Chi da Napoli muove verso Nola per la consolare delle Puglie, dopo San Pietro a Patierno e Taverna Nova[1] incontra Pomigliano d'Arco[2], capoluogo di mandamento, e sede di una frazione del Collegio Elettorale di Afragola nel circondario di Casoria[3]. Ecclesiasticamente, Pomigliano, divisa nelle due Parrocchie di San Felice in Pincis e di Santa Maria delle Grazie, dipende dal Vescovo di Nola. Una canzone popolare testimonia dello affetto, che le portano i nativi:
Non è terra celebre nella storia, sebbene abbia sofferto anch'essa delle tante vicende delle provincie meridionali. Ne' Diurnali di Giacomo Gallo, pubblicati con prefazione e note da Scipione Volpicella, io la trovo mentovata due volte:—«A dì XII d'ottobre M.CCCC.XCV et fu lunedì, lo signor Re, sentendo, che li nemici se ne tornavano, Sua Maestà ordinò la sua gente, et esso di persona andò. Et furono cinquecento huomini d'arme pagati, cinquecento fra cavalli leggieri et alabastrieri a cavallo, et cinquemila fanti tutti pagati, che erano tante le lanze longhe ed altre cariche, che pareva uno grandissimo cannito. Ma non dico l'altra gente, che andò da ogne parte, che furo stimati con li villani tutti uniti vintimila persone,.. et li nemici ammazzaro trecento persone a Pomigliano...»—«A dì XV detto, fu giovedì, venne nova come li nemici erano sopra la montagna di Lauro; et loco stettero una notte; et li villani di Lauro et Furino li seguitavano di tale maniera, che lassaro tutti li cariaggi, robbe et cavalli, che portavano; et questi villani ne rimasero ricchi, quanto quelli di Pumigliano ne rimasero sfatti tutti...»—Anche nel M.DCC.XCIX, Pomigliano d'Arco, (che non va confusa con Pomigliano d'Atella, la quale è nel medesimo circondario e nello stesso collegio elettorale, ma nel mandamento di Frattamaggiore) ebbe a soffrire stragi ed incendî per opera de' franzesi, a' quali volle opporsi con più animo che senno.
Giambattista Basile la ricorda nel Pentamerone; e nel Trattenimento X della Giornata II parla di Cola Jacovo Aggrancato, de Pomegliano, marito de Masella Cernecchia de Resina, ommo ricco comme a lo maro, che non sapeva chello, che sse trovava, tanto ch'aveva 'nchiuso li puorce e teneva paglia fi' a ghiuorno. Il cognome Aggrancato, se pur mai c'è stato, del che dubito forte, ora certo non esiste più in Pomigliano d'Arco, nè, ch'io sappia, altrove. Vero, è che il Pigro soggiunge, che Cola Jacopo n' aveva figlie, nè fittiglie.
Giordano Bruno, che avea dovuto spesso transitarvi, recandosi dalla patria a Napoli e di Napoli nella città natia, la ricorda; e così fà narrare nel Candelajo al suo Barra una truffa commessavi[6]:—«Ma io, che non sò tanto di Rettorica, solo soletto senza compagnia, l'altr'hieri venendo da Nola per Pumiglano, dopoi ch'hebbi mangiato, non hauendo tropo buona phantasia di pagare; a dissi al tauernaio: Mes. hosto, uorrei giocare.—A qual gioco, disse lui, uolemo giocare? cquà hò de tarocchi. Risposi: A questo maldetto gioco non posso vencere, per che hò vna pessima memoria. Disse lui: Hò di carte ordinarie. Risposi: Saranno forse segnate, che voi le conoscerete: hauetele, che non sijno state anchor adoperate? Lui rispose de non. Dumque pensiamo ad altro gioco.—Ho le tauole, sai?—Di queste non so nulla.—Hò de scacchi, sai?—Questo gioco mi farebbe rinegar Christo.—All'hora gli venne il senapo in testa: A qual dumque diauolo di gioco vorai giocar tu? Proponi. Dico io: A stracquare a pall' e maglo. Disse egli: Come à pall' e maglo? Vedi tu cqua tali ordegni? Vedi luoco da posserui giocare? Dissi: A la mirella.—Questo è gioco da fachini, bifolchi et guardaporci.—A cinque dadi[7]?—Che diavolo di cinque dadi? Mai vdiui di tal gioco. Si vuoi, giocamo à tre dadi. Io gli dissi, che à tre dadi non posso hauer sorte. Al nome di cinquantamila diauoli! disse lui, si vuoi giocare, proponi un gioco, che possiamo farlo et voi et io. Gli dissi: Giocamo à spaccastrommola.—Và, disse lui, che tu mi dai la baia: questo è gioco da putti; non ti vergogni?—Hor sù dumque, dissi, giocamo à correre.—Hor questa è falsa, disse lui. Et io soggionsi: Al sangue dell'Intemerata, che giocarai.—Vuoi far bene? disse. Pagami; et, si non vuoi andar con dio, va col prior de diauoli. Io dissi: Al sangue dette scrofole, che giocarai.—Et che non gioco? diceva. Et che giochi? dicevo. Et che mai mai vi giocai!—Et che vi giocarrai adesso?—Et che non voglo!—Et che vorrai? In conclusione, comincio io à pagarlo co le calcagne, ideste a correre. Et ecco, quel porco, che poco fà diceua, che non volea giocare, et giurò, che non volea giocare, et giocò lui et giocorno dui altri sui guattari, di sorte che, per un pezzo correndomi appresso, mi arriuorno et giunsero co le voci. Poi ti giuro per la tremenda piaga di s. Rocco, che nè io l'ho più vditi, nè essi mi hanno più visto.»—
