Una redenzione italica, dice assai giustamente il De Sanctis, non era allora possibile. E nello stesso Machiavelli non fu che un'idea; nè sappiamo che, per attuarla, abbia fatto altro di serio che scrivere un magnifico capitolo, il quale testimonia più le aspirazioni di un nobile cuore, che la calma persuasione di un uomo politico. «Furono illusioni. Vedeva l'Italia un po' attraverso dei suoi desideri. Il suo onore come cittadino è di avere avuto queste illusioni. E la sua gloria come pensatore è di avere stabilito la sua utopia sopra elementi veri e durevoli della nazione italiana, destinati a svilupparsi in un avvenire più o meno lontano, del quale egli tracciava la via. Le illusioni del presente erano la verità del futuro» (p. 136-137). Non sarebbe possibile dir meglio.
«Il Dio di Dante è l'amore, forza unitiva dell'intelletto e dell'atto: il risultato era sapienza. Il Dio di Machiavelli è l'intelletto, l'intelligenza è la regola della forza mondana: il risultato è scienza. Bisogna amare, dice Dante. Bisogna intendere, dice Machiavelli. L'anima del mondo dantesco è il cuore; l'anima del mondo machiavellico è il cervello. Quel mondo è essenzialmente mistico ed etico, questo è essenzialmente umano e logico (p. 126). — L'uomo vi è come natura, sottoposto, nella sua azione, a leggi immutabili; non secondo criteri morali, ma secondo criteri logici. Ciò che gli si deve domandare, non è se quello che egli fa sia buono o bello, ma se sia ragionevole o logico, se ci sia coerenza tra i mezzi e lo scopo.... L'Italia non ti poteva dare più un mondo etico, ti dava un mondo logico (p. 129). — Proporsi uno scopo, quando non puoi o non vuoi conseguirlo, è da femmina. Essere uomo significa marciare allo scopo.... Quest'uomo può essere un tiranno o un cittadino, un uomo buono o un tristo. Ciò è fuori dell'argomento, è un altro aspetto dell'uomo. Ciò a che guarda Machiavelli è di vedere se è un uomo; ciò a che mira, è di rifare la pianta uomo in declinazione» (p. 149). Ma si può dir che sia veramente un uomo quegli in cui è scomparsa ogni distinzione fra il bene ed il male? Si può dir che sia mondo umano quello in cui manca ogni elemento etico? Non è questo un darla vinta agli avversarî, ai detrattori del Machiavelli, i quali mirano appunto a presentar come massime generali di condotta e di morale, quelle che sono invece di politica, per poterle così più facilmente condannare? «Il suo torto, comunissimo a tutti i grandi pensatori,» dice più volte il De Sanctis, «non è nel sistema, è nell'averlo esagerato, esprimendo tutto in modo assoluto, anche ciò che è essenzialmente relativo e mutabile.» «Il machiavellismo, in ciò che ha di assoluto e di sostanziale, è l'uomo considerato come un essere autonomo e bastante a se stesso, che ha nella sua natura i suoi fini e i suoi mezzi, le leggi del suo sviluppo, della sua grandezza, della sua decadenza, come uomo e come società» (p. 152). Ma se una volta si ammette che le dottrine del Machiavelli si riferiscono non solamente allo Stato ed all'uomo politico in ispecie, ma alla società, all'uomo ed alle sue azioni in genere, allora il considerare le sue massime come generali ed assolute, non è più la esagerazione, è invece la conseguenza logica del sistema, che rimane senza possibile difesa.
