NOTA AL CAPITOLO XIV DEL LIBRO II. (Pagg. 292-293)

Alcune osservazioni sulla Storia d'Italia di F. Guicciardini.

Noi abbiamo assai spesso incontrato il Guicciardini, e ci siamo continuamente giovati della sua Storia d'Italia; ma non ne abbiamo potuto fare un'analisi minuta, perchè ci avrebbe portato troppo in lungo, e perchè l'opera fu scritta assai dopo la morte del Machiavelli. Crediamo però di dover qui prendere in esame le osservazioni fatte dal professore Leopoldo Ranke, per l'importanza che viene ad esse dal nome illustre di chi le fece, e perchè in parte si riferiscono a fatti che noi narrammo, seguendo l'autorità del Guicciardini.

L'insigne storico di Berlino le pubblicò l'anno 1824, nella sua opera giovanile: Zur Kritik neuerer Geschichtschreiber. Allora non erano ancora venute alla luce le Opere inedite del Guicciardini. Ma se, in Italia e fuori, molti credettero di potere da queste cavar nuovo argomento a dimostrare il gran valore della Storia d'Italia, il professore Ranke invece credette trovarvi nuova conferma alle sue critiche, le quali perciò ribadiva l'anno 1874, nella seconda edizione del suo scritto, che egli riproduceva inalterato nella sostanza.

Due sono le principali accuse che in esso si muovono al Guicciardini. Quanto ai fatti di cui non fu parte o testimone oculare, egli, secondo il professore Ranke, copia largamente da altri, senza mai citarli, a segno tale che può non di rado chiamarsi plagiario. Quanto poi ai fatti di cui fu parte o testimone, spesso li narra con negligenza, continuando a copiare da altri; spesso invece li altera a disegno, per attribuire a sè stesso una parte maggiore assai e più onorevole di quella che vi ebbe veramente. Anzi qui appunto le Opere inedite confermerebbero l'accusa fatta dal professore Ranke, perchè, secondo lui, il Guicciardini raccontò nelle sue lettere e nelle legazioni alcuni avvenimenti in un modo assai diverso da ciò che fece poi nella Storia.

Cominciamo da un fatto che c'importa particolarmente, perchè è fra quelli che abbiamo narrati anche noi. Discorrendo del primo tumulto seguìto a Firenze l'anno 1527, il Guicciardini dice nella Storia, che egli fu autore dell'accordo concluso fra i cittadini assediati in Palazzo e i rappresentanti dei Medici e della Lega. Federigo da Bozzolo era uscito di là, dopo essere stato assai mal ricevuto dai cittadini, ed era perciò deciso a consigliare ai cardinali Passerini, Cibo e Ridolfi di procedere colle armi, essendosi persuaso, che non era punto difficile sforzare il Palazzo. Ma il Guicciardini lo dissuase, facendogli considerare come ciò avrebbe portato un grande spargimento di sangue, cosa che al Papa stesso sarebbe dispiaciuta. Così tornò con Federigo in Palazzo, e riuscirono a concludere un accordo scritto e firmato. Di tutto ciò egli fu prima assai lodato; ma venne poi invece da ambedue le parti accusato. Il popolo disse che il Guicciardini, dimostrando a coloro che erano chiusi in Palazzo il pericolo maggiore che non era, gli aveva, in benefizio dei Medici, indotti a cedere senza necessità. Il cardinal Passerini lo accusò invece di aver pensato più alla vita dei cittadini colà rinchiusi, e massime al fratello gonfaloniere, che all'autorità dei Medici, il cui governo poteva quel giorno essere per sempre assicurato colle armi (Storia d'Italia, vol. IX, lib. XVIII, pagg. 42-44). Ora, osserva qui il professore Ranke, nulla dicono di tutto ciò gli altri storici contemporanei, i quali danno al Guicciardini la parte assai più modesta che veramente gli spetta. I Cardinali e Federigo da Bozzolo furono quelli che vollero evitare l'uso della forza e lo spargimento di sangue. Il Guicciardini fu, come uomo di legge, chiamato solo a mettere in carta i termini dell'accordo. La sua enfatica narrazione è falsa, e viene smentita dall'Apologia dei Cappucci, scritta da Iacopo Pitti (Archivio Storico Italiano, vol. IV, parte II, anno 1843), e dal racconto che, poche ore dopo l'accaduto, il Guicciardini stesso ne faceva al Datario.

