271. Opere, vol. V, pag. 46-47. Il prof. L. A. Ferrai osservò che lo stile della Vita di Filippo Strozzi, scritta dal fratello Lorenzo, «ha qualche somiglianza con lo stile gonfio e prolisso» della Descrizione (Giornale storico della lett. italiana, vol. I, pag. 12 e seg.).
272. Opere, vol. V, pag. 45.
273. «Of this last composition, the strongest external evidence would scarcely induce us to believe him guilty. Nothing was ever written more detestable in matter and manner. The narrations, the reflections, the jokes, the lamentations are all the very worst of their respective kinds.... A foolish school-boy might write such a piece, and, after he had written it, think it much finer than the incomparable introduction of the Decameron. But that a shrewd statesman, whose earliest works are characterised by manliness of thought and language, should at near sixty years of age, descend to such puerility, is utterly inconceivable.» Macaulay's, Essays, vol. I, pag. 89. Con tali parole il Macaulay dimostra un criterio ed un gusto letterario ben più sicuri di quelli del Leo, il quale si fonda invece sulla Descrizione della peste, per denigrare il carattere morale del Machiavelli: «Wie leicht Machiavelli mit dem Tode umspringt, und wie er alles, was anderen schrecklich ist, mit der grössten Anmuth zu verhöhnen weiss sicht man recht gut aus der satyrischen Erzählung einer fingirten Heirath, während der Pest im Jahr 1527 in Florenz; es enthält diese Erzählung zugleich in jeder Zeile Beweise wie Machiavelli zu einer Zeit, wo ihn überall Unglück umgab, und kaum vier Wochen vor seinem eignem Tode (also nicht mehr bei jungen Jahren) seine Phantasie noch voll Bilder weiblicher Schönheit und sinnlicher Verhältnisse zu Weibern hatte.» Vedi la prefazione più volte citata, dal Leo premessa alla sua traduzione tedesca delle lettere del Machiavelli, pag. XIV, in nota.
274. In quest'opera, vol. I, pag. 303 n., e Appendice allo stesso volume, doc. V, pag. 533 e segg.; vol. II, Appendice, doc. XXII, pag. 575 e segg.
275. Opere Minori: Firenze, Le Monnier, 1852, pag. 626.
276. Opere, vol. V, pag. 22 e seg.
277. Vedi, fra gli altri, Innocenzio Giampieri, Niccolò Machiavelli e Marietta Corsini, nel volume intitolato: Monumenti del Giardino Puccini, a pag. 275-90: Pistoia, tipografia Cino, 1845.
278. Sopra una copia dell'edizione dei Giunti, il Magliabechi scrisse di sua mano: «Questa novella di Niccolò Machiavelli si trova fra quelle del Brevio, come anche nella seconda parte della Libreria del Doni, e nel terzo canto del Tristarello, poema eroicomico sciocchissimo, e tra le novelle raccolte dal Sansovino. Nell'originale del Machiavelli che mi fu donato dalla cortesia del signor Benvenuti, ci sono alcune varie lezioni bellissime.» Una imitazione in terza rima, fatta dal Fagiuoli, fu pubblicata l'anno 1851 nel giornale L'Arte (Firenze, Tip. Mariani). Il signor G. Gargani ripubblicò la novella dall'autografo (Firenze, Dotti, 1869), in trenta esemplari numerati, ed otto distinti col nome della persona cui furono dati. La sua prefazione contiene varie utili notizie.
279. Classe VII, n. 335.
280. L'Artaud, Machiavelli, son génie et ses erreurs, vol. II, pag. 94, fu il primo, che io sappia, a notare che questa novella trovasi nei Quaranta Visiri, i quali egli lesse tradotti dal Gauthier. Anche il prof. Fausto Lasinio, da me consultato, crede che la novella sia venuta in Italia per mezzo dei Quaranta Visiri.
