andare da Ferrara a Mantova, da Mantova a Milano, altrove, facendo più o meno il poeta cortigiano e buffone, attaccando gli emuli, ridendo di tutto e di tutti, lamentando la sua miseria, questuando, lodando coloro da cui spera danaro o protezione, per schernirli poi quando la ruota della fortuna gira contro di essi. Quello che dà a lui una speciale importanza, e costituisce l'indole propria de' suoi sonetti, è che egli ci ha in essi lasciato quasi un gazzettino politico dei tempi in cui visse, ricordando, giorno per giorno, tutto ciò che avveniva in quegli anni fortunosi davvero per l'Italia. Il Papa e i Cardinali, Carlo VIII e i Francesi, Firenze, il Savonarola, i Medici, Pisa, Venezia, i re di Napoli, tutti sono ricordati, per essere lodati quando si trovano in alto, derisi, sferzati quando cadono in basso. E sebbene queste sue descrizioni o piuttosto rapidi accenni riescano qualche volta assai vivi, sì che la desolante miseria d'Italia, che egli pur freddamente deplora, apparisce evidente, tuttavia, in mezzo a tante sventure, ad una catastrofe che avvolge e trascina la intera Penisola, di rado esce dal suo petto un accento di vero, profondo dolore, una scintilla di nobile, alta poesia. Egli è stato definito quale anello di congiunzione fra il Burchiello ed il Berni. Se però il suo riso è la manifestazione d'uno spirito arguto e satirico, che vede sempre il lato comico della vita, quel ridere continuo, anche quando vi sarebbe materia di pianto, disgusta. Troppo spesso v'è nei suoi versi qualche cosa di cinico e degradante, che opprime. Il Pistoia è un poeta popolare, che frequentando le Corti, ne ha preso tutta la corruzione, senza quella raffinatezza di modi e di forme, che, esteriormente almeno, la correggeva.[239]
Per comprendere quanto più basso da quel che era stato una volta, fosse moralmente e politicamente disceso lo spirito italiano, basterebbe paragonare i versi del Pistoia con quelli d'Antonio Pucci, il poeta popolare del secolo XIV. Animato sempre dalla speranza che 'l giglio di Fiorenza avanzi, questi cantava,
A morte e struggimento de' tiranni,
Che consumati ci hanno già è più anni.
E quando il Duca d'Atene venne a furor di popolo cacciato, egli scriveva una sua ballata, in cui, pieno di gioia, esclamava:
Viva la libertà
Ch'ha rinfrancato il Comun di Fiorenza![240]
Di questa libertà, che andava ad irreparabile rovina, importava assai poco al poeta cortigiano Pistoia.
Ma anche nel secolo XV assai diverso da lui fu Matteo Maria Boiardo, che nacque poco dopo di Luigi Pulci, e del quale tre città si contesero l'onore d'essere state la culla. Questa disputa sorse probabilmente perchè egli, di famiglia reggiana, nacque a Scandiano, e fu educato a Ferrara.[241] Scrittore erudito di egloghe latine, di liriche italiane affettuose e gentili, traduttore dal greco, era un nobile signore ed un nobile carattere; viveva presso gli Este, ma non amava punto la vita di Corte, perchè, come egli stesso scriveva,
Ogni servir di cortigiano
La sera è grato e la mattina è vano.
Fu governatore di Modena e poi di Reggio-Emilia; ebbe altri ufficî importanti; ma sebbene li adempiesse tutti con onore, la sua testa, più che alla politica o all'amministrazione, era vòlta a pensare, a fantasticare di eroi e di racconti cavallereschi. Narrano che, vagando un giorno pei campi, si stillasse il cervello cercando il nome da dare ad uno de' suoi eroi, quando a un tratto gli venne in pensiero di chiamarlo Rodomonte, e la sua allegrezza allora fu tale, che tornò correndo a Scandiano, per farvi sonare a distesa tutte le campane. Credeva sinceramente nella cavalleria, e sperava vederla di nuovo fiorire in Italia. Compose la tela del suo poema, valendosi di racconti che appartenevano a cicli diversi. Grande ammiratore della Tavola Rotonda, cogli eroi di Carlo Magno mescolò quelli di Artù, che secondo il Boiardo, era più grande, perchè non aveva come Carlo il cuore chiuso alla passione d'amore, sorgente d'ogni grandezza. Il suo Orlando infatti è l'eroe d'una virtù che trova nell'amore la prima origine e l'ultimo compenso. Molti episodi sono di sana pianta creati da lui, che ingenuamente credeva e viveva nel mondo evocato dalla propria fantasia, il che forma ad un tempo il suo pregio ed il suo difetto. Egli riesce più sincero e più affettuoso; ma il raccontare seriamente e senza alcuna ironia, avventure impossibili, lo rende necessariamente meno moderno del Pulci. Questi scolpisce assai meglio la individualità de' suoi personaggi; il Boiardo invece descrive meglio il turbinìo generale dei fantastici eventi, con i quali però i suoi eroi s'immedesimano per modo da annebbiare qualche volta la precisione de' loro lineamenti. Troppo spesso bevande incantate ridestano o spengono l'amore, armi incantate dànno la vittoria o la morte. Il Pulci cerca la realtà psicologica anche in mezzo agl'incantesimi; il Boiardo anche in mezzo alla realtà invoca il fantastico ed il soprannaturale. Ma in compenso di ciò v'è sempre ne' suoi eroi e nel suo poema qualche cosa di nobile e di generoso, che manca negli altri. Egli loda ed ammira sinceramente la virtù, esalta il conforto che viene agli animi nobili dall'amicizia:
Potendo palesar l'un l'altro il core,
E ogni dubbio che accada raro o spesso,
Poterlo ad altrui dir come a sè stesso.[242]
Non mancano certo neppur qui sensualità e scherzi osceni; son cose che si trovano nel poema, perchè sono nella vita. E il dare una importanza eccessiva all'amore, come sorgente d'ogni virtù, è prova del secolo in cui il poema fu scritto. In questo è però sempre un fondo di serietà morale, che dà una singolare elevatezza alla nobile parola del Boiardo, massime se si pone a confronto col continuo ridere e sorridere di tutto, che domina negli altri. È un mondo pieno di varietà, d'immaginazione, di affetto; ed in esso il poeta vive e s'illude. Ma pur troppo questa illusione doveva durar poco. Invano egli diceva:
E torna il mondo di virtù fiorito;
chè invece ogni cosa precipitava a rovina. Ben presto dovette avvedersene egli stesso; ed alla fine del secondo libro, la sua malinconia si tradisce:
Sentendo Italia di lamenti piena,
Non che ora canti, ma sospiro appena.