Ma quanto al Pitti, che nel 1527 aveva soli otto anni, esso fu un fautore dei Medici e del partito democratico, nemico perciò del Guicciardini, che era degli ottimati, e scrisse quando questi erano caduti in disgrazia del granduca Cosimo, che favoriva allora i democratici. L'Apologia dei Cappucci specialmente fu scritta a difesa dei democratici contro gli ottimati, massime contro il Guicciardini, che aveva perduto ogni favore, e verso di lui essa scaglia accuse d'ogni sorta, alcune delle quali sono così esagerate e goffe, che non mette neppur conto lo smentirle.

Che cosa scrisse poi il Guicciardini al Datario? In una lettera del 26 aprile 1527 (Opere inedite, vol. V, pag. 421), dopo aver narrato il tumulto, dice che il Governo sarebbe stato spacciato, se i tumultuanti, invece di chiudersi in Palazzo, avessero posto mano alle armi. Poi aggiunge, che egli e Federigo da Bozzolo andarono in Palazzo a trattare coi cittadini, «e si fece tanto che, avuto fede che fussi perdonato loro, furono contenti uscirsi di Palazzo, il quale in fatto non potevano difendere; ma mi parse che il posarla con questo modo dolce fussi beneficio della Città e dello Stato, il quale può stare più sicuro del popolo che prima, perchè si è mostrato più da poco che forse non si credeva.» Questa narrazione adunque conferma al Datario che egli, il Guicciardini, credette preferibile l'accordo, e ne fu autore; tace solamente che dovette prima persuadere di ciò Federigo da Bozzolo, a tal fine dicendogli che al Papa stesso sarebbe dispiaciuto lo spargimento di sangue. Ora se si pensa che al Papa invece dispiacque assai l'accordo, e si sarebbe, secondo afferma il Nardi, vendicato aspramente contro i Fiorentini che s'erano sollevati, se non ne fosse allora stato impedito dal sacco di Roma (Storia di Firenze, vol. II, pag. 139-41), si capirà come il Guicciardini non potesse avere nessuna ragione di far conoscere a Roma tutta la parte da lui avuta nel concludere l'accordo, e che il silenzio della sua lettera su questo punto è spiegabilissimo.

Nè si può dire che gli altri storici lo smentiscano, quando, riconoscendo la gran parte che egli ebbe nell'indurre all'accordo, tacciono i particolari di un colloquio che non potevano conoscere, perchè ebbe luogo fra lui e Federigo solamente, ed egli non poteva allora aver voglia di propalarlo. Il Nardi dice che i Cardinali temevano il tumulto, che gli assediati vedevano di non poter resistere, e quindi prestarono orecchio ai ragionamenti dell'accordo, il quale fu concluso, quando vennero in Palazzo prima Federigo da Bozzolo, poi il Guicciardini, che promisero totale oblivione (Storia, vol. II, pagg. 137-39). Il Vettori dice, che il cardinal Ridolfi ed il Guicciardini, volendo evitar l'uso della forza, mandarono in Palazzo Federigo da Bozzolo. Non essendo questi riuscito a nulla, vi tornò col Guicciardini, e conclusero l'accordo. Dopo di che egli, Vettori, fece la scritta della convenzione, la quale fu firmata dai Cardinali, dal duca d'Urbino e da messer Federigo. Questo prova che è falsa invece la narrazione del Pitti, accettata dal Ranke, la quale dice che la scritta fu fatta dal Guicciardini come uomo di legge. Il Nerli accenna il fatto assai brevemente; il Varchi scrisse assai più tardi per commissione dei Medici, e seguì il Pitti. Noi non neghiamo che, nella sua Storia d'Italia, il Guicciardini abbia qualche volta lodato un po' troppo se stesso, e che anche in questo caso adoperi un linguaggio che non è molto modesto. Ci sembra chiaro però che la sua narrazione del tumulto seguito nell'aprile 1527, non è smentita nè dagli altri storici, nè dalla sua lettera, e che non ha nulla d'inverosimile.

Ma v'ha di più. Il racconto dello storico Francesco Guicciardini è sicuramente confermato dal fratello Luigi, quegli appunto che era gonfaloniere di Firenze, e si trovava allora in Palazzo Vecchio, e poteva perciò sapere con certezza come erano andate le cose. Nel principio del secondo libro del suo Sacco di Roma, a pag. 146 (Firenze, Barbèra, 1867), che per qualche tempo fu creduto scritto da Francesco Guicciardini, egli ci dà la stessa narrazione del fatto, il che basterebbe a togliere ogni dubbio, come fu osservato da O. Waltz (Historische Zeitschrift, N. F. Bd. XLII, pagg. 207-16). E si può aggiungere che il 29 aprile 1527, gli Otto di Pratica scrivevano all'Oratore fiorentino in Venezia, «perchè ne sappi il vero appunto», che da principio, quando i fanti si mossero verso il Palazzo, si temettero gravi disordini, «di qualità che debbono di gratia che il Sig. Federico de Bozoli et messer Francesco Guicciardini s'intromettessino di operare che si perdonassi a tutti quelli che erano in Palazzo». (V. Agostino Rossi, Francesco Guicciardini e il Governo fiorentino dal 1527 al 1540. Vol. I, pagg. 16-17. Bologna, Zanichelli, 1896).

