E' par che voi veggiate, se ben odo,
Dinanzi quel che il tempo seco adduce,
E nel presente tenete altro modo,[473]
Il Machiavelli stesso più di una volta si accorse della contradizione in cui si trovava, quando voleva a forza supporre i suoi contemporanei, il suo paese, de' quali pur vedeva i difetti, troppo migliori che non erano, e capaci di grandi, eroiche risoluzioni. Allora scoraggiato s'abbandonava un tratto al suo spirito satirico, mordace, cinico, che scoppiava improvviso, irresistibile. Ma poi tornava da capo a' suoi ideali, nei quali ebbe fino alla morte una fede incrollabile.
Ai primi del 1525, quando non era anche ingrossata la marea delle nuove calamità, egli meditava dolorosamente sugli avvenimenti che seguivano alla giornata, e finiva l'ottavo libro delle sue Storie, che arriva alla morte di Lorenzo il Magnifico. Voleva egli stesso presentarle al Papa, cui le aveva dedicate, e cercare così di ricevere qualche nuovo sussidio a continuarle. Ne tenne per lettera parola al Vettori, che lo incoraggiò sempre assai poco. Pure il dì 8 marzo gli scrisse da Roma, che il Papa gli aveva chiesto notizia delle Storie, e che egli aveva risposto d'averne letto una parte, e giudicarle tali da soddisfare; sconsigliava però il Machiavelli dall'andare in persona a presentarle, non parendogli opportuno, rispetto ai tempi che correvano. Ma il Papa invece aveva soggiunto: doveva venire, e sono certo che i suoi libri debbono piacere ed essere letti volentieri. Pure il Vettori, sempre freddo, concludeva la sua lettera col dire: è necessario tuttavia non illudersi, perchè, venendo, c'è sempre il caso di restare colle mani vuote, tali sono ora i tempi.[474] Il Machiavelli, dopo aver molto esitato, decise d'andare, e trovò non solo il Papa ben disposto, ma anche Filippo Strozzi e Iacopo Salviati pronti ad aiutarlo assai più efficacemente del Vettori, sempre largo di sole parole. Il Salviati s'era già prima adoperato a fargli avere qualche incarico; ma non era riuscito, perchè al Papa non piacque la proposta.[475] Filippo Strozzi fu invece più fortunato. Per mezzo di Francesco del Vero potè far sapere al Machiavelli già ripartito da Roma, che Sua Santità era pronta a concedergli un nuovo sussidio, per fargli continuare le Storie.[476] Il sussidio in fatti venne poi concesso, e fu di altri cento ducati.[477]
La ragione per la quale il Machiavelli, non ostante le buone disposizioni del Papa, era ripartito da Roma senza nulla concludere a proprio vantaggio, prima anche d'esser sicuro del sussidio per le Storie, è tale che fa molto onore al suo carattere. Arrivato colà dopo la battaglia di Pavia, quando gli animi di tutti gl'Italiani erano sospesi per l'evidente pericolo di vedere da un momento all'altro l'esercito imperiale avanzarsi minaccioso, egli quasi istantaneamente perdette il pensiero de' suoi personali interessi, e ne abbandonò la cura agli amici. Al Papa ragionò invece dei provvedimenti più necessarî a prendersi nelle presenti condizioni, dei modi di fortificare Firenze contro qualche improvviso assalto. A lui, ai cardinali, a quanti potè vedere di coloro che frequentavano la Corte, espose con ardore la sua vecchia idea della milizia nazionale, cercando persuadere ad ognuno, come unico rimedio efficace sarebbe ora dar le armi al popolo, chiamandolo alla difesa della patria minacciata dagli stranieri. E con tanto calore, con tanta eloquenza ne parlò, che gli parve finalmente d'esser riuscito a convincerne il Papa ed alcuni di coloro che gli erano vicini. Nel giugno di quell'anno fu in fatti mandato al Guicciardini in Romagna, con un Breve di Clemente VII che lo chiamava dilectum filium Nicolaum Macchiavellum,[478] per esporgli il suo disegno, e cercare d'effettuarlo colà, dove il popolo era assai armigero. Iacopo Salviati e lo Schonberg ne parlarono al Colombo, invitandolo a scriverne anch'egli subito al Guicciardini. E questi, che era forse la testa più fredda e pratica che avesse allora l'Italia, gli rispondeva da Faenza il 15 giugno 1525: «Ho visto quel che dicono circa la venuta del Machiavelli. Aspetterò il suo arrivo, per intender prima il disegno suo, e dar poi il mio avviso; perchè è cosa da considerarla bene, e così direte anche a loro. Intanto chiedete a che fine mira il Papa con questa proposta; chè se ne spera rimedio ai pericoli presenti, è provvisione che non può essere a tempo.»[479]
Il 19 scriveva, che il Machiavelli era arrivato ed aveva esposto il disegno dell'Ordinanza. «Certo, se questa cosa potesse condursi al fine desiderato, sarebbe una delle più utili e più laudate opere che Sua Beatitudine potesse fare. Ed a me non farebbe paura dar le armi al popolo, se però fosse d'altra sorte che è questo, perchè allora con pochi buoni ordini e con severità si provvederebbe a tutto. Ma la Romagna, lacerata da nimicizie crudeli, è divisa in due grandi fazioni, dette ancora dei Guelfi e dei Ghibellini, le quali s'appoggiano una alla Francia, l'altra all'Impero. La Chiesa non ci ha veri amici, e però quando si trovasse in guerra con Cesare, le sarebbe di grandissimo pericolo avere armato gli amici di lui, sperando valersene a proprio vantaggio. Questa impresa dovrebbe esser fondata sull'amore del popolo, che in Romagna manca del tutto alla Chiesa. Qui non son sicuri nè della roba, nè della vita, e guardano perciò sempre ai principi stranieri, dai quali in tutta la provincia dipendono. Lo sperare poi di comporre l'Ordinanza, come vorrebbe il Machiavelli, d'uomini non legati a nessuna delle due fazioni, sarebbe lo stesso che non voler trovare alcuno. Pure, se deve in ogni modo tentarsi l'impresa, io mi ci metterò con ogni mia forza, e così dovrebbe fare Sua Santità, perchè una volta che fosse iniziata, bisognerebbe tenerne più conto che di qualunque altra cosa.» Aggiungeva poi che l'idea d'addossare, come voleva il Papa, la spesa alle già troppo esauste Comunità, era pericolosissima, e sarebbe riuscita solo ad irritarle, sin dal principio, contro una istituzione cui bisognava invece affezionarle.[480] Il 23 giugno tornava ad esprimere i suoi dubbi, invitando il Colombo a far leggere la lettera prima allo Schonberg ed al Salviati, riferendo i giudizî e le opinioni loro; poi al Papa, notando attentamente «li moti e parole sue.»[481] Mentre però egli era così sospeso pel dubbio di vedere il Papa gettarsi, senza riflessione e senza energia, in una impresa assai incerta, già in questo ogni entusiasmo s'era spento come fuoco di paglia, specialmente quando sentì che bisognava spendere. Non pensò più neppure a rispondere. Laonde il Machiavelli, avendo invano aspettato lettere fino al 26 luglio, persuaso ormai che nè il Guicciardini, nè il Papa osavano dar le armi al popolo, e non volendo invano perdere il suo tempo, se ne tornò a Firenze, dichiarando tuttavia che sarebbe stato sempre pronto ad ogni loro cenno.[482] Fino alla morte egli non perdette mai la sua fede nell'Ordinanza.
