Bisogna però ricordarsi che il Machiavelli aveva assai rapidamente traversato la Svizzera, e s'era fermato nel Tirolo, arrivando fino ad Innsbruck, senza andare più oltre. Colà aveva, è vero, visto moltissimi Tedeschi, e ragionato con alcuni di essi, i quali parlavano il latino o l'italiano; ma il loro paese non lo aveva visitato, nè lo potè quindi conoscere per esperienza propria. E sebbene ne' suoi scritti egli distingua abbastanza la Svizzera dal Tirolo e dalla Germania, pure sembra che assai spesso li consideri più come parti d'un medesimo paese, che come regioni e popoli diversi. Già nella sua Commissione coll'Albizzi al campo di Pisa, notammo che egli, parlando degli Svizzeri, li chiamava quasi sempre Tedeschi. Ed in questo suo presente scritto si vede chiaro, non solo che, ragionando della Germania, v'include sempre la Svizzera ed il Tirolo; ma che anzi, essendo questi i soli paesi di parlare tedesco che aveva visitati, gli accade di attribuire a tutta la Germania i costumi e il vivere che in essi aveva osservati. Egli s'era esaltato alla vista di quelle popolazioni sobrie, armigere, fiere, e nella «libera libertà» delle repubbliche svizzere aveva ritrovato il suo ideale della nazione armata; quindi le presentava all'Italia come un esempio da imitarsi. L'arrivo di continue bande di Tedeschi, che partivano per dar luogo ad altre; la notizia da essi avuta delle molte repubbliche colà ancora fiorenti; il loro aspetto marziale, la loro reputazione militare colpirono la sua immaginazione per modo che vide nella Germania un paese tutto dedito alle armi, sobrio, amante della libertà, e così la descrisse, attribuendole, troppo spesso, i costumi degli Svizzeri e dei Tirolesi, coi quali essa aveva ed ha certamente molta somiglianza e parentela, ma con i quali non si può confondere. Tutto questo può spiegare le inesattezze osservate dal Mundt, il quale non si occupò di rintracciarne le cagioni, e non riuscì a formarsi un chiaro concetto del molto valore che, non ostante i difetti, ha lo scritto del Machiavelli.
«Non si può,» questi dice, «dubitare della potenza della Germania, che abbonda d'uomini, di ricchezza e d'armi. Spendono i Tedeschi poco in amministrazione e nulla in soldati, perchè esercitano nelle armi i propri sudditi.[93] Invece di giuochi, nei giorni di festa la loro gioventù si occupa a maneggiare lo scoppietto, la picca, chi un'arme e chi un'altra. Sono parchi in tutto, perchè non edificano, non vestono con lusso, non hanno molte masserizie in casa. Basta loro lo abbondare di pane, di carne, ed avere una stufa dove rifuggire il freddo, e chi non ha dell'altre cose, fa senza esse, e non le cura. Quindi il loro paese vive di quello che produce, senza avere bisogno di comprar dagli altri; vendono le loro robe lavorate manualmente, di che condiscono quasi tutta Italia,[94] ed il guadagno è tanto maggiore, in quanto nasce tutto dal lavoro con pochissimo capitale. Così si godono quella lor rozza vita e libertà, e per questa causa non vogliono ire alla guerra, se non soprappagati, nè ciò anche basterebbe, se non fossero comandati dalle loro comunità.» Qui par veramente di sentire come una rimembranza della Germania di Tacito. V'è quasi un accento di dolore, che rivela l'animo trafitto dal paragone, che il Machiavelli fa, senza esprimerlo, del paese che descrive con l'Italia. E par che, prorompendo, esclami ai Dieci: Ecco come dovreste voi ordinar la Repubblica, se veramente la volete libera e forte. Lo splendore delle arti, delle lettere, della ricchezza italiana, che aveva fatto velo al giudizio di tanti fra i nostri scrittori, i quali perciò disprezzavano gli stranieri, non offuscò mai quello del Machiavelli, il cui sguardo acutissimo andava diritto alla sorgente prima delle cose, e nella corruzione del suo paese vedeva la causa inevitabile delle future calamità.
C'è però un punto assai notevole e sostanziale su cui l'attenzione del Machiavelli sembra non essersi mai fermata. Egli, che pure aveva tante volte meditato sulla opportunità di riunire l'Italia, per costituire una forte nazione, non si fermò, nel traversare la Svizzera, sui vantaggi che essa ritraeva dalla Confederazione dei suoi Cantoni. Non si fece mai la domanda: perchè i Comuni italiani non si uniscono in Confederazione? E c'è un altro punto non meno sostanziale su cui non si fermò mai. Nella Svizzera, ed in parte anche nel Tirolo, le popolazioni rurali avevano una parte importantissima nella vita nazionale, e ne accrescevano grandemente la forza. Presso di noi invece erano state da essa affatto escluse, il che fu causa di debolezza dapprima, e più tardi anche della rapida decadenza dei nostri Comuni. Questi sono due punti sui quali i politici italiani non riuscirono mai a portare la loro attenzione.
