Avresti tu mai visto in loco alcuno,

Come un'aquila in alto si trasporta,

Cacciata dalla fame e dal digiuno?

E come una testuggine alto porta

Acciocchè il colpo nel cader la 'nfranga,

E pasca sè di quella carne morta?[245]

Così fa la Fortuna.

Dopo questo Capitolo, che è certo dei migliori, segue l'altro Della Ingratitudine, indirizzato a Giovanni Folchi.[246] È assai più tirato via; ma v'è pure qualche notevole allusione alle sventure dell'autore. Il dente dell'altrui invidia che mi morde, così comincia il Machiavelli, renderebbe maggiore la infelicità che mi ha colpito, se le Muse non rispondessero alle corde della mia cetra. So di non essere veramente un poeta, ma spero di coglier pure qualche ramo d'alloro nella via che n'è piena.

Cantando, dunque, cerco dal cuor torre,

E frenar quel dolor de' casi adversi,

Cui dietro il pensier mio furioso corre;

E come del servir gli anni sien persi,

Come in fra rena si semini ed acque,

Sarà or la materia de' miei versi.

Quando alle stelle dispiacque la gloria dei mortali, nacque l'Ingratitudine figlia dell'Avarizia, e dei sospetti, che ha la sua sede principale nelle Corti e nel cuore dei principi. Essa colpisce con tre saette avvelenate: non compensando i benefizî ricevuti, dimenticandoli affatto, e finalmente ingiuriando addirittura il benefattore.

Questo colpo trapassa dentro all'ossa,

Questa terza ferita è più mortale,

Questa saetta vien con maggior possa.

Poi aggiunge, che quando il popolo comanda, la sua ingratitudine è tanto maggiore, quanto è maggiore la sua ignoranza; e però ne segue che i buoni cittadini sono da esso sempre male rimunerati, qualche volta spinti sino anche a meditar la tirannide. Ricorda la storia greca e la romana, Aristide, Scipione e Cesare, per venire poi ai suoi tempi, nei quali trova che i principi sono divenuti anche più ingrati dei popoli, esempio il gran capitano Consalvo, che

al suo re sospetto vive

In premio delle galliche sconfitte.

Questa allusione prova che il Capitolo non fu scritto più tardi del 1515. E finalmente il Machiavelli conchiude, quasi ammonendo sè stesso:

Dunque non sendo Ingratitudin morta,

Ciascun fuggir le Corti e Stati debbe;

Che non c'è via che guidi l'uom più corta

A pianger quel ch'e' volle, poi che l'ebbe.[247]

Nel Capitolo dell'Ambizione, indirizzato a Luigi Guicciardini,[248] si torna di nuovo alle considerazioni filosofico-politiche. Esso non potè essere scritto molto dopo del precedente, perchè allude più volte, come di recente seguìta, alla fraterna lite dei Petrucci in Siena, la quale scoppiò l'anno 1516. L'Ambizione è cominciata da Caino, e non ha mai abbandonato i mortali. Perciò il mondo non ha pace, i regni, gli Stati furono disfatti, i principi rovinati. E se tu chiedi, perchè essa in un caso riesce nel suo intento, nell'altro no, io ti dico che questo dipende dall'essere o non essere all'ambizione unita la ferocia dell'animo. Ma se qualcuno volesse incolpare la natura, perchè non fa ora nascere fra noi uomini che abbiano questa energia, io gli ricorderei, che l'educazione può sempre supplire, dove manchi la natura. L'educazione fece un giorno fiorente e forte l'Italia, che

Or vive (se vita è vivere in pianto)

Sotto quella rovina e quella sorte,

Ch'ha meritato l'ozio suo cotanto.

Se tu in fatti rivolgi a questa lo sguardo, non vedrai altro che desolazione e stragi. I padri sono uccisi coi figli; molti vanno fuggendo in straniere regioni; le madri piangono il destino delle figlie; le fosse e le acque sono sozze di sangue, piene di membra umane;

Dovunque tu gli occhi rivolti e giri,

Di lagrime la terra e sangue è pregna,

E l'aria d'urli, singulti e sospiri.

«Tutto questo è nato dall'Ambizione. Ma a che vado io discorrendo lontano, ora che essa sopra i monti di Toscana vola, ed ha già messo tante faville tra quelle genti piene d'invidia, che arderà le terre e le ville, se grazia e ordine migliore non la spegne?»[249] Qui il Machiavelli allude alla guerra contro Urbino, cominciata appunto in quegli anni, e condotta da Lorenzo de' Medici, che partì da Firenze nel maggio 1516.

Poco di notevole hanno le terzine del Capitolo Pastorale e la Serenata in ottava rima. Il soggetto non si presta nè alla satira, nè alle considerazioni filosofiche; il merito dovrebbe essere puramente poetico, e la penna del Machiavelli procede quindi più fiacca. Le ottave sono abbastanza disinvolte, ma dopo quelle del Poliziano e dell'Ariosto, c'è poco in esse da ammirare. Scrisse ancora sei Canti Carnascialeschi di vario metro. Alcuni hanno brio e naturalezza, ma non v'è altro. Mancano la freschezza e la vivace descrizione che s'incontrano così spesso in quelli di Lorenzo de' Medici, il quale fu anche l'inventore del genere. Le oscenità che vi abbondano, restano perciò semplici allusioni indecenti. Nel primo, il Canto dei Diavoli, questi discendono saltellando sulla terra, e si dichiarano autori di tutti i mali e di tutti i beni che vi sono, incitando gli uomini a seguirli. Nel secondo, Canto d'amanti disperati e di donne, gli amanti piangono le pene invano patite per amore, e dichiarano che perciò preferiscono ora l'Inferno; le donne vorrebbero averne pietà, ma ormai è tardi, non è più tempo d'amore, e però esse concludono avvertendo le giovani a non aver troppi rispetti, per non pentirsi poi invano del tempo perduto. Nel terzo, che è intitolato Canto degli Spiriti beati, si deplorano i mali che tribolano il genere umano, specialmente l'Italia.

Tant'è grande la sete

Di gustar quel paese,

Ch'a tutto il mondo diè la legge pria,

Che voi non v'accorgete

Che le vostre contese

Agl'inimici vostri apron la via.

. . . . . . . . . . . . . .

Dipartasi il timore,

Nimicizie e rancori,

Avarizia, superbia e crudeltade.

Risorga in voi l'amore

De' giusti e veri onori,

E torni il mondo a quella prima etade.

Così vi fien le strade

Del cielo aperte alla beata gente,

Nè saran di virtù le fiamme spente.[250]

Da questi versi si vede chiaro, come anche in mezzo al brio ed all'oscenità dei Canti Carnascialeschi, si facciano strada le solite riflessioni del Machiavelli, l'eterno pensiero della patria italiana e delle antiche virtù. Il Canto d'uomini che vendono le pine, e il Canto de' ciurmadori s'avvicinano più degli altri ai veri componimenti carnascialeschi. Seguono un'assai breve canzone, due ottave ed un sonetto. La canzone che incomincia: Se avessi l'arco e l'ale, è parsa a qualche critico moderno imitata da un epigramma greco dell'Antologia Palatina;[251] ma fu dal Piccolomini giustamente osservato che non solo è assai difficile provare che vi sia davvero imitazione visibile, ma che il codice unico contenente l'Antologia di Cefala, cioè il Palatino, fu fatto conoscere dal Salmasio assai dopo la morte del Machiavelli. Le due ottave ed il sonetto non hanno molto valore, sono versi amorosi, come pure amoroso è l'altro sonetto che trovasi a stampa nella sua lettera del 31 gennaio 1515. Dei tre sonetti a Giuliano de' Medici e dell'epigramma sul Soderini abbiamo parlato più sopra. Non è difficile che qualche altra breve poesia del Machiavelli sia rimasta inedita, giacchè soleva comporne spesso per suo passatempo.[252] Nella Vaticana trovasi un suo sonetto giovanile, indirizzato al padre, e poco intelligibile, perchè scritto, con allusioni oscure, in una lingua piena di riboboli fiorentini, che ricordano il Burchiello.[253]

