183. Vedi la mia Storia di G. Savonarola, lib. I, cap. V.
184. Commentario alla Vita di L. B. Alberti, nel quarto volume del Vasari, edizione Le Monnier; Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pag. 414 e seg.; l'edizione di tutte le Opere di L. B. Alberti, curata dal Bonucci e pubblicata in Firenze (Tip. Galileiana) negli anni 1843 e segg. In questa edizione trovasi la Vita dell'Alberti scritta da un anonimo. Vedi anche l'Elogio dì L. B. Alberti, nelle Opere di G. B. Niccolini, ediz. Le Monnier, 1843, vol. III, pag. 401 e seg.; l'Elogio scritto dal Pozzetti, pubblicato a Firenze nel 1789, e finalmente Gli Alberti di Firenze, Genealogia, ecc., pubblicata dal cav. L. Passerini, per commissione del Duca di Luynes: Firenze, Cellini, 1870.
185. Bandini, Specimen, vol. I, pag. 164; Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pag. 420, dove si riporta una lettera del Poliziano.
186. Alberti, Opere, e Trucchi, Poesie italiane inedite: Prato, 1846-47, vol. II, pag. 335.
187. Alberti, Opere, vol. II, pag. 221 e seg.
188. Questo libro, tenuto generalmente per lavoro del Pandolfini, venne poi sostenuto essere opera dell'Alberti, specialmente da F. Palermo, il quale si scaldò tanto nella questione, e tanto s'esaltò nei suoi Prolegomeni promessi al Padre di famiglia (Firenze, tipografia Cenniniana, 1872), da dimenticare affatto il metodo e i confini di una critica scientifica. Il Pandolfini morì prima dell'Alberti, e difficile sarebbe concepire come egli avesse voluto copiare una prosa erudita, non solo riducendola in una forma parlata, ma ponendo idiotismi e sgrammaticature là dove non erano. Da un altro lato l'Alberti si dichiara esplicitamente autore dell'opera, cosa che non fa il Pandolfini. La questione fu lungamente discussa dal prof. Cortesi, che crede alla priorità del Pandolfini, e dai proff. Scipioni e Pellegrini, che con validi argomenti sostengono l'opinione contraria.
189. Pandolfini, Trattato del governo della famiglia, pag. 21: Venezia, pei tipi del Gondoliere, 1841.
190. Ibid., pag. 5.
191. Ibid., pag. 14.
192. Ibid., pag. 160 e seg.
193. Pandolfini, Trattato del governo della famiglia, pag. 42.
194. Furono pubblicate in tre volumi dalla R. Deputazione di Storia Patria, per la Toscana, Marche ed Umbria: Firenze, Cellini, 1867-73, e vanno dal 1399 al 1433.
195. Nella sua Storia fiorentina.
196. A. Desjardins, Négociations diplomatiques de la France avec la Toscane (tre volumi in-4): Paris, 1859-65, Imprimerie impériale, vol. I, pag. 214. È giusto ricordare, che la più parte di questi documenti furono trovati dal nostro G. Canestrini.
197. Fabroni, Vita Laurentii Medicis: Pisis, 1784, vol. II, pag. 312, nota 179.
198. Ibid., vol. II, pag. 359, nota 206.
199. Ibid., pag. 363.
200. Il Fabroni chiama questa lettera il canto del cigno, tamquam cycnea fuit, perchè Lorenzo poco dopo morì. Vol. II, pag. 308, nota 178.
201. Abbiamo già visto nel Pandolfini, che i contadini italiani e più specialmente i toscani, di cui qui sopra si ragiona, avevano nel secolo XV un'agiatezza assai superiore a quella degli altri d'Europa. I novellieri, come per esempio il Sacchetti (Vedi Nov. 88 e 202), parlano spesso di contadini proprietarî ed accorti. Nella Beca di Dicomano, in cui il Pulci descrive la vita dei contadini, uno di essi dice all'amata:
«Tu sa' ch'i' sono ignorante e da bene — Ed ho bestiame e case e possessione, — Se tu togliessi me, io torrei tene.» Vedi anche Burckhardt, Die Cultur der Renaissance (1ª ediz.), pag. 356.
