CAPITOLO III. LA SATIRA CONTRO IL VILLANO NELLA NOVELLA.

«Le moyen-âge, osserva il Wright, paraît avoir été grand admirateur des animaux, en avoir observé de près les divers caractères, et s'être plu à les apprivoiser. Il ne tarda pas à se servir de leurs traits distinctifs pour satiriser et caricaturer la race humaine. Parmi les monuments littéraires que lui léguèrent les Romains, il n'accueillit aucun livre avec plus d'empressement que les Fables d'Ésope et les autres recueils d'apologues qui furent publiés sous l'Empire.»[77] Ma ancora prima del medio evo, anzi fino dai tempi della più remota antichità, gli animali ebbero una grandissima parte nelle letterature orientali, presi come rappresentanti di un dato carattere, ed è noto come la dottrina delle metempsicosi abbia contribuito potentemente alla loro introduzione negli apologhi e nei precetti[78]. Ma non entreremo qui a parlare della diffusione grandissima che ebbero nell'antichità le favole; solo ci preme di osservare come tra gli animali che più frequentemente vediamo introdotti nella favola, una parte principalissima spetti alla volpe, che rappresenta il debole che è costretto a ricorrere all'astuzia per supplire alla forza che gli manca e per difendersi dalla prepotenza e dalla forza brutale dei suoi avversari. Questi si cambiano spesso dinanzi alla volpe; così negli apologhi orientali, essa, che qualche volta è sostituita dallo sciacallo, si trova alle prese col leone, e nell'antico folklore animalesco del Nord dell'Europa è messa di fronte all'orso, a cui nel medio-evo sottentra il lupo, che diventa poi il nemico più acerrimo della volpe a cui è sempre contrapposto nell'epopea animalesca medioevale[79]. E tra Renardo ed Isengrino s'impegna infatti quella lotta formidabile, che ci fu conservata nel cielo epico del Renart, alla cui compilazione, come ben disse il Lenient, concorsero parecchie generazioni come nella costruzione delle più colossali chiese, e che egli ben definisce: «écho des rancunes qui animent les petits contre les grands..... cycle immense où se développe sous toutes les formes le génie d'opposition.»[80] Come Renardo rappresentava, come abbiamo detto, il debole che si difende coll'astuzia, così, Isengrino dal sentimento di rivolta che animava l'una delle classi medioevali contro l'altra, i «vilains» contro i «courtois», fu considerato come il tipo della violenza brutale «un symbole, créé par la réalité des choses, de ces hauts barons si avides et si puissants, qui n'obéissaient qu'à leurs appétits du moment et ne cherchaient pas même un prétext à leurs rapines.

Qui fist vilains, si fist les lous

«disait un poëte du XIIIe siècle, en indiquant clairement la signification tout aristocratique que l'imagination populaire y avait atachée»[81]. Noi ci fermiamo a determinare il significato simbolico che la fantasia popolare nel medio-evo aveva dato a questa lotta tra Renardo ed Isengrino, perchè ci pare, come verremo dimostrando, che molti tratti di somiglianza abbia colla volpe il tipo del villano[82], quale lo vedremo tratteggiato nella satira positiva dei fabliaux. Certamente noi dobbiamo fermarci al Roman de Renart per trovare con evidenza manifestato il carattere simbolico che la volpe rappresenta in opposizione al lupo, e per vedere una possibile analogia negli intenti che informano la satira positiva contro Renardo ed il villano; perchè, come è noto, negli altri rami di cui si compone l'immenso ciclo del Renart la volpe viene man mano perdendo molta parte dei suoi tratti caratteristici, tanto che la vedremo poi vittima alla sua volta dell'astuzia di altri animali, Tybert, Chantecler e persino di Tardif, e non conserva nei successivi rimaneggiamenti del poema la missione di vendicatrice degli oppressi. Nel «Roman de Renart» in cui si vennero raggruppando le tradizioni popolari per opera dei suoi compilatori, e in cui possiamo più spiccatamente che altrove vedere quel carattere di universalità proprio della poesia medioevale «charme du vilain aussi bien que du seigneur»[83], la volpe, appunto per questa pluralità d'intendimenti da cui era informato il poema, rappresenta la vittoria del debole sul forte, ed è perciò assai cara alla classe degli oppressi che si era fatto di lei il suo eroe prediletto[84]; ma per la classe dominante essa non è che la «bête puant» pericolosa per le sue cattive qualità, tra le quali predomina l'astuzia contro cui nessuno può lottare. Anche nel concetto adunque della classe feudale Renardo ottiene il sopravvento sul suo nemico acerrimo, Isengrino; ma questa vittoria non è che il risultato della esagerazione dei vizi di Renardo, il «Maufez» che viene persino confuso col diavolo, e a cui il disprezzo della classe aristocratica e colta attribuirà un'origine differente da quella degli altri animali, come pure si farà col villano. Questa evoluzione, o per dir meglio, inversione della satira contro l'eroe popolare, contro:

Renart qui tol le monde engane[85]

è la stessa che incontriamo nella più antica delle poesie satiriche medioevali contro il villano, nel Versus de Unibove dell'anonimo chierico franco del secolo Xº, dove leggiamo:

Natis natus ridiculis

Est rusticus de rusticis[86].