Veniamo ora ad un altro fatto, a proposito del quale il professore Ranke ripete le stesse accuse. Nel 1521 i Francesi assalirono Reggio d'Emilia, dove il Guicciardini era governatore. Di ciò egli parla a lungo nella Storia, esaltando la propria condotta. Il generale Lescut, egli scrive, si presentò una volta alle mura con 400 uomini d'arme, dicendo di voler parlare col governatore, che fu subito ad una delle porte. Il generale si dolse che nelle terre del Papa s'accogliessero i fuorusciti francesi, ed il governatore rispose esser peggio che i Francesi vi entrassero armati senza permesso. In questo mezzo alcuni soldati tentarono d'entrare per un'altra porta, che a caso era aperta, ed i Reggiani si opposero, facendo fuoco. Allargatosi il tumulto, tirarono anche contro quelli che accompagnavano il generale, ferendone qualcuno, e avrebbero tirato contro il generale stesso, se non avessero temuto di colpire il governatore che gli era vicino. I Francesi si dettero alla fuga, ed il generale ne fu sgomento; ma il Guicciardini lo ricoverò in luogo sicuro, facendogli animo, e poi lo rimandò libero. Questo egli fece, perchè aveva dato la sua parola al Lescut, e perchè aveva allora ordine dal Papa di non offendere in nulla il re di Francia.

Ora, osserva qui il Ranke nuovamente, poco dopo seguìto il fatto, il Guicciardini lo narrava in una lettera al cardinal dei Medici in modo assai diverso (Opere inedite, vol. VII, pag. 281). Nella lettera non parla nè della fuga dei Francesi, nè dello sgomento del generale, nè della generosità propria nel salvarlo. Perchè mai il Guicciardini, cui non dispiaceva certo lodare sè stesso, doveva allora tacere quello che più gli faceva onore? Abbiamo dunque un'altra invenzione dello storico mal fido, smentita dalle sue stesse parole. — Se non che anche qui la Storia spiega ampiamente il silenzio della lettera. La condotta del Guicciardini nel liberare il generale Lescut fu assai biasimata, perchè si credette allora che se egli lo avesse invece ritenuto, lo Stato di Milano si sarebbe ribellato contro i Francesi. Questa speranza, egli dice, era assai mal fondata, giacchè i Francesi che si dettero alla fuga erano pochi, ed a piccola distanza trovarono Federigo da Bozzolo con mille fanti, in modo che subito si fermarono e si riordinarono (Storia d'Italia, vol. VII, lib. XIV, pagg. 14-16). Tutto ciò dimostra chiarissimo che egli aveva avuto una ragione per non insistere molto presso il cardinale de' Medici, sulla facilità con cui avrebbe potuto ritenere il generale. Salvo però lo sgomento di questo nel vedersi abbandonato dai suoi, e l'essere stato prima messo in salvo e poi liberato dal Guicciardini, tutto il resto del racconto è nella lettera identico a quello della Storia: la resistenza fatta dai cittadini: i colpi tirati anche contro quelli che accompagnavano il generale, due dei quali morirono subito, un terzo poco dopo. Abbiamo dunque nella lettera un'altra omissione d'un particolare narrato nella Storia. Si possono fare supposizioni più o meno giustificate, ma non si può dire che la narrazione della Storia sia dimostrata falsa dalla lettera, specialmente se si pensa che il silenzio da questa serbato sopra un particolare del fatto è assai facilmente spiegato da quella.