Da Firenze scrisse più volte al Guicciardini, senza per qualche tempo tornare sull'argomento. Ragionavano fra loro d'affari privati e di facezie, colle quali cercavano una distrazione dalle miserie in cui l'Italia si trovava, e dai maggiori pericoli che la minacciavano. Non potevano però fare che di tanto in tanto non parlassero anche di questi pericoli, con animo assai addolorato. Il 17 agosto il Machiavelli accennava al matrimonio proposto tra una delle figlie del Guicciardini ed un ricco fiorentino; poi si rallegrava molto che all'amico fosse piaciuta la sua Mandragola, tanto da volerla far rappresentare a Faenza nel carnevale prossimo, e prometteva d'assistere alla rappresentazione. Gli mandava una medicina, dalla quale diceva d'avere molte volte ricevuto grande benefizio, massime quando aveva troppo lavorato.[483] Aggiungeva che forse andrebbe presto a Venezia, nel qual caso si sarebbe, ritornando, fermato a Faenza per rivedere gli amici.
Il 19 agosto, in fatti, dai Consoli dell'Arte della lana, e da quelli che i Fiorentini avevano in Romania, chiamati anche Provveditori di Levante, fu mandato a Venezia per un affare d'assai poco momento. Alcuni mercanti fiorentini, tornando dall'Oriente, con molto danaro, sopra un brigantino veneto, arrivati che furono in un porto di quella repubblica, trovarono il brigantino padroneggiato da un G. B. Donati, che accompagnava l'oratore turco. Questo Donati li chiamò, e dopo aver loro «fatto sopportare molte cose indegne, non che altro di essere riferite, gli sforzò finalmente a riscattarsi con 1500 ducati d'oro.»[484] Di ciò si chiedeva dai Consoli risarcimento alla Serenissima Repubblica, essendo il Donati cittadino veneto. E di questa commissione che finì subito, abbiamo solo la credenziale, la istruzione dei Consoli al Machiavelli, e la lettera, in cui è l'esposizione del fatto,[485] senza che altro se ne sappia. Invece sappiamo che allora appunto si sparse per Firenze la voce, ch'egli avesse a Venezia tentato la sorte, vincendo al lotto da due a tre mila ducati. Così gli scriveva Filippo de' Nerli, il quale aggiungeva la notizia, che il Machiavelli era stato imborsato fra i cittadini abili agli ufficî politici, avendo gli Accoppiatori chiuso un occhio sulle difficoltà che si presentavano; e ciò era riuscito, perchè era stato raccomandato da donne a lui benevole.[486] Su di che il Nerli andava celiando, con un linguaggio e con allusioni che per noi sono ora poco facili ad intendere. Si capisce che dagli amici e dagli Accoppiatori era stato veramente favorito, non avendo essi tenuto conto della voce diffusa dagli avversarî, che egli non avesse tutte le condizioni richieste dalle leggi per l'ammissione agli ufficî politici.[487] Quanto alla pretesa vincita al lotto, o fu cosa d'assai poco momento, o addirittura una favola, perchè non se ne trova nessun altro riscontro, e due o tre mila ducati erano a quel tempo tale somma da far mutare condizione al Machiavelli, che non ebbe mai questa fortuna. Neppure il Canossa, allora ambasciatore a Venezia, che lo vide in quei pochi giorni due volte, dando di lui notizia al Vettori, accennò punto alla pretesa vincita. Scriveva solamente, che avevano fra loro parlato delle cose pubbliche, delle quali, concludeva, non v'era da dir altro, se non che «ce ne andiamo in servitù, o per dir meglio la compriamo. Tutti lo conoscono e nessuno vi rimedia.»[488]
Tornato a Firenze senza, a quanto pare, aver per via potuto vedere il Guicciardini, che era andato ad Imola, il Machiavelli trovò ammalato il figlio Bernardo,[489] e ricevè lettera dall'altro figlio Lodovico, giovane impetuosissimo, che era assai spesso in dispute e risse sanguinose, che prese più tardi parte assai viva alla cacciata dei Medici, e morì, con la bandiera in mano, combattendo sotto le mura di Firenze assediata dagl'Imperiali.[490] Ora si trovava per affari commerciali in Adrianopoli, di dove moveva aspro lamento contro un prete, che non voleva lasciare una chiesa di patronato dei Machiavelli, non lungi da Sant'Andrea in Percussina. E minacciava di venire a farsi giustizia colle proprie mani, quando il padre non avesse trovato modo di rimediarvi subito. «Non vedo,» egli concludeva, «a che si aspetti tanto. Questo mi pare un modo di cavarci due occhi noi, per cavarne uno al compagno.»[491]
A tutte queste piccole noie s'aggiungevano i pensieri sempre più gravi per le pubbliche faccende. Il Morone era prigione, il Pescara s'avanzava verso Milano, il Papa si trovava al solito senza consiglio e senza risoluzione. Le lettere del Guicciardini e del Machiavelli sembravano ondeggiare fra la disperazione ed un cinico sorriso, che spesso era invece un sorriso disperato. In una, che è senza data, il Machiavelli mandava spiegazioni intorno al significato di qualche motto fiorentino nella Mandragola. Prometteva di comporre le canzonette da cantarsi fra un atto e l'altro; di far andare a Faenza la Barbera, la ben nota cantatrice, insieme co' suoi cantori.[492] In un'altra, senza data del pari, e firmata: Niccolò Machiavelli, istorico, comico e tragico, cominciava col parlare a lungo del matrimonio, che tanto stava a cuore al Guicciardini; poi a un tratto s'interrompeva, scrivendo: «Il Morone ne andò preso, e il ducato di Milano è spacciato; e come costui ha aspettato il cappello, tutti gli altri principi l'aspetteranno,[493] nè ci è più rimedio: Sic datum desuper. — Veggo d'Alagna tornar lo fiordaliso, e nel Vicario suo, ecc. — Nosti versus, coetera per te ipsum lege.»[494] E poi, mutando da capo bruscamente: «Facciamo una volta un lieto carnesciale, e ordinate alla Barbera un alloggiamento tra quelli frati, che se non impazzano, io non ne voglio danaio, e raccomandatemi alla Maliscotta, e avvisate a che porto è la commedia, e quando disegnate farla. Io ebbi quell'augumento infino in cento ducati per l'Istoria. Comincio ora a scrivere di nuovo, e mi sfogo accusando i principi, che hanno fatto ogni cosa per condurci qui.»[495]
E così continuavano. Il 19 dicembre il Machiavelli tornava sull'affare del matrimonio, e cercando la via a farlo concludere, dava consigli circa il modo di cavar danari dal Papa, per aumentar la dote della fanciulla. Ma il Guicciardini, più orgoglioso e pratico, esitava a parlare di queste cose a Clemente VII, quando erano così gravi le condizioni in cui versavano lo Stato della Chiesa e l'Italia. Allora era morto il Pescara, ed i potentati italiani parevano di nuovo disposti ad addormentarsi, il che rendeva assai maggiore il pericolo in cui tutti versavano. Il Machiavelli concludeva quella stessa lettera, dicendo: Ognuno si crede ora rassicurato, «e parendogli aver tempo, si dà tempo al nemico. E concludo in fine, che dalla banda di qua non si sia per far mai cosa onorevole e gagliarda da campare o morire giustificato, tanta paura veggo in questi cittadini, e tanto male volti a chi fia per inghiottire.»[496] A che il Guicciardini rispondeva il 26, cominciando col parlar nuovamente della commedia, «perchè non mi pare delle meno importanti cose abbiamo alle mani, e almanco è pratica che è in potestà nostra, in modo che non si getta via il tempo a pensarvi, e la ricreazione è più necessaria che mai in tante turbolenze.» Quanto alle cose pubbliche, non sapeva che si dire, vedendo come tutti biasimavano la opinione che solo a lui pareva buona. «Si conosceranno i mali della pace, quando sarà passata l'opportunità di fare la guerra. Noi soli vogliamo aspettare in mezzo alla via il cattivo tempo che viene, e non potremo dire che ci sia stata tolta la signoria, ma che turpiter elapsa sit de manibus.»[497]
Pare che allora non solamente il Guicciardini ed il Machiavelli, non sapendo dove posare il capo, cercassero distrarsi colle commedie; ma che molti in Italia, pensassero, in questi anni veramente terribili, a distrarsi colle feste. A Firenze, in fatti, durante il carnevale del 1526, la Compagnia della Cazzuola rappresentava la Mandragola in casa di Bernardino Giordano, con uno scenario dipinto da Andrea del Sarto e da Bastiano da San Gallo, il quale, per la sua perizia in questi lavori, era chiamato Aristotele. Poco dopo, nell'orto di Iacopo Fornaciai, presso la porta San Frediano, a bella posta spianato, con lo scenario dipinto dallo stesso Aristotele, fu rappresentata la Clizia.[498] Si fecero in questa occasione grandissime feste e conviti a nobili, a borghesi e popolani, tanto che se ne parlò per tutta Italia. E dobbiam credere che il Machiavelli vi si abbandonasse non meno degli altri, perchè Filippo dei Nerli,[499] che solo in apparenza gli era amico, dopo essersene con lui rallegrato, scrivendone agli altri, se ne mostrava invece assai scandalezzato. A Venezia, nel medesimo tempo, due private Compagnie facevano recitare, una la Mandragola, l'altra i Menecmi di Plauto, i quali ultimi riuscirono al paragone freddissimi, tanto che i promotori della rappresentazione invitarono gli attori della Mandragola a ripeterla in casa loro.[500] Ed il Machiavelli ebbe dai mercanti fiorentini colà residenti, premuroso invito di mandar qualche altro suo lavoro, per farlo recitare nel prossimo maggio. Ma la rappresentazione apparecchiata in Romagna pel carnevale di quell'anno, non sembra che avesse altrimenti effetto,[501] perchè egli non potè andare a Faenza come aveva promesso, trovandosi occupatissimo in Firenze, o in gite per affari urgenti. Il Guicciardini era anch'esso in moto continuo, e nel gennaio dovè recarsi in fretta a Roma. La notizia improvvisa d'un accordo seguìto tra la Francia e la Spagna, per la liberazione del Re, sebbene non se ne conoscessero ancora i termini precisi, teneva gli animi più che mai sospesi, ed era quindi necessario apparecchiarsi agli eventi.
