115.  Notiamo come nelle favole LXXXIX e XC sia rivolta contro i villani l'accusa di non saper conservare i segreti, la quale, nella saga salomonica, e ancora prima nella leggenda di Mahausadha, era diretta dal volgare indovino contro le donne.

116.  Vedi le favole LIII, LXXXIII.

117.  Vedi le favole LXXV, LXXVI; quest'ultima è ripetuta dal Sercambi (Novelle inedite tratte dal cod. Trivulziano CXCIII per cura di R. Renier, Torino, Loescher, 1889) nella nov. LXXX.

118.  Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. IV, nº CIX; sarebbe troppo lungo e inopportuno il ricordare qui tutti i fabliaux che dipingono l'infelicità coniugale del villano. Ricorderemo quello, Du preste ki abevete, che ha qualche analogia col Vilain de Bailleul, così pure il Fabliau d'Aloul, il Meunier d'Arleux, la Sorisete des estopes, Le quatre souhais Saint Martin, ecc.

119.  Questo fabliau che, come è noto, fornì l'argomento alla nov. VIII della giornata III del Decamerone, appartiene al ciclo leggendario delle narrazioni riferentisi allo sciocco che si crede morto o cambiato con un altro. Basterà che ricordiamo la novella II del Sercambi (ediz. cit.), De Semplicitate, la facezia LXVII del Poggio; in una novella del Fortini, il villano Santi del Grande recatosi in città a vendere due capretti, è persuaso da alcuni burloni che essi sono capponi e non capretti, come i ladri avevano fatto col prete Scarpacifico (Straparola, Notte 1, fav. II) e Eulenspiegel col villano (pag. 133, cap. LXVIII), e, convinto di esser morto, si lascia fare i funerali, e solo dalle provvidenziali bastonate con cui è accolto dal fratello è richiamato alla realtà della vita. Anche nella Trinuzia del Firenzuola i servi persuadono il dottor Rovina ch'egli non è più lui stesso, come è narrato del Grasso Legnaiuolo, e come è fatto credere a M. Niccolò nello Stufaiolo del Doni, a Calandro nella commedia del Dovizi, ed al marito dalla moglie infedele in alcune novelle (Vedi la II delle Antiche Novelle in versi di tradizione popolare riprodotte sulle stampe migliori con introduzione di G. Rua, nel vol. XII delle Curiosità popolari tradizionali pubblicate per cura di G. Pitrè, Palermo, Clausen, 1893, e la novella Mustafà del Batacchi). La storiella dello sciocco che si lascia fare i funerali e che è lasciato cadere in terra dai portatori perchè l'intendono parlare, è ripetuta dal Poggio, facezia CCLXVII; dal Morlini (Novellae, Fabulae, Comedia, Lutetiae Parisiorum, 1855, nov. II); dal Lasca (La prima e la seconda Cena di A. Grazzini, Milano, 1810, cena II, nov. II) e nella tradizione popolare questa scempiaggine è attribuita a Giufà in Sicilia (Pitrè, Fiabe, Novelle e Racconti popolari siciliani, Palermo, Pedone, 1875, vol. III, cap. CXC), a Iuvadi in Calabria (F. Mango, La leggenda dello sciocco nelle novelle calabre, in Archiv. per le trad. pop., vol. X, pag. 45). In questo ciclo si può comprendere la «Farce nouvelle de Malmet badin natif de Baignolet, qui va à Paris au marché pour vendre ses œufz et sa cresme, et ne les veult donner si non au pris du marché» (Violet Le Duc, Ancien Théâtre François, Paris, Jannet, 1854, t. II, pag. 80), e la novella LXVIII di Bonaventure des Periers.

120.  Histoire litt. de la France, XXIII, p. 204. Oltre l'analisi minuta dei fabliaux che hanno per protagonista il villano, fatta dal Le Clerc, dal Lenient e dal Bédier, essi furono riassunti dal Ledieu nell'Op. cit., dove si trovano anche alcune notizie sulla condizione dei villani nel medio-evo.

121.  È attribuita anche ai saggi di Gotham. (Vedi Wright, Histoire de la caricature, ecc., pag. 212). Secondo un'altra storiella, il villano, avendo perduto l'asino, si reca da un ciarlatano e si fa dare una medicina per ritrovare la sua cavalcatura (Poggio, facezia LXXXVI; Bonaventure des Perriers, novella XCIV).

