Gli avversarî del Soderini prendono animo. — Il Cardinale de' Medici acquista favore. — Il Soderini rende conto della sua amministrazione. — Congiura di Prinzivalle della Stufa. — Presa della Mirandola. — Concilio di Pisa. — Commissione a Pisa. — Quarta legazione in Francia.
Ormai si vedeva chiaro che la tempesta s'addensava lentamente, ma inevitabilmente sulla repubblica fiorentina. Il Papa mirava, con un ardore e una tenacia irresistibile, ad isolare la Francia, unendosi, per combatterla, con la Spagna e con Venezia, possibilmente anche con l'Imperatore, il che non era facile. Gli eventi sembravano però secondarlo, e nulla di peggio poteva seguire alla Repubblica ed al gonfaloniere Soderini, la cui politica s'era fondata sempre sull'amicizia della Francia, dalla quale esso non voleva nè poteva più separarsi. Firenze correva quindi il pericolo di trovarsi da un momento all'altro circondata da nemici; ed un tale stato di cose faceva, com'era naturale, crescere rapidamente gli avversarî del Gonfaloniere. Tutti coloro che erano scontenti o invidiosi, uniti al numero non piccolo di quelli che corrono sempre dietro alla buona fortuna, s'alienavano ogni giorno più da lui. Non potevano biasimare nè la sua rettitudine politica, nè la sua severa amministrazione; ma ripetevano ora ad alta voce l'accusa tante volte già fatta, che il suo era un governo personale, il quale allontanava gli uomini di maggior credito ed autorità, sollevando quelli di basso stato, per far tutto ciò che egli ed il segretario Machiavelli volevano. E questo naturalmente indeboliva il governo per modo, che gli effetti se ne vedevano persino nella diminuita autorità dei magistrati, nella poca sicurezza delle vie la notte. Il cronista Giovanni Cambi osserva, che crebbe in quei giorni anche il mal costume, e le donne di mal affare erano venute in tanta insolenza che, contro le leggi, giravano e abitavano dove volevano nella Città, e per mezzo dei loro aderenti facevano minacciar di ferite gli stessi Otto della Balìa, che ne restavano atterriti.[207]
Ma v'era assai di peggio. Il partito dei Medici, favorito dal Papa, guadagnava ogni giorno terreno. Fino a che era vissuto Piero, i suoi modi villani, la sua vita dissipata, l'indole vendicativa e dispotica, i tentativi più volte fatti di tornare in Firenze a mano armata, avevano alienato gli animi da lui e dalla sua famiglia. Ma quando, in sul finire del 1503, egli morì affogato nel Garigliano, le cose cominciarono subito a mutare aspetto, perchè restò capo della famiglia suo fratello il cardinal Giovanni, che aveva residenza in Roma, ed era d'indole assai diversa. Culto e gentile nei modi, amantissimo delle arti e delle lettere, viveva sempre circondato da letterati e da artisti; seguiva in tutto le vecchie tradizioni di Cosimo e di Lorenzo, dei quali era, così nel bene come nel male, degno discendente. Con grandissima cura serbava tutte le apparenze di modesto e privato cittadino, mostrandosi alieno da ogni ambizione di dominar Firenze, sicuro per l'esperienza dei proprî antenati, che anche a lui ed ai suoi il potere sarebbe venuto tanto più facilmente nelle mani, quanto più avessero saputo serbar le apparenze di fuggirlo, pur cospirando in segreto per averlo. Chiunque ricorreva a lui, trovava pronto e generoso aiuto, in modo che ben presto egli divenne come il naturale rappresentante e protettore dei Fiorentini a Roma, dove s'adoperava per tutti, valendosi dell'autorità che aveva nella Curia, e del favore che godeva presso il Papa, il quale volentieri vedeva salire in alto un avversario del Soderini.[208] In questo modo il cardinale dei Medici, sebbene lontano, era in Firenze riconosciuto come il capo d'un partito, che ogni giorno s'ingrossava di tutti gli scontenti, di tutti i nemici del Gonfaloniere. E così quando egli si sentì forte abbastanza, cominciò lentamente ad uscire dalla sua apparente riserva.
Se ne era visto nel 1508 un primo segno, avendo egli fatto concludere il matrimonio tra Filippo Strozzi e Clarice figlia di Piero de' Medici; matrimonio che destò in Firenze grandissimo rumore, perchè si riteneva contrario alle leggi, trattandosi della figlia d'un ribelle, e perchè vivamente avversato dal Soderini e da' suoi amici. Pure, dopo tutto il gran rumore che se ne fece, Filippo Strozzi ne uscì con la condanna di 500 scudi d'oro, oltre ad essere confinato per tre anni nel regno di Napoli.[209] Questa pena sembrò assai mite, trattandosi d'una violazione degli Statuti; ma par, nonostante, che fosse nella esecuzione attenuata di molto, giacchè prima che i tre anni fossero trascorsi, noi ritroviamo lo Strozzi a Firenze. Così il partito dei Medici s'agitava adesso, e diveniva sempre più audace.
Il Soderini s'impensierì di tutto ciò a segno, che il 22 dicembre 1510 volle in Consiglio render conto esatto e minuto della sua amministrazione negli otto anni che aveva tenuto il governo, durante i quali, come egli dimostrò, le uscite erano giunte alla somma totale di 908,300 scudi d'oro. Espose quali erano le economie fatte, quali le spese sostenute, mostrando i libri, che chiuse poi in una cassa di ferro.[210] Apparve a tutti evidente, che la Repubblica non aveva mai avuto un'amministrazione più regolata ed economica. Eppure subito dopo si seppe d'una congiura tramata contro la vita del Gonfaloniere, e correva la voce che il Papa stesso vi avesse tenuto mano. Un tal Prinzivalle della Stufa, il 23 dicembre, cioè il giorno seguente a quello in cui il Soderini aveva fatto il pubblico rendimento di conti, andò da Filippo Strozzi proponendogli d'uccidere il Gonfaloniere, e mutare il governo della Città, aggiungendo d'essere in ciò d'accordo col Papa, che gli aveva promesso in aiuto alcuni uomini di Marcantonio Colonna. Sia che lo Strozzi fosse veramente alieno, come disse, dal mescolarsi allora nelle cose di Stato; sia che non avesse fede in chi gli parlava, o non volesse pigliar parte a un delitto, certo è che respinse sdegnoso la proposta di Prinzivalle, e dopo avergli dato tempo a fuggire, rivelò la cosa al Gonfaloniere. Non si potè quindi fare altro che chiamare ed esaminare il padre del fuggiasco, confinandolo, dopo il processo, per cinque anni.
L'animo del Soderini ne rimase però assai conturbato, e la sera del 29, dovendosi nominare i Gonfalonieri delle Compagnie, venne in Consiglio, e narrò come la congiura pareva che avesse molte radici nella Città, e potesse facilmente esser di nuovo tentata. Se avevano deliberato di uccider lui, egli disse, ciò era per poter subito dopo chiudere il Consiglio, e mutare il governo, convocando il popolo a Parlamento, contro le più esplicite prescrizioni di legge. Si estese poi molto in questo suo discorso, esponendo di nuovo e lungamente la sua condotta politica, i modi di governo che aveva tenuti, la sua imparzialità e giustizia. Più volte si commosse a segno che gli vennero le lacrime agli occhi, specialmente quando parlò delle ingiuste accuse che gli si facevano, e dei pericoli da cui era minacciata la libertà, la quale, egli concluse, sotto pretesto di odio a lui, i suoi nemici volevano in ogni modo distruggere.[211] Il Consiglio si dimostrò deciso a sostenere il governo, e lo dimostrò non solo con l'accoglienza fatta alle parole del Gonfaloniere, ma ancora col votare una legge intesa a difendere la libertà, legge che già più volte da lui presentata e difesa in Consiglio, era stata fin allora sempre respinta. Con essa si provvedeva al caso che, per qualche congiura o per altra ragione qualsiasi, venisse improvvisamente a mancare il numero legale in uno o più dei maggiori ufficî (Signori, Gonfalonieri delle Compagnie e Buoni Uomini), e si fossero portate via le borse, per impedire una regolare estrazione di nomi, e così pigliarne pretesto a radunare il popolo a Parlamento, per poi mutare la forma del governo. La nuova legge voleva perciò che, se si potevano ritrovare le borse o almeno i registri dei nomi, coloro i quali restavano in ufficio facessero senz'altro procedere alla elezione, estraendo i nomi a sorte. Se invece le borse erano state distrutte o portate via insieme coi registri, allora si doveva adunare il Consiglio Grande, bastando nella seconda convocazione il numero dei presenti, qualunque esso fosse, per procedere all'immediata elezione. Quanto al Gonfaloniere, non si deliberò nulla di nuovo, ma si richiamarono in vigore le disposizioni già votate il 26 agosto dell'anno 1502, in cui l'ufficio era stato dichiarato perpetuo, e il modo dell'elezione minutamente determinato.[212]
Ma per quanto fosse cresciuto il numero degli scontenti in Firenze, essi restavano sempre una minoranza, alla quale non sarebbe riuscito mutare la forma del governo, se avesse dovuto fidar solamente in sè stessa. Il vero pericolo della Repubblica veniva di fuori, e non c'era tempo da perdere. Il Machiavelli s'occupava perciò a metterla in condizioni tali da potersi difendere, fidando solo nelle proprie armi. Persuaso sempre più della utilità ed efficacia della sua Ordinanza a piedi, lavorava con grande energia a formare anche una a cavallo, armata di balestra, di lancia o scoppietto. Per ora l'ordinava in modo provvisorio, sotto forma quasi d'esperimento, per venir poi, quando le prime mostre fossero ben riuscite, alla legge che doveva costituirla definitivamente, come s'era già proceduto coll'Ordinanza a piedi.