Di ciò le lettere dei due amici cominciavano ora a parlare con sempre maggiore insistenza. Il Guicciardini, come già vedemmo, aveva da un pezzo affermato che l'Imperatore avrebbe liberato il Re, e che questi poi non avrebbe mantenuto i patti. Il Machiavelli, invece, s'era su di ciò sempre illuso, credendo che il Re non sarebbe stato liberato, e che in ogni caso avrebbe mantenuto i patti. Anche quando s'era sparsa per tutto la notizia dell'accordo, egli durava una gran fatica a non perseverare nella stessa sua erronea opinione. Tanto era di ciò convinto che, quando giunse la nuova che il Re era stato effettivamente liberato, e che si attribuiva questa deliberazione all'accortezza del Papa, egli dette sfogo al suo malumore con l'epigramma che finiva:
E quinci avvien che 'l matto
Carlo re de' Romani e 'l Vicerè
Per non vedere hanno lasciato il Re.[502]
E poco prima, quando la nuova della liberazione non era ancor giunta in Firenze, ma si sapeva che si trattava già degli accordi, egli ne aveva scritto prima a Filippo Strozzi, e subito dopo, il 14 marzo, al Guicciardini, dicendogli che aveva il capo pieno di ghiribizzi per quest'accordo, e ripeteva ancora che o il Re non sarebbe libero, o manterrebbe i patti. «È vero che così lascerebbe rovinar l'Italia, e potrebbe anche perdere il regno; ma avendo esso, come voi dite, il cervello francese, questo spauracchio non è per muoverlo come muoverebbe un altro. Libero poi o non libero che egli sia, l'Italia avrà guerra. E per noi non vi sono che due vie: o abbandonarsi a discrezione del vincitore, dandogli danari, o armarsi. Il primo partito non basta, perchè il nemico ci leverebbe i danari e poi la vita; non resta dunque che l'armarsi.» E qui si abbandonava ad un'altra di quelle ardite idee, tutte sue proprie. «Io dico una cosa che vi parrà pazza, metterò un disegno innanzi, che vi parrà o temerario o ridicolo; nondimeno questi tempi richieggono deliberazioni audaci, inusitate e strane. E sallo ciascuno che sa ragionare di questo mondo, come i popoli sono varî e sciocchi; nondimeno, così fatti come sono, dicono molte volte che si fa quello che si dovrebbe fare. Pochi dì fa si diceva per Firenze, che il signor Giovanni de' Medici rizzava una bandiera di ventura, per far guerra dove gli venisse meglio. Questa voce mi destò l'animo a pensare, che il popolo dicesse quello che si dovrebbe fare. Ciascuno credo che pensi, che fra gl'italiani non ci sia capo a chi i soldati vadano più volentieri dietro, nè di chi gli Spagnuoli più dubitino e stimino più. Ciascuno tiene ancora il signor Giovanni audace, impetuoso, di gran concetti, pigliatore di gran partiti. Puossi adunque, ingrossandolo segretamente, fargli rizzare questa bandiera, mettendogli sotto quanti cavalli e quanti fanti si potesse più.» «Questo ben presto potrebbe aggirare il cervello agli Spagnuoli, e far mutare i disegni loro, coi quali hanno forse pensato a rovinar la Toscana e la Chiesa, senza trovare ostacolo. Potrebbe anche far mutare animo al Re, che vedrebbe d'aver da fare con genti vive. E legatevi al dito questo, che se il Re non è mosso con cose vive e con forze, osserverà l'accordo o vi lascerà nelle peste, perchè essendogli voi stati troppe volte contro, o rimasti a vedere, non vorrà che gli intervenga ora lo stesso.»[503]
Filippo Strozzi mostrò al Papa la lettera che aveva ricevuta dal Machiavelli, e gli parlò ancora della proposta fatta in quella diretta al Guicciardini. Ma erano pensieri troppo audaci, troppo patriottici per farli accettare da Clemente VII, che si smarriva al solo sentirne parlare. Disse che ben presto il Re sarebbe libero ed osserverebbe i patti, il che lascerebbe l'Italia in balìa dell'Imperatore. La proposta d'armare Giovanni de' Medici non gli pareva accettabile, perchè sarebbe lo stesso che dichiarar guerra aperta all'Imperatore. In fatti senza danari Giovanni de' Medici non poteva formare un esercito, e se glieli dava il Papa, sarebbe stato subito responsabile dell'impresa.[504] Così, come nulla s'era fatto dell'Ordinanza, nulla si fece ora del nuovo disegno del Machiavelli.
