Mischiando la letizia col dolore.[204]
La poesia italiana del secolo XV fu dai letterati fondata in gran parte su questa poesia che spesso è chiamata popolare, quantunque tale propriamente non sia. Ed in verità i canti dei letterati e quelli del popolo s'intrecciano fra noi per modo, e tanta azione e reazione esercitano gli uni sugli altri, che il distinguerli è spesso impresa molto malagevole anche alla critica dei più acuti ed intelligenti. Comunque sia di ciò, uno dei primi, non solo a proteggere, ma a promuovere e coltivare la nuova poesia, fu Lorenzo de' Medici. A lui che fondava la tirannide, appoggiandosi sul popolo contro i Grandi, conveniva molto farsi conoscere anche come poeta del popolo, massime in una città come Firenze, dove il dominio intellettuale era la base più solida al dominio politico. Le stampe del tempo ce lo rappresentano, di fatti, in mezzo alla moltitudine, occupato a cantar poesie.
Per render giustizia al valore letterario di Lorenzo, non è necessario in modo alcuno seguire i ditirambi del Roscoe e del Ruth, che vorrebbero farne addirittura un genio.[205] Egli fu in poesia ciò che era stato in tutto il resto, conoscitore degli uomini, osservatore accorto, di gusto finissimo, senza però un animo abbastanza elevato per giungere alle somme altezze dell'arte. Ne è una prova la storia che ci fa egli stesso delle sue prime ispirazioni. Quando morì la bella Simonetta, amata da Giuliano dei Medici, molti poeti, fra cui il Poliziano,[206] ne scrissero le lodi. Lorenzo, per fare anch'egli qualcosa di simile, s'immaginò d'aver perduto la sua amata; ma poi ne cercò una addirittura, la trovò in Lucrezia Donati,[207] giovane bella e d'ingegno, e si diè subito a scrivere versi d'amore. Tutto ciò non gl'impediva di far trattare pel suo matrimonio con Clarice Orsini a Roma. E la madre Lucrezia Tornabuoni scriveva allora al marito Piero dei Medici, così ragionando della fidanzata: «È di recipiente grandezza, e bianca, et ha sì dolce maniera, non però sì gentile come le nostre; ma è di gran modestia, e da ridulla presto a nostri costumi. Il capo non ha biondo, perchè non se n'ha di qua; pendono i suoi capegli in rosso, e n'ha assai. La faccia del viso pende un poco tondetta, ma non mi dispiace. La gola è isvelta confacientemente, ma mi pare un po' sotiletta. Il petto non potemo vedere, perchè usano ire tutte turate; ma mostra di buona qualità.... La mano ha lunga e isvelta. E tutto raccolto, giudichiamo la fanciulla assai più che comunale.[208]» E dopo una così minuta descrizione del corpo, non una parola sola dell'animo, dell'ingegno e del carattere. Lorenzo poi che il 4 giugno 1469, in età di ventun'anno, si fidanzava con questa fanciulla, scriveva nei suoi Ricordi: «Tolsi donna,... ovvero mi fu data.»[209]
E le sue poesie, che pure han molto valore, lo dimostrano degno figlio di questa madre. A diciassette anni descriveva le labbra, gli occhi, i capelli dell'amata; lodava i monti, il praticello fiorito, il fiume, la solitudine campestre, in cui poteva contemplare l'immagine di lei, lungi dal rumore della città. Fin d'allora troviamo in esse gusto finissimo, disinvoltura, forma spontanea e qualche volta anche troppo popolare: egli descriveva la natura ed il mondo reale con una evidenza propria d'osservatore acutissimo. Queste qualità vanno più tardi risplendendo sempre di più nei varî componimenti di Lorenzo, giacchè egli sinceramente ammirava il bello, amava la vita campestre, ed era un vero artista, un pittore del mondo esteriore. Alla potenza descrittiva s'aggiunge nei Beoni uno spirito mordace e satirico; ma l'indole propria della sua poesia apparisce principalmente nelle Canzoni a ballo, che egli prese dal popolo, dando ad esse la loro vera forma, e nei Canti Carnascialeschi, che esistevano appena in germe, e che egli sollevò a dignità letteraria, divenendo così il creatore del genere.