Una cosa bisogna tenere ben ferma. Il Machiavelli s'è occupato dell'arte dello Stato e dell'uomo politico, avendo continuamente di mira l'Italia de' suoi tempi. Il problema dell'uomo in genere e del suo destino, non se lo è mai posto; lo ha anzi lasciato assolutamente da parte. In ciò sta tutta la sua difesa e la sua accusa. La difesa, perchè la condotta delle azioni politiche deve essere guidata dalla ragione, dalla logica, non dal sentimento; deve mirare sopra tutto a raggiungere il fine propostosi. L'accusa, perchè, se nell'azione politica l'uomo non scomparisce del tutto, non potrà neppure scomparir mai del tutto il carattere, il valore morale di essa. E qui abbiamo non l'esagerazione, ma il lato intrinsecamente debole, erroneo del sistema. Su di ciò il De Sanctis non si è fermato abbastanza, e però la sua critica più di una volta oscilla incerta fra tendenze opposte. Un tale difetto però è assai diminuito dalle descrizioni vivaci, eloquenti, vere che egli fa dello spirito del Machiavelli, del suo pensiero. «La sua patria mi rassomiglia troppo all'antica divinità, e assorbe in sè religione, morale, individualità. Il suo Stato non è contento di essere autonomo esso, ma toglie l'autonomia a tutto il rimanente. Ci sono i diritti dello Stato, mancano i diritti dell'uomo» (p. 150). Qui in poche parole noi abbiamo un concetto fedele del sistema, che ne contiene in germe anche la critica, perchè ne pone in luce il difetto fondamentale. Ma queste esposizioni e descrizioni veridiche, eloquenti, quasi divinatrici, che assai spesso ci fa il De Sanctis, sollevano una quantità di domande, di problemi che la sua critica lascia insoluti. E quindi il lettore, nello stesso tempo ammirato ed attonito, rimane dubbioso ed incerto.[684]
Anche il signor H. Baumgarten, di cui la scienza deplora la perdita recente, ha nella sua nuova e bella Storia di Carlo V, ripreso in esame il Principe.[685] In verità egli si occupa più di combattere le opinioni altrui, che di esporre e sostenere la propria, la quale è un ritorno alla questione morale ed alla critica puramente storica. Abbiamo da capo il Machiavelli cinico, corrotto, senza fede, senza patriottismo, in mezzo ad un popolo più corrotto ancora. Si pensa più a condannare l'uomo che a giudicare il valore scientifico dello scrittore, che pur è riconosciuto come il primo pensatore politico del secolo.
Il Baumgarten comincia coll'attaccare il Ranke, quando afferma che il Principe scaturisce dalla situazione politica dell'Italia nel 1511, e ha di mira il disegno di formare uno Stato nuovo per Giuliano o Lorenzo dei Medici. Si rivolge poi contro di me e contro tutti quelli che sostengono la stessa opinione. Questa secondo lui è, almeno in parte, confutata dalla lettera del 10 dicembre 1513, nella quale il Machiavelli dice chiaro, che allora aveva già scritto il suo libro, e lo andava correggendo. È poi, egli aggiunge, una contradizione manifesta il supporre, che il libro abbia un carattere generale, e sia nello stesso tempo ispirato da un fatto particolare, che non perde di vista.
La disputa sulle date possiamo qui ritenerla superflua, tanto più che vi abbiamo altrove risposto.[686] Ma che il Principe sia in relazione con i disegni fatti per Giuliano e Lorenzo, risulta così manifesto dalle lettere del Machiavelli e dal libro stesso, che è veramente difficile capire come mai l'acuta intelligenza del Baumgarten non volesse riconoscerlo. Nè v'è poi bisogno di dimostrare, che un libro può essere ispirato da un fatto particolare, ed avere ciò nonostante un carattere generale. È forse assolutamente necessario che esso sia o tutto teorico e generale o tutto pratico e speciale? Il concetto del Principe era già nella mente del Machiavelli, quando i disegni fatti per Giuliano e Lorenzo lo indussero a scriverlo. Scrivendolo, era assai naturale che un uomo come lui s'elevasse ad un'altezza scientifica. Quando l'ebbe finito, domandò a sè stesso ed agli amici, se era o no opportuno dedicarlo ai Medici.