Questi si volse perciò tutto a fortificare le mura di Firenze, di che aveva in Roma tenuto lungo ragionamento col Papa, «il quale raccomandò che si facessero opere così gagliarde da mettere nel popolo animo di poter resistere contro ogni assalto. Voleva che si costruisse addirittura dalla parte di San Miniato, un nuovo cerchio di mura; ma ciò era impossibile, a cagione di quel colle. Per includerlo dentro le nuove mura, sarebbe stato necessario allargarsi troppo e quindi indebolirsi. Se invece si deliberava di lasciarlo fuori, bisognava restringersi tanto da lasciar fuori anche un intero quartiere della Città. E se questo quartiere si demoliva, era una grande rovina; se si abbandonava, era come darlo al nemico, che subito vi si sarebbe fortificato.[505] Il Machiavelli perciò, dopo una visita accuratissima fatta alle mura, insieme con l'ingegnere Pietro Navarro, scrisse una minuta e precisa relazione, nella quale, proponendo tutti i lavori necessarî, insisteva sempre più sul concetto di fortificare solo le mura esistenti con nuove torri, fortilizî, fossati ed altre opere.[506] Il 17 maggio scriveva al Guicciardini ancora in Roma, dicendogli che aveva il capo così «pieno di baluardi» che non vi entrava altro. Gli aggiungeva che a Firenze s'era fatta la legge con cui veniva istituito il nuovo magistrato, per provvedere alle fortificazioni; e che se la cosa andava innanzi, come pareva certo, egli, Machiavelli, sarebbe stato il nuovo cancelliere. Faceva premure che il Papa cominciasse da parte sua a dare gli ordini pel denaro necessario a cominciare i lavori. Accennando poi alle notizie venute di Francia sulla nuova attitudine presa dal Re, a quelle venute di Roma sui pericoli cui s'era trovato esposto il Papa, ed a quelle finalmente venute in Lombardia sui tumulti seguìti nell'esercito imperiale, concludeva che da esse si vedeva chiaro «quanto facile sarebbe stato cavar d'Italia questi ribaldi. Per amor di Dio non si perda questa occasione. Ricordatevi che cattivi consiglieri e peggiori ministri avevano tratto non il Re, ma il Papa come in prigione, di dove è appena fuori. L'Imperatore adesso, vedendosi mancare sotto il Re, farà profferte che dovrebbero trovar le orecchie vostre turate. Non si può più pensare di rimettersi al tempo ed alla fortuna, perchè ingannano. Bisogna operare. A voi non occorre dire altro. Liberate diuturna cura Italiam. Extirpate has immanes belluas, quae hominis praeter faciem et vocem nihil habent.[507]». Il Guicciardini gli rispondeva d'essere pienamente d'accordo con lui, e che le cose erano ormai tanto chiare, che sperava bene si provvederebbe una volta con animo deliberato. Pure non fu così. Il Papa, nelle piccole e grandi cose, era sempre in preda alla stessa incertezza, la quale fece sì che anche l'opera di fortificare le mura fiorentine non arrivasse ad alcuna conclusione, ostinandosi egli sino all'ultimo nel suo disegno poco pratico e da tutti condannato.
La nuova Provvisione che istituiva in Firenze i Cinque Procuratori delle Mura, fu scritta dallo stesso Machiavelli, e venne approvata nel Consiglio dei Cento, il 9 maggio 1526. Il 18 furono eletti i Procuratori, che lo scelsero loro Cancelliere e Provveditore;[508] ed egli facendosi aiutare da un suo figlio e da Daniello Bicci, che teneva i conti e le scritture,[509] incominciò subito a scrivere lettere, a dare ordini per mettere mano ai lavori. Fu ordinato ai Podestà di mandare uomini a cavare fossati; fu scritto al Papa, perchè desse danaro, non essendo ora possibile aggravare i cittadini con nuovi carichi. Lo pregavano ancora che sollecitasse la venuta d'Antonio da San Gallo, inviato già in Lombardia a studiare le fortificazioni colà, non essendo prudente consiglio il metter mano ai lavori prima che gl'ingegneri si fossero messi d'accordo sul disegno dei baluardi da costruire.[510] Ma questo appunto fu quello che riuscì impossibile, perchè il Papa tornava sempre alla sua strana idea d'allargare la cerchia delle mura, per modo che circondassero tutta la collina di San Miniato, e pretendeva che l'aumento del prezzo de' nuovi terreni, i quali verrebbero così inclusi nella cinta, dovesse far guadagnare 80,000 ducati. Il Machiavelli fu per perderne la pazienza, e tre lettere ne scrisse il giorno 2 giugno al Guicciardini, concludendo: «tutto questo è una favola, nè il Papa sa quello che si dice.»[511] Caldamente pregava che lo rimovesse da tanta ostinazione, altrimenti si sarebbe, egli affermava, indebolita la Città, e spesa invano gran somma di danaro. In conclusione s'andò per le lunghe, senza far lavori d'importanza. E quando si doveva finalmente venire a qualche cosa di più concreto, di più utile, i nemici erano già tanto innanzi, che il Machiavelli dovette ripetutamente correre al campo, dove era il Guicciardini, lasciando quindi e ripigliando più volte i lavori.[512] Ormai ogni speranza stava nel trovare il modo di deviar da Firenze la minacciosa bufera, la quale si avanzava rapidamente, senza che si fosse in condizioni da poter resistere con energia.
Assalto dei Colonna in Roma. — Tregua del Papa coll'Imperatore. — Il Guicciardini e il Machiavelli al campo. — Cremona s'arrende alla Lega. — Ordine al Guicciardini di ritirare il campo di qua dal Po. — Gl'imperiali s'avanzano verso Bologna. — Vani tentativi d'accordo tra il Papa e gl'imperiali. — Il Machiavelli torna a Firenze. — Tumulto di Firenze. — Sacco di Roma. — Cacciata dei Medici, e ricostituzione della repubblica fiorentina.
L'Imperatore riteneva adesso che, spingendo innanzi l'esercito, potesse facilmente divenire arbitro dell'Italia. Ma egli mancava assolutamente di danaro, ed il paese, quantunque debole e diviso, gli era tutto nimico. Francesco I, uscito dalla prigione, e deliberato a non mantenere i patti, aveva a Cognac (22 maggio 1526) stretto col Papa, con Firenze, Venezia e Milano una lega, che fu detta santa, e che era in sostanza diretta contro l'Impero. A Carlo V importava quindi moltissimo separarne il Papa, o renderlo almeno temporaneamente neutrale. E però, quando il cardinal Colonna, che era più soldato che prelato, e nimicissimo di Clemente VII, si offerse d'impadronirsi della persona di lui, fu mandato a Roma don Ugo di Moncada, con incarico di tentar prima una tregua, e non riuscendogli, dire al Colonna che facesse pure quello che voleva. In fatti don Ugo non concluse nulla, essendo giunta la notizia delle strettezze in cui era l'esercito imperiale, e partì quindi sdegnato, il 20 giugno, lasciando mano libera al Colonna, che non mise tempo in mezzo. Alla testa di 800 cavalieri, 3,000 fanti ed alcune poche artiglierie tirate da buoi, irruppe nella Città Eterna con tale impeto, che Clemente VII ebbe appena il tempo di fuggire con la sua guardia svizzera, e rinchiudersi in Castel Sant'Angelo. Il Vaticano, San Pietro, le case dei cardinali andarono a sacco, ed in poche ore fu fatta una preda di 300,000 ducati. Era già un pessimo esempio dato agl'imperiali, che s'avanzavano dalla Lombardia; ma il Cardinale voleva andar oltre ancora, e metter le mani sulla persona stessa del Papa. Laonde questi si rivolse spaventato al Moncada, che seguiva il piccolo esercito tumultuario, ed il Moncada si fece subito mediatore, dettando le condizioni della pace, che furono: tregua di quattro mesi coll'Imperatore, il naviglio del Papa ritirato da Genova e i soldati dalla Lombardia, amnistiati i Colonna. Il Cardinale si ritirò allora co' suoi a Grottaferrata, ed eran tutti pieni di sdegno, chiamandosi traditi. Il Papa accettò i patti impostigli dalla forza, con animo però, alla prima occasione, di non rispettarli. E don Ugo lo sapeva bene; ma per ora gli bastava guadagnar tempo, dopo averlo spaventato. Se ne andò quindi a Napoli, menando come ostaggio Filippo Strozzi parente dei Medici. In questo medesimo tempo Clemente VII ebbe a sopportare anche un'altra umiliazione. Sotto pretesto d'assicurare le spalle al suo esercito in Lombardia, egli aveva mandato alcune sue genti, con una moltitudine raccogliticcia di Fiorentini, a mutare il governo in Siena. Ma furono subito messi dai Senesi in una fuga precipitosa e vergognosa, senza avere neppur tentato di combattere.