122.  Poggio, facezia XII. Il Delli Fabrizi, come vedremo, l'attribuisce ai Bergamaschi.

123.  Poggio, facezia XI; Malespini, Duecentonovelle, parte II, nov. LXIV; G. Finamore, in Archivio per le tradizioni popolari, vol. IX, pag. 157.

124.  Vedi il fabliau Brifaut, Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. IV, nº CII. Questa fa parte del ciclo delle numerose scempiaggini che nel folklore continuano ad essere attribuite al tipo leggendario dello sciocco.

125.  Morlini, nov. XIII; Straparola, notte XIII, fav. II, e si trova inoltre nella Raccolta di burle, facezie, ecc., poste insieme da Alessandro di Girolamo Sozzini, gentiluomo sanese, Siena, 1865, nella Cortigiana dell'Aretino (Atto I, scene XI-XVIII), nelle facezie di M. Poncino della Torre, del Piovano Arlotto, di C. Dati, nel Cortigiano del Castiglione, Firenze, Sansoni, 1894, libro II, cap. LXXXIX. Per altri riscontri vedi Rua, Intorno alle piacevoli notti dello Straparola, in Giornale storico della Lett. Ital., XVI, pag. 278.

126.  Agli accenni ricordati dal Guerrini (Op. cit., pag. 259-260) sull'imperizia dei Veneziani nel cavalcare, aggiungiamo i seguenti: la scena III dell'atto I della Talanta dell'Aretino dove si narrano le comicissime paure del veneziano Vergolo che deve essere aiutato da tre o quattro persone per montare a cavallo. Carlo Dati narra di un Veneziano, che andato a una posta, chiese un cavallo lungo per sei persone. Molti altri sono ricordati da V. Cian nel commento al Cortegiano, ed. cit., libro I, cap. XXVII, lib. II, cap. LII.

127.  Montaiglon, ecc., I, nº X. Vedi anche Sacchetti, novella CXXXIV, e Kryptadia, vol. I, pag. 158, nov. XLIX.

128.  Montaiglon, ecc., t. I, nº XI; Ledieu, Op. cit., pag. 111.

129.  A questo ciclo si riconnette anche il noto fabliau De Berangier au lonc c... (Montaiglon, ecc., t. III, pag. 252, n. LXXXVI), nel quale si narra come una figlia di un castellano povero, costretta a sposare un ricco villano smargiasso, faccia al marito una certa burla sulla quale è bene non insistere, smascherandone la codardia e costringendolo a sopportare in pace che essa conceda il suo amore ad un nobile cavaliere. Il villano invece confonde e svergogna la moglie nel fabliau: De la C... noire, Montaiglon, ecc., VI, nº CXLVIII.

130.  Il Matazone così incomincia:

A voy, segnor e cavaler

. . . . . . . . . .

Intenditi questa raxone

La qual fe Matazone

E fo da Caligano

E naque d'un vilano

E d'un vilan fo nato

Ma non per lo so grato

Però che in vilania

No vose aver compagnia

Se no da gli cortexi

Da chi bontà imprexi.

131.  Bédier, Op. cit., pag. 292.

132.  Ibid., pag. 290.

133.  Guerrini, Op. cit., cap. I.

134.  Bartoli, I precursori del Boccaccio, Firenze, Sansoni, 1876, pag. 22.

135.  Abbiamo già accennato alla corrispondenza delle parole di Filostrato in questa novella con quelle di Geburon nella XXIX nov. dell'Heptaméron di Margherita d'Angoulême; in quella raccolta è l'unica novella in cui il nobile consesso si compiace di narrare le avventure di un villano; e Normefide, interrompe bruscamente Parlamente con queste parole: «Je vous pris, laissons là ce païsant avecq sa païsante...».

136.  Novelle di F. Sacchetti, Torino, Pomba, 1853, nov. LXXXVIII, CLXV, ecc.

137.  Vedi la nov. XVIII della raccolta del D'Ancona, la VII dell'ediz. lucchese, e la II, XI, LXIX, LXXX della raccolta tratta dal Renier dal codice trivulziano.