281. Prof. I. Macun, Niccolò Machiavelli als Dichter, Historiker und Staatsmann. È un discorso pubblicato in occasione del terzo centenario del Ginnasio di Graz. Nella nota 2 a pag. 11, l'autore dice: «Merkwürdig ist diese Novelle für die Südslaven, dadurch dass sie dort im Volke selbst landläufig ist.» L'autore domanda: come mai la novella è arrivata in questi luoghi? Possiamo rispondere, che l'origine orientale di essa rende facile la spiegazione del fatto. Il prof. Pitrè ne dà una redazione siciliana col titolo: Lu diavulu zuppiddu, nel volume Fiabe, Novelle e Racconti. Palermo, 1895.
282. Opere, vol. V, pag. 51.
283. Opere, vol. V, pag. 57.
284. Ibidem, pag. 61.
285. Ne abbiamo accennato qualche cosa nella Introduzione di quest'opera, vol. I, pag. 117 e segg.
286. «Nominumepie denique asperitas, vix cuiuscumque elegantiae patiens.» Leonardo Aretino, Istoria fiorentina tradotta in volgare da Donato Acciaioli col testo a fronte, vol. I, pag. 51 e 52: Firenze, Le Monnier (in tre volumi) 1856, 1858 e 1860.
287. V., oltre il Voigt, anche Flavio Biondo sein Leben und seine Werke. Inaugural Dissertation von Alfred Masius (Leipzig, Teubner, 1879); P. Buchholz, Die Quellen der Historiarum Decades des Flavius Blondus, Inaugural Dissertation (Naumburg, Sieling, 1881). Anche il signor A. Wilmanns ha pubblicato notizie importanti sullo stesso autore V. Göttingische gelehrten Anzeigen del 1879.
288. L. Aretino, Istoria, vol. I, pag. 52.
289. L. Aretino, op. cit., vol. I, pag. 54.
290. Di ciò non sembra esser persuaso il signor E. Santini, il cui pregevole lavoro (pubblicato nel vol. XXII degli Annali della Scuola normale superiore di Pisa, 1910) abbiamo già più sopra citato e di cui più d'una osservazione abbiamo accettata.
291. Perchè si abbia un'idea del modo in cui trascura i fatti interni, ecco come accenna alla rivoluzione importantissima, conosciuta col nome di Tumulto dei Ciompi: «Quieta ab externis bellis civitate, pax in dissensiones domesticas versa est. Nam civiles discordiae e vestigio Civitatem invasere: quae pestis omni externo bello perniciosior est; inde enim et rerumpublicarum interitus et urbium seguitur eversio.» Nè altro dice. Poggii, Historia Florentina, pag. 78: Venetiis, Hertz, 1715.
292. Vol. II di quest'opera, pag. 49 e seg.
293. Proemio alle Istorie Fiorentine. Opere, vol. I, pag. CLI.
294. Su di ciò fa giuste osservazioni il comm. Fiorini nella sua edizione dei primi tre libri delle Istorie Fiorentine (Firenze, Sansoni, 1907). Nelle molte note al testo egli riesamina con diligenza le fonti di cui il Machiavelli si è valso.
295. «Machiavelli hat in diesem ersten Abschnitte, der gleichsam eine Einleitung in die fiorentini sehe Specialgeschichte bildet, die Epochen der italienischen Geschichte bis zum XV Jahrhundert hin so geschieden, dass seitdem keiner seine Spur verlassen konnte, ohne sogleich Mangel an Einsicht in die Sache zu verrathen.» Così si esprime il Gervinus, Historische Schriften, pag. 165.
296. Blondi Flavii forlivensis, Historiarum ab inclinatione Romanorum libri XXXI: Basileae, ex officina Frobeniana, 1531. Quanto al nome di questo scrittore, che alcuni chiamano Biondo Flavio, altri invece Flavio Biondo, si possono, nel lavoro più sopra citato del Masius, vedere le ragioni per le quali vennero in uso le due forme.