Ripigliò di nuovo il lavoro, e giunse al punto in cui per l'arrivo d'Orlando viene impedito ai Saraceni d'entrare in Parigi. Allora, poco prima della sua morte, che seguì la notte dal 20 al 21 dicembre 1491, i Francesi passarono le Alpi, e la penna gli cadde per sempre di mano, restando interrotto il filo del racconto con quella celebre ottava che comincia:
Mentre ch'io canto, oh Dio redentore!
Vedo la Italia tutta a fiamma, a foco.
Per questi Galli che con gran furore
Vengon per disertar non so che loco....
Sebbene i pregi dell'Orlando Innamorato sieno molti, tali in fatti che il Berni si pose a riscriverlo sotto altra forma, e l'Ariosto lo continuò nel suo Orlando Furioso; pure la mancanza di lima, e quindi una lingua non sempre correttissima, spesso troppo ferrarese, impedirono che divenisse popolare davvero, ed acquistasse quella fama che pur meritavano l'ingegno ed il carattere dell'autore, a cui faceva difetto l'atticismo toscano. Egli era un erudito così profondamente immerso nel suo mondo fantastico, che quando si presentavano a lui le immagini e gli eroi dell'antichità, per renderli più evidenti, li paragonava a quelli della Cavalleria, nella quale si sentiva come più a casa sua.
L'Ariosto, nato a Ferrara dove il Bojardo era stato educato, fu il primo che sapesse superare tutte quante le difficoltà del non essere toscano, e con lui la nostra lingua potò dirsi finalmente italiana. Con una lima paziente, dotato veramente del genio della forma, giunse con l'arte ad una spontaneità meravigliosa, ed aprì la via a coloro che lo seguirono. Non erudito com'era il Boiardo, ignaro del greco, aveva però molto più vivo il sentimento della bellezza classica. Al contrario di ciò che soleva fare il suo predecessore, aveva bisogno di paragonare gli eroi cavallereschi ai personaggi del mondo pagano. I suoi cavalieri erranti hanno il senno di Nestore, l'astuzia d'Ulisse, il coraggio d'Achille; le loro donne son belle come se Fidia le avesse scolpite, hanno la voluttà di Venere, il senno di Minerva. Egli torna di continuo al suo Virgilio ed al suo Ovidio; ma, come osserva il Ranke, sembra tornarvi per ricondurli, colla potenza della sua fantasia, al primitivo Omero. Simile assai più al Pulci che al Boiardo, non si occupa molto di cercare l'intreccio, l'insieme, l'unità degli avvenimenti; ma vuol ritrarre invece i fuggevoli momenti della mutabile realtà, e descrivere le passioni individuali. I fatti della sua vita e del suo tempo s'introducono nel poema sotto forme abbastanza visibili, e qualche volta si crede vederli anche là dove non sono, tale e tanta è l'evidenza che il poeta sa ritrovare. Perciò se l'Orlando Furioso continua il racconto dell'Orlando Innamorato, letterariamente si connette invece col Morgante del Pulci, che si può chiamare il creatore del genere, quantunque tanto si giovasse de' suoi precursori.
Ma l'Ariosto è già fuori del periodo di cui ci siamo finora occupati: dobbiamo dunque fermarci. Osserveremo tuttavia per concludere, che sino dai tempi della Divina Commedia e del Decamerone, la letteratura italiana aveva cominciato col liberare lo spirito umano dalle nebbie medievali, riconducendolo alla realtà. Nella poesia e nella prosa aveva sempre cercato l'uomo e la natura. Fermatasi nel suo cammino, a cagione del disordine politico e della decadenza sociale, che sovvertì ogni cosa nel secolo XIV, essa chiese aiuto all'antichità, per poter continuare nell'antica sua strada. E così, dopo la metà del secolo XV, noi vediamo ricomparire anche più chiaro lo stesso realismo, non solamente nelle lettere, ma nelle scienze, nella società, nell'uomo. Il bisogno infatti di studiare e conoscere il mondo, liberandosi dai vincoli di ogni autorità, di ogni pregiudizio, creò la nuova letteratura e la nuova scienza, iniziò il metodo sperimentale, spinse ai più arditi viaggi, rianimò quasi di una seconda vita tutto quanto lo spirito italiano. Fatto meraviglioso, perchè seguiva in mezzo al più profondo sconvolgimento della società, la quale, corrompendosi e decadendo, faceva germogliare i grandi elementi della cultura moderna.