E per colmo di sventura, tutte queste notizie, con l'ordine di ritirarsi di qua dal Po, arrivarono al campo pontificio nel momento appunto in cui, dopo molte traversie, s'aveva la prima volta qualche speranza di migliore fortuna. Le cose erano dapprima cominciate colà assai male. I Veneziani, comandati dal duca d'Urbino, non passarono l'Adda; gli Svizzeri aspettati non venivano; ed invece i Lanzichenecchi ingrossavano nel Tirolo, sotto il comando del Frundsberg, protestante, che diceva di volere andare in Roma ad impiccare il Papa, ed impegnava le proprie terre, per poter pagare i soldati imperiali. Un tumulto seguìto a Milano contro gli Spagnuoli fu subito represso, senza che gli alleati, i quali avrebbero facilmente potuto mandar 20,000 uomini per sostenerlo, osassero far nulla. Venivano finalmente in aiuto molti Svizzeri alla spicciolata, sebbene non vi fosse un regolare contratto coi Cantoni; ma neppur questo induceva il duca d'Urbino ad un'azione risoluta. Egli voleva il comando generale di tutto l'esercito; si lamentava sempre d'ogni cosa, e non decideva mai niente. Dopo aver fatto le viste d'andare a Milano, dove tutti lo spingevano, s'era invece fermato, mandando ad assediar Cremona, il che aveva messo l'esercito nella impossibilità d'inviare aiuti al Doria, che bloccava Genova, e dichiarava di poterla prendere, se gli alleati andavano subito a stringerla dalla parte di terra.
Il Guicciardini si trovava allora al campo, luogotenente del Papa, e non cessava mai di scrivere a Roma per dargli animo; s'adoperava a tenere in ordine l'esercito, a spronare il Duca, a spingerlo innanzi, a farlo operare; ma tutto era vano.[513] Quando credeva d'esser finalmente riuscito a decidere l'inerte capitano d'andare a Milano, lo vide invece fermarsi per l'inutile assedio di Cremona. Quando aveva sperato che il Papa non pensasse più che alla guerra, arrivava invece la notizia, che si trattavano accordi. «Che carico,» egli esclamava allora, «che vergogna sarebbe smarrirsi alle prime difficoltà, ora che l'esercito non è rotto, non sono seguiti disordini, e siamo sulle terre del nemico!»[514] In questo mezzo appunto giungeva al campo Niccolò Machiavelli, mandato dai Fiorentini, che vivevano assai perplessi per la loro città, ad esaminare e riferire come procedevano le cose. Per via aveva ricevuto lettere del Vettori, con le quali era stato ragguagliato del vergognoso fatto di Siena. «Credo,» così questi gli aveva scritto, «che altra volta sia accaduto che un esercito fugga alle grida; ma che fugga dieci miglia, non essendovi alcuno che lo insegua, questo non credo si sia mai letto nè veduto. Ormai tutto va a rovina. Quando vedo come vanno male le cose a Milano, a Cremona, a Genova; come è andata male questa impresa di Siena, io penso che con simile disdetta non riusciremo neppure a sforzare un forno.»[515]
Pare che in questi estremi momenti il Machiavelli fantasticasse ancora d'una possibile resistenza del popolo in armi, e raccomandasse di nuovo la sua Ordinanza. In fatti troviamo che Roberto Acciaioli, oratore del Papa e dei Fiorentini in Francia, scriveva, il 7 agosto 1526, al Guicciardini: «Ho caro che il Machiavelli habbi dato ordine a disciplinare le fanterie. Volesse Iddio che fusse messo in atto quello che egli ha in idea; ma dubito che non sia come la Repubblica di Platone. E però me pareria fussi meglio che se ne tornassi a Firenze, a fare l'offizio suo di fortificar le mura, perchè corrono tempi da averne bisogno.»[516] Il 10 settembre egli veniva dal Guicciardini spedito al campo di Cremona, perchè vedesse coi propri occhi lo stato delle cose, e facesse intendere al Pesaro, provveditore veneto, e al duca d'Urbino, che se non credevano di potere, in cinque o sei giorni, prendere quella città, era meglio abbandonare addirittura l'impresa, per correre in aiuto del Doria a Genova e, potendo, assalire anche il nemico a Milano.[517] Ma al Machiavelli non fu possibile concludere nulla. Il provveditore Pesaro, in fatti, scriveva che il dì 11 settembre il Duca s'era dimostrato assai contrario a correre in aiuto del Doria, e che il 13, presente il Machiavelli, avendo adunato i suoi capitani, per consultarli, «s'il doveva levarsi de l'impresa, et atender a quella di Zenova,» tutti s'eran dichiarati contrarî. Affermavano esser necessario pigliar prima Cremona, dopo di che sarebbe stato assai facile mandar gente a prendere Genova.[518] Ed il Machiavelli perciò, dopo avere di là scritto più lettere al Guicciardini,[519] ripartiva subito per ritornarsene a Firenze, dove riferì come nel campo nessuno volesse abbandonare l'impresa di Cremona, che pareva veramente vicina al suo termine. In fatti la città poco dopo s'arrese.
Allora l'esercito fu libero. Esso componevasi di 20,000 Italiani e 13,000 Svizzeri, senza tener conto di altri 3500 che s'aspettavano ancora dalle Alpi. Questi erano però gl'iscritti, quelli cioè che si pagavano, non i presenti, e molti ogni giorno disertavano o si sbandavano. Ma i nemici erano in numero minore, e privi di tutto. Qualche cosa dunque si poteva certamente operare. Invece arrivò, come fulmine a ciel sereno, la notizia della tregua, e l'ordine al Guicciardini di ritirare le genti del Papa di qua dal Po. «Piuttosto,» egli scriveva allora al Datario, «abbandonerei l'Italia, che vivere a Roma nel modo che dovrà Nostro Signore, se va per la via che mi dite, Tu ne cede malis, sed contra audacior ito.[520] Deve dunque il cardinal Colonna con mille comandati aver tanta forza da ridurci in sì misera condizione, e quasi dar legge al mondo?»[521] Ormai però non c'era rimedio, e bisognava obbedire. Per conto del Papa restava in armi solo Giovanni de' Medici, con una condotta di 4000 fanti, e l'ordine segreto di continuare la guerra, sotto colore d'essere a soldo della Francia. Per colmo di sventura, questo valoroso soldato era scontentissimo del modo in cui veniva trattato, e minacciava di passare al nemico, se non gli davano uno Stato, come tante volte avevano promesso. «Ed è uomo capacissimo di farlo,» scriveva il Guicciardini da Piacenza. Al duca d'Urbino non parve vero d'abbandonar subito il campo, per andarsene a trovar la moglie. Intanto i Lanzichenecchi, già riuniti in Bolzano, arrivavano a 10 o 12 mila, ed aumentavano ogni giorno, pronti a scendere in Italia.[522]
Il Machiavelli, tornato a Firenze, dopo che ebbe riferito a voce, espose anche in una sua relazione scritta lo stato vero delle cose. S'era, secondo lui, commessa una serie d'errori, cominciando dallo sperar troppo nella sollevazione di Milano, subito repressa dagl'imperiali. L'impresa di Cremona era stata condotta troppo debolmente, il che aveva fatto perdere tempo e reputazione. Il Papa non aveva voluto ricorrere alla nomina di nuovi cardinali per far danaro, nè aveva saputo trovarlo altrimenti. Se n'era rimasto a Roma in modo che ne andò preso come un bimbo, «il che ha siffattamente avviluppata la matassa, che nessuno può ravviarla, avendo egli anche ritirato dal campo le sue genti e messer Francesco Guicciardini, che solo correggeva gl'infiniti disordini. Ora sono più capitani discordi fra loro, per modo che, mancando chi li guidi, fia una zolfa di cani, dal che segue una stracurataggine di faccende grandissima.»[523] Egli avrebbe desiderato che si fosse venuto a qualche partito audace e disperato, ma non aveva mai trovato ascolto. Da una lettera di Filippo Strozzi (Roma, 26 agosto 1526) apprendiamo in fatti che il Machiavelli aveva, in una sua, proposto che s'andassero ad assalire gl'Imperiali nel regno di Napoli; ma che il Papa, dopo averla letta con attenzione, concluse che la risoluzione del detto non gli piaceva.[524]
L'armata di Spagna muoveva intanto dal porto di Cartagena, sotto il comando del Lannoy vicerè di Napoli, per andare a combattere il Doria; ed il Frundsberg a novembre era già nel Bresciano, con più di 12 mila Lanzichenecchi. Tuttavia il Doria, con l'aiuto delle navi francesi, comandate da Pietro Navarro, era sul mare in condizioni da poter respingere il nemico. Nè sarebbe stato difficile ricacciare nei monti i Lanzichenecchi, separati ancora dagli altri imperiali, senza artiglierie, senza danari e senza vettovaglie. Ma nessuno andò ad affrontarli, sebbene il duca d'Urbino con Giovanni de' Medici avesse 1600 cavalli e 19,000 fanti. I Tedeschi, dopo essersi lentamente avanzati, si trovarono nel Mantovano, in mezzo alle paludi, circondati dai nemici; e neppur questo potè indurre il Duca ad assalirli. Tutto dimostrava che la servitù d'Italia non si poteva ormai evitare. Pure le condizioni degli imperiali erano tali, che c'era da vederli sbandarsi senza assalirli, se in quel momento non veniva ad essi un aiuto inaspettato. Il duca di Ferrara, che possedeva le migliori artiglierie allora conosciute, era in una posizione geograficamente così vantaggiosa, da poter esso solo decidere l'esito della guerra. Ed il Papa appunto allora lo aveva scioccamente offeso, respinto, irritato. Egli mandò quindi ai Tedeschi danari con alcune delle sue artiglierie, le quali arrivarono nel momento del maggiore bisogno. Giovanni dei Medici, stanco dell'ozio forzato, cominciò il 25 novembre una scaramuccia contro gl'imperiali, e secondo il suo solito, s'avanzò arditamente, nulla sapendo delle artiglierie arrivate al nemico; sicchè la seconda palla che esse tirarono, lo ferì in una gamba per modo che dopo cinque giorni ne morì. E così mancava al Papa il solo capitano che allora potesse e volesse con animo deliberato fare la guerra.
La tregua intanto si poteva dire già finita, essendosi di fatto venuto di nuovo alle mani. Ed il Machiavelli tornava in fretta al campo, per esporre al Luogotenente le misere condizioni di Firenze, e dirgli che in niun modo essa avrebbe senza aiuti potuto resistere al nemico, quando fosse venuto ad assalirla.[525] Ma il Guicciardini dovette rispondergli, che i soldati della Lega si trovavano talmente sparsi, che in caso d'urgenza egli non avrebbe potuto condurre in aiuto della Città più di 6 o 7 mila fanti del Papa. S'apparecchiassero perciò come meglio potevano, e se credevano di dover tentare accordi, era meglio trattar direttamente col Vicerè, dal quale tutti gli altri dipendevano, perchè esso rappresentava l'Imperatore. Ed il Machiavelli, dopo aver mandato per lettera[526] queste notizie, tornava daccapo a Firenze.
Da Milano uscivano intanto continui drappelli di Tedeschi e di Spagnuoli, che andavano a raggiungere i Lanzichenecchi. V'andò anche il Borbone, dopo aver prima minacciato il Morone per cavarne nuovo danaro, nominandolo poi suo consigliere, vedendo che si prestava efficacemente a tutto; quando vi trovava il suo interesse. Gl'imperiali erano arrivati al numero di 30,000, ed avendo ricevuto una seconda volta danari e munizioni dal duca di Ferrara, lasciavano Piacenza, avviandosi verso Bologna. Ed il Papa non si decideva ancora nè alla pace nè alla guerra. I Fiorentini promettevano di dargli fino a 150,000 ducati, se riusciva a fare un accordo stabile, per salvar tutti dal pericolo imminente. Ma egli ora trattava cogl'imperiali, ed ora faceva assalire le loro genti nel Napoletano, per venire poi di nuovo ad accordi, che dovevano essere da capo violati. L'Imperatore, come sin da un anno aveva preveduto e scritto il Guicciardini, voleva addormentarlo, per averne occasione a farsi padrone d'Italia. E però il suo esercito s'avanzava sempre dal settentrione, sebbene assai lentamente e fra mille ostacoli, per mancanza di danaro, per disordini continui nel campo, per la cattiva stagione. E fra poco doveva, in tale stato, affrontare anche la difficoltà di traversare le nevi dell'Appennino. Il Guicciardini era a Parma, donde scriveva e riscriveva, che nulla poteva indurre il duca d'Urbino ad assalire il nemico: o tradiva o aveva una gran paura; forse era vera l'una cosa e l'altra.[527] Nel febbraio lo raggiunse di nuovo in gran fretta il Machiavelli,[528] mandato per la terza volta da Firenze a dirgli, che negli accordi non si poteva più sperare, che la Città non poteva in nessun modo resistere, e chiedeva di non essere abbandonata al nemico. Il Guicciardini lo condusse dal Duca a Casal Maggiore, per vedere se in due riuscivano a farlo muovere una volta. Ma ogni preghiera fu vana. Egli non voleva nè affrontare, nè precedere il nemico: solo a distanza lo seguiva.[529] Tutto induce a credere che non fosse allora trattenuto unicamente dalla paura, come molti dicevano e credevano; ma forse anche da segrete istruzioni dei Veneziani, ai quali pare che non dispiacesse vedere il Papa umiliato, piuttosto che divenuto per qualche vittoria potente e pericoloso. Certo è che il Guicciardini aveva pienissima ragione di scrivere: «Qui non si fa altro che prevedere e ritenere per certi tutti i possibili pericoli nostri e tutti i possibili disegni del nemico, il quale non arriverebbe a pensarne la metà, quando pure potesse leggere nella nostra mente.»[530] Assicurava tuttavia al Machiavelli che, quando gl'imperiali fossero venuti in Toscana, egli li avrebbe preceduti con le genti del Papa, per salvare Firenze, anche se il Duca si fosse ostinato a rimaner sempre alla coda.[531] Ed il Machiavelli mandava queste notizie agli Otto, scrivendo ripetutamente da Parma, che non si poteva in nessun modo prevedere quello che i nemici erano per fare, non sembrando che lo sapessero essi stessi. Facile sarebbe stato metterli in rotta, se però i disordini della Lega e la inerzia del duca d'Urbino non continuassero a mandar tutto a rovina. Nel marzo scriveva da Bologna, dove si trovava col Guicciardini, che gl'imperiali erano colà presso alle mura; avevano avuto la seconda volta aiuto dal duca di Ferrara, fatalmente divenuto arbitro della guerra, e parevano decisi a venire in Toscana.[532] Essi intanto domandavano vettovaglie, e volevano entrare in quella città; ma il Guicciardini fece chiudere le porte, senza altro rispondere, ed invano minacciarono e tentarono di ricorrere alla forza.