Ed ora, continuando, il Machiavelli cerca avvicinarsi sempre meglio alla realtà delle cose, e descriverla anche più fedelmente. «La Germania è tutta divisa fra i comuni ed i principi, che sono nemici fra di loro, ed insieme nemici dell'Imperatore, cui non vogliono dar troppa forza, perchè non domi il paese loro come in Francia hanno fatto i re. E questo si capisce da tutti; ma pochi capiscono per qual ragione le città libere della Svizzera si dimostrino così avverse, non solo ai principi ed all'Imperatore, ma anche alle comunità della Germania, con le quali hanno pur comune l'amore della libertà, ed il bisogno di difendersi dai principi. La ragione vera è che gli Svizzeri non sono nemici dei principi e dell'Imperatore solamente, ma anche dei nobili che sono in Germania, non però del loro paese, dove si gode, senza distinzione alcuna d'uomini, fuori di quelli che seggono nei magistrati, una libera libertà. Così avviene che questi gentiluomini fanno ogni opera per tenere le loro comunità divise dalle svizzere. Da un altro lato l'Imperatore, il quale è avversato dai principi, aiuta contro di loro le comunità, che sono il nerbo della Germania; e così essi si trovano deboli, perchè doppiamente combattuti, e perchè i loro Stati si dividono nelle successioni. Se a ciò si aggiungono le guerre dei principi e dei comuni fra loro, di questi con quelli, degli uni e degli altri coll'Imperatore, si capirà come, sebbene sia assai grande la forza di quel paese, venga poi assai indebolita nel fatto.»[95]
Tutte queste considerazioni trovansi, quasi con le stesse parole, così nei Ritratti,[96] che poco altro contengono, come nella seconda metà[97] del Rapporto. Esso però, che è, come vedemmo, quasi una relazione d'ufficio, incomincia col parlar delle condizioni presenti degli affari, e del carattere dell'Imperatore, di cui dice che, non ostante la sua apparente grandezza e potenza, trovavasi difatti poi debolissimo, perchè la Germania, divisa com'era e gelosa, non gli dava mai i danari necessari. «Dicono che i suoi Stati gli rendono 600,000 fiorini d'entrata netti, e che 100,000 gliene rende il suo ufficio imperiale. Ciò basterebbe a pagare molta gente; ma invece, per la sua grande liberalità, egli è sempre senza soldati e senza danari; nè si vede dove questi ne vadano. Prè Luca (il prete Luca dei Renaldi) che è sempre presso di lui, mi disse che l'Imperatore non chiede mai consiglio ad alcuno, ed è consigliato da tutti; vuole fare ogni cosa da sè, e nulla fa a suo modo, perchè quando, non ostante il misterioso segreto in cui sempre s'avvolge, l'andamento delle cose scopre i suoi disegni, egli è subito tirato da chi gli è vicino. Questa sua liberalità e questa facilità lo fanno lodare da molti, ma son poi la sua rovina, perchè tutti ne profittano, tutti lo ingannano. E uno che gli è vicino mi disse che, sebbene una volta avvistosene, non si lascia ingannare di nuovo; pure son tanti gli uomini e tante le cose, che gli potrebbe toccar d'essere per tutta la vita ingannato ogni dì, quando anche se n'avvedesse sempre. Se non avesse questi difetti, sarebbe un ottimo principe, perchè è virtuoso, giusto ed ancora perfetto capitano.[98] La sua venuta in Italia è spaventosa a tutti, sapendosi che con la vittoria crescerebbero i suoi bisogni, quando non avesse addirittura mutato natura. E se le frondi degli alberi d'Italia gli fossero divenute ducati, non gli basterebbero. Notate poi che dagli spessi suoi disordini nascono gli spessi bisogni, dai bisogni le spesse domande, e da queste le spesse Diete, come dal suo poco giudizio le deboli risoluzioni e debolissime esecuzioni. Se però fosse venuto, voi non lo avreste potuto pagar di Diete.»[99]
I Ritratti delle cose di Francia[100] sono, più che altro, pensieri staccati, scritti dopo la sua ultima legazione in Francia nel 1510. In essi tuttavia egli nota subito la forza crescente di quel paese, in conseguenza del suo grande accentramento, che risulta dalla unione e sottomissione delle diverse provincie e dei baroni alla Corona. Di qui una forza politica nell'interno, una forza militare fuori, le quali sono maggiori della forza sociale e reale del paese: il contrario precisamente di quel che aveva notato in Germania. «La nobiltà è tutta data alla vita militare, e quindi gli uomini d'arme francesi sono fra i migliori d'Europa. Le fanterie invece sono cattive, perchè composte d'ignobili e genti di mestiere, sottomessi ai baroni, e tanto in ogni loro azione depressi, che sono vili. Bisogna eccettuarne però i Guasconi, che, vicini alla Spagna, hanno dello spagnuolo, e sono un poco migliori degli altri, sebbene da qualche tempo in qua si siano mostrati più ladri che valenti.[101] Pure fanno buona prova nel difendere ed assaltare fortezze, ma cattiva in campagna aperta.[102] Anche in ciò sono il contrario dei Tedeschi e degli Svizzeri, i quali alla campagna non hanno pari, ma per offendere o difendere luoghi fortificati valgono poco. Queste son le ragioni per le quali i re di Francia, non fidandosi delle proprie fanterie, assoldano Svizzeri e lanzichenecchi. In sostanza sono più fieri che gagliardi o destri, e se si resiste al loro primo impeto, diventano così timidi che paiono femmine, come notò anche Cesare, il quale disse appunto, che in principio sono più che uomini, in fine meno che femmine. E però chi vuole superarli, deve intrattenerli e guardarsi dai primi loro impeti. Non sopportano i lunghi disagi; ed è facile, trovandoli in disordine, sopraffarli, come se n'è avuto esperienza nell'ultima guerra cogli Spagnuoli sul Garigliano.»