Allora, come fu giustamente osservato, sembrava che fosse nella società italiana scomparso ogni distinzione di classe e di sesso: i Mecenati e i loro cortigiani, discorrendo di lettere o di scienze, si trattavano come uguali, e si davano del tu; la donna studiava il latino, il greco, la filosofia, e qualche volta governava gli Stati, accompagnava, armata, in campo i capitani di ventura. A noi oggi reca grande meraviglia, quasi profondo disgusto, quando sentiamo i più osceni discorsi fatti in quel secolo alla presenza, non solo di culte matrone, ma anche d'ingenue fanciulle; quando sentiamo ragionar di politica come se la coscienza non esistesse. Ma l'uomo del Rinascimento credeva che si potesse dire, esaminare e descrivere senza scrupoli, tutto quello che si osava fare. E ciò non era sempre effetto della sua corruzione, ma spesso invece conseguenza del suo realismo, bisogno di uno spirito osservatore ed indagatore. Egli sembrava vivere in una calma olimpica, sempre padrone di sè, sempre col sorriso ironico sulle labbra; ma era una calma apparente. Egli in realtà soffriva per la disarmonia interiore del suo animo, per la mancanza d'ogni equilibrio fra il vuoto del cuore e l'attività febbrile della mente, la quale pareva qualche volta che delirasse come in una ebbrezza inconsapevole. I rottami del mondo medievale che l'uomo del Rinascimento aveva distrutto, e quelli dell'antichità che aveva disseppellita, cadevano intorno a lui e su di lui prima che egli avesse trovato il principio generatore d'un mondo nuovo, e potesse convertire in propria ed organica sostanza tutti gli avanzi del passato.
Sia che gl'Italiani, dopo aver create le grandi unità dell'Impero romano e del Cattolicismo, fossero divenuti incapaci di creare una società nuova, fondata solo sul libero individualismo moderno, a cui pure avevano aperto la via, anzi lo avevano con l'opera loro formato; sia che le invasioni straniere li avessero fermati nel mezzo del cammino, certo è che paiono spesso come smarriti e incerti di loro medesimi. Abbandonano ogni fede in Dio, ma credono nel fato e nella fortuna;[243] disprezzano la religione, e studiano con ardore le scienze occulte. Quasi ogni repubblica, ogni principe, ogni capitano di ventura aveva il suo astrologo, a cui chiedeva l'ora propizia per firmare un trattato, cominciare una battaglia. Cristoforo Landino e Battista Mantovano tiravano l'oroscopo delle religioni; il Guicciardini ed il Machiavelli credevano negli spiriti aerei; Lodovico il Moro, che aveva una fede illimitata nella propria prudenza, non osava muovere passo senza consultare l'astrologo. La ragione che voleva tutto spiegare, si trovava invece di fronte alla propria impotenza.
Il sentimento del bello si direbbe che fosse allora l'unica e più sicura guida della vita umana, la quale sembrava cercasse immedesimarsi coll'arte. Nel Cortegiano del Castiglione vediamo fino a qual punto il gentiluomo del secolo XVI poteva, per questa via, ingentilire e nobilitare sè stesso; ma vediamo ancora che debole fondamento aveva la sua morale coscienza. La virtù, quando non risulta in lui da un felice temperamento, viene cercata solo perchè gentile e graziosa ed elegante, come dice il Pandolfini. Grandi, invero, dovettero essere le qualità dell'ingegno e anche del carattere degl'Italiani, se in mezzo a così profonda incertezza, essi non solamente non rovinarono affatto, ma spinsero poderosamente innanzi la scienza, l'arte, la società umana. Del resto, fu quello un periodo di transizione, che mal si può giudicare nella sua irrequieta mutabilità, se non si esamina come conseguenza del passato, e preparazione necessaria dell'avvenire. Ad un tratto le invasioni straniere soffocarono ogni vita politica fra noi, ed il Rinascimento italiano restò come istantaneamente petrificato dinanzi ai nostri occhi, con tutte le sue incertezze, le sue contradizioni. E forse perciò appunto riesce materia di grande insegnamento per noi. In esso vediamo infatti assai chiara la notomia del passato che si trasforma, scorgiamo le origini della società moderna, impariamo a conoscere i primi germi di molti fra i nostri presenti difetti nazionali.
Più il secolo XV s'avvicinava alla sua fine, e più si vedeva inevitabile la catastrofe da molti anni già preveduta. Quando Galeazzo Maria Sforza fu pugnalato a Milano (1476), il figlio Giovan Galeazzo non aveva che otto anni, e però la madre Bona di Savoia assunse la reggenza. Ma i fratelli del marito defunto cospiravano contro di lei, e finalmente Lodovico il Moro, che aveva titolo di duca di Bari, ed era il più furbo ed ambizioso di essi, s'impadronì del governo. Prima separò la Duchessa dal suo fedel consigliere Cicco Simonetta, che fu messo a morte;[244] poi separò la madre dal figlio, che aveva solo 12 anni, e che s'indusse ad eleggere per suo tutore, con pubblico strumento, il proprio usurpatore (1480). La Duchessa andò via, ed il Moro restò di fatto signore di Milano; ma sempre in mezzo a mille pericoli, perchè non riconosciuto da nessuno. Nel 1485 sfuggì a mala pena al pericolo minacciato di una congiura ordita contro di lui. Nel 1489 Giovan Galeazzo, che aveva già ventun anno, sposò Isabella d'Aragona, figlia d'Alfonso duca di Calabria; e così in parte per la cresciuta età, in parte per le impazienze della moglie, che cercava e sperava aiuti dal re di Napoli suo avo, lo stato delle cose diveniva assai pericoloso. Nel 1491 Lodovico il Moro sposava Beatrice d'Este, ed allora le gelosie donnesche inasprirono sempre più gli animi, alimentando i rancori. Tormentato dalla paura, non è dicibile quanti disegni mulinasse l'irrequieto animo di lui, pronto sempre a mettere l'Italia intera a soqquadro, pur di conservare la male usurpata signoria. Il pensiero su cui da un pezzo ritornava, era quello di chiamare i Francesi contro il re di Napoli, sperando così di sollevare una guerra generale, in mezzo alla quale, con la sua accortezza, nella quale, come dicemmo, riponeva una fede illimitata, sperava d'aggiustare le proprie cose a danno di nemici e di amici. Che tutto ciò gli riuscisse, era molto difficile; ma invece era assai facile che scoppiasse una guerra generale e venissero gli stranieri a danno comune. Infatti solamente Lorenzo dei Medici, con una grandissima accortezza e perseveranza, sapeva tenere le cose in equilibrio, ed impedire l'irrompere improvviso della catastrofe.