202. A. D'Ancona, La poesia popolare fiorentina nel secolo XV. Questo lavoro fu pubblicato nella Rivista Contemporanea di Torino, vol. XXX, fascicolo 106 (settembre 1862). Vedi anche Carducci nella prefazione premessa al volume: Le Rime, le Stanze e l'Orfeo di A. Poliziano: Firenze, Barbèra, 1863. Questi due scrittori sono quelli che meglio di tutti hanno ragionato dell'antica poesia popolare italiana.
203. Questa leggenda trovasi stampata anche fra le opere di Leon Battista Alberti.
204. Ripubblicata da A. D'Ancona (Pisa, Nistri, 1863). Vedi ancora i tre volumi di Sacre Rappresentazioni dei Secoli XIV, XV e XVI, pubblicati dallo stesso in Firenze, Successori Le Monnier, 1872.
205. Più giusti assai nei loro giudizî sono il Capponi nella sua Storia della Repubblica fiorentina, ed il Reumont nella sua opera, Lorenzo de' Medici: Leipzig, 1873. Il Carducci ha discorso più volte del valore e dell'indole poetica di Lorenzo, con moltissima originalità, sebbene, a nostro avviso, lo lodi un po' troppo.
206.
Dum pulchra effertur nigro Simonetta feretro,
Blandus et exanimi spirat in ore lepos, ecc.
207. Comento di Lorenzo de' Medici sopra alcuni de' suoi Sonetti, in fine delle sue poesie volgari (edizione del 1554). Vedi anche Roscoe, Life of Lorenzo de' Medici, cap. II.
208. Tre lettere di Lucrezia Tornabuoni a Piero de' Medici, ed altre lettere di varî concernenti al matrimonio di Lorenzo il Magnifico con Clarice Orsini. Pubblicazione per nozze, fatta da Cesare Guasti: Firenze, Le Monnier, 1859.
209. Furono ristampati dal Roscoe, nell'Appendice alla sua Vita di Lorenzo, Doc. XII.
210. La Canzone, che è però del Poliziano, incomincia:
Ben venga maggio,
E 'l gonfalon selvaggio.
211. Il Vasari, nella sua Vita di Piero di Cosimo, ci descrive la cura con cui erano ordinate queste feste, che furono lungamente continuate in Firenze, e le dichiara cosa che fa assottigliare gl'ingegni. I Canti Carnascialeschi di varî autori furono poi raccolti dal Lasca in due volumi: Fiorenza, 1559.
212. Vedi ciò che dice il Carducci nella sua bella Prefazione alle Poesie di Lorenzo: Firenze, Barbèra, ediz. diamante.
213. Isidoro Del Lungo, Uno scolare dello Studio fiorentino, Memoria pubblicata nella Nuova Antologia di Firenze, vol. X, anno 1869, pag. 215 e seg. Dello stesso autore vedi: La Patria e gli antenati di Angelo Poliziano nell'Archivio storico italiano, Serie III, vol. XI, pag. 9 e seg.
214. Il prof. Bonamici di Pisa, nel suo lavoro, Il Poliziano Giureconsulto (Pisa, Nistri, 1863), ha esaminato le postille alle Pandette, ed ha cercato di ridurre nei giusti confini il merito dell'autore.
215.
Molles, o violae, Veneris munuscula nostrae,
Dulce quibus tanti pignus amoris inest;
Quae vos, quae genuit tellus? quo nectare odoras
Sparserunt Zephyri mollis et aura comas?
Vos ne in acidaliis aluit Venus aurea campis?
Vos ne sub Idalio pavit Amor nemore?
His ego crediderim citharas ornare corollis,
Permessi in roseo margine Pieridas.
Hoc flore ambrosios incingitur Hora capillos,
Hoc tegit indociles Gratia blanda sinus,
Hoc Aurora suae nectit redimicula fronti,
Cum roseum verno pandit ab axe diem, etc.