Il professore Ranke esamina inoltre quali sono le fonti di cui il Guicciardini si valse. Questa è una ricerca importantissima, che sola può condurre ad una vera critica della Storia d'Italia. È necessario però farla compiuta, ritrovare cioè, per quanto è possibile, tutte queste fonti; giudicarne il valore intrinseco e comparativo; vedere fino a che punto ed in che modo il Guicciardini se ne valse. Ma per arrivare a ciò con sicurezza, bisognerebbe esaminare i manoscritti originali dell'autore. Da questo esame e da un paragone accurato della Storia con le legazioni e le lettere pubblicate nelle Opere inedite, risultano chiari il valore intrinseco, le molte ricerche, la grande accuratezza del Guicciardini. Sotto questo aspetto noi crediamo anzi che egli resterà sempre il primo storico del suo tempo. Ma se il professore Ranke ebbe qui il merito di avere iniziato lo studio delle fonti, egli lo cominciò quando le Opere inedite non erano pubblicate, e quando non era facile, forse non era possibile, vedere i manoscritti originali. Le sue indagini potevano quindi indicare una nuova strada, ma non essere condotte al compimento desiderato. Egli si avvide che una delle fonti del Guicciardini era la storia di Galeazzo Capra, chiamato Capella (Commentarii de rebus gestis pro restitutione Ducis Mediolanensis). Questi era stato segretario del Morone e di Francesco II Sforza; aveva visto molti documenti, aveva avuto pratica di molti uomini; poteva quindi conoscere assai bene i fatti che narrava: la sua storia, che va dal 1521 al 1530, ebbe dal 1531 al 1542 undici edizioni latine; fu subito tradotta in italiano, in tedesco e spagnuolo. Il Guicciardini di certo se ne valse assai spesso dal quattordicesimo libro della sua Storia in poi. Ma il dare troppa importanza ad un tal fatto, e credere, come fa il professore Ranke, plagiario il Guicciardini, perchè non cita la fonte di cui si vale, è, secondo noi, assai ingiusto, non solo perchè così si esagera l'uso che questi fece del Capella, ma anche perchè così non si tiene alcun conto del costume generalissimo in quei tempi, di non citare gli autori di cui si profittava. Che cosa si dovrebbe dire allora del Machiavelli e di tutti gli storici del Cinquecento, che facevano lo stesso anche più largamente? Non resterebbe salva la fama di un solo di essi. Il professore Ranke fa grandi elogi del Nardi; eppure nessuno ha copiato come lui, che riportò nella sua Storia di Firenze tutto intiero il Diario del Buonaccorsi, una sola volta citandolo e rendendogli giustizia, senza però dire che lo aveva addirittura copiato. Allora non si usava di rifar quello che si giudicava già fatto da altri abbastanza bene, e le storie di quel tempo non hanno mai una nota, mentre le nostre ne son piene.

Se si tien giusto conto di un uso così generale, si dovrà riconoscere che è eccessivamente severo il fermarsi con insistenza a provare certe somiglianze secondarie, per muoverne accusa al Guicciardini. Parlando della breccia, che nella notte precedente alla battaglia di Pavia, gl'imperiali aprirono nel muro del parco in cui erano alloggiati i Francesi, il Guicciardini dice che essa fu aperta con muratori ed eziandio con aiuto di soldati, che gettarono in terra sessanta braccia di muro. Questa frase medesima trovasi nel Capella: Per fabros lapidarios, militum etiam auxilio, sexaginta muri passus tanto silentio prostravit. Ciò pare al professore Ranke una prova che il Guicciardini copiava e copiava ciecamente, perchè il muro, egli osserva, fu abbattuto più con arieti che per opera di muratori, cosa che il Guicciardini doveva certamente sapere. Se dunque copia anche gli errori, quando si tratta di fatti che a lui dovevano essere notissimi, che cosa dobbiamo pensare dei fatti che personalmente non poteva conoscere? — A questo si può rispondere che il Guicciardini sarebbe stato di certo più esatto, se avesse detto guastatori e soldati, invece di muratori e soldati. Ma in un tempo in cui la scrupolosa esattezza moderna era ignota, errori come questi se ne trovano a migliaia negli storici più autorevoli, sia che raccolgano da altri le notizie, sia che scrivano per conoscenza propria. Il loro pregio non stava certo in una minuta esattezza, ma nella intelligenza e riproduzione vera dei fatti e dei particolari più sostanziali.