Venendo ora alle prose letterarie, cominceremo innanzi tutto dal Dialogo sulla Lingua, nel quale si disputa, se la lingua in cui scrissero Dante, il Petrarca ed il Boccaccio, debba chiamarsi italiana o fiorentina. Le ragioni che furono addotte dal Polidori per negare che questo dialogo sia veramente del Machiavelli, non hanno secondo noi, valore di sorta. A lui pare impossibile che il Machiavelli, il quale disse che la venuta dei barbari, fra tanti mali, aveva all'Italia portato l'inestimabile vantaggio della nuova lingua, potesse poi, come si legge nel Dialogo, biasimare aspramente coloro che la chiamano italiana e non fiorentina o toscana. Ma la disputa intorno al nome, sollevata nel 1513 in Firenze, negli Orti Oricellari, dal Trissino,[254] che fece conoscere la prima volta il De Vulgari Eloquentia di Dante, non implica nulla quanto al merito della lingua. Al Polidori sembra impossibile del pari, che colui il quale deplorò sempre i mali d'Italia, accusi poi Dante d'aver profetato una grande rovina a Firenze, aggiungendo che la fortuna, per farlo bugiardo, l'ha condotta invece «al presente in tanta tranquillità e sì felice stato.» Tali parole gli sembrano un'allusione favorevole al governo del principato, cosa di cui non poteva, dice, il Machiavelli esser capace.[255] Ma questi lodò più volte le condizioni in cui Firenze si trovava al suo tempo, anche sotto i Medici, come lodò i Medici stessi. Al principato, che cominciò solo dopo la sua morte, non poteva certo alludere nel Dialogo. Ma tutti i dubbi del Polidori o di altri debbono cadere innanzi all'autorevole testimonianza del Ricci, il quale afferma chiaro che quel lavoro è del Machiavelli, «quantunque in alcune parti lo stile sia diverso dal solito.» Ed aggiunge, che «Bernardo Machiavelli figlio di detto Niccolò, oggi di età d'anni 74, afferma ricordarsi averne sentito ragionare a suo padre, e vedutogliene spesso fra le mani.»[256] V'è qualche volta, è vero, un certo sussiego e classicismo insolito in lui, non però mai tale da giustificare i dubbi, che si vorrebbero muovere sull'essere egli l'autore del Dialogo. Queste diversità di forma non solamente si spiegano con la natura del soggetto, erudito e letterario, ma son poche, e trovan pure qualche riscontro nei Discorsi, nel Principe e nelle Storie. In tutto il resto non mancano punto la solita vivacità, evidenza e spontaneità del Machiavelli. Se poi si esamina la sostanza, vi si trovano paragoni, osservazioni, pensieri così acuti ed originali, così propri di lui, che ogni dubbio deve di necessità sparire del tutto.[257]

Questo scritto fu assai probabilmente composto nell'autunno del 1514.[258] L'anno innanzi era stato a Firenze, ed aveva frequentato gli Orti Oricellari il Trissino. Egli che, secondo il Gelli, come abbiamo già accennato, fu primo a far conoscere ai Fiorentini il De Vulgari Eloquentia di Dante, sollevò anche la disputa sul nome da darsi alla nostra lingua. Appoggiandosi alle dottrine sostenute dal sommo poeta, affermava doversi essa chiamare italiana, non toscana, nè fiorentina. Ed il Machiavelli, col suo Dialogo, pigliava parte alla disputa, che s'accese allora in Firenze assai vivamente.[259] Incomincia, con una forma, come dicemmo, un po' più pomposa del solito, ad esporre quel concetto, che non manca quasi mai del tutto nelle sue opere, piccole o grandi che sieno, cioè che il maggiore obbligo e più sacro noi l'abbiamo verso la patria. Aggiunge poi, che fu mosso a scrivere questo suo Dialogo dalla «disputa accesa più volte, nei passati giorni, se la lingua, cioè, in cui scrissero i poeti e prosatori fiorentini, sia da chiamarsi italiana, toscana o fiorentina. Vogliono alcuni, egli continua, che ad ogni lingua dia il proprio carattere la particella affermativa, e così si avrebbero la lingua del sì, la lingua d'och e di huy,[260] come di yes, d'hyo (ja), ecc. Ma, se ciò fosse vero, parlerebbero la stessa lingua Siciliani e Spagnuoli. Ond'è che altri sostengono invece, che solo quella parte del discorso che si chiama verbo, è la catena e il nervo della lingua. Le lingue che variano nei verbi, sono, secondo questi tali, veramente diverse; quelle, invece, che variano nei nomi o altro, ma non nei verbi, hanno solamente una qualche dissomiglianza fra di loro. Le provincie d'Italia variano molto nei nomi, meno nei pronomi, assai poco nei verbi, e però s'intendono tutte facilmente l'una coll'altra. Anche gli accenti variano il parlare degl'Italiani, non però tanto che essi non s'intendano fra loro, come si vede fra i Toscani, che fermano le parole sulle ultime vocali, e i Romagnuoli, i Lombardi, che le sospendono. Considerate adunque quali sono le differenze in questa lingua italica, bisogna vedere quali, fra i parlari che la formano, tiene la penna in mano. I nostri primi scrittori, fatta qualche rara eccezione, sono fiorentini. Il Boccaccio dice, che egli scrive in lingua fiorentina; il Petrarca non ne parla; Dante, è vero, afferma di scrivere in lingua curiale, e danna ogni lingua particolare d'Italia, compresa la fiorentina; ma egli era nemico di Firenze, e la biasimava in ogni cosa. Inoltre parlare comune è quello che ha più del comune che del proprio, e viceversa proprio è quello in cui è più del proprio che del comune; giacchè non si trova nessuna lingua, la quale non abbia accattato qualche cosa dalle altre nel conversare. E con le nuove dottrine e le nuove arti, è pur necessario che vengano vocaboli nuovi di là appunto donde vengono quelle arti e dottrine. Questi vocaboli però sono sempre modificati con i modi, i casi e gli accenti della lingua in cui entrano, e formano una sola cosa con essa; altrimenti le lingue parrebbero rappezzate, e non tornerebbero bene. Così fra noi anche i vocaboli forestieri diventano fiorentini. In questo modo le lingue dapprima arricchiscono, più tardi si corrompono per la soverchia moltitudine di vocaboli nuovi la imbastardiscono e fanno divenire un'altra cosa. Ma tutto questo segue in uno spazio lunghissimo di tempo, tranne il caso d'una invasione, perchè allora la lingua si perde affatto in breve tempo. In questi casi, bisogna, volendo, riassumerla per mezzo degli scrittori di essa, come si fa oggi col latino e col greco.[261] Ora io vorrei chiedere a Dante, che cosa è in lui, che non sia scritta in fiorentino?» E qui, il Machiavelli comincia a disputare in forma di dialogo, per dimostrare che, salvo poche, tutte le parole adoperate dall'immortale poeta sono prettamente fiorentine.

Ogni lingua, egli osserva, è di necessità più o meno mista; ma quella «si chiama d'una patria, la qual converte i vocaboli che ella ha accattati da altri, nell'uso suo, ed è sì potente, che i vocaboli accattati non la disordinano, ma la disordina loro, perchè quello che ella reca da altri, lo tira a sè in modo che par suo». E si spiega poi anche meglio, ricorrendo ad uno de' suoi soliti paragoni. «I Romani avevano negli eserciti due legioni di loro cittadini, che erano in tutto 12,000 uomini, e 20,000 di altre nazioni;[262] nondimeno, siccome quelli erano veramente il nervo dell'esercito, così esso si chiamava sempre romano. E tu che hai messo nei tuoi scritti,» così dice il Machiavelli a Dante, «venti legioni di vocaboli fiorentini, ed usi i casi, i tempi, i modi, le desinenze fiorentine, vuoi che i vocaboli avventizî facciano mutar nome e natura alla lingua? Se la chiami comune, perchè s'usano in tutta Italia i medesimi verbi, questi sono pure variati in modo che sono da provincia a provincia un'altra cosa. Quello che t'inganna è che tu e gli altri Fiorentini che scrissero, foste celebrati tanto, che i nostri vocaboli furono perciò adottati e seguìti in tutta Italia. Paragona in fatti i libri scritti nelle altre provincie prima e dopo di noi. Negli uni non troverai le parole fiorentine, che abbondano negli altri, il che è una riprova che imitarono i nostri. Anche oggi gli scrittori delle altre parti d'Italia imitano con mille sudori la nostra lingua, nè vi riescono sempre, perchè la natura può più dell'arte. E quando adoperano termini loro, li spianano alla toscana. Nelle commedie poi, dove è necessario usare le parole e i motti familiari, che per riuscire noti debbono esser propri, i non Toscani hanno poca fortuna. Se uno di essi vorrà usare i motti della patria sua, farà una veste rattoppata; se poi non vorrà usarli, non conoscendo quelli di Toscana, farà una cosa monca, che non avrà la perfezione sua. Io voglio portare in esempio una commedia (I Suppositi) scritta da uno degli Ariosti da Ferrara.[263] Vedrai in essa una gentil composizione, uno stile ornato ed ordinato; vedrai un nodo bene accomodato e meglio sciolto; ma la vedrai priva di quei sali che ricerca una commedia, non per altra cagione che per la detta, perchè i motti ferraresi non gli piacevano e i fiorentini non sapeva.»[264] Cita poi alcuni esempi di espressioni ferraresi, che stanno assai male fra le toscane, e conchiude che per iscrivere bene bisogna intendere tutte le proprietà della lingua, e per intenderle, andare alla fonte, altrimenti si fa una composizione dove una parte non corrisponde coll'altra. «La poesia passò di Provenza in Sicilia, di quivi in Toscana, più di tutto in Firenze, e ciò per esservi la lingua più adatta. Ora poi ch'essa s'è così formata, si vedono Ferraresi, Napoletani, Veneziani scrivere bene, avere ingegni attissimi allo scrivere, il che non sarebbe seguìto, se i grandi scrittori fiorentini non avessero prima dimostrato loro, come dovevano dimenticare quella naturale barbarie, nella quale il loro patrio linguaggio li sommergeva. Si deve conchiudere, adunque, che non v'è una lingua curiale o comune d'Italia, perchè quella cui si dà questo nome, ha il fondamento suo nella fiorentina, alla quale, come a vero fonte, è necessario ricorrere, e però anche gli avversari, non volendo esser veri pertinaci, hanno a confessarla fiorentina.»[265]