Non mi si rimprovererà, di aver riferito questo brano della stupenda commedia del Nolano, come di cosa estranea al tema di una prefazione ad una raccolta di novelle popolari, per poco che si rifletta, la truffa di Barra non essere invenzione del Bruno, anzi una facezia popolare, che tuttora si racconta, e che altri scrittori hanno narrato e prima ed anche dopo di lui; e tali fra questi ultimi, che forse non ne conoscevano neppure il nome e gli scritti certo no. Negli Ozii Poetici | di | Michele Zezza. || Napoli 1816. | Nella tipografia della Società Filomatica, | Con licenza dei superiori, (serie di novellette ristampata nelle Opere | poetiche | di | Michele Zezza | Vol. IV || Napoli 1818. | Nella tipografia della Società Filomatica), v'ha un racconto, La scommessa, che in parte concorda con questo del Bruno ed in parte con quello di Alessandro di Girolamo Sozzini:—«Iacomo, soprannominato Scacazzone, disse a un oste, che gli desse una ceffata e gli rendesse il resto, perchè non aveva denari.»—Essendo gli scritti del Zezza irreperibili in commercio, non sarà forse discaro al lettore di averne qui trascritto il racconto, per paragonarlo con la versione del Bruno.
La medesima facezia era stata raccontata prima di Giordano Bruno, anche da Ludovico Domenichi (morto a' XXIX d' Agosto M.D.LXIV.):—«Capitò un fantaccino svaligiato a un'osteria di queste, che sono sopra le pubbliche strade. Il quale, avendo più appetito che soldi, nè potendo più tolerare, si pose a tavola, facendosi abbondantemente dare da mangiare, come fatto averia un ricco gentiluomo, con tal pensiero, che, convenendogli di venire a rottura con l'oste, che e' fusse a più suo vantaggio, venirci per aver ben mangiato, che per il poco. Approssimandosi il fine del desinare, cominciò il fantaccino a fare una ricercata, per tentare, s'egli, col mezzo delle buffonerie, potesse pagare lo scotto; parlando in cotal modo: Ditemi per cortesia, M. Oste, che pena è posta, in questo contorno, a uno, che, con un pugno, percotesse un altro sul viso? A cui l'oste rispose, che vi era pena uno scudo. Onde il fantaccino soggiunse: Datene uno a me et rendetemi il resto, ritenendovi il prezzo del desinare. Ma l'oste, che non faceva capitale di simile merce, gli rispose bravando: A te converrà al tuo dispetto pagarmi con denari et non con buffonerie. A cui il fantaccino, conoscendo che egli non averebbe introito per quella porta, si rivoltò ad aprirne un'altra, dicendo: Oste, tu mi parli molto brusco, come se tu fossi un Orlando et io un vilissimo poltrone. Ma, tal qual tu ora mi vedi, e' mi basta l'animo di farti correre un pezzo. A cui l'oste, vinto da maggiore ira, disse: che non conosceva, che egli nè altri fussero atti a farlo mover di passo. Et sopra il sì et no offerendo il fantaccino di fare solamente scommessa dello scotto, fu dallo iracondo oste con poca considerazione accettata. Il fantaccino, avendo già finito il desinare, saltò subito in piedi; et senza indugio uscito di casa, quasi che avesse voluto porre mano a' sassi, si mise a correre quanto e' poteva menare le gambe. Laonde l'oste, essendo stato alquanto sospeso, finalmente ei prese risoluzione di seguitarlo, per non rimanere gabbato del prezzo del desinare. Et doppo un grande spazio di carriera, sentendo il fantaccino d'esser raggiunto, si fermò dicendo: Oste, tu hai perduto la scommessa, avendoti io fatto correre così grande spazio di strada. Il che sentito dall'oste, rivolgendo l'ira in riso, lo licenziò senza costo. Tanto più, che il fantaccino affermava, sè non avere un minimo denajo per satisfare l'oste. (Il quale oste fece del bisogno virtù.)»—Il Nolano non ha dovuto, parmi, aver cognizione di questa versione del Domenichi.