Per queste ragioni l'anno 1492 fu un anno infausto all'Italia. Il dì 8 aprile Lorenzo moriva, ed a lui succedeva il figlio Piero, assai presuntuoso, leggero e vano, che perdeva il tempo nel giuoco della palla e del calcio, incapacissimo a governare la Toscana, nonchè ad esercitare alcuna autorità in Italia. E come se ciò non bastasse, il 25 luglio moriva Innocenzo VIII, e gli succedeva il più tristo di quanti pontefici sedessero mai sulla cattedra di San Pietro, un uomo tale da sconvolgere co' suoi delitti qualunque umana società.
Radunato appena che fu il Conclave (6 agosto), pareva non si trattasse già dell'elezione d'un Papa; ma d'un giuoco di borsa, tale e così manifesto era il mercato che si faceva dei voti. Il danaro era accorso presso i banchieri di Roma da ogni parte d'Europa, per favorire l'uno o l'altro dei tre candidati alla tiara. La Francia favoriva Giuliano della Rovere, Lodovico il Moro favoriva suo fratello Ascanio, e questi due parevano i più vicini a toccare la mèta. Ma Roderigo Borgia, valendosi delle sue grandi ricchezze e delle sue più grandi promesse, potè, quando Ascanio parve messo fuori di combattimento, guadagnare per sè anche i voti promessi a questo, che era stato dapprima il più temibile competitore, e che ora votò anch'egli pel Borgia, il quale così riuscì finalmente eletto. La notte dal 10 all'11 agosto, egli gridava fuori di sè per la gioia: «Io son Papa, Pontefice, Vicario di Cristo!» Ed il cardinale Giovanni dei Medici, accostandosi all'orecchio del suo vicino, il Cardinal Cibo, diceva: «Siamo in bocca al lupo, che ci mangerà, se non fuggiamo in tempo.» Il giorno dopo tutta Roma ripeteva che s'erano visti quattro muli carichi d'oro portare a casa del cardinale Ascanio il prezzo del voto. Certo è che nel giorno stesso della consacrazione (26 agosto), il nuovo Papa, preso il nome di Alessandro VI, lo nominava vice-cancelliere della Chiesa, ufficio ricchissimo, e gli dava anche il proprio palazzo, ora Sforza-Cesarini, con ciò che vi si trovava. Feudi, ufficî, rendite ragguardevoli dètte agli altri cardinali; giacchè tutti i voti del Conclave, meno cinque, erano stati da lui comprati.
Alessandro VI ha una così gran parte nella storia d'Italia; il nome dei Borgia desta tanto orrore, ricorda tante tragedie, si trova così spesso mescolato col soggetto principale di questo libro, che dobbiamo qui fermarci a parlare di lui e de' suoi figli. Ora i figli dei Papi non si chiamano più nipoti. Roderigo Borgia, nato il 1º gennaio 1431 in Xativa presso Valenza, era nipote di Calisto III, che lo aveva nominato vescovo, cardinale, vice-cancelliere della Chiesa con 8000 fiorini l'anno. Egli aveva studiato legge a Bologna, era pratico degli affari, e sebbene non riuscisse sempre a dominare le sue passioni, lasciando troppo facilmente vedere quel che pensava, sapeva pure a tempo essere simulatore e dissimulatore impenetrabile. Non era uomo di molta energia, nè di propositi deliberati; tergiversava per natura e per sistema, e gli ambasciatori italiani più d'una volta lo dicono «di natura vile.»[245] La fermezza e l'energia che mancavano al suo carattere, venivano però supplite spesso dalla costanza delle sue cattive passioni, che quasi lo accecavano. Sorridente e tranquillo sempre, con l'aria d'un uomo espansivo ed ingenuo, amava il lieto vivere, era sobrio, anzi frugale a tavola, e forse perciò coll'andare degli anni si mantenne sempre assai vegeto. Avidissimo del danaro, lo cercava con ogni mezzo e lo spendeva con ogni profusa larghezza. La passione per le donne era quella che lo dominava sopra tutto; i figli che ebbe da esse amava perdutamente, e voleva in ogni modo fare potentissimi. Di qui la sorgente prima de' suoi delitti, che commetteva con animo tranquillo, senza scrupoli, senza rimorsi, facendone quasi pompa, non perdendo un'ora sola la calma, nè cessando mai di godere la vita. Era già cardinale, sebbene assai giovane, quando Pio II dovette a Siena, con una lettera molto severa, rimproverarlo, perchè passava le notti nelle feste, ballando colle signore, come un laico o peggio. Ma non valse a nulla, chè egli non sapeva, nè voleva vivere altrimenti.[246]
Fra i molti amori del Cardinale, durò assai costante quello che ebbe per Giovanna, chiamata Vannozza de' Cattani (de Cataneis), la quale, nata nel 1442, era fin dal 1470 in relazione con lui, e gli diè molti figli. Per nascondere lo scandalo, il Borgia più volte le trovò marito, ed ai mariti dette ufficî e danari. L'ultimo di essi fu un erudito, Carlo Canale, mantovano, cui il Poliziano dedicò il suo Orfeo.[247] Non faceva però alcun mistero circa i figli, che anzi pubblicamente riconosceva. Erano senza dubbio figli della Vannozza e di lui Giovanni, poi duca di Gandia (n. 1474); Cesare, ben noto col nome di Duca Valentino (n. 1476); Lucrezia (n. 1480); Goffredo o Giuffrè (n. 1481 o 82).[248] Oltre di questi aveva ancora altri tre figli di maggiore età, Girolamo, Isabella e Pier Luigi, dei quali si sa assai poco, e solo può dirsi molto probabile, che l'ultimo di essi fosse figlio della Vannozza. Comunque sia di ciò, dopo la nascita di Giuffrè, cioè poco prima della propria elezione, papa Alessandro, avendo la Vannozza già passato i quaranta anni, sentì raffreddare l'antica passione per lei, trattandola però sempre come madre de' suoi figli, sui quali accumulava danari, ufficî, benefizî quanti poteva. Così ella resta d'ora in poi nel fondo del quadro, e non piglierà parte ai tragici eventi che avverranno fra non molto. Il Papa aveva affidato la figlia prediletta, Lucrezia, alle cure di Adriana De Mila, sua parente,[249] che era anche la più intima confidente de' suoi intrighi scandalosi. Sino dal 1489 vedova di Lodovico Orsini, ella aveva circa il medesimo tempo sposato suo figlio Orsino Orsini con la famosa Giulia Farnese, bionda come la Lucrezia, e per la grande bellezza chiamata Giulia Bella. Questa aveva appena quindici anni, ed era già ammirata dal cardinale Borgia, che ne divenne poi l'amante riconosciuto, quando s'allontanò dalla Vannozza. Ed anche in ciò egli veniva secondato dall'Adriana.[250]
Tale era lo stato delle cose, quando egli fu eletto. Il 26 agosto venne celebrata con insolita festa la sua consacrazione, e la Città Eterna fu piena di fiori, di arazzi, archi di trionfo, statue allegoriche e mitologiche, iscrizioni, una delle quali diceva:
Caesare magna fuit, nunc Roma est maxima, Sextus
Regnat Alexander, ille vir, iste Deus.
Di questa elezione si spaventarono solamente coloro che avevano conosciuto personalmente e da vicino il Borgia, come il cardinale dei Medici e Ferrante d'Aragona, principe accortissimo, che rammentava l'ingratitudine di Calisto III verso gli Aragonesi:[251] gli altri non temevano o anche speravano. La vita scandalosa del nuovo Papa era nota in parte; ma quali erano allora i prelati che non avessero intrighi amorosi e figli? I primi giorni non annunziavano male, giacchè le paghe cominciarono a correre regolarmente; l'amministrazione pareva avviarsi con ordine; il prezzo delle derrate scemava; anche nella giustizia si dimostrò un rigore, di cui eravi sommo bisogno, perchè nel breve tempo corso dalla malattia d'Innocenzo VIII alla incoronazione d'Alessandro VI, erano, si afferma, seguìte 220 uccisioni.
Ben presto però la fiera cominciò a metter fuori le unghie. La passione d'ingrandire i parenti, specialmente i figli, alcuni dei quali il Papa amava con delirio, divenne quasi cieco furore, e non si poteva più prevedere dove dovesse trascinarlo. Nel primo concistoro (1º settembre) il nipote Giovanni Borgia, vescovo di Monreale, fu nominato cardinale di Santa Susanna. Il figlio prediletto Cesare, di 16 anni, che studiava a Pisa ed era già corso a Roma, aveva avuto nel giorno stesso della consacrazione l'arcivescovado di Valenza. Quanto a Giovanni, duca di Gandia, ed a Giuffrè, più giovane di tutti, il Papa faceva vasti disegni nel reame di Napoli, e voleva dare al primo i feudi di Cervetri e d'Anguillara. Ma qui incominciarono subito gravissime complicazioni, le quali inasprirono fieramente l'animo d'Alessandro VI.
Non era appena morto Innocenzo VIII, che il figlio Franceschetto Cibo, conoscendo la sua mutata condizione, se n'era fuggito a Firenze, presso il cognato Piero de' Medici, ed aveva per 40,000 ducati venduto appunto i feudi di Cervetri e d'Anguillara a Gentil Virginio Orsini, capo della famiglia, potentissimo e superbo a segno che aveva minacciato una volta di gettare lo stesso Innocenzo VIII nel Tevere. Asserivasi inoltre che Ferrante d'Aragona aveva anticipato il danaro. Di qui un odio inestinguibile del Papa contro Ferrante, e più ancora contro l'Orsini. In mezzo a tutti questi pericolosi disordini, Lodovico il Moro, per conoscer meglio chi gli era amico e chi gli era nemico, propose che i suoi ambasciatori andassero a congratularsi col nuovo Papa, insieme con quelli di Napoli, Firenze e Venezia. La proposta non fu accettata, perchè Piero de' Medici, così almeno dicevasi, per la vanità di mandare un'ambasciata in suo proprio nome, indusse Ferrante a mettere innanzi dei pretesti. Al Moro parve allora d'essere isolato in Italia, e si volse disperatamente al partito di chiamare i Francesi.
Mentre così l'orizzonte già nero, diveniva ancora più tetro, il Santo Padre non pigliava alcun partito, ma tergiversava con tutti, aspettando a decidersi quando fosse possibile farlo con sicuro vantaggio per sè e per i figli. E intanto profittava del tempo per darsi tutto, vecchio com'era, ai piaceri. La Vannozza era ormai lontana dal Vaticano, ed il Papa si abbandonava sempre più all'amore, cominciato già fin dal 1491, con la Giulia Bella, che aveva allora 17 anni. La figlia Lucrezia, più giovane di quattro anni, continuava a vivere in casa dell'Adriana, ed in mezzo a questi scandali riceveva la sua prima educazione. Può ognuno immaginar facilmente, se le era possibile ricevere quella coltura, che alcuni pretesero attribuirle perchè imparò facilmente a parlar molte lingue.[252] Ella, infatti, conosceva non solo l'italiano, il francese e lo spagnuolo, che era la lingua propria dei Borgia; ma capiva il latino, e qualche cosa pare che avesse praticamente appreso anche del greco, forse dagli emigrati di Costantinopoli che frequentavano il Vaticano. Pure le lettere che abbiamo di lei, le quali sono quasi tutte di poca importanza, non valgono a dar prova di questa vantata cultura. Quanto al suo misterioso carattere sarà meglio aspettare a giudicarlo dai fatti; per ora l'aria che ella respira è avvelenata non meno del sangue che scorre nelle sue vene.