Se qui si considera in quali condizioni si trovava allora, fra gli eruditi italiani, la scienza filologica; se si ricorda quanti elogi furono, ai giorni nostri, fatti a Leonardo Aretino, solo per avere egli ragionato della grande differenza che passava fra il latino parlato e lo scritto;[266] se si pensa che il Machiavelli non era nè erudito nè filologo, le sue osservazioni debbono dare sempre maggior prova dell'ingegno originale che aveva. Dire che l'indole propria delle lingue non sta nel maggiore o minor numero di parole che esse hanno in comune; ma nel verbo, sola parte del discorso che veramente si modifichi nella lingua italiana, la quale ha coniugazioni, non declinazioni, val quanto dire che la grammatica costituisce il carattere distintivo delle lingue. Ora questo è il concetto appunto col quale Federigo Schlegel iniziò la filologia comparata nel 1808. Il Dialogo sulla lingua prova chiaro, sebbene nessuno lo abbia finora osservato, che la stessa idea era stata tre secoli prima intravveduta dal Machiavelli. È ben vero, che nell'esporre le sue osservazioni, egli dice spesso: vogliono alcuni; e ciò potrebbe far supporre che avesse preso da altri il suo concetto fondamentale. Ma è prima di tutto da ricordare, che il Machiavelli, come abbiam visto altrove, dichiarò che credeva opportuno fare uso di queste o di altre simili parole, a conciliarsi meglio l'animo del lettore, quando esponeva idee e considerazioni sue proprie, che potevano sembrare troppo nuove o ardite.[267] Oltre di che, non solamente non si trova, per quanto noi sappiamo, negli eruditi del tempo una qualche traccia anche lontana del concetto suo; ma questo fu sino quasi ai nostri giorni combattuto in Italia, dove, più lungamente che altrove, la tendenza generale della filologia fu di sostenere invece, che la somiglianza delle parole costituisce la parentela delle lingue. Il Machiavelli, non solo partì dal principio opposto, ma provò che il concetto era suo, sapendone cavare conseguenze assai giuste, allora nuove ed arditissime. Certo i tempi non erano maturi, nè egli poteva avere le cognizioni necessarie a promuovere la grande rivoluzione scientifica, che fu possibile solo nel principio del secolo XIX. Pure anche dalle osservazioni secondarie, dalle applicazioni che fece del suo concetto, si vede assai chiaro che egli ne comprendeva tutto il valore. L'importanza che dà non solo alle forme grammaticali, ma anche all'accento; la confutazione che fa dell'ipotesi, sostenuta da Dante, d'una lingua curiale composta di più dialetti, che il Machiavelli dice giustamente sarebbe una lingua rappezzata e non viva; la esposizione del come il parlare dei Fiorentini, pure accettando molte parole dagli altri dialetti, le assimilò e fece sue, dando ad esse le desinenze e le forme grammaticali sue proprie; tutto ciò, dato come conseguenza logica del primo concetto fondamentale, è ragionato in modo che par di sentire il linguaggio d'un filologo moderno. E così sempre più si conferma che, quando si tratta di scoprire i caratteri sostanziali dei fenomeni sociali, morali o intellettuali, e determinarne le leggi, il genio del Machiavelli apparisce in tutta quanta la sua potenza, ed il suo occhio vede assai lontano, penetra assai al disotto della superficie.

Di un altro scritto, che è intitolato la Descrizione della Peste di Firenze dell'anno 1527,[268] ed ha forma di epistola, è messa, con assai maggior ragione, in dubbio l'autenticità, sebbene in favore di esso militi il fatto, che ne abbiamo una copia senza dubbio di mano del Machiavelli. In questo autografo sono però giunte e correzioni fatte da Lorenzo di Filippo Strozzi, al quale, in più parti del manoscritto stesso, è da altra mano antica attribuita tutta la Descrizione.[269] Ciò fa credere che il Machiavelli, come nello stesso codice aveva copiato la Commedia in versi, che non si può creder sua, così copiasse ancora uno scritto dell'amico Lorenzo Strozzi, che poi lo rivide e corresse di sua mano, il che non avrebbe osato fare con una composizione del suo amico, tanto a lui superiore. Ogni dubbio scomparisce poi, quando appena si comincia a leggere questa Descrizione, che non sarà mai attribuita al Machiavelli da nessuno che ne abbia con attenzione letto le opere.

Lasciamo pure da parte, che l'anno 1527 fu quello in cui il Machiavelli morì, e non è certo credibile che, fra i tanti gravissimi pensieri che lo assediavano allora, egli avesse trovato il tempo per mettersi a fare una descrizione della peste. Questa era cominciata alcuni anni prima, e la data potrebbe perciò essere inesatta. Ma si può egli supporre che, nel 1527 o qualche anno prima, il Machiavelli parlasse d'un suo nuovo matrimonio, come fa nella Descrizione, quando si sa che a lui sopravvisse la Marietta, la sola moglie che egli ebbe? E chi vorrà mai crederlo autore d'uno scritto che incomincia con un periodo contorto e pedantesco come questo: «Non ardisco in sul foglio porre la timida mano, per ordire sì noioso principio, anzi quanto più le tante miserie per la mente mi rivolgo, più l'orrenda descrizione mi spaventa; e sebbene il tutto ho visto, mi rinnuova il raccontarlo doloroso pianto; nè so anche da che parte tale cominciamento fare mi deggia, e se lecito mi fosse, da tale proponimento mi ritrarrei.»[270] E continua sempre allo stesso modo. Ecco in fatti come descrive la bellezza d'una donna: «Candido avorio sembravano le fresche sue e delicate carni, e sì gentili e morbide da riserbare d'ogni quantunque leggiero toccamento forma, non meno che di un verde prato la tenera rugiadosa erbetta i sospesi vestigi dei leggieri animaletti faccia.... Ma che dirò io della melliflua e delicata bocca tra due piagge di rose vestite e di ligustri posta, la quale in tanta mestizia parea, che di un celeste riso non so come splendesse?... Le rosate labbra sopra gli eburnei e candidi denti accesi rubini parieno, e perle orientali insieme miste. Aveva da Giunone del soavemente esteso naso la forma tolta, così come da Venere delle candide e distese guance, ecc.»[271] Se vuol dire d'uno che sedeva sul pancone degli Spini, incomincia: «E sopra il solitario in questi tempi pancone degli Spini, ecc., ecc.»[272] Il verbo non viene, se non dopo tre o quattro versi ancora. Ha quindi pienissima ragione il Macaulay, quando afferma che nessuna prova esterna potrebbe indurlo mai a credere il Machiavelli colpevole d'uno scritto così detestabile, che si potrebbe appena tollerare in uno sciocco scolare di retorica.[273]

Il Dialogo dell'ira e dei modi di curarla, dettato anch'esso in uno stile assai contorto, fu da tutti, salvo il Poggiali e qualche altro, giudicato tale da non potersi in nessun modo attribuire al Machiavelli. È una traduzione dell'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi, come già dicemmo più sopra.[274] Ed anche qui noi crediamo che basti citarne qualche periodo, a convalidare senz'altro l'opinione che si può dire universalmente accettata, che esso cioè non sia un lavoro del Machiavelli. Ecco il principio: «Rettamente a me pare, Cosimo carissimo, che faccian quei prudenti pittori, li quali avanti che del tutto finischin l'opere loro, se le tolgono dalla vista per qualche tempo; acciocchè l'occhio, per quello intervallo, perdendo l'assidua consuetudine del vedere quella pittura, e dipoi, tornando nuovamente a rivederla, meglio e più dirittamente ne giudichi, ed in essa conosca i difetti, i quali forse gli avrebbe celati la continua familiarità.»[275] Chi vorrà supporre che un periodo come questo, che è pure uno dei più semplici e dei meno contorti in tutto il Dialogo, possa mai attribuirsi al Machiavelli?