Debbo qui osservare, che della storia di Flavio Biondo venne da papa Pio II fatto un compendio, il quale fu poi anche tradotto in italiano: Abreviatio Pii II Pont. max. supra Decades Biondi ab inclinatione imperii usque ad tempora Joannis vicesimi tertii Pont. maxi: Venetiis per Thomam Alexandrinum, anno salutis MCCCCLXXXIIII, IIII kalendas iulii. Le historie del Biondo da la declination de l'imperio di Roma insino al tempo suo (che vi corsero circa mille anni), ridotte in compendio da Papa Pio, e tradotte per Lucio Fauno in buona lingua volgare, vol. I: Venezia, 1543; vol. II: Venezia, per Michel Tromezino, 1550. Questa è l'edizione che trovasi nella Biblioteca Nazionale di Firenze.
Ci venne naturalmente il dubbio, che di tal compendio, a risparmio di tempo e fatica, si fosse valso il Machiavelli nel riassumere la narrazione del Biondo; ma, dopo un attento esame, ci siam dovuti persuadere che egli si valse invece dell'originale. Molte espressioni e qualche volta interi periodi che si trovano nell'opera del Biondo, e sono scomparsi nel compendio fatto da Pio II, ricompariscono nel Machiavelli, il che distrugge ogni dubbio. Dall'originale perciò noi citeremo alcuni dei brani imitati.
297. Per non porre a piè di pagina note troppo lunghe, riportiamo, in fine del capitolo, alcuni brani del Machiavelli e del Biondo, che servono a provare quello che qui si afferma nel testo.
298. Vedi i brani che riportiamo in fine del capitolo.
299. Opere, vol. I, pag. 7. Qualche volta anche le più semplici frasi di questo primo libro ricordano il Biondo: «Sed iam ad barbarorum regem, qui primus Romam et Italiam possedit, revertamur.» Blondi Flavii, Historiarum, etc., pag. 31.
300. Il Biondo (pag. 34), dopo aver detto che Teodorico restaurò i monumenti e le istituzioni dei Romani, aggiunge: «Prohibuit autem edicto, et curam impendit attentiorem, ne quis Romanus aut paterna origine Italus, nedum militaret, sed arma domi haberet.» Questo periodo, alterato, ma pure in parte riprodotto dal Machiavelli, non lo abbiam trovato nel compendio di Pio II.
301. Opere, vol. I, pag. 8-9.
302. Opere, vol. I, pag. 9-11.
303. Opere, vol. I, pag. 18.
304. Opere, vol. I, pag. 25.
305. Opere, vol. I, pag. 27-28.
306. Ibidem, pag. 28.
307. Opere, vol. I, pag. 31.
308. Ibidem, pag. 37.
309. Opere, vol. I, pag. 39.
310. Ibidem, pag. 40.
311. Opere, vol. I, pag. 49.
312. Filippo Maria Visconti.
313. Opere, vol. I, pag. 59-69.
314. Delle opere del Biondo (Basilea, 1531) si trova la copia, di cui ci siamo valsi, nella biblioteca dell'Istituto di Studî Superiori in Firenze. Essa fu già di Donato Giannotti, che la postillò di sua mano, il che è un'altra prova del gran pregio in cui erano allora meritamente tenuti gli scritti storici del Biondo.
315. Opere, vol. I, pag. 63.
316. Opere, vol. I, pag. 66-68; Villani, Cronica, lib. V, cap. 38 e 39. Qui è identico nei due scrittori ancora l'elenco delle famiglie guelfe e ghibelline.
317. Opere, vol. I, pag. 69; Villani, Cronica, lib. VI, cap. 29.
318. Opere, vol. I, pag. 76; Villani, Cronica, lib. VII, cap. 16 e 17.
319. Opere, vol. I, pag. 77 e 78; Villani, Cronica, lib. VII, cap. 79.
320. Opere, vol. I, pag. 79-86; Villani, Cronica, lib. VII, cap. 8, 12, 26, 38, 39.
321. Abbandonando così il proposito, espresso nel Proemio, di fermarsi ai soli fatti interni della Città.
322. Di ciò abbiamo parlato più a lungo nel nostro libro: I primi due secoli della Storia di Firenze, vol. due: Firenze, Sansoni, 1905. Vedi cap. 3 e 4, e la nota 2 a pag. 188 e seg.