Di scrittori nati in Pomigliano d'Arco vanno mentovati l'Antignano, autore di canzonette spirituali nel seicento ed il cav. Felice Toscano, scrittore di trattati filosofici, contemporaneo[10].
I racconti seguenti vennero raccolti diligentemente in Pomigliano d'Arco stessa dalla signorina Rosina Siciliano. Fanno parte di una numerosa collezione e ne formano quasi un saggio, giacchè, secondo noi, questo volumetto dovrebbe essere seguito da parecchi altri. Ecco perchè questa serqua di racconti è stata scelta in modo da rappresentare generi diversi e di dar quasi un'idea di tutto il materiale tradizionale. Le varianti di Bagnoli-Irpina mi furno mandate da Michele Lenzi, egregio pittore; le avellinesi mi sono state somministrate dalla signorina Clelia Soldi, insieme con altre parecchie; e le montellesi sono desunte da una raccolta di centoventi conti, della quale mi ha fatto dono il commendator Scipione Capone. La variante novolese del decimoprimo mi venne mandata dalla signora Domenica Gioja nata Pisanelli; un'altra filastrocca leccese dal Duca Sigismondo Castromediano; una novella toscana dal prof. avv. Ghepardo Nerucci, l'altra dal dottor Giuseppe Pitré. Gli esempi milanesi ho raccolti io stesso. Avellino (come tutti sanno) è capoluogo del Principato Ulteriore; e Montella e Bagnoli sono comuni della stessa Provincia, distretto di Ariano. Novoli è in Terra d'Otranto.
In quanto alla grafia, abbiamo tentato di rendere esattamente la pronuncia. I conti di Pomigliano d'Arco, li ho letti e riletti, fin sulle bozze, a persone del paese, modificando la scrittura, perchè meglio ritraesse la pronuncia: i poveri stampatori e correttori, che si vedevan giungere le pruove stranamente ricamate, possono attestare con quanto zelo e coscienza si sia lavorato. Per gli altri comuni ho dovuto attenermi strettemente a' manoscritti de'raccoglitori. In Pomigliano, Montella, ed Avellino i dialetti sono poco diversi tra loro e poco di versi dal napolitano propriamente detto. In Novoli si parla uno idioma leccese. Ho creduto di dover seguire anche stavolta le norme adottate nel mio Saggio di Canti popolari delle provincie meridionali. Considerando quindi ogni vocabolo vernacolo come alterazione della voce etimologicamente corrispondente nello Italiano aulico, indico con un apostrofo ogni aferesi ed ogni apocope, ancorchè il vocabolo nel dialetto esista solo in quella forma apocopata od aferizzata. Mi sembra, che, in tal modo, ne sia facilitata l'intelligenza al lettore e si ottenga di distinguere parole, che suonano press'a poco identicamente, sebbene diversissime di significato, esempligrazia 'no (uno, articolo indeterminato) no (no) e no' (non); 'sse (queste) e sse (sè); 'sta (questa) e stà' (stare) eccetera. Le consonanti iniziali di molti vocaboli si pronunziano, appunto come in Italiano, quando scempie e quando doppie, secondo il valore tonico della sillaba precedente. Alcuni, anzi i più scrittori in dialetto han quindi stimato opportuno di raddoppiarle talvolta, consuetudine acerbamente ripresa dal Galiani. Conoscendo per pruova, quanto cosiffatti raddoppiamenti perturbino la vista e confondano le mente, li abbiamo soppressi; reputando, non essercene maggior bisogno ed utile nello scrivere il dialetto, di quel, che ce ne sia nello scriver lo Italiano comune; e conservando il raddoppiamento iniziale, solo nelle parole, in cui è costante per ragioni etimologiche od altre, come in lloco, (là) che viene da in loco. La s impura ha ne' vernacoli, quando il suono dello sh inglese, ch francese e sch tedesco; e quando no. I raccoglitori hanno trasandato di distinguere i due suoni ortograficamente; ed ho quindi dovuto lasciarli indistinti ancor' io, non senza rincrescimento. Ma mi consola il riflettere, che quel suono grasso non è d' uso costante e che vien considerato sempre come un difetto di pronunzia, sicchè