e poi, mentre ci aspetteremmo una delle solite invettive che i giullari scagliavano contro il servo per lusingare l'orgoglio del potente signore di cui rallegravano i conviti[87], sentiamo invece dall'oscuro cantore narrate le astuzie con cui il villano si sottrae alle minaccie dei suoi nemici. Ora questo primo accenno all'inversione della satira contro il villano ci prova come nella tradizione popolare, di cui il cantore è l'eco fedele, si fosse già iniziato lo spirito di ribellione del debole contro il potente, la tendenza a formare del più umile tra i componenti la società medioevale quel simbolico oppositore alla prepotenza dei feudatari che vediamo tratteggiato in Renardo e nelle figure molteplici, ma certamente affini, del villano astuto. Che questo significato simbolico non fosse avvertito dal signore a cui queste satire contro il villano erano dedicate, non ci deve meravigliare, perchè anche tanti secoli dopo nemmeno alla corte del re di Francia si notava il simbolismo da cui era informato il Mariage de Figaro del Beaumarchais, di quel Figaro che può coll'astuzia sua salvare l'onore della propria fidanzata minacciato dal potente signore, e che può considerarsi, come ha giustamente osservato il Lenient, quale un vero successore dello scaltro villano. E molto probabilmente sfuggiva anche ai rozzi rimatori il senso allegorico che nella concezione popolare la satira positiva contro il villano andava assumendo, perchè molti di essi, come ad esempio l'autore del Versus de Unibove, fanno dichiarazioni esplicite di disprezzo verso il protagonista delle loro narrazioni. Certo l'estensione di significato della parola «villano», alla quale abbiamo più addietro accennato[88], concorse validamente a rendere cara tanto alla plebe cittadina come a quella della campagna la figura del villano astuto, tanto che malgrado il dualismo che le divideva e di cui abbiamo incontrato accenni tanto numerosi, esse accomunavano nella derisione e nella sconfitta degli avversari del villano il loro odio verso gli oppressori. Così l'umile fabbro di Persiceto, Giulio Cesare Croce, chiamato come il giullare medioevale a rallegrare i banchetti dei signori, dopo di aver creato col Bertoldo una delle figure più caratteristiche e più popolari della satira positiva villanesca, non solo aggiunge più tardi non poche pagine alla satira negativa contro il villano col Bertoldino, ma da molte delle sue opere lascia trasparire l'eco dell'odio della plebe cittadina verso i coltivatori dei campi[89].

Ma, ritornando a quanto ci eravamo proposto di dimostrare, cioè all'analogia degl'intenti che informano la satira contro la volpe e quella contro il villano, osserveremo come esista un parallelismo non solo nella loro significazione simbolica, ma anche in molti particolari delle astuzie ad entrambi attribuite, dai quali vediamo confermata la nostra affermazione, cioè che essi, nella concezione popolare medioevale, venivano molto spesso confusi.

L'origine prettamente popolare di questa lotta tra il debole astuto ed il forte si manifesta anche nell'esagerata stupidità che viene attribuita agli avversari degli eroi popolari; così Isengrino ci viene rappresentato come fornito di un'intelligenza non molto superiore a quella che dalla tradizione era riconosciuta negli avversari di Unibove e di Campriano. È noto l'aneddoto della volpe che entrata in un monastero per rubarvi dei polli, attratta dalla sete, entra in una secchia e cala in fondo al pozzo dove corre pericolo di annegare; ma fortunatamente sopraggiunge il lupo, a cui essa fa una descrizione smagliante dell'abbondanza che si gode nel paradiso terrestre[90] dove è volata l'anima sua:

Ceens sont les gaaigneries,

Les bois, les plains, les praieries;

Ceens a riche pecunaille,

Ceens puez veoir mainte aumaille

Et mainte oille et mainte chievre,

Ceens puez tu veoir maint lievre,

Et bues et vaches et montons,

Espreviers, ostors et fàucons

. . . . . . . . . . . . . .[91]

e il lupo, dopo di aver fatta la confessione dei suoi peccati, salta nell'altra secchia e discende nel pozzo mentre la volpe risale e si mette in salvo. Così pure il villano astuto incontrando i suoi nemici, che credevano di averlo gettato nel fiume legato in un sacco[92] dove egli invece aveva fatto entrare un pecoraro, li induce, affermando loro che le pecore di cui lo vedono ora possessore furono da lui trovate nel letto del fiume, a precipitarsi nell'acqua dove trovano la morte. Anche tra l'episodio della guarigione del leone intrapresa da Renardo che viene chiamato presso il re infermo dietro il consiglio del cugino, e il noto fabliau Du vilain mire[93] vi è certo molta analogia in quanto entrambi sono, contro loro voglia, obbligati a curare l'ammalato che nessun medico aveva saputo guarire; ed ambedue compiono meravigliosamente quanto vien loro imposto e guadagnano onori e ricchezze. La strana e comica cura a cui il villano assoggetta la figlia del re per levarle la resta di pesce che le si era conficcata in gola, è troppo nota perchè noi ci fermiamo a narrarla. Piuttosto osserveremo come una certa analogia, per quanto lontana, si possa vedere tra il Jugement de Renart e il fabliau Du Vilain qui conquisi Paradis par plait[94], quantunque diversifichino totalmente nella soluzione, perchè la volpe, accusata da tutti i suoi nemici presso il leone, ottiene salva la vita vestendo l'abito di pellegrino, mentre il villano, confondendo i suoi accusatori, guadagna un posto nel paradiso. Un certo parallelismo si potrebbe vedere nella difesa coraggiosa che entrambi fanno delle proprie azioni dinanzi al tribunale supremo. Ricorderemo qui brevemente il fabliau. Un villano era morto, e nè gli angeli nè i demoni, per un motivo che incontreremo parlando della satira negativa, non erano venuti a prenderne l'anima; questa vedendo l'arcangelo Gabriele che portava in cielo l'anima d'un signore, lo segue ed entra di soppiatto in paradiso. Quivi, conscia della sorte che l'aspettava, si rannicchia in un angolo; quando San Pietro la scorge, domanda chi abbia osato introdurre l'anima di un villano nel regno celeste:

Ensorquetot par seint Alain

Nos n'avons cure de vilain

Quar vilains ne vient en cest estre.

L'anima del villano non si lascia sgominare da questa accoglienza poco lusinghiera, e risponde per le rime a San Pietro:

Plus vilains de vos ni puet estre

Çà,» dit l'ame «beau sire Pierre

Toz iorz fustes plus durs que pierre

Fous fu, par seint paternostre

Dieus quant de vos fist son apostre.

e gli rinfaccia di aver avuto l'impudenza di rinnegare per ben tre volte il suo divin Maestro. San Pietro si ritira mortificato e manda, a scacciare il villano, San Tommaso che gli grida da lontano:

Vuide paradis, vilains faus.