Il professore Ranke credette dapprima, che per gli avvenimenti di Firenze, massime per la venuta di Carlo VIII ed i successivi mutamenti nella Città, il Guicciardini si fosse valso dell'opera De bello italico di Bernardo Rucellai, dalla quale avrebbe preso anche la risposta data da Pier Capponi a Carlo VIII, alterandola però e rendendola meno verosimile. Nella seconda edizione del suo scritto, si è però avvisto che le parole: «Voi sonerete le vostre trombe e noi soneremo le nostre campane», si ritrovavano già nella Storia Fiorentina del Guicciardini, che fu da lui scritta assai prima, cioè nel 1509. Quindi riconosce implicitamente, che le sue osservazioni hanno in questo punto perduto una parte almeno del loro valore. Egli ripete tuttavia che nella Storia d'Italia il Guicciardini si valse non poco del Rucellai; ma gli esempi che adduce son tali che provano invece quanto tenue dovette essere questa pretesa imitazione, se pure vi fu. Certe espressioni, certi giudizi sulla venuta di Carlo VIII, sulla politica di Lorenzo dei Medici e simili, si ritrovano in tutti quanti gli storici fiorentini di quel tempo, sono quasi tradizionali, e sarebbe molto difficile dire chi fu veramente il primo a pronunziarli. La verità è che il Guicciardini si valse di molti più autori che non suppone il professore Ranke. E questo si può adesso provare con certezza, come con pari certezza si può dimostrare che si valse anche di un numero infinito di documenti originali, dei quali fece uno studio accuratissimo, paziente, indefesso, il che è pur negato dall'illustre critico tedesco.

Nell'archivio di casa Guicciardini si trovano non solo più manoscritti della Storia, copiata, corretta e ricorretta moltissime volte, con lunghe cancellature e rifacimenti, ma anche quattro volumi di Memorie Storiche. Queste contengono i materiali con cui fu scritta la Storia, e da essi si vede chiaramente il modo tenuto nel comporla. Il fondamento principale della narrazione, così pel Guicciardini, come pel Machiavelli e per molti altri degli storici fiorentini più autorevoli di quel tempo, quando narravano fatti contemporanei, erano le lettere degli ambasciatori e dei commissarî[669] alla Signoria ed ai Dieci. Di esse si trovano nelle Memorie Storiche del Guicciardini estratti infiniti, che sono ricopiati e distribuiti da lui per materie e per ordine di tempo, aggiungendovi in margine continui appunti cavati dalle narrazioni degli avvenimenti stessi, fatte da altri storici. Frequentissimi sono i sunti cavati dal Capella, dal Mocenigo, dal Giovio, dal Bartolini Salimbeni,[670] da Scipione Vegio,[671] da Girolamo Borgia[672] e da molti altri. Vi sono poi altrove copiati lunghi brani di cronache; lunghi estratti dal Giovio, da Pandolfo Collenuccio, da un libro di Alessandro Nasi, che incomincia dalla battaglia di Fornuovo, e da altri coltissimi: vi sono copie di trattati, di discorsi, di capitoli d'accordi, ed ancora qualche documento originale. Per un così lungo e paziente lavoro il Guicciardini si valse evidentemente di più segretari, lavorando moltissimo egli stesso. E solo un esame accurato di questi manoscritti preziosi darà modo di fare una critica definitiva della Storia d'Italia. Un tale esame potrebbe giovare del pari a mettere in chiaro alcuni fatti storici ancora dubbi, trovandosi nelle Memorie estratti di molte lettere di ambasciatori, che ora sono perdute.

Il professore Ranke dà giustamente un gran valore ai discorsi che si leggono nella Storia del Guicciardini; ma anche in essi crede di poter trovare nuova dimostrazione di poca veracità. C'è un discorso tenuto dal gonfaloniere Soderini nel Consiglio Maggiore, quando accennò ai pericoli in cui era la Repubblica, ed al probabile ritorno dei Medici. Il Nerli, che si trovava presente quando parlò il Gonfaloniere, dice che il Guicciardini riferì elegantemente il discorso nella sua Storia. Ma il professore Ranke crede che il Nerli si sia espresso in questo modo, perchè non poteva dire: fedelmente. Infatti, egli osserva, il Nerli, parlando del discorso, dice che in esso il Soderini rese conto della sua amministrazione, ed aggiunse che allora si moveva guerra alla sua persona con lo scopo di mutare il governo, e che perciò egli era pronto a dimettersi solamente quando così volesse il popolo. Lo stesso dicono il Nardi ed altri. Invece, secondo il discorso che ci è dato nella Storia, il Soderini non rese conto dell'amministrazione, ma insistè assai sui pericoli minacciati dal probabile ritorno dei Medici. Il Guicciardini, così conclude il professore Ranke, voleva aprirsi la via a parlare di questo ritorno, e lo fece col discorso del gonfaloniere. Pensò quindi assai meno alla fedeltà storica, che alla composizione ed alla eleganza letteraria, ed il discorso riuscì infatti più elegante che veridico. — Ma le cose stanno altrimenti. La verità è che il Soderini fece allora due discorsi. Nel primo, detto dopo la congiura di Prinzivalle della Stufa, e riferito dal Nardi (Storia, vol. II, pag. 17), rese conto della sua amministrazione. Nel secondo, che fu pronunziato più tardi ed è riportato dal Guicciardini, parlò del minacciato ritorno dei Medici. Alcuni cronisti del tempo ricordano l'uno e l'altro discorso, e sulla loro scorta il Capponi, nella sua Storia della Repubblica fiorentina (vol. II, pagg. 306 e 307), li accenna distintamente; altri riportano solo uno dei due. Il Nerli ricorda il secondo, ma nel periodo stesso in cui ne parla, accenna a qualche cosa che fu detta nel primo. Il Guicciardini, che scriveva allora la storia d'Italia e non di Firenze, non si occupa del primo, ma riferisce minutamente il secondo discorso, che aveva una importanza più generale, ed in esso fa dire al Soderini solo quello che veramente disse in quella occasione. È quindi più esatto e fedele del Nerli, che però gli tributava la lode meritata.

Nel libro VIII della sua Storia (vol. IV, pag. 45), il Guicciardini ci dà un altro discorso, fatto dall'ambasciatore veneto Antonio Giustinian nel 1509, e dice di averlo fedelmente tradotto dall'originale latino. Il professore Ranke sostiene che questo discorso non può essere altro che una composizione letteraria di tempi posteriori, perchè la commissione del Giustinian non ebbe effetto, e la lettera credenziale della Repubblica veneta, scritta con un linguaggio assai più dignitoso di quello attribuito al Giustinian, si ritrovò più tardi presso i discendenti di questo. — È vero che la commissione non potè essere eseguita, perchè l'ambasciatore non fu ricevuto: ma il discorso è certamente del tempo, e fu allora creduto da molti autentico, sebbene sia da ritenerlo, come dice il Ranke, composizione letteraria di altri e non del Giustinian.[673] Una copia se ne trova nelle Carte del Machiavelli, e da essa si vede che il Guicciardini lo tradusse davvero fedelmente. Il Ricci lo copiò nel suo Priorista e ne difese l'autenticità contro gli scrittori veneti che, per patriottismo, secondo lui, la mettevano in dubbio. L'ambasciatore fiorentino a Roma ne mandò copia alla Signoria con lettera del 7 luglio 1509. Ad esso abbastanza chiaramente allude il Machiavelli nei suoi Discorsi (Lib. III, cap. 3). Fu stampato a Napoli prima ancora che il Guicciardini lo traducesse.[674] Questi adunque s'ingannò insieme col Machiavelli, col Ricci e con altri molti del suo tempo.

Il nipote del Guicciardini, che ne pubblicò la Storia, disse ciò che egli poteva saper dai manoscritti dello zio, quando affermò che questi aveva con molta cura esaminato i documenti. Il professore Ranke non vuol credergli, ed a convalidare il suo dubbio ricorda quello che il Guicciardini stesso dice d'un trattato, che avrebbe dovuto assai ben conoscere, il trattato cioè che fu fatto nel 1512 dai Fiorentini col Cardona. Esso fu pubblicato dal Fabroni nella Vita di Leone X, e non risponde punto a quanto ne dice il Guicciardini. Secondo lui, Firenze sarebbe entrata nella Lega, ed in una alleanza offensiva e difensiva con la Spagna. Ora, prosegue il Ranke, il trattato non parla della Lega, nè di un'alleanza incondizionata col re di Spagna; dice solo che i Fiorentini si obbligarono per tre anni e sei mesi a difendere il Napoletano. Non dice che si obbligarono a pagare al Vicerè le somme promesse a lui dai Medici, come afferma il Guicciardini. Ed anche ciò che questi aggiunge delle 200 lance napoletane date in servizio dei Fiorentini, e della restituzione fatta ai Medici dei loro beni, è vero solamente in parte. Il Guicciardini ci ha dunque, secondo il professore Ranke, dato un trattato immaginario, che se corrisponde a ciò che realmente avvenne, non è però esatto quanto alle condizioni assai più onorevoli che i Fiorentini avevano stipulate, e che non furono poi rispettate. Ma nella Storia d'Italia si leggono due cose ben distinte, che il professore Ranke riunisce in una, dal che nasce confusione. I Fiorentini, così dice la Storia, entrarono nella Lega e si obbligarono a pagare, secondo le promesse fatte dai Medici, quarantamila ducati al Re dei Romani, ottantamila al Vicerè per l'esercito, e ventimila per lui, in tutto centoquarantamila ducati. Queste somme furon di fatto pagate, e di esse parlano molti altri scrittori, fra cui anche il Vettori, il quale aggiunge che erano state promesse e votate dai Fiorentini prima della presa di Prato. Fecero oltre a questo, prosegue il Guicciardini, lega col re d'Aragona, con obbligazione reciproca (e questo è il trattato riportato dal Fabroni) di un certo numero di genti d'arme a difesa degli Stati, e che i Fiorentini conducessero ai loro stipendi 200 uomini d'arme dei sudditi di quel re, la quale condotta, benchè non si esprimesse, era disegnata pel marchese delle Palude (Storia d'Italia, vol. V, lib. XI, pag. 63-64). Ora se è certo che i 140,000 ducati furono pagati, è certo pure che l'entrata di Firenze nella Lega era conseguenza implicita e necessaria del ritorno dei Medici. E se si distingue, come fa il Guicciardini, tutto ciò dal trattato fatto poi col Vicerè il 12 settembre, si vedrà che anche qui la Storia è nel vero.