138.  Il Müntz, L'Arte italiana nel Quattrocento, Milano, 1894, trad. it. di A. Luzio, osserva: «Scorrendo gli scritti del sec. XV, o esaminando le opere d'arte della stessa epoca, si è colpiti dal vedere qual esigua parte vi abbia il contadino. Nel secolo precedente esso era stato uno degli attori favoriti dei novellieri, Sacchetti, ser Giovanni (!) non meno del Boccaccio. Ma d'ora in poi, diventa un mito, un'astrazione: quando per caso straordinario, un artista fa ad uno di questi diseredati l'onore di introdurlo in una sua composizione, egli lo imbacucca d'un costume bizzarro che si avvicina al costume antico assai più che non è quello del Rinascimento. Non si direbbe quasi che l'artista non ha mai messo i piedi ne' campi, non ha mai veduto un colono od un pastore se non attraverso un prisma?».

139.  Le Novelle di G. Sermini da Siena, Livorno, Vigo, 1874.

140.  Sull'ingratitudine dei villani è da ricordarsi Le Dit de Merlin Mellot (in Jubinal, Op. cit., pag. 128), in cui è narrato di un villano «ânier» che si mostra sconoscente verso il suo sovranaturale benefattore, il quale castiga l'ingrato togliendogli tutti i beni e gli onori che gli aveva concessi, e riducendolo di nuovo «ânier»; il racconto termina con questa considerazione:

Je puis bien tele gent au chien comparagier,

Quant le chien a charoigne plus qu'il n'en puet mengier

I. autre ne lairoit par-devant li rungier,

Ainz l'abaie et rechine com déust esragier.

141.  Novel. XXV. Nella nov. XII narra il Sermini la sua fuga dalla campagna, dove si era rifugiato per fuggire la moria nel 1492, deciso ad affrontare il pericolo di essere attaccato dal morbo, pur di togliersi dalla compagnia dei villani, contro cui si scaglia con somma violenza, deridendone il linguaggio ed enumerandone i vizi.

142.  Nella Raccolta di Novellieri della Collezione dei Classici italiani, vol. II, pag. 29, è narrata, in una novella d'anonimo, una burla simile fatta a Bianco Alfani a cui è fatto credere che è stato eletto Podestà di Norcia; egli spende quanto possiede per il necessario arredamento, ma poi ritorna al suo paese beffato e impoverito.

143.  È un opuscoletto di poche pagine, che porta la segnatura 48, 4, del sec. XV, e nella prima pagina si legge: Dialogo de dui Villani | che se scontrano, et uno dimanda | a l'altro ciò che ha visto a Venetia, et li narra il tutto, cosa piace | vole, da ridere. Per Rocho de gli Arimenesi | Paduano Poeta Laureato sul Monte de Venda di Caroli | e Panocchie Laureato e Poetato de man | de la signora Mathia Cartolora | ditta refugio de' Matti || Con una novella de uno Villano che credea essere inspiritato, et venne per rimedio alla speciaria della Borsa. In fine: In Venetia, per Francesco de Tomaso di Salò e compagni in Frezaria al segno de la Fede. Il nome di questo stampatore non si trova in alcuno degli elenchi dei primi editori di Venezia.

144.  Confronta il ritratto del villano nel Vilain mire e nel Fabliau d'Aloul.

145.  Allo speziale accade quello che toccò pure ad un prete, come si racconta nella seguente novella: «Novella de uno prete il qual per voler far le corna a un contadino si ritrovò in la m... lui e il chierico: cosa piacevole da ridere di Eustachio Celebrino da Udine. Venetia, 1535». È ricordata dal Passano, dal Brunet e nella Bibliographie des ouvrages relatifs à l'amour; noi non abbiamo potuto averla sott'occhio.

146.  P. A. Tosi, Maccheronee di cinque Poeti italiani del sec. XV, Milano, Daelli, 1864.

147.  Duecentonovelle, parte II, nov. LXIV.

148.  Novelle ed. ed ined. di ser G. Forteguerri, nov. VIII.

149.  Scelta di curiosità lett., nº CXXXVIII, Bologna, Romagnoli, 1874.

150.  Il Verri (Storia di Milano, II, cap. XIII, pag. 212) riferisce, riportandola dalla Cronaca dell'Ozario, una scena consimile tra un Villano e Bernabò Visconti; il Villano però non sa di trovarsi innanzi al temuto signore, e si lamenta soltanto delle ingiustizie commesse dal governatore di Lodi, e dell'estrema miseria in cui era ridotto.