Il pensiero dominante in queste poesie è: godete oggi della vita, abbandonatevi ai piaceri, e non pensate al domani. Non esitate, o giovanetti, colle donne, e voi
L'accorto politico, che voleva addormentare il popolo nei sensi, ai quali egli medesimo s'abbandonava, qui manifesta tutto sè stesso, ritrovando la sua massima spontaneità di stile e freschezza di forma. Ma qui ancora si vede, che la sua è un'arte corruttrice, la quale in ciò appunto trova la propria condanna. Se nelle Canzoni a ballo è contento del dolce far niente e d'una vita sensuale, nei Canti Carnascialeschi va ancora più oltre. Alcuni di essi ci pongono innanzi, con molto brio, figure mitologiche, piene di vita; altri invece descrivono oscenità tali, che oggi non si potrebbero neppure accennare, e che allora venivano senza ritegno cantate nelle pubbliche vie, ed erano opera d'un principe ammirato in tutto il mondo civile. Egli dirigeva le feste e le mascherate carnevalesche, chiamando in suo aiuto scultori e pittori,[211] per renderle più allegre, e per fare colla eleganza del gusto penetrare più addentro la corruzione dei costumi; faceva comporre la musica che doveva accompagnare le sue oscene canzoni, e mescolandosi coi letterati, cogli artisti e col popolo, era l'anima e la guida di tutti questi baccanali. Non si può tuttavia negare che Lorenzo, trattando varî generi di poesia, che trovò diffusi nel popolo, e sollevandoli a vera dignità di arte, fu promotore d'una rivoluzione letteraria, nella quale, se alcuni dei contemporanei lo superarono, egli ebbe pure una parte che gli torna a sommo onore.[212]
Il vero rinnovatore della poesia italiana nel secolo XV fu però Angelo Ambrogini da Monte Pulciano, chiamato il Poliziano. Nato il 14 luglio 1454, fu sino al 1474 discepolo nello Studio Fiorentino, dove ascoltò il Ficino, l'Andronico, l'Argiropulo, il Landino. A sedici anni aveva cominciato una traduzione d'Omero, che lo fece chiamare dal Ficino l'omerico fanciullo, e gli assicurò per sempre la protezione di Lorenzo, il quale l'accolse nella propria casa, e lo volle maestro di suo figlio Piero.[213] A 29 anni era professore d'eloquenza greca e latina nello Studio, ed alle sue lezioni accorrevano non solo Italiani, come Pico della Mirandola e i Medici stessi, ma stranieri d'ogni nazione. Poco di poi, nel 1486, fu nominato canonico della Cattedrale. In breve tempo la sua fama aveva riempito tutta Italia e passato anche le Alpi. Dimostrò un grande acume critico, specialmente paragonando i testi antichi, nelle sue Miscellanee; collazionando poi l'edizione delle Pandette, pubblicata a Venezia nel 1485, sul codice Laurenziano, conosciuto col nome di Pandette d'Amalfi, fece osservazioni che forse furono troppo lodate, ma che pur dimostravano di che grande aiuto la filologia poteva essere alla giurisprudenza.[214]
Il merito principale del Poliziano sta però nelle poesie, e spesso anche le più belle prolusioni che leggeva dalla cattedra non erano che versi latini, nei quali restò senza rivali fin dalla prima giovinezza. A diciotto anni i suoi versi greci erano stati molto lodati; ma egli aveva addirittura fatto maravigliare il mondo colla sua elegia latina in morte di Albiera degli Albizzi. In essa pare che il sentimento pagano per la bella forma, e l'eterea gentilezza dei pittori del Quattrocento si siano riuniti; che la lingua italiana si sia fusa con la latina, la quale, pur essendo morta, pareva ritornata ad essere lingua parlata e viva, tante erano la sua vivacità, la sua freschezza. Si direbbe che il soffio della poesia popolare italiana rianimi adesso di nuova vita l'erudito, e lo renda capace di ricondurre il suo latino alla primitiva spontaneità greca. In questa elegia troviamo la medesima inarrivabile eleganza, lo stesso lusso di descrizioni, ed anche la stessa composizione, qualche volta alquanto artificiosa, delle immortali Stanze italiane. Bellissime sono le ultime parole della moribonda al marito, che osserva, atterrito, il pallore crescere di momento in momento sul volto dell'amata, la quale
Illius aspectu morientia lumina pascit,
e già si sente come rapire nell'altra vita:
.... Heu! nostro torpet in ore sonus;
Heu rapior! Tu vive mihi, tibi mortua vivam.
Caligant oculi iam mihi morte graves.
Questi pregi che il Poliziano ebbe sin dal principio, aumentarono sempre, come può vedersi, fra le molte altre, nella poesia in morte della bella Simonetta, e in quella stupenda sulle viole.[215] Leggendo questi versi, che sono più classici di quanti se ne scrissero prima dagli eruditi, il lettore qualche volta, quasi obliando sè stesso, crede di vedere il latino trasformarsi nel nuovo e più bel fiore della poesia italiana, la quale rinasce davvero sotto i suoi occhi. È ora infatti che la crisalide italiana rompe l'involucro latino, dentro cui s'era lungo tempo nascosta, e comparisce finalmente alla luce del sole.
Il Poliziano resta immortale nella storia della letteratura italiana, come autore delle Stanze per la Giostra di Giuliano de' Medici, perchè esse incominciano addirittura il secondo e non meno splendido periodo della nostra poesia. Formano il principio d'un poema che non va oltre la quarantesimasesta ottava del secondo libro, restando interrotto, assai probabilmente, per la morte di Giuliano nella congiura dei Pazzi.[216] Esse sono però un lavoro di tal natura, che soffre assai poco da questa interruzione, mancandovi ogni unità, ogni materia epica, a segno tale che riesce in vero assai difficile argomentare come il poeta avrebbe potuto continuarlo e come finirlo. Il suo gran pregio sta tutto in una forma limpida, elegante, cristallina, d'una freschezza impareggiabile. L'ottava, osserva giustamente il Carducci, che era stata diffusa nel Boccaccio, stemperata nel Pulci, aspra ed ineguale in Lorenzo, acquista nel Poliziano unità, armonia, colore, varietà, quel carattere che poi ha sempre serbato. Posto fra la letteratura originale, primitiva del Trecento, e quella più varia, raffinata, e pur sempre d'imitazione, che fiorisce nel Cinquecento, egli riunisce le grazie dell'una col vigore dell'altra, somigliando in ciò ai pittori del Quattrocento, che resero assai più gentile la pittura di Giotto, più perfetta la tecnica dell'arte, senza ancora cadere nel convenzionale, che comincia ben presto nel Cinquecento. Tutto questo però, non bisogna dimenticarlo, è vero solo per la forma; giacchè quanto alla sostanza il Poliziano non ha certo nè l'altezza o il vigore di Dante, nè la fantasia dell'Ariosto. Ma è una forma che può dirsi poesia essa stessa, e riproduce la natura con una eleganza inarrivabile. Le donne del Poliziano non sono così mistiche ed aeree come quelle di Dante, non così sensuali come quelle dell'Ariosto; hanno una delicatezza e dolcezza che innamora; ricordano il Lippi ed il Ghirlandaio. La bella Simonetta è nelle Stanze sensibile e visibile, ma non manca di bellezza ideale:
Ridegli attorno tutta la foresta,
. . . . . . . . . . . . . .
L'aer d'intorno si fa tutto ameno,
Ovunque gira le luci amorose.[217]
Il poeta non cerca che il vero, ma è un vero elegante, gentile sempre. Le immagini, liberate dal misticismo medievale, sembrano giovarsi della veste mitologica, in cui spesso le vediamo avvolte, per meglio fare indovinare le forme del corpo, dal quale non vogliono mai separarsi. La loro nudità apparisce di tratto in tratto splendida, quasi luminosa, per un classico smalto, ed una pagana freschezza tutta propria del Rinascimento. Ed invero, per citare anche un esempio d'altro autore, chi, dopo aver letto, nella Vita Nuova o nella Divina Commedia, la descrizione della Beatrice, sempre vicina a trasformarsi nella teologia, legge la ben nota ballata d'Olimpo da Sassoferrato:
s'accorge subito della distanza, e capisce il mutamento che è seguito nello spirito italiano.
Il Poliziano sollevò i Rispetti o gli Strambotti del popolo a dignità nuova, con tal gusto e tale eleganza, «che primo forse in poesia,» dice il Carducci, «dette l'impronta dell'atticità ai fiorentinismi, e la finitezza dell'arte all'espressione famigliare.[219]» La ballata poi, che già nel Trecento aveva ricevuto una forma letteraria, e, così ingentilita, era rimasta nel popolo; che servì di modello alle molte laudi spirituali composte in tutto il secolo XV, ed anche a Lorenzo de' Medici, che seppe darle nuova forma letteraria, venne dal Poliziano sollevata fin quasi all'altezza dell'ode, senza che con ciò perdesse la sua primitiva semplicità.[220] Non mancano in queste liriche, allusioni sensuali, le quali ricordano che egli era compagno di Lorenzo: il Poliziano però non perdè mai il pudore, come spesso seguì al suo Mecenate. Coll'Orfeo il Poliziano si provò anche nel dramma; ma è un dialogo che riesce qualche volta lirico, senza arrivar mai ad un vero conflitto di passioni. La poesia drammatica nasce tardi assai nella vita d'un popolo, quando cioè il suo spirito e la sua lingua sono arrivati ad una sana e vigorosa maturità. L'Italia v'era appena giunta, quando divenne preda degli stranieri, che distrussero le sue istituzioni e la sua indipendenza, la oppressero e travagliarono per modo, che le impedirono di trovar la via d'uscire, in questo genere essenzialmente nazionale, da quella imitazione latina, da cui s'era altre volte liberata.
Il Poliziano, poi che aveva un gusto assai fine e quasi greco, non poteva in nessun caso essere l'uomo capace di elevarsi alla vera altezza drammatica, creando il teatro che a noi mancava. Si capirà facilmente perchè il suo genio non potesse volare troppo alto, quando si pensi alla vita di cortigiano e d'adulatore che menava. Fa qualche volta sdegno il vedere come l'autore di versi tanto gentili, ne scrivesse altri pieni delle più basse adulazioni. Ciò non può scusarsi neppur col ricordare che pel suo Mecenate egli aveva un affetto veramente sincero e profondo. Era accanto a Lorenzo il giorno che scoppiò la celebre congiura dei Pazzi, e fu primo a chiudere la porta della sagrestia appena lo vide là dentro ricoverato. Quando Lorenzo tornò dal suo pericoloso viaggio di Napoli, egli lo salutò con bellissimi versi latini, che paiono d'un amante all'amata; e quando morì, lo pianse con parole di grandissimo dolore, seguendolo poco dopo nella tomba. Ma ciò non toglie che quando il poeta s'umilia dinanzi al suo protettore, chiedendo perfino abiti vecchi, si senta una profonda compassione, e si capisca che così non si sale mai alle maggiori altezze dell'arte.
La letteratura del Trecento era stata, può dirsi, esclusivamente toscana; quella del Rinascimento fu invece nazionale. Gli eruditi infatti si trovano, come vedemmo, in ogni parte della Penisola, ed ora anche gli scrittori in lingua volgare cominciano a sorgere contemporaneamente e coi medesimi caratteri in diverse provincie. Così se dal Poliziano e da Firenze andiamo verso il Mezzogiorno, incontriamo Giovanni Gioviano Pontano. Nato a Cerreto (1426) nell'Umbria, si recò ben presto a Napoli, dove fu ministro ed ambasciatore di Ferdinando d'Aragona; lo accompagnò per tutto; lo consigliò negli affari più gravi di Stato, nei quali ebbe sempre parte principalissima; fu maestro di Alfonso II. A poco a poco divenne napoletano affatto, e può dirsi che meglio d'ogni altro rappresenti lo stato della cultura in quella Corte ed in quel tempo. Uomo d'affari, diplomatico accorto, ed uno dei più celebri eruditi, istituì l'Accademia Pontaniana, trasformando quella già fondata da Antonio Panormita col titolo di Porticus Antoniana. Scrisse un numero infinito di opere filosofiche, fisiche, astrologiche, politiche, storiche, sempre in latino. Ma in tutte queste opere si vede chiaro che l'erudizione era già vicina a subire una trasformazione. I trattati della Fortezza, della Liberalità, della Beneficenza, ecc., come pure quello del Principe, non sono altro che dissertazioni senza alcuna originalità, raccolte diffuse di sentenze morali. Le sue varie opere astrologiche riuniscono tutti quanti i pregiudizî del tempo, senza neppur tentare di fondarli su qualche pretesa teoria filosofica, come presumeva di fare il Ficino. — Il sole, cuore del cielo e dell'universo, è principio generatore delle cose. La costellazione del Cancro, che influisce sui corpi freddi, si dice casa della luna, perchè quando questo pianeta, di sua natura umido e freddo, si trova in quella costellazione, acquista maggiore efficacia. — Anche la sua storia della Guerra Napoletana tra Giovanni d'Angiò e Ferdinando d'Aragona, sebbene abbia una certa importanza, per essere scritta da un contemporaneo, è piena di digressioni inutili, si perde in considerazioni astrologiche, e manca di critica.[221] Ma chi vuol conoscere davvero il Pontano, e scoprire dove è il valore de' suoi scritti, un valore tutto letterario, deve leggere i Dialoghi e le poesie latine, specialmente le liriche.
Qui si osserva subito lo stesso fenomeno che nel Poliziano: un gusto classico finissimo; uno stile lucido, evidente, spontaneo come di chi usa una lingua viva, perchè anche qui la nuova vita del latino nasce dall'innesto di esso col linguaggio parlato dall'autore, che però non è il fiorentino, ma un italiano napoletanizzato. Dal che deriva, per quanto sia grandissimo l'ingegno poetico del Pontano, una innegabile inferiorità di forma ne' suoi scritti, di fronte a quelli del Poliziano; l'atticismo toscano dà al latino di questo una greca eleganza che non si può del pari ritrovare nell'altro. Tuttavia è certo che anch'egli riesce mirabilmente nell'adoperare il latino ad esprimere il pensiero moderno, e dove non gli basta, latinizza parole italiane o napoletane, e va innanzi spedito come uno che parli la lingua imparata sin dalla cuna. Nei dialoghi, il Caronte, l'Antonio, l'Asino, che sono tutti lavori d'immaginazione, in elegante prosa latina, spesso interrotta da poesie bellissime, v'è una dipintura dei costumi napoletani, di feste popolari, di scene campestri e d'amore; una serie d'aneddoti pieni di brio tale, che par di leggere le pagine più belle del Boccaccio. La festa del porcello a Napoli, l'indole delle città italiane, la corruzione dei preti a Roma, le dispute ridicole dei pedanti, e l'accanimento con cui perseguitano la gente, per una particella o un ablativo non adoperati secondo le loro regole, spesso fallaci, hanno una potenza descrittiva, una freschezza, una vis comica tali da far mettere il Pontano fra gli uomini di vero genio letterario. Egli scrive in latino, ma il suo spirito, il suo ingegno sono moderni, e le sue opere sono perciò un vero gioiello della letteratura italiana. Nel suo Antonius vediamo i Napoletani seduti all'ombra, motteggiare chi passa; il Pontano vivo parlante; un figlio che racconta le querele di casa; un poeta che, preceduto da un trombetto, sale, secondo l'uso napoletano del tempo, sopra un poggio a recitare la descrizione d'una battaglia, di tanto in tanto abboccando il fiasco di vino. Poi leggiamo l'ode di Galatea inseguìta da Polifemo, una delle sue più belle:
Dulce dum ludit Galatea in unda,
Et movet nudos agilis lacertos,
Dum latus versat, fluitantque nudae
Aequore mammae, etc.;
ed in mezzo a tutto ciò sempre un gusto squisito, uno spirito che s'inebbria, anche nella vecchiezza, in una voluttà sensuale ed artistica, uno scetticismo profondo che ride d'ogni cosa.
Nelle liriche si manifesta veramente tutto quanto il genio letterario dell'autore, e si vede più chiaro ancora che in quelle del Poliziano, l'immagine del Rinascimento. Le sue donne, dice il Carducci, denudano ridenti ogni loro bellezza in cospetto del sole e dell'amore. «E con quel suo riposato senso di voluttà e di sincero godimento della vita, il Pontano, in latino, è il poeta più moderno e più vero del suo tempo e del suo paese.»[222] Leggendo le odi, è davvero mirabile il vedere come in quel suo latino egli si muova agile e felice, quasi navighi a seconda d'un fiume; e come il suo italiano napoletano cerchi infondere giovane sangue nel vecchio idioma, anche quando lo altera un po' troppo:
Amabo mea chara Fanniella,
Ocellus Veneris, decusque amoris,
Iube isthaec tibi basiem labella
Succiplena, tenella, mollicella,
Amabo, mea vita, suaviumque,
Face istam mihi gratiam petenti, etc.[223]
Egli ride e motteggia; canta la ninna nanna; s'inebria nella voluttuosa bellezza, fra le molli braccia delle Ninfe, che l'accolgono in riva al mare, in presenza della natura, in mezzo ai fiori. E questo è il suo mondo, il mondo del Rinascimento. Tutte le città, le ville, le isole dei dintorni di Napoli, le strade, le fontane, personificate in esseri fantastici, camminano, danzano intorno al poeta. Le Ninfe Posilipo, Mergellina, Afragola, Acerra, Panicocolis studiosa lupini, e Marianella che canta accompagnando Capodimonte,
et cognita bucellatis
Ulmia, et intortis tantum laudata torallis:[224]
tutte si muovono e vivono nella sua Lepidina.[225] Il Vesuvio, in forma di vecchio, discende dal monte sopra un asino per venire alla festa, e le donne lo circondano. A chi dà un anello da cucire, a chi un fusaiuolo, a chi dice un motto, e tutte fanno a gara intorno a lui ed all'asino, per salutarli con alte e festose grida,
Plebs plaudit, varioque asinum clamore salutant,
Brasiculisque apioque ferum nucibusque coronant.