Il Baumgarten però osserva: Quali erano i disegni fatti per Giuliano e per Lorenzo noi lo sappiamo. Si parlava di Parma e di Modena, di Ferrara, di Urbino; si mirava anche a Siena ed a Napoli. Per attuare uno qualunque di questi disegni, sopra tutto poi volendo anche riunire l'Italia, bisognava fare i conti con la Germania, con la Spagna, con la Francia, senza le quali non si poteva allora muovere un passo nella Penisola. Eppure il Machiavelli, che di ciò discorreva continuamente nelle sue lettere, non disse una sola parola nel Principe; non accennò neppure alla condotta che bisognava tenere verso Venezia e gli altri Stati italiani. La verità è che il libro non prese mai di mira una situazione politica determinata, e quindi non era necessario parlare di ciò che in casi determinati si sarebbe dovuto fare.
Ma i disegni discussi e proposti per Giuliano e per Lorenzo, come giustamente osserva lo stesso Baumgarten, erano molti, e variarono di continuo. La situazione politica dell'Italia e dell'Europa mutava anch'essa di giorno in giorno, d'ora in ora. Il Machiavelli poteva, doveva parlarne nelle lettere, le quali discutevano solo le questioni del momento che fuggiva; sarebbe stato superfluo, inopportuno parlarne in un libro, che, appena finito, avrebbe trovato già tutto mutato. Si fermò quindi in esso a discutere solamente di ciò che un Principe nuovo avrebbe, in ogni caso, dovuto fare: riunire, coordinare, formare lo Stato, armarlo di proprie armi. Dopo di ciò si sarebbe potuto pensare ad allargarlo, e sarebbero sorte le questioni internazionali, che non era possibile prevedere e determinare anticipatamente. Tutto ciò non esclude il doppio carattere del Principe, il quale certamente, pur dando precetti generali, mirava al caso speciale di Giuliano e di Lorenzo. Ed aveva ben ragione il Ranke quando disse, che se questo non si riconosce, non è possibile capirne più nulla.
Quello che poi al Baumgarten pare assurdo addirittura, è il carattere di Principe liberatore, che, senza ombra di ragione secondo lui, si è voluto attribuire al personaggio ideato dal Machiavelli. Che volgare visionario, egli esclama, avrebbe questi dovuto essere, per credere Leone X, Giuliano e Lorenzo capaci d'innalzarsi fino ad un così grande, eroico disegno! E con che mezzi si doveva attuare? Nel capitolo V del Principe è scritto, che, a voler sottomettere le città libere, bisogna distruggerle. Ma allora quale ecatombe di repubbliche non sarebbe stata necessaria in Italia, per unirla? Poteva il Machiavelli voler distruggere anche Firenze? Questa sarebbe una enormità cui non arrivò lo stesso Cesare Borgia, il quale se uccise i suoi mal fidi alleati, non distrusse mai le città. Armare di proprie armi il nuovo Stato? Ma non aveva lo stesso Machiavelli, il 10 agosto 1513, scritto al Vettori, che sarebbe stata cosa da ridere, perchè, dalle spagnuole in fuori, «non sono in Italia armi che vagliano un quattrino»?
Sfortunatamente il Baumgarten credette di poter esaminare il Principe, senza metterlo in relazione con le altre opere del Machiavelli, con le quali è così strettamente connesso, che senza di esse non è possibile farsene un concetto chiaro. Egli quindi non si ricordò neppure che tutta l'Arte della Guerra è fondata sulla convinzione profonda, che se avessero adottato gli ordini militari di Roma, gl'italiani avrebbero riacquistato l'antico valore, ed avuto una fortuna simile alla romana. Ed il 10 marzo 1526 non scriveva egli allo stesso Vettori, dimostrando una grande fiducia che Giovanni delle Bande Nere potesse allora armare e riunire gl'Italiani sotto la sua bandiera? E quando, poco dopo, Firenze s'apparecchiò a difendersi contro l'esercito imperiale, non ritornava egli a sperare nella sua Ordinanza? Nè è poi vero che egli dica proprio in modo assoluto, che a sottomettere le città libere, bisogna distruggerle. Nei Discorsi, ed anche nel capitolo V del Principe, citato dal Baumgarten, è scritto che bisogna: o distruggerle (e intende i cittadini potenti e liberi, non le città), o andarvi ad abitare, o porvi un governo di pochi. In ogni modo poi il Baumgarten ha avuto torto di non ricordarsi di ciò che assai giustamente osservò il Burckhardt, che cioè il difetto del Machiavelli non era un eccesso di logica e di coerenza, ma il lasciarsi troppo facilmente trascinare da una fantasia indomabile. Contradizioni in lui ve ne sono, e non bisogna pretendere di sopprimerle. Chi potrà mai supporre, osserva il Baumgarten, che il Machiavelli parlasse con tanto disprezzo, come fa nel Principe, degli Stati ecclesiastici, se il libro fosse stato davvero destinato ai Medici? Ma nelle Storie fiorentine, scritte per commissione di Clemente VII ed a lui dedicate, non dice egli ripetutamente, che i Papi furono la rovina d'Italia, avendole impedito sempre di riunirsi?