Anche a questo santo il villano dice il fatto suo, e gli rimprovera la sua proverbiale incredulità; e così pure a San Paolo, che si presenta da ultimo a tentare la prova, ricorda la lapidazione di San Stefano. I tre santi, confusi ed indignati, si presentano al Signore e gli raccontano le offese ricevute dal villano, il quale, tradotto al cospetto di Dio, e invitato a giustificarsi, non perde la sua franchezza e sostiene i propri diritti al regno della beatitudine, enumerando i meriti che ne l'hanno reso assai più degno dei tre santi; e Dio accoglie le ragioni del villano e gli rende giustizia. In questi fabliaux campagnuoli spira un soffio democratico che riflette il sentimento di rivolta del popolo contro la classe dominante, quello stesso sentimento da cui è inspirato il Roman de Renart, nel quale non è raro di trovare anzi degli accenni significativi e persino degli eccitamenti alla ribellione[95]. Ecco come possiamo spiegarci il formarsi di questa corrente satirica positiva che tende a formare della figura del villano un rappresentante e un difensore delle aspirazioni degli oppressi; e infatti mentre negli altri fabliaux dettati dallo sprezzo dei nobili e degli ecclesiastici vedremo quanto sia deriso il villano, in questi fabliaux ed in alcuni altri che verremo ricordando, il villano, per influsso anche della saga salomonica, incomincia ad alzare a poco a poco la fronte ed a prendere la rivincita sui suoi derisori.

Certo ad innalzare a questo significato simbolico la figura del villano nel medio evo e a dare un grande impulso alla corrente satirica positiva contro di lui, concorse potentemente anche il fatto che nella concezione popolare egli si era identificato col tipo dell'indovino del volgo che confonde colla sua astuzia il re saggio per grazia divina. Questo tipo di saggio volgare che il medio-evo aveva contrapposto a Salomone, se ben si osserva, corrisponde tanto fedelmente al villano quale lo abbiamo visto concepito nella letteratura medioevale, che vediamo in lui sintetizzate le due correnti in cui si bipartisce la satira contro il villano; e con questo infatti l'indovino ha comune l'astuzia volpina con cui vince i suoi oppositori, e la deformità ributtante che il popolo vedeva ripetuta nei buffoni e nei nani delle corti, ai quali pure era concessa una grande libertà di parola. Questa deformità con cui vediamo tratteggiato il tipo orientale del saggio del volgo corrisponde anche a quella tendenza verso il meraviglioso e il sopranaturale che fu propria del medio-evo; Salomone, Virgilio, Gerberto, Silvestro IIº, Cecco d'Ascoli, ed altri saggi furono creduti maghi, Attila, il «malleus orbis», fu fatto nascere dal connubio mostruoso di una donna con un cane. Così la nascita del mago Merlino è accompagnata da avvenimenti terribili[96] che fanno presagire quali portenti compierà il bambino, a cui Dio per stornare i propositi del diavolo che voleva farne un anticristo, donerà poi l'onniscienza; e il ritratto del bambino[97] corrisponde in deformità a quello che la tradizione ci ha conservato di Esopo[98], di Marcolfo[99] e di Bertoldo[100]. Abbiamo compreso anche Esopo tra le figure del villano astuto, perchè infatti egli presenta una grandissima analogia con lui; ed anzi nei primi tempi, come ha osservato giustamente il Degubernatis, personifica umanamente, come il villano, l'eroe della favola animalesca, per lo più un furbo che vince un violento, e si confonde colla volpe, sua vera eroina. «In antico raffigurava soltanto la sapienza greca, ed era poco più che un personaggio allegorico; successivamente prese nella finzione una persona sempre più distinta crescendo ad un tempo in deformità ed astuzia; Esopo diviene il tipo del villano accorto, che si rinnova nel grottesco italiano Bertoldo, il quale risolve ogni quistione che gli vien proposta»[101]. Il Pullé[102] ha dimostrato come si riscontri tra le leggende delle vite anteriori di Buddha una che ce lo presenta sotto le spoglie di Mahausadha in cui si può ravvisare un progenitore indiano dell'indovino del volgo; egli infatti scioglie tutti gli enigmi propostigli dal re Bahvannapâna del Vidcha e che sono quasi gli stessi che Salomone dà a Marcolfo, e, ancora bambino, dà prova di una straordinaria intelligenza. «Naturalmente, osserva il Pullé, si sono fatte delle differenze profonde fra le nobili figure del racconto indiano..... e il materiale, astuto e maligno contadino, modellato dal brutale e sarcastico talento dei barbarici volghi medioevali, cui non poteva gran fatto temperare la vena del rustico poeta. Fra il prototipo indiano e il Bertoldo, corrono appunto le differenze che corsero fra i tempi, la società e gli intenti ideali che li hanno rispettivamente prodotti.» Certamente questa leggenda deve aver contribuito assai a far sostituire al contradditore soprannaturale del re saggio nella saga salomonica il Marcolfo, caratteristica concezione del tipo del villano astuto nel medio-evo, in cui vediamo fondersi le due correnti di satira a cui abbiamo più volte accennato. Nel Marcolfo infatti la classe feudale non vedeva che il buffone dalle risposte insolenti e dalle azioni triviali a cui è concessa la più ampia libertà di fatti e di parole, e nella cui deformità ributtante sentiva l'espressione del suo disprezzo per i villani; mentre la plebe si era formato del contradditore di Salomone[103] il suo eroe prediletto, il rappresentante di quello spirito di ribellione da cui sono informati quei Proverbes au vilain nei quali, come osserva giustamente il Guerrini, «il proletario prende la sua rivincita sul feudatario e lo beffeggia, lo insudicia per esaltare gli umili»[104]. Ecco come si spiega l'immenso favore che la figura di Marcolfo ebbe nella letteratura popolare medioevale, ed ecco pure il perchè della straordinaria integrità del suo carattere attraverso tante generazioni nella tradizione popolare. Intorno alla figura del villano astuto, dell'indovino del volgo, cambiano gli avversari che gli sono opposti dalla tradizione e vengono mano mano perdendo di importanza per adattarsi all'ambiente popolare; così a Salomone, che conservava nel concetto del medio-evo una vitalità di carattere e una grandiosità di contorni che non permettevano di rappresentarlo soccombente nella disputa col villano[105], si vengono sostituendo altre figure più confacenti alla infantilità delle concezioni del volgo. Perchè il tipo del villano astuto si mantenesse vivo nella tradizione, era necessario che egli estrinsecasse questa sua malizia in qualche fatto che colpisse l'immaginazione popolare assai più dello spirito di opposizione che informa il dialogo nella leggenda, ed ecco come molto probabilmente originarono gli altri racconti nei quali lo vediamo tratteggiato. E qui ci troviamo dinanzi alla questione già tante volte dibattuta, se esistano, cioè, dei legami di affinità tra le varie figure di Marcolfo e Bertoldo, e Unibove e Campriano. Se ben si osserva, quello spirito di ribellione da cui abbiamo veduto informata la saga marcolfiana nel medio-evo, e quella tendenza a formare dell'astuto villano un simbolico vendicatore degli oppressi, contribuiscono validamente ad aumentare sempre più l'importanza della figura di Marcolfo, che diventa nella concezione popolare l'attore principale della saga salomonica; e quanto più grandeggia l'idolo del popolo, altrettanto impallidisce il personaggio che gli è opposto dalla tradizione popolare, la quale, come abbiamo già osservato, tende ognora a sostituire alle figure storiche leggendarie, delle creazioni meglio corrispondenti all'indole sua. Certamente tra Marcolfo e Bertoldo che vincono in saggezza Salomone ed Alboino, e Unibove e Campriano che durano ben poca fatica ad ingannare avversari tanto sciocchi quali la tradizione loro attribuisce, pare che esista a tutta prima un abisso insuperabile; ma se si considera più attentamente l'evoluzione di queste fiabe da un punto di vista non limitato, e se si ricordano le leggi che governano questa evoluzione, non è impossibile riscontrare tra queste varie figure del villano astuto una certa affinità. È noto come gli studi recentissimi di novellistica comparata abbiano assodato che a ben pochi si possono ridurre i temi primitivi da cui è originata l'immensa fioritura di fiabe e di novelle nella tradizione di tutti i popoli e di tutti i tempi; questi temi fondamentali, passando dalla tradizione orale nella letteratura e viceversa, si son venuti man mano trasformando e modificando. Molto probabilmente adunque la narrazione delle astuzie di Unibove e di Campriano non rappresenterebbe che uno dei sottocicli nei quali la saga salomonica è venuta spezzandosi nel medio-evo, ciascuno dei quali ha sviluppato una parte speciale della leggenda, assimilandosi elementi affini di altre narrazioni; elementi che spesso giganteggiano fino a far perdere al «motivo» fondamentale la sua originaria fisonomia. Tanto Unibove che il suo discendente Campriano non sarebbero che innesti della letteratura popolare sopra il ceppo della leggenda salomonica; mutandosi gli intenti che informavano la narrazione della sconfitta del re saggio per grazia divina per opera dell'astuto villano, si è cangiato anche l'ambiente in cui si muovono gli attori di questa fiaba. Il Lamma[106] nega recisamente che si possa supporre una anche lontana derivazione dalla saga salomonica delle figure di Unibove e di Campriano; ma, assai più giustamente, il Novati dice: «In fondo tenuto il debito conto delle trasformazioni sofferte, Marcolfo, Unibove, Campriano e Bertoldo non sono che altrettante riproduzioni del medesimo tipo, dell'uomo di vile condizione (schiavo da prima, contadino poi) semplice e goffo, ma scaltro e sagace, che talora vince in saviezza i più nobili, i più prudenti, i più savi»[107].