La ben nota Novella di Belfagor arcidiavolo fu senza dubbio scritta da lui. Essa non ha grande intreccio, nè vera analisi di caratteri; può dirsi uno scherzo, un capriccio grazioso, di cui molti esempi troviamo nei nostri novellieri. Plutone, osservando come tutti coloro i quali venivano nell'Inferno, si lamentavano sempre delle mogli, a cui attribuivano la cagione della loro condanna, riunì i suoi a consiglio, e deliberarono d'indagare la verità del fatto. A questo fine venne mandato sulla terra l'arcidiavolo Belfagor, sotto forma d'uomo, con 100,000 ducati, a prender moglie. Egli sposò in Firenze una tale Onesta, figlia d'Amerigo Donati; e subito la superbia, lo spendere, i modi, i parenti di lei lo ridussero alla disperazione ed alla miseria. Perfino alcuni diavoli, che in forma di serventi aveva seco menati, preferirono tornarsene a stare nel fuoco all'Inferno. I creditori lo assediarono in modo, che finalmente si dovè dare alla fuga, per evitare la prigionia. Inseguito da essi, dai magistrati, dal popolo, fu nascosto e salvato da un contadino, al quale promise, per gratitudine, d'arricchirlo. Gli disse in fatti, che quando avesse sentito parlare di qualche donna spiritata, indemoniata, fosse pur venuto a trarlo fuori, che esso, per dargli occasione di grosso guadagno, se ne sarebbe andato via. E così per ben due volte s'avverò il caso, con grande fortuna del contadino. La seconda volta però il diavolo, che era entrato nella figlia del re di Napoli, gli disse: Bada che questa sia l'ultima volta, che tu vieni a cavarmi di dove sono, perchè, se tu ritorni ancora, avrai a pentirtene amaramente. Ed il contadino, che allora ricevette da quel re la somma di 50,000 ducati, contento ormai dei guadagni fatti, voleva tornarsene a casa, a vivere tranquillo. Ma invece la fama del suo misterioso potere s'era diffusa per tutto, in guisa che trovandosi indemoniata la figlia del re di Francia, Luigi VII, questi ricorse a lui, e non accettò scuse. Il contadino dovè adunque provare la terza volta. Ma non s'era appena accostato alla figlia del Re, che il diavolo ricordandogli di quanto aveva già detto, minacciava di farlo pentire, se non andava subito via. E da un altro lato il Re, non volendo sentire ragione, lo minacciava nel capo. Messo così fra l'incudine ed il martello, il contadino ricorse all'astuzia. Ordinò che fosse nella piazza di Nostra Donna costruito un gran palco di legno, su cui dovevano sedere tutti i grandi baroni e prelati del Regno, e in mezzo della piazza un altare, su cui doveva prima celebrarsi la messa, poi esservi condotta la figlia del Re. In un canto dovevano trovarsi venti persone almeno, con trombe, corni, tamburi, cornamuse ed ogni altra sorta dei più romorosi strumenti, con ordine di sonare e correre verso l'altare, non appena il contadino avesse fatto un cenno, levando in aria il cappello. Tutto finalmente era pronto: i dignitari al loro posto, la piazza piena di popolo, la messa celebrata, la figlia del Re all'altare. Ma il diavolo minacciava sempre il contadino, e da capo lo avvertiva che, se non s'allontanava subito, qualche cosa di ben triste gli sarebbe seguìta. Questi allora fece il segno convenuto, levando il cappello, e senza indugio i sonatori s'avanzarono, facendo strepito grandissimo cogli strumenti. All'inaspettato romore, il diavolo, stupito, domandò al contadino: Che cosa è mai seguìto? Ohimè! gli rispose l'altro, è la moglie tua che viene a ritrovarti. A questo annunzio, senz'altro chiedere, il diavolo si dette a precipitosa fuga, tornandosene per sempre all'Inferno, a far fede dei pericoli e dei guai del matrimonio.[276]

Si pretese da alcuni, che con la sua piacevole novella il Machiavelli avesse voluto alludere ai tormenti che egli ebbe dalla sua Marietta; ma i fatti più noti e i documenti più accertati dimostrano chiara la insussistenza della pretesa allusione. La Marietta, come abbiam visto, fu sempre una buona moglie, e, se mai, poteva piuttosto fare rimproveri al marito, che meritarne da lui.[277] Vi fu ancora chi pretese, che della novella non fosse autore il Machiavelli, perchè un'altra compilazione, non molto diversa, ne venne alla luce col nome di monsignor Giovanni Brevio, nel 1545. I Giunti però la pubblicarono nel 1549, nella sua forma primitiva, col nome del Machiavelli, dichiarando di volerla così restituire «come cosa propria al fattor suo, essendo stata usurpata da persona che ama farsi onore degli altrui sudori.»[278] L'autografo di essa fu poi trovato nella Biblioteca Nazionale di Firenze,[279] il che pose termine alle dispute, giacchè le prove intriseche, cavate dallo stile e dalla lingua, erano già tutte in favore del Machiavelli. Egli non fu certo l'inventore del soggetto, che si trova già nei Quaranta Visiri, libro turco, derivato da fonte araba, e questa da indiana.[280] Il racconto venne dunque, per tradizione orale, se non scritta, dall'Oriente in Italia, e fu dal Machiavelli narrato nella sua novella, imitata poi dal Brevio, da Doni, dal Sansovino, da G. B. Fagiuoli e da altri. Fra di essi è da citarsi anche il La Fontaine, che riuscì in questa imitazione meglio assai che nel racconto imitato dalla Mandragola. Una novella molto simile è oggi popolare anche fra gli Slavi del Sud.[281]

Ricorderemo ora solamente il titolo d'alcuni altri brevissimi scritti del Machiavelli, che hanno poca o nessuna importanza. I Capitoli per una bizzarra compagnia[282] non sono che uno scherzo da ridere. L'Allocuzione fatta da un magistrato nell'ingresso dell'ufficio[283] non contiene altro che alcune considerazioni generali sulla giustizia, pel benessere degli Stati, con una lunga citazione dalla Divina Commedia sullo stesso argomento. Sembra il principio d'un qualche esercizio letterario, appena abbozzato. Nè molto diverso è il Discorso morale,[284] che pare scritto per essere letto in una delle tante confraternite religiose che v'erano allora a Firenze, ed espone, con una devota unzione, non scevra di certa velata ironia, l'obbligo ed i benefizî della carità verso il prossimo, della obbedienza verso Dio. Nè occorre fermarsi oltre su di ciò.

CAPITOLO XII.

Le Istorie fiorentine. — Il primo libro o la introduzione generale.

Quando il Machiavelli si pose a scrivere le Storie, vi erano in Firenze due scuole di storici, quella, cioè, di coloro che continuavano sempre nella via tenuta dal Villani, e gli eruditi, che avevano preso una direzione affatto diversa. Cronache, Annali, Prioristi, Diarî, che registravano giorno per giorno i fatti seguìti, se ne scrivevano allora molti, e l'uso n'è rimasto in Toscana fino anche ai nostri giorni, presso alcune famiglie. Nessuno di questi lavori però riusciva più, nel tempo di cui discorriamo, ad avere una reputazione letteraria. Il Tumulto dei Ciompi di Gino Capponi, le Istorie di Giovanni Cambi, quelle dello Stefani, il Diario di Biagio Buonaccorsi e molti altri simili scritti sono dicerto sorgente preziosa di notizie, ma come opere d'arte valgono assai poco. Da un pezzo quindi primeggiavano già gli eruditi, che avevano messo nell'ombra i cronisti, e, seguendo una via nuova, trovarono imitatori in tutta Italia. Ormai solo gl'ingegni minori, e quelli che non facevano professione di lettere, osavano seguire la vecchia strada. I principali rappresentanti fra gli storici eruditi erano stati a Firenze Leonardo Aretino e Poggio Bracciolini, che godevano ancora una grandissima fama. Essi, come abbiam visto altrove,[285] scrivevano in latino ciceroniano; non si contentavano più di registrare giorno per giorno i fatti seguìti; volevano aggrupparli con arte, alla maniera di Tito Livio, che pigliavano a modello. Sprezzavano la cronica, perchè miravano alla dignità classica della storia; ma la facevano consistere nel dare ai fatti che narravano, grandi proporzioni; nel trasformare le più piccole scaramucce dei Fiorentini in battaglie strepitose. I loro personaggi vestivano la toga romana e, per sempre più imitar gli antichi, pronunziavano solenni discorsi che riuscivano retorici. Tale era il carattere generale di questi scrittori. Leonardo Aretino però faceva, pel suo raro ingegno critico, in non piccola parte, eccezione. È ben vero che egli dice d'essersi messo a scrivere, «perchè le gloriose opere del popolo fiorentino meritano d'essere tramandate ai posteri, e la guerra da essi sostenuta contro Pisa può essere paragonata a quella dei Romani contro Cartagine. Sgomenta però la difficoltà dell'impresa, e soprattutto la rozzezza dei nomi moderni, che sono restii ad ogni eleganza.»[286] E con tali parole sembrerebbe voler seguire la via di quasi tutti gli altri storici eruditi. Ma così non era, a causa appunto della originalità del suo ingegno.