216. Fu detto e ripetuto generalmente, che queste Stanze vennero scritte nel 1469, quando cioè il Poliziano non aveva che quindici anni. L'errore nacque dal confondere la giostra di Lorenzo con quella di Giuliano. La prima fu data veramente nel 1469, ma fu descritta da Luca Pulci, secondo la più comune opinione, dal fratello Luigi, secondo altri. Questo è, in ogni modo, lavoro di poco merito, assai artificioso. Il poeta dice a Lorenzo: la tua vittoria (nella giostra) non invidia nulla alle vittorie di Emilio, Marcello, Scipione; tu hai meritamente avuto l'onore,
Di riportar te stesso in su la chioma,
cioè lauro su Lauro. La giostra di Giuliano fu data invece il 28 gennaio 1475, e venne poi descritta dal Poliziano, che aveva allora ventun'anno. Di ciò ha parlato con dottrina il prof. I. Del Lungo. Vedi le sue parole riferite nella Prefazione del Carducci alle poesie del Poliziano, pag. XXIX. Secondo lui le Stanze furono composte fra il 1476 e il 1478, e forse anche descrivono un'altra giostra data in Firenze nei primi del 1478.
217. Stanze, lib. I, 43 e 44.
218. A torto fu per molto tempo attribuita al Poliziano. I copisti toscani la modificarono in più luoghi, e le dettero la forma in cui si diffuse poi a Firenze. Invece di brunettina, Olimpo aveva scritto pastorella. Vedi l'opuscolo di Severino Ferrari: A proposito di Olimpo da Sassoferrato: Bologna, Zanichelli, 1880.
219. Vedi la già citata Prefazione alle poesie del Poliziano, pag. CXVII. Il D'Ancona crede che i Rispetti i quali oggi si cantano ancora nelle campagne toscane, sieno, almeno nei loro caratteri generali, quegli stessi che la scuola medicea prese dal popolo, per restituirglieli ingentiliti da una forma più letteraria. E così, per la tenacità dei volghi, sarebbero continuati a cantarsi fino ad oggi. Rivista Contemporanea, citata più sopra.
220. Carducci, Prefazione, ecc., pag. CXXV.
221. Per la vita del Pontano vedi Tiraboschi, op. cit., vol. VI, pag. 950; C. M. Tallarigo, Giovanni Pontano e i suoi tempi, volumi due: Napoli, Morano, 1874. In questa monografia trovansi anche molti brani scelti delle migliori poesie latine del Pontano, con traduzioni fatte dal professore P. Ardito, e tutto il dialogo latino, Il Caronte. Il Settembrini, nelle sue Lezioni di Letteratura italiana (Napoli, 1866-72, vol. tre), discorse con verità ed eloquenza del Pontano (vol. I, pag. 281-83), e fu di stimolo al Tallarigo, che, dopo aver letto quelle pagine, s'indusse a scrivere la monografia qui sopra citata. Oltre di ciò si veda l'edizione fatta a Basilea delle opere del Pontano.
222. Carducci, Studi letterarî: Livorno, 1874, pag. 97.
223. Trovasi fra le poesie ristampate dal Tallarigo, op. cit., vol. II, pag. 627.
224. I taralli sono ciambelle anche oggi comunissime in Napoli.
225. Vedi il Tallarigo, op. cit., vol. II, pag. 619 e seg.
226. Il Novellino di Masuccio Salernitano, restituito alla sua antica lezione da Luigi Settembrini: Napoli, Morano, 1874. Vedi il Prologo alla terza parte. Sono cinquanta Novelle, divise in cinque parti. Ogni parte comincia con un Prologo, e il primo di essi è indirizzato a Ippolita d'Aragona, cui il libro è dedicato. Ogni Novella ha un Esordio, con cui viene dedicata a qualche illustre personaggio napoletano; segue la Narrazione, e poi viene una conclusione intitolata sempre Masuccio, perchè in essa l'autore fa le sue considerazioni. Il poco che sappiamo di Masuccio trovasi raccolto nel Discorso che il Settembrini ha premesso al volume.
227. Prologo alla terza parte.
228. Prologo primo.
229. Fra i lavori che possono servire a dar notizia esatta di questa parte della nostra storia letteraria, citiamo prima di tutto la Memoria letta nell'Accademia di Berlino da L. Ranke, Zur Geschichte der italienischen Poesie: Berlin, 1837. Questo breve scritto è fra quelli che primi aprirono una via nuova nella storia del Romanzo cavalleresco; esso però non risponde ora più allo stato presente della scienza. Più ampio assai e con molte nuove ricerche sulla storia letteraria, principalmente della Francia, ma in parte anche dell'Italia, è il libro di G. Paris, Histoire poétique de Charles Magne: Paris, A. Franck, 1865. Per ciò che risguarda la nostra letteratura, il lavoro più recente e compiuto è quello del prof. P. Rajna, Ricerche intorno ai Reali di Francia: Bologna, Romagnoli, 1872 (nella collezione pubblicata dalla Commissione dei testi di lingua). In questo libro ed in altri suoi scritti venuti alla luce nel Propugnatore, il prof. Rajna dimostra una conoscenza profonda della materia, conoscenza assai spesso attinta a nuove sorgenti da lui scoperte. Vedi anche Carducci, Scritti letterarî: Livorno, 1874.
230. Vedi a questo proposito i due importantissimi lavori del professore P. Rajna: La materia del Morgante Maggiore in un ignoto poema cavalleresco del secolo XV (Propugnatore, anno II, dispense 1ª, 2ª e 3ª); La Rotta di Roncisvalle (Propugnatore, anno III, dispense 5ª e 6ª; anno IV, disp. 1ª, 2ª, 3ª, 4ª e 5ª).
231. Cito a caso alcune stanze tra le moltissime riportate dal Rajna (Propugnatore, anno II, disp. 1ª, pag. 31-33):
Quando più fiso la notte dormìa
Una brigata s'armò di pagani,
E un di quegli la camera aprìa,
E poi entraron ne' luoghi lontani,
E un di lor ch'è pien di gagliardìa,
Al conte Orlando legava le mani
Con buon legami per tanta virtute,
Ch'atar non si può dalle genti argute.
(Orlando, foglio 92).
Quando più fiso la notte dormìa
Una brigata s'armâr di pagani,
E un di questi la camera aprìa:
Corsongli addosso come lupi o cani;
Orlando a tempo non si risentìa,
Che finalmente gli legâr le mani,
E fu menato subito in prigione,
Senza ascoltarlo o dirgli la cagione.
(Morgante, XII, 88).
Tu sei colei che tutte l'altra avanza,
Tu se' d'ogni beltà ricco tesoro,
Tu se' colei che mi togli baldanza,
Tu se' la luce e specchio del mio cuore, ecc., ecc.
(Orlando, foglio 114).
Tu se' colei ch'ogni altra bella avanza,
Tu se' di nobiltà ricco tesoro,
Tu se' colei che mi dài tal baldanza,
Tu se' la luce dello eterno coro, ecc., ecc.
(Morgante, XIV, 47).
232. Questo episodio fu poi stampato a parte col titolo di Morgante Minore, donde venne l'aggiunta di Maggiore al titolo di tutto il poema, che l'autore aveva chiamato semplicemente Il Morgante.
233. Sono ben noti questi versi, che dànno idea chiara dello spirito mordace, comico e scettico del Pulci:
Rispose allor Margutte: A dirtel tosto,
Io non credo più al nero che all'azzurro,
Ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;
E credo alcuna volta anche nel burro;
Nella cervogia, e quando io n'ho, nel mosto,
E molto più nell'aspro che il mangurro;
Ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
E credo che sia salvo chi gli crede.
E credo nella torta e nel tortello,
L'uno è la madre, e l'altro è il suo figliuolo;
Il vero paternostro è il fegatello,
E possono esser tre, e due, ed un solo,
E diriva dal fegato almen quello.
(Morgante Maggiore, XVIII, 115, 116).
234. Lettera IV, nelle Lettere di Luigi Pulci a Lorenzo il Magnifico: Lucca, Giusti, 1868. Questa bella pubblicazione devesi al chiarissimo signor cav. Salvatore Bongi dell'Archivio di Lucca.