Dopo tutto ciò, non deve far nessuna maraviglia, se arrivato all'ultimo capitolo, in cui il concetto del Principe liberatore apparisce in modo da non poterlo più mettere in dubbio, il Baumgarten si trovi costretto a dire, che esso è una fantastica bizzarria, la quale apparisce improvvisamente, senza avere connessione alcuna col resto del libro. — Forse, egli aggiunge, questo è il solo capitolo destinato a Lorenzo, forse il Machiavelli lo scrisse sperando di potere con questa patetica esortazione guadagnarsene l'animo? — Eppure aveva detto poco prima, che sarebbe stato affatto puerile il supporre i Medici capaci di comprendere un così nobile ed eroico disegno, e commuoversi per esso. In conclusione tutto il male, secondo il Baumgarten, è venuto dall'aver voluto prendere sul serio la esortazione finale, e ciò s'è fatto perchè era il solo modo di redimere quanto v'ha di enorme, di crudele, d'immorale in tutto il libro. Una tale interpetrazione, che non ha nessun serio fondamento, è divenuta popolare dopo che l'Italia fu liberata per opera della Casa di Savoia, il che sembrò confermare il preteso sogno eroico del Machiavelli. Ma questi in realtà non sentì mai nessun bisogno di giustificare la sua politica con un grande scopo patriottico e morale. E quando lo avesse sentito, non avrebbe di certo nascosto il proprio pensiero in modo, che ci vollero tre secoli per scoprirlo.
Lasciando qui da parte che la interpetrazione patriottica del Principe è assai più antica, che non suppone il Baumgarten, che cosa dunque, secondo lui, voleva il Machiavelli, che scopo, che valore ha il Principe? La politica del Rinascimento era senza morale, senza scrupoli, fatta nell'interesse dei principi, non dei popoli. Questa relazione artificiale del sovrano coi sudditi, parve al Machiavelli normale, e volle ridurla a sistema. Ma egli rese la politica del suo tempo anche peggiore che non era, con esempi cavati dall'antichità. Sperava così di trovar favore appresso i Medici, veri rappresentanti di quella politica iniqua, che egli cercava perciò di giustificare. «Uno Stato che abbia un fondamento etico, non esisteva pel Machiavelli, il quale nella vita pubblica e nella privata, non riconosceva l'impero della morale.» [«Einen auf sittlichen Grundsätzen gestützten Staat gab es auch für seine Gedanken nicht, da dieselben weder im privaten noch iim öffentlichen Leben von sittlichen Geboten wussten» (p. 635)]. «Si è detto che egli seppellì il Medio Evo, ed iniziò la politica moderna. Può darsi, ma è una politica, la quale fa astrazione da tutto ciò che è fondamento necessario della società moderna, il Cristianesimo cioè e le relazioni internazionali.»