323. Pare che, sebbene qui il Machiavelli avesse dinanzi a sè quasi unicamente il Villani, pure continuasse di tanto in tanto a gettar qualche sguardo anche alla storia di Flavio Biondo. Parlando in fatti della nuova costituzione fiorentina, egli dice: «Con questi ordini militari e civili fondarono i fiorentini la loro libertà. Nè si potrebbe pensare quanto di autorità e forze in poco tempo Firenze si acquistasse; e non solamente capo di Toscana divenne, ma in tra le prime città d'Italia era numerata, e sarebbe a qualunque grandezza salita, se le spesse e nuove divisioni non l'avessero afflitta.» Opere, vol. I, pag. 70. E Flavio Biondo, a pag. 299, dopo avere esposta la riforma, osserva: «Crevitque mirum in modum, sub ea libertate populi fiorentini, simul cum potentatu audacia, adeo ut finitimos Hetruriae populos contraria sentientes, aut foederibus sibi coniungere, aut viribus domare coeperit.»
324. Opere, vol. I, pag. 78.
325. Opere, vol. I, pag. 79.
326. Ibidem, pag. 84.
327. Opere, vol. I, pag. 118-120.
328. Opere, vol. I, pag. 121 e seg.; Villani, Cronica, vol. IV, lib. XII, cap. 15; 16, 17, 18.
329. Opere, vol. I, pag. 129.
330. Ibidem, pag. 137.
331. Secondo ciò che dice nel Proemio, il secondo libro avrebbe dovuto arrivare invece fino al 1375.
332. Per comprendere bene tutta questa introduzione, nella quale sono alcuni periodi alquanto oscuri, sarà opportuno paragonarla con ciò che il Machiavelli scrisse alla fine del capitolo II, nel libro I dei Discorsi. Opere, vol. III, pag. 18 e 19.
Il Tommasini (II, 516) biasima l'espressione da me adoperata (pag. 240) di latini e germanici, come un gergo, egli dice, estraneo al secolo XVI. Si sopprima pure l'espressione, rimarrà il fatto, che io ho notato. Ed il fatto è che il Machiavelli, con grandissimo acume, mise in luce le vicende della continua lotta, che ebbe luogo in Firenze tra nobili e popolo. Ma quando paragonò questa lotta con quella che ebbe luogo a Roma fra i patrizî e la plebe, non osservò che la nobiltà dei Comuni italiani era feudale, di origine germanica, assai diversa dal patriziato romano, e che perciò le conseguenze della lotta dovevano essere diverse. Nel dire ciò io non ho inteso biasimare quello che poco prima avevo lodato, come pare al Tommasini (II, 519, nota 1).
333. Opere, vol. I, pag. 141.
334. Opere, vol. I, pag. 146-151.
335. Ibidem, pag. 151.
336. Ibidem, pag. 153. Abbiamo già notato che queste parole, in altra occasione, ricordate anche dal Guicciardini, furono la prima volta adoperate da Neri di Gino Capponi. Quanto agli Otto Santi, lo Stefani non ne discorre; li ricorda però il Nardi, Storia, vol. I, pag. 7.
Il Machiavelli, fino a questo punto, si vale delle Istorie Fiorentine di Marchionne di Coppo Stefani, pubblicate nelle Delizie degli Eruditi Toscani del Padre Ildefonso di San Luigi, vol. VII e seg. Per vedere come e quanto se ne sia valso, si paragonino i luoghi seguenti: Machiavelli, Opere, vol. I, pag. 141-2 e Stefani, rubrica 662; M., pag. 143, e S., rubr. 665; M., pag. 144 e S., rubr. 674 e 695; M., pag. 145, e S., rubr. 725 e 726; M., pag. 151, e S., rubr. 732 (qui però lo Stefani accenna a molte riforme non ricordate dal Machiavelli); M., pag. 152 e S., rubr. 751; M., pag. 153, e S., rubr. 751, 760, 761.
337. Opere, vol. I, pag. 158.
338. Tumulto dei Ciompi narrato da Gino Capponi, e pubblicato nelle Cronichette antiche di vari scrittori: Firenze, Domenico Maria Manni, 1733 (da pag. 219 a 249 del volume). Si paragonino il Machiavelli, Opere, vol. I, pagine 156 e 157 col Capponi, pag. 220; M., pag. 158, e C., pag. 221; M., pag. 159, e C., pag. 221, 223 e 225; M., pag. 160, e C., pag. 223, 224; M., pag. 160, e C., pagina 233; M., pag. 170, e C., pag. 234, 235, 236 e 238; M., pagina 171, e C., pag. 237, 239 e 240; M., pag. 172, e C., pag. 243; M., pag. 173, e C., pag. 244 e 245; M., pag. 174, e C., pag. 246; M., pag. 175, e C., pag. 246. Arrivato al gonfalonierato di Michele di Lando, finisce lo scritto del Capponi, ed il Machiavelli torna a Marchionne di Coppo Stefani. Vedi M., pag. 177, e S., rubrica, 804; M., pag. 178, e 179, S., rubrica, 805.
339. Opere, vol. I, pag. 161-163.
340. Il Tommasini (II, 524, nota 2) nega assolutamente che in questo discorso vi sia nulla di pagano, nulla che ricordi Sallustio. Non c'è, egli dice, neppure un inciso che si possa dire imitato o tradotto. Che il discorso del Machiavelli ricordi Sallustio è un'osservazione già fatta da altri altre volte. Il Ranalli (Ammaestramenti di letteratura, vol. III, pag. 345 e segg., Firenze, Le Monnier, 1862) riproduce i due discorsi l'uno accanto all'altro, osservando che «leggendo il Machiavelli.... si sente.... che si recò alla memoria la feroce orazione che in Sallustio volge Catilina, ecc.». E quasi per rispondere anticipatamente alla osservazione del Tommasini aggiunge: «diresti che tutto quel furore d'eloquenza turbolenta gli si travasasse nella mente, e tuttavia nessun vestigio d'imitazione si scorge». E quanto allo spirito pagano che io ho trovato nel discorso, si faccia attenzione alle parole: «nè coscienza, nè infamia vi debbe sbigottire»; ed a quelle che seguono poco dopo: «e della coscienza noi non dobbiamo tener conto, perchè dove è, come è in noi, la paura della fame e della carcere, non può nè debbe quella dell'inferno capere.» Esse ricordano quelle già tante volte ripetute nel Rinascimento — che bisogna preferire la salute della patria alla salvezza dell'anima. — E così le une come le altre non sono certo espressione di spirito cristiano. Senza ammettere il rivivere dello spirito pagano nel Rinascimento, non è possibile farsi un'idea chiara di quell'epoca. Ma questo è ben diverso dal «rivendere il Machiavelli per idoleggiatore del Paganesimo, come se tornare al Politeismo fosse possibile» (Tommasini, II, 704).
341. Opere, vol. I, pag. 165-7.
342. Opere, vol. I, pag. 173-4.
343. Ne parlano Marchionne di Coppo Stefani nella rubrica 795, e l'Aretino in principio del lib. IX. Per altre notizie intorno al Tumulto dei Ciompi, si legga il bel lavoro pubblicato con questo titolo dal prof. Carlo Falletti Fossati nel vol. I delle Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori in Firenze (Sezione di Filosofia e Filologia): Firenze, Successori Le Monnier, 1875. Una 2ª ediz. ne fu pubblicata a Siena, nel 1882. Nel cap. IV, § III, l'autore narra il fatto di ser Nuto, secondo autentiche relazioni edite e inedite, e viene alle medesime nostre conclusioni. Vedi anche Corazzini, I Ciompi, Cronache e Documenti: Firenze, Sansoni, 1888.