Il racconto delle astuzie del villano contro i suoi avversari si modifica profondamente passando dalla tradizione orale nella letteratura, perchè non conserva la memoria degli intenti che l'hanno originato[108], e dell'aneddoto marcolfiano non sopravvive che il ricordo delle astuzie che saranno poi attribuite nelle raccolte di facezie ai più celebri buffoni del tempo. Il Folengo, che tanto frequentemente attinse nell'opera sua alla tradizione orale, e che, come abbiamo visto, coglieva tanto volentieri l'occasione di colpire colla satira i villani, inverte le parti nel racconto della burla, e mentre nel Campriano abbiamo il villano che inganna i mercanti, nell'ottava maccheronica del Baldo il villano Zambello è ingannato da Cingar che gli vende a caro prezzo il coltello miracoloso di San Bartolomeo; così Til Eulenspiegel, che pure è il discendente tedesco in linea retta del Marcolfo, fa di preferenza i villani vittime delle sue burle poco decenti. È inutile che ripetiamo qui i numerosi riscontri che presenta la storia di Campriano nella tradizione popolare[109]; solo ricorderemo come si possa far rientrare in questo ciclo il fabliau De Barat et de Haimet ou de trois larrons[110] nel quale sono narrate le astuzie usate da un villano per salvarsi dalle rapine di due ladri famigerati che non sono sciocchi e creduli come gli avversari di Unibove e di Campriano. Eccone il sunto: Un villano, già compagno di due ladri famosi per la loro audacia, li ha abbandonati per la paura del capestro ed è ritornato a casa propria; avendo un giorno ucciso un porco e dovendosi per poco assentare da casa, raccomanda alla moglie di vegliare affinchè non vengano a rubarlo i due ladri che si aggiravano nei dintorni. I ladri infatti essendo entrati nella casa del villano ed avendo visto il porco appeso in cucina, decidono di rubarlo nella prossima notte: ma il villano, ritornato a casa, appena sa dalla moglie della visita dei ladri, sospettando le loro intenzioni, stacca il porco e lo nasconde. Giunta la notte i ladri, penetrati nella casa, s'accorgono dell'inganno, ed uno di essi, approfittando del momento in cui il villano si era alzato dal letto per assicurarsi se la vacca non gli era stata rubata, s'avvicina al letto e domanda alla moglie del villano, fingendo di essere il marito e di non ricordarsi dove avevano nascosto il porco, il luogo del nascondiglio; saputolo, i due ladri rubano il porco e fuggono. Il villano li insegue e raggiunto quello che portava il corpo del delitto e che era rimasto più addietro del compagno, si fa cedere da lui il maiale col pretesto di sollevarlo del peso; il ladro, credendo di aver a che fare col proprio compagno, continua la sua strada mentre il villano ritorna verso casa. Segue poi la narrazione delle altre astuzie con cui i ladri si impadroniscono nuovamente del porco e con cui il villano per la seconda volta riesce a riconquistarlo; finchè il villano, stanco di lottare e disperando di poter vincere in astuzia i due ladri, si decide a dividere con loro il porco.