Nel novembre e nel dicembre del 1510 egli girava pel dominio a scrivere cavalli leggieri; andò poi a Pisa[213] ed Arezzo, per visitare le due fortezze, e riferire in quale stato si trovavano; nel febbraio del 1511 lo vediamo a Poggio Imperiale, dove esaminava in che condizioni era quel luogo. Nel marzo, invece, andava nel Valdarno di sopra e nella Valdichiana, girando con danari per arrolare cento cavalleggieri, che nell'aprile in fatti condusse a Firenze. Nell'agosto fece un'altra escursione, per arrolarne altri cento.[214] In questo mezzo andò anche due volte a Siena a disdir prima la tregua che scadeva il 1511,[215] e poi riconfermarla con un'altra di 25 anni, mediante però la resa di Montepulciano ai Fiorentini da una parte, e la promessa dall'altra di sostenere in Siena il governo del Petrucci. Questa lega, che fu solennemente bandita a Siena nell'agosto, venne conclusa con la mediazione del Papa, il quale voleva evitare che i Fiorentini chiamassero i Francesi in Toscana;[216] ed il Petrucci stesso s'era rivolto a lui, perchè temeva il malcontento del popolo, cresciuto ora appunto, per la cessione che egli era costretto a fare di Montepulciano.[217] Il 5 maggio il Machiavelli partiva di nuovo, per andare presso Luciano Grimaldi signore di Monaco, che aveva sequestrato una nave fiorentina, e di là tornava il dì 11 giugno, dopo averne felicemente ottenuta la liberazione.[218]
Il Concilio radunato a Tours dava intanto a Luigi XII la risposta desiderata, che egli cioè sarebbe stato nel suo pieno diritto movendo guerra al Papa. Ma questi, senza aspettare nè risposta nè consiglio da alcuno, l'aveva già cominciata e la proseguiva con l'ardore d'un giovane conquistatore. Il 22 settembre 1510, con un esercito di Italiani e Spagnuoli, comandati dal duca d'Urbino, da Marcantonio e Fabrizio Colonna, era entrato in Bologna, prima che lo Chaumont fosse stato in tempo a fare resistenza. Nè potè fermarlo il sopravvenire del verno, che anzi, pieno di sdegno contro il duca di Ferrara, s'avanzò e prese Concordia; poi assalì la Mirandola, tenuta dalla vedova di Luigi Pico, stato sino all'ultimo fedele alla Francia, quale aveva ora mandato colà appena qualche debole rinforzo. Il vecchio Papa s'era fatto ai primi del 1511 portare in lettiga da Bologna, e se ne stava ora, durante l'assalto, sotto il tiro del cannone. La neve cadeva in gran copia, le acque erano gelate, una palla di cannone entrò nel suo stesso alloggiamento, senza che egli se ne curasse punto. Essendosi una volta allontanato alquanto dal campo, fu per cadere in un'imboscata francese; sarebbe anzi rimasto certamente prigioniero, se le nevi non gli avessero impedito di tornare indietro all'ora stabilita. La Mirandola, sebbene validamente difesa da Alessandro nipote di G. G. Trivulzio, pure, non essendo stata, per gelosia, soccorsa dallo Chaumont, dovette il 20 gennaio 1511, appena fu aperta la breccia, arrendersi, pagando anche 6000 ducati, per evitare il sacco già promesso ai soldati dal Santo Padre. Questi era dominato da tale e tanta impazienza, che per non aspettare, si fece tirar su in una cassa di legno, ed entrò per la breccia; dette poi il possesso della terra a Giovanni Pico, che, sebbene cugino del defunto signore, era rimasto sempre nemico dei Francesi.
Per essi venne opportuna la morte del loro generale Chaumont, seguita il dì 11 febbraio. Egli aveva infatti lasciato prender Modena dal nemico, non era arrivato in tempo a Bologna, non aveva soccorso la Mirandola, e così tutto era per sua colpa andato in rovina. Ora che gli mancava la validissima protezione dello zio, non poteva sperare la medesima indulgenza che in passato, e quindi s'accorò tanto della sua mala ventura, almeno così si disse, che ne morì. Il comando dell'esercito fu allora affidato di nuovo al vecchio G. G. Trivulzio, cui s'aggiunse il giovane Gastone di Foix, destinato, nei pochi mesi che ancora gli restavano di vita, a rendersi immortale. La fortuna della guerra infatti ben presto mutò. Nel maggio G. G. Trivulzio s'avvicinava coll'esercito a Bologna, ed il Papa, che prima aveva ricusato le offerte di pace, proposte da un congresso tenuto a Mantova, e raccomandate anche dall'Imperatore, se ne fuggì quasi spaventato a Ravenna, sperando che i Bolognesi difenderebbero essi la loro città. Colà egli aveva lasciato il cardinale Francesco Alidosi, già vescovo di Pavia, in qualità di legato della Romagna; e il duca d'Urbino era coll'esercito a poca distanza. Ma il Cardinale, gran protetto del Papa (su di che correvano allora strane dicerie, le quali non sarebbe possibile ripetere), era un uomo assai odiato, di cui nessuno si fidava.[219] E quindi appena giunse la notizia che il Trivulzio s'avvicinava coi Bentivoglio, i Bolognesi si sollevarono il 21 maggio; tirarono giù la statua di Giulio II, opera del Buonarroti, e la ridussero in pezzi, che il duca di Ferrara poi fuse, facendone un cannone. Il Cardinale fuggì a Castel del Rio; i Bentivoglio ed i Francesi entrarono in città; il duca d'Urbino, sorpreso dall'improvviso tumulto, inseguito dai Francesi, si ritirò con tanta fretta, in tal disordine, che perdette le artiglierie e tutti i bagagli, che i nemici portaron via, caricandone molti asini; onde poi quella giornata fu detta degli asinai.[220] La Mirandola andò di nuovo perduta, e il duca di Ferrara riprese tutte le terre che gli erano state tolte.
Il Papa ebbe a Ravenna la notizia di quanto era accaduto; e sebbene la voce pubblica accusasse di tradimento il Cardinale, che certo non aveva fatto la resistenza dovuta, nè aveva di nulla avvertito il duca d'Urbino, pure solamente contro di questo si manifestò allora il suo sdegno, esclamando: Se mi capita fra le mani, lo farò squartare.[221] Preso animo da ciò, il Cardinale corse da lui in Ravenna, ed inginocchiatosi ai suoi piedi, non contento d'aver perdono, cercò di gettar tutta la colpa sul Duca. Questi che, sebbene avesse solo ventun'anno, pure s'era già insanguinate le mani nel delitto, fu adesso per lo sdegno del Papa, pel disonore della disfatta, sopra tutto per la condotta sleale del Cardinale, preso da tanta ira che, incontratolo per via in Ravenna, lo uccise colle proprie mani a colpi di stocco, sfondandogli il cranio, che così forato conservasi ancora nel museo di quella città. Paride de' Grassi, il quale continuò il Diario del Burcardo, e odiava il Cardinale, che credeva traditore, ne lodò l'uccisione esclamando: — O buon Dio, quanto sono giusti i tuoi giudizî! Noi ti dobbiam render grazie della morte del traditore; giacchè, sebbene sia stato ucciso dalla mano d'un uomo, pure è opera tua, o almeno consentita da te, senza di cui non si muove foglia. —[222]Il Papa invece fu indicibilmente addolorato per questo nuovo delitto, commesso dal proprio nipote contro un cardinale di Santa Chiesa, da lui tanto amato e favorito. Minacciò di dare un esempio di grande severità; ed infatti ben presto privò d'ufficio il Duca, sottoponendolo poi al giudizio di quattro cardinali.