nessuno ha mai curato di distinguerlo nella scrittura. Nè potrebbe distinguersi ammodo senza adoperar qualche strano nesso, il quale annasperebbe la vista a' leggitori, o senza introdurre un nuovo carattere. Molti dialetti hanno pure essi un'ortografia solita, stabilita, consuetudinaria, come la lingua aulica, nè può saviamente riformarsi tutta a priori, secondo i consigli della scienza. Anche in Italiano, parecchie lettere hanno quando un suono e quando un altro; e per riparare allo sconcio bisognerebbe accrescer lo alfabeto di altri dodici segni circa almeno. Il dh indica un suono speciale leccese, che altri figura col nesso ddr ed altri tagliando con trattolini orizzontali le aste de' dd. Giustificheremo alcune altre peculiarità ortografiche a mano a mano, che se ne presenteranno gli esempi. Debbo confessare, che, ned il Capone ned il Castromediano approvano questo mio sistema ortografico; ripudiano gli apostrofi; conserverebbero i raddoppiamenti delle consonanti iniziali. Ma le loro ragioni non mi hanno persuaso e mi sono ostinato a fare, per questa parte, a mio modo. Sarebbe inutile esporre qui le ragioni loro e le mie. Del resto un sistema ortografico dev'esser sempre giudicato più dal punto di vista pratico, che dal razionale.
Le noterelle poi saranno di due specie. Alcune mitologiche, nelle quali indicherò i riscontri Italiani, che mi sovverranno alla memoria, trascrivendone un certo numero, quelli cioè, letterarî o popolari, che sono desunti da novellieri o da raccolte meno facili a trovarsi in commercio. Forse avremmo fatto meglio a trascriverli tutti (ma ci trattenne paura d'ingrossar troppo il volume) ben sapendo quanto torni comodo ed utile, l'aver così tutte le varianti d'una tradizione raccolte insieme. Le altre noterelle saranno filologiche, in cui spiegherò alcune forme grammaticali od alcuni vocaboli, studiandomi sempre di aggiungere qualche esempî, cavati dagli scrittori vernacoli; non foss' altro, per invogliare a leggerli. Sì le une che le altre sarebbero state più abbondanti e forse migliori, in numero più spesse, in stil più rade, se non mi fossi trovato a far questo lavoro in campagna, e quindi costretto a contentarmi di soli pochissimi libri miei, senza neppur modo di ricorrere alle biblioteche pubbliche o private più ricche, e quel, ch'è peggio, distratto da ufficî amministrativi e da lotte elettorali politiche. Avrei riparato durante la stampa, se questa non avesse avuta luogo in massima parte nel periodo di vergogna nazionale, che tutt'ora dura; nel quale, l'animo esulcerato dal vedere ministri i Luciani ed i De-Mata, nel vedere profanato il santuario dello stato da una genia ribalda di camorristi, nel vedere l'Italia e la Monarchia venute in man degli avversarî loro, non mi lascia attendere serenamente agli studî. Dirò anch'io, in principio di queste annotazioni, quel, che Monsignor Bottari diceva delle sue alle Lettere di Fra Guittone:—«Queste note avranno senza fallo bisogno di tutto il vostro compatimento, cortesissimi Lettori; e lo incontrerebbero, son certo, se sapeste come e quando mi è stato forza di farle; ma il qui narrarlo nulla rileva; e forse sarebbe creduta da alcuni una delle solite cantafavole e consuete querule scuse degli autori, per cui con la strettezza del tempo o con la moltiplicità d'altri diversi affari tentano di ricoprire i proprî difetti. Questo compatimento voglio piuttosto implorarlo ed eziandìo sperarlo, dalla vostra discretissima benignità e gentilezza, che da altre scuse e ragioni, quantunque solide e vere e non mendicate».—E qui mi occorre ringraziare il cav. Giovanni Papanti, il quale s'è benignato di trascrivere per me di proprio pugno la novella del Malaspini, che ristampo; il prof. De Blasiis, il quale mi ha dato la lettera del Zambelios, citata in nota al conto di Villa; e quanti, insomma, mi hanno benevolmente ajutato.