Agli storici eruditi in generale mancava ogni spontaneità e vivacità, ogni colorito. E sotto questo aspetto riuscivano inferiori ai cronisti del Trecento ed anche a coloro che, nello stesso Quattrocento, per mancanza di cultura classica li imitavano. Chi, per esempio, legge le storie del Bracciolini, non si avvedrebbe che egli era stato segretario della Repubblica fiorentina. Giammai un aneddoto, un ritratto copiato dal vero, una descrizione di uomini o di luoghi personalmente veduti. E questo può dirsi un carattere generale degli eruditi. Essi però abbandonarono la via tenuta dai cronisti, i quali narravano cronologicamente i fatti, senza punto coordinarli fra loro. Gli eruditi invece, anche in ciò imitando gli antichi, li aggruppavano, li collegavano. Era però un collegamento più letterario e formale che logico. Ma questa unità letteraria e formale aprì la via alla unità intrinseca e logica.

Quelli che primi entrarono per questa via, iniziando così la critica storica, furono il Biondo e più specialmente l'Aretino. Essi vennero spinti a ciò dalla natura del loro ingegno, ed anche del soggetto che avevano impreso a trattare, perchè non si limitarono solo alla storia contemporanea; ma si occuparono molto di storia generale del Medio Evo. E questo doveva di necessità spingerli alla critica delle fonti.

Noi avemmo già occasione di notare che Flavio Biondo fu uno di coloro che iniziarono la critica storica nel tempo stesso che altri iniziavano la filologica e la filosofica. Egli in fatti non solo esamina la diversa credibilità degli autori; ma anche quando narra avvenimenti contemporanei dei quali ha avuto notizia da testimoni oculari, discute se questi erano in condizione da conoscere il vero e da volerlo fedelmente esporre. Qualche volta, perfino dall'esame di una frase popolare, sa cavare la prova della credibilità di alcuni avvenimenti storici.[287] Leggendo i suoi scritti si vede, come fu già osservato da altri, che la critica era allora nell'aria stessa che si respirava. Essa pareva qualche volta che nascesse spontaneamente prima quasi, che gli scrittori che la promovevano ne fossero del tutto consapevoli.

L'Aretino però che precedette il Biondo aveva maggiore ingegno ed originalità, più vasta dottrina e non minore spirito critico. Egli scrive che vuole non solamente narrare, ma anche esporre «le cagioni dei partiti presi e rendere giudizio delle cose accadute.»[288] Certo non sempre riesce nel suo intento; ma più di una volta apparisce come un precursore del Machiavelli, quasi un anello di congiunzione fra gli storici del secolo XV e quello del XVI. Dopo avere accennato agli Etruschi ed ai Romani, incomincia col dare uno sguardo alla storia generale del Medio Evo. Suo scopo è qui, egli lo dice chiaramente, di ricercare le origini storiche della città di Firenze, abbandonando le volgari e favolose opinioni (vulgaribus fabulosisque opinionibus rejectis).[289] Senza dubbio fu il primo (e gli fa grande onore) che abbandonò tutte quante le favolose e spesso puerili leggende, sulle origini della Città, leggende di cui le cronache, a cominciare dal Villani, sono piene. Si ferma invece a parlar di Firenze colonia romana. Così pure lascia da parte il racconto favoloso di Firenze distrutta da Totila e ricostruita da Carlo Magno, più di una volta correggendo il Villani, che è pure, nei primi libri la sua fonte principale. A differenza dal Bracciolini, egli non è contento di narrar solamente le guerre esterne, fermandosi spesso a parlare anche dei fatti interni di Firenze. E, quello che è anche più notevole, in questi casi non si contenta dei soli cronisti, ma ricorre anche ai documenti d'archivio, di che la sua opera dà spesso prove sicure. La storia speciale di Firenze incomincia col secondo libro e nei nove successivi è condotta fino al principio del secolo XV. Non ostante i suoi molti pregi, questa storia non riesce però, come abbiam già notato, a liberarsi da molti difetti degli umanisti, specialmente nei discorsi qualche volta interminabili che pone in bocca dei personaggi.[290]

Questi difetti sono assai più visibili nel Bracciolini, il quale, dopo avere accennato, in sei o sette pagine, gli avvenimenti seguìti fino al 1350, comincia a procedere più lento, fermandosi però sempre alla sola narrazione magniloquente delle guerre, che nella sua storia paion tutte guerre degli antichi Romani.[291] Egli scrive con assai minore critica dell'Aretino e con più fretta, ma con maggiore vivacità e spontaneità di forma latina. Questo bastò, perchè il suo libro avesse allora gran fama.

Ma la storia erudita decadeva al tempo del Machiavelli; l'Aretino ed il Bracciolini, che le avevano dato rinomanza, appartenevano ad un'altra generazione. La lingua italiana che era tornata in onore, il grande e continuo studio che degli avvenimenti politici avevano cominciato a fare gli ambasciatori e gli uomini di Stato italiani, rendevano necessario un altro modo di trattarla. Si voleva una storia scritta in italiano, che fosse ad un tempo eloquente, vivace e fondata sullo studio della realtà, sulla conoscenza dell'uomo e delle vere cagioni dei fatti, che dovevano essere fra loro logicamente connessi. La forma moderna, quella stessa a cui anche oggi tutti miriamo, doveva finalmente nascere. Per questa ragione, quando gli amici del Machiavelli trovarono nella sua Vita di Castruccio Castracani il nuovo stile storico, gli furono prodighi di lodi, e lo incoraggiarono a trattare anche questo genere.

Non dobbiamo però dimenticare, che allora il Guicciardini aveva già scritto la sua Storia fiorentina, della quale abbiamo altrove parlato.[292] E sebbene essa non sia che un lavoro giovanile, fino ai nostri giorni restato inedito in casa de' suoi eredi, e quindi ignoto a tutti, pure vi si ritrovano già i caratteri sostanziali di quel genere storico, che è una delle creazioni più originali degli Italiani del Rinascimento. Il circoscriversi, com'egli fece, alla narrazione d'avvenimenti che si possono dire contemporanei, ed il non avere del tutto abbandonato la divisione per anni, dimostrano, è vero, che nel suo scritto resta ancora qualche debole legame con la forma della cronica e degli annali. L'evidenza però e la precisione della narrazione sono maravigliose; grande è l'accuratezza delle indagini fatte anche su documenti originali. La connessione intrinseca degli avvenimenti, l'analisi del carattere degli uomini politici, l'esatta descrizione dei partiti e delle ambizioni personali, sopra tutto dell'azione esercitata dai principi, dai capi di parte e dalle passioni popolari sugli avvenimenti, danno a quest'opera giovanile un altissimo valore.

Il Machiavelli spezzò finalmente ogni legame colla cronica. Egli non conosceva l'opera del Guicciardini, a cui l'autore stesso, già troppo occupato negli affari, dava poca importanza: si direbbe quasi che la tenesse celata. Ricevuta, per favore del cardinale de' Medici, la commissione di scrivere le storie di Firenze, voleva incominciarla dal 1431. In quest'anno Cosimo il Vecchio era tornato potentissimo dall'esilio, e l'autorità dei Medici s'era potuta finalmente consolidare. Gli avvenimenti dei tempi anteriori erano stati già trattati dall'Aretino e dal Bracciolini, «duoi eccellentissimi istorici.»[293] Si dovette però ben presto accorgere, che essi «avevano parlato solo delle guerre esterne; ma delle civili discordie, delle intrinseche inimicizie e degli effetti che da quelle erano nati, avevano o taciuto o ragionato appena fugacemente. Ed in ciò essi errarono, perchè nessuna lezione è utile a coloro che governano, quanto quella che dimostra le cagioni degli odî e delle divisioni, massime in una città come Firenze, in cui le divisioni furono per numero infinite; portarono esili, morti, devastazioni, e pure non poterono impedire la prosperità della Repubblica, anzi pareva che l'aumentassero.» Come apparisce da ciò che abbiam detto più sopra non è esatto il dire che delle cose interne l'Aretino non si sia occupato. Di esse in ogni modo il Machiavelli si propose d'occuparsi; e questo costituisce il pensiero che informa e dirige i primi libri delle sue Istorie Fiorentine (a cominciare dal secondo), ne determina il carattere e la grande originalità, facendo di lui il vero fondatore della storia civile e politica. Non bisogna però credere che egli proceda sistematicamente, tutto sottoponendo ad un solo e medesimo concetto. La sua storia, scritta in più anni, ha carattere, nei suoi varî libri, diverso e mutabile. Spesso anche l'autore si lascia trascinare da simpatie o antipatie personali, che egli ha per alcuni uomini o fatti sui quali si ferma più lungamente.[294]