«Il paese è ricchissimo di prodotti dell'agricoltura, ma povero di danari, ogni cosa andando nelle mani dei gentiluomini e dei vescovi, i quali ultimi ritraggono due terzi delle ricchezze di quel regno, ed hanno un grandissimo potere politico, essendo assai numerosi nel consigliar la Corona. Sono i popoli di Francia umili e ubbidientissimi, ed hanno in gran venerazione il loro re. Vivono con pochissima spesa, per l'abbondanza grande delle grasce, ed anche ognuno ha qualche cosa stabile per sè.[103] Vestono grossamente e di panni di poca spesa; non usano seta di alcuna sorta, nè loro, nè le donne loro, perchè sarebbero notati dai gentiluomini.»[104] Ed altrove in questi medesimi Ritratti, che procedono sempre a paragrafi staccati: «La natura dei Francesi è appetitosa di quello d'altri, di che insieme col suo e dell'altrui è poi prodiga. E però il Francese ruberìa con lo alito, per mangiarselo e mandarlo a male e goderselo con colui a chi lo ha rubato, natura contraria alla spagnuola, che di quello che ti ruba mai non ne vedi niente.»[105]
Evidentemente il Machiavelli non aveva nessuna simpatia pei Francesi nè per la Francia, che conosceva assai meglio della Germania; e di essi veramente la Repubblica non aveva nessuna ragione d'esser contenta. Di questa sua antipatìa abbiamo una riprova anche in alcuni pochi e brevi pensieri staccati, che nelle sue Opere vengono intitolati: Della Natura dei Francesi.[106] «Sono umilissimi nella cattiva fortuna, nella buona insolenti. Sono piuttosto taccagni che prudenti. Tessono bene i loro male orditi con la forza. Sono vani e leggieri. Degli Italiani non ha buon tempo in Corte, se non chi non ha più che perdere e naviga per perduto.»
Nei Ritratti delle cose di Francia egli passa inoltre a rapida rassegna anche i varî Stati che la circondano, per dimostrare come essa non abbia molto a temere da nessuno. Accenna alle gabelle; alle entrate del paese; all'ordine del governo, dell'esercito, delle Università, della Corte, dell'amministrazione, e sopra tutto all'arbitrio e potere regio, che è quasi illimitato. Sono notizie rapide, brevi, staccate, come appunti presi in viaggio. Ma quello che sopra tutto richiama la nostra attenzione, qui come negli scritti sulla Germania, è la continua, quasi involontaria, irresistibile tendenza dell'autore a coordinar sempre le notizie particolari che ha raccolte, intorno a pochi fatti generali, quali sono la natura del paese, il carattere del popolo, l'indole del governo. Questi fatti generali divengono poi il centro da cui partono ed a cui tornano le sue osservazioni più speciali e minute, e spiegano così le condizioni sociali e politiche del paese che egli esamina. In Francia il Machiavelli si ferma ad osservare che tutti gli uomini, tutte le attività nazionali sono raccolte, accentrate sotto l'unità di un solo comando, e ne vede nascere aumento di forza politica e militare; ma non gli sfugge, che tutto ciò può a lungo andare essere pericoloso, perchè ne rimane sacrificata la libertà individuale, e le moltitudini ne restano oppresse. Dopo trascorsi più secoli, dopo tanti casi diversi e clamorosi, dopo tante rivoluzioni, questo suo giudizio resta sempre verissimo. Anche oggi la Francia soffre del suo accentramento, assai più antico che non si crede, come dimostrò il Tocqueville,[107] e come si vede qui nel Machiavelli; anche oggi dura tuttavia quella eccessiva potenza del clero che egli osservava allora. Perfino la grande estensione della piccola proprietà, su cui tanto s'è scritto, che tanti han dichiarato conseguenza esclusiva della Rivoluzione, e però affatto moderna, ha, come notò lo stesso Tocqueville, origini assai più antiche, e neppur essa, come abbiam visto, sfuggì all'attenzione del Machiavelli. A lui in fatti non sfuggiva mai nulla che avesse una vera importanza politica e generale; era nei particolari che s'ingannava spesso, e qualche volta non li osservava addirittura.
Nel descrivere la Germania egli era invece partito dalla grande varietà dei costumi, degl'interessi, delle passioni e delle libertà locali, che, se generavano confusione, se toglievano unità d'azione, e quindi forza al governo, non spegnevano però la forza vera del paese, la quale veniva, in mezzo al disordine, alimentata dalla indipendenza individuale, dalla educazione militare. Ed anche questo è rimasto per secoli il fatto, il carattere predominante nella storia della Germania, che pur oggi mantiene la forma federativa, e dopo i tanti trionfi, dopo le tante guerre per costituire la sua unità nazionale, sostiene ancora una lotta interna a cagione dei diversi elementi che la costituiscono. V'è però un fatto assai importante, che al Machiavelli sfuggì del tutto, del quale non dice una sola parola, ed è la grande agitazione religiosa che già apparecchiava la Riforma. Ma ciò si spiega se ricordiamo che egli non dimorò mai nell'interno della Germania propriamente detta, di cui non conosceva neppure la lingua, e se ricordiamo la sua profonda indifferenza per tutte le quistioni religiose, la poca o nessuna cognizione che di esse aveva, difetto dei resto che fu comune alla maggior parte degl'italiani del suo tempo.[108]
Nuovo guasto alle campagne pisane. — Trattative con la Francia e con la Spagna. — Pisa è stretta da ogni lato. — Il Machiavelli va a Piombino per trattare della resa. — Pisa s'arrende ed è occupata dai Fiorentini.