151.  Nella Farce de Maistre Pierre Pathelin, avec son testament à quatre personnages, di Pierre Blanchet, come è noto, Thibault Aignelet risponde sempre «Bée» alle domande del giudice, come gli aveva insegnato Pathelin; ma quando questi vuol farsi pagare dal villano che era stato assolto con questo stratagemma si sente rispondere dall'astuto cliente «Bée»; e la medesima burla è ripetuta in una farsa di Hans Sachs, nell'Arzigogolo del Lasca, nella Scelta di facezie, tratti, buffonerie, motti e burle cauate da diversi autori, Firenze, 1594, pag. 161 e nei Diporti di M. Girolamo Parabosco, Torino, Pomba, 1853, Giorn. I, nov. VIII, pag. 63.

152.  Passano, I novellieri italiani in prosa, indicati e descritti, Torino, Paravia, 1878, vol. II, pag. 423.

153.  Il villano, in una novella che troviamo riportata dal La Fontaine (Op. cit., pag. 254: Le Diable de Papefiguière) e dai Kryptadia, t. I, pag. 59, inganna il Diavolo che gli aveva dato un campo da lavorare a metà prodotto, seminando delle patate e lasciando al Diavolo le foglie; essendosi poi stabilito che il raccolto sarebbe spettato a chi dei due avesse riconosciuto la cavalcatura del compagno, il villano viene al luogo fissato a cavallo della moglie e vince la scommessa, non avendo il diavolo conosciuto la strana cavalcatura dell'avversario. Vedi anche sullo stesso argomento della lotta tra il diavolo e il villano, Rua, in Giorn. Storico, XVI, pag. 250. Anche Belfagor, nella notissima novella del Machiavelli, deve rinunciare a castigare il villano Matteo del Bricco dell'abuso che costui faceva della facoltà concessagli di guarire le ossesse, perchè è messo in fuga dalla falsa notizia, datagli dall'astuto villano, che stava per essere raggiunto da Monna Onesta. Il D'Ancona (Poemetti pop. it., Bologna, Zanichelli, 1889, pag. 131) come Appendice al Trattato della Superbia, ecc. ha pubblicato tre Contrasti, il primo dei quali in un'edizione recente è intitolato: Curioso Contrasto tra la Morte ed un Villano astuto che guarisce ogni malattia colle Erbe. La Morte incontra un villano e cerca di intimorirlo minacciando di farlo morire con varie malattie che gli viene enumerando; ma il villano non si lascia sgomentare e ad ogni male minacciato ricorda i rimedi corrispondenti a cui saprebbe ricorrere, e non si dà per vinto che quando la Morte minaccia di coglierlo all'improvviso.

154.  Il Carducci, Cantilene e Ballate, Strambotti e Madrigali nei sec. XIII e XIV, Pisa, Nistri, 1871, pag. 74, ha pubblicato uno dei più antichi esempi di poesia rusticale, anteriore alla Nencia; ripubblicato da Severino Ferrari, Bibl. della Lett. pop. it., Firenze, 1882, anno I, vol. I, pag. 65.