La sua opera è divisa in otto libri, che formano tre parti assai ben distinte fra di loro. Il primo è una introduzione generale sulla storia del Medio Evo, per cercare in esso le origini del Comune, e farsi un'idea chiara della nuova società formatasi dopo la caduta dell'Impero Romano. Questo libro, incominciando dalle invasioni barbariche, si distende fino ai primi del secolo XV, e si può esaminare come un lavoro a parte. I tre successivi narrano la storia civile, interna di Firenze, dalle origini fino al ritorno di Cosimo nel 1434. Gli ultimi quattro trattano gli avvenimenti seguiti dopo, fino al 1492, anno in cui morì Lorenzo il Magnifico. Ed in questi l'autore cambia nuovamente il suo metodo, giacchè sembra non avere più voglia di fermarsi ai fatti interni della Repubblica, i quali lo avrebbero obbligato ad esporre minutamente come fu dai Medici distrutta la libertà. Scrivendo per commissione del cardinal Giulio, al quale, quando fu papa, dedicò poi la sua opera, il Machiavelli doveva naturalmente rifuggire da un argomento, che non avrebbe potuto nè voluto trattare con la fredda impassibilità, di cui diè prova il Guicciardini nella sua Storia fiorentina. Si fermò quindi lungamente a parlare, invece, delle guerre esterne, che in quegli anni furono condotte da capitani di ventura, dei quali potè far conoscere tutta la malvagità, insieme con la inutilità delle loro armi, con i pericoli che da esse venivano agli Stati italiani. Seguono i Frammenti storici, che dovevano formare il libro nono, non mai compiuto.

Il primo libro è stato dai critici assai lodato, anzi esaltato. Si è voluto in esso vedere un concetto nuovo, originale, il primo tentativo di narrare, per sommi capi, la storia generale del Medio Evo; si è voluto anche trovarvi una grande erudizione, un ordine ammirabile, una esatta e nuova distribuzione, che pone in luce i fatti principali, trascurando sempre tutto ciò che è secondario, tale in sostanza che fu necessario, a chi trattò lo stesso soggetto, d'imitarla sempre.[295] Ma per mettere le cose a posto, bisogna innanzi tutto ricordarsi, che l'idea d'una storia generale del Medio Evo non era nuova. Una tale storia l'aveva già scritta in grandi proporzioni Flavio Biondo, ed anche Leonardo Aretino se ne era occupato nel suo primo libro, come dopo di lui fece ampiamente e di proposito il Machiavelli. E quanto alla erudizione, è pur forza riconoscere che dal Biondo egli la prese tutta, assai spesso compendiandolo, qualche volta anche traducendolo.[296] Molti errori di fatto sono dal primo senz'altro passati nel secondo, che dallo stesso originale imitò ancora quella che è la parte migliore nella distribuzione generale della materia, la quale più volte, invece, per sola sua colpa, disordinò a capriccio. Trattandosi però di raccogliere in sessanta pagine in ottavo tutto ciò che era contenuto in un grosso volume in foglio, l'imitazione non poteva mai oltrepassare certi confini. Nel Machiavelli v'è inoltre un nuovo concetto politico, generale, a cui il Biondo non avrebbe saputo mai sollevarsi, e che informa tutto questo primo libro, dandogli, come vedremo, un nuovo e grande valore. Ma discorriamo prima delle imitazioni.

Dette alcune brevi parole sulle invasioni dei barbari in generale, il Machiavelli narra che, dopo i Cimbri respinti da Mario, i primi invasori furono i Visigoti, i quali vennero da Teodosio disfatti per modo che si ridussero alla sua obbedienza, e sotto di lui militarono. Ma quando egli morì, lasciando eredi dell'Impero i figli Arcadio ed Onorio, Stilicone consigliò loro che negassero lo stipendio ai Visigoti; laonde questi, per vendicarsi, elessero a loro re Alarico, e saccheggiarono Roma. Tutto il racconto è qui imitato dal Biondo, da cui l'ultima parte è quasi tradotta.[297] E così si continua. Imitata dal Biondo è la narrazione del passaggio dei Vandali in Africa, chiamati colà da Bonifazio, che vi governava in nome dell'Impero. Dalla stessa fonte sono prese le strane ed erronee notizie che il Machiavelli ci dà sull'Inghilterra. Non è imitato il ritratto che fa di Teodorico; ma più di una frase dimostra chiaro che, nel disegnarlo, egli non aveva abbandonato del tutto il suo originale. E vi torna subito assai più da vicino quando arriva ai Longobardi, compendiandolo addirittura nel discorrere dei Greci, specialmente di Narsete e di Longino. Là dove poi il Biondo, uomo religiosissimo, si ferma a parlar lungamente dei papi e della loro storia, il Machiavelli lo abbandona, per accennar solo pochi fatti, e fermarsi invece a far molte osservazioni sue proprie. Anche quando arriva ai Comuni, ritroviamo nuovamente le tracce del suo originale. E così può dirsi ogni volta che si narrano fatti, e non si espongono considerazioni, le quali il Machiavelli non copiava, nè imitava mai da nessuno. Perfino la narrazione delle origini di Venezia, di cui fu tanto lodata, esaltata l'eloquenza, e che ha veramente lo stile proprio di lui, apparisce in più parti imitata dallo stesso modello. Basta paragonare i due autori, per convincersi di quanto abbiam detto.[298]

E neppure può dirsi meritata l'altra lode, che il Machiavelli cioè abbia saputo ordinare logicamente i fatti, e distinguere i principali dai secondari, fermandosi su quelli, per sorvolare appena su questi. Egli invece li ordina non già obbiettivamente, ma secondo alcuni suoi concetti generali, ai quali qualche volta artificiosamente costringe i fatti a servire. È assai evidente, che egli si ferma più a lungo, non su quelli che hanno una maggiore importanza propria, ma su quelli che valgono meglio a mettere in luce il suo pensiero dominante, trascurando spesso, in modo singolarissimo, ogni cosa che a tal fine non può servire. Da questi concetti adunque derivano così i pregi come i difetti dello scritto che ora esaminiamo. Quali siano poi questi concetti non occorrono molte parole a dimostrarlo. Essi si presentano da sè stessi, appena incominciamo la rapida e sommaria esposizione del libro.

Dopo avere accennato alle prime invasioni germaniche, alle cause ed origini di esse, il Machiavelli prosegue ricordando sommariamente la presa ed il sacco di Roma pei Visigoti di Alarico, le irruzioni degli Unni di Attila, dei Vandali di Genserico, per venire poi a quella di Odoacre re degli Eruli, che, «partitosi dalle sedi che teneva sul Danubio, prese il titolo di re di Roma, e fu il primo dei capi dei popoli, che scorrevano allora il mondo, e che si posasse ad abitare in Italia.»[299] Su tutto ciò cammina rapidissimamente. La prima figura che egli si fermi davvero a contemplare e descrivere con particolare amore, alla quale dà un grande rilievo, facendola giganteggiare nel principio della sua narrazione, è quella di Teodorico re degli Ostrogoti, che, dopo avere combattuto e vinto Odoacre, gli successe col titolo, egli dice, di re d'Italia, e cercò riordinarla, rispettando e ripristinando le istituzioni romane. Qui il Machiavelli si esalta, e non può passar oltre con la solita fretta, incontrandosi, come a dire, sulla soglia della sua storia, con una immagine vera e reale di quel Principe riformatore, da lui, in tutta la sua vita, vagheggiato. Ne resta perciò come affascinato. Ha sempre dinanzi a sè l'opera del Biondo; ma per meglio far corrispondere al suo ideale il personaggio reale che descrive, omette o attenua alcuni particolari, i quali ricordano troppo chiaramente che si tratta sempre d'un barbaro conquistatore, non di un liberatore. Dove il Biondo dice, che Teodorico non solo impedì ai Romani ed agl'italiani tutti di formar parte dell'esercito, ma anche di avere armi proprie, il Machiavelli dice: «accrebbe Ravenna, instaurò Roma, ed eccettochè la disciplina militare, rendè ai Romani ogni altro onore.»[300] E conchiude che, se le tante virtù, le quali esso ebbe nella pace e nella guerra, non fossero state, in sul fine della vita, macchiate da alcune crudeltà, come la morte di Boezio e di Simmaco, sarebbe la sua memoria in ogni parte degna di onore grandissimo. «Mediante la virtù e la bontà sua, non solamente Roma e Italia, ma tutte le altre parti dell'occidentale Imperio, libere dalle continue battiture che, per tanti anni, da tante inondazioni di barbari, avevano sopportate, si sollevarono, ed in buon ordine ed assai felice stato si ridussero.»[301]