Nel 1491, in età di soli undici anni, era stata con regolare contratto promessa sposa ad uno Spagnuolo, e poi, sciolto il contratto, promessa contemporaneamente a due altri Spagnuoli, con uno dei quali, don Gasparo conte d'Aversa, tutto fu concluso. Ma salito sulla cattedra di San Pietro Alessandro VI, la figlia del Papa non poteva più contentarsi di un tal matrimonio. Difatti venne sciolto il contratto con danaro, ed il 2 febbraio 1493 Lucrezia Borgia, virgo incorrupta, aetatis iam nubilis existens, sposò Giovanni Sforza, signore di Pesaro.[253] Le nozze furono celebrate il 12 giugno in Vaticano, con grandi e ricchi donativi alla sposa, che portava una dote di 31,000 ducati; con splendida festa, cui intervennero da 150 signore; con una cena data agli sposi dal Papa, alla quale presero parte Ascanio Sforza, parecchi cardinali e alcune signore, fra cui primeggiavano, come racconta l'ambasciatore di Ferrara, «Madonna Iulia Farnese de qua est tantus sermo...,[254] e Madonna Adriana Ursina, la quale è socera de la dicta madonna Iulia.» Si attese l'intera notte a danzare, a recitar commedie con canti e suoni, e furono presentati ricchi donativi. Il Papa, conchiude l'ambasciatore, assistè a tutto, e sarebbe troppo lungo descrivere ogni cosa: Totam noctem consunpsimus, indicet modo Exc. Dominatio Vestra si bene o male.[255]
Il duca di Gandia s'apparecchiava ad andare nella Spagna, per contrarre un ricco matrimonio. L'altro figlio del Papa, Cesare, sebbene, giovane come era, avesse un vescovado col benefizio di 16,000 ducati l'anno, pure si mostrava assai insofferente della vita ecclesiastica; andavasene a caccia vestito da laico; aveva passioni violenti ed irrefrenabili; esercitava sull'animo del padre un ascendente quasi magnetico. Quanto a Giuffrè, si facevano sempre nuovi disegni di matrimonio.[256] Roma era intanto piena di assassini e di delitti, di preti, di Spagnuoli e di donne perdute. Ogni giorno arrivavano Musulmani ed Ebrei cacciati dalla Spagna, i quali trovavano facile accoglienza, perchè il Papa, imponendo loro gravi tasse, si faceva largamente pagare la sua cristiana tolleranza. Egli stesso andava a caccia o al passeggio, circondato d'armati, in mezzo a Gemme ed al duca di Gandia, vestiti ambedue alla turca. Qualche volta fu visto ancora fra le sue donne, con abiti alla spagnuola, con stivali, pugnale ed un berretto di velluto assai elegante.[257]
Da un pezzo i Papi del Rinascimento s'erano abbandonati alla vita mondana ed ai vizî: ma solo il Borgia, perduto ogni pudore, ne menava vanto e ne faceva pompa cinicamente. Fino allora non s'era visto, nè poi si vide mai, la religione tanto profanata dal Santo Padre, in mezzo al sorriso ironico ed ai più spudorati baccanali, tutto ciò accompagnato da un'aria d'ingenua bonarietà![258]
Carlo VIII, educato colla lettura di romanzi cavallereschi e di storie delle Crociate, senza alcuna serietà di carattere, aveva la testa piena di fantastici disegni, e si lasciava dominare da due ambiziosi che gli erano sempre dintorno. Il primo di essi, Stefano di Vesc, di cameriere fatto ciambellano e siniscalco di Beaucaire, divenuto assai ricco, era avido di sempre nuovi guadagni. L'altro, Guglielmo Briçonnet, ricco signore della Touraine, dopo aver perduto la moglie, era stato nel 1493 nominato vescovo di San Malò; aspirava al cappello cardinalizio, e conduceva intanto le faccende principali dello Stato. Su questi due uomini operava con promesse e con danari Lodovico il Moro. Egli, dopo il matrimonio di Lucrezia Borgia col signore di Pesaro, che era degli Sforza, sentiva crescere in Roma il proprio potere, sostenuto dalla presenza colà di suo fratello il cardinale Ascanio. Ora trattava contemporaneamente con tutti i potentati d'Italia, perchè il suo più segreto pensiero era di far venire i Francesi, e formare poi una lega per cacciarli, sperando così di restare solo arbitro d'ogni cosa. Intanto gli esuli italiani, e specialmente i napoletani, lo secondavano, spingendo con ogni lor possa il re Carlo a partire; ma gli uomini di Stato e i capitani più reputati in Francia disapprovavano altamente questa impresa. Il domani non era quindi più certo per nessuno, e gli animi erano pieni d'una straordinaria trepidazione.
In questo stato di cose ambasciatori italiani percorrevano la Penisola e l'Europa intera, in mille direzioni diverse. Un'operosità simile a questa non fu mai veduta al mondo: ogni altro lavoro intellettuale dell'Italia sembrava che dovesse sospendersi, per dar luogo ad un nuovo, grande lavoro diplomatico; e l'infinita moltitudine di dispacci che si scriveva adesso, divenne un monumento storico e letterario di capitale importanza, che ci rivela mirabilmente il vero stato della società e degli animi in quei giorni così infausti per noi. Gli ambasciatori veneti, ora come sempre, primeggiano per senno pratico e politica prudenza; i fiorentini invece per forza d'analisi psicologica, studio di caratteri e di passioni, evidenza nelle descrizioni, eleganza impareggiabile nella forma sempre disinvolta e spontanea. I medesimi pregi si trovano più o meno in tutti gli altri: è questo il momento in cui si forma la nuova educazione politica degl'italiani, e si crea finalmente la moderna scienza di Stato.
Sin dal 1492 l'ambasciatore veneto Zaccaria Contarini aveva mandato un ragguaglio minutissimo delle condizioni commerciali, politiche, amministrative della Francia. A lui pareva impossibile che quel paese potesse mai risolversi alla spedizione d'Italia, circondato com'era da ogni lato di pericoli e di nemici, con un Re che, secondo lui, valeva assai poco d'animo e di corpo.[259] Se non che, nello stesso anno, il Re s'accordava con l'Inghilterra mediante danaro, con la Spagna cedendo il Rossiglione ed altre terre sulla frontiera dei Pirenei, con Massimiliano facendo un trattato che prometteva altre cessioni importanti.[260] Lodovico il Moro s'obbligava a dare uomini e denari, lasciando libero in Lombardia il passo all'esercito francese. Continuava intanto i segreti accordi con alcuni degli Stati italiani; prometteva sua figlia Bianca con ricca dote a Massimiliano, per aver in cambio l'investitura di Milano.[261] Tuttavia le cose erano ancora lontane da una conclusione definitiva. L'ambasciatore fiorentino scriveva da Napoli: «il duca di Bari» (così, a suo grande dispetto, soleva esser chiamato Lodovico il Moro) «ha gran piacere di tenere le cose in travaglio, e sa fare mille disegni, che riescono per ora solo in mente. Pure bisogna stare in guardia.»[262]
Il Casa, oratore fiorentino in Francia, nel giugno del 1493 giudicava ancora impossibile l'impresa, perchè grandissima era la confusione, il Re lasciavasi tirare da ogni lato, e si dimostrava tanto incapace da vergognarsene a dirlo.[263] Ma poi, vedendolo deciso contro l'opinione dei più autorevoli, e vedendo che gli apparecchi continuavano contro tutti i ragionamenti, disperato quasi del suo proprio giudizio, scriveva: «a capire le cose di qui bisognerebbe essere magico o indovino, che prudente non basta. Questa faccenda aiuterà secondo che la si butterà.»[264] E Gentile Becchi, altro oratore sopraggiunto nel settembre, scriveva a Piero de' Medici, che la cosa era tanto innanzi da non «potersi sperare di svolgere capi di bronzo come i Francesi.[265] Questa serpe ha la sua coda in Italia. Sono gl'italiani che spingono a più potere; Lodovico avrebbe voluto solamente sbattere Napoli, e restar egli padrone del gioco; ma la rabbia l'ha condotto nella trappola apparecchiata ad altri.[266] Il meglio perciò è starsene sulle àncore fra Napoli e Milano: loro che se hanno appiccata questa rogna, lor se la grattino.[267] Per fermare tutto occorrerebbe spendere più danari che non ne spende Lodovico; sicchè ormai l'impresa anderà, e se il Be vince, actum est de omni Italia, tutta a bordello: se perde, si vendicherà sui mercanti italiani in Francia, massime sui vostri.»[268] Piero de' Medici sperava sempre di poter persuadere Lodovico, ma il Becchi che lo aveva conosciuto bambino, quasi lo sgridava, scrivendogli: «attendete ai casi vostri, che avete briga un mondo. Credete voi che Lodovico non sappia a che pericolo mette sè e gli altri? Coi vostri consigli lo farete solo più ostinato.»[269] Sopravvennero nuovi ambasciatori, fra i quali Piero Capponi, che allora pareva amico de' Medici, e scrissero chiaro non esservi ormai altro da fare, che apparecchiarsi alla difesa.
A Milano invece gli ambasciatori fiorentini cavavano assai poco dal Moro. Agnolo Pandolfini, stato colà nel 1492 e 93, l'aveva trovato occupato a mulinare disegni ed a consultare gli astrologi, cui prestava fede grandissima: diceva di voler mettere una briglia in bocca a Ferrante, troppo vago di novità. Nel 1494 il dado era tratto, ma neppure allora l'ambasciatore Piero Alamanni poteva cavar nulla da lui. «Voi mi parlate pure di questa Italia,» egli diceva, «ed io non la vidi mai in viso. Nessuno s'è mai dato pensiero delle cose mie; ho dovuto quindi assicurarle in qualche modo.»[270] E quando l'ambasciatore gli faceva notare il pericolo in cui s'era messo, rispondeva, che lo vedeva bene, ma che il peggior pericolo era d'essere «tenuto una bestia.» Poi, quasi pigliandosi gioco di lui, aggiungeva: «Parlate pure. Che cosa suggeriscono i Fiorentini? Non vi adirate, aiutatemi a pensare.»[271] Nè altro v'era da cavarne.