I medesimi pregi possono notarsi nei due libri degli Amori, negli Endecasillabi, nella Buccolica, e nel poema didascalico, L'Urania, in cui sono mirabili descrizioni della natura. Vi troviamo sempre un singolare impasto di due lingue, l'una viva e l'altra morta, nel quale ambedue sembrano rinascere; e questa varia e ricca unione d'immagini classiche, di bizzarrìe fantastiche, di splendide descrizioni della natura, di sentimenti moderni, tutto mescolato e tutto in fermento nella fantasia dell'erudito, che si trasforma in poeta, ci fa capire come la nuova letteratura nasca dall'antica, e come, in mezzo al mondo classico, con tanta cura evocato, possa sorgere il poema cavalleresco, che pare e non è una contradizione nel secolo degli eruditi.
Qui dovremmo accennare alle lettere politiche di Ferrante d'Aragona, che portano la firma anche del Pontano suo primo ministro, il quale ebbe certo una parte non piccola nel compilarle. Ma, oltre che è ben difficile il determinare con precisione qual fosse veramente questa parte, ci sarà data occasione di parlarne in luogo più opportuno. Per ora ci basti ricordare che anch'esse hanno rarissimi pregi: scritte con verità ed eloquenza, potrebbero stare fra le migliori nostre prose letterarie, se la loro forma italiana non fosse troppo alterata dal dialetto napoletano, che spesso aggiunge forza e naturalezza, ma non può giovare alla unità, nè alla eleganza della lingua.
Accanto al Pontano viveva un altro scrittore, che era nato nel Napoletano, che morì nella seconda metà del secolo XV, e del quale abbiamo un volume di novelle assai notevoli, massime se ricordiamo che quel genere, dopo il Sacchetti, pareva quasi abbandonato. Uomo di mondo e non erudito, ma vissuto in mezzo alla erudizione, egli ci dice di aver voluto imitare, «il vetusto satiro Giovenale, e l'ornatissimo idioma e stile del famoso commendato poeta Boccaccio.»[226] Spesso invoca gli Dei immortali; e Mercurio eloquentissimo Dio gli ragiona degl'inganni fatti dalle donne «al sommo nostro padre Giove, e al radiante Apollo, a noi e agli altri Dei.»[227] Egli, come il Sacchetti, dichiara che vuol raccontare novelle «per autentiche istorie approbate, e certi moderni e altri non molto antichi travenuti fatti.»[228] La sua lingua è molto artificiosa, per la imitazione visibile del latino e del Decamerone; vi si mescolano in buona copia il dialetto napoletano ed il salernitano, che dànno grande vivacità, ma alterano l'italiano, e rendono sconnessa la grammatica di Masuccio, che era nato a Salerno. Il suo brio spontaneo, la sua verità ed evidenza sono tali, che egli sarebbe uno dei nostri classici, se la forma fosse meno scorretta. Tuttavia il suo Novellino, così com'è, ci dà una immagine fedele dei tempi e della Corte di Napoli. Con una grande conoscenza degli uomini e delle cose, con un animo che sembra assai schietto e buono, l'autore sa infondere vita ne' suoi personaggi; sa raccontare con la disinvoltura, la naturalezza ed il sorriso d'un vero scrittore del Rinascimento. Domina in lui un odio profondo contro le immoralità dei preti, i quali egli sferza sanguinosamente, senza perciò essere punto avverso alla religione. Nell'Esordio alla terza novella, che è dedicata al Pontano, di cui esalta le virtù, le quali egli dice macchiate solo dal conversare che esso fa continuo con preti, frati e monache, «atteso che con loro non altro che usurai e fornicatori e omini di mala sorte conversare se vedono.» Tutto ciò non ci maraviglia molto in uno scrittore che viveva nella Corte degli Aragonesi, la quale fu di continuo in guerra coi Papi, ed aveva accolto e protetto Antonio Panormita e Lorenzo Valla. Il vedere però dedicato ad Ippolita, figlia di Francesco Sforza e giovane sposa d'Alfonso II d'Aragona, un libro di novelle assai spesso molto oscene, alcune delle quali sono anche dedicate in particolare a qualche nobile donna, reca certo grande maraviglia, ma è pure un altro segno dei tempi.
Dai Dialoghi del Pontano e dalle Novelle di Masuccio non occorre un gran salto per passare ai poemi cavallereschi, un altro dei generi di letteratura proprî di questo secolo. Veramente erano nati in Francia, e parrebbero in tutto contrarî al genio nazionale dell'Italia. La Cavalleria s'era infatti poco o punto diffusa tra noi; il feudalismo era stato combattuto ed in grandissima parte distrutto; alle Crociate avevamo preso una parte secondaria; Carlo Magno, eroe nazionale della Francia, era fra noi un principe straniero e conquistatore. E questi sono tutti elementi sostanziali, per la formazione del poema cavalleresco. Lo scetticismo religioso, cominciato assai presto in Italia, contrastava anch'esso coll'indole di poemi fondati principalmente sulla guerra dei Cristiani contro gl'Infedeli. Ed il maraviglioso che ne costituisce l'essenza, neppure era adatto all'indole degl'italiani, ammiratori sempre della bellezza classica. Passati da uno stato di decadenza ad una nuova forma di civiltà, essi non avevano avuto la selvaggia e vigorosa giovanezza, in mezzo alla quale era stato creato quel mondo d'eroi, le cui avventure impossibili, i cui caratteri fantastici si mutano e confondono continuamente fra loro. Tuttavia questi poemi francesi, come si diffusero rapidamente in tutta l'Europa feudale, così vennero anche fra noi, e si propagarono assai più largamente che non si crederebbe.