155.  D'Ancona, La poesia popolare italiana, Livorno, Vigo, 1878.

156.  E. Rubieri, Storia della poesia popolare italiana, Firenze, Barbera, 1877, parte II, cap. XIV.

157.  Burckhardt, La civiltà nel secolo del Rinascimento, Firenze, Sansoni, 1876, t. II, pag. 104 e seg. Il Burckhardt, dopo di aver osservato che questa reazione naturalistica nella poesia contro la bucolica convenzionale degli imitatori di Virgilio e del Boccaccio non era possibile che in Italia per le condizioni diverse in cui vi si trovavano i contadini rispetto a quelli di Francia e di Germania, aggiunge: «Ora è bensì vero che la boria e l'orgoglio cittadinesco sono un continuo stimolo ai poeti e ai novellieri perchè mettano in canzonatura il villano, e che la commedia improvvisata si dà premura poi di fare il resto. Ma tuttavia dove trovare neanche un'ombra di quel crudele e beffardo odio di razza contro i vilains, di cui sono pieni gli aristocratici poeti provenzali e qua e colà anche i cronisti francesi? Egli è un fatto che negli scrittori italiani di qualsiasi specie (Corteg., II, 54; Pandolfini, Governo, pag. 86) s'incontrano frequenti e spontanee testimonianze d'onore e di rispetto per una classe di persone che rende alla società sì segnalati servigi e ha tanto diritto alla di lei gratitudine». Senza fermarci a constatare la maggiore o minor quantità di componimenti satirici contro i villani nei diversi paesi, osserviamo contrariamente a quanto afferma l'illustre storico del nostro Risorgimento, che se il Pandolfini, o per meglio dire, l'Alberti in alcuni luoghi dell'opera discorre della felicità di chi vive in villa lontano dai rumori della città, parlando dei contadini, dice: «È cosa da non poter credere quanto nei villani sia cresciuta la malvagità! Ogni loro pensamento mettono nell'ingannarci; mai errano a loro danno in niuna ragione s'abbia a fare con loro: sempre cercano che si rimanga loro del tuo... Se le ricolte sono abbondanti per sè ne ripongono le due migliori parti. Se per cattivo temporale o per altro caso le terre furono quest'anno sterili, il Contadino non te n'assegna se non danno, ecc.» (pag. 106-107). Anche nel Cortegiano del Castiglione non abbiamo saputo trovare le attestazioni di simpatia a cui il B. accenna; anzi i contadini vi sono in più luoghi dipinti come vittime di burle tradizionali per opera di buontemponi, e vi si stigmatizza il nobile che lotta per diporto col villano. Certo nella nostra letteratura non mancano le lodi ai villani, ma ai due scrittori citati non spetta questo merito. Tra i molti che scrissero in lode della popolazione rurale, ricorderemo Gio. Vincenzo Imperiale che scrisse nei primi anni del sec. XVII un poema, intitolato: Lo stato rustico, Genova, 1611, nel quale contrappone la felicità della vita rustica all'infelicità della cittadina.

158.  Storia della Lett. it. (trad. it.), Torino, Loescher, 1891, volume II, parte I, pag. 228.

159.  Il Fanfani dice del Magnifico: «Scritturò ancora (mi si lasci dir così, perchè proprio mi dà l'idea egli d'impresario, e gli altri di virtuosi) quanti più filosofi, letterati, poeti, storici potè raccapezzare; e tutti se gli teneva dattorno, e tutti facevansi grassi alle sue spalle, godendosi ville, sollazzi ed onorati riposi, secondo la natura di ciascuno, e rendendo poi al magnifico dispensatore larga mercede di incensature». Poesie giocose inedite o rare pubblicate da A. Mabellini, con un Saggio sulla poesia giocosa in Italia di Pietro Fanfani, Firenze, 1884, pag. 16.

160.  G. Baccini, Bollettino storico, letterario del Mugello, Firenze, 1893, anno I, n. 7, pag. 104; il Baccini ricorda altre canzonette dello stesso Giambullari.

161.  La quinta delle ventotto stanze rusticali pubblicate dal Ferrari, Op. cit., pag. 231, ricorda questo passo della Nencia.

162.  Nella poesia rusticale pubblicata dal Carducci, già ricordata, è detto:

Siete più netta che non è il pattume

E rilucete più ch'una stagnata.

Il Folengo:

Bocca Zoanninae cum grignat, grignat Apollo

Bocca Zoanninae cum spudat, balsama spudat.

163.  Satire alla Berniesca, Turino, pro Martino Cravotto, 1549. Confronta anche la XXXVII delle Stanze dello Sparpaglia alla Silvana di F. Doni, e i ritratti femminili nella Catrina e nel Mogliazzo del Berni.

164.  V. Rossi, Battista Guarini ed il Pastor Fido, Torino, Loescher, 1886, parte II, pag. 174.

165.  Gaspary, Op. cit., vol. II, parte II, pag. 271.

166.  Il volumetto porta la segnatura [47. 1] s. l. n. d. adesp. car. got. della fine del sec. XV (cm. 16 × 11). Il Capitolo è così intitolato: Capitolo rusticale contando le bellezze de | la sua inamorata. A fol. 2t, si leggono: Strambotti alla Martorella che finiscono con un Strambotto sopra un paio di calze: a fol. 5r: Capitolo, Sonetti e Strambotti d'amore: a fol. 9r e 10r i due Capitoli attribuiti a Cecco d'Ascoli di cui parliamo in Appendice II.