Ma v'erano altri eventi che lo angustiavano sempre più in questo anno per lui sfortunato. Lo tormentava la faccenda del Concilio, che sembravagli una continua minaccia alla sua autorità. E quantunque non vi fosse veramente da impensierirsene ancora, pure non era cosa che potesse disprezzarla affatto egli, che aveva tante volte minacciato di adoperar quell'arme contro Alessandro VI, e che, al pari de' suoi predecessori, da lui aspramente di ciò biasimati, aveva mancato alla solenne promessa, fatta nell'assumere la tiara, di radunare il Concilio fra due anni. Nel settembre del 1510 egli aveva dimostrato grandissimo sdegno per la notizia giuntagli inaspettatamente in Bologna, che cinque de' suoi cardinali, mutando strada a un tratto, s'erano diretti a Firenze, per andar poi a Pisa, dove il Conciliabolo, come lo chiamava, era stato convocato dopo la riunione tenuta a Tours. Questo Concilio o Conciliabolo che fosse, era favorito anche da Massimiliano, il quale proponeva di tenerlo a Firenze, e ne pigliava occasione a chieder nuovo danaro alla Città, per l'onore che, secondo lui, veniva così a renderle.[223] Ma i Fiorentini erano invece tanto impensieriti di tutto ciò, che Luigi XII aveva direttamente dovuto chieder loro, che dessero almeno una prova di fedeltà alla Francia, consentendo la convocazione in Pisa. E la domanda del Re fu lungamente discussa nel Consiglio degli Ottanta, dove intervennero quel giorno più di cento persone. Non si voleva offendere il Papa, ma non si voleva neppure perdere l'alleanza francese, e questo secondo pensiero fu quello che prevalse, perchè favorito dal suffragio degli antichi seguaci del Savonarola, il quale era stato già primo a mettere innanzi, sostenendola con molto calore, l'idea di un Concilio da radunarsi d'accordo con la Francia contro papa Alessandro VI. Così fin dal maggio fu deliberato di consentire, ma fu del pari convenuto di tener segreta la deliberazione presa, il che valse a far sì che il Papa, in apparenza almeno, si dimostrasse, per qualche tempo ancora, temperato e mite verso la Repubblica, contro la quale era però sempre deciso di vendicarsi a suo tempo.[224] Intanto l'invito di recarsi in Pisa, affisso alla porta di varie chiese in Italia e fuori, era stato già fatto dai cardinali di Santa Croce, San Malò e Cosenza, i quali affermavano d'avere la rappresentanza d'altri colleghi, ed invitavano a presentarsi il Papa stesso, che il 28 maggio, con maraviglia e sdegno grandissimo, vide coi propri occhi la lettera attaccata alla chiesa principale di Rimini.
La cosa procedeva lentamente, ma non si fermava; laonde egli si persuase che era pur necessario pigliare un qualche provvedimento. Nel marzo del 1511 nominò otto nuovi cardinali, due dei quali, Matteo Lang e il vescovo di Sitten, per ragioni politiche; ma gli altri, che pagarono in media da 10 a 12 mila ducati ognuno, li nominò in parte per trovare il danaro allora assai necessario alla guerra; ma in parte ancora, per colmare con gente a lui fedele il vuoto lasciato da quelli che lo avevano disertato, andando a Pisa. Si decise inoltre a radunare in Laterano un Concilio da opporre a quello di Pisa, ed il 18 luglio 1511 lo intimò pel 19 aprile 1512, minacciando di privare delle loro dignità i cardinali scismatici, se non si sottomettevano subito. Ciò non ostante la faccenda del Conciliabolo andava innanzi, perchè Luigi XII spingeva quanto più poteva alla riunione di esso, e nel settembre più che mai lo favoriva il sempre mutabile Massimiliano, il quale anzi, dopo averlo desiderato a Firenze, lo voleva ora anch'egli in Pisa: era tornato al suo fantastico sogno di farsi proclamare papa,[225] ed invitava, in nome dell'Impero, i vari Stati a mandar loro oratori colà.[226] Giulio II invece spediva a Firenze il vescovo di Cortona, fiorentino, per dissuaderla dall'accogliere il Conciliabolo nel suo territorio, facendo prevedere le gravi calamità che altrimenti ne sarebbero ad essa seguite. Ma la Repubblica, che si trovava fra due fuochi, avendo già promesso a Luigi XII, non osava ora nè consentire nè rifiutare, e sperava solo di potere, temporeggiando, mandare le cose in lungo.
Tutto questo aveva però in modo agitato ed irritato il vecchio Papa, che se n'era due volte ammalato, prima nel giugno e poi nell'agosto, quando fu addirittura creduto morto. Già, secondo il costume, si cominciava a saccheggiar la sua abitazione, ed il duca d'Urbino, che si trovava a Roma, aspettando la sentenza dei quattro cardinali che dovevano giudicarlo, corse in Vaticano, dove con sua maraviglia trovò che lo zio era sempre vivo. La città s'era tutta levata a tumulto, e Pompeo nipote di Prospero Colonna, che i suoi parenti avevano costretto alla vita religiosa, quando si sentiva invece chiamato alle armi, assunse per un momento le parti di nuovo Stefano Porcari. Ma cominciava appena ad ordinar la forma del governo repubblicano, quando seppe che il terribile Papa era tornato nel suo pieno vigore; e così tutto andò in fumo.
Giulio II tornava ora ad operare con più ardore che mai. Interdisse Pisa e Firenze, che avevano tollerato le prime formalità del Conciliabolo, iniziate il giorno 1º settembre. Assolvè il duca d'Urbino, per valersene nella guerra, e concluse una lega, che chiamò santa, con Venezia e la Spagna contro la Francia, lasciando libero all'Imperatore l'aderirvi. Egli assumeva con essa l'obbligo di mettere insieme 400 uomini d'arme, 500 cavalli leggieri, 6000 fanti; la Spagna doveva dare 1200 uomini d'arme, 1000 cavalli leggieri, 10,000 fanti; Venezia, 8000 uomini d'arme, 1000 cavalli leggieri, 800 fanti. Oltre di ciò il Papa s'obbligava a pagare 20,000 ducati il mese, ed altrettanti Venezia, la quale doveva anche dare 14 galee sottili, e altre 12 ne doveva dare la Spagna.[227] Capitano generale fu nominato il vicerè di Napoli, Raimondo di Cardona. Scopo di questa lega era: unione della Chiesa cattolica; soppressione del Conciliabolo; ricupero di Bologna, di Ferrara e di tutte le altre terre, che erano o si presumeva fossero del Papa; ricupero delle terre dei Veneziani nell'alta Italia; guerra a chi a ciò s'opponeva, ossia alla Francia. Il 5 di ottobre questa nuova Lega Santa venne solennemente pubblicata in Santa Maria del Popolo a Roma. Il 24 furono privati di loro dignità e benefizi i cardinali scismatici di Santa Croce, Cosenza, San Malò e Bayeux. San Severino fu pel momento risparmiato; ma ben presto venne anch'egli colpito dall'ira del Papa,[228] il quale, a sempre meglio far conoscere l'animo suo avverso alla Repubblica, nominò il cardinal dei Medici, legato prima a Perugia, poi a Bologna.