Per far poi anche meglio grandeggiare e risplendere la figura del suo eroe, si ferma a descrivere con eloquenza i dolori e le calamità che prima di lui, cioè sotto Arcadio ed Onorio, l'Italia aveva sopportate. «Erano mutate,» egli dice, «le leggi, le lingue, i costumi; v'erano state la rovina ed il nascimento di molte città,» «le quali cose, ciascuna per sè, non che tutte insieme, fariano, pensandole, non che vedendole e sopportandole, ogni fermo e costante animo spaventare.... In tra tante variazioni non fu di minor momento il variare della religione, perchè, combattendo la consuetudine dell'antica fede coi miracoli della nuova, si generarono tumulti e discordie gravissime in tra gli uomini.» «Nè solo combatteva l'antica colla nuova religione, ma la cristiana, divisa e suddivisa in varie sètte e Chiese, era internamente lacerata.» «Vivendo adunque gli uomini intra tante persecuzioni, portavano descritto negli occhi lo spavento dell'animo loro, perchè oltre agl'infiniti mali ch'e' sopportavano, mancava a buona parte di loro di poter rifuggire all'aiuto di Dio, nel quale tutti i miseri sogliono sperare, perchè, sendo la maggior parte di loro incerti a quale Dio dovessero ricorrere, mancando di ogni aiuto e di ogni speranza, miseramente morivano. Meritò pertanto Teodorico non mediocre lode, sendo stato il primo che facesse quietare tanti mali, talchè per trentotto anni che regnò in Italia, la ridusse in tanta grandezza, che le antiche battiture più in lei non si riconoscevano.»[302] La cresciuta eloquenza dello stile rivela qui il grande entusiasmo dello scrittore.

Dopo la morte di Teodorico segue il dominio dei Greci, per opera di Belisario e di Narsete. Questi, sdegnato contro l'Imperatore greco, chiamò i Longobardi, che furono padroni d'Italia. Essi non la unirono, ma la divisero fra trenta duchi; e così non solo non riuscirono mai a dominarla tutta, ma dettero modo ai papi di farsi ogni giorno più vivi, mantenendola sempre divisa, per comandarvi a lor modo. In fatti, appena videro che, non ostante le loro arti, si trovavano alla mercè dei Longobardi, e non potevano sperare più aiuto dall'Imperatore greco, che era divenuto debolissimo, chiamarono i Franchi. «Dimodochè tutte le guerre che a questi tempi furono dai barbari fatte in Italia, furono in maggior parte dai pontefici causate, e tutti i barbari che quella inondarono, furono il più delle volte da quelli chiamati. Il qual modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi, il che ha tenuto e tiene l'Italia disunita ed inferma. Pertanto, nel descrivere le cose seguite da questi tempi ai nostri, non si dimostrerà più la rovina dell'Impero, che è tutto in terra; ma l'augumento dei pontefici e di quelli altri principati, che dipoi l'Italia infino alla venuta di Carlo VIII governarono. E vedrassi come i papi prima colle censure, dipoi con quelle e con le armi insieme, mescolate con le indulgenze, erano terribili e venerandi; e come, per avere usato male l'uno e l'altro, l'uno hanno al tutto perduto, e dell'altro stanno a discrezione d'altri.»[303] E questo è il secondo concetto che domina costantemente nel primo libro delle Storie. Da un lato il Principe riformatore, che tenta riunire l'Italia, sollevarla dai dolori e dalla miseria, renderla felice; da un altro i papi che, per mantenersi potenti, la tengono divisa, la risospingono nella sventura, e però sono dal Machiavelli abominati. Tutto ciò egli dice e ripete con eloquenza, con enfasi, in un libro scritto per commissione d'un papa, al quale lo dedica. Tale era veramente colui, che ci fu dipinto come astuto, finto, falso. Invece egli non seppe, non volle mai nascondere nè velare le sue convinzioni scientifiche o politiche, in nessun tempo, a chiunque rivolgesse la sua parola, per quanto potessero riuscire ingrate a chi lo ascoltava, ed anche pericolose a sè stesso, che del Papa aveva bisogno a poter continuare la sua opera, la quale per commissione di lui aveva cominciata. Fortunatamente anche la consuetudine dei tempi lo secondava, lasciando essa in tali materie ampia libertà di pensare e di parlare. Clemente VII infatti non si offese punto d'un così libero e severo linguaggio.

In ogni modo, il Machiavelli continuava inesorabile la sua narrazione, esponendo come i Franchi, chiamati che furono in Italia, vennero e fecero le ben note donazioni, che dettero origine al dominio temporale dei successori di S. Pietro. Carlo Magno fu coronato imperatore dal Papa, al quale egli aveva dato nuovo potere sulla terra. Alla sua morte, l'Impero, diviso prima tra i figli, passò in Germania, e l'Italia cadde in un periodo di grandissimo disordine, durante il quale si fecero varî tentativi per la creazione d'un re nazionale, tentativi che, non solo riuscirono vani, ma finirono col farla cadere sotto l'impero degli Ottoni, durante i quali cominciarono più tardi a sorgere i Comuni. Ed in questo mezzo i papi, fedeli sempre alle loro tradizioni, avidi sempre d'autorità, e di potere, tolsero al popolo romano prima il diritto di acclamare l'imperatore, poi quello di eleggere il capo della Chiesa, per dare finalmente essi l'esempio di deporre un imperatore. Ed allora alcuni presero le parti dell'Impero, altri del Papato, «il che fu seme degli umori guelfi e ghibellini, acciocchè l'Italia, mancate le inondazioni barbare, fosse dalle guerre intestine lacerata.»[304]

Nel parlare della grande contesa tra il Papato e l'Impero, cominciata con Arrigo II imperatore ed Alessandro II papa, continuata sotto Gregorio VII, il Machiavelli si ferma poco o punto ai particolari, non ricorda neppure il nome di questo grande pontefice; ma accenna in generale alla superbia, alla pertinacia e fortuna dei papi, alla umiliazione da essi inflitta in Canossa all'Imperatore, dopo di che trovarono nuovi aiuti nei Normanni, che avevano fondato il reame di Napoli, ed erano molto ossequenti alla Chiesa. Tutto questo però, egli dice, non bastò loro, perchè i papi meditavano sempre cose nuove. Urbano II, che era in Roma odiato, non gli parendo essere abbastanza sicuro fra le divisioni d'Italia, si volse ad una generosa impresa. Andò in Francia a predicare la Crociata contro gl'infedeli, e tanto accese gli animi, che fu deliberata la guerra contro i Saraceni in Asia, «dove molti re e molti popoli concorsero con danari, e molti privati senza alcuna mercede militarono. Tanto poteva allora negli animi degli uomini la religione, mossi dall'esempio di quelli che ne erano capi.»[305] E se questa volontà del Papa è la sola causa delle Crociate, le conseguenze generali e molteplici del grande avvenimento riduconsi, secondo il Machiavelli, alla istituzione dell'ordine dei Templari, di quello dei Cavalieri Gerosolimitani, e ad alcune conquiste in Oriente. «Seguirono in vari tempi vari accidenti, dove molte nazioni e particolari uomini furono celebrati.»[306] Ecco tutto.