Il Luogotenente era adesso molto impensierito, non solo del pericolo in cui si trovava il Papa, ma di quello che pareva più vicino ancora alla città di Firenze. E per indurre il Duca a soccorrerla in tempo, aveva preso su di sè la grave responsabilità di cedergli la terra di San Leo, che i Fiorentini gli avevano sempre fatta sperare, senza mai dargliela.[533] Per fortuna l'imminente pericolo sembrava ora allontanarsi, giacchè gl'imperiali accennavano a pigliar direttamente la via di Roma, e il disordine andava sempre crescendo fra di loro. Verso la metà di marzo in fatti vi fu nel campo un vero e proprio tumulto, che durò alcuni giorni. Il Borbone si dovette nascondere, per salvarsi dall'ira de' soldati. Il Frundsberg volle invece affrontarla, e si provò il 16 ad arringare i suoi Lanzichenecchi; ma gli risposero con le punte delle alabarde sul viso, gridando ferocemente che volevano subito le paghe. Ed a questo atto d'indisciplina, lo sdegno del valoroso capitano fu tale che ne ebbe un colpo d'apoplessia. Sedutosi sopra un tamburo, venne soccorso dai suoi, che poterono condurlo a Ferrara; ma non andò molto che cessò di vivere. E neppure in tale momento il duca d'Urbino seppe decidersi ad assalire il nemico.
Intanto arrivava la notizia d'una nuova tregua conclusa a Roma fra il Vicerè ed il Papa. Questi doveva reintegrare i Colonna; ritirare le armi che aveva fatte avanzare nel Napoletano; lasciare il Reame a Carlo V, Milano allo Sforza, e dare 60,000 ducati al Borbone, che si sarebbe col suo esercito ritirato dallo Stato della Chiesa e dall'Italia, se Francia e Venezia accettavano i patti. Lo sdegno del popolo romano, allora già in armi, fu grandissimo; ma Clemente VII, che non poteva più sostenere le enormi spese, ed era avarissimo, non appena il 25 marzo fu firmato l'accordo dal Vicerè, licenziò buona parte de' soldati in Roma, facendo un'economia di 30,000 ducati il mese. Così la Città restava senza potersi difendere, ed il Borbone, che aveva l'ordine segreto d'andare innanzi, scrisse subito al Vicerè, che i 60,000 ducati erano pochi pel suo esercito; non poteva quindi accettare la tregua, ed era vano presumere che egli o altri potesse ora fermare i soldati. Il 31 marzo in fatti passò il Reno presso Bologna, ed andò oltre.
Il Guicciardini non sapeva più che dire o che fare, ed a confonderlo sempre più, il Morone mandava a dire, che se gli dava subito 3000 ducati, dei quali avea bisogno per liberare un suo figlio, che era in ostaggio, avrebbe tradito gl'imperiali, lasciandoli in grandissima confusione.[534] Ma il Luogotenente non rispose neppure, troppo bene conoscendo l'uomo. E sempre più rattristato, scriveva a Roma, che il pensare, come facevano colà, alla tregua e non alla difesa, era un funesto errore. «Non so se la necessità ci farà infine uscire dall'incertezza. Li inimici vogliono da Nostro Signore e da noi tutto quello che abbiamo, nè pensano solo al temporale; ma ruinano le chiese, profanano i sacramenti, mettono eresie nella fede di Cristo. Alle quali cose, se non pensa chi può e deve sforzarsi di portarvi rimedio, credo sia colpevole della medesima infamia ed offesa a Dio.»[535] Nè molto diversamente scriveva a Firenze il Machiavelli, il quale, annunziando che il Papa voleva far pagare dai Fiorentini i 60,000 ducati promessi agl'imperiali, aggiungeva: «Bisogna pure trovarli e far quest'ultimo sforzo per salvare la patria. O si fa davvero la tregua, e serviranno a pigliar tempo, a ritardare almeno la rovina, o non si fa la tregua, e serviranno a far guerra.»[536] Ormai però già si sapeva che il Borbone non accettava. Egli anzi, rispondendo che i danari promessi erano pochi, non aveva neppur detto qual somma maggiore volesse. Un suo uomo, è vero, mandato a Firenze, dove espressamente venne anche il Vicerè, s'accordò per 150,000 ducati, promettendo che l'esercito avrebbe cominciato a ritirarsi appena pagati i primi 80,000. Ma neppure a ciò il Borbone dichiarava di consentire; e però il Machiavelli, finalmente affatto disilluso, scriveva che adesso era meglio pensare alla guerra e non occuparsi d'altro.[537] «Quale accordo volete voi sperare da nemici che, quando ancora i monti li separano da voi, e le nostre genti sono in piedi, vi domandano 100,000 ducati fra tre giorni, ed altri 50,000 fra dieci? Arrivati che saranno costà, vi chiederanno tutto il mobile vostro. Non vi è altro rimedio che sgannarli, e quando ciò s'abbia a fare, è meglio sgannarli con queste alpi che con coteste mura.»[538]
Sebbene le nevi e i monti tenessero ancora fermo l'esercito, e si continuasse a parlare d'accordi e di somme sempre maggiori per poterli concludere, pure il Machiavelli che, non avendo ormai altro da sperare o da fare a Bologna, era partito per Firenze, scriveva il 16 aprile da Forlì al Vettori: «Se il Borbone va innanzi, bisogna pensare alla guerra affatto, senza avere più un pelo che pensi alla pace. Se non muove, bisogna concludere addirittura la pace, senza pensare alla guerra. Dovendola però fare, non si deve più claudicare, ma farla all'impazzata, perchè spesso la disperazione trova dei rimedî che la elezione non ha saputo trovare. Io amo messer Francesco Guicciardini, amo la patria mia, e vi dico, per quella esperienza che mi hanno dato sessanta anni di vita, che io non credo mai si travagliassero i più difficili articoli che questi, dove la pace è necessaria e la guerra non si può abbandonare, e si ha alle mani un principe, che a fatica può supplire alla pace sola o alla guerra sola.» Da Brisighella scrisse il 18 allo stesso un'altra lettera, più incerta che mai, e poi venne a Firenze, dove la sua opera poteva essere utile e la famiglia lo aspettava con grandissima ansietà. La moglie ed i figli, in gran paura dei Lanzichenecchi e degli Spagnuoli, già avevano in parte sgomberato la villa; ed egli aveva promesso di raggiungerli in tempo, quando vi fosse stato davvero vicino pericolo. «Saluta Mona Marietta,» così il 2 aprile aveva concluso da Forlì una sua affettuosa lettera al figlio Guido, «e dille che io sono stato quasi per partirmi di dì in dì, e così sto, e non ebbi mai tanta voglia di essere a Firenze, quanto ora; ma io non posso altrimenti. Solo dirai che per cosa che la senta, stia di buona voglia, che io sarò costì prima che venga travaglio alcuno.»[539] Ed il figlio, ancora giovanetto, rispondeva il 17, dicendo che erano tutti lietissimi della promessa. Li avvertisse però subito se venivano i Lanzichenecchi, perchè si fosse in tempo a portar via ogni cosa dalla villa.[540] Questa lettera in grossi caratteri, quasi infantili, fu gelosamente serbata dal padre, e così arrivò sino a noi. Egli, secondo la promessa fatta, fu subito tra i suoi.