Quando scoppiò la rivoluzione di Genova, Luigi XII aveva promesso all'ambasciatore fiorentino, Francesco Pandolfini, che, dovendo venire in Italia con un esercito e domare quella città, si sarebbe fermato anche in Toscana, per sottomettere finalmente Pisa ai Fiorentini. E questo lo disse e fece dire con tale asseveranza, che si trattò anche della somma da doverglisi dare a cose finite. Ma quando ebbe sottomesso Genova, se ne tornò invece in Francia, non mantenendo, secondo il solito, nessuna delle sue promesse ai Fiorentini.[109] E però appena che essi furono liberi dalla paura di Massimiliano, il quale s'era ritirato dopo aver fatto tregua coi Veneziani, si credettero in grado e in diritto di pensare ai casi loro, facendo assegnamento solo sulle proprie forze. Deliberarono quindi di cominciar subito col dare il guasto alle campagne pisane, il che avevano tralasciato nello scorso anno. Non mancarono neppure ora vive opposizioni dei nemici del Gonfaloniere, ai quali si univano altri, che incominciavano a trovar questa guerra assai crudele, e sentivano rimordersi la coscienza, vedendo i contadini di Pisa ridotti ad una estrema miseria, e specialmente le donne rifinite per modo che molte ne morivano di stento o di fame.[110] Tuttavia il partito fu vinto, perchè s'era ormai deliberato di farla una volta finita, ed il momento pareva opportuno.
I Pisani rimasero assai avviliti dal guasto subìto nel giugno. Ed a stringerli ancora più, i Fiorentini assoldarono, con 600 fiorini il mese, il Bardella corsaro genovese, acciò con tre navi tenesse chiusa la foce dell'Arno, impedendo che di là arrivassero vettovaglie all'assediata città.[111] Il Machiavelli, dopo essere stato nel marzo e nell'aprile mandato in giro pel territorio a raccogliere fanti, fu dall'agosto al novembre rimandato al campo. Colà egli pagava le fanterie; spingeva innanzi le operazioni di guerra; ordinava la continuazione del guasto; girava a raccogliere altri fanti; proponeva la elezione dei caporali di compagnia, dei quali in poco tempo ne troviamo, a sua proposta, nominati dai Nove quattrocento circa.[112] Pareva che i Dieci avessero a lui affidato la direzione di tutta l'impresa. In fatti, il 18 agosto gli scrivevano: «Tu se' prudente, e per avere el secreto di tutte le cose, non è necessario discorrerti altrimenti el desiderio nostro.[113]» Ed egli non solo fece nell'ottobre ripetere il guasto già dato nell'agosto alle campagne pisane; ma lo dette ancora dalla parte di Viareggio, nelle terre dei Lucchesi, così che li obbligò ad un accordo per tre anni, con promessa solenne di non dare più alcun aiuto d'uomini, denari o vettovaglie ai Pisani.
Ma quando la Francia, s'avvide, che in questo modo i Fiorentini conducevano a fine la guerra di Pisa senza il suo aiuto, e senza che essa ne cavasse vantaggio di sorta, incominciò subito a protestare. Protestò pel guasto dato, senza prima chiederne il permesso a Sua Maestà, per le trattative d'accordo con l'Imperatore suo inimico; fece poi sapere di voler subito mandare nel Pisano il generale G. G. Trivulzio con 300 lance, e questo perchè la resa non avesse effetto senza il suo aiuto, ed essa potesse così prenderne occasione a nuove e sempre maggiori pretese. Ai Fiorentini sarebbe stato facile dimostrare, che la Francia non aveva diritto alcuno di muovere lamento; ma con ciò non si sarebbero liberati dalle domande insistenti del Re, che voleva danari in ogni modo. Sapevano però che Giulio II era finalmente riuscito nel disegno da lungo tempo meditato della lega di Cambray, con la quale, nel dicembre del 1508, egli, l'Imperatore, la Spagna e la Francia si univano a sterminio di Venezia. E così l'attenzione generale era deviata dalla Toscana, che trovandosi fuori di quella grossa guerra, poteva sentirsi più libera, ed osare di più. Ma da un altro lato l'obbligo che la Francia aveva assunto di scendere con un grosso esercito nell'Italia superiore, la rendeva maggiormente avida di danaro, più vicina e pericolosa.
Gli ambasciatori Alessandro Nasi e Giovanni Ridolfi si trovavano quindi già a Blois, con istruzione di venire ad un accordo, e pagare il meno possibile alla Francia ed alla Spagna, che subito aveva messo innanzi uguali pretese. Questa mercanteggiava con Firenze, adducendo l'antica amicizia, che affermava d'aver sempre avuta pei Pisani, e quella mercanteggiava, per concedere alla sua antica alleata il diritto che incontrastabilmente aveva di provvedere colle proprie forze ai proprî interessi. Pure bisognava piegarsi. Le trattative andavano in lungo, perchè si disputava non solo sulla somma da dare, ma anche sui modi di pagamento; ed intanto occorreva far donativi al Rubertet ed agli altri ministri di Francia e di Spagna, i quali, dopo aver graziosamente accettato, chiedevano sempre di più, e non dimostravano perciò nessuna fretta di concludere gli accordi. Finalmente il Nasi ed il Ridolfi scrivevano, che il 13 marzo 1509 era stato firmato il trattato, con cui Firenze s'obbligava a pagare in diverse rate 50,000 ducati al Re di Francia, ed altrettanti a quello di Spagna, al cui ambasciatore s'era dovuta promettere una mancia di 1500 ducati, non essendosi voluto contentare di mille. E non bastava. S'era dovuto firmare un secondo trattato con la Francia solamente, cui si promettevano altri 50,000 ducati con l'obbligo del più stretto segreto, che altrimenti la Spagna si sarebbe subito ingelosita, e avrebbe preteso altrettanto.[114] In sostanza la Città doveva pagare 150,000 ducati ai suoi amici, perchè le lasciassero quelli che sono i diritti naturali d'ogni Stato.