344. Il Tommasini (II, 255, e nota 3; 257 e nota 5) non approva ciò che io dico del ritratto che il Machiavelli ci ha lasciato di Michele di Lando, e meno ancora approva l'allusione al Valentino. Il Machiavelli afferma che Michele di Lando, per evitare gli eccessi di una rivoluzione, e dare in qualche modo sfogo all'ira dal popolo, lo spinse a trucidare ser Nuto bargello, e indirettamente lo loda di avere così evitato un male maggiore. Ora nessuno dei cronisti o storici contemporanei (come lo stesso Tommasini ne conviene) attribuisce questo atto a Michele. Esso, può ben dirsi, è pura invenzione del Machiavelli; e somiglia molto a ciò che egli disse del Valentino quando fece ammazzare Ramiro d'Orco. Il Machiavelli, che spesso è insuperabile nell'indagare lo spirito e le leggi della storia, non è sempre sicuro nell'affermazione dei fatti particolari e minuti, come, a cominciare dall'Ammirato, fu più volte osservato e provato coi documenti, come più volte abbiamo avuto occasione di provare anche noi.
345. Opere, vol. I, pag. 177-8.
346. Vedi a questo proposito ciò che di lui dice il Fossati Falletti nel lavoro più sopra citato.
347. Abbiamo più sopra citato le rubriche.
348. Vedi Machiavelli, pag. 180, e Aretino, edizione italiana, pag. 478; M., pag. 182, e A., pag. 484, 489 e 490; M., pag. 183, e A., pag. 490; M., pag. 184, e A., pag. 491; M., pag. 186, e A., pag. 491; M., pag. 188 e 189, e A., pag. 506; M., pag. 192, e A., pag. 566. Qui il Machiavelli si è qualche volta valso anche di altri storici, e lo accenna egli stesso a pag. 193. Fra questi storici bisogna porre la Cronica di Piero Minerbetti, che va dal 1385 al 1409.
349. Opere, vol. I, pag. 191.
350. Esse promettono d'arrivare fino al 1450, ma in realtà si fermano al 1440. Più tardi, in un altro lavoro, che l'editore chiama la Seconda Storia, il Cavalcanti narrò gli avvenimenti seguiti dal 1440 al 1447. Egli era un uomo credulo e fantastico, esaltato dalla filosofia platonica, di poco ingegno, e cattivo scrittore. Grande ammiratore di Cosimo dei Medici, che pur qualche volta biasima, il Cavalcanti scrisse le sue Istorie fiorentine in prigione, dove fu chiuso per non aver pagato le imposte. La sua opera venne pubblicata da Filippo Polidori in due volumi, con appendice di documenti: Firenze, Tipografia all'insegna di Dante, 1838 e 1839.
Il Gervinus nei suoi Historische Schriften, dopo aver paragonato le storie manoscritte del Cavalcanti, con quelle a stampa del Machiavelli, rimproverò gl'Italiani di non aver ancora pubblicato le prime, quando pur perdevano il loro tempo a studiare e pubblicare manoscritti letterarî, da cui potevano cavar solo frasi e parole per la Crusca. Il rimprovero non era del tutto immeritato, ma l'illustre storico tedesco avrebbe dovuto anche osservare più cose, di cui tacque. Egli, che era stato in Firenze e che pubblicava il suo lavoro nel 1833 in Germania, doveva ricordarsi che già molto prima di lui il canonico Domenico Moreni, in una Lettera bibliografica al canonico Carlo Ciocchi (Firenze, Ciardetti, 1803, a pag. 12 e 13), aveva raccomandato la pubblicazione delle Istorie del Cavalcanti, delle quali parlò poi nella sua Bibliografia storico-ragionata della Toscana, pubblicandone nel 1821 la parte più importante, in un volume in-8º, intitolato: Della carcere, dell'ingiusto esilio e del trionfale ritorno di Cosimo Padre della Patria, tratto dall'Istoria fiorentina manoscritta di Giovanni Cavalcanti: Firenze, Magheri, 1821. E nella prefazione a questo volume (pag. XXVII-XXVIII), lo stesso Moreni sin d'allora notava quello che il Gervinus credeva essere stato il primo a scoprire: «Questa istoria, sebbene in fatto di lingua, come abbiam veduto, la sia difettosa, servì, e ciò non è stato da chicchessia avvertito, di norma e di scorta al Machiavelli per la sua storia, siccome può ciascuno facilmente osservare da sè medesimo, purchè il voglia, senza che noi ne arrechiamo di sì fatta nostra osservazione riscontro o esempio alcuno.»
La Seconda Storia è la meno importante e la peggio scritta. Il Polidori ne pubblicò la parte principale in forma di libro aggiunto. In appendice dette ancora alcuni brani di un'altra opera del Cavalcanti, la quale tratta di politica o piuttosto di morale, e non ha valore. Questa Seconda Storia fu scritta fuori di carcere, come l'autore ricorda sin da principio. E dopo tutto quello che abbiam detto, dobbiamo ora aggiungere, che i rimproveri del Gervinus non furono inutili, perchè spinsero anch'essi il Polidori a pubblicare in Firenze una buona e compiuta edizione delle Istorie del Cavalcanti.
351. Opere, vol. I, pag. 203-6.
352. Vedi Opere, vol. I, pag. 206 e 209, e Cavalcanti, Storie, vol. I, pag. 6.
353. Cavalcanti, Istorie Fiorentine, vol. I, pag. 59-64.
354. Ammirato, Storie, lib. XVIII in fine.
355. Opere, vol. I, pag. 211.
356. Ibidem, pag. 211-212.
357. Ecco infatti il discorso del Cavalcanti: «Ora saziatevi, lupi famelici, i quali sareste crepati se questa città si fosse un poco riposata. Voi sempre andate cercando nuove guerre, innecessarie cagioni e abominevoli ingiurie: voi incominciaste insino alla guerra del Re, non avendo riguardo nè alle sue ragioni, nè ai benefizî de' suoi passati. Ora saziatevi di noi, pascetevi di queste misere carni; altro non ci avete lasciato da vivere con le nostre famiglie. «Voi cercate sempre guerra, e poi come voi le governate, voi stessi vel vedete.... A chi ricorrete? Quale aiuto vi scamperà dalle forze de' vostri nimici? Con quale arme difenderete la vostra ingrata superbia? I regi di Puglia non ci sono, se non questa madonna Giovannella, la quale avete piuttosto fatta sottomettere a sì barbara gente, che porre silenzio a un sì vile saccomanno.... Chi fia ora il vostro soccorso? Papa Martino, che tanto sfacciatamente sofferivate che i vostri figliuoli così piccolo pregio lo stimassino? Non sapete voi che le loro canzoni dicevano: Papa Martino non vale un quattrino, e Braccio valente che vince ogni gente? Voi non credevate mai di persona aver bisogno. Del lione si legge che una volta gli abbisognò il topo. Ove correrete per il vostro scampo? Ora pigliate le guerre, e fate i Dieci, e dite che fanno terrore al nemico; or fate queste vostre pensate, pazze e non considerate con nulla ragione, ecc.». Cavalcanti, vol. I, lib. II, cap. 21, pag. 65-67.
358. Opere, vol. I, pag. 215. Per dare un altro esempio dello scrivere del Cavalcanti, citiamo il primo periodo del suo discorso: «Molto mi rallegro e grandissimo conforto m'è, signori militi e spettabili cittadini, vedervi in questo tempio, in così magnifica rotondità di circolo in verso di me riguardanti ed attenti, per aumentare il bene e l'onore della nostra Repubblica.» Cavalcanti, Storie fiorentine, vol. I, lib. III, pag. 74. Il discorso continua sino alla pag. 90 sempre allo stesso modo.
359. Opere, vol. I, pag. 215-17; Cavalcanti, vol. I, lib. III, cap. 3 e 5.
360. Opere, pag. 224; Cavalcanti, lib. IV, cap. 8 e 9; lib. V, cap. 1.
361. Opere, vol. I, pag. 225; Cavalcanti, vol. I, lib. V, cap. 3, 4 e 5.
Ecco come il Cavalcanti (cap. 3) incomincia a parlar della morte di Giovanni de' Medici: «Due topi, uno nero e uno bianco, avendo rose le barbe di quel pomo che alimentato aveva l'ottimo cittadino Giovanni de' Medici, cominciò forte a piegare le sue cime verso la dura terra. Per questa cotale infermità conobbe Giovanni che la vita sua voleva gli umori umidi e frigidi all'acqua riducere, e il suo fiato all'aria tramischiare, le carni alla terra rendere, e così il caldo, con le cose secche, al fuoco restituire.» Il Polidori crede che i due topi, bianco e nero, significhino il giorno e la notte, cioè il tempo omai trascorso, o forse anche il piacere ed il dolore.
362. Opere, vol. I, pag. 235. Nel Cavalcanti il discorso, invece, è fatto non dai Seravezzesi, ma dalla plebe fiorentina, e comincia: «Noi sapevamo che lupo non partorì agnello; e però di costui non dovevamo noi pensare che, essendo di sì vituperosa gente disceso, ch'e' fosse di disguagliante natura dai suoi genitori, e sanguinario, ecc.» Cavalcanti, lib. VI, cap. 11.
363. Opere, vol. I, pag. 236-7; Cavalcanti, lib. VI, cap. 13 e 14. Secondo il Machiavelli i due commissarî andarono contemporaneamente al campo, e pare che così fosse. Secondo il Cavalcanti invece l'Albizzi fu mandato a sostituire il Gianni. Tutto quello che il Cavalcanti dice poi contro quest'ultimo, e che il Machiavelli copia, si può affermare che è per lo meno assai esagerato. Vedi Gino Capponi, Storia della Repubblica di Firenze, vol. I, pag. 496 e segg., e le Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, pubblicate dalla Deputazione di Storia Patria, in tre volumi: Firenze, 1867, 1869, 1873.
364. Il Machiavelli, parlando di questa visita del Barbadori all'Uzzano, dice che «lo andò a trovare a casa, dove tutto pensoso in un suo studio dimorava.» Opere, vol. I, pag. 244. Il Cavalcanti dice che «Niccolò era da umana compagnia tutto solo nel suo scrittoio, e gravissime confusioni se li ravviluppavano per la mente.... Della mano aveva fatto piumaccio dal mento alla guancia, ecc.» Vol. I, lib. VII, cap. 6, pag. 380.
365. Opere, vol. I, pag. 244-48. Ecco come il discorso comincia nel Cavalcanti: «Niccolò, Niccolò Barbadori, volesse Dio che ragionevolmente tu fossi chiamato Barba argenti! perocchè significherebbe uomo antico e veterano, nei quali si trova vero giudicio e ottima prudenza.» Vol. I, lib. VII, cap. 8, pag. 382.
366. Anche qui il Machiavelli imita il Cavalcanti, il quale scrive: «noi non siamo nè d'animo nè di volere l'uno quello che l'altro» (lib. VII, cap. 8, pag. 383); e poi accenna anch'egli alle molte discordie fiorentine, nelle quali i nobili ebbero sempre la peggio.
367. «Che colpa o che cagione si può opporre a quest'uomo, che il popolo stia queto al suo disfacimento? ecc.» Cavalcanti, vol. I, pag. 386.
368. «Anderanne tutto buono, e tornerà tutto di diversi modi; perocchè fia costretto da necessarie cagioni mutare natura e costumi, per la iniquità del suo cacciamento, passando ogni giusto modo di vivere politico. E non tanto per lui, quanto che e' fia indotto dagli stimoli degli uomini malvagi; perocchè ne anderà libero, e tornerà obbligato a ciascuno dell'arrabbiata setta, ai quali, pel beneficio che avrà ricevuto da loro, in averlo richiamato nella patria, fia costretto da necessità grata a promettere, o ad operare che le coloro iniquità abbiano compimento.» Cavalcanti, vol. I, lib. VII, cap. 8, pag. 386.