I Fiorentini sentivano la tempesta addensarsi sul loro capo, e cercavano perciò riparare come potevano. Erano riusciti a far partire da Pisa i tre procuratori, che avevano il 1º settembre eseguito gli atti iniziali del Concilio.[229] Con commissione del 10 settembre 1511 mandavano in giro il Machiavelli, perchè cercasse d'incontrare i cardinali che erano in via per Pisa, e persuaderli d'attendere. Doveva poi correre a Milano, per parlare al luogotenente Gastone di Foix nel medesimo senso; recarsi finalmente in Francia, per esporre e far comprendere al Re lo stato vero delle cose. «Al Concilio,» diceva la istruzione, «nessuno mostra voglia d'andare, e serve perciò solamente ad irritare il Papa contro di noi: per queste ragioni chiediamo, che non si tenga in Pisa, o che si soprassegga per ora. Di Germania non si vede che venga nessun prelato, di Francia pochi e con gran lentezza. Ed è cosa di universale maraviglia il sentire un Concilio intimato da tre soli cardinali, quando i pochi altri, di cui essi dicono d'avere l'adesione, vanno dissimulando, e differiscono il venire. Ciò non ostante, si parla di volere in mano la fortezza, e riempiere la città d'uomini armati, per il che sono già seguiti disordini in Pisa, che è stata interdetta dal Papa, e i capi delle religioni si sono in essa dichiarati contro il Concilio. Se dunque non c'è modo di sperare accordo fra il Papa ed il Re, e se questi non s'induce a smettere, bisogna cercare d'indurlo almeno a soprassedere per due o tre mesi.»[230]
Il 13 di settembre il Machiavelli scriveva da San Donnino, dove aveva trovato i cardinali San Malò, Santa Croce, Cosenza e San Severino, i quali gli dissero che andavano a Pisa per Pontremoli, senza toccar Firenze. Prima di muoversi aspettavano però ancora un dieci o dodici giorni l'arrivo dei prelati di Francia. Il 15 scriveva da Milano l'ambasciatore Francesco Pandolfini, che il Machiavelli, già arrivato colà, era stato presentato a Gastone di Foix, cui aveva esposto la sua commissione. Gli aveva dichiarato come i Fiorentini non negavano punto il salvocondotto ai cardinali, come questi avevano mandato a dire; ma solo pregavano si considerassero i pericoli cui andavano esposti, per gli apparecchi che faceva il Papa. E quel luogotenente, da soldato qual'era, aveva risposto che cinque o seicento lance sarebbero state il vero salvocondotto.[231] Da Milano il Machiavelli si recava subito in Francia. Ed il 24 dello stesso mese Roberto Acciaiuoli scriveva da Blois, ch'era andato con lui dal Re a leggergli una memoria concertata fra di loro. «Il Re,» egli aggiungeva, «desidera molto la pace, sarebbe tenuto a chi gliela facesse concludere, ed ha intimato il Concilio per arrivare più presto a questo fine. Non è stato possibile persuadergli che la paura del Concilio spinge il Papa alle armi e non all'accordo. Vuole cominciarlo là dove è stato convocato, aggiungendo che non si adunerà fino a tutti i Santi, e che presto poi lo tramuterà in altro luogo.»[232] Dopo di ciò il Machiavelli tornava subito a Firenze, dove era il 2 di novembre, e donde ripartiva per Pisa il giorno seguente.[233]
I Fiorentini con la loro incerta condotta non soddisfacevano la Francia, e scontentavano il Papa. Colpiti dall'interdetto, s'erano appellati al Concilio generale, senza dichiarare se con ciò intendevano riferirsi a quello di Pisa o di Roma. Costringevano intanto i sacerdoti d'alcune chiese a celebrare i sacri riti, perchè potessero assistervi i fedeli. Nè si fermarono a ciò, che fu presentata e vinta una provvisione, validamente sostenuta in Consiglio dal Gonfaloniere, con la quale si dava facoltà d'imporre sui preti un prestito, che poteva in più volte arrivare fino a 120,000 fiorini, da riscuotersi però quando il Papa davvero movesse la guerra ai Fiorentini; da restituirsi dopo un anno, se guerra poi non vi fosse[234], ed in cinque, se vi fosse. Tutto questo dimostrava che in caso estremo si era deliberati a difendersi anche contro il Papa. Pandolfo Petrucci lo indusse perciò a muovere con l'esercito verso Bologna, la quale non era apparecchiata alla difesa, evitando ora di passar per la Toscana, dove avrebbe trovato un terreno montuoso, e sarebbe stato costretto ad affrontare nello stesso tempo i Fiorentini ed i Francesi. Egli insisteva assai vivamente in queste sue pratiche, non solo perchè una guerra in Toscana era, in ogni caso, dannosa a lui che in essa aveva il proprio Stato; ma anche perchè egli avrebbe allora dovuto, secondo la lega già fatta, prestare aiuto ai Fiorentini.[235] Faceva quindi notare al Papa, come essi di gran mala voglia si lasciassero tirare al Concilio, e ciò solamente per paura della Francia, nelle cui braccia si sarebbero certo dovuti gettare, se venivano da lui assaliti.[236] Ed era vero, com'era anche verissimo che il volere i Fiorentini sempre temporeggiare e destreggiarsi, in un momento nel quale un grande conflitto rapidamente s'avvicinava, poteva mettere a pericolo l'esistenza stessa della Repubblica. In questa via nondimeno li tenevano il sentimento della propria debolezza, le discordie interne, ed anche l'incertezza dei ragguagli che venivano dai vari ambasciatori. Il Pandolfini che si trovava presso Gastone di Foix, scriveva nell'ottobre da Brescia: «I disegni del re dei Romani pigliano tanto tempo a colorirsi, che spesso, quando sono appena finiti di colorire, bisogna mutarli, per essere mutate le condizioni e i presupposti che li fecero immaginare. Quanto a lui bisogna dunque rimettersene a quello che seguirà.[237] Le cose dei Francesi poi sono qui governate per modo, che da un momento all'altro possono seguire sinistri effetti, perchè a lungo andare i cattivi governi degli uomini non partorirono mai nulla di buono. Il Re è assai caldo nel Concilio; ma se le SS. VV. potessero differirlo ancora un mese, saria facile fuggirlo, dovendo il fuoco inevitabilmente appiccarsi altrove. Anticipando, si tirerebbero forse il fuoco in casa, senza poternelo cavare, quando anche ne cavassero il Concilio.»[238]
I Fiorentini lo accolsero ma ponendovi ostacoli d'ogni sorta, e permettendo che fosse dileggiato. Quando infatti i cardinali volevano andare a Pisa, accompagnati da 300 o 400 lance francesi, sotto il comando di Odetto di Foix signore di Lautrech, essi mandarono subito Francesco Vettori, il quale disse chiaro al cardinale di San Malò, che se si avanzavano con le genti d'arme, sarebbero stati trattati da nemici. Ed i cardinali allora andarono accompagnati solo da Odetto e dallo Châtillon con pochi arcieri. Furono presi tutti i provvedimenti necessarî a mantenere la sicurezza e l'ordine tanto in Pisa, quanto nelle vicine città, ed il Papa se ne dimostrò soddisfatto in modo che sospese l'interdetto fino alla metà di novembre.[239]
Il giorno 3 di questo mese il Machiavelli era, come dicemmo, partito da Firenze per Pisa, dove si trovavano già altri inviati fiorentini, e dove egli condusse alcuni soldati a guardia del Concilio, che il giorno 1º aveva tenuto la sua riunione preparatoria, alla quale assistevano solo quattro cardinali ed una quindicina di prelati. Era stato dai preti della cattedrale negato loro l'uso dei paramenti, e la facoltà d'ufficiare nella chiesa, di cui erano state addirittura chiuse le porte. I Fiorentini ordinarono che fosse concesso l'uso della chiesa e dei paramenti, senza però fare obbligo alcuno ai preti della città d'assistere al Concilio, se non volevano.[240] Così finalmente si potè tenere nella cattedrale la prima riunione il giorno 5 di novembre, e dopo la messa solenne, celebrata dal Santa Croce alla presenza degli altri tre cardinali, furono pubblicati quattro decreti. Con questi si dichiarava valido il Concilio di Pisa, nulle le censure del Papa contro di esso, nullo il Concilio lateranense, perchè non libero e non sicuro; e finalmente si decretava che sarebbero condannati e puniti tutti coloro che, essendo invitati a comparire, non si presentavano.[241] Il giorno seguente il Machiavelli scriveva d'aver parlato col cardinale di Santa Croce, per indurlo, come di suo, a trasferire altrove il Concilio. «Portandolo in Francia o in Germania,» gli aveva detto, «farebbero il Papa più freddo a combatterlo, e troverebbero anche maggior seguito ed obbedienza, cosa da considerarla molto in una faccenda come questa, nella quale uno che andasse volontario varrebbe più che venti tirati per forza.»[242] La seconda sessione fu tenuta il 7 di novembre, e la terza, fissata pel 14, venne anticipata il 12, dopo di che fu deliberato tenere la quarta il 13 dicembre a Milano. La indifferenza, anzi la palese malavoglia della Repubblica; l'ostilità della popolazione; ed un grave tumulto seguìto, in conseguenza di ciò, fra il popolo pisano ed i soldati fiorentini da una parte, i Francesi e i servi dei cardinali dall'altra, tumulto a fatica fermato da Odetto di Foix e dallo Châtillon, che rimasero feriti, furono le cagioni che indussero a trasferire così presto il Concilio a Milano.