Intanto però essa spingeva innanzi la guerra, ed al Machiavelli che era sempre in campo, i Dieci scrivevano il 15 febbraio, che desse pure tutti gli ordini che occorrevano, «perchè noi abbiamo posto in sulle spalle tue tutta cotesta cura.»[115] Era una responsabilità immensa per chi, come lui, non era uomo di guerra; ma egli faceva miracoli, provvedendo a tutto con un ardore febbrile, e le cose procedevano assai bene. I Genovesi avevano ordinato al corsaro Bardella di ritirarsi, e subito i loro mercanti erano arrivati con navi cariche di grano, a portare per Arno soccorso ai Pisani. Il 18 febbraio furono però respinti, essendosi mandati in tempo alcuni uomini d'arme, 800 fanti dell'Ordinanza e qualche pezzo d'artiglieria a San Piero in Grado, per guardare la foce.[116] Un altro uguale drappello di uomini fu mandato nella valle del Serchio, a guardare la foce del Fiume Morto, come chiamavasi un canale, pel quale le barche, passando nell'Osole o Oseri, soccorrevano Pisa. Ed arrivava poi il celebre architetto Antonio dan San Gallo, con maestri d'ascia e con sufficiente quantità di legname, per fare una palafitta la quale, traversando l'Arno, lo chiudesse del tutto ai nuovi soccorsi. Un simile lavoro ordinò subito il Machiavelli anche attraverso il Fiume Morto.
Per tutto ciò egli corrispondeva direttamente coi Dieci, lasciando un po' troppo da parte il commissario generale Niccolò Capponi, che se ne stava tranquillo, ma poco contento, a Cascina, tanto che il Soderini ne fece fare amichevole rimprovero al Machiavelli, affinchè cercasse di salvare almeno le apparenze.[117] Ed egli scrisse subito al commissario, avvertendolo che trovavasi alle mulina di Quosi, «per vedere se nuovo barchereccio venissi per entrare, per impedirlo come si è fatto dell'altro.»[118] Ma dopo ciò continuò come prima, mancandogli il tempo per pensare alle convenienze. Corse a Lucca per muovere lamento dei soccorsi che sempre partivano di là, e ne ebbe promessa di buona guardia.[119] Il 7 marzo aveva finito la palafitta nel Fiume Morto, con tre ordini di pali fasciati di ferro, al di sotto dell'acqua, e trovavasi al campo di Quosi, dove faceva porre attraverso il fiume Oseri tre navicelli tolti ai Pisani, acciò i soldati fiorentini potessero passare. E lo stesso giorno scriveva ai Dieci, «che Iacopo Savelli era passato e ripassato due volte con otto cavalli; e quando dovessero passare le nostre genti e portassero seco 50 fascine, allora passerebbe anche l'esercito di Serse.» E dimostrandosi sempre più fiducioso, aggiungeva: «Le compagnie dell'Ordinanza sono bellissime, e non danno una briga al mondo. Io credo ancora che i Lucchesi terranno questa volta la promessa di non mandare soccorso, e d'impedire che i privati li portino, o che i Pisani vengano a prenderli. Altrimenti, come io ho detto loro, sarebbe stato inutile fare il trattato coi Fiorentini, ai quali bastava in ogni caso una sola corazza all'una briga ed all'altra.»[120] Cioè potevano con la stessa guardia impedire che i soccorsi fossero mandati da Lucca, o che i Pisani fossero venuti a prenderli.