Il professore Ranke adduce ancora altri esempî di quelle che chiama false narrazioni del Guicciardini. La gelosia nata fra Alessandro VI, Cesare e Giovanni Borgia, a cagione di Lucrezia figlia del primo e sorella degli altri due, difficilmente si troverà, esso dice, narrata prima del Guicciardini: la fonte di questi suoi racconti sono gli epigrammi del Pontano e del Sannazzaro, alcuni accenni nelle lettere di Pietro Martire, ed un libello riportato dal Burcardo nel suo Diario. Ma Pietro Martire cadde in molti errori, nè si può dare autorità di fonti storiche ai libelli ed agli epigrammi. A tutto ciò si può rispondere che, dopo i lavori del Gregorovius, dopo i molti documenti pubblicati recentemente sui Borgia, quest'accusa non è più sostenibile. Il Guicciardini affermava quello che era stato prima di lui detto e creduto da moltissimi cronisti, da moltissimi ambasciatori italiani, le cui lettere egli consultava di continuo. Fra gli estratti di lettere e documenti che sono nelle Memorie ne troviamo sotto l'anno 1497 alcuni Ex Archivio, poi altri Ex Marcello, cioè da carte che erano presso il segretario Marcello Virgilio. Fra questi ultimi leggiamo: Giugno. La morte di Candia facta per ordine del fratello, per invidia et per la sorella (Memorie Istoriche, vol. I. Le pagine non sono regolarmente numerate). Abbiamo citato un solo esempio: ma assai grande è il numero degli appunti relativi ai Borgia, ed essi provano ad esuberanza, che se si possono ancora aver dubbi sopra molti fatti attribuiti ai Borgia, non si può certo supporre che il Guicciardini li avesse inventati o cavati solo da epigrammi e da libelli. Egli, per esempio, s'ingannò di certo nel credere che il Papa morisse dopo avere in una cena preso per sbaglio il veleno che aveva apparecchiato per un altro. I Dispacci da noi pubblicati di A. Giustinian dimostrano che il racconto è falso, e che il Papa morì invece di febbre romana. Ma anche a questo racconto del veleno credettero allora molti: lo diè per certissimo il Giovio, e nella sua Storia dei Papi vi crede lo stesso professore Ranke, il quale si dimostra tanto benevolo al Giovio, quanto è avverso al Guicciardini, che pure è assai più fedele e credibile narratore.

Il professore Ranke, venendo all'ordine generale della Storia del Guicciardini, osserva giustamente che essa segue ancora troppo la vecchia forma degli Annali. Ogni anno l'autore ricomincia da capo, ed interrompe perciò di continuo il racconto di tutti quei fatti che, principiati in un anno, finiscono nei successivi. Un tal difetto diviene assai grave, abbracciando egli una vasta serie di avvenimenti, i quali spesso rimangono tutti troncati a mezzo, per essere poi tutti ripigliati da capo. Ben è vero che il Guicciardini suole respingere alla fine di ogni anno i fatti secondari, occupandosi innanzi tutto dei principali, il che dà un certo ordine alla narrazione. E i discorsi che spesso introduce, aiutano anch'essi non poco a spiegare, ordinare e collegare fra loro gli avvenimenti. A queste giuste osservazioni del Ranke si potrebbe anche aggiungere, che la divisione in libri e capitoli non è fatta per anni o per mesi, ma assai più secondo la natura degli avvenimenti, il che aiuta non poco la connessione logica e la chiarezza. È necessario inoltre ricordare che, ad eccezione del Machiavelli, nessuno s'era allora liberato affatto dalla forma annalistica, sebbene tutti cercassero di abbandonarla. Nella sua Storia Fiorentina, che abbraccia un assai minor numero di fatti, il Guicciardini era molto meglio riuscito ad ottenere una distribuzione meno meccanica e più razionale; ma la Storia d'Italia doveva narrare una serie di avvenimenti ben più vasta, ben più intricata. La difficoltà di trovare in essi un filo conduttore, un ordine logico è tale, che neppure oggi si riesce a vincerla, e nel secolo XVI doveva essere addirittura insuperabile. Il cadere più o meno nella forma annalistica diveniva quindi inevitabile.