Prima ancora che sorgesse la nostra letteratura, quando nel Settentrione d'Italia molti scrivevano provenzale o francese, avemmo una serie di poemi cavallereschi, compilati da Italiani in un francese italianizzato o in un italiano infranciosato. Nel Mezzogiorno, invece, quei racconti furono portati dai Normanni, e nel Centro della Penisola si diffusero per mezzo di scritti italiani e di poeti vaganti. Ma quegli eroi, nati e cresciuti in una nebbia fantastica, che non era punto adatta alla nostra indole, trovarono fra noi, specialmente nell'Italia centrale, un terreno poco favorevole, e quasi si dileguarono dalla nostra letteratura, per rifugiarsi nelle capanne del contado o nei tugurî del popolo, quando sorse sull'orizzonte il sole della poesia di Dante. In molti lavori del Boccaccio, nei Trionfi del Petrarca, anche nella Divina Commedia, troviamo spesso reminiscenze, che riconfermano come quei poemi fossero sempre assai diffusi nel popolo. Paolo e Francesca ricordano nell'Inferno la lettura che, nei tempi felici, avevano fatta insieme degli amori di Lancillotto; e quando il Sacchetti racconta del fabbro che sciupava, nel recitarli, i versi di Dante, dal quale veniva perciò aspramente rimproverato, egli aggiunge: e così, se volle, dovè invece cantare di Tristano e di Lancillotto: segno evidente che questi racconti erano allora giudicati più adatti alla fantasia popolare anche in Firenze. Quando poi i dotti cominciarono a scrivere in latino, i poemi cavallereschi sembrarono risorgere fra noi da un temporaneo letargo, ed insieme coi Rispetti, gli Strambotti, le Canzoni, le Laudi e le Rappresentazioni, fecero parte di quella letteratura che, come già vedemmo, fu chiamata popolare. Così largamente e così profondamente infatti si diffusero, che ancora oggi il cantastorie napoletano racconta d'Orlando e di Rinaldo ad un popolo estatico, e nella campagna toscana i Maggi, che si rappresentano la primavera, dinanzi ai contadini, pigliano dai medesimi poemi i loro soggetti. Alcuni di questi Maggi e di questi racconti sono composizioni recenti; ma altri non pochi sono addirittura del secolo XV. Allora se ne scrisse un numero sterminato, ed erano letti con l'avidità stessa, con cui oggi si leggono i romanzi. Gl'Italiani non creavano nuovi poemi, nè ripetevano materialmente gli antichi; ma di questi facevano compilazioni in verso o in prosa, e più in prosa che in verso, spesso molti riunendone in uno, e formando così come grandi repertorî di novelle fantastiche, che i cantastorie, il più delle volte essi stessi autori, andavano leggendo al popolo delle città e delle campagne, che li ascoltava con insaziabile avidità. La così detta Cronaca di Turpino, ed in generale il ciclo di Carlo Magno forniscono la materia principale dei racconti italiani; ma il ciclo del re Arturo e della Tavola Rotonda vi ha pure una grandissima parte.
Il più grande di questi compilatori, che può bastare a darci un'idea degli altri, visse nella seconda metà del secolo XIV e nella prima del XV. Egli è Andrea dei Mangabotti da Barberino in Val d'Elsa, che chiama Firenze la mia città, perchè colà visse e fu educato. Di un'attività senza pari, scrisse non solo i famosi Reali di Francia in sei libri, ma ancora l'Aspromonte in tre libri, la Storia di Rinaldo in sette, la Spagna in uno, la Seconda Spagna in uno, le Storie Narbonesi in sette, Aiolfo in un libro lunghissimo, Ugone d'Avernia in tre, e finalmente Guerino il Meschino, che, sebbene continui i fatti narrati nell'Aspromonte, forma un lavoro a sè, la cui popolarità, di poco inferiore a quella dei Reali, dura anch'oggi. Tutti questi lavori sono scritti in prosa, salvo alcune parti dell'Ugone d'Avernia.
L'autore s'era proposto di raccogliere e coordinare la gran moltitudine dei racconti, che fanno parte del ciclo di Carlo Magno. E così nei Reali, che son sempre la sua opera principale, compilò la storia della stirpe del grande Imperatore, senza però fare nè una vera storia, nè un vero romanzo cavalleresco. Egli vuol mettere nesso e precisione là dove era confusione deplorabile, corregge la geografia, ordina le genealogie, ma perde con ciò la ingenuità popolare e l'originalità poetica. Sembra che quel realismo italiano tanto ammirato nelle novelle, che restan sempre il racconto più proprio e nazionale della nostra letteratura, predomini anche qui, ed alteri il poema, formando un lavoro che non è certo senza merito, ma di un genere ibrido. Noi qui non abbiamo veramente nè poesia popolare, nè poesia letteraria, ma piuttosto una materia epica, che si va trasformando, e cerca una forma nuova, senza ancora trovarla. Il linguaggio parlato si mescola colle reminiscenze classiche, familiari allora a tutti gl'Italiani; la narrazione ha una riposata solennità quasi liviana, e l'autore vuol riunire dentro i confini d'una macchina ideale ben disegnata e determinata, una miriade di racconti originariamente germogliati con la ricchezza esuberante e disordinata d'una foresta vergine.[229] Queste qualità degli scritti del Mangabotti sono comuni a quelli di centinaia d'altri compilatori in verso o in prosa.