Arrivate le cose a questo punto, essendo l'esercito diviso, e varie le operazioni da compiersi, pareva strano assai che tutto il peso della guerra dovesse continuare a ricadere sulle spalle del Machiavelli, il quale non era nè generale, nè commissario, ma solo un uomo di fiducia del Soderini. Il Consiglio degli Ottanta elesse perciò due nuovi commissari[121] nelle persone di Antonio da Filicaia e Alamanno Salviati, essendosi, a quanto pare, ricusato il Giacomini, che era malato e disgustato. Essi s'adunarono il 10 marzo a Cascina col Machiavelli e col Capponi, per deliberare sui provvedimenti da prendere, acciò l'impresa fosse subito condotta a fine. Decisero di formare tre campi. Uno a San Piero in Grado, dove sarebbero restati il Machiavelli ed il Salviati, con Antonio Colonna, incaricati di guardare l'Arno ed il ponte, che era già quasi finito, attraverso il Fiume Morto, col bastione per difenderlo. Il secondo campo doveva formarsi a Sant'Iacopo, a fin d'impedire che da Lucca venissero aiuti per Val di Serchio a Pisa, ed ivi doveva stare il commissario Antonio da Filicaia. Rimaneva però sempre la via dei monti, per la quale i Pisani potevano da Lucca portare roba in sulle spalle, e quindi il terzo campo venne formato a Mezzana, chiudendo così tutte le altre strade ed ivi fu commissario il Capponi. In ciascuno di questi tre campi, coi quali era tolta a Pisa ogni speranza d'aiuto, dovevano stare mille uomini, due terzi dei quali dell'Ordinanza fiorentina.[122]
Prima però che siffatte deliberazioni fossero tutte recate ad effetto, il Machiavelli riceveva, con lettera del 10 marzo, ordine di recarsi a Piombino, dove arrivava con salvocondotto un'ambasceria pisana assai numerosa, per proporre le condizioni della resa.[123] Si temeva che volessero solamente pigliar tempo, e però i Dieci lo mandavano a scrutare le loro intenzioni, con incarico di chiedere resa incondizionata, e ritirarsi subito, quando fossero venuti senza facoltà di concluderla.[124] La città di Pisa era veramente ridotta agli estremi. I Fiorentini le avevano, con la formazione dei tre campi, chiuso la via ad ogni speranza di soccorso esterno, così dalla parte di Lucca, come da quella del mare; e per le somme pagate alla Spagna ed alla Francia, avevano ora piena libertà di operare. La grossa guerra che si apparecchiava, in conseguenza della lega di Cambray, teneva l'attenzione e le armi dei grandi potentati, non escluso il Papa, occupate nell'Italia superiore: non restava quindi, neppure da questo lato, speranza d'aiuto ai Pisani. Essi avevano fatto sinora una lunga, eroica, fortunata difesa, e l'avrebbero di certo continuata, se a tutti i pericoli esterni non si fossero uniti ora gravi e non più evitabili disordini interni.
L'energia e l'ostinazione fortunata della loro difesa erano derivate principalmente dall'avere i Fiorentini finora combattuto quasi sempre con soldati mercenarî o ausiliarî, mentre essi avevano non solo armato tutti i proprî cittadini, ma anche gli abitanti stessi del contado, chiamandoli anche a parte del governo. Questa unione, della città e della campagna, nuova affatto nelle nostre repubbliche, aveva loro dato una forza grandissima, e fatto sorgere esempî di virtù, di abnegazione, d'eroismo, insoliti nella storia italiana di quel tempo, tali che gli avversarî stessi ne rimanevano ammirati, ed il Machiavelli ne traeva argomento a sperare sempre più nell'ordinamento delle milizie nazionali. Ma dalla lunga guerra erano in Pisa risultate ancora altre conseguenze. I contadini, primi ad essere ogni giorno assaliti, costretti perciò a fare i più duri sacrifizî di sangue e d'averi, finirono col prendere necessariamente una parte sempre maggiore nel governo della città, divenuto in sostanza un governo militare di pubblica difesa, nel quale era naturale che fossero più potenti coloro che più erano esposti a combattere il nemico. Ciò non ostante, i cittadini, per la maggior pratica che avevano degli affari, e per la maggiore accortezza politica, riuscivano sempre a condurre le cose dove essi volevano. E così poco a poco nasceva un conflitto d'interessi, cui era difficile trovare rimedio.
Il contado era tutto guasto ed esausto, ed i Fiorentini, come già notammo, non dimostravano più nessun desiderio di vendetta; volevano resa incondizionata, ma promettevano di trattar tutti umanamente, come loro proprî e antichi sudditi. Queste condizioni convenivano agli abitanti del contado, i quali sapevano che, finita una volta la guerra, sarebbero stati trattati come sottoposti anche dai Pisani, secondo l'uso generale di tutte le repubbliche italiane; non convenivano però punto agli abitanti della città, i quali avrebbero, con la resa incondizionata, perduto quella indipendenza che apprezzavano sopra ogni altra cosa al mondo. Così incominciò la discordia. I contadini dicevano, che le loro campagne erano ridotte a tale, che il prolungare la difesa era divenuto ormai impossibile, stretti com'erano dal nemico e dalla fame; volevano quindi arrendersi. I cittadini, invece, sempre ostinati, temporeggiavano in mille modi, pur di pigliare tempo a continuare la guerra. Ora proponevano di cedere il solo contado, ora cercavano invece di spaventare i contadini, dicendo che su di essi sarebbero cadute le vendette maggiori dei Fiorentini; ma questi in mille modi facevano capir chiaro di essere veramente decisi alla clemenza con tutti. L'idea di cedere il solo contado non era poi accettabile da nessuno, perchè la guerra sarebbe continuata contro la città, il che avrebbe reso inevitabile anche la devastazione delle campagne.[125]