Ivi i cardinali sparlavano dei Fiorentini per ogni verso, cercando irritare contro di essi l'animo degli uffiziali francesi. Ma anche a Milano trovarono la stessa universale indifferenza, la stessa avversione del clero, che al loro arrivo non voleva più celebrare le messe. A mala pena i preti minori si piegarono agli ordini del Senato; i canonici e gli altri resisterono fino a che non vennero minacciati d'esilio, o non furono loro mandati Francesi in casa.[243] La verità era, osservò giustamente il Guicciardini, che tutti capivano come questi cardinali erano solo ambiziosi, mossi da interessi personali, e non avevano «minore bisogno d'essere riformati, che avessero coloro i quali si trattava di riformare.»[244] Il Concilio si usava come un'arme di guerra nella grande contesa che doveva fra poco risolversi colle armi, e però solo a questa veniva adesso rivolta l'attenzione universale. Ma i Fiorentini, sebbene liberi adesso dalle noie del Concilio, non ne risentivano alcun sollievo, perchè ormai si trattava di vedere se, nella vicina catastrofe, poteva salvarsi l'esistenza stessa della Repubblica.
La battaglia di Ravenna. — I Francesi si ritirano. — Pericoli della Repubblica. — Il Machiavelli provvede alla difesa. — Ordinanza a cavallo. — Gli Spagnuoli prendono e saccheggiano Prato. — Tumulto in Firenze a favore dei Medici. — Il gonfaloniere Soderini è deposto, e lascia la Città.
I Francesi ingrossavano in Italia, e li comandava G. G. Trivulzio che, sebbene vecchio, era sempre capitano assai reputato, e Gastone di Foix. Questi, che aveva appena 23 anni, era figlio d'una sorella del Re, e fratello della moglie di Ferdinando il Cattolico, trovavasi a Milano come governatore, e doveva ora far maravigliare il mondo pel suo coraggio, pel suo genio militare. Il Trivulzio aveva cacciato i papalini dal Ferrarese, e rimesso i Bentivoglio in Bologna; ma l'esercito non era ancora in grado d'uscire in campagna, e però egli aspettava rinforzi dalla Francia, dove gli apparecchi di guerra andavano lenti. Il Re, sempre stretto nello spendere, ricusava d'aumentare la paga agli Svizzeri, che ora gli domandavano 40 invece di 30 mila ducati l'anno, e non avendoli avuti, si disponevano a scendere in Italia per aiutare invece il Papa. Questi infatti da un pezzo lavorava a tale scopo, per mezzo de' suoi agenti, e fin dall'ottobre del 1511, sentendo che il Re vantavasi ancora d'aver seco gli Svizzeri, aveva risposto che «mentiva per la gola, che non li arìa mai.»[245] Luigi XII s'era illuso, perchè, sapendo che gli Svizzeri non avevano nè cavalleria, nè artiglieria, supponeva che non avrebbero osato separarsi da lui, ed operare per proprio conto. Ma essi, che si tenevano la prima fanteria del mondo, s'erano invece persuasi che la Francia, debole appunto nelle sue fanterie, non avrebbe potuto far nulla senza di loro, molto meno poi affrontarli in campo aperto.
Scesero adunque in numero di 10,000, ed aspettavano l'arrivo d'altri compagni per andar contro ai Francesi. La cosa fece grandissimo senso in Italia, tanto che il cardinal Soderini, il quale s'era finto ammalato per non obbedire al Papa, che lo chiamava in Roma, corse ora subito a lui, che esclamò: «Svizzeri essere buoni medici del mal francese, perchè hanno sì bene guarito monsignor di Volterra.»[246] Ma Gastone di Foix seppe tenerli a bada, temporeggiando; ed essi, quando erano già arrivati al numero di 16,000, si ritirarono senza aver fatto nulla, e senza che nessuno ne capisse il perchè. Forse erano stati anche ora riguadagnati dal danaro francese. I Fiorentini, in questo mezzo, s'adoperavano a tutt'uomo per mantenersi neutrali. Alla Francia che li richiedeva d'aiuto, rispondevano d'avere già mandato i 300 uomini d'arme cui erano tenuti, e non potere altro. E nella Spagna mandavano ambasciatore messer Francesco Guicciardini, che, sebbene non avesse ancora l'età legale di 30 anni, era già noto pel suo ingegno. Non gli dettero però nessuna commissione determinata, che potesse in qualche modo valere a calmare i confederati. E così correvano sempre il grave pericolo di rimanere ugualmente invisi a tutti.[247]
Restavano adunque da una parte i Francesi, che erano assai aumentati di numero, ed avevano molti fanti tedeschi; dall'altra la Spagna, Venezia, il Papa, il quale scriveva lettere di fuoco al cardinal de' Medici, dicendo di non capire perchè non venissero alle mani, e non avessero già assalito Bologna. I confederati erano presso Imola con un esercito, tra Spagnuoli e papalini, di 16,000 fanti e 2400 cavalli, comandati dal vicerè Raimondo di Cardona, da Pietro Navarro, da Prospero e Marcantonio Colonna, ed altri. I Francesi avevano in Bologna 2000 fanti tedeschi e 200 lance solamente; sicchè i nemici cominciarono ad assalirla, e colle mine dirette dal Navarro, che era famosissimo ingegnere, mandarono in aria un pezzo di muro. Questo però, ricadendo, chiuse di nuovo la breccia, che parve un miracolo. E quasi nello stesso tempo Gastone di Foix, che aveva già introdotto nella città altri 1000 fanti e 180 lance, vi entrò il 4 febbraio con tutto l'esercito, che il Guicciardini fa ascendere a 1300 lance e 14,000 fanti, fra Italiani, Francesi e Tedeschi.[248] A questa notizia i confederati levarono l'assedio e s'allontanarono; ma non furono inseguiti, perchè Gastone, saputo che i Veneziani s'erano impadroniti di Brescia, partì immediatamente a quella volta il 9 di febbraio, lasciando in Bologna solo 300 lance e 4000 fanti.[249]
Per via incontrò un distaccamento dell'esercito veneziano e lo ruppe; assalì poi Brescia, dove il castello si teneva sempre per lui. Il 19 egli era padrone della città, dopo un feroce assalto ed una difesa ostinatissima fatta dall'esercito veneziano, forte di 8000 fanti, 500 uomini d'arme e 800 cavalli leggieri, che perirono quasi tutti, parlandosi da alcuni di 8000, da altri perfino di 14,000 morti, fra soldati e cittadini. La povera Brescia ebbe a sopportare un saccheggio di circa sette giorni continui, avendo Gastone, che era tanto crudele quanto valoroso, lasciato libero ogni freno ai suoi. Dopo di ciò egli richiamò sotto le armi l'esercito, che aveva sofferto assai poco, era ricco di preda, pieno di baldanza, e s'avviarono di nuovo in Romagna. In un tempo nel quale le mosse degli eserciti erano lentissime, egli riuscì veramente a fare prodigi. Aveva in quindici giorni liberato Bologna dall'assedio, respinto per via un distaccamento nemico, assalito e preso Brescia; era pronto adesso a maggiori imprese. Arrivato al Finale, trovò nuovi rinforzi, coi quali portò l'esercito a 1500 lance, 1000 arcieri, 19,000 fanti tra Francesi, Italiani e Tedeschi, senza contar le artiglierie, che erano principalmente quelle del duca di Ferrara. Gli Spagnuoli avevano 1400 tra lance ed uomini d'arme, 1500 giannettieri, 13,500 fanti, oltre le artiglierie, e 50 carri falcati di nuova invenzione.[250]
I due eserciti campeggiarono un pezzo, non volendo i confederati venire alle mani con un nemico superiore di numero. Ma Gastone di Foix non aveva tempo da perdere, perchè gl'inglesi minacciavano d'assalire la Francia, e l'Imperatore, poco sicuro alleato di Luigi XII, minacciava di richiamare i suoi 6000 Tedeschi. Per costringere adunque a battaglia il nemico che si ritirava, egli, dopo aver preso alcuni castelli, assalì Ravenna, città troppo importante perchè gliela lasciassero prendere senza opporsi con tutte le forze. Ivi infatti era entrato a difenderla Marcantonio Colonna, avendo avuto promessa solenne, che l'intero esercito dei confederati sarebbe venuto in suo aiuto, quando egli si fosse trovato in pericolo. Gastone di Foix venne a mettersi tra i due fiumi, Ronco e Montone, che si avvicinano sempre più fra di loro presso le mura della città. Piantate le artiglierie, aprì la breccia e diede l'assalto; ma la difesa fu così gagliarda che, dopo aver perduto 300 fanti ed alcuni uomini d'arme, con altrettanti feriti, dovè tornare agli alloggiamenti. Il giorno dipoi i cittadini mandarono al campo francese per trattare la resa, all'insaputa di Marcantonio Colonna, che, sicuro degli aiuti, s'apparecchiava a difendersi.[251] Ben presto infatti l'esercito dei confederati fu in vista, il duca di Nemours e Gastone diedero subito gli ordini per la battaglia, tanto più ardentemente da essi desiderata ora che giungeva una lettera, con la quale l'Imperatore richiamava le sue genti, e si fu appena in tempo a tenerla in quel momento celata.
L'esercito dei confederati entrò anch'esso fra i due fiumi, presso Forlì: ma poi, traversato il Ronco, si fermò a tre miglia da Ravenna. Ivi, avendo a sinistra il fiume, lavorarono il giorno e la notte per cavare, secondo il disegno di Pietro Navarro, un fosso che li circondasse dall'altro lato e di fronte, lasciando però libero uno spazio di venti braccia, percui potesse uscir prima la cavalleria, e poi, occorrendo, tutto l'esercito, alla testa del quale posero le artiglierie e i 50 carri falcati cui accennammo. Erano questi un'imitazione dell'antico, immaginata dal Navarro: piccoli e bassi, con uno spiede che «co' rampi suoi apriva circa tre braccia, ed in ciascun carro era un lancione, messo nella stessa direzione, il quale feriva prima dello spiede:» nè mancava su di essi qualche piccola artiglieria. Si movevano facilmente, e parvero una grande invenzione; ma riuscirono poi nel fatto assai poco utili, perchè subito messi fuori d'uso dai cannoni nemici.[252] I Francesi lasciarono Yves d'Alègre con 400 lance presso Ravenna, e gettato un ponte sul Ronco, lo passarono anch'essi. Questo seguì l'11 di aprile 1512, giorno della Pasqua di Resurrezione e della grande battaglia. Si schierarono in forma di mezza luna, con le artiglierie comandate dal duca di Ferrara all'ala destra, in modo che ferivano la cavalleria spagnuola, la quale, sotto il comando di Fabrizio Colonna, era posta verso il fiume, a sinistra del proprio esercito.
Cominciato il fuoco, quando il Colonna s'avvide che le sue genti d'arme erano condannate all'immobilità, mentre venivano decimate dall'artiglieria nemica, andò in furore contro il Navarro, che gli aveva così rinchiusi nel campo, e lo accusò di tradimento per gelosia contro di lui. Finalmente, non potendo più stare alle mosse, dette ordine ai suoi, ed uscì fuori del campo. E così, seguendolo tutto l'esercito, cominciò una battaglia, che fu la più sanguinosa di quante allora s'avesse memoria, la prima grande battaglia moderna. La cavalleria dei confederati, già prima di muoversi fieramente battuta dalle artiglierie, male potette resistere all'impeto ed al notissimo valore degli uomini d'arme francesi, dai quali fu ben presto messa in fuga, restando prigionieri lo stesso Fabrizio Colonna ed il Marchese di Pescara. La fanteria spagnuola si mostrò degna del suo gran nome, e con un'energia indomabile resistette agli assalti nemici; ma finalmente anch'essa dovè cedere agli uomini d'arme dei Francesi, al genio militare del loro capitano, ed in parte ancora al numero preponderante. Poco dopo, tutto l'esercito spagnuolo batteva in ritirata; ma con tale ordine, con tanta fermezza, che Gastone, mosso a grandissimo sdegno nel vedere il vinto nemico ritirarsi quasi come un vincitore, volle in persona dare un ultimo e più fiero assalto con la sua cavalleria. Sfortunatamente però gli cadde sotto ferito il cavallo, ed egli stesso morì con 14 o 15 ferite tutte nel viso e nel petto, essendosi, in tre mesi e così giovane, reso immortale, prima quasi generale che soldato. Ma perciò appunto la sua morte, seguìta nel momento stesso della vittoria, fu alla Francia una calamità irreparabile. I confederati si ritirarono allora con vera baldanza, quantunque la disfatta subìta fosse stata davvero generale e grandissima. Lasciarono infatti nelle mani del nemico carri, bandiere, artiglierie e moltissimi prigionieri, fra i quali Fabrizio Colonna, Pietro Navarro, i marchesi della Palude, di Bitonto, di Pescara, ed il cardinal de' Medici, che era legato del Papa. Il numero dei morti fu, come suole, assai diversamente valutato, portandolo alcuni a 10,000, altri fino a 20,000. Tutto computato, par che morissero 12,000 dei confederati, e solo 4000 dei Francesi, i quali però, oltre la perdita d'alcuni capitani, come Yves d'Alègre ed il figlio, ebbero quella di Gastone, che fu per essi più che una disfatta, come ben presto dovettero avvedersene.[253] Per qualche giorno ancora continuarono però le conseguenze della loro vittoria. Ravenna fu presa e saccheggiata da essi, e subito s'arresero anche Imola, Forlì e Cesena.
All'annunzio della vittoria francese e delle città che si arrendevano, il Papa cadde in una grandissima costernazione, e voleva a qualunque costo fare la pace. Ma, fermato a tempo dagli Spagnuoli, ed avvistosi della piega assai diversa che stavano allora per pigliare le cose, finse di continuare a voler la pace, per meglio ingannare i nemici, che presto si trovarono a pessimo partito. L'Imperatore rinnovò ai suoi soldati l'ordine di ritirarsi; gli Svizzeri si mossero per venir davvero in aiuto dei confederati, e subito furono in Italia in numero di 20,000; l'Inghilterra mandava nella Spagna, soldati per assalire la Francia. In breve la pubblica opinione s'era mutata in modo che il nome dell'Impero veniva da tutti esaltato, ed il cardinal de' Medici, menato dai soldati francesi prigione in Lombardia, si trovava ogni giorno circondato da molti di essi, che gli chiedevano l'assoluzione. Poco dipoi venne per sorpresa liberato. I confederati, uniti agli Svizzeri, inseguivano i Francesi che fuggivano, secondo l'espressione d'un contemporaneo, «come fugge la nebbia dal vento.»[254] Ed in poco tempo questi non avevano in Italia altro che Brescia, Crema, Legnago, il castello e la Lanterna di Genova, il castello di Milano. Contemporaneamente Parma, Piacenza, Bologna ed altre terre in Romagna s'arrendevano al Papa, che ne pigliava possesso, pieno ormai d'orgoglio e di grandi speranze. Pareva un sogno.