Da quanto abbiamo detto fin qui risulta chiaro, che il giorno in cui i nostri letterati ricominciarono a scrivere in italiano, e, stanchi della retorica di poemi come la Sforziade e la Borseide, s'avvicinarono al popolo, trovarono in mezzo ad esso diffusi, insieme coi Rispetti e le Ballate, racconti come i Reali di Francia, in verso o in prosa. Si diedero allora a rifare anche questi, provandosi a renderli vere opere d'arte. Lasciarono inalterata la macchina generale della narrazione; la divisione in canti; le ricapitolazioni in principio d'ognuno di essi, indirizzate agli «amici e buona gente» dal poeta del popolo, che di ogni canto era costretto a far come un lavoro indipendente. Anche questi nuovi scrittori usavano leggere a brani i loro racconti, non in piazza, ma nelle Corti, nei desinari dei signori, a gente culta, che però voleva divertirsi, ed era stanca della vuota solennità degli eruditi. Spesso i cambiamenti che portavano nel riscrivere quelli che ora chiameremo anche noi poemi popolari, si restringevano solo a ritoccarli, correggerli, ravvivarli nella forma, aggiungendovi nuovi episodî, nuove descrizioni, qualche volta interi canti. In questo ritoccarli però stava l'arte, che infondeva vita là dove mancava, ed arrivava così ad una creazione nuova ed originale.
I personaggi si staccavano dal fondo ancora fantastico e nebuloso, nel quale erano confusi, per divenire vivi e veri; le descrizioni della natura spiravano come un'aura di primavera, avevano un'insolita fragranza; e quelle parti che restavano inalterate nella loro prima e più rozza forma, facevano meglio risaltare la verità, quasi direi, la giovinezza di tutto ciò che veniva presentato sotto nuovo aspetto, animato di nuova vita. Era quasi una improvvisa ribellione contro ogni retorica convenzionale, contro ogni vincolo artificiale; lo spirito italiano si sentiva come chi ritorna a respirar l'aura fresca dei campi e dei monti, dopo essere stato lungamente rinchiuso in un'atmosfera divenuta insalubre. Cercare in questi poemi profondità di sentimenti, uno svolgimento logico di caratteri, un disegno generale e filosofico, è cercarvi quello che non può e non deve esserci. L'autore anzi disordina a bella posta la narrazione monotona de' racconti che trova già compilati, confonde e ricompone a capriccio le fila intricate della vasta tela, per meglio tener desta la curiosità del lettore. L'importante per lui è che egli sia padrone de' suoi eroi, e che essi appariscano sempre ben definiti e vivi nel momento in cui li chiama sulla scena. Egli cerca un ideale diverso dal nostro; non vuole scendere nelle profondità del cuore umano; vuole ritrarre la mutabile realtà di tutto ciò che fugge, passa e si vede. Se torna di continuo a nascondere nel fantastico fondo del quadro i suoi personaggi, ciò è solo per meglio illuderci, per farcene meglio ammirare la verità e realtà, quando di nuovo li avvicina a noi, presentandoli quasi come quei putti del Correggio, che spingono innanzi la testa di sotto a un bosco di fiori, o come quelli che sulle pareti del Vaticano sembrano muoversi fra un laberinto d'eleganti rabeschi. Così segue che, sebbene ci parli continuo di mostri, di fate, d'incantesimi, di bevande prodigiose, la sua narrazione ha pur tale verità, che crediamo leggere la storia d'avvenimenti reali. È però ben naturale, che in questo stato di cose, un perenne sorriso apparisca sulle labbra dell'autore, rallegrato egli stesso dalla illusione e dalla maraviglia che desta ne' suoi lettori, dei quali sembra pigliarsi giuoco, per poi dominarli e commuoverli ancora più profondamente. S'ingannano coloro che vogliono in tutto ciò vedere una satira o una ironia profonda. Credere sul serio a questi personaggi il poeta stesso non può; a lui basta d'esprimere nel suo racconto tutta la varia vicenda della vita, tutte le contradizioni che sono nel suo spirito, in un secolo così pieno d'elementi diversi e cozzanti fra loro; di rapire e di essere rapito dalle proprie creazioni. La sua fantasia, uscita dalle convenzioni classiche ed artificiali, ha finalmente ritrovato tutta la propria libertà nel mondo fantastico in cui sola comanda. Si richiede quindi un temperamento artistico, per gustare tutto il valore di questi poemi, che si godono anche meglio leggendoli a brani, come li avevano letti al popolo i cantastorie, e come li lessero ai loro protettori o amici il Pulci, il Boiardo e l'Ariosto.