L'ambasceria, in queste condizioni, mandata da Pisa a Piombino, era composta di contadini e di cittadini, i quali non potevano essere dello stesso animo, come il Machiavelli già sapeva, e come ebbe subito a sperimentare. Il 15 marzo infatti egli scriveva, rendendo conto ai Dieci della sua commissione, che i Pisani, venuti in gran numero, s'erano doluti che, invece di due o tre autorevoli cittadini, si fosse mandato un semplice segretario, il quale neppur veniva direttamente da Firenze. In ogni modo chiedevano la pace, salve le vite, la roba e gli onori; non avevano però mandato di concludere. A questo il Machiavelli, assai poco contento, si era, dopo poche parole, rivolto al Signore di Piombino, dicendo, «che non rispondeva nulla, perchè non avevano detto nulla. Se volevano qualche risposta, dicessero qualche cosa. Vostre Signorie volevano obbedienza, e non si curavano di lor vita, nè di lor roba, nè di loro onore, e avrebbero lasciato libertà ragionevole.» I Pisani fecero allora la proposta di cedere il contado, e di essere lasciati chiusi nelle mura della loro città. «Non vedete,» rispose il Machiavelli, rivolgendosi di nuovo al signor di Piombino, «che si ridono di voi? Se non si vuole rimettere Pisa in mano dei Signori fiorentini, è inutile di trattare; e quanto alla sicurtà, se non si vuole stare alla loro fede, non c'è altro rimedio.» E ai contadini poi disse, «che gl'incresceva della loro semplicità, perchè giocavano un giuoco in cui dovevano perdere in ogni modo. Se Pisa doveva essere sottomessa colla forza, essi avrebbero perduto la roba, la vita ed ogni cosa. Quando invece avessero vinto i Pisani allora i cittadini non li avrebbero voluti per compagni, ma per servi, e li avrebbero fatti tornare ad arare.» A questo punto uno dei cittadini presenti cominciò a gridare, che quelli non erano termini convenienti, perchè si cercava dividerli; ma i contadini parevano invece consentire, e uno di essi, Giovanni da Vico, esclamò ad alta voce: «Noi vogliamo la pace, noi vogliamo la pace, imbasciatore.» Il Machiavelli non si occupò d'altro, ed il giorno seguente partì, sebbene due volte, anche quando era montato a cavallo, fossero tornati da lui per riannodare i discorsi.[126]
Egli dovè subito recarsi a Firenze, dove i Dieci lo chiamavano allora in grandissima fretta,[127] con tutti gli uomini che poteva menar seco. Pare che fossero in grave pensiero, perchè da ogni parte le genti del Papa e della Francia movevano già contro Venezia. Ben presto però lo troviamo di nuovo nel campo a Mezzana, donde, avendo da essi ricevuto invito d'andare a Cascina, per ivi fermarsi, rispondeva il 16 aprile. Dopo avere minutamente ragguagliato sullo stato dell'esercito, dicendo che le fanterie erano così buone come ogni altra che si potesse avere in Italia, concludeva raccomandandosi vivissimamente, che lo lasciassero dove si trovava, altrimenti non avrebbe potuto occuparsi nè dei fanti nè del campo, ed a Cascina bastava mandassero un uomo qualunque. Capiva bene che l'andare colà sarebbe stato per lui meno faticoso e meno pericoloso; «ma se io non volessi nè pericolo nè fatica, non sarei uscito da Firenze; sicchè mi lascino Vostre Signorie stare infra questi campi, e travagliare fra questi commissari delle cose che corrono, dove io potrò essere buono a qualche cosa, perchè io non sarei quivi buono a nulla, e morrei disperato; e però di nuovo le prego disegnino sopra qualche altro.[128]» I Dieci gli risposero, che stesse pure là dove credeva più utile la sua presenza;[129] ed egli fu quindi in giro pei tre campi, a sorvegliare l'andamento delle cose, trovandosi sempre ov'era necessaria l'opera sua, perchè nulla mancasse ai soldati. Ora distribuiva le paghe, ora mandava le vettovaglie, ora consigliava e dirigeva le operazioni necessarie ad impedire che entrassero aiuti nella città.[130] Il 18 maggio era a Pistoia per sollecitare l'invio del pane che era stato ritardato, e dava ordini severi perchè non seguissero più simili inconvenienti.[131] E queste cure indefesse ebbero finalmente il desiderato effetto, perchè i Pisani si trovarono così stretti e vigilati da ogni lato, che dovettero ormai decidersi a cedere.
Il 20 di maggio, infatti, i tre commissari scrivevano ai Dieci,[132] annunziando che quattro Pisani erano venuti a chiedere salvocondotto, per mandare a Firenze ambasciatori che trattassero della resa. Ed il 24 questi ambasciatori, con cinque cittadini e quattro contadini[133] si presentarono al campo e partirono subito con Alamanno Salviati e Niccolò Machiavelli, tanto che la sera stessa erano arrivati a San Miniato.[134] Il giorno 31 il Machiavelli si trovava di ritorno a Cascina, e gli ambasciatori, avendo concordato a Firenze i termini della resa, che in sostanza era incondizionata, con promessa però d'essere trattati con clemenza, rientrarono subito in Pisa. Non v'era tempo da perdere. Il 2 giugno erano uscite dalla misera città trecento persone, correndo affamate al campo di Mezzana, per chiedere pane, che fu loro dato. Il giorno seguente uscivano a frotte da ogni porta, tanto che fu necessario rimandarne indietro parecchie, altrimenti avrebbero riempito e disordinato il campo intero.[135] Il 6 tutto era concluso, perchè i Fiorentini entrassero il giorno seguente. I tre commissari s'adunarono a Mezzana col Machiavelli, che aveva ricevuto tremila ducati per le paghe. Venne anche l'ordine, che lasciassero scegliere a lui le genti che dovevano entrare in città, alle quali doveva dar prima un terzo delle paghe, acciò non vi fosse occasione o pretesto d'abbandonarsi al saccheggio o ad altri eccessi.[136] Si tardò ancora un giorno, per entrare il dì 8; non sappiamo il perchè. È probabile che, per determinare non solo il giorno, ma anche l'ora, si consultassero, come allora usava, gli astrologi. Certo è che fra le molte lettere, mandate in quei giorni al Machiavelli, ne troviamo una dell'amico Lattanzio Tedaldi, il quale gli raccomandava vivamente di non cominciar l'entrata prima delle dodici e mezza, possibilmente qualche minuto poco dopo le tredici «che sarà hora felicissima per noi.»[137]