Anche in alcuni altri fabliaux vediamo tratteggiata la figura del villano astuto che ottiene il sopravvento sui suoi avversari: basterà che ricordiamo il Vilain au Buffet[111] nel quale è narrato con quanto spirito un villano rintuzzasse l'alterigia di un maggiordomo impertinente, e l'altro De deux bourgeois et d'un vilain[112] dove si racconta come un villano, messosi in cammino con due borghesi, mangiasse tutta la provvista di viveri che avevano messo in comune, e spiegasse questo suo atto arbitrario con un sogno fatto durante la notte[113]. In questi due ultimi fabliaux appare evidente quella tendenza alla ribellione che ha ispirato il Roman de Renart, e il villano ritorna ad essere rappresentato come vincitore dei suoi avversari appunto perchè questo spirito di ribellione non poteva avere un'espressione più fedele del dipingere la classe dominante vinta dal più umile degli esseri della società medioevale, dal villano tanto disprezzato e bersaglio convenzionale della satira dei trouvères.

Prima ancora che nei fabliaux il villano era già oggetto di scherno e di satira in quelle raccolte di favole che ebbero tanto favore nel medio-evo; ricorderemo qui alcune delle più caratteristiche da cui originarono molti dei fabliaux satirici contro i villani. Abbiamo detto, parlando del fabliaux Du Vilain qui conquist Paradis par plait, come i villani fossero stati scacciati dall'inferno; ecco per qual motivo il diavolo non voleva più accogliere le anime dei villani:

De Rustico et Plutone[114].

Dum timet agricola se debita solvere morti,

Exhalans ventus podice purgat eum.

Hanc rapiens Daemon animam se credit habere;

Currit ad inferni pestifer ille loca.

Cuius in introitu socii fetore premuntur:

Vix etiam nares complice veste tegunt.

Hoc cito Pluto decretum praecipit: omnis

Rusticus ut maneat Ditis ab aede procul.

Sit procul antiqua jam rusticus omnis ab urbe,

Quem sibi consortem Tartara saeva negant.

Nel già ricordato Volgarizzamento delle favole di Galfredo dette di Esopo possiamo già vedere con quanto favore fosse accolta la satira contro il villano[115] che viene dipinto come ingrato[116] e subdolo e comincia ad essere personificato nel tipo leggendario dello sciocco abbindolato dalle false asserzioni della moglie infedele[117].

Anche nei fabliaux il villano è rappresentato come vittima dei tradimenti della moglie, che, sorpresa coll'amante, fa credere al marito ch'egli non è più vivo; basterà che ricordiamo il fabliau: Le vilain de Bailleul[118] nel quale si narra come un villano, ritornato a casa in un momento inopportuno, è persuaso dalla moglie di essere gravemente ammalato, e, appena coricato, di aver spirato l'anima a Dio; la moglie lo copre con un drappo, e chiamando con alte strida tutto il vicinato, piange la perdita dell'amato sposo. Ma appena i vicini sono partiti, il villano che convinto di esser morto, non faceva più alcun movimento, s'accorge che la moglie si consolava troppo presto della vedovanza col prete, suo complice, al quale egli dice:

Certes se je ne fusse mors

Mar vous i fussiez embatuz[119].

Il numero considerevole di questi fabliaux satirici nei quali vediamo tratteggiato il tipo del villano sciocco ci prova quanto favore fosse nel medio-evo accordato a quella corrente satirica da cui abbiamo veduto originati tanti curiosi componimenti. Tutte le storielle create dal mordace spirito medioevale e che vennero man mano raggruppandosi intorno al ciclo di narrazioni riferentisi allo sciocco leggendario, non privo qualche volta di una certa astuzia, sono attribuite di preferenza dai trouvères al villano, perchè appunto la corrente satirica ne aveva fatto il tipo più disprezzato, il luogo comune di tutte le vilenies che uscivano dalla bizzarra e vivace fantasia di questi poeti popolari ai quali esse avevano guadagnato dai contemporanei l'appello di ministri diaboli[120]. Abbiamo già visto come i villani avessero in comune colle donne molte accuse; anche queste sciocchezze che vengono ad essi attribuite le troviamo spesso rivolte a deridere qualche altra classe di persone, e man mano che la satira contro il villano viene perdendo il favore che l'aveva accompagnata nel medio-evo, esse passano successivamente ad ingrossare il numero delle narrazioni con cui ciascun paese suole deridere la semplicità proverbiale degli abitanti di un dato luogo. Come le astuzie del villano oppositore sono usurpate successivamente dai più noti buffoni di ogni paese, così la scempiaggine dello stesso tipo diventerà carattere distintivo degli abitanti di Cuneo, di Peretola, di La Cava, di Bastelica, di Busto Arsizio ecc. in Italia; della Picardia, di Saint-Dode in Francia, di Gotham in Inghilterra, di Schildbourg in Germania, e via dicendo. Basterà che ricordiamo alcuni dei temi di queste tradizionali sciocchezze: il villano che ritornando dal mercato, e contando il numero degli asini acquistati, non computa nel numero quello ch'egli cavalcava e ritorna al mercato per cercarvelo[121]; i villani che, andati in città a comperare un crocefisso, raccomandano all'artefice di darne loro uno vivo per poterlo uccidere qualora non piaccia ai loro compaesani[122]; il villano che, andato in città, s'accorge che si è già alla vigilia della Domenica delle Palme, mentre egli non aveva ancora annunciato ai suoi l'arrivo della Quaresima[123]; il villano derubato della tela[124], dei capponi[125], e tante altre che sarebbe qui troppo lungo enumerare. Sono note poi tutte le balordaggini che furono fatte compiere da Bertoldino e da Cacasenno[126], nei quali possiamo vedere il ritorno alla satira negativa contro il villano astuto che era stato dalla tradizione popolare contrapposto al re saggio per grazia divina. Ricorderemo da ultimo due altri fabliaux che appartengono alla satira negativa contro il villano, e di cui daremo un breve sunto. Nel fabliau di Jean de Boves Brunain, la Vache au Prestre[127], non si sa veramente quale dei due vizi che vi sono attribuiti ai villani, la credulità e l'ingordigia, sia maggiormente colpito dalla satira; un villano avendo sentito che Iddio centuplica le elemosine fatte, dona al curato la propria vacca che da qualche tempo dava pochissimo latte, e avendo questa trascinata al tugurio del villano la vacca del curato colla quale era stata accoppiata, il poco disinteressato donatore ringrazia Dio di averlo ricompensato tanto presto della offerta fatta al suo ministro. Nel fabliau della Chatelaine de Saint Gilles[128] si deride invece il villano che, inorgoglito dalla ricchezza accumulata colla sua proverbiale avarizia, osa alzare lo sguardo sopra una donna non plebea. Un villano, ricco ma avaro, sposa la figlia di un gentiluomo povero, quantunque essa gli manifesti l'avversione e l'invincibile ripugnanza ch'essa prova a doversi unire con un uomo di vile condizione, e non si impegni a mantenersi fedele:

Doit bien avoir li vilains honte,

Qui requiert fille à chastelain.