E qui si presenta a noi un'altra considerazione. Non solamente le Crociate, ma tutti quanti i più grandi avvenimenti storici hanno pel Machiavelli una causa individuale, personale. I Visigoti vengono in Italia sotto Alarico, per tradimento di Stilicone; i Vandali vanno di Spagna in Africa, perchè chiamati da Bonifazio, di cui Ezio aveva provocato la destituzione; e vengono in Italia chiamati da Eudossia, che voleva vendicarsi; i Longobardi vengono, perchè Narsete persuade Alboino loro re a fare la nuova impresa; e così le Crociate sono provocate, cominciate quasi per capriccio d'Urbano II. Le cagioni e le conseguenze generali, impersonali di tutti questi fatti scompaiono sempre nelle Storie del Machiavelli. Perchè egli si occupi della religione, bisogna che essa diventi una istituzione, una Chiesa, o si personifichi in un papa; perchè si occupi della civiltà, bisogna che assuma la forma di legge, di Stato, di governo o di un grande personaggio politico. E come nel Principe e nei Discorsi egli dà al suo legislatore una potenza illimitata, rendendolo capace di fondare a suo arbitrio o distruggere una repubblica, una monarchia, un governo qualunque, per dar luogo ad un altro, così nelle Storie la volontà, l'energia e l'intelligenza individuale sono per lui la causa unica di tutti i più notevoli avvenimenti. E i grandi uomini che ne son gli autori, non vengono educati, formati, ispirati dal popolo; non ricevono da questo la propria forza; ma sono essi, invece, che gl'impongono la loro volontà, gl'infondono il loro pensiero, gli dànno quasi la propria forma. Qui è la chiave che ci schiude ad un tempo il segreto del suo sistema storico e del suo sistema politico. Di certo la leggenda medioevale aveva già prima immaginato queste spiegazioni personali dei fatti storici anche più generali. Ma pel Medio Evo l'uomo era sempre un cieco strumento nella mano della Provvidenza, che guidava popoli, capitani, imperatori e papi, e con essa tutto si spiegava. Per gli eruditi del secolo XV la Provvidenza, invece, era scomparsa del tutto dalla storia, e la leggenda si trasformò in spiegazioni affatto personali. Di esse abbonda già l'opera del Biondo, che il Machiavelli aveva dinanzi; ma egli le riunì facendone addirittura il suo sistema storico, su cui fondò il suo sistema politico. L'uno e l'altro derivano dalla medesima sorgente, da uno stesso modo di concepire l'uomo e la società; sono quasi le due facce sotto cui ci apparisce il suo concetto fondamentale. La sua storia inoltre, anche in ciò simile alla sua politica, poco o punto si occupa di lettere, di arti, di commercio, d'industria, di religione, di questioni sociali. Si occupa solo di chi vince e di chi perde, sia nella guerra, che nella lotta dei partiti; si occupa dei mezzi con cui la vittoria si ottiene, delle cause che producono la disfatta; ma soprattutto dello Stato e di coloro che lo fondano, lo modificano o lo distruggono. Gli altri problemi, le altre attività dell'uomo e della società, le altre considerazioni gli sono quasi del tutto indifferenti.

Continuando la sua narrazione, il Machiavelli accenna assai brevemente alla lotta dei Comuni contro Federigo Barbarossa, ed all'aiuto che essi ricevettero allora dal Papa. Si ferma invece più a lungo a parlare del giudizio, al quale papa Alessandro III sottopose il re Arrigo d'Inghilterra, «giudizio cui un uomo privato si vergognerebbe oggi sottomettersi.»[307] E poi torna al solito a parlare delle arti e della politica dei papi, narrando come, estinta la famiglia dei Normanni di Napoli, non potendo essi prendere per sè il Reame, lo fecero occupare dagli Hohenstaufen. E dopo avere accennato a Federigo II, senza dir nulla della parte grandissima che egli ebbe nel promuovere la cultura, si ferma invece a narrare come i papi, sempre inquieti e gelosi, chiamarono contro i discendenti di lui Carlo d'Angiò, cui dettero l'investitura del Reame. E quando l'Angioino, che fu colle sue armi vittorioso, divenne anche Senatore di Roma, e parve perciò ad essi troppo potente, subito gli chiamarono contro Rodolfo imperatore. «Così i pontefici ora per causa della religione, ora per loro propria ambizione, non restavano di chiamare in Italia umori nuovi, e suscitare nuove guerre; e poichè eglino avevano fatto potente un principe, se ne pentivano e cercavano la sua rovina, nè permettevano che quella provincia, la quale per loro debolezza non potevano possedere, altri la possedesse. E i principi tremavano, perchè sempre, o combattendo o fuggendo, quelli vincevano.»[308] E così i papi, per la loro smodata ambizione, fecero sempre più peggiorare le cose d'Italia. Niccolò III (1277-81) fu poi il primo che iniziò il nepotismo, e subito dopo i suoi successori passarono anche in ciò ogni confine. «Laonde, come da questi tempi indietro non s'è mai fatta menzione di nipoti o di parenti di alcuno pontefice, così per l'avvenire ne fia piena l'istoria, tanto che noi ci condurremo ai figliuoli, nè manca altro a tentare ai pontefici, se non che, come eglino hanno disegnato insino ai tempi nostri di lasciarli principi, così per l'avvenire pensino di lasciare loro il papato ereditario.»[309] E procederono tanto oltre nella loro ambizione, che Bonifazio VIII volse contro i Colonnesi, suoi nemici, le armi spirituali insieme con le temporali. «Il che, sebbene offese alquanto loro, offese assai più la Chiesa, perchè quelle armi, le quali per carità della fede avevano virtuosamente adoperate, come si volsero per propria ambizione ai Cristiani, cominciarono a non tagliare. E così il troppo desiderio di sfogare il loro appetito, faceva che i pontefici a poco a poco si disarmavano.»[310]

Gli altri avvenimenti politici, anche se di grandissima importanza, come ad esempio i Vespri Siciliani, le discordie dei Guelfi e dei Ghibellini, le vicende nel Napoletano, sono appena accennati, per parlar sempre di quei fatti che in qualche modo potevano valere a giustificare le simpatie o antipatie politiche dell'autore, a confermare le sue teorie. Così sempre più chiaro apparisce, che egli non mirava punto ad un ordinamento obbiettivo dei fatti, secondo il loro intrinseco valore, nè quindi poteva riuscirvi. Il suo scopo, invece, è costantemente quello di ritrovare nella storia la conferma del suo concetto politico, il che non gli era difficile, avendolo da essa la prima volta cavato, nè essendo egli molto scrupoloso nella esattezza dei minuti particolari. Assai rapidamente parla ancora del viaggio d'Arrigo VII in Italia, e delle molte conseguenze che ne derivarono; e si ferma invece lungamente a descriverci le arti, le astuzie, le perfidie con cui i Visconti, specialmente Matteo, s'impadronirono di Milano, cacciandone i della Torre. E colorisce a suo modo questi fatti, nei quali ritrova da capo le arti del Principe nuovo, argomento di cui, direttamente o indirettamente, non si stanca mai di parlare. Più innanzi, dopo aver narrato altri avvenimenti, il Machiavelli dà, non si sa come nè perchè, un gran passo indietro, per raccontarci le origini di Venezia. E poi da capo incontra un personaggio che lo induce a fermarsi, e questi è il tribuno Cola di Rienzo, che se avesse finito come aveva cominciato, sarebbe stato un altro degli uomini da lui più ammirati. Ed infatti comincia subito a parlarne con entusiasmo, per poi abbandonarlo con disprezzo, appena lo vede, senza ragione, disertare la bene iniziata impresa di ricostituire la repubblica romana.[311] Continua descrivendo i disordini d'Italia; lo scisma della Chiesa; il trasferimento della sede in Avignone ed il suo ritorno a Roma; i Concilî di Pisa e di Costanza; le ambiziose mire dei Visconti, massime di Giovanni Galeazzo; le strane vicende di Giovanna II di Napoli; le imprese militari dello Sforza, di Braccio di Montone e degli altri condottieri italiani, i quali egli, fin da questo momento, ci dice che furono la rovina della patria e delle sue armi.

E finalmente, dopo avere enumerato i principi e gli Stati, che nel secolo XV tenevano divisa l'Italia, il Machiavelli conchiude: «Tutti questi principali potentati erano di proprie armi disarmati. Il duca Filippo,[312] stando rinchiuso per le camere, e non si lasciando vedere, per i suoi commissarî le sue guerre governava. I Veneziani, come e' si volsero alla terra, si trassero di dosso quelle armi, che in mare gli avevano fatti gloriosi, e seguitando il costume degli altri Italiani, sotto l'altrui governo amministravano gli eserciti loro. Il Papa, per non gli star bene le armi in dosso, sendo religioso, e la regina Giovanna di Napoli, per essere femmina, facevano per necessità quello che gli altri, per mala elezione, fatto avevano. I Fiorentini ancora alle medesime necessità ubbidivano, perchè, avendo per le spesse divisioni spenta la nobiltà, e restando quella repubblica nelle mani della mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortuna degli altri.» «Erano adunque le armi d'Italia divenute mercenarie, in mano di condottieri che ne facevano mestiere, e che, alleatisi per comune interesse, avevano ridotto la guerra a un'arte in cui nessuno vinceva. Finalmente» «la ridussero in tanta viltà, che ogni mediocre capitano, nel quale fosse alcuna ombra dell'antica virtù rinata, gli avrebbe con ammirazione di tutta Italia, la quale, per sua poca prudenza gli onorava, vituperati. Di questi adunque oziosi principi e di queste vilissime armi sarà piena la mia istoria, alla quale prima che io discenda, mi è necessario, secondo che nel principio promisi, tornare a raccontare dell'origine di Firenze.»[313] E di qui infatti comincia il secondo libro, che è veramente il primo della storia fiorentina.