Secondo il giudizio concorde degli storici contemporanei, tutto procedette da questo momento con una grandissima umanità e benevolenza verso la infelice città, che con tanta energia aveva combattuto e sofferto.[138] I Fiorentini non solamente non usarono violenza; non solo portarono grande quantità di vettovaglie che distribuirono largamente tra la popolazione affamata; ma resero ai Pisani tutti i beni stabili, che avevano loro confiscati, computando scrupolosamente a vantaggio degli antichi possessori anche i frutti di quell'anno sino al giorno della pace. I conti vennero affidati a Iacopo Nardi, lo storico, il quale dice che furono fatti talmente a favore dei Pisani, che pareva quasi avessero essi dettato e non subìto le condizioni della pace.[139] Vennero confermati gli antichi privilegi, le antiche magistrature amministrative della città; rese le franchigie commerciali già godute in antico; concesso nelle liti un appello ai medesimi giudici che giudicavano i Fiorentini. Ma se tutto ciò faceva onore ai vincitori, massime al Soderini ed al Machiavelli, che avevano avuto la parte principale nel dare ed eseguire questi ordini, non poteva certo bastare a soddisfare i vinti. La libertà, l'indipendenza, i diritti politici erano perduti per sempre! Nessun Pisano poteva più sperare di aver qualche parte nel decidere i destini della sua città, e però le principali famiglie esularono a Palermo, a Lucca, in Sardegna, altrove. Molti s'arrolarono nell'esercito francese, che combatteva allora in Lombardia contro Venezia, per cercare poi nella Francia meridionale un'immagine del bel clima toscano.[140] In questa occasione esularono anche i Sismondi, da cui discese lo storico illustre delle repubbliche italiane.
Allora, osserva il Nardi, non pochi pensarono ad Antonio Giacomini, il primo che aveva dato alla guerra pisana un indirizzo tale da poterla condurre a buon fine, ed era stato poi, per invidia, lasciato da parte; sicchè trovavasi vecchio, inabile, cieco e abbandonato. Per singolare capriccio della fortuna trionfava invece il Machiavelli, che non era uomo di guerra. Ma egli poteva avere la coscienza tranquilla, perchè non era stato mai di quelli che avevano disprezzato il Giacomini, anzi ebbe sempre per lui un'ammirazione sincera, nè tralasciò occasione di manifestarla, biasimando coloro che lo avevano trascurato, riconoscendo d'essere stato dall'esempio e dai buoni successi militari di lui incoraggiato ad ordinare quella Milizia, cui ora si attribuiva la resa di Pisa.
Tutto gli era riuscito a buon fine; e la clemenza usata nel prender possesso della città crebbe la reputazione della sua prudenza e l'autorità del suo nome. Da ogni parte gli arrivavano lettere di congratulazione. Una di Agostino Vespucci, suo coadiutore nella cancelleria di Firenze, gli diceva, in data appunto dell'8 giugno, che i fuochi s'erano accesi nella Città sin dalle ore 21, nè era possibile descrivere la letizia universale: «ogni uomo quodammodo impazza di esultazione.... Prosit vobis lo esservi trovato presente ad una gloria di questa natura, et non minima portio rei.... Nisi crederem te nimis superbire, oserei dire che voi con li vostri battaglioni tam bonam navastis operam, ita ut, non cunctando sed accelerando, restitueritis rem florentinam. Non so quello mi dica. Giuro Dio, tanta è la esultazione aviamo, che ti farei una Tulliana, avendo tempo, sed deest penitus.»[141] Ed il 17 giugno, il commissario Filippo da Casavecchia, suo amico, gli scriveva da Barga: «Mille buon pro' vi faccia del grandissimo acquisto di cotesta nobile città, che veramente si può dire ne sia suto cagione la persona vostra in grandissima parte.... Ognindì vi scopro el maggior profeta che avessino mai li Ebrei o altra generazione.»[142]
Tutti questi trionfi non erano però senza qualche pericolo per l'avvenire del Machiavelli, ed anche della Repubblica. Da un lato era inevitabile che venisse fatto segno a nuove gelosie ed invidie un segretario, il quale aveva sorvegliato un assedio, con autorità quasi superiore a quella dei commissarî di guerra, e per giunta era stato fortunato in modo da ottenere il trionfo, ponendo fine ad una lotta ostinata, che per tanti anni aveva esaurito le forze delle due città. Da un altro lato questo fortunato successo fece a tutti concepire grandissima opinione della nuova Ordinanza. Infatti d'allora in poi il Machiavelli e gli altri riposero in essa una fiducia così illimitata, che poteva essere, e più tardi fu veramente, cagione di grandi e crudeli disinganni. Pareva che nessuno s'avvedesse, che in sostanza allora tutto s'era per essa ridotto a dare il guasto, senza incontrar mai nemici da combattere; a far buona guardia, perchè non arrivassero soccorsi di vettovaglie ad una città affamata ed esausta, che non era più in grado di difendersi. Non si pensava, che assai diverso sarebbe stato il caso, quando si fosse trattato d'affrontare nemici agguerriti ed in forze. In fatti questa esperienza si dovè fare più tardi, ed allora a proprie spese s'imparò quanto sia in guerra pericoloso il pascersi di vane illusioni.