Ma come mai, domanda finalmente il professore Ranke, questa Storia con tanti difetti potè avere una così grande fortuna? L'ardire, egli dice, con cui il Guicciardini parla dei papi, e svela senza adulazione i disegni e le ambizioni dei principi, fu una prima causa di ciò. Ed anche questo è verissimo. Ma il parlare liberamente dei papi e dei principi è una lode che spetta a molti dei nostri storici e cronisti dei secoli XV e XVI. Era un pregio che nasceva non tanto dalla indipendenza del carattere di chi scriveva, quanto dal bisogno assai generale allora di esaminare i fatti, descriverli quali erano, cercarne, esporne le cagioni obiettivamente. Questo bisogno era nel Guicciardini maggiore che in altri del suo tempo, quantunque la vanità personale o la parte politica qualche volta gli facessero velo, come pur troppo segue all'umana natura. In sostanza però a noi par certo che come dipintore della realtà vera dei fatti storici, come espositore delle loro vere e prossime cagioni, delle vere e prossime conseguenze, egli è il primo storico in un secolo che pur n'ebbe tanti e così eminenti.

Non vi fu mai un tempo, continua il professore Ranke assai giustamente, in cui si pigliasse una parte così viva, così generale alla vita pubblica, e tanto vi si pensasse, come allora si faceva in Italia, specialmente in Firenze. Da ciò ne seguì che ogni storia particolare veniva collegata cogli avvenimenti più generali, e prendeva perciò una maggiore importanza. Un tal pregio apparisce chiaro soprattutto nei discorsi, che il Guicciardini pose nella sua Storia d'Italia. Per comprender chiaramente il valore di essa, bisogna ricordarsi che le storie italiane di quel tempo sono tutte più o meno provinciali, questa sola è davvero generale. L'autore si è finalmente liberato da ogni concetto locale, e narra i fatti d'Italia più distesamente dei fiorentini. Egli non fu mai nè municipale, nè clericale, nè legato agl'interessi ecclesiastici in modo da perdere la indipendenza del proprio spirito. Una sola di queste qualità avrebbe limitato il suo intelletto; avendole ambedue, noi troviamo in lui quella forma generale ed indipendente di giudicare gli avvenimenti, che divenne propria dello storico moderno soltanto nel secolo XVIII, ma che era stata già iniziata dal Guicciardini nel secolo XVI. La sua opera sarà perciò sempre giudicata una delle più grandi produzioni storiche che noi possediamo.

Queste considerazioni, che il professore Ranke aveva appena accennate nella prima edizione del suo lavoro, e svolge alquanto più nella seconda, rendono piena giustizia al Guicciardini, e ne determinano l'ingegno ed il valore con una penetrazioue ed una originalità degne veramente del grande critico tedesco. Questi crede però sempre, che i pregi da lui accennati si ritrovino solo nei discorsi, non già nella narrazione, nella quale non si può, secondo lui, sperare d'aver mai la verità obbiettiva dei fatti. «Nur darf man nicht in dem Buche den objectiven Thatbestand der Ereignisse in den Händen zu haben glauben» (a pag. *57 della 2ª edizione). Noi abbiamo invece cercato di provare che questa verità vi si trova, e che le accuse d'inesattezza fatte al Guicciardini assai di rado sono pienamente giustificate. Non ostante però le nostre osservazioni, ci è pur forza conchiudere che, se il professore Ranke fu in questo suo lavoro giovanile troppo avverso al Guicciardini, fu anche il primo ad indicare la vera via che bisognava tenere, per fare una critica sicura della Storia d'Italia, e che le poche considerazioni generali con cui egli conchiude, sono ammirabili davvero. Se avesse potuto vedere i manoscritti del grande storico italiano, ci avrebbe certo dato di lui un giudizio diverso, una critica compiuta e definitiva. Per ora ci resta solo a far voti che qualcuno intraprenda una nuova edizione della Storia, riscontrandola sui manoscritti, e con l'aiuto di essi ne ricerchi le fonti, e la giudichi, non con la eccessiva severità dell'illustre professore Ranke, ma pur seguendo il metodo da lui indicato.[675]