Ci le me foule, foule foule,

Ci le me foule le vilain.

ma egli grida tutto contento:

L'avoirs done au vilain

fille à chastelain.

Ma appena conchiuso il matrimonio giunge il cavaliere, il «douz amis» a cui la figlia del castellano aveva giurato eterna fede, e rapisce la sposa, inseguito inutilmente dal povero villano a cui i fuggitivi scagliano per di più un mondo d'ingiurie; e lo sposo tradito e beffato, ritorna dolente a casa dove l'attendono lo scherno e le condoglianze motteggiatrici del vicinato[129]. Come abbiamo potuto vedere dal rapido esame che siamo venuti facendo dei fabliaux nei quali è tratteggiata la figura del villano, se, come osserva giustamente il Lenient nelle belle pagine che ha dedicato a questo studio, il villano per influsso della saga salomonica grandeggia nei fabliaux campagnuoli perchè il popolo s'era fatto di lui il simbolico rappresentante dell'odio verso gli oppressori, in molti altri, per le ragioni che abbiamo esposto, è di nuovo colpito da quella satira e da quello scherno che abbiamo veduto tanto fedelmente espressi nelle sarcastiche Vingt-trois manières de vilains. Il Bédier, nel suo magistrale lavoro sui fabliaux, esaminando la parte rappresentata dalle diverse classi sociali, nega assolutamente che i fabliaux, in cui è protagonista il villano, si possano dire ispirati dalla satira contro la classe dei lavoratori del suolo; la satira suppone dell'odio, e nei fabliaux, egli dice, piuttostochè una satira delle classi sociali, noi abbiamo di esse una semplice caricatura. Il Le Clerc invece ha creduto di veder i deboli colpiti costantemente dallo scherno degli autori dei fabliaux. Come si può spiegare l'esistenza di queste due correnti opposte e disparate che informano i fabliaux in cui entrano a far parte i villani? Da un lato abbiamo un numero considerevole di questi componimenti in cui incontriamo dell'odio brutale contro queste povere vittime del feudalesimo, di quello scherno che, secondo il Wright, il Le Clerc, l'Aubertin ed altri, era offerto dall'adulazione bassa dei trouvères quale olocausto al signore possente; dall'altro invece ne incontriamo un gruppo non meno numeroso in cui, prima timidamente, poi senza alcun timore, i villani sono fatti vincitori nella lotta impari che devono sempre sostenere coi loro avversari. Che nei primi non si trovi espresso dell'odio, più che quel motteggio con cui nel medio-evo si solevano colpire altri tipi caratteristici, come più tardi da noi l'alchimista ed il pedante, crediamo molto difficile ed arduo l'affermarlo; come non si può non riconoscere che nei secondi, che furono con espressione felicissima detti «campagnuoli» dal Bartoli per affermare l'ambiente in cui si sono prodotti, il rozzo cantore si fa l'eco, l'espressione fedele dei sentimenti di rivolta che serpeggiavano tra la popolazione rurale e che scoppiavano di quando in quando nelle sanguinose e terribili Jacqueries. Si potrebbe credere che i jongleurs questi nomadi cantori, della cui vita zingaresca il Gautier ha fatto una vivace pittura, avessero nel loro ricco repertorio gruppi diversi di narrazioni per ogni classe di persone, e destinassero ai villani, da cui sappiamo che erano accolti ospitalmente, quelle in cui la vittoria arride al coltivatore del suolo, all'umile servo. Ma forse è più verosimile il supporre che i fabliaux satirici contro i villani siano dovuti alla classe dei trouvères che erano mantenuti da qualche signore, o frequentavano unicamente i castelli, e che, come Rutebeuf e Matazone da Calignano[130], facevano aperta professione di odio verso i villani; mentre i fabliaux campagnuoli sono da ritenersi come appartenenti a quell'umile schiera di cantastorie, qualche cosa d'intermedio tra il poeta, il saltimbanco e l'ammaestratore d'orsi, che frequentavano unicamente le fiere dei villaggi ed avevano un uditorio composto in gran parte da contadini. Come giustamente ammette lo stesso Bédier, nei fabliaux in cui è narrata la vittoria del servo sul padrone si sente che il poeta prende con entusiasmo la difesa del debole contro il forte: «.... l'on entende l'accent de je ne sais quelle haine de jacques..... on sent que le poete se sait vilain lui-même, et qu'il parle à ses pairs»[131]. Se questo accento appassionato non si incontra che rare volte in questi fabliaux campagnuoli, ciò si spiega col fatto che questi jongleurs avevano poco da sperare dai villani

Malëureux de toute part,

Hideus comme leu ou lupart

Qui ne savent entre gens estre,[132]

e perchè, come osservava il Guerrini per il Croce, «la satira, che sarebbe stata un'arma terribile in mano di questi poeti di piazza ai quali il popolo prestava così volontieri orecchio, non era per queste povere anime di rassegnati»[133]. Comunque sia, è certo che il villano è una delle figure più caratteristiche dei fabliaux, e non si può parlare della satira contro di lui senza accennare alla parte importante ch'egli rappresenta in queste narrazioni. Accanto al fabliau satirico che riflette per opera dei trouvères il profondo disprezzo del signore verso il servo, vediamo spuntare a poco a poco il fabliau campagnuolo per influenza della saga salomonica, o per meglio dire, marcolfiana, che vediamo in Francia riprodotta nel Dit de Marcolphe. Il villano alza a poco a poco la fronte e prende la rivincita sui suoi derisori, e prima incomincia a canzonare il borghese che fino ad ieri aveva condiviso con lui lo scherno dei signori e degli ecclesiastici, poi non esiterà a guardare in faccia il suo signore e a sostenere francamente i suoi diritti anche innanzi a Dio. Prima di studiare la parte rappresentata dal villano nella novellistica italiana, era per noi di somma importanza di seguirne le vicende nei fabliaux, per potere stabilire un confronto tra le due correnti satiriche in Francia ed in Italia, e più particolarmente per poter dimostrare come da noi, più che il disprezzo del servo verso il padrone, fu causa principalissima di quell'odio verso le popolazioni rurali che troveremo espresso nelle novelle, il dissidio economico che abbiamo visto manifestarsi tra gli abitanti della città e la popolazione della campagna.