Da Venezia gli ambasciatori scrivevano, che quei patrizî s'erano chiusi in un estremo riserbo, e tagliavano i discorsi quando si parlava dei Francesi. «Credono che lo stare in pace essi, e vedere li altri potentati d'Italia spendere e patire, non possa essere se non a proposito loro.[272] Diffidano di tutti, e sono persuasi d'aver tanti danari da potere in ogni momento assoldare quanti uomini d'arme vogliono, e così essere sempre padroni di condur le cose dove parrà a loro.»[273]
A Napoli, invece, quel Re era in preda alla più grande agitazione, e coll'aiuto del Pontano scriveva lettere, che parevano qualche volta profetizzare i vicini guai del Regno e dell'Italia. Il Papa non sapeva perdonargli l'opposizione fatta alla propria elezione, nè l'avere secondato la vendita di Cervetri e d'Anguillara all'Orsini. Sua nipote Isabella, moglie di Galeazzo Sforza, era tenuta come prigioniera dal Moro, che agitava l'Italia co' suoi tenebrosi disegni; sua figlia Eleonora, moglie d'Ercole d'Este, la sola che riuscisse a moderare l'animo del Moro, era morta nel 1493; l'altra figlia, Beatrice, era ripudiata dal re d'Ungheria, ed il Papa favoriva lo scioglimento del matrimonio.[274] Intanto tutti parlavano della prossima venuta dei Francesi. Vi fu un momento di speranza, quando il Papa trattò di sposare uno de' suoi figli con una figlia naturale del Re; ma poi si ritirò, quasi avesse voluto canzonarlo. Ferrante scrisse allora al suo ambasciatore in Roma, amaramente dolendosi di questa condotta del Papa, nel momento in cui stavano «per mestecare insieme il loro sangue. Si ricordi,» egli concludeva, «che non siamo giovani, nè da lasciarci condur per il naso da lui.»[275]
Di tutto ciò Alessandro VI si curava poco, e andava innanzi negli accordi coi Veneziani e con Milano; onde il Re scriveva: «Da chi si vuol difendere quando nessuno lo assale? Pare proprio destinato che i Papi non debbano lasciare in pace nessuno, per mettere a rovina l'Italia. Noi ora siamo forzati alle armi; ma il duca di Bari deve pensare a quello che può seguire dal tumulto che suscita. Chi muove questa procella non sarà in grado di fermarla a sua posta. Consideri bene il passato, e vedrà come ogni volta che per le interne dissensioni si sono chiamate e condotte in Italia potenze ultramontane, esse l'hanno oppressa e tiranneggiata, che ancora se ne vedono i vestigi.»[276]
E poco dipoi scriveva al suo ambasciatore in Spagna addirittura come un uomo disperato: «Questo Papa vuol proprio mettere a soqquadro l'Italia. Per far danari s'accinge a nominare tredici cardinali a un tratto, dai quali caverà non meno di 300,000 ducati. Trovò tutto tranquillo, e si diè subito a far leghe e cercare tumulti.» — «Fa tale vita che da tutti è abominata, senza respecto de la sedia dove sta, nè cura de altro che, ad dericto e reverso, fare grandi li figliuoli, e questo è solo il suo desiderio; e li pareno mille anni intrare in guerra, che da principio del suo papato non ha facto altro, si non ponerse in affanno, e molestarne quando per una via e quando per un'altra.... E Roma è tutta piena de soldati più che de preiti, e quando va per Roma, va con le squatre de le gente d'arme avanti, con li armetti[277] in testa, e lance a la cossa, per forma che tutti motivi soi sono ad la guerra, et in pernitie nostra, nè mai obmictere cosa che possa machinare contra de noi, sublevando non solamente in Francia el principe de Salerno et alcuni altri nostri rubelli, ma per Italia omne cancello rotto, lo qual senta essere adverso: et in tutte cose va con frode e simulatione, come è sua natura, e per fare danari vende omne minimo officio e beneficio.»[278]
Pure nell'agosto Virginio Orsini s'obbligava a pagare al Papa, per aver liberi i feudi contrastati, 25,000 ducati colla garanzia di Ferrante e di Piero dei Medici;[279] e nel medesimo giorno veniva finalmente segnato il contratto di matrimonio fra don Giuffrè Borgia, figlio del Papa, in età di dodici anni, e donna Sancia, figlia di Alfonso d'Aragona. Ella era rappresentata da don Federigo[280] suo zio, che ricevette per lei l'anello nuziale fra le risa degli astanti, specialmente del Papa che lo abbracciò.[281] Ferrante era fuori di sè per la gioia di questo matrimonio, che doveva restar segreto fino a Natale. Egli allora s'abbandonò tanto alla speranza, che il 5 dicembre propose al Papa una lega italiana.[282] Ma questi, prima che s'arrivasse a Natale, aveva già mutato parere, e s'era avvicinato al Moro. «Noi e nostro padre,» scriveva allora il Re all'ambasciatore, «abbiamo sempre obbedito ai Papi; eppure non ve n'è stato uno solo che non abbia cercato farci il peggio che ha potuto. Con questo Papa poi, che pure è della nostra patria, non c'è stato possibile avere un sol giorno di riposo. Non sappiamo davvero perchè vuole stare in travaglio con noi, se non sia per influenza dei cieli, e per seguire l'esempio degli altri, che pare destino che tutti i Papi ci debbano tormentare. Esso ci vuol tenere sempre sospesi, mentre noi»....«non avimo pilo adosso, che mai abbia pensato di darline una minima causa.»[283]
Il Re sente adesso vicina ed inevitabile la catastrofe; sente che le forze gli mancano, che la morte s'avanza, e che il suo regno anderà in frantumi. L'angoscia traspare da ogni linea delle sue lettere, nelle quali egli dice e ripete, si adira e si umilia. Il 17 gennaio 1494 scriveva quella che può dirsi la sua ultima lettera. «Il signor Lodovico consiglia al Papa di tenerci in parole, perchè se i Francesi non vengono, potrà sempre accomodarsi con noi, che, secondo egli dice, non lo vorremmo, non che per parente, neppure per cappellano. Se poi vengono, sarà liberato dalla servitù nostra, degli Orsini e degli altri baroni, i cui beni potrà dare ai suoi figli; e così i Pontefici potranno in avvenire dominare lo Stato loro con la bacchetta in mano. In questo modo va mettendo l'Italia a fuoco, di che conviene egli stesso; ma aggiunge che il Papa deve postergare i danni d'Italia, perchè a schifare la febbre continua si deve comportare la terzana. Ed il Papa, essendo pur acuto e timido, si lascia tutto dominare da Ascanio e guidare da Lodovico; onde invano cerchiamo indurlo a godersi tranquillo il papato, senza entrare in affanni e partiti da capitani di ventura, come lo ricerca il duca di Bari. Questi asserisce che noi facciamo solo mostra d'armare, e che in estremo caso ricorreremmo anche all'aiuto del Turco. Ma noi siamo parati a difenderci, e saremo pronti ad ogni partito più disperato, quando non si ha da altri rispetto nè alla fede, nè alla patria, nè alla religione. Ci ricordiamo che lo stesso papa Innocenzo scrisse: