Il principe di Metternich, che fu invece grande oppositore di Napoleone, rappresentante contro lui delle vecchie tradizioni e della reazione europea, fu anche un avversario dichiarato del Machiavelli, di cui parla con grande disprezzo nelle sue Memorie. Noi qui non vogliamo prendere in esame le poche parole che ne dice in una nota,[633] perchè sono le solite vecchie e vuote frasi senza valore. Tutto intento a descrivere sè stesso, non quale fu veramente, ma quale voleva esser tenuto dalla posterità, il Metternich insiste di continuo sulla indissolubile unione della morale con la vera politica, con la vera diplomazia, che debbono valersi solamente di mezzi leali ed onesti. Partendo da questi principii, ai quali noi sappiamo quanto poco si attenne nella pratica, egli muove guerra alla Rivoluzione, a Napoleone, al Machiavelli, ripetendo sempre che la morale, la lealtà, la giustizia sono i soli criterî coi quali si possono sicuramente giudicare le azioni dei principi e dei popoli, il valore reale di ogni politica. Ma quando poi viene ad esaminare il carattere di Napoleone I, e domanda a sè stesso: fu egli sostanzialmente buono o cattivo? Quale è allora la sua risposta? «Ad un uomo come Napoleone,» egli dice, «non si può applicare nè l'uno nè l'altro epiteto, nel senso che generalmente si dà a queste parole. Occupato dalla sua grande impresa, avanzava sempre, schiacciando tutto quello che incontrava per via, senza poter mai fermare il suo carro. Egli aveva due facce: come uomo privato, era assai alla buona e molto trattabile; come uomo di Stato, non aveva alcun sentimento. Non v'è che un solo modo di giudicarne la grandezza, e sta tutto nel saper giudicare la sua opera, ed il secolo che egli riuscì a dominare. Se quest'opera fu veramente grande, tale deve esser giudicato anche Napoleone I; se invece fu effimera, tale è anche la sua gloria.»[634] Ma tutto questo ragionamento, che forma certo uno dei brani migliori nelle Memorie del Metternich, è una negazione della teoria, che egli pretende di darci come norma costante della sua condotta, e colla quale vuol combattere il Machiavelli, di cui, senza avvedersene, finisce poi coll'ammettere la dottrina fondamentale, che politica, cioè, e morale sono due cose assai diverse.

Il Machiavelli non era però restato lungamente senza difesa. Appena in fatti, colla nuova filosofia, cominciò nel secolo XVI una critica indipendente, sbalzarono subito voci autorevoli in favore di lui. Giusto Lipsio fu dei primi a dichiarare, che egli lo credeva superiore a quanti avevano mai scritto del principato. Gli doleva solamente che non avesse sempre condotto il suo Principe nella via della virtù e dell'onore, giacchè troppo spesso aberravit a regia hac via. Questa dichiarazione per altro non bastò a salvarlo dagli assalti, che ben presto gli mossero i nemici del Machiavelli, dai quali dovette difendersi.[635] Poco dopo venne Bacone da Verulamio, il quale, pratico com'era degli affari, e promotore della filosofia sperimentale, si dichiarò aperto fautore del Machiavelli, dicendo che bisognava esser grati a lui ed a tutti coloro che come lui esaminarono ciò che gli uomini fanno, non ciò che dovrebbero fare.[636] Tali parole dimostrano chiaro, che egli aveva giustamente veduto un lato sostanziale, ma un lato solo del Machiavelli. Questi in vero esaminò ciò che gli uomini fanno, ma per indagar poi quello ancora che debbono fare in determinate condizioni, specialmente per riuscire nei loro fini. Le sue opere sono infatti piene di consigli e di precetti pratici. Ebbe quindi ragione Traiano Boccalini quando, nello stesso secolo, ci rappresentò, in una forma satirica e burlesca, il Machiavelli, che condotto innanzi ad Apollo, si difende contro la condanna del fuoco, cui volevano sottoporlo. «Io non capisco,» così gli fa dire, «perchè mi si voglia condannare, non avendo io fatto altro che descrivere la condotta e le azioni dei principi, quale ce la narrano tutte le storie. Se essi non sono puniti di ciò che fanno, debbo io esser condannato al fuoco per aver descritto le loro azioni?» Ed aggiunge che, dopo una tale difesa il Machiavelli stava per essere assoluto, quando l'avvocato fiscale affermò, che era stato veduto di notte in mezzo ad una mandra di pecore, alle quali cercava porre in bocca denti di cane. In questo modo, osservava, non sarebbe stato più possibile farle governare come prima da un solo guardiano, col fischio e con la verga. Così fu pronunziata la condanna.[637] Nè è difficile capire il senso della favola.

Anche Alberigo Gentile, tanto celebrato pel suo libro De iure belli, s'era già nel secolo XVI chiaramente avvisto, che il Machiavelli non era un semplice descrittore di fatti, avendo colle sue opere desiderato e cercato di promuovere anche la libertà. Lo chiamava perciò democratiae laudator et assertor acerrimus, tyrannidis summe inimicus, aggiungendo che, sotto colore d'istruire i principi, aveva voluto svelare ai popoli gli arcani della tirannide.[638] E questa opinione trovò un numero sempre crescente di sostenitori. Il Rousseau scriveva nel suo Contratto sociale, che il Principe era il libro dei repubblicani, perchè, fingendo di dar lezioni ai re, ne aveva date invece ai popoli.[639] E l'Alfieri, che all'alto ingegno univa un nobile carattere, e non soleva nominare il Machiavelli senza chiamarlo anche divino, affermò: «Se nel Principe si trovano a mala pena sparse alcune poche massime tiranniche, esse sono esposte solo per svelare ai popoli le crudeltà dei re, non certo per insegnare a questi ciò che essi han sempre fatto e sempre faranno. Le Storie e i Discorsi, invece, spirano in ogni pagina grandezza d'animo, giustizia e libertà, nè si possono leggere senza sentirsi ardere da questi sentimenti. Pure il Machiavelli fu creduto un precettore di tirannide, di vizî e di viltà; e così avvenne, che la moderna Italia, in ogni servire maestra, non riconobbe il solo vero filosofo politico che ella abbia avuto finora.»[640]

Sebbene questi scrittori parlassero del Machiavelli per incidenza, pure l'autorità della loro dottrina e del loro ingegno era di gran lunga superiore a quella di coloro che se n'erano fatti accusatori, ed ebbe perciò un peso assai maggiore. Se però vogliamo essere giusti, è forza notare che, pure andando per opposti sentieri, gli uni e gli altri cadevano in un medesimo errore. I detrattori del Machiavelli credevano che bastasse denigrare il suo carattere, per condannarne le dottrine; i suoi difensori credevano invece che, esaltandone il patriottismo, dimostrando l'amore che egli ebbe per la libertà, venivano nello stesso tempo a provare implicitamente il valore e la verità delle sue dottrine. E non si capiva che, se la questione del Machiavelli non era un caso di coscienza, non era neppure una disputa di patriottismo e di liberalismo. Il punto essenziale doveva essere: Aveva egli detto il vero o il falso? Che valore scientifico hanno le sue dottrine? Tutto il resto doveva venire in seconda linea. È evidente che, anche difendendo il dispotismo, si può essere un uomo di grande ingegno, come si può essere un retore ed un uomo tristo, pur difendendo la libertà. Nondimeno pareva che tutto questo non si volesse riconoscere, e si continuò un pezzo, specialmente in Italia, ad andar sempre per la medesima via. Quando infatti cominciarono fra di noi le aspirazioni nazionali, e la letteratura divenne il mezzo più efficace ad apparecchiare la nostra redenzione politica, tutto allora, anche la critica, volle avere un fine, una tendenza patriottica. Ed il Machiavelli repubblicano, nemico dei Papi, sostenitore dell'unità e dell'indipendenza italiana, divenne per molti addirittura un idolo, senza che altro si richiedesse da lui. Il Foscolo che nei Sepolcri lo esaltò come un nemico dei tiranni[641], lo esaltava nelle Prose come un avversario dei Papi e degli stranieri, un fautore della repubblica e della indipendenza nazionale.[642] Il Ridolfi, nel suo libro sul Principe,[643] credè di assolvere il Machiavelli da ogni accusa, osservando che egli voleva liberare la patria dallo straniero, impresa per la quale tutto è permesso. E così i critici di questa scuola continuarono un pezzo fra noi, pubblicando lavori che erano sempre animati da sentimenti patriottici, e dimostravano uno studio, una ammirazione sincera pel Machiavelli; ma, salvo uno scritto dello Zambelli, per molti rispetti assai pregevole, e del quale parleremo fra poco, essi non facevano altro che ripetere, con maggiore o minore eloquenza, le medesime idee generali e indeterminate.

Una critica non molto diversa, sebbene con maggiore apparato di dottrina, si fece strada anche in Germania. Quando colà cominciarono a rendersi più vive le aspirazioni verso l'unità nazionale, sotto l'egemonia della Prussia, e l'attenzione si volse ad esaminare la realtà vera delle condizioni politiche del paese, si ebbe una più esatta idea delle difficoltà pratiche che si presentavano, dei mezzi coi quali solamente si potevano superare, e si comprese allora il gran valore che avevano le sentenze del Machiavelli, il quale fu perciò studiato ed ammirato assai più di prima. L'avere egli invocato un principe liberatore, che riunisse la patria, e la liberasse dallo straniero, l'essere stato nemico del Papa, erano tutte condizioni che, come gli avevano cresciuto favore in Italia, quando essa mirava ad abbattere il potere temporale dei Papi, e liberarsi dallo straniero sotto l'egemonia del Piemonte, così gliene crescevano nella Germania protestante, che voleva costituirsi per una via non molto diversa. Ciò spiega il gran numero di libri, di opuscoli, di articoli di riviste e giornali tedeschi, che negli ultimi anni parlarono del Machiavelli con grande entusiasmo, pieni sempre di sentimenti patriottici. Citeremo un solo esempio, fra i molti che si potrebbero addurre. Il signor Bollmann, nella sua Difesa del Machiavellismo, pubblicata l'anno 1858, incomincia coll'osservare che la morale politica è profondamente diversa dalla privata; che l'una non ha quasi relazione con l'altra; che in mezzo alla malvagità degli uomini ed alle miserie della patria, il volerla salvare con una nobile e leale condotta sarebbe pazzia: ci vuole fermezza di volontà e chiarezza di mente, lasciando da parte ogni sentimentalismo. Il Machiavelli ebbe il gran merito di esporre francamente queste verità. Egli credette di trovare in Cesare Borgia le qualità necessarie, e lo propose a modello. A dimostrare poi che questa difesa non deriva da fantastica e teoretica ammirazione per uno straniero, il Bollmann si rivolgeva alla Germania, cercando dimostrarle, che allora nessuno de' suoi partiti politici poteva salvarla. Era quindi necessario che sorgesse in Prussia un principe riformatore ed armato, quale appunto era stato descritto dal Machiavelli. Questo principe, egli concludeva, potrà nell'interno seguire le norme della giustizia e della morale; ma di fronte allo straniero, seguendo i consigli del Machiavelli, non penserà nè a mitezza, nè a crudeltà, nè a fede, nè a onore, nè a vergogna, ma solo alla salute della patria. Quando sorgerai, o principe dell'avvenire?[644] Siffatti scrittori apparivano in Germania quando già gli studi storici, massime sul nostro Rinascimento, avevano fatto gran cammino, e però non di rado or gli uni or gli altri scrittori s'allargavano a considerazioni generali più o meno notevoli. Pure in essi si faceva sempre strada un patriottismo che, per quanto si voglia lodare, riesciva spesso inopportuno, e finiva coll'attribuire al Machiavelli idee che questi non ebbe mai, specialmente poi nella forma tutta moderna, in cui gli venivano attribuite.

Era però da un pezzo cominciata anche una critica più scientifica, che lentamente, ma costantemente faceva il suo cammino. Il Raumer e lo Schlegel, per esempio, avevano creduto di trovare la sorgente degli errori del Machiavelli nell'aver egli avuto un concetto antico e pagano dello Stato, tale infatti che faceva scomparire ogni valore morale dell'individuo, non riconoscendo altro che l'intelligenza e la forza. Nello Stato del Machiavelli, aggiungeva lo Schlegel, non si sa nulla di Dio e de' suoi precetti; nè si vede che il male d'Italia veniva dalla corruzione del suo popolo, a cui bisognava innanzi tutto portare rimedio.[645] Il Matter trovava invece la sorgente degli errori nella separazione della politica dalla morale. Così, egli diceva, si dimenticarono i diritti del popolo; ed il principe cercò uno Stato per suo uso, che avesse uno scopo indipendente dalla giustizia.[646] Questi non furono, è vero, che deboli ed incerti tentativi; ma pur si cominciava con essi a riconoscere, che il merito o demerito delle dottrine, bisognava cercarlo non nel carattere dell'autore, ma nei suoi scritti, ad essi applicando quei criteri scientifici che si credevano giusti. Il Franck, assai più recente, cercò di entrare anch'egli in questa nuova via. Secondo lui, il Machiavelli, dopo aver diviso la politica dalla morale, esaminando due sole forme di governo, la monarchia e la repubblica, non trovò nè cercò mai i vincoli che possono unire la monarchia alla libertà. I suoi errori non sono conseguenza del male che egli non voleva, ma delle false premesse, da cui logicamente li deduceva. I vari elementi sociali, l'individuo e la coscienza, sono sottomessi all'unità dello Stato; i vizî e le virtù sono considerati come qualità relative, che bisogna stimare o biasimare, non già per sè stesse, ma per gli effetti che ne derivano. E però il suo nome resta odioso anche quando vengono remosse tutte le ingiuste accuse. In conclusione però il Machiavelli era, secondo il Franck, un uomo senza principii, che nell'ordine politico non credeva alla distinzione fra il bene ed il male, non riconosceva una giustizia assoluta, nessun dovere inviolabile, e sottometteva i diritti più sacri dell'umanità alla ragione di Stato.[647]

Lasciando però da parte che così il Franck ritorna, sebbene in una forma assai più mite, a quella guerra personale contro il carattere del Machiavelli, che dapprima sembrava volesse evitare, due sono in genere i difetti principali di questi critici. Essi vogliono dedurre l'intera dottrina del Machiavelli da alcune poche idee molto semplici e molto chiare, sulle quali rivolgono tutta quanta la loro attenzione. Ma il Machiavelli non ha mai una forma rigorosamente filosofica e sistematica; la sua mente, le sue opere sono molteplici e varie; le sue dottrine si formano di parti diversissime, nelle quali è qualche volta difficile trovare un nesso che le unisca. Se non si esaminano da ogni lato, sotto i loro mille mutabili aspetti, riesce impossibile comprenderle. La divisione della politica dalla morale è una sola delle molte questioni su cui deve fermarsi il critico. Ma da essa solamente non si può certo dedurre tutta la dottrina. Un altro errore di questa scuola è quello di voler esaminare gli scritti del Machiavelli, senza quasi occuparsi della sua vita e de' suoi tempi; onde le sfugge assai spesso lo scopo pratico che le dottrine avevano, e le riesce quindi impossibile determinarne il carattere ed il valore. Non si capirà mai il Principe, se prima non si conoscono i fatti che lo ispirarono, le condizioni in cui fu scritto, lo scopo pratico che si propose. È ben vero che così in esso come nei Discorsi v'è un'idea pagana dello Stato; ma se non si aggiunge che questa idea prese in Italia, durante il Rinascimento, una forma affatto nuova, tutta propria di quel tempo, e non si definisce quale era questa forma, non si capirà mai nulla del Machiavelli.

Fra questi critici va collocato anche P. S. Mancini, il quale, venuto più tardi, allargò i confini della scuola, non evitandone però gli errori. Egli incomincia col dichiarare di voler esaminare il valore intrinseco delle dottrine, cosa che non crede sia stata ancora fatta da nessuno. La questione principale anche per lui sta tutta nella separazione della politica dalla morale, separazione che egli condanna senza riserve. Aggiunge poi giustamente: il Machiavelli voleva liberare lo Stato dalla Chiesa, e perciò separava la politica dalla teologia, dalla religione, dalla morale, dall'astratta filosofia scolastica, applicando ad essa il metodo storico e sperimentale.[648] Insiste ancora, e con ragione, nell'affermare che il Machiavelli non pensò mai a negare la virtù, la giustizia, la libertà, le quali anzi ammirò ed esaltò, come dimostrano chiaramente infiniti brani, alcuni dei quali vengono da lui citati e riprodotti. Siccome però il punto fondamentale riman sempre la separazione della politica dalla morale, il che è dal Mancini dichiarato un errore gravissimo, così tutte le citazioni fatte non valgono a salvare il Machiavelli dalla condanna. Questi proponendosi, sopra ogni cosa, di salvare l'indipendenza dello Stato, cercò i mezzi che conducono ad un tal fine, buoni o cattivi che fossero, e divenne perciò l'antesignano degli utilitari. «Così la politica, abbandonata a sè stessa, ed allevata in una selvaggia indipendenza, addiviene una teoria sistematica di mezzi senza presupposta rettitudine di volontà.»[649] L'aver creduto possibile di escludere dal campo proprio di essa il problema morale, lo fece cadere in «un errore fondamentale, che guasta e corrompe tutto il sistema,» il quale rimane affatto «destituito della salda base di cui abbisogna.»[650] È chiaro che il valore intrinseco di questa dottrina si deve ridurre a ben poca cosa, quando essa manca della necessaria base, quando è adulterata da un veleno intrinseco, che tutta la corrode e corrompe.

Secondo il Mancini, la parte meno originale nelle opere del Machiavelli è quella che parla del principato, perchè imitata da Aristotele e da San Tommaso,[651] il che, come abbiamo già visto, non è esatto. Suo merito sarebbe l'essere egli riuscito a dimostrare come il principato assoluto debba, per preservare la sua esistenza, adoperare, quali mezzi ordinarî di governo, l'immoralità e l'ingiustizia; mirare sempre al fine dinastico, non al bene dello Stato e del popolo, dal che ne segue implicitamente «la condanna più sapiente, più perentoria della monarchia assoluta.»[652] — Sfortunatamente però questo merito indiretto non si può, secondo noi, attribuire al Machiavelli, che s'adoperò invece a dimostrare la storica necessità del dispotismo in alcune condizioni sociali, cosa di cui l'Europa de' suoi tempi gli offriva una dimostrazione incontrastabile. Egli era profondamente convinto, che solo il potere assoluto poteva colla forza riunire e salvare dall'anarchia un popolo corrotto, e lo disse chiaro. Anzi in ciò appunto, non già nella indiretta condanna dell'assolutismo, sta tutto il significato del Principe, che è un prodotto originale della mente e dei tempi del Machiavelli, non una imitazione d'Aristotele. È qui che bisogna giudicarlo e decidersi ad assolverlo o condannarlo. Così, sebbene il Mancini cercasse d'allargare le sue osservazioni, finì col restringersi anch'egli a voler dedurre tutta la dottrina del Machiavelli da poche e semplici premesse, nè s'occupò in modo alcuno dei tempi. Qualche volta infatti egli sembra esaminare il Principe e i Discorsi, come se si trattasse addirittura di opere composte ai nostri giorni, senza tener conto alcuno delle condizioni storiche, in cui furono scritte. E quando dà al Machiavelli lode meritata, per aver separato la politica dalla scolastica e dalla teologia, dimentica affatto così coloro da cui questi era stato preceduto, come coloro che avevano con lui lavorato al medesimo fine. Di tutto ciò il Mancini si sarebbe, col suo acuto ingegno, facilmente accorto, se avesse preso in più attento esame i critici che avevano scritto prima di lui.

Già da un pezzo s'era cominciato a mettere il Machiavelli in relazione coi tempi; qualche tentativo anzi s'era visto sin dal principio del nostro secolo. Il Rehberg, che scrisse quando la Germania era oppressa dai Francesi, e non senza pensare a ciò, giudicava il Principe opera d'un ingegno grandissimo, ma privo di un alto ideale, e che perciò non pensava punto al vero benessere del genere umano. Essendo la repubblica divenuta allora impossibile in Italia, egli si rivolse a ciò che era pratico, immaginando un monarca forte e potente, che sperò di trovare in uno dei Medici. In tal modo pensava di poter cacciare i barbari dall'Italia, lasciando che il popolo aiutasse l'alta impresa, come e quanto poteva. I suoi consigli furono dati in queste condizioni politiche, e bisogna tenerne conto nel giudicarli. La immoralità di molti di essi non repugnava all'autore, perchè anch'egli era macchiato dai corrotti costumi del secolo.[653] Quasi contemporaneamente il Ginguené cercava di dare, nella sua Storia della letteratura italiana, un giudizio largo ed intero su tutte le opere del Machiavelli, tenendo conto dei tempi e dello scopo pratico, che l'autore aveva costantemente preso di mira.[654]

Ma questi ed altri lavori simili, sebbene dotti e lodevoli per nuove indagini, sebbene esaminassero il Machiavelli sotto vari aspetti, non potevano riuscire ad un resultato soddisfacente, perchè mancavano d'un metodo rigoroso. Erano osservazioni più o meno acute, più o meno originali, sempre però incompiute ed incerte. I primi tentativi d'un vero esame scientifico cominciarono con la nuova critica storica, e furono fatti dal Ranke e dal Leo, i quali ci lasciarono solo poche pagine sul Machiavelli; ma in esse una via più larga e sicura era indicata. Leopoldo Ranke, che sin dalla sua prima giovinezza s'annunziò come un uomo di straordinario ingegno, e fondò poi una grande scuola storica in Germania, pubblicava nel 1824 le sue brevi considerazioni sul Machiavelli, insieme con altre su molti storici italiani del secolo XVI.[655] Nei Discorsi, egli dice, il Machiavelli ragiona sulla storia romana e su Tito Livio; ma in realtà si occupa poco di ciò, perchè il suo pensiero è rivolto all'avvenire d'Italia, in cui aiuto chiama l'esperienza del passato. La grandezza di Roma a lui non sembra derivare da una forza interiore del popolo romano, ma da alcune massime, da alcuni assiomi, che espone agl'Italiani, perchè, seguendoli, possano giungere alla medesima grandezza. Per riuscirvi però, sarebbe stato necessario un altro popolo, che avesse avuto forza e virtù, un'altra educazione morale. Egli andava quindi dietro all'impossibile, e dovette più volte accorgersene, e disperare, persuadendosi finalmente, che occorreva un principe assoluto, per rimediare colla violenza alla generale corruzione. Anche nell'Arte della Guerra, dopo avere escogitato le combinazioni diverse sui modi di formare in Italia un esercito a similitudine del romano, finiva col disperare, tornando all'idea che risulta dai Discorsi, cioè alla necessità di uno Stato forte, con potere assoluto. Chi fonderà un tale Stato, sarà come Filippo di Macedonia, e s'impadronirà dell'Italia. Questa idea di riunire la patria, che forma il soggetto del Principe, v'era già nel Rinascimento, e molte volte gli scrittori l'avevano accennata.[656] Al tempo di Leone X erano grandi le speranze dei Medici su tutta o gran parte d'Italia, e i loro amici si lusingavano molto. In tali condizioni fu ideato il Principe.

Qui il Ranke viene ad esaminare quelle che chiama le fonti del libro, e cita la prima volta alcuni brani che sembrano davvero imitati da Aristotele, specialmente in ciò che si riferisce alla natura del tiranno. Questi brani però non solo si riducono a poca cosa, e descrizioni simili del tiranno si trovano anche in San Tommaso, nel Savonarola ed in molti scrittori del Medio Evo e del secolo XV; ma lo stesso professor Ranke, col suo inarrivabile acume, ammette subito che il Machiavelli dette ad essi un significato diverso, e che anzi in questa diversità sta appunto il valore de' suoi scritti.[657] Aristotele descrive i vizi del tiranno, aggiungendo che il vero sovrano deve sforzarsi di essere giusto e buono, perchè il fondamento dello Stato e della politica deve essere la giustizia. Il Machiavelli sostiene invece, che il principe nuovo, se non vuole rovinare fra i tristi, deve serbar le apparenze di buono; ma esser pronto a divenire crudele, a violare la fede, quando la necessità lo imponga nell'interesse dello Stato. Così quello che per Aristotele è un fatto, diviene pel Machiavelli un precetto; e quindi la imitazione propriamente detta nei punti essenziali scomparisce del tutto, e la pretesa fonte non è più una fonte.[658] Ed il professor Ranke riconosce anch'egli, non ammette anzi ombra di dubbio, che il Principe sia sostanzialmente ispirato dai nuovi tempi, dei quali fa parte, e senza i quali non sarebbe intelligibile. Il suo scopo, così continua, è veramente immediato e pratico; se l'intitolazione dei capitoli è generale, il contenuto di essi è sempre speciale. Non è un trattato generale, sono consigli che il Machiavelli dette a Lorenzo, come più tardi ne dette a Leone X. Prese a modello Cesare Borgia, che aveva somiglianza con colui al quale il Principe venne dedicato, e per cui fu scritto. L'uno infatti era figlio, l'altro nipote d'un papa; ambedue speravano di poter fare grandi conquiste. Tutta la prima parte, cioè i primi dodici capitoli si riferiscono a Lorenzo, alle condizioni in cui egli si trovava, ed a quelle in cui trovavasi l'Italia. La seconda e la terza parte, cioè gli ultimi quindici capitoli, sono in istretta relazione colla prima. In conclusione, tre cose sono certe, secondo il Ranke: 1º Che il Machiavelli era persuaso della necessità di un principe per l'Italia; 2º Che i Medici, e massime Lorenzo, erano desiderosi e pronti ad assumere questo principato; 3º Che il libro non solo fu dedicato a Lorenzo, ma fu scritto per lui.[659] Chi perde di vista questo suo scopo pratico, non ne comprende più nulla. Il suo vero significato è il seguente: Questa Italia corrotta, solo da un principe, con mezzi crudeli e violenti, può essere unita e riuscire a cacciar lo straniero. Fino a che il governo libero di Firenze si resse, il Machiavelli servì la repubblica, e fu contento della libertà fiorentina. Tornati i Medici, dimesso egli da ogni ufficio, si destò in lui l'Italiano, e pensò al modo di liberare la patria comune, anche sacrificando la libertà di Firenze. Ma i Medici furono cacciati, la repubblica ristabilita, ed il partito popolare non gli perdonò l'aver voluto sacrificare all'Italia la libertà di Firenze. In conclusione, il Machiavelli cercava la salute d'Italia, che era in condizioni disperate, e fu ardito abbastanza da prescriverle, come unica medicina, il veleno.[660]

Il Ranke adunque, col suo sguardo acuto e col suo ingegno superiore, riconobbe il patriottismo del Machiavelli, e l'ispirazione che aveva continuamente dato alle opere di lui. Mentre però da una parte ricordò appena che il Machiavelli, dopo avere scritto il Principe, pensò pure di cavarne qualche vantaggio personale, dall'altra lo ridusse un po' troppo ad un libro d'occasione, senza tuttavia negargli affatto ogni carattere generale e scientifico.[661] Nè è vero che il Principe fu scritto per Lorenzo esclusivamente, giacchè era stato prima indirizzato a Giuliano, e solo dopo la costui morte venne dedicato a Lorenzo. Eccessivo addirittura riesce poi l'applicare tutte queste considerazioni, nello stesso tempo, al Principe e ai Discorsi, quasi fossero un'opera sola, con uno scopo unico; e ciò perchè anche dai secondi risulta la necessità del principato.[662] Il carattere assolutamente scientifico e generale dei Discorsi apparisce in ogni pagina troppo evidente per poterne dubitare. E se in essi, come afferma il professor Ranke, l'autore attribuisce tutta la grandezza dei Romani all'avere questi seguìto costantemente alcune savie massime di politica e di governo, era opportuno, ci sembra, prendere in esame il valore di tali massime, le quali di certo non possono essere un veleno prescritto come unico rimedio a salvare un popolo corrotto. Occupato a cercar la relazione che passa tra il Principe e le condizioni in cui fu scritto, egli trascurò troppo l'esame del valore intrinseco e del valore storico delle dottrine ivi esposte. Se però si considera, che il suo era un lavoro giovanile di poche pagine, il quale iniziò nondimeno una critica nuova del Machiavelli, allora il merito dell'autore apparirà grandissimo davvero.

Due anni dopo pubblicato lo scritto del Ranke, venne alla luce in Berlino la traduzione delle lettere del Machiavelli, fatta da Enrico Leo, e preceduta da una sua prefazione.[663] In questa erano combattute alcune idee del Ranke, ed in mezzo ad osservazioni di un valore assai disputabile, ve n'era pure qualcuna giusta ed originale. Il Leo fu tra i primi ad osservare, che il Principe, quale lo aveva descritto il Machiavelli, era stato un fatto storico ed inevitabile nel Rinascimento. Questo Principe e la sua condotta politica avevano quindi bisogno di essere spiegati e giustificati come storicamente necessarî, e ciò fece la prima volta il Machiavelli. Veleno o non veleno, diceva il Leo,[664] alludendo alle parole del Ranke, qui sta tutta la grande importanza del libro, ed il sentimento confuso di ciò che esso veramente era, lo fece leggere e studiare con ammirazione. «Ma (ed è qui che il Leo entra, secondo noi, in un terreno assai disputabile), se il libro ebbe realmente un gran peso nel mondo, non è questa una ragione per concluderne, che un egual valore ebbe colui che lo scrisse. Il Machiavelli sperò di cavarne qualche utile per sè, e quanto al resto, che cosa importava a lui del genere umano? Egli spiegò e giustificò il Principe, per far piacere ai Medici, per avere un ufficio, e la sua spiegazione riuscì invece utile alla società. Che un Italiano si persuada, che un tale uomo volesse davvero scrivere un libro per salvare la patria, si può perdonare all'amor proprio nazionale; ma ci vuol troppa ingenuità, perchè se ne persuada uno straniero. Come poteva il Machiavelli, il quale parlava con tanto disprezzo de' suoi connazionali, pensare sul serio che essi fossero capaci di cacciar dall'Italia Spagnuoli, Francesi e Tedeschi? Egli non pensava a liberare l'Italia, pensava ad avere un ufficio. Indirizzò il libro a Giuliano, e quando da lui non potè sperare più nulla, lo dedicò invece a Lorenzo, aggiungendovi quell'ultimo capitolo, che risponde così poco al concetto generale di tutta l'opera.[665]»

In questo modo il patriottismo del Machiavelli, che il Ranke aveva con tanto acume veduto e posto in evidenza, è stranamente negato dal Leo, che, dopo aver riconosciuto tutta l'importanza e l'originalità del Principe, vorrebbe levarne ogni merito all'autore, dando al suo libro un gran valore storico, ma quasi accidentale e casuale, o almeno affatto impersonale. Egli non vede, non sospetta neppure, che l'ultimo capitolo è la sintesi ultima di tutto il resto, che il concetto se ne trova in germe anche nei Discorsi. Nè qui ci fermeremo ad esaminare la teoria esposta dal Leo, d'una coscienza germanica e d'una coscienza latina. La prima, secondo lui, si modifica, si altera secondo le diverse relazioni in cui si trova con gli uomini e con la società; la seconda resta inalterabile al pari d'un cristallo, facendo col mondo esteriore quasi una partita a scacchi, come se il bene ed il male che va compiendo, non la toccassero punto. Tutto quello che possiam dire, senza entrare in una disputa, che sarebbe qui fuori di luogo, si è che il Leo da alcune osservazioni fatte sul Rinascimento, passa troppo presto, per non dir troppo leggermente, a determinare non già le condizioni in cui erano allora lo spirito umano e lo spirito italiano, ma il carattere dei popoli latini in generale, arrivando così a scoprir due coscienze, una germanica ed una latina.[666] E di ciò si vale poi, non a determinare o definire le colpe del Machiavelli, non a spiegarne il carattere, ma ad inveire sempre più contro di lui. Se avesse invece circoscritto i proprî giudizî al periodo del Rinascimento, sul quale faceva allora le sue osservazioni,, ne avrebbe cavato conseguenze meno generiche e più giuste. Sarebbe stato anche più cauto se, volendo condannare il cinismo dissoluto, come egli dice, e lo scetticismo del Machiavelli, non avesse citato a sostegno delle asserzioni la Descrizione della Peste, che nessun critico autorevole crede scritta da lui. Nè sappiamo capire, perchè mai neghi a Francesco Vettori quell'ingegno e quella coltura che pur tanto chiare appariscono dalle sue lettere, dalle sue opere, dalla sua vita. Ma se, lasciando da parte le divagazioni, le troppo acerbe e poco ponderate critiche, noi uniamo la molto giusta, quantunque breve e fugace osservazione del Leo sul valore storico del Principe, a quelle fatte dal Ranke sul carattere politico del Machiavelli e de' suoi scritti, cominciamo a veder chiara quale è la via che bisogna percorrere, per arrivare a qualche risultato soddisfacente e sicuro. Crediamo quindi che si debba dar lode non piccola a questi due scrittori, specialmente al Ranke, sebbene non ci abbiano lasciato sul Machiavelli che poche pagine, nelle quali si contengono solo osservazioni staccate. Ma essi non si erano proposto di scrivere un libro, e neppure un opuscolo sul difficile tema.

Ad un lavoro più lungo si accinse il Macaulay col suo celebre Saggio, pubblicato nella Rivista d'Edimburgo (1827), un anno dopo il lavoro del Leo. Quel suo scritto ebbe in Inghilterra grandissima fortuna, pel merito letterario dell'autore, e perchè era veramente il primo tentativo d'un esame serio e compiuto del Machiavelli e delle sue opere. Il Macaulay era un uomo del secolo XIX con le idee del XVIII, scrittore elegante ed eloquentissimo, narratore impareggiabile, espositore lucidissimo, ma di un ingegno poco filosofico, e qualche volta anche superficiale. La sua critica scientifica era assai più debole del suo gusto e giudizio letterario. Volendo sempre ridur tutto a grande semplicità ed evidenza, evitava troppo spesso le maggiori difficoltà con uno sforzo d'eloquenza. Per lui il Machiavelli è un enigma, che si spiega assai facilmente coi tempi. Incomincia descrivendoci come nelle opere di lui si trovino sentenze, che esaltano la virtù col più puro entusiasmo, accanto ad altre, che il più corrotto diplomatico oserebbe appena comunicare in cifra a qualche sua spia. Procede poi, con molta eloquenza, con smaglianti colori, a ritrarci il carattere nazionale degl'italiani del Rinascimento, nei quali trova le stesse contradizioni che nel Machiavelli. In questo modo l'enigma è, secondo lui, risoluto; tutto divien chiaro. Ma, lasciando anche da parte, che egli ci pone dinanzi agli occhi un ritratto, che è solo la riproduzione vivace d'un tipo generico e convenzionale dell'Italia, quale fu per molto tempo immaginata dagli stranieri, che cosa potrebbe mai cavarsene, quando anche il ritratto fosse così fedele com'è eloquente? Noi avremmo contradizione nel carattere degl'Italiani, contradizione nel carattere e nelle idee del Machiavelli; bisognerebbe spiegare un enigma con un altro: ecco tutto. Oltre di che, per spiegar l'uomo coi tempi, si finisce di nuovo col negare al Machiavelli ogni individualità ed originalità sua propria. Quanto poi al valore intrinseco delle dottrine politiche, esso rimane affatto oscuro al critico inglese, che non riesce nè a spiegarle nè a giudicarle. Ci dà invece osservazioni e giudizî molto precisi sulle opere letterarie, di cui esamina anche lo stile con una sicurezza singolare davvero in uno straniero. Da storico valente qual egli era, discorre con molta perizia ed acume delle Legazioni; è anzi fra i primi a notare il gran tesoro di notizie e di ritratti che in esse si trovano. E con esse alla mano, difende vittoriosamente il Machiavelli dalla strana e ridicola accusa, già fatta allora e ripetuta anche poi, d'avere consigliato Cesare Borgia e preso anche parte ai suoi delitti in Romagna. Pone in rilievo il patriottismo del Machiavelli, e gli sforzi costanti e generosi che fece, per dare all'Italia una milizia nazionale, fatto, egli osserva giustamente, che per sè solo basterebbe a rendere per sempre onorato il suo nome. E così, trasportati dalla sua affascinante parola, noi arriviamo ai quattro quinti del Saggio, senza che ancora sieno stati esaminati il Principe, i Discorsi e le Storie, cioè le opere su cui riposa principalmente la fama del Segretario fiorentino.

I Discorsi ed Il Principe, dice finalmente il Macaulay, sostengono una sola e medesima teoria; i primi ci espongono il progresso di un popolo conquistatore, il secondo, quello di un uomo ambizioso. In quanto alla immoralità di alcune massime, tutto, come abbiamo visto, si presume spiegato riferendosi ai tempi. Il Machiavelli fu immorale, perchè immorale era allora l'Italia, e fu non ostante animato dal più puro patriottismo, spesso anche dal più puro entusiasmo per la virtù, perchè anche queste qualità si trovavano in molti degl'Italiani del Rinascimento. Volendo poi determinare in breve il valore intrinseco delle due opere, e darcene un'idea chiara e precisa, il Macaulay fa uno di quei ragionamenti che dimostrano subito quale è la vera natura della sua critica, scoprendone il lato più debole. Nulla a questo mondo, egli dice, è inutile quanto una massima generale. Se essa è vera, può tutto al più servire come esemplare da impararsi a mente o copiarsi in un asilo infantile. Il gran merito del Machiavelli sta nell'averci dato massime che sono, non più vere o più profonde, ma più applicabili alla realtà di quelle d'ogni altro scrittore. Se non che, lasciando anche da parte l'osservare, che una sentenza può essere nello stesso tempo pratica e di poco valore, di nessuna originalità, questo carattere non è proprio esclusivamente del Machiavelli, ma è comune a tutti gli scrittori politici, a tutti gli ambasciatori italiani del tempo; anzi appunto in questo carattere pratico, egli, come abbiam visto, è assai spesso vinto dal Guicciardini. Il suo merito principale sta invece nell'avere, con metodo sicuro, creato una nuova scienza politica, fondandola sulla storia e sulla esperienza. Ma che cosa potrebbe mai essere una scienza dello Stato, se, come pretende il Macaulay, le sentenze generali fossero prive d'ogni valore? Un ragionamento simile egli fece più tardi, anche nel suo celebre Saggio su Bacone da Verulamio, quando, volendo dimostrare che tutto il merito del grande filosofo stava nell'avere cercato sempre l'utile ed il pratico, conchiudeva affermando, che il primo inventore delle scarpe doveva essere preferito all'autore del libro sull'ira, perchè le scarpe salvarono molti dall'umidità e dai raffreddori, mentre assai probabilmente Seneca non salvò mai nessuno dall'ira. E non s'avvide che, ciò dicendo, negava ogni valore alla filosofia stessa ed a tutte quante le scienze morali. Nondimeno così lo scritto sul Machiavelli come quello sul Bacone sono fra i migliori esempi della prosa inglese. Nel secondo di essi l'eloquenza risulta, scintilla dal contrasto che ci vien descritto fra la bassezza morale e l'altezza intellettuale di Bacone, senza farci capire che cosa è la sua filosofia. Nel primo risulta invece dalle descrizione delle molte contradizioni, che il Macaulay crede di vedere nel carattere degl'Italiani ed in quello del Machiavelli, non meno che negli scritti di lui. Ma così, invece di un'enigma, ne abbiamo due, ed il problema rimane affatto inesplicabile.

Nè più fortunato riesce il critico inglese, quando cerca di penetrare nel vero concetto delle dottrine del Machiavelli, per scoprirne gli errori. Secondo lui, la sorgente prima di questi errori sta tutta nel non aver l'autore saputo distinguere il bene pubblico dal privato; dal credere che uno Stato prospero e forte renda sempre felici i suoi sudditi. E ciò gli avvenne, perchè non aveva dinanzi a sè che i piccoli Stati dell'Italia medioevale e della Grecia antica, nei quali le pubbliche calamità o fortune divenivano subito calamità e fortune private. Una disfatta impoveriva, una vittoria arricchiva tutti i cittadini. Così egli die' sempre grandissimo valore a ciò che può rendere una nazione formidabile ai vicini; nessuno invece a ciò che può renderla prospera nell'interno. Certo in tutto questo vi ha del vero, ma l'ideale del Machiavelli non era nelle piccole repubbliche della Grecia e dell'Italia, era in quella di Roma e nell'Impero. Nelle repubbliche del Medio Evo le particolari associazioni e le individuali passioni si trovavano in continua ribellione contro il potere centrale dello Stato, che riducevano perciò all'impotenza. Il Machiavelli voleva invece uno Stato grande e forte, cui era disposto a sacrificare ogni cosa, anche la felicità e la prosperità interna. Non confondeva il pubblico col privato interesse; ma questo a quello eccessivamente sottoponeva, perchè altro modo allora non vedeva per dare alle nazioni quell'unità e quella forza che, nell'anarchia de' suoi tempi, erano divenute la suprema necessità. Lungi dal credere che la prosperità pubblica portasse sempre ed inevitabilmente alla privata, non vedeva abbastanza che il benessere dell'individuo è necessario al benessere dello Stato, e lodava sempre le repubbliche della Germania, nelle quali, egli diceva, i privati eran poveri ed il pubblico era ricco; esaltava più di tutto quei tempi romani, nei quali i grandi capitani d'eserciti, dopo la guerra, se ne tornavano poveri a casa, dove vivevano coltivando colle proprie mani i loro campi.

Quando, dopo tutto ciò, il Macaulay, parlando nuovamente dello stile del Machiavelli, lo paragona a quello del Montesquieu, e ne dimostra la grande superiorità, noi ritroviamo da capo il merito eminente del critico letterario. Reca però non poca meraviglia il vedere, come uno storico tanto giustamente celebrato, si perda nell'esaminare qualità assai secondarie e di pura forma nelle Storie fiorentine, senza mai accorgersi, che il merito principale di esse, la loro vera originalità sta nello scoprire per la prima volta la logica e necessaria successione dei partiti che divisero la repubblica, le varie forme di governo che ne risultarono, e le cagioni di queste mutabili e continue vicende. Egli finisce tornando ad esaltare il patriottismo del Machiavelli, le cui opere, dice, saranno comprese dagl'Italiani solo quando per le vie delle loro città echeggierà di nuovo il grido: popolo, popolo, muoiano i tiranni! E veramente appena che l'Italia fu libera, ricominciarono con molto ardore gli studi sul Machiavelli, che fu sempre meglio inteso e giudicato. I difetti principali di questo Saggio derivano, non solo dall'essere troppo più letterario e descrittivo, che critico e scientifico, ma anche dall'avere esagerato quel metodo storico, il quale crede che si possa assai facilmente spiegare tutto un uomo, descrivendone i tempi. Ciò non ostante, esso riman sempre il primo tentativo d'un lavoro abbastanza compiuto sul carattere e sulle opere del Machiavelli; e lo stile eloquente dell'autore lo farà continuare a leggere con avidità, anche quando molti altri di merito maggiore saranno dimenticati.[667]

Nel 1833 comparve un volume di scritti storici di G. Gervinus,[668] e la prima metà di esso ne conteneva uno intitolato, Florentinische Historiographie, il quale non era altro che un nuovo lavoro sul Machiavelli, preceduto da alcune considerazioni sugli storici fiorentini anteriori. Lo stile n'è monotono, confuso, senza colorito, e le ripetizioni sono continue. Il Gervinus però cercava di riparare al difetto principale del Macaulay, occupandosi poco o punto delle opere letterarie; fermandosi invece a prendere in attento e minuto esame le opere politiche, l'Arte della Guerra, le Legazioni e le Storie; cercando di scoprire il concetto fondamentale che le informa tutte. E fu il primo a dimostrare che il pensiero politico del Machiavelli trovasi anche nelle Storie, di cui riconobbe ed esaminò così il valore letterario, come il valore scientifico. Le studiò con molta diligenza, facendo utili osservazioni sulle fonti; e ciò lo condusse ad esaminare gli storici anteriori. Ad una grande e sincera ammirazione pel Machiavelli, egli univa il vantaggio d'essere stato educato alla scuola critica dei grandi storici tedeschi. Essendo però anche di coloro che più si adoperarono a ridestare, per mezzo della letteratura, lo spirito nazionale della Germania, fu spinto di nuovo nella via pericolosa d'introdurre troppa politica e troppo patriottismo moderno nella critica storica.

Secondo lui, una parte delle idee del Machiavelli deriva da considerazioni pratiche sulle condizioni del suo tempo, e da una conoscenza dello stato reale del proprio paese; un'altra deriva da desideri ideali, da bisogni del suo spirito. Egli non si fermava punto, come molti hanno creduto, solamente alle cose materiali; cercava nell'antichità quella eccellenza che il suo intelletto ed il suo cuore desideravano, che mancava alla sua patria, ed alla quale il suo secolo non sapeva innalzarsi. Offrì il risultato di questo lungo e difficile lavoro all'Italia, di cui con grande ardore desiderò il rinascimento, per mezzo dei costumi romani. Nella sua mente c'era però, secondo il Gervinus, un grave difetto, e questo derivava dal non avere egli conosciuto la letteratura greca, ma formato il suo spirito, educato l'intelletto solamente colla storia e colla letteratura romana. Il non avere conosciuto l'epopea, la tragedia, la lirica greca; l'avere poco stimato e poco conosciuto il vero spirito del Cristianesimo e della Riforma, gli tolsero l'amore per ogni alta e vera idealità poetica, per tutte le arti e le scienze che uscivano fuori dei confini della politica. Da ciò nacque in lui anche la tendenza ad esaminare il lato esteriore delle cose e degli avvenimenti, più che l'interiore, e quindi a cercar le cause delle grandi rivoluzioni politiche, non già in una forza o bisogno interiore dei popoli, ma sempre in qualche causa esteriore e negativa. L'aristocrazia nasce, secondo il Machiavelli, per reazione contro l'oppressione esercitata dal tiranno; la democrazia, per reazione contro la potenza soverchiante e dispotica dell'aristocrazia. Così nulla vien mai da un intimo bisogno, da un irresistibile impulso verso la libertà. E qui il Gervinus s'accinge a ritrovare questo medesimo difetto nelle Storie, in tutte le opere del Machiavelli, anzi nella storia e nel carattere dei popoli latini in genere.

È però molto singolare, che non si sia avvisto, come questa teoria intorno alla successione dei governi, dalla quale tutta la sua critica prende le mosse, e che egli fa derivare originariamente da poca conoscenza degli scrittori greci, non era una creazione del Machiavelli, il quale anzi l'aveva presa di pianta per l'appunto da uno di essi. Noi abbiamo infatti già osservato, che è quasi tradotta da Polibio, che la sua prima origine si trova in Aristotile. Di ciò il Gervinus avrebbe dovuto accorgersi, anche perchè il fatto era già stato notato da altri.[669] E avrebbe potuto anche osservare, che quell'alto idealismo, quella intimità, come la chiamano i Tedeschi, della quale tanto egli deplora la mancanza nel Machiavelli e negl'Italiani, si trovava pure in Dante, che non conosceva il greco; cominciò a mancare nel Petrarca, che fu dei primi a studiarlo; mancò sempre più nel Boccaccio e negli eruditi, quando appunto lo studio del greco andò progredendo. Il fatto non è certo conseguenza di questo studio, ma della storica evoluzione dello spirito italiano, e tutto proprio del nostro Rinascimento, che perciò appunto, anche nella letteratura e nell'antichità greca, cercava la bellezza della forma esteriore, una guida che l'aiutasse ad uscire dalla Scolastica, ad avvicinarsi alla natura, al mondo reale. Buona o cattiva che si giudichi siffatta tendenza, essa fu propria del secolo e dell'Italia d'allora, e contribuì non poco alla creazione della scienza politica, che delle umane azioni studia appunto il lato esteriore e le conseguenze pratiche.

Il Gervinus ammira grandemente il patriottismo e l'ingegno del Machiavelli, tanto da concludere il suo scritto dicendo, che in lui trovasi tutto ciò che pensarono e sentirono gl'Italiani in un tempo, che si può ritenere fra i più gloriosi nella storia del mondo, e durante il quale essi furono la prima delle nazioni civili. Se avesse, egli conchiude, conosciuto più da vicino il pensiero greco e la Riforma, iniziata allora da Martino Lutero, difficilmente l'Europa moderna potrebbe vantare un altro uomo degno di stargli accanto. Questa sincera ammirazione però qualche volta lo tradisce. Infatti quando egli trova sentenze che offendono la sua coscienza, invece di pesarle e spiegarle, cerca troppo spesso di attenuarle. Ma a che giova affannarsi a provare che il Machiavelli poneva Teseo, Perseo e Mosè al disopra del Valentino? A che giova insistere a provare, che egli non accettava senza restrizioni la teoria che il fine giustifica i mezzi, quando, attenuando finchè si vuole, resta pur sempre molto che ha bisogno d'essere giustificato; riman sempre necessario trovare una spiegazione fondamentale del sistema, o rassegnarsi a non comprenderlo affatto? A tutto ciò il Gervinus crede troppo facilmente di rimediare, esaltando il patriottismo del suo autore. Ma questa è una deviazione, non è una soluzione del problema.

Il Machiavelli, continua il critico tedesco, esaminò solo il principato e la repubblica, perchè queste, secondo lui, sono le due sole forme veramente utili di governo. Era inoltre convinto, che un popolo guasto solo colla forza può essere corretto. Siccome poi le cose d'Italia andavano a rovina, ed il governo popolare v'era quasi per tutto divenuto impossibile, unico mezzo di salute alla patria si presentava allora il principato, che egli quindi raccomandò, sebbene facesse un'eccezione per Firenze, a cui voleva conservare la forma repubblicana, come apparisce dal suo discorso a Leone X. Il Gervinus si trova d'accordo col Machiavelli circa la successione dei governi, perchè al pari di lui riconosce nella storia una legge generale, secondo cui il governo dalle mani d'un solo passa in quelle di pochi, per arrivare ai molti, dai quali fa ritorno di nuovo ad un solo.[670] Ma in Italia, dove la democrazia era profondamente corrotta, e l'aristocrazia formava il più grande ostacolo ad ogni miglioramento, altro non rimaneva possibile che il principato,[671] perchè, «una moltitudine può essere rigenerata solo colla forza, di che la storia moderna offre moltissimi esempî. Ed il Principe ci presenta l'immagine d'un legislatore armato, il quale non è veramente cattivo, ma non può neppure essere scrupoloso: gli basta evitare ciò che è scellerato, senza con questo potersi rigorosamente attenere alla morale ordinaria di tutti i giorni.[672] La necessità non conosce legge, e i grandi uomini si sono sempre creduti come piccole divinità. In tutto ciò il Machiavelli ha con grande acume esaminato, compreso le leggi della storia e della società, animato sempre dal più puro patriottismo.»

C'è però, secondo il Gervinus, una ragione evidente, per la quale gli scritti del Machiavelli non furono mai bene intesi, e questa è, che gli eventi seguìti dopo di lui dimostravano solamente in parte la verità delle sue dottrine. «I secoli posteriori combatterono con energia l'assolutismo risorto nel Rinascimento; ma non videro come e perchè esso era stato necessario, il che fu invece chiaramente compreso dal Machiavelli. E però le nuove generazioni capiranno tutta l'altezza del suo genio, solo quando, finita la guerra che noi oggi combattiamo ancora, potranno, in mezzo alla vittoria, accorgersi che esse non avrebbero mai ottenuto i benefizi delle moderne libertà, se la lotta non fosse stata provocata dalla esistenza del dispotismo. È certo che, quando si alza la voce per difendere i diritti del popolo, che combatte i tiranni, non si può comprendere, nè molto meno approvare un uomo i cui scritti dettero regole seguite da Carlo V, da Enrico III e da Sisto V. In tempi migliori però si potrà ben esser favorevoli al gran pensatore, che osò profeticamente dire il vero, e riuscì davvero, ne abbia o non ne abbia egli stesso avuto l'intenzione, ad ammaestrare i principi come opprimere i popoli, e ad ammaestrare i popoli come spezzare il giogo ad essi imposto, o, per seguir le parole di Bernardo di Giunta, insegnò ad un tempo l'uso delle medicine e quello dei veleni. Io posso,» conchiude il Gervinus, «mirare ad un più alto ideale, a cui il Machiavelli non arrivò mai; quando però lo vedo così poco apprezzato in tutto quello appunto cui dedicò la vita ed il grande ingegno; quando vedo disconosciute le storiche e politiche verità dai lui trovate, messa in dubbio la integrità del suo carattere politico e morale, allora debbo deplorare con lui quei tempi nei quali non v'è forza per le magnanime imprese, nè perseveranza per gli studi profondi, nè intelligenza pei grandi esempi della storia.»[673]

In tutto questo v'è di certo un sincero entusiasmo, ma v'è anche un po' di retorica politica, e di politica del secolo XIX. Il patriotta si fa innanzi anche quando dovrebbe parlar solo il critico. Non fu quindi senza ragione nella stessa Germania osservato, che egli era appunto uno di coloro, che da un lato mettevano il Machiavelli troppo, e da un altro troppo poco nel suo tempo. Troppo poco, quando dimenticava che il pensatore politico, anche nel formulare in astratto leggi generali, è costretto a concepirle dentro i limiti della cultura nazionale del proprio tempo. Non poteva quindi il Machiavelli, in una età disordinata come la sua, conoscere ed invocare un principato legale, temperato, proprio de' nostri giorni. L'attribuirgli perciò quelle aspirazioni che ebbero la Germania e l'Italia negli anni che precedettero la loro nazionale ricostituzione, finisce col dargli una fisonomia moderna, che certamente non ebbe. Il Machiavelli è poi messo troppo nel proprio tempo, quando anche le sue teorie più generali si vogliono presentare come conseguenza de' suoi personali sentimenti e del suo patriottismo: esse debbono avere anche un valore scientifico indipendente dall'uomo e dal suo secolo. Anzi è questo valore appunto, che il critico deve cercar di conoscere e di giudicare con esattezza.

In condizioni politiche non molto diverse da quelle in cui era allora la Germania, vennero fuori in Italia, l'anno 1840, Le Considerazioni sul libro del Principe, del prof. Andrea Zambelli.[674] Esse sono di certo il miglior lavoro che sul Principe fosse stato finallora pubblicato in Italia. Lo Zambelli aveva non comune ingegno e dottrina, conosceva la storia moderna e le letterature straniere, aveva studiato con intelligenza e con diligenza le opere del Machiavelli, di cui era grande ammiratore. Nelle sue Considerazioni egli disputava a lungo contro il Macaulay, per dimostrargli, che non solo l'Italia e la sua politica eran corrotte; ma che la corruzione era grandissima in tutta l'Europa dei secoli XV e XVI. E molte volte, a giudizio anche degli stranieri, riesce ad aver ragione. Sfortunatamente però cade egli stesso in esagerazioni opposte, quando vuole, per esempio, attenuare le colpe, le iniquità del Valentino, di Alessandro VI e di Lucrezia Borgia. Ciò non ostante, la descrizione che ci fa dei tempi e dell'insieme abbastanza fedele, e pone in chiaro le enormi difficoltà contro cui dovevano allora lottare i principi ed i tiranni italiani, i quali, in uno stato di guerra continua contro tutto e contro tutti, erano costretti a seguire quella morale che sola era possibile in una quasi anarchia.

L'accentramento necessario per uscire dal Medio Evo, la fondazione dei nuovi Stati e delle nazioni, si potevano, osserva lo Zambelli, ottenere solo per mezzo di quei tiranni. I consigli che dà ad essi il Machiavelli, e le massime che espone nelle sue opere, sono le migliori che si potevano dare allora, le sole pratiche, quelle che infatti, quando furono seguite, condussero allo scopo. Ma egli cerca, esponendole, di attenuarle più che può, raccogliendo con gran cura tutte quelle che esaltano la virtù, la indipendenza e la libertà della patria. La mira costante del suo lavoro è sempre nel cercar di provare, che il Machiavelli voleva l'Italia unita, libera e indipendente; che indagò e propose quei mezzi che soli potevano riuscire nell'intento. Ma com'è che noi ora lo troviamo fautore di repubblica, ora di monarchia? Egli cercava il possibile. Conobbe il Valentino e questi fu il suo ideale. Morto il Valentino, tornò alla repubblica, che amava anche per intima convinzione; spenta la repubblica, si volse ai Medici, e scrisse il Principe, sperando l'unità d'Italia dalla monarchia. E quanto ai mezzi che il Machiavelli suggerisce a porre in atto questo suo disegno, lo Zambelli, come abbiam detto, ne attenua più che egli può la violenza e la crudeltà, andando sempre in traccia d'esempi che valgano in qualche modo a giustificarlo, ricorrendo perfino alle Sacre Carte, nelle quali, egli osserva, si trovano sentenze, che, se fossero nei Discorsi o nel Principe, sarebbero più delle altre biasimate.

Due in sostanza sono i punti su cui riposa la difesa, che questo autore fa del Machiavelli. — La politica consigliata nel Principe, sebbene impossibile oggi, perchè solleverebbe contro di sè la coscienza pubblica, era la sola possibile in quel tempo, la migliore che poteva seguirsi; il Machiavelli l'accettò e la consigliò per liberare la patria. — È però innegabile, che questi espose ancora alcuni principii generali di governo, per reggere gli Stati in tutti i tempi ed in tutti luoghi, repubbliche o monarchie che fossero. Di ciò lo Zambelli, che esaminava solo il Principe, non pare si avvedesse; e quindi cercò di spiegare tutto coi tempi e col patriottismo dell'autore, dimostrandosi così anch'egli più dotto e patriottico apologista, che critico indipendente e giudice imparziale.

In conclusione dunque, esaminando i lavori del Macaulay, del Gervinus e dello Zambelli, dobbiamo riconoscere che un grandissimo cammino si è fatto, seguendo i precetti di quella critica storica, di cui il Ranke era stato in Germania uno dei principali iniziatori. Ma da un altro lato si è cercato di esagerare stranamente la pretesa di tutto spiegare coi tempi, e si è ceduto troppo all'altra pretesa non meno strana di tutto giustificare col patriottismo. Nel principio del suo lavoro bibliografico, il Mohl osservò giustamente, che in uno scritto sul Machiavelli occorre determinar bene, non solo che cosa si deve pensare dell'uomo, ma ancora che giudizio bisogna dare sulle dottrine, e farci inoltre capire come mai un così grande scrittore potè esporre e sostenere sentenze tanto contrarie al bene, alla virtù. Si può la questione morale spiegare colla corruzione dei tempi;[675] ma se i tempi ci fanno capire come il Machiavelli potè arrivare a dottrine immorali, ciò non prova punto che egli dovesse inevitabilmente arrivarvi, perchè un grande uomo s'innalza al di sopra del suo secolo, e lo trascina dietro di sè. Quindi è chiaro che, secondo il Mohl, la spiegazione storica risulta, per questo lato almeno, insufficiente: il suo giudizio finisce infatti non con una esposizione e giustificazione, ma con una condanna.

«Bisogna ricordarsi, egli dice, che il Machiavelli si propose nel Principe un problema speciale ai suoi tempi, e che anche nei Discorsi tenne sempre presente lo Stato libero italiano, mirò costantemente ad esso. Non si deve quindi giudicarlo, come se avesse voluto scrivere e parlare in astratto per tutti i tempi. Ma anche dopo di ciò, riman sempre la domanda: Che valore intrinseco hanno le sue dottrine? Vi sono alcune sentenze del Machiavelli, che dimostrano certo una profonda conoscenza degli uomini e del mondo. Il suo metodo è eccellente, nè da Aristotele in poi si vide mai nulla di simile. Tutto ciò, se non è ancora la scienza, costituisce le condizioni o, se si vuole, le basi necessarie a crearla. Il Machiavelli ignora però la profonda differenza che passa fra lo Stato antico e il moderno, e così la sua dottrina riesce ad un vero anacronismo.[676] Egli disprezza troppo gli uomini, e crede che solo la forza possa correggerli. Questo è un secondo ed assai grave errore, da cui deriva una politica violenta, che non tien conto della parte più nobile dell'umana natura. Quando anche i suoi consigli si risguardano come dati solo in condizioni e per tempi speciali, riman sempre vero che l'astuzia e la mala fede, a lungo andare, non riescono mai. Per quanto sien tristi gli uomini, essi si spaventano di tali massime, ne diffidano, e finalmente le riducono all'impotenza. Ed è un altro errore il credere che un popolo corrotto possa colla violenza essere reso capace di libertà. Più facile sarebbe stato allora vedere gl'Italiani corrompersi sempre più, seguendo i consigli del Machiavelli, ed allontanarsi quindi sempre più dal fine proposto.» Così, in conclusione, il valore intrinseco delle dottrine si riduce a ben povera cosa. Sono frammenti d'un sistema che mal si regge insieme; anzi il Machiavelli stesso non è, secondo il Mohl, che un frammento, quasi il torso di un grande uomo, e rimane perciò come un esempio ed un avvertimento a tutti, contro la falsa via che egli aveva presa.[677]

In queste brevi osservazioni, come si vede, il Mohl ritorna, sebbene con molta moderazione e moltissima dottrina, in parte alla spiegazione puramente storica, in parte alla critica ed alla condanna morale del Machiavelli. E così, più o meno, s'è continuato sempre. Dopo tanti studi, adunque, dopo tante ricerche, che negli ultimi anni si moltiplicarono sempre di più,[678] si finiva col mettere in dubbio il valore intrinseco del pensiero, delle opere e del carattere del Machiavelli. Se alcuni si ostinarono a spiegar tutto coi tempi e tutto giustificare col patriottismo, altri persistettero a pronunziare, in nome della morale, una condanna temperata da molte considerazioni storiche e filosofiche, ma sempre severissima.

Il signor E. Feuerlein pubblicava, l'anno 1868, nella Rivista storica del prof. Sybel,[679] uno scritto che ha, su quella che esso chiamava la questione Machiavelli e sul modo di trattarla, alcune considerazioni assai opportune. La questione Machiavelli, egli dice, è ora mutata. Prima si trattava di sapere quali erano i sentimenti morali dell'autore; oggi si tratta innanzi tutto di sapere qual era il suo intendimento politico. Questo ha fatto sì che molte idee moderne, o almeno in una forma moderna, gli vennero attribuite. Ma il Machiavelli sarà assai meglio inteso, se una volta si distinguerà bene ciò che aveva pensato come dotto sulle leggi della politica in generale, da ciò che aveva pensato come cittadino e patriotta sul destino del proprio paese. Si vedrà allora, che, nel primo caso, egli non ci dà la logica e rigorosa esposizione dell'assolutismo storico, come noi oggi lo vediamo, e nel secondo, non poteva pensare alla soluzione moderna del problema nazionale al modo germanico. Importa moltissimo distinguere ciò che in lui fu un prodotto del suo pensiero, e porta bensì l'impronta inevitabile del suo tempo, ma solo come un accessorio, dai desideri e dai sentimenti del patriotta, che sono un vero e proprio risultato sostanziale del tempo in cui e per cui egli visse.[680]

Dopo queste considerazioni, l'autore viene ad esaminare qual era lo scopo patriottico del Machiavelli. Ma qui non ci sembra che riesca felicemente, perchè egli vuol farne addirittura un federalista. Ed il Principe sarebbe il capo della supposta confederazione,[681] forma di governo per la quale noi abbiam visto invece, che il Machiavelli non ebbe mai simpatia di sorta; dichiarò anzi esplicitamente che la trovava accettabile solo in alcuni casi eccezionali, quando non era possibile sperare di meglio. Poteva consigliarla in uno Stato piccolo come la Toscana, ma non la propose mai all'Italia, che solo colla monarchia poteva, secondo lui, divenire unita e forte.

Il signor Feuerlein continua accennando, con quella brevità che i limiti del suo scritto richiedevano, qual è il valore delle dottrine, quale il loro merito di fronte alla scienza, che cosa esse dicono di nuovo. Il Machiavelli vide che lo Stato ha un suo proprio scopo, e che vi è unità nei vari scopi sociali. Lo Stato per lui non è mezzo, ma fine a sè stesso; è un organismo, che non ammette ostacoli al proprio svolgimento, cui tutto deve cedere. Per noi esso è invece una delle molte forme della vita che facciamo in comune; ma ve ne sono altre ancora, le quali hanno uguale diritto di esistere, e le molteplici loro relazioni vengono anch'esse regolate da leggi. Egli si accorse, che il Medio Evo era in un caos d'istituzioni diverse, sempre in disordine, sempre in conflitto fra di loro, e fu il primo che osò dire; nella società, cui tutti apparteniamo, v'è un fine comune, e non possono esservene molti. Visse in un secolo nel quale le antiche divisioni medioevali di Chiesa ed Impero, di repubbliche, feudalismo, consorterie, associazioni d'arti e mestieri, compagnie di ventura erano scomparse o in via di scomparire, e respinse, condannò ad un tratto ed irremissibilmente tutto quello che impediva l'unità dello Stato. La formola infatti con la quale si passa dal caos medioevale all'ordine giuridico moderno, è appunto la riduzione dei vari scopi dello Stato ad uno solo, determinato e concreto, quello stesso che il Machiavelli vide ed annunziò la prima volta al mondo. È però una formola, un'astrazione, che ci conduce ad un meccanismo, non allo svolgimento ampio, naturale, organico e libero della varia cultura e della coscienza sociale. Ed egli fu indotto ad entrare in questa via, perchè aveva sempre in mente l'unità antica dello Stato romano, e voleva riprodurla. A lui tuttavia seguì come alla Riforma, che, volendo riprodurre il passato, iniziò invece l'avvenire. Il Principe parla della monarchia, i Discorsi della repubblica, di comune v'è però sempre l'autonomia dello Stato e lo scopo esclusivo di esso, che è il punto essenziale. Il Machiavelli studiò queste due forme di governo, come due fatti esistenti nel passato e nel presente; ma non conobbe i mezzi che uniscono, con la libertà, la monarchia al popolo, nè quelli che, separando il potere esecutivo dal legislativo, danno stabilità alla repubblica; e però il suo principato ha un'aspra e dispotica durezza, la sua repubblica abbandona troppo le redini al popolo.[682]

In tutta questa esposizione v'è un linguaggio filosofico ed astratto, che non ritrae punto il carattere degli scritti del Machiavelli, il quale vide e presentò ogni sua idea sotto una forma personale, pratica, concreta. E ciò, sebbene egli sia, nello stesso tempo, come giustamente osserva il signor Feuerlein, il più obiettivo degli scrittori tale infatti che ne' suoi libri sembrano parlare gli avvenimenti stessi, donde viene la forza maravigliosa del suo stile. Questo doppio carattere, obiettivo e personale, che si trova nelle opere del Machiavelli, e ne determina la fisonomia, lo spinge di continuo ad esporre le sue teorie in forma di precetti, di consigli per regolare la condotta dell'uomo di Stato, e fa quindi ad ogni piè sospinto ricomparire, con la questione politica, anche la questione morale. Principalissima riman sempre la prima, ma la seconda non si può sopprimere del tutto, come pare che vorrebbe fare il signor Feuerlein.

Fra coloro, che recentemente hanno scritto del Machiavelli, va prima di tutti annoverato il De Sanctis. Già nel suo Saggio intitolato l'Uomo del Guicciardini, egli aveva esposto notevolissime considerazioni sul Cinquecento. In fine del capitolo XII della sua Storia della letteratura italiana,[683] ed in tutto il capitolo XV, discorre a lungo del Machiavelli, ed anche qui balenano a più riprese lampi di vera luce. De' suoi predecessori il De Sanctis non si occupa punto, forse neppure li lesse, per serbare più genuina la propria impressione. Della Biografia non dice verbo, nè ci dà una critica particolareggiata e distinta delle varie Opere. «Il Machiavelli, egli dice, è stato giudicato dal Principe, e questo libro è stato giudicato, non già nel suo valore logico e scientifico, ma nel suo valore morale. Hanno detto che è un codice della tirannia, fondato sulla turpe massima, che il fine giustifica i mezzi. Molte difese sonosi fatte, ed assai ingegnose, attribuendosi all'autore questa o quella intenzione, più o meno lodevole.» «Così n'è uscita una discussione limitata, e un Machiavelli rimpiccinito. Questa critica non è che una pedanteria. Ed è anche una meschinità porre la grandezza di quell'uomo nella sua utopia italica, oggi cosa reale. Noi vogliamo costruire tutta intera l'immagine, e cercare ivi i fondamenti della sua grandezza» (pagine 106-107).

Così noi abbiamo, in brevi parole, la condanna di quella critica, che d'una questione scientifica volle fare una questione di morale o di patriottismo. E si comprende anche la ragione per la quale le Opere non sono esaminate, ciascuna partitamente per sè, ma solo in quanto servono allo scopo, che il critico si è prefisso. Sul Machiavelli scrittore, sulla sua forma letteraria, sul suo stile, come si può facilmente immaginare, troviamo subito la solita originalità del valoroso critico. «Dove non pensò alla forma, riuscì maestro della forma. E senza cercarla, creò la prosa italiana (p. 104). — Nel secolo in cui la forma era la sola divinità riconosciuta, egli uccideva la forma come tale.» «Appunto perchè ha piena la coscienza di un nuovo contenuto, per lui il contenuto è tutto, e la forma è nulla. O per parlare più corretto, la forma è essa medesima la cosa nella sua verità effettuale, cioè nella sua esistenza intellettuale e materiale» (p. 122). E queste ultime osservazioni acquistano un vigore ed una eloquenza singolari davvero, quando egli viene a parlar della Mandragola.

Naturalmente però lo scopo principale non è qui lo scrittore, ma il pensatore. E il De Sanctis s'accinge subito a descriverlo, a riprodurlo, a ricostruirne, come dice, la immagine ideale. Se non che, egli crede di poterlo fare, fermandosi poco o punto nell'esaminare e giudicare il valore intrinseco delle dottrine. «Non è il caso di disputare della verità o falsità delle dottrine. Non fo una storia, e meno un trattato di filosofia. Scrivo la storia della letteratura. Ed è mio obbligo notare ciò che si muove nel pensiero italiano, perchè quello solo è vivo nella letteratura, che è vivo nella coscienza» (p. 43). E quindi, sebbene egli non resti sempre fermo a questo programma, che sarebbe davvero troppo ristretto, pure ne segue necessariamente, che assai spesso i pensieri, le contradizioni, che erano nello spirito del Machiavelli e nei suoi tempi, vengono riprodotti con una grande vivacità, ma senza occuparsi di distinguerli, di conciliarli o di giudicarli. «Passato il momento dell'azione, ridotto in solitudine, pensoso sopra i volumi di Livio e di Tacito, il Machiavelli ha la forza di staccarsi dalla sua società, e interrogarla: cosa sei? dove vai? (p. 107). — Vide la malattia dove altri vedeva la più prospera salute (p. 108). — Riabilitare la vita terrena e darle uno scopo, rifare la coscienza, ricercare le forze interiori, restituire l'uomo nella sua serietà e nella sua attività, questo è lo spirito che aleggia in tutte le opere del Machiavelli» (p. 111). — Qui veramente noi abbiamo lo spirito, non del solo Machiavelli ma de' suoi tempi. Dal Boiardo in poi, il presentimento che l'Italia andava a rovina, era divenuto assai generale. Basta leggere le lettere del Vettori, per persuadersene. La riabilitazione della vita terrena era stata già opera degli eruditi. E quanto al rifare la coscienza, ricreare le forze interiori, il Machiavelli ci pensò assai poco: questo si può dire piuttosto il lato debole delle sue dottrine. Per lui l'uomo era di sua natura cattivo, e non sperandone egli, come Lutero, la redenzione dalla fede infusa dalla grazia divina, la cercava in qualche cosa di esteriore, nelle buone leggi, nei buoni ordini, che con la forza e la minaccia della pena, lo avrebbero migliorato. Nè s'avvedeva che, a fare le buone leggi, ad eseguirle davvero, era necessario appunto un uomo migliore. «Risecata dal suo mondo ogni causa soprannaturale e provvidenziale, ei mette a base l'immutabilità e l'immortabilità dello spirito umano, fattore della storia. Questa è già tutta una rivoluzione» (p. 120). Ma della immutabilità e immortabilità dello spirito umano, il Machiavelli non parlò, nè vi pensò mai. Si occupò invece dell'uomo individuo, dei partiti, dei principi, dei nobili e del popolo, non dello spirito umano, che suppone qualche cosa di affatto impersonale, cui egli non giunse mai, nè vi giunse altri al suo tempo. Bisognava per ciò arrivare a G. B. Vico.