Rinnovo la protesta, fatta pubblicando i due volumi del Saggio di Canti popolari delle provincie meridionali, cioè di non esser mosso minimamente da passioni municipali o regionali, come altri forse, nel raccogliere ed illustrare questi documenti della fantasia delle popolazioni napolitane; anzi solo dallo amor della patria comune e degli studî dialettologici e demopsicologici. Difatti, metto mano alla pubblicazione di conti napolitani, soltanto dopo aver dato alla luce una Novellaja milanese, raccolta di esempî e panzane lombarde, ed una Novellaja fiorentina, raccolta di fiabe e novelle toscane. Non senza un perchè mi piace avvertirne il lettore. Il quale vorrà scusarmi, se, per parte mia, sono incorso in qualche errore: ma questo benedetto dialetto napolitano, io, che pur son nato in Napoli, l'ho imparato adulto e su' libri, non da fanciullo e nell'uso. E nessuno, checchè vaneggino parecchi, potrà mai dirsi veramente padrone, se non del solo linguaggio succhiato col latte materno; il quale, per me, è questo gergo qualunque, nè napoletanesco, nè toscano, in cui scrivo adesso; sufficientissimo, voglio pur dirlo, a tutti i miei bisogni civili ed intellettuali. Neghi altri l'Italiano: io, che il posseggo, non posso negarlo.
Imbriani[11]
[1] Taverna Nova è una borgata, che va in parte col comune di Pomigliano d'Arco, in parte con quello di Casalnuovo di Napoli ed in parte con quello d'Afragola. Dice una canzone popolare:
[2] Pomigliano, prima Pumigliano, che i Napoletani ora corrottamente dicono Pompigliano; e così la chiama anche il dottor Raffaele Castorani, professore d'oftalmologia nella Università di Napoli in un Mémoire sur l'extraction linéaire externe, simple et combinée de la cataracte (Paris. Baillière, 1874). Volgarmente vuolsi fondata da Pompeo Magno, con etimologia assurda, giacchè, quand'anche fosse da preferir la forma Pompigliano, deriverebbe da Pompilio e non da Pompeo. Altri vuol, che il nome venga da pomi e llano, vocabolo spagnuolo, quasi: pianura de' Pomi; e le armi parlanti del paese sono appunto un pomo; ed in mezzo al mercato c'è una colonna con sopra una cestella di pomi in marmo. Ma il paese non è niente affatto celebre per le frutta ed è più antico della dominazione spagnuola, nè la formazione è possibile. Il Flechia trarrebbe il nome da Pomelianum, *Pomelius.—«Questo nome è reso probabile da Pomelianus (IN. 1935) gentilizio, che sta a *Pomelius, quale p. e. i gentilizî Curtianus a Curtius, Flavianus a Flavius, Marianus a Marius, Nerianus a Nerius, ecc. (cf. Hübner. Ephem. epigr. II. 30 e sgg. ). Da Pumidianum, Pumidius (IN.), sarebbe più verisimilmente venuto *Pumijano, indi.... *Pomiano».—L'aggiunto d'Arco, che si ritrova anche nel nome della Madonna dell'Arco, (dov'ora è il Manicomio provinciale); di Santa Maria dell'Arcora, chiesa in Afragola; di Via Arco Pinto (ibidem) ecc.; viene da' ruderi dello antico acquedotto di Serino. Per la gloriosissima Madonna dell'Arco, c'è un madrigale di Giambattista Basile, il Pigro.
[3] Per dare un'idea delle etimologie fantastiche, assurde, che vengono universalmente accettate però dal volgo, ricorderò quella di Casoria da Casa aurea; e di Afragola (piano) da fragola (sdrucciolo) con l'a privativa, per non trovarcisi fravole! Ed Afragola ha di fatti per istemma parlante una mano, che tiene una fravola pel gambo.