A Firenze i cittadini s'erano dimostrati pronti ad ogni sacrifizio, per evitare il pericolo che loro sovrastava. Avevano in fretta raccolto e spedito i primi 80,000 ducati promessi dal Papa al Borbone; fondevano gli ori e gli argenti delle chiese, per mandare il resto. Ma i loro messi seppero per via che non erano neppur ora accettati i patti, e furono a mala pena in tempo a mettere in salvo il danaro, riportandolo a Firenze. Non v'era dunque, come il Machiavelli aveva già detto, da pensare ad altro che a difendersi. In città si trovavano solo alcuni pochi soldati, ed il lavoro delle fortificazioni, sebbene fosse stato a più riprese da lui sollecitato, si poteva dire a mala pena iniziato. Il popolo era scontentissimo del cardinal Passerini, che non voleva consigli e non faceva nulla. «Tutto il male,» scriveva il Guicciardini, venuto ora anch'egli a Firenze, «procede dalla ignoranza di questo castrone, il quale si consuma in favole, e stracura le cose importanti. Non vuole che gli altri le faccino, ed egli non sa far nulla. Pensa solo a guardare la casa dei Medici ed il Palazzo; abbandona lo Stato, e non vede la rovina che si tira dietro. Oh Dio! che crudeltà è vedere tanto disordine.»[541] Era riuscito a condurre l'esercito della Lega presso Firenze, il che aveva contribuito a far sì che gl'imperiali si decidessero a continuare il loro cammino verso Roma. Ma anche quell'esercito, che doveva essere amico, saccheggiava il contado, e quindi il malumore dei Fiorentini cresceva sempre più. Bastò in fatti una rissa seguita il 26 aprile fra un cittadino ed un soldato, per far nascere un tumulto generale, nel quale il popolo si levò a chiedere le armi. Il caso volle, che allora appunto il Passerini, salito a cavallo coi cardinali Ridolfi, Cibo e Ippolito de' Medici, si movesse per andare incontro al duca d'Urbino, il quale, insieme coi Provveditori veneti e col Luogotenente, aveva preso alloggiamento in una villa a poche miglia dalla Città. Il Cardinal Passerini volle far mostra di sprezzare il tumulto, e quindi, senza neppur chiedere che scopo e che gravità avesse, continuò il suo cammino. Tutto ciò fece credere alla moltitudine, che i Medici con i loro rappresentanti se ne andassero via; ed il Palazzo fu subito invaso al grido di popolo e libertà. Accorsero molti autorevoli cittadini, ma il disordine divenne subito assai grande: vi furono ingiurie ed anche qualche colpo di pugnale. Finalmente si concluse col dichiarare decaduto il governo dei Medici e ripristinata la repubblica.
Il Cardinale allora, avvertito dell'accaduto, tornò in fretta con alcuni archibusieri del Duca, i quali occuparono gli sbocchi della Piazza. Il Palazzo fu subito chiuso da quelli che vi si trovavano dentro; ma la guardia medicea, che s'era prima nascosta, uscì fuori adesso, e puntò le picche alla porta per sforzarla. Pareva che dovesse seguirne addirittura una rivoluzione sanguinosa; ma i cittadini rinchiusi colà, non facevano altro che tirar dalle finestre qualche tegolo, il quale cadeva lontano, senza recar danno a nessuno. Iacopo Nardi racconta, che allora mostrò come si potevano disfare i parapetti dei ballatoi, facendo cadere le pietre sui soldati. E così in fatti li costrinsero ad allontanarsi.[542] Da una parte e dall'altra si aveva però assai poca voglia di combatter davvero; si cercava quindi una via per farla subito finita. Non era possibile difendere il Palazzo senz'armi, e non era facile di fuori sforzarlo in breve tempo. Sarebbe poi stato inevitabile, nel prenderlo, fare strage dei cittadini ivi rinchiusi, il che avrebbe di certo indignato tutta la Città. Francesco Guicciardini, il cui fratello gonfaloniere trovavasi ivi rinchiuso, e Federigo da Bozzolo vennero allora a portare una promessa scritta d'amnistia generale; e così tutto finì con la elezione d'una nuova Signoria. Certamente, se le cose del Papa non fossero andate subito a rovina, egli avrebbe fatto aspra vendetta in Firenze; ma ora aveva ben altro da pensare.[543]
L'esercito imperiale continuò il suo cammino verso Roma, e quello della Lega lo seguiva, come sempre, a rispettosa distanza. Il duca d'Urbino dette l'ordine della partenza, facendo dai suoi attraversare la Città, e tutti restarono maravigliati di vedere tanti armati e così bene in ordine, incapaci d'affrontare il nemico, buoni solo a devastare le terre e le case degli amici. Il Guicciardini assai di mal animo dovette anch'egli continuare il doloroso e vergognoso cammino. A Castello della Pieve ebbe il dì 8 di maggio l'infausta nuova, che i nemici, dopo poche ore di combattimento, erano entrati nella Città Eterna, la quale già ne andava a sacco. Il Papa s'era chiuso in Castel S. Angelo, ed il Duca, invece di raggiungere il nemico, s'era diretto a Perugia per mutare colà il Governo. Invano il Luogotenente faceva ogni opera, per indurlo almeno ora ad un ultimo sforzo, invano scriveva al Passerini, perchè da Firenze mandassero genti a tentar di liberare il Papa con qualche colpo ardito. «Sta il meschino chiuso in Castello, senza altra speranza che il vostro aiuto, e lo sollecita con parole che muoverebbero le pietre. Ma da voi non s'ha neppure una risposta. Iddio non mi aiuti se non vorrei prima esser morto, che veder tale crudeltà. Voi pensate tanto al Palazzo ed alla Piazza costà, che dimenticate il resto. Nondimeno se si perde il Papa, tutto ciò vi tornerà, a nulla, perchè si perderà con esso l'anima di cotesto corpo.»[544] Poco dopo avvertiva però, che ormai non v'era più nulla da sperare: il Papa si sarebbe in qualche modo accordato coi nemici, e questi sarebbero inevitabilmente venuti addosso a Firenze.[545]
La nuova della presa e del sacco di Roma, e quindi il pericolo d'una guerra in Toscana furono noti a Firenze il giorno 11 maggio. Il pensiero di tutti fu allora di disfarsi al più presto del cardinal Passerini, dal cui governo nulla si poteva sperare di buono. Il tumulto divenne subito generale, pigliandovi parte i più reputati cittadini, e perfino Filippo Strozzi, parente dei Medici, tornato appena a Firenze. Il Passerini, convintosi che non v'era adesso nulla da fare, se ne andò via con Ippolito ed Alessandro dei Medici. Il 16 maggio venne ripristinata la repubblica, e si deliberò poi con grandissima fretta di convocare pel 20 dello stesso mese il Consiglio degli Ottanta ed il Consiglio Maggiore, con incarico di nominare un Gonfaloniere annuale e rieleggibile. Le stanze che erano state costruite nella sala del Consiglio Maggiore, per alloggiarvi la guardia dei Medici, furono demolite dai più nobili giovani fiorentini, i quali vollero, colle proprie mani, tirar le barelle in cui si portaron via le pietre e i calcinacci. Il primo di giugno, Niccolò Capponi, eletto Gonfaloniere, entrò in ufficio con la nuova Signoria. Furono eletti anche i nuovi Otto di Balìa, e vennero soppressi gli Otto di Pratica, ricostituendo invece, come al tempo del Soderini, i Dieci della Guerra. Ognuno pareva contento della conquistata libertà; ma non v'era tempo da perdere; bisognava apparecchiarsi alla difesa, perchè l'esercito di Carlo V, dopo avere devastato Roma, si sarebbe di certo, nel suo ritorno, mosso verso Firenze. Il Papa, in un modo o nell'altro, si sarebbe accordato coll'Imperatore, ed ambedue avrebbero voluto far le loro vendette contro la risorta repubblica. Il de Leyva già da un pezzo aveva promesso ai suoi soldati di condurli «a misurar colle loro picche i broccati di Firenze»; ed essi eran sempre più avidi di preda. Si cominciarono quindi a discutere i provvedimenti per armare tutti i cittadini validi a difendere la patria; per trovar buoni capitani; per fortificare le mura, non secondo le proposte fantastiche, già vagheggiate dal Papa, ma secondo quelle degli uomini competenti. E fu poco dopo approvato il disegno di Michelangelo Buonarroti, «lodato anche dal giudizio delle persone militari.»[546] L'ardore dei cittadini s'infiammava di giorno in giorno sempre più, e si vedeva che questa volta essi eran davvero pronti ad uno sforzo estremo. Ma tutto ciò incomincia un nuovo dramma, del quale noi non dobbiamo qui occuparci, perchè l'assedio e l'eroica difesa di Firenze escono dai confini della presente storia.