Il primo che fra questi poemi possa veramente chiamarsi un'opera d'arte, è il Morgante Maggiore del fiorentino Luigi Pulci, nato nel 1431. Questo lavoro è un rifacimento d'altri più antichi. I primi ventitrè canti riproducono, ora più ora meno fedelmente, uno di quei poemi che i cantastorie leggevano al popolo, ed in esso si narravano le avventure d'Orlando. Gli ultimi cinque raccontano, invece, la rotta di Roncisvalle, e sono rifacimenti di altre due compilazioni popolari, intitolate La Spagna. Tra l'una e l'altra parte del Morgante passano venticinque o trenta anni; sicchè i personaggi che nella prima erano giovani, sono nella seconda divenuti vecchi, cosa della quale l'autore non si dà gran pensiero.[230] Nè egli si perita punto, specialmente nella prima parte, di andare così fedelmente dietro al suo modello, correggendone o modificandone appena le ottave, da sembrare un vero plagiario.[231] Tuttavia sono questi semplici e leggerissimi tocchi di mano maestra, quelli che mutano un'opera volgare in un'opera d'arte, dànno ai personaggi vita e rilievo, lasciano da parte gli artifizî retorici, per condurci in presenza della natura. Di tanto in tanto però egli abbandona affatto il suo originale, e abbiamo, per esempio, le 275 ottave che narrano l'episodio di Morgante e di Margutte, in cui risplendono tutto lo spensierato scetticismo e la ricca fantasia e la mordace ironia del Pulci.[232] Questo poema, che ad ogni passo rompe il filo principale della narrazione, sembra ritrovare la propria unità solo nella sempre chiara, definita, evidente precisione de' suoi varî ed inesauribili episodî. È un singolare turbinìo d'eventi: scene pietose, ridicole, maravigliose, allegre. Gli elementi che formavano la cultura di quel secolo, Paganesimo e Cristianesimo, scetticismo e superstizione, ironia ed entusiasmo artistico per le bellezze della natura, coesistono tutti, e senza bisogno di sforzo per mettersi d'accordo, sembrano essere in armonia fra loro, perchè il solo scopo del poeta sta nel riprodurre la irrequieta mutabilità degli eventi nella natura e nella realtà della vita. Il Pulci è un impareggiabile novellatore; la sua ironia cade, come quella dei novellieri, sui preti e sui frati, qualche volta anche sulla religione stessa,[233] ma sempre in modo da far poi capire che egli non vuol punto rinnegarla, intende anzi rispettarla. L'antichità non gli è ignota, e penetra nel suo lavoro, quantunque manchi nell'originale che egli imita; la sua musa è, nonostante, essenzialmente popolare:
Infino a qui l'aiuto del Parnaso
Non ho chiesto nè chieggo....
Io mi starò tra faggi e tra bifulci,
Che non dispregin le muse del Pulci.
La sua forma è difatti così popolare, che spesso manca di lima, e quando si scolorisce, non cade mai nel retorico, ma piuttosto nel volgare. La spontaneità di questa forma ha più di tutto contribuito alla fama del Morgante, scritto a richiesta di Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo dei Medici, alla cui tavola veniva letto, nelle fuggevoli ore dei lieti desinari.
Il Pulci, che rideva sempre, passò pure giorni molto tristi, perchè il fallimento di suo fratello Luca involse anche lui. Nè gran fatto gli valse l'amicizia di Lorenzo, di cui era intimo ed affezionatissimo, perchè restò sempre, anche nella più grande familiarità, un cortigiano protetto. L'aiutava invece un'indole allegra che mai non si smentiva. Lontano da Firenze, per non cadere in balìa di creditori ai quali egli personalmente nulla doveva, nelle sue lettere a Lorenzo si doleva dell'infausta stella, che lo aveva destinato ad esser sempre preda degli altri. «Pure i ribelli, ladri, assassini ho visto a' miei giorni venire costì, essere uditi, avere qualche termine al morire.» Solo a me tutto è negato, nulla concesso. «Se mi sforzeranno a questo modo, senza udire la mia ragione, io verrò costì in su la fonte a sbattezzarmi, dove fui in maledetta ora e punto e fato et augurio indegnamente battezzato, che certo io ero più tosto destinato al turbante che al cappuccio.»[234] E prometteva che quando sarebbe nella Mecca, manderebbe a Lorenzo versi in lingua moresca, e dall'inferno gliene manderebbe altri per mezzo di qualche spirito.[235] «Non permettere,» gli diceva poi, «nel colmo della tua felicità, che i tuoi amici siano come cani ributtati e straziati. Io però ho paura che quando non mando versi, tutto quello che ti scrivo in prosa, venga da te mal volentieri letto e subito gettato via.»[236] Lorenzo era sempre lo stesso uomo, proteggeva tutti, ma non aveva gran cuore per nessuno, neppure per quelli che come il Pulci erano stati suoi compagni d'infanzia, e lo amavano quale fratello. Più tardi però l'autore del Morgante fu da lui inviato a trattare presso le Corti d'Italia faccende di qualche gravità, ed anche allora le sue lettere non smentiscono punto l'indole propria dell'autore, paiono anzi più di una volta brani del suo poema ridotti in prosa.
Il 20 maggio 1472 scriveva da Fuligno, come era stato in Roma «a visitare la figliuola del dispoto della Maremma, volsi dire della Morea.... Descriverò adunque brevemente questa cupola di Norcia, anzi questa montagna di sugna, che noi visitammo, che non credevo ne fussi tanta nella Magna, non che in Sardigna. Noi entramo in una camera, dove era parato in sedia questo berlingaccio, et avea con che sedere! almeno ti prometto.... Due naccheroni turcheschi nel petto, un mentozzo, un visozzo compariscente, un paio di gote di scrofa, il collo tralle nacchere. Due occhi che sono per quattro, con tanta ciccia intorno e grasso e lardo e sugna, che 'l Po non ha sì grandi argini.»[237] Questa forma tutta popolare è nelle poesie del Pulci assai più ne' suoi sonetti, che correggono la maniera troppo volgare e spesso anche plateale del povero barbiere Burchiello, nella cui bottega, secondo che egli stesso ci dice,