[4] L'Acerra, Acerra. Quasi tutti i nomi di paese, che cominciano per A, si adoperano ne' vernacoli Napolitani con l'articolo, evidentemente, perchè, la iniziale è stata scambiata con l'articolo femminile dal volgo. Gli scrittori hanno seguito questo andazzo, e troviamo scritto: La Cerra e l'Acerra, la Matrice e l'Amatrice, l'Atripalda e la Tripalda, l'Afragola e la Fragòla o la Fraola, ecc. ecc. Andrea Perruccio ha detto:
Il nome dell'Aquila ha serbato sempre la sua integrità, perchè l'accento cadeva appunto sull'a.
[5] I nomi di luogo in o ed in i, (Napoli, Pomigliano, San Pietro a Patierno, ecc.) sono tutti e sempre maschili nel vernacolo.
[6] Trascrivo, modificando la sola punteggiatura, dalla edizione originale rarissima del M.D.LXXXII. L'edizione di Lipsia del M.DCCC.XXX (curata da Adolfo Wagner) e la ristampa fattane a Milano nel M.DCCC.LVIII (curata da Carlo Teoli ossia Eugenio Camerini) sono due vituperi, e ridondano di mutazioni arbitrarie e di correzioni spropositate, le quali rendono incomprensibili molti punti del capolavoro, e lo sfigurano sempre. Chi voglia edificarsi su questo punto, dia un'occhiata al mio Natar II, Lettera a Francesco Zambrini sul testo del Candelajo di Giordano Bruno. Ecco un piccol saggio de' principali svisamenti, fatti nelle sole poche linee di questa narrazione: Oste (invece di hosto, come dicevasi generalmente nel cinquecento)—Vincere (invece di vencere, forma napolitana).—Avetene che non siino (invece di: hauetele; perchè poi?)—Rispose di no (invece di: rispose de non).—La senape (invece di: il senapo; dice il Basile nella Scompetura de lo Cunto de li Cunte:—«E si mme saglie lo senapo, meglio che te pigliasse rota de carro.»)—Pallamaglio, morella (mentre il testo ha: pall' e maglo, mirella).—Udii, giochiamo, giocarai (dove il testo reca: vdiui, giocamo, giocarrai).—Id est (invece di: ideste; quasi che i camorristi dovessero parlar latino ammodo!)—Eh che giochi ecc. (trasformando sempre in interiezione la congiunzione et.)—Spaccastrammola. Che diavolo poi il Wagner, il Camerini ed il Berti (che cita appunto questo brano come saggio della vivacità dello scriver del Bruno), intendessero per spaccastrammola, ignoro! Vattel'a pesca! Spaccastrommola sì, so cosa significa.—«I ragazzi»,—dice il Galiani—«collo strummolo»—plurale strommola: Basile, Egloga VIII: Secoteja, ch'a lo tuorno | Sse faceno le strommola (Proverbio)—«ch'è la trottola, fanno un gioco. Colui, a cui cade la sorte, tira prima il suo; e gli altri, mentre questo ruota, vi tirano sopra per ispaccarlo. Or tirando con forza, vanno queste strommola sbalzando con furia e a rischio di dar sul viso a chiunque stiasi vicino. Onde si dice a spaccastrommola, che dinota: alla cieca e colla maggior confusione e disordine»—e cita il verso del Fasano, nella traduzione della Gerusalemme. Canto I, stanza XXXI: Vanno a la spaccastrommola le cose. Anche il Capasso, nella satira contro il Gravina, ha detto: Mme pare a mme, ch'a fà' 'sta Babelonia | Nce vo' assai manco, ch'a tirà' 'na sciaveca | A fa' li vierze tutte de 'na petena | A farel'e a tempesta e a spaccastrommola. Vedi Varie Poesie | di | Niccolò Capassi | Primario Professore di leggi | Nella Regia Università di Napoli. || In Napoli MDCCLXI | Nella Stamperia Simoniana | Con permesso de' Superiori, dove, in nota, la locuzione è spiegata per—«Alla rinfusa, inconsideratamente».—Giulio Cesare Cortese, in un'epistola a Notar Cola Maria Zara: Mentre iocammo 'nzembra a spaccastrommola. Fra Jacopone da Todi ha detto:
Ed il Tresatti annota:—«Stombolo, quell'istrumento di legno, com'un pero, col quale giocano i putti, facendolo girare, chiamato altrimenti rozzolo o pirlo, e da' Latini trochus».