Il Baumgarten vide assai chiara la stretta relazione che passa fra il Machiavelli ed i suoi tempi; ma lo confuse troppo con essi, tanto che la personalità ed originalità sua ne svanisce quasi del tutto. Se infatti i tiranni di quel tempo, senza altra mira che il loro personale interesse, non ebbero nessuna grande importanza storica; se la politica d'allora fu solamente corrotta, senza nessun vero, reale valore; se il Machiavelli non fece altro che provarsi a giustificarla, per mero egoismo, senza nessun alto concetto scientifico, senza nessun principio di morale, di patriottismo, d'onore, quale può mai essere il significato, il merito d'una dottrina così priva d'ogni fondamento? A che si riduce il merito di questo grande pensatore politico, che lo stesso Baumgarten, a giusta ragione, chiama il primo del suo secolo? Perchè mai egli stesso ha creduto di doversi così a lungo occupare del Principe in una storia di Carlo V? Come mai questo libro ha potuto esercitare una così grande, continua azione nella politica e nella letteratura? L'enigma ricomparisce, senza trovare una risposta. Non ostante il suo ingegno e la sua dottrina, non ostante molte giuste osservazioni, il Baumgarten non è riuscito, come sembrò credere, a diminuire il valore delle osservazioni e dei giudizi del Ranke, nè ha dato, secondo noi, un passo innanzi nella critica del Machiavelli.
Noi possiamo ora concludere, che non v'è lato da cui il Machiavelli non sia stato, più o meno accuratamente, esaminato; ma le contradizioni non sono scomparse, nè siamo quindi arrivati ad un giudizio universalmente accolto come definitivo. La ragione principalissima di ciò è stata che gli scrittori, anche i più autorevoli, lo hanno troppo spesso esaminato da qualcuno solamente dei molti lati dai quali egli si presenta. Chi ha cercato la spiegazione dell'enigma nello studio dei tempi; chi nel carattere dell'uomo; chi, trascurando l'esame dell'uomo e della vita, s'è fermato invece alle opere, ed ha in esse voluto vedere o solo il repubblicano o solo il sostenitore del principato; chi non ha visto che la questione politica, e chi l'ha invece confusa colla questione morale. Ma sotto qualunque di questi aspetti esclusivi si guardi il Machiavelli, la sua fisonomia, ne vien sempre alterata, ed il suo vero carattere riman sempre inesplicabile. Solo un esame fatto da tutti i lati, sotto tutti gli aspetti, non dimenticando mai di distinguere ciò che è principale da ciò che è secondario; in altri termini solo una vera e propria biografia può sperare di avvicinarci finalmente alla soluzione del difficile problema. Tentativi di questo genere non mancarono di certo. Ma le prime biografie furono semplici compilazioni, senza ricerche originali, senza neppure cercare di trar profitto da quelle indagini precedenti, che avevano messo in nuova luce qualche parte del soggetto. Il signor Périès pose innanzi alla sua traduzione di tutte le opere del Machiavelli (1823-26) una sua Histoire de Machiavel,[687] compilata semplicemente colle notizie raccolte nell'Elogio scritto dal Baldelli (1794), e nelle prefazioni alle edizioni delle Opere, venute alla luce nel 1782 e 1796 in Firenze, e nel 1813 colla data d'Italia. L'anno 1833 fu pubblicato a Parigi, in due grossi volumi, il lavoro da noi più volte citato del signor Artaud. Sebbene composto con grandissima perseveranza e pazienza, anch'esso è privo d'ogni originalità, così nelle ricerche storiche, come nei giudizi dati sulle opere. D'allora in poi, per lungo tempo, nessuno s'arrischiò più a scrivere una nuova biografia del Machiavelli, tale non potendosi dire neppure il libro del signor Mundt (1861), che ci dà piuttosto considerazioni sulle opere e sulle dottrine. Il centenario celebrato a Firenze l'anno 1869, ed un concorso bandito in quella occasione, dettero nuovo stimolo a moltissime pubblicazioni fatte in Italia sul Machiavelli, fra le quali vanno annoverate anche quattro nuove biografie. Ma di questi recentissimi lavori e specialmente delle biografie, scritte la più parte da amici o conoscenti, io non credo di dover qui fermarmi a parlare, per ragioni che il lettore intenderà facilmente.[688]