167.  Silvio Pieri, Un commediografo popolare del sec. XVI, in N. A., luglio 1881.

168.  Nelle Rime di Magagnò, Menon e Begotto in lingua rustica padovana, Venetia, 1610, sono assai frequenti le imitazioni del Ruzzante; si confronti il ritratto che Menon fa della Thietta:

E qui do brazzi — Par ramonazzi

. . . . . . . . . . . . . . . .

O che man care — Man da impastare

Senza faiga — sie stara de pan. (pag. 16).

Qui peazzon, che co i va per la villa

I sfregola le zoppe, pi che 'l sole. (pag. 30).

169.  Biondelli, Op. cit., pag. 162: Matinada, idest Strambòg che fa il Gian alla Togna. Si può qui ricordare anche la Serenata, overo cantata del Dott. Graciano e Pedrolino in lode della loro innamorata del Croce, pubblicata da A. Gaudenzi, I suoni, le forme e le parole dell'odierno dialetto della città di Bologna, Torino, Loescher, 1889, pag. 225:

Pedr. ..... voi cantà de Franceschina

Che l'è piò bianca che n'è la puina,

E piò zentil assè d'un formai dur.

Gra.  La Sabadina è com'una polpetta,

. . . . . . . . . . . . . . .

170.  Sulla poesia rusticale vedi il Quadrio, Della Storia e della Ragione d'ogni Poesia, Bologna, 1739, libro I, dist. II, cap. VII. Tra gli scrittori in lingua rustica napoletana ricorderemo G. C. Cortese, al quale appartiene: La Rosa, Chelleta posellechesca che no Toscanese decerria Favola boscareccia (Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana, Napoli, 1783, t. III). Anche nelle poesie di Filippo Scruttendio de Scafato abbiamo parecchie descrizioni burlesche delle bellezze dell'innamorata; basterà che ricordiamo il sonetto III della Corda primma:

Cecca se chiamma la Segnora mia,

La facce ha tonna comm'a no pallone

. . . . . . . . . . . . . . . .

Ha le vuocchie de cefescola e d'arpia,

Ha li capille comme l'ha Protone,

No pede chiatto ha dinto a lo scarpone

Che cammenanno piglia mezza via,

È cchiù bavosa che non è l'anguilla

Cchiù saporita che non sò le spere...

così pure vedi il sonetto nº XIII.

171.  Portioli, Le opere Macheroniche di Merlin Cocai, Mantova, 1882, vol. 1, pag. 253.

172.  La Piazza universale, ecc., discorso CXIIII, pag. 344. Vedi anche G. Rosa, La Valle Camonica nella Storia, Breno, Venturini, 1881, pag. 73 e 114, e Rua, Intorno alle Piacevoli Notti dello Straparola, in Giorn. Stor., XVI, pag. 245.

173.  I facchini servivano di spasso alla popolazione cittadina nel carnovale, come gli Ebrei a Roma nel sec. XVII.

174.  Biondelli, Op. cit., pag. 182 e seg.; De Castro, La Storia nella Poesia popolare milanese, Milano, Brigola, 1879, pag. 110. Sulla presenza nel carnevale milanese di Mascherate facchinesche, vedi Ambrogio da Milano (C. Cantù), I Carnevali milanesi nel Mondo Illustrato, febbraio 1847, pag. 119, e I. Cantù, Il Carnevale italiano, Milano, Vallardi, pag. 98.

175.  Stoppato, Op. cit., pag. 113 e seg.

176.  V. Imbriani, Dante e il Delli Fabrizi, loc. cit.

177.  Abbiamo qui un'altra conferma dell'uso comunissimo in quel tempo della parola «facchino» per bergamasco, usata, come avverte l'Imbriani, anche dall'Ariosto (Sat., VI, 115). Altre testimonianze di questo uso porta il Rossi nel noto studio sull'Odasi (Giornale Stor. della Lett. It., XI).

178.  Le Tredici Piacevolissime Notti, Venezia, Zanetti, 1604, pag. 236.

179.  Zerbini, Note storiche sul Dialetto Bergamasco, Bergamo, Gaffuri, 1886, pag. 38.

180.  Anche nelle Rime di Magagnò, ecc. (pag. 58) si legge una traduzione in lingua rustica padovana del primo canto dell'Orlando.

181.  La corrente satirica contro i Bergamaschi aveva annesso un significato dispregiativo anche al nome del grande capitano; vedi il Passerini, Op. cit., pag. 92, nº 191.

182.  A. Moschetti, Il Gobbo di Rialto e le sue relazioni con Pasquino, nel Nuovo Archivio Veneto, Anno III, t. V, parte I; V. Rossi, in Rassegna bibliografica della Lett. It., I, 184 e in Giorn. Stor., XXII, pag. 295.

183.  Vedi nel Saggio bibliografico del Guerrini sul Croce i numeri 62, 98, 99, 170, 189, 244, 256, 263, 266.

184.  Stoppato, Op. cit., pag. 156 e seg. Sopra la voracità dello Zanni vedi anche la Corona Maccheronica di B. Bocchini detto Zan Muzzina, parte I, pag. 220.

185.  G. Rua, Intorno alle Piacevoli Notti dello Straparola, in Giorn. Stor., XVI, pag. 245.

186.  Tosi, Op. cit., Appendice.

187.  Stoppato, Op. cit., pag. 156.

188.  Le origini della lingua italiana, Genova, 1685, pag. 498.

189.  Il Niccolò Rossi, nel passo citato dal De Amicis, dice appunto: «Nè commedie io nomerò giammai quelle che da gente sordida et mercenaria vengono qua e là portate, introducendovi Gianni Bergamasco, Francatrippa, Pantalone et simili buffoni...». Nelle Stanze in lode delle Virtuosissime et Honestissime Damigelle Siciliane e di tutta la loro honoratissima Compagnia di G. C. Croce è detto:

(st. XXVI)  Burattino v'è anchor, che similmente,

È molto raro nell'imitatione,

E in far belle cascate parimente

Porge diletto assai alle persone;

Ma se ben in tal'arte egli è eccellente,

D'un pelo non gli cede Giovannone,

Che col rozzo idioma fa d'intorno

Muover gran risa, e rende un spasso adorno.

190.  Giorn. Stor., IX, pag. 285.

191.  Storia della Lett. It., vol. II, parte II, pag. 306.

192.  Opere edite ed inedite del Marchese Cesare Lucchesini, Lucca, 1832, t. II, pag. 128.

193.  Il dialetto bergamasco, colle sue forti aspirazioni, doveva certo fornire oggetto di satira, e basterà che ricordiamo le dispute che nella tradizione popolare si narrano come avvenute tra i Bergamaschi e i Fiorentini sulla priorità della loro lingua (Straparola, notte VII, 2, e notte IX, 5.).

194.  Riccoboni, Histoire du Théâtre italien, Paris, 1730, t. I, cap. II.

195.  Ediz. dei Classici italiani, Milano, 1804, pag. 124. L'Agresti, Studii sulla Commedia italiana del sec. XVI, Napoli, 1871, pag. 146, dice: «In Firenze era un ridotto, detto il Zanni (!!), alle cui laidezze abbominevoli correvano in folla, anche i giovani bennati, struggendosi di piacere per quelle sconcezze, ed applaudendole molto più delle commedie de' letterati». Povero Zanni, confuso con un teatro! Carlo Dati nella lettera al Menagio, dice: «E perchè questa parte del Zanni è tra' Comici forse la principale, i medesimi quasi da essa prendono il nome, dicendosi andare a gli Zanni, e alle Commedie degli Zanni, cioè dei Commedianti».

196.  In una nota del Minucci al Malmantile racquistato del Lippi, Milano, 1807, Canto II, ottava XLVI, è detto: «Zanni, dal nome Giovanni, che propriamente significa servo ridicolo Bergamasco...».

197.  D'Ancona, Origini del Teatro it., Torino, Loescher, 1891, 1, 602, nota 4.

198.  F. Valentini, Trattato su la Commedia dell'arte ossia improvvisa. Maschere italiane ed alcune scene del Carnovale di Roma, Berlino, 1826.

199.  V. Caravelle, Chiacchere critiche, Firenze, Loescher, 1889, pag. 36 e sg.

200.  E. Masi, Sulla Storia del Teatro it. nel sec. XVIII, Firenze, Sansoni, 1891, pag. 227.

201.  Il Cian, nel commento già ricordato al Cortegiano (lib. II, cap. XXVIII, pag. 159), ricorda un passo del Nifo, De Re Aulica, nel quale si accenna all'analogia della satira contro i Bergamaschi e i Cavensi, introdotti sulla scena come tipi ridicoli e burleschi: «... quales apud nos sunt qui Cavenses imitantur, et apud Venetos Bergomates».