[7] Sarei stato certissimamente e senz'alcun dubbio costretto a sclamar ancor io, come l'osto pomiglianese: Mai vdiui di tal gioco; se l'allusione e l'equivoco osceno non mi fosse stato rischiarato dalla Finestra quinta di: Il | Novo Parlatorio | delle Monache | Satira Comica | di | Baltassaro Sultanini | Bresciano. | Nuovamente ristampato in questo anno 1677 | con vn aggiunta curiosissima del medesi- | mo Auttore, che si trova in un'età | di sessanta tre anni.
[8] Errore di prosodia, nel quale del resto è cascato anche alcuno de' più celebri (io direi: famigerati; non illustres, famosi) verseggiatori nostri contemporanei. Viaggiare non può non farsi quadrissillabo sempre.
[9] Altro erroruzzo di prosodia. Anche qui la dieresi era d'obbligo. Milioni è e può solo esser quadrissillabo.
[10] Non mancano in Pomigliano cultori del dialetto; nè so resistere alla tentazione di riprodurre qui una satira, il brindisi de' galeotti, composta da un valentuomo ne' giorni scorsi, in occasione della grazia al De Mata ed altri simili scandoli.
[11] Il prof. Francesco d'Ovidio, annunziando nella Rivista di Filologia e d'Istruzione classica, il prezioso opuscolo del mio illustre maestro Giovanni Flechia su' Nomi Locali del Napolitano, derivati da gentilizî Italici, mi vorrebbe fare stimar da' leggitori di quel periodico (pochi ma valenti, come i versi del Tosti) troppo più ciuco di quanto sono. Mi rimprovera di:—«sperare di dovere il mio cognome alla fata meridiana (in napolitano la 'Mbriana.)»—Dio buono! ricordo, sissignore, d'aver detto questa corbelleria: ma sedendo ozioso in un caffè, per celia, per mero scherzo; ned avrei immaginato che uno, il quale mi si dice amico, potesse rinfacciarmi, come opinione seria, un bisquizzo, una facezia scipita, uno scherzo, una freddura, una etimologia lunatica! Mi si lasci aggiungere, che non mi par giusta la ingegnosa derivazione d'Imbriani da Amaredianum, arzigogolata dal Flechia. Il nostro cognome non è propriamente napolitano, anzi si trova tuttavia in Capua (Giulio Cesare Imbriani fu giureconsulto illustre del cinquecento) in Roccabascerana ed anche nell'Umbria. Tradizione di famiglia è, che sia corruzione d'Umbriano; ed in tal forma il nome s'incontra, se non erro, persino nelle tavole eugubine. Umbriano starebbe ad Umbro, come Costantiniano e Valentiniano eccetera a Costantino e Valentino, che sono tutt'una cosa con Costante e Valente; ma c'era questa tendenza ad allungare i nomi; e, se mal non mi ricordo, ho letto su questo fenomeno sedici anni or sono una bellissima lettera autografa del Borghese, ch'era nelle mani di un professor di Berlino. Per me, ritengo Imbriani derivato dal gentilizio antico Imber; e rammento di aver letto, non so più in quale antico scrittore, d'un Imber Ater (horrendi ominis nomen) sollevato a non so che onori. Da Imber sarebbe venuto Imbrius e poi Imbrianum, nome locale, trasformato quindi in cognome. Da Imber abbiamo pure Imbrinium, luogo del Sannio, mentovato da Livio, (VIII.XXX): Q. Fabius, cum post profectionem dictatoris per exploratores comperisset, perinde omnia solata apud hostes esse, ac si nemo Romanus in Samnio esset, seu ferox adolescens indignitate accensus, quod omnia in dictatore viderentur reposita esse, seu occasione bene gerendae rei inductus, exercito instructo paratoque ad Imbrinium, ita vocant locum, acie cum Samnitibus conflixit. Imbrinio vien certamente da Imbre e forsanche Imbriani potrebb'essere corruzione d'Imbrinianus (sostituendo per contrazione, Imbrignani, forma più naturale). Due torrentelli, che si veggono andando da Sammartino-Valle-Caudina a Pannarano, si chiaman tuttavia col nome caratteristico d'Imbrianelle.