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Il Bartoli[134], parlando delle fonti del Decamerone, dice a proposito dei fabliaux e della loro influenza sulla novella in italia: «Gli autori dei fabliaux sono evidentemente i precursori di quello spirito che informa più largamente e completamente il Decamerone; di quello spirito satirico e sarcastico che guarda gli uomini dal papa e dall'imperatore fino al villano, per trovare in essi quello che c'è di ridicolo, di falso, di sbagliato, di finto, e scopertolo lo grida a voce alta, con urli anzi, che qualche volta hanno un po' del selvaggio..... il Boccaccio può dirsi il grande erede dello spirito che informò la novella francese dei due secoli precedenti al suo. Dir questo, continua il Bartoli, è cosa giusta, ma non che il Boccaccio sia un'eco dei troveri.» Non è qui il caso d'ingolfarci nella questione tanto dibattuta delle fonti del Decamerone, nel quale alcuni scrittori, come il Le Grande d'Aussy, il Le Clerc, il Fauchet, il conte di Caylus, il Barbazan, non vorrebbero vedere che una riproduzione in prosa dei racconti rimati dei trouvères per quell'esagerato sentimento di nazionalità che faceva chiamare al Settembrini «critica da femminette» i risultati novissimi degli studi di novellistica comparata. Già il Villemain, il Ginguenè, il Du Méril, il Dunlop, il Bartoli, il Landau, il Masi ed altri hanno dimostrato che se i troveri hanno offerto al Boccaccio dei temi tradizionali, soltanto dal genio del novelliere toscano uscì l'opera veramente artistica. Se noi confrontiamo il Boccaccio col jongleur medioevale troviamo tanta differenza d'intenti quanta ne corre, per esempio, tra i fabliaux e le novelle di Margherita d'Angoulême. Nel Decamerone si risentono molto potentemente le influenze aristocratiche dell'ambiente in cui il Boccaccio ha pensato e finge raccontate le sue novelle; per accertarci di questo basterà che noi confrontiamo la parte che nel Decamerone è fatta al Villano, con quella tanto importante ch'egli rappresenta, come abbiamo visto, nelle scene famigliari ritratte nei fabliaux. Il tipo del villano quale l'abbiamo visto tratteggiato nella satira dei trouvères e dei jongleurs, viene a perdere qui tutta la sua individualità caratteristica e tende a confondersi a poco a poco in quella grande classe di ignoranti e di poveri di spirito, che, da Calandrino a Mastro Manente, forma l'oggetto delle risa, e il bersaglio delle natte da parte della classe aristocratica e colta. Nella novella ottava del Decamerone, giornata terza, è detto chiaramente che il volgo serviva di spasso agli ecclesiastici, i quali, come osserva il De Sanctis, ridevano del volgo e dei meccanici perchè il saperne ridere era segno di coltura; Ferondo è così dipinto: «Ora avvenne che essendosi molto colto abate dimesticato un ricchissimo villano, il quale aveva nome Ferondo, uomo materiale e grosso senza modo (nè per altro la sua dimestichezza piaceva allo abate, se non per alcune recreazioni le quali talvolta pigliava della sua simplicità) ecc...» Qui non c'è più quell'odio feroce contro i villani che dettava ai poeti popolari medioevali le violente invettive che abbiamo passato in rassegna; l'odio s'è cambiato in quella satira senza amarezza che scaturisce dal contatto di una fine intelligenza coll'ignoranza del volgo, e tutto l'intento satirico è volto a colpire la corruzione del mondo ecclesiastico. Così nella novella decima della quinta giornata, una certo delle più splendide del Decamerone, nella quale con ironia finissima e con una ricchezza smagliante di colori, il Boccaccio narra la predica e la mistificazione che frate Cipolla fa ai contadini certaldesi, l'ignoranza di quei poveri superstiziosi messa a confronto colla impudenza del frate, finisce quasi per assumere un certo aspetto compassionevole che rende meno acuta la satira contro la loro credulità, e fa dell'ignoranza loro uno sfondo su cui risalta ancora più vivamente l'empietà e la sfrontatezza di frate Cipolla. Nella giornata settima poi, in cui sono narrate «le beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a' suoi mariti, senza essersene avveduti, o sì,» possiamo, senza molta difficoltà, riconoscere in quasi tutte le vittime della infedeltà coniugale i discendenti diretti del villano credenzone quale l'abbiamo visto riprodotto in molti fabliaux. Soltanto Masetto da Lamporecchio costituisce un'eccezione a questa abitudine del Boccaccio di collocare i villani tra i beffati, e rappresenta anzi il tipo del villano astuto che ricorre a mille espedienti per riuscire nel suo intento[135]. Anche nel Trecento novelle del Sacchetti troviamo pochi accenni di satira contro i villani, quantunque egli ritragga l'ambiente popolare fiorentino; potremmo ricordare soltanto alcune risposte argute e pronte ch'egli attribuisce in alcune sue novelle ai villani[136]. Per il Sacchetti, ed anche per il Sercambi[137], dobbiamo ripetere quanto abbiamo già osservato a proposito del Boccaccio, come cioè, nella forma locale che assume la novella in Italia nel trecento, il tipo del villano, quale lo vedemmo tratteggiato nei fabliaux francesi, venga qui a suddividersi, se ci è permessa l'espressione, in altrettante figure non meno caratteristiche di artigiani che riproducono, più o meno fedelmente, i soliti vizi attribuiti dalla tradizione ai villani.