Male assai si trovavano i Fiorentini. Fedeli sino all'ultimo all'amicizia francese, quando fu scaduto il trattato che gli obbligava a dare 300 lance, lo rinnovarono per altri cinque anni, con l'obbligo di darne 400. Ma intanto le 300 che già erano coi Francesi, venivano svaligiate. La loro condotta non aveva punto contentato Luigi XII, il quale dicevasi tradito da essi, dichiarati invece suoi fidatissimi amici dai confederati, che discordi fra di loro in molte cose, si trovavano unanimi solamente nel non volere più tollerare il governo del Soderini a Firenze. E così la Repubblica, venendo da ogni parte tirata in opposte direzioni, non sapeva più a qual partito appigliarsi. Il Papa inviava ad essa il datario Lorenzo Pucci, perchè la invitasse ad entrare nella Lega, con obbligo di dar genti per aiutare la cacciata dei Francesi dall'Italia. Il rappresentante dell'Imperatore, cardinal Gurgense, presso cui era stato nel luglio 1502 inviato Giovan Vittorio Soderini, invitavali invece a mandar danari al suo signore, per averne amicizia e protezione. Ma da lui e dagli Spagnuoli in Mantova, dove l'ambasciatore si recò poco dopo, capì chiaramente che i collegati volevano ad ogni costo rimettere i Medici, e volevano danari. Il Papa era più di tutti avverso al governo del gonfaloniere Soderini. Sarebbe quindi stato necessario da parte dei Fiorentini che, senza lesinare sulle somme da pagare, fossero nello stesso tempo corsi risolutamente alle armi, dimostrandosi pronti ad una disperata difesa; ma di ciò appunto essi parevano allora del tutto incapaci. Nelle Consulte e Pratiche tenute nel luglio ed agosto, non si proponeva infatti altro che andare temporeggiando. Uno diceva: «Non far nulla, ma intractenere.» Un altro ripeteva che «anderebbe differendo, mostrando la impossibilità di dar denari, tenendo el filo appiccato fino a tanto si vedesse le cose dei confederati ferme...; e così acquistare tempo.» Tutti ripetevano più o meno i medesimi discorsi, senza quasi accorgersi che erano già coll'acqua alla gola.[255]
Nella Dieta di Mantova intanto fu ben presto deliberato che Massimiliano Sforza, figlio di Lodovico il Moro, dovesse andare a governare Milano; che a Firenze si dovesse deporre il Soderini, e rimettere i Medici, i quali, senza punto farsi pregare, dettero subito 10,000 ducati, promettendo dar somme molto maggiori all'esercito che li avesse ricondotti nella loro nativa città. Giuliano de' Medici che trattava in nome suo e del cardinal Giovanni, era da tutti ascoltato, come se già fosse il rappresentante di una potenza; all'oratore della repubblica fiorentina nessuno invece dava ascolto, e cercavano solo pascerlo di parole, quasi deridendolo. Il vicerè spagnuolo era già andato a raggiungere il suo esercito in Bologna; ed a Firenze si discorreva ancora senza concludere nulla.
Il Soderini sentiva però che il terreno gli mancava sotto i piedi. E questo lo indusse allora a fare il suo testamento, nel quale si ricordava degli amici più cari, lasciando fra gli altri a ciascuno dei due cancellieri, l'Adriani ed il Machiavelli, quindici fiorini d'oro in oro.[256] Egli si vedeva ora abbandonato dagli uomini più autorevoli, che già manifestamente trattavano coi Medici, i quali ripetevano a tutti, che volevano solo cacciare il Gonfaloniere, e vivere poi come privati cittadini, rispettando la libertà. Contro di lui si scatenavano adesso tutti gli odii, tutte le gelosie di coloro che credevano d'essere stati a torto lasciati in disparte. Questi speravano ora di poter pigliare una rivincita, assumendo di fatto nelle proprie mani il governo, quasi pigliando sotto tutela i Medici, tenendoli a freno coll'aiuto del popolo, che era sempre fautore del libero reggimento. Se però il Soderini non aveva la forza di fare una energica e disperata difesa, neppure si sgomentava del tutto. In parte s'illudeva nella fiducia che l'Ordinanza sarebbe stata capace di resistere con energia, in parte dava ascolto alle voci di coloro che volevano addormentarlo. Gli Spagnuoli gli facevano dire che il loro re non avrebbe mai voluto dar troppa forza al Papa, e molto meno lasciare il governo di Firenze in mano di un cardinale come Giovanni de' Medici, che era allora il capo della famiglia. Il Papa gli dava ad intendere che odiava gli Spagnuoli, e che neppur egli voleva render potente il Cardinale, il quale dipendeva da loro. Così veniva da ogni parte aggirato, e restava in sospeso.[257]
Solo il Machiavelli già da un pezzo non si faceva più nessuna illusione, anzi la sua attività cresceva a misura che il pericolo s'avvicinava. Il 22 di novembre 1511, egli aveva fatto il suo primo testamento, il che fa credere, che vedesse davvero assai buio l'avvenire.[258] Nel maggio dello stesso anno aveva scritto un Consulto per l'elezione del Comandante delle fanterie, nel quale raccomandava di fare eleggere dagli Ottanta un buon capitano, senza di che l'Ordinanza non avrebbe retto alla prova, e suggeriva Iacopo Savelli come uomo assai stimato da A. Giacomini, da Niccolò Capponi,[259] e superiore a tutte le gelosie. Ma pur troppo non pare che i suoi consigli fossero ascoltati, e quindi l'Ordinanza restò, nel momento decisivo, senza un capo di reputazione. Nel dicembre del 1511 egli era stato in giro nella Romagna toscana a far leve di uomini per la cavalleria, che si doveva allora istituire;[260] poi tornò a Firenze, ed andò altrove, lavorando sempre allo stesso scopo.[261] Finalmente, nel marzo del 1512, venne prima negli Ottanta e poi nel Consiglio Maggiore deliberata l'Ordinanza a cavallo, con una provvisione da lui medesimo scritta. «Visto,» così presso a poco essa diceva, «come sia riuscita utile l'Ordinanza delle fanterie, volendo rendere sempre più sicuro il nostro dominio e la presente libertà nei pericoli che corrono, si concede ai Nove facoltà di scrivere sotto le bandiere, per tutto il 1512, non meno di 500 cavalli leggieri, con balestra o scoppietto, a volontà dei descritti: il dieci per cento di essi potranno portare la lancia.» A questi uomini era data, per mantenere il cavallo in tempo di pace, una paga, la quale doveva poi essere scontata su quella assai maggiore che in tempo di guerra avrebbero avuta, come s'usava cogli altri cavalli leggieri che erano stipendiati.[262] Anche la nuova Ordinanza doveva essere formata di uomini scelti nel territorio della Repubblica, senza che neppure adesso che la patria era in pericolo, si osasse chiamare a farne parte gli abitanti delle grandi città, molto meno poi quelli di Firenze. Ed in verità chi avrebbe potuto consigliarlo quando si vedeva che tanti autorevoli cittadini cospiravano ora apertamente pel ritorno dei Medici?
Vinta la provvisione, il Machiavelli scrisse subito nell'aprile le lettere e gli ordini necessari a costituire la cavalleria.[263] Nel maggio andò a Pisa per fornire di uomini quella cittadella, poi a Fucecchio ed altrove per far nuove leve. Nei primi di giugno fu a Siena, dove era morto Pandolfo Petrucci, e la trovò sempre ben disposta verso Firenze; poi di nuovo a Pisa, ed il 20 giugno era a Firenze, donde spingeva innanzi i provvedimenti per la difesa.[264] E di nuovo correva in giro pel territorio ad infondere animo, a sorvegliare l'esecuzione degli ordini dati. Il 27 dello stesso mese Giovan Battista Ridolfi potestà e capitano di Montepulciano scriveva, che il Machiavelli era giunto colà molto a proposito, perchè, introdotto nel Consiglio radunato da quei Priori, era riuscito a mettere coraggio nei cittadini, i quali aveva trovati pieni di spavento, e lasciava invece fiduciosi nella protezione di Firenze. La lettera continuava dicendo, che da più parti si vedevano correre alcune centinaia di cavalli pontifici, i quali poi scomparivano a un tratto, senza che si potesse capire che intenzione avevano. E diceva pure che il Machiavelli «era andato a Valiano, per vedere quel riparo; dipoi al Monte San Savino, perchè si potesse far testa fra lì e Foiano.»[265] Nel luglio tornava a Firenze;[266] ma nell'agosto, avvicinandosi il nemico, andava a Scarperia, poi a Firenzuola, ove dava un terzo di paga ai fanti, per tenerli ben disposti alla difesa. Di là Baldassare Carducci, che era in cerca del Vicerè, presso cui l'avevano inviato, scriveva che il nemico si avvicinava rapidamente, ma che si era pronti a resistere, avendo il Machiavelli ivi raccolto altri 2000 uomini, e si adoperava intanto per le artiglierie. Se non che a Barberino, altra via per la quale il nemico poteva venire, tutto era invece abbandonato, ed il commissario Tosinghi scriveva di non avere uomo da mandare da luogo a luogo; sperava che il Machiavelli avesse fornito bene Firenzuola, perchè almeno da quel lato i nemici venissero più lenti.[267] E da Appiano, il 23 e 24 agosto 1512, dopo aver parlato col Vicerè e col De Luca, scriveva[268] che ormai non c'era più nulla da sperare; che il nemico s'avanzava; che tutta la lega era d'accordo, e più di tutti il Papa, a voler mutare il Governo in Firenze, rimettendovi i Medici.
Mentre infatti si raccoglievano forze a Firenzuola, il vicerè Raimondo di Cardona s'era da Bologna avviato per la via dello Stale a Barberino, insieme col cardinal de' Medici, che aveva portato due cannoni, altri non avendone l'esercito. Arrivati al confine, i rappresentanti della Repubblica chiesero loro, che cosa venissero a fare. Risposero che venivano ad eseguire le deliberazioni dei confederati, le quali erano: che fosse deposto il Soderini, stato sempre amico della Francia, istituito un nuovo governo a loro non sospetto, rimessi i Medici come privati cittadini. Il Vicerè chiedeva inoltre danari: 100,000 ducati, secondo il Buonaccorsi. Le stesse domande e risposte erano ripetute a Barberino. Certo, dando danari ed accogliendo i Medici, c'era anche in quel momento da venire ad un qualche accordo circa la forma del governo. Ma il Gonfaloniere capiva bene, che ritornando i Medici, egli sarebbe stato inevitabilmente cacciato, e più tardi sarebbe stata di certo distrutta la Repubblica. E però, non ostante la sua indole irresoluta, non voleva in nessun modo sottomettersi o venire a patti, tanto più che non gli pareva difficile resistere ad un esercito così poco numeroso com'era quello del Vicerè. E questa sua illusione era tenuta viva dal Machiavelli, il quale, sempre pieno di fiducia nell'Ordinanza, continuava ad apparecchiar la difesa, nè si sgomentava vedendo che, mentre egli fortificava un punto, i nemici passavano tranquillamente da un altro. S'era intanto deliberato di tener loro testa a Prato; ma giustamente osservava il Guicciardini a questo proposito, che i Fiorentini «avevano poche genti d'arme; non fanterie, se non o fatte tumultuosamente, o raccolte dalle loro Ordinanze, la maggior parte delle quali non era esperimentata alla guerra: non alcun capitano eccellente, nella virtù o autorità del quale potessero riposarsi; gli altri condottieri tali che mai alla memoria degli uomini erano stati di minore espettazione agli stipendî loro.»[269]
Il Gonfaloniere sembrava però che si fosse ora finalmente deciso davvero a far prova di qualche energia. Infatti egli mise in prigione venticinque dei più sospetti cittadini; e poi, raccolto il Consiglio Maggiore, espose in un lungo discorso lo stato vero delle cose, dichiarandosi pronto a deporre il suo ufficio, se i cittadini lo credevano opportuno. Faceva però loro considerare che ai nemici non sarebbe bastato il cacciar lui, perchè volevano distruggere la libertà, ed i Medici avrebbero ben presto mutato il governo e fatto le loro vendette. Che se la Città voleva essere unita con lui e sostenerlo, egli si sarebbe apparecchiato a difenderla energicamente, purchè si fosse disposti a fare i necessari sacrifizî. Il suo discorso riuscì assai efficace, e riunitisi secondo il costume, i cittadini, nelle pancate, si dichiararono concordi a voler mantenuto il governo popolare e difesa la libertà.[270] Questa era infatti l'opinione di gran lunga prevalente; giacchè solo i più ambiziosi combattevano per gelosia il Soderini, e neppure essi osavano ancora farlo apertamente in pubblico. Furono quindi votate senza indugio le somme domandate per la difesa, circa 50,000 ducati, e tutti parvero in quel momento d'un animo solo. Ben presto si vide però, che questa concordia era solo apparente.
Tenuto un Consiglio di condottieri, si raccolsero in sei giorni 9000 fanti e 300 uomini d'arme, fra i quali erano compresi anche i pochi cavalli leggieri dell'Ordinanza; e fu deliberato di accamparli tutti fuori delle mura.[271] A Prato, dove s'aspettava il primo assalto, erano già 3000 fanti, in massima parte dell'Ordinanza, gli altri, raccolti in fretta dalla più bassa plebe. V'erano anche alcuni uomini d'arme,[272] ma di quelli stati poco prima svaligiati in Lombardia dai nemici, e li comandava Luca Savelli, vecchio e non esperto capitano. Poche erano le artiglierie, poche le munizioni e le vettovaglie; ma, quello che è peggio, già per tutto serpeggiava il tradimento, tanto che alcuni facevano a studio cadere per terra la polvere da sparo, che avrebbero dovuto portare a Prato,[273] dove gli scoppiettieri ne mancavano, ed erano costretti a portar via lamine di piombo dal tetto d'una chiesa, per farne palle.[274] Eppure il Soderini pareva pieno di speranza, affermando che, quando i nemici avessero tutti oltrepassato Barberino, egli avrebbe potuto mandare a Prato 18,000 uomini con le artiglierie. Ma intanto v'arrivava il Vicerè con 5000 fanti Spagnuoli e 200 uomini d'arme. E sebbene non avesse altri cannoni che i due del cardinal de' Medici, il quale seguiva il campo; e sebbene l'esercito fosse affamato, senza paghe, sprovvisto di tutto, pure erano uomini stati alla battaglia di Ravenna, e si trovavano di fronte l'Ordinanza del Machiavelli, la quale ancora non aveva visto il fuoco. Il momento della prova era quindi per essa venuto.
Il primo assalto degli Spagnuoli fallì per mancanza di artiglierie, ed il Vicerè, che mancava anche di vettovaglie, si dichiarò allora pronto agli accordi, purchè s'accogliessero i Medici in Firenze, ed a lui si mandassero subito 3000 ducati, e 100 some di pane, per sfamare i suoi soldati. Sincere o no che fossero queste proposte, molti volevano accettarle; ma il Soderini le respinse sdegnosamente, ed il Vicerè allora, entrato per tradimento in Campi, dove trovò le necessarie vettovaglie, tornò a battere le mura di Prato da un altro lato. Dei due cannoni che aveva, il primo scoppiò, ed anche il secondo valeva poco, ma pur finalmente si riuscì con esso ad aprire una breccia,[275] ed allora si dette l'assalto. Da due porte si fece una qualche resistenza; ma l'Ordinanza che avrebbe dovuto difendere la breccia, abbandonò invece assai vilmente il suo posto. Così il 29 di agosto 1512 ad ore 16 gli Spagnuoli poterono facilmente entrare in Prato, e senza trovare altra resistenza cominciarono il sacco.[276]
Il numero dei morti nel saccheggio è diversamente valutato. Iacopo Guicciardini li porta a 4000, in gran parte soldati dell'Ordinanza, i quali, egli dice, vennero quasi tutti uccisi; furono inoltre «vituperate le donne e taglieggiate, mandando a bordello tutti i munisteri.» Altri scrittori, come il Modesti ed il Cambi, fanno salire i morti a 5000, ma Francesco Guicciardini li fa discendere a 2000. Questi però evidentemente attenua ogni cosa a vantaggio dei Medici, modificando le notizie che trae dal Buonaccorsi e dalle lettere ricevute da Firenze, le quali noi oggi possiamo leggere, perchè pubblicate nelle sue Opere inedite. Egli pretende, fra le altre cose, che il Cardinal Giovanni facesse fermare la strage, e salvare le donne, il che non è detto neppure dallo stesso Cardinale nella lettera da lui scritta allora al Papa. Secondo il Modesti, sembra invece che solo alcuni giorni dopo cominciato il sacco, egli facesse salvare quelle donne che si ridussero nel suo palazzo, «tali quali si possono immaginare.»[277] La strage fu in ogni modo grandissima, come affermano tutti gli scrittori contemporanei, come conferma nella sua lettera il Cardinale, ed alla strage s'unirono anche molte violenze all'onor delle donne.