235. Lettera III.
236. Lettera IV.
237. Lettera XXI.
238. Sonetti di Matteo Franco e Luigi Pulci, pubblicati senza data di luogo, l'anno 1759. Grande spontaneità e disinvoltura ha il Franco; ma il Pulci è più poeta ed ha più brio. Fra i sonetti del secondo rende chiara immagine dell'autore quello che incomincia:
Costor, che fan sì gran disputatione
Dell'anima, ond'ell'entri o ond'ell'esca,
O come il nocciol si stia nella pesca,
Hanno studiato in su n'un gran mellone, ecc.
(Sonetto CXLV, pag. 145).
Il Sonetto VIII:
Ah, ah, ah, ah sa' tu di quel ch'io rido;
il LV:
Don, don, che diavol fia? A parlamento;
il LXI:
Chiarissimo maggior dite su presto,
ed altri moltissimi, che sono del Franco, dimostrano chiaro come egli gareggiasse col Pulci per arrivare alla maggiore possibile facilità e disinvoltura. Nello stesso volume, a pag. 151, trovasi la Confessione a Maria Vergine di Luigi Pulci. In essa l'ingrato peccatore confessa le sue colpe, e riconosce il passato errore:
Però qui le mie colpe scrivo e 'ncarno
Con le lacrime miste con l'inchiostro.
Tutto ciò naturalmente non gl'impediva di tornare il giorno dopo a far peggio.
239. Rime edite ed inedite di Antonio Cammelli, detto il Pistoia, per cura di A. Cappelli e S. Ferrari: Livorno, Vigo, 1884; I Sonetti del Pistoia, giusta l'apografo trivulziano, a cura di Rodolfo Renier: Torino, Loescher, 1888.
240. D'Ancona, La poesia popolare italiana, pag. 41 e seg.: Livorno, Vigo, 1878.
241. Questa, è anche l'opinione del prof. Ulisse Poggi, nel suo breve Elogio di Matteo Maria Boiardo, pubblicato nel Supplemento al n. 35 dell'Italia Centrale di Reggio-Emilia, il 23 marzo 1871.
242. Boiardo, Orlando Innamorato, lib. III, canto VII, 1.
243. Questa credenza nella fortuna si manifesta a volte in un modo singolare. Nei libri di Provvisioni della repubblica fiorentina ne abbiamo trovata una del 20 febbraio 1498 (stile antico), che incomincia colla solita formola: In Dei nomine. Amen. E nell'interno dell'I maiuscolo è scritto: Fortuna in omni re dominat. Arch. fiorentino, Consigli Maggiori, Provvisioni, Registro 190, a c. 122 t.
244. Aveva allora settanta anni, e su di lui furono scritti questi versi:
Dum fidus serrare volo patriamque Ducemque,
Multorum insidiis proditus interii.
Ille sed immensa celebrari laude meretur
Qui mavult vita quam caruisse fide.
245. Guidantonio Vespucci e Piero Capponi scrivevano da Lione, il 6 giugno 1494, a Piero de' Medici, che li aveva mandati ambasciatori in Francia: «La Santità di Nostro Signore, il quale di sua natura è vile, et è conscius criminis sui, ecc.» Desjardins, Négociations diplomatiques de la France avec la Toscane, vol. I, pag. 399. Ferrante d'Aragona, nella sua lettera del 17 gennaio 1494, che citeremo più oltre, diceva che il Papa era di sua natura «acuto e timido.»
246. Tutta questa parte della vita di Alessandro VI è minutamente narrata da F. Gregorovius e da A. di Reumont nelle loro Storie di Roma. Il Gregorovius specialmente è quegli che cominciò le più minute e pazienti ricerche sui Borgia.
247. Gregorovius, Lucrezia Borgia nach Urkunden und Correspondenzen ihrer eigenen Zeit, vol. I, pag. 21-22: Stuttgart, Cotta, 1874. Quest'opera dell'illustre scrittore contiene molti importanti documenti. Essa è stata tradotta in italiano, ed ebbe subito in Germania tre successive edizioni.
248. Le ultime e più precise notizie sulla genealogia dei Borgia trovansi nella Lucrezia Borgia di F. Gregorovius. Si possono consultare però, oltre le due Storie di Roma più sopra citate, il Saggio di albero genealogico e di memorie sulla famiglia Borgia, di L. N. Cittadella ferrarese: Torino, 1872; la Rassegna bibliografica su questo lavoro del Cittadella (il quale non è senza errori), pubblicata da A. di Reumont nell'Archivio Stor. It., serie III, tomo XVII, dispensa 2ª del 1873, pag. 318 e segg.; e la Genealogia dei Borgia, Nota dello stesso Reumont al suo proprio articolo, vol. cit., dispensa 3, pag. 509. Nuove notizie ha aggiunto recentemente il signor Yriarte col suo libro César Borgia, sa vie, sa captivité, sa mort, 2 vol.: Paris, Rotschild, 1889. Merita poi una speciale menzione la eccellente pubblicazione del Burcardo, in tre volumi, fatta da L. Thuasne: I. Burchardi, Diarium sive rerum urbanarum commentarii (1483-1506): Paris, E. Leroux, 1883-85. Qui sono aggiunti anche molti nuovi documenti.
249. Figlia d'un suo cugino.
250. Gregorovius, Lucrezia Borgia, vol. I, pag. 22-23, 36-37.
251. Il Guicciardini, acerrimo avversario del Borgia, dice nella sua Storia d'Italia, che Ferrante fu spaventato della elezione del nuovo Papa a segno tale da piangere, cosa in lui insolita. Il Gregorovius, invece, dalle lettere ufficiali di congratulazione vuole argomentarne che nessuno degli Stati italiani ne fosse allora scontento. Ma forse la verità in questo caso, come spesso, sta nel mezzo, e così crede il Reumont. (Vedi il suo articolo sul Codice Aragonese, nell'Archivio Stor. It., serie III, vol. XIV, pag. 375-421). Che il re di Napoli si fosse opposto all'elezione di Alessandro VI, non può dubitarsene. Nel novembre 1492, l'ambasciatore fiorentino Pietro Alamanni scriveva da Napoli a Piero de' Medici, che il Papa sapeva come il Re aveva cercato d'opporsi alla elezione di lui, «et essendo il Papa della natura che è, il Re non si ha persuadere che lo dimentichi così presto.» Vedi Desjardins, Négociations, ecc., vol. I, pag. 434.
252. Nel descrivere il carattere di Lucrezia molti si sono illusi, e qualche volta per futili ragioni. Leggendo negli storici contemporanei, che Lucrezia era «savia e accorta,» o altre simili parole, hanno voluto tirarne conseguenze singolari. Ma queste medesime espressioni si trovano ripetute a proposito della Giulia Bella, e anche del Valentino. Era un modo di dire, specialmente trattandosi di chi aveva buone maniere, e faceva le cose senza provocare troppo scandalo. Il Burcard, nel suo Diario, raccontando una delle orgie del Valentino, la famosa cena delle meretrici, incomincia: «In sero fecerunt coenam cum Duce Valentinense, in camera sua, in Palatio Apostolico, quinquaginta meretrices honestae cortesanae nuncupatae, etc.» Meno irragionevolmente valsero a difesa di Lucrezia Borgia, la sua condotta a Ferrara, e le lodi che essa ebbe allora dall'Ariosto e da altri. Di ciò noi non dobbiamo qui parlare; notiamo però, che nella biografia scritta da F. Gregorovius, si trovano fatti della vita di lei in Ferrara, che somigliano a quelli seguiti in Roma. Sono pochi, è vero, ma Lucrezia aveva allora da fare con un marito che le ricordava la sorte della Parisina; nè essa aveva più la protezione del padre. Quanto alle lodi dell'Ariosto sono frasi di cui fu largo a molti che non le meritavano.
253. Figlio naturale di Costanzo, che era figlio di Alessandro, il fratello di Francesco Sforza.
254. L'Infessura, che descrive anch'egli le nozze, parlando della Giulia, la dice aperto l'amante del Papa, eius concubina, e aggiunge di non voler dire tutto quello che si raccontava della festa, «perchè non vero o, se vero, incredibile.»
255. Questa lettera, in data 13 giugno 1493, indirizzata al duca di Ferrara dal suo ambasciatore Giov. Andrea Boccaccio, ep. mutinensis, trovasi in Gregorovius, Lucrezia Borgia, documento X.
256. Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 327-28 (2ª ediz.).
257. Dispaccio di Giacomo Trotti (Milano, 21 dicembre 1494) citato dal Gregorovius, Lucrezia Borgia, vol. I, pag. 83.
258. Eppure non mancano anche adesso scrittori che vorrebbero attennare le colpe dei Borgia, e trovare in quel Papa almeno un qualche alto concetto politico. Ma i fatti e i documenti parlano ogni giorno più chiaro; nè io capisco davvero come, dopo la pubblicazione dei dispacci di A. Giustianian, si possano ancora aver dei dubbî, o sperare attenuanti.
259. Albèri, Relazioni degli Ambasciatori veneti, Serie I, vol. IV, pag. 16 e segg.
260. C. De Cherrier, Histoire de Charles VIII, roi de France (Paris, Didier, 1868), vol. I, pag. 235. È questo un lavoro pregevole, che pur va letto con circospezione, perchè non senza errori. Delaborde, L'expédition de Charles VIII en Italie: Paris, Firmin Didot, 1888.
261. De Cherrier, op. cit., pag. 242.
262. Lettera di Piero Alamanni a Piero de' Medici, scritta da Napoli il 2 gennaio 1493. Vedila nel Desjardins, Négociations diplomatiques de la France avec la Toscane, vol. I, pag. 442.
263. Desjardins, op. cit., vol. I, pag. 227.
264. Ibidem, pag. 256: lettera del 18 settembre 1493.
265. Ibidem, pag. 327: lettera del 20 settembre 1493.
266. Ibidem, pag. 330-331; lettere del 28-29 settembre 1493.
267. Ibidem, pag. 350: lettera del 21 novembre 1493.
268. Ibidem, pag. 358: lettera del 17 gennaio 1494. Vedi anche a pag. 350 e 352 le lettere del 29 novembre e del 9 dicembre 1493.
269. Ibidem, pag. 359: lettera del 22-23 gennaio 1494.
270. Lettera del 31 marzo 1494. Vedi Appendice, doc. I.
271. Desjardins, op. cit., vol. I, pag. 555: lettera del 7 giugno 1494.
272. Ibidem, pag. 504: lettera del 12 agosto 1494.
273. Ibidem, pag. 514: lettera del 20 settembre 1494. Queste lettere sono scritte quasi tutte da Paolo Antonio Soderini, e indirizzate a Piero de' Medici, che egli poi abbandonò.
Anche il Capponi, che più tardi stracciò i contratti in faccia a Carlo VIII, e tanto contribuì alla cacciata dei Medici, era andato a Parigi come confidente di Piero. Il Commines, nelle sue Mémoires, lo chiama traditore (vol. II, pag. 340); ma egli aveva ragioni personali per essere poco contento di lui. Infatti, quando, insieme con Stefano di Vesc e col Briçonnet, cercò di tramare accordi ed intrighi a favore di Piero de' Medici, gli fu da questo, per mezzo del Capponi appunto, risposto comme par moquerie. (Lettenhove, op. cit., vol. II, pag. 98 e 144). Pare che non si fosse scelto il momento opportuno per queste trattative. Certo è però che, quando furono fatte al Capponi dal vescovo di San Malò proposte contrarie al governo dei Medici, egli ne scrisse subito a Piero, dicendo: «Ho disposto voi non abbiate persona che i fatti vostri tratti con più amore di me.» (Desjardins, op. cit., vol. I, pag. 393 e segg.). La sua condotta non è molto chiara, ma non c'è neppure da fidarsi del giudizio del Commines, perchè egli intrigava allora per conto proprio. Secondo lui Lodovico il Moro aveva dato troppo poco danaro ai ministri del Re: «Si argent ils devoient prendre, ils en devoient demander plus.» (Commines citato dal Lettenhove, op. cit., vol. II, pag. 97).
274. Beatrice sposò il 25 giugno 1475 Mattia Corvino, re d'Ungheria, e dopo la morte di lui, sposò Lodovico re d'Ungheria il 23 luglio 1493. Sciolto il matrimonio, tornò a Napoli nel 1501, e morì nel 1508.