Nei novellieri del secolo decimoquarto ben poco troviamo di interessante per il nostro studio, e probabilmente possiamo spiegare questa assenza di acredine nel dipingere i campagnuoli, e l'abitudine anzi di mutarli, nei motivi tradizionali delle novelle, negli artigiani della città, col fatto che non per anco si era inasprito quell'antagonismo tra la città e la campagna che vedremo chiaramente riflesso nei componimenti del secolo decimoquinto, e decimosesto; o forse perchè l'estensione di significato che abbiamo visto attribuito nei fabliaux alla parola vilain permetteva anche ai nostri novellieri di comprendere in questo tipo non solo i contadini, ma anche gli artigiani ed i meccanici della città[138]. E di fatti se noi osserviamo nel quattrocento la raccolta di novelle del senese Gentile Sermini, vediamo come egli colga tutte le occasioni per scagliarsi contro i villani nel suo libro che egli paragona ad un «paneretto d'insalatella.» La terza novella[139] è una vera carica a fondo contro l'ingratitudine[140] dei villani: «Bartolomeo Buonsignori fece un rustico scopone tornare in un salcio arrendevole.» Questo Bartolomeo, narra il Sermini, s'era recato a stare in villa, dove beneficava generosamente i suoi dipendenti; tra questi c'era un certo Neri «chiamato Scopone, il quale era un maragozzo villano, sconoscente e baccalare, ingrato e tutto suo, avaro delle cose sue, e dell'altrui cortesissimo, o volontieri quando poteva ne pigliava: corpente a casa altrui, ove l'acqua gli era malsana e 'l poco vino: non dico della carne, che quando vi s'abbatteva, ne faceva scorpacciate di lupo; era una gran dura mole per sè, ed aveva un maraviglioso vizio rustichesco, e nell'aspetto pur suo grossolano pareva; ed era grande, compassato e mal vestito, con un naso aquilino di tanta presa ch'aria tenuto un paio di ceste per occhiali: non era mai sì gran vernata che lui portasse calze o giubbarello: sempre involto nella terra: ed avendo in odio il lavar delle mani e viso, sempre era soglioso, co' calzari ricusciti co' gionchi.» Scopone, stando al servizio di Bartolomeo, s'era fatto molti risparmi coi quali aveva potuto comperare una vigna ed una casetta; da allora era divenuto ingrato e sconoscente verso il suo benefattore «siccome generalmente i suoi pari rustichi quando si trovano il valore di tre soldi subito si mettono l'orecchie dell'asino, ed insuperbiti fanno del grosso senza apprezzare più persona niente: non altrimente faceva Scopone.» Il Sermini continua narrando come Bartolomeo facesse pentire Scopone della sua ingratitudine, e conclude con questa riflessione: «..... perchè nel villano, in cui non è legge nè pratica discrezione, con lui non è da pigliar troppa famigliarità: ma volendone aver bene, non è da largar la mano, nè la borsa, nè nissun suo secreto. Diesi da longe e stretto tenere; e se richiede, ben non potendo perdere con lui, servalo di rado, e fagli bramare. Dimostragli tenerlo da poco: non gli ridere in faccia, e miralo di rado; non gli perdonare il fallo, ch'egli ne piglia baldanza. Salda con lui spesso ragione in presenzia di testimoni. Nol tenere a tavola teco, non ischerzare nè motteggiare con lui: fa che non sopprappigli del tuo, e non lassar invecchiare la posta, che te la negherà. Venendoti a casa, spaccialo presto, col bere un tratto: tienlo in timore, sicchè di te faccia stima e conto. Tienlo in freno e senza baldanza e sottile più che puoi, che se lui si sente il valore di tre soldi, pigliando di te securtà, mai bene non avrai, perchè l'aceto l'acquarello rinforza; è il peggior aceto che sia; e non che tu ne abbi bene, a lui parrà meritare che tu il cappuccio te gli cavi, quando con l'orecchie asinesche passerà per la via..... e benchè più altre cose assai dire si potessero, per non troppo lungo dire, ho deliberato di tacere.» Qui siamo dinanzi a uno dei più caratteristici documenti dell'antagonismo tra la popolazione della città e quella delle campagne; in questa invettiva vediamo riprodotte e sintetizzate tutte le accuse che troveremo rivolte contro i villani negli Alfabeti e nei componimenti satirici che abbiamo raccolto in appendice, specialmente in quelle Malitie dei Villani o Sferza dei Villani che chiamar si vogliano, che possono dirsi con ragione il monumento maggiore che ci è rimasto ad attestare questo antagonismo tra i cittadini ed i villani, questo attrito che abbiamo visto riflesso nelle misure restrittive dei governi popolari cittadini contro i villani che si inurbavano. Noi abbiamo riferito questo lungo brano del Sermini, perchè ci pare, se non andiamo errati, che da nessun altro scrittore del secolo decimoquinto troviamo riprodotto con maggior evidenza e fedeltà l'eco di questa lotta economica; basterà che ricordiamo del medesimo autore un'altra novella[141] per dimostrare quanto fosse vivo questo antagonismo: «Mattano, dandoglisi ad intendere d'essere eletto de' magnifici signori di Siena, sendo di fuore, alla città ritornò per risiedere; della qual cosa fu in più modi beffato, che fu fatto Papa de' Bartali, e priore de' Mugghioni»[142].

È notissima la burla che alcuni giovani cittadini fanno a questo villano che voleva unirsi allo loro compagnia; essi conducono Mattano a Siena dove gli fanno consumare tutto il suo avere, cosicchè rimane schernito da tutti e ritorna a casa povero e mortificato. «Come il villano, dice il Sermini, lassa il contado ed alla città per abitare si riduce, non prima s'ha messo il mantello del colore, colle calze solate, che e' comincia a gonfiare, parendogli essere dei maggiori della pezza; e quanto più è ignorante, tanto più è irreverente, scostumato, asinaccio e villano; che essendo nato in contado, volendo usare i costumi civili, non può e non sa».

In generale si può dire che l'influsso della saga marcolfiana nella novellistica dei primi secoli in Italia è quasi insensibile, e che il villano diventa anzi un luogo comune, nella tradizione popolare a cui tanto spesso attingono i novellieri, per indicare il tipo dello sciocco, come più tardi si fece per gli abitanti di una determinata regione. Innumerevoli poi sono le burle di cui sono dipinti vittime. Nella biblioteca Trivulziana esiste una novella in versi di anonimo, che non compare nel catalogo dei novellieri in verso e di cui, a nostro ricordo, non fu mai fatta menzione, nella quale si narra appunto una burla fatta da uno speziale ad un villano[143]. Questi si presenta una mattina «con faccia macilenta» nella bottega dello speziale e gli domanda un rimedio contro gli spiriti da cui si crede invaso; lo speziale lo invita a ritornare il giorno dopo, assicurandolo che preparerà lo scongiuro necessario. Il giorno dopo: