Da Vespasiano a Marc'Aurelio diedero una nuova fioritura gl'ingegni; le lettere riprosperarono sotto i Flavj, le arti sotto Adriano, la filosofia sotto gli Antonini.
Dopo Augusto, piuttosto che scaduta, sarebbe a dire annichilata la letteratura, giacchè, se tu ne levi Fedro di sospetta autenticità (pag. 46), per mezzo secolo non appare scrittore romano. Eppure protezione ed ajuti non mancavano. Fu oggetto di lusso l'adunare biblioteche; ed oltre quelle d'Augusto aggiunte all'Apollo Palatino ed al portico d'Ottavia, Tiberio ne pose una in Campidoglio che non dovette perire nell'incendio di Nerone, come sembra perisse la Palatina, e come sotto Comodo fu dal fulmine consumata un'altra in Campidoglio[258], forse istituita da Silla. Nel tempio della Pace, insieme con monumenti d'arti e di scienze, Vespasiano collocò una libreria, cui Domiziano arricchì tenendo continuamente copisti ad Alessandria. L'Elpia di Trajano fu poi trasferita nelle terme di Diocleziano. Altre si ricordano fino a quella di sessantaduemila volumi, che l'imperatore Gordiano III ricevè per testamento da Sereno Sammonico già suo maestro.
Alcuni imperatori promossero la coltura, sull'esempio di Cesare che conferì la cittadinanza ai medici ed ai professori d'arti liberali. Vespasiano pel primo assegnò sul tesoro ventimila lire l'anno a retori greci e latini, mentre se ne davano quarantamila a un sonatore e ottantamila a un attore tragico. Adriano protesse scienziati, letterati, artisti, astrologi; i professori incapaci metteva in riposo col soldo; e fondò l'Ateneo, che riuniva lettere e scienze. Antonino e Marc'Aurelio propagarono l'insegnamento anche nelle provincie, istituendovi scuole pubbliche di filosofia e d'eloquenza. La condizione dei maestri variò secondo la bontà e generosità degli imperatori: ma questi per lo più ne lasciarono la scelta e l'esame ai loro pari; ed è probabile che allora dovessero dar lezioni con regola e con seguito maggiore.
Se non che la pace non basta a rifiorir le lettere; anzi nell'uniformità del governo imperiale parvero addormentarsi gl'ingegni, come si spegneva lo spirito militare. Diffondeasi, è vero, l'amor del sapere; e non che la Gallia, la Germania e la divisa Bretagna conoscevano i capolavori, e contribuirono talvolta bei nomi alla letteratura: ma l'originalità non si svolge per favore de' principi o largizione de' privati. I filosofi si trascinavano sui passi dei vecchi, rimpastandoli in quell'eclettismo che è rivelazione d'impotenza; i letterati o imitavano servilmente, o, se volessero uscire dalle orme altrui, deliravano, avendo perduta la nazionale civiltà senz'essersi identificati colla nuova: i ricchi stendevano appena la mano a qualche satira o libricciuolo galante: dei giovani che a Roma affollavansi a studio, i più lo facevano per sollazzo o libidine, tanto che per decreto più volte furono rimandati in patria: col titolo di filosofi e matematici v'affluivano astrologi e ciurmadori.
La filosofia non cessò i suoi esercizj, ma coi caratteri della decadenza, quali sono le controversie di parole e l'esitanza. Le dottrine italiche di Pitagora presero aspetto mistico ed ascetico, secondando la sensualità vulgare con apparato di miracoli e d'arcani, frequenza di sacrifizj, stupidità di magìa. Fioriva allora la scuola eclettica d'Alessandria, intenta a conciliar le varie, pretendendo supplire all'arte di Platone colla scienza d'Aristotele, all'inventiva coll'argomentazione, al raziocinio coll'erudizione, all'esperienza colla rivelazione. Quando poi sorsero i Cristiani a mostrare che i dubbj delle filosofie non reggono alle affermazioni del Vangelo, e l'una abbatte l'altra, e nessuna ve n'ha che sia efficace sulla morale, le scuole etniche parvero accordarsi nel vagliare da tutti i sistemi ciò che avessero di meglio, interpretando come fatti naturali i mitologici, come simboli le assurdità immorali: sterile elaborazione, nella quale, riconosciuta la impotenza della ragione, molte volte ricorreasi ad una superiore facoltà intuitiva, supponendo dirette comunicazioni cogli Dei, e dell'estasi facendosi via alla vera scienza.
Pochi filosofi teorici produsse l'Italia. Il pitagorico Sestio, al tempo d'Augusto, ricusò la dignità di senatore, e fu capo di una setta, che piena di romana vigoria è detta da Seneca, il quale ci conservò di lui questa bella immagine: — Come un esercito minacciato d'ogni banda s'ordina in battaglione quadrato, così al savio conviene circondarsi i lati di virtù, quasi sentinelle, per essere pronte ovunque pericolo accada, e far che tutte obbediscano senza tumulto agli ordini dei capi».
Uno stoico meritevole di più rinomanza che non ne goda, ci pare Cajo Musonio Rufo di Bolsena, cavalier romano, involto nella congiura di Pisone, sbandito più volte, occupato a stornare ambiziosi dal cercar l'impero, e ad acchetare le guerre civili; lodato da Filostrato e da Giuliano imperatore come un modello di quelle virtù ch'essi pretendeano indipendenti dal cristianesimo, ma anche dai padri della Chiesa collocato a pari con Socrate. Non affettando una saviezza impossibile, un orgoglio repellente, vuole che il filosofo sia ammogliato; mentre Epitteto non osa interdire la dissolutezza, egli riprova ogni atto carnale che non abbia la sanzione del matrimonio e il fine di aumentar le famiglie; mentre Marc'Aurelio permette il suicidio, egli a Trasea che gli dice, — Amo meglio la morte oggi che l'esiglio domani» risponde: — Se tu guardi la morte come un mal maggiore, il tuo voto è da insensato; se come minore, chi t'ha dato il diritto di scegliere?» Con sapienza che risente del Vangelo dicea pure: — Evitate le parole oscene, perchè conducono ad osceni atti. Abbiate un abito solo. Se non volete far male, considerate ogni giorno siccome fosse l'ultimo di vostra vita. Dopo una buona azione, la fatica ch'essa ci costò è finita, e ci rimane il piacere d'averla fatta: dopo una cattiva, il piacere è passato, e resta la vergogna»[259].
Già ci son conti i dogmi di Marc'Aurelio e di Seneca. Di questo abbiamo tre libri Dell'ira, che possono raffrontarsi con quel di Plutarco sul soggetto medesimo; una Consolazione ad Elvia madre sua mentr'egli esulava in Corsica, un'altra a Polibio, una a Marcia per la morte d'un figlio, i più antichi modelli di lettere consolatorie. Trattò del perchè male avvenga ai buoni, essendovi la Provvidenza, e conchiuse al suicidio. Ad Anneo Severo, coll'opuscolo Della serenità dell'animo, suggerì di rimediare alle irrequietudini coll'applicarsi alle pubbliche cure; dalle quali poi, con una delle frequenti sue contraddizioni, distorna Paolino nella Brevità della vita. Arieggia ai paradossi stoici il trattato Della costanza del savio, ove contende che questo non può rimaner tocco da ingiurie. Parlando a suo fratello Gallione della vita beata, si scusa delle ricchezze imputategli, e difende dagli Epicurei le opinioni stoiche sulla beatitudine. I tre libri a Nerone Della clemenza, di stile più nobilmente semplice, offrono esempj e precetti di quella che è dovere in tutti, e ne' principi lodasi come virtù perchè rara. Meriterebbe d'esser rifatto il suo discorso Dei benefizj, tanto aggiungendo ed applicando a ciò ch'egli dice intorno al modo di fare il bene, di riceverlo, di ricambiarlo. Le cenventiquattro Lettere sono altrettante dissertazioni su punti morali.
Seneca è pure contato fra gli scienziati; e sebbene le sue Quistioni naturali sieno un'indigesta accozzaglia e una verbosa esposizione di cognizioni empiriche sgranate, senza puntello di scienze esatte nè di proprie esperienze sistematiche, sono però l'unico libro che ci attesti avere i Romani posto mente alla fisica, e segna l'ultimo punto cui gli antichi l'abbiano spinta: sicchè molti secoli egli restò in Europa quel che Aristotele fra i Greci, il repertorio delle fisiche cognizioni.
I Romani, affatto positivi, voleano applicare immediatamente le teoriche; dal che restò pregiudicata la ricerca indipendente, nè verun grande pensiero scientifico fu da essi conquistato, nè per l'esperienza nè per la riflessione. Intesi alla pratica, la natura considerarono soltanto come oggetto dell'attività umana, onde non ne indagarono l'essenza e le armonie, e di ben poco avanzarono la cognizione di essa. Con un dominio sì esteso avrebbero potuto strarricchire la scienza naturale: negli archivj palatini stavano preziose relazioni geografiche de' generali: troviamo accennate altre collezioni, ma nè diligenti nè dirette a scientifico intento.
La Storia della natura, sola arrivataci fra tante opere di Cajo Plinio Secondo (23-70), è un repertorio delle scoperte, delle arti, degli errori dello spirito umano, raccolte all'occasione di descrivere i corpi. Esibito nel primo dei trentasette libri uno specchietto delle materie e degli autori, nel secondo tratta del mondo, degli elementi e delle meteore; seguono quattro di geografia, poi il settimo delle varie razze umane e dei trovati principali; i quattro seguenti versano sugli animali, classificati giusta la grossezza e l'uso, e ragionando dei costumi loro, delle qualità buone o nocevoli, e delle men comuni loro proprietà. Ben dieci libri sono consacrati a descrivere le piante, la loro coltura e le applicazioni all'economia domestica e alle arti; poi cinque ai rimedj tratti dagli animali; altrettanti ai metalli, col modo di cavarli e di convertirli pei bisogni e pel lusso. A proposito di questo parla della scoltura, della pittura, e dei primarj artisti, come delle insigni statue di bronzo ragiona in occasione del rame, e le materie coloranti il recano a dire de' quadri, della plastica le stoviglie: distribuzione capricciosa e mal digesta, ove sempre il pensiero è sottoposto alla materia.
Ma Plinio non è un naturalista che raccolga, osservi, sperimenti, aggiunga al tesoro delle cognizioni precedenti; sibbene un erudito, che alle occupazioni della guerra e della magistratura sottrae qualche ora onde sfogliare libri: mentre pranza, ha schiavi che leggono; n'ha mentre viaggia; altri estraggono tutto quel che egli appunta, e gli tennero mano a compilare un lavoro, che risparmiava tante letture, allora difficoltosissime. Così raccozzando senza genio nè critica, non distingue la diversità delle misure di lunghezza, mescola fatti contraddittorj, barcolla fra sistemi disparati, anzi opposti; non intende i passi, riferiti all'abborracciata, nè si cura di confrontarli colla realtà, onde descrivendo cose non vedute, riesce spesso inintelligibile; non si briga di riuscire compiuto e di non ripetersi; e attento a solleticare la curiosità più che a scoprire il vero, alla retorica più che alla precisione, sceglie ciò che ha del singolare e del bizzarro, beve assurdità già confutate dallo Stagirita. Nè sempre alle migliori fonti ricorre; e sopra le origini italiche ormeggia Giulio Igino, autore senza critica, mentre neglige i venti libri di storia etrusca, che sappiamo aveva stesi l'imperatore Claudio.
Pure l'essersi perduta la più parte delle duemila opere da esso spogliate il rende prezioso; e senza la sua farragine, quanta parte dell'antichità ci rimarrebbe arcana! quanto minor tesoro possederemmo della lingua latina![260]
Gagliardo e preciso nel dire, ma lontano dal semplice e corretto de' contemporanei di Cesare, casca nell'affettato e nell'oscuro. Lo spirito dell'antica repubblica animava lui pure, siccome Trasea, Elvidio, Tacito e gli altri migliori, e di là attinge spesso calore e fin eloquenza: ma il gusto peggiorato e la gonfiezza delle parole fuorviano l'energica elevatezza del suo ingegno; giudica e spiega i fatti a seconda delle personali prevenzioni e di una filosofia atrabiliare, che assiduamente accusa l'uomo, la natura, gli Dei, colla retorica aggravando la miseria umana, col raziocinio scoprendo i disordini di questo mondo, senza elevarsi alle armonie di un altro, l'indagare il quale egli non trova di verun interesse; nega affatto Iddio, e lo fa tutt'uno colla materia; e s'avvoltola nello scetticismo fin a considerare l'uomo come l'essere più infelice e più orgoglioso, e insultare la divinità che «nè può concedere all'uomo l'immortalità, nè togliere a se stessa la vita, la quale facoltà è il dono più bello che essa abbia a noi lasciato»[261].
Mentre sbraveggia le religioni e la Provvidenza, indulge a superstizioni (pag. 180), crede come fatti incontestati (confessa, constat) a ermafroditi, a maschi cambiati in femmine, a fanciulli nati coi denti o rientrati nell'alvo materno, alla longevità di chi ha un dente di più, alla disgrazia di chi nasce pei piedi, a cavalle fecondate dal vento, a donne che partorirono elefanti. Egli vi dirà d'una pietra, la quale, posta sotto il capezzale, produce sogni veritieri; che al morso di serpenti rimedia la saliva d'uom digiuno; che sputando nella mano si guarisce l'uomo involontariamente feritosi: un abito portato ai funerali mai non è intaccato dalle tarme; un uomo morsicato da un serpente più non ha a temere di api o di vespe; le morsicature d'un animale si esacerbano alla presenza di persona morsicata da un animale della specie medesima. Nè è stupore che v'abbia mostri così strani in Etiopia, avendoli formati Vulcano, abilissimo modellatore, giovato da quel gran caldo[262].
L'attrazione verso il centro della terra era stata asserita da Aristotele, accettavasi come una verità comune dai Romani, e Cicerone la esprimeva con esattissima felicità[263]. Plinio invece vi dirà che i gravi tendono al basso, i corpi leggeri all'alto; s'incontrano e per la mutua resistenza si sostengono: così la terra è sorretta dall'atmosfera, se no lascerebbe il suo posto e precipiterebbe al basso. Non solo rifiuta il sistema mondiale pitagorico, ma trova pazzia il supporre altre Terre ed altri Soli di là dal nostro, misurare la distanza degli astri, seminare d'infiniti mondi lo spazio[264].
Chi volesse (nè ammannirebbe impresa difficile) riscontrare l'età che descriviamo col secolo precedente al nostro, troverebbe somiglianza fra Plinio e gli Enciclopedisti in quel copertojo scientifico dato all'ignoranza e alla credulità, in quell'armeggio di sapere o mostrar di sapere, in quel ripudiare la luce che viene dalla vera fonte e che pure gli illumina, in quel professarsi materialista, e tuttavia per buon cuore giungere a conclusioni benevole. Come gli Enciclopedisti, Plinio declama contro chi inventò la moneta; benedetti i secoli, ove altro commercio non si conosceva che di cambio; è un delitto la navigazione, la quale, non paga che l'uomo morisse sulla terra, volle mancasse perfino di sepoltura[265]. Eppure intravede la perfettibilità, e «quante cose non erano considerate impossibili prima che si facessero! confidiamo che i secoli avvenire si perfezionino sempre meglio»[266]. Tuttochè materialista, al nome di Barbari sostituisce quello d'uomini; rinfaccia a Cesare il sangue versato; loda Tiberio d'aver tolte di mezzo certe disumane superstizioni in Africa e in Germania; bofonchia contro quelli che il ferro ridussero in armi, pure della guerra riconosce i vantaggi, professando che l'Italia fu scelta dagli Dei per riunire gl'imperj dispersi, addolcire i costumi, ravvicinare in comunanza di linguaggio gl'idiomi discordi e barbari di tanti popoli, dare agli uomini la facoltà d'intendersi, incivilirli, divenire insomma la patria unica di tutte le nazioni del mondo[267]. Di queste idee avanzate, di questa filosofia tollerante e cosmopolita, egli non conosceva o rinnegava la sorgente.
Plinio era di Como; militò in Germania, fu procuratore di Nerone nella Spagna, da Vespasiano ebbe il comando della flotta navale al Miseno: ma mentre colà dimorava, il Vesuvio eruttò fiamme per la prima volta; ed egli accorso sia per curiosità del fenomeno, sia per sovvenire ai pericolanti, fu preso da una sua ricorrente debolezza di stomaco, e caduto, restò soffogato. Lasciò centottanta volumi in minutissimo carattere, fra cui tre libri di arte oratoria, trentuno di storia contemporanea, trenta delle guerre de' Romani in Germania, altri del lanciar dardi, e perfino di grammatica, scritti «quando la tirannia di Nerone rendeva pericoloso ogni studio più elevato».
Giulio Solino, vissuto non si sa quando, ma forse due secoli più tardi, beccò da Plinio senza criterio, ed espose in istile ricercato notizie varie, massime di geografia, e il suo Polistore ebbe gran corso nel medio evo. Le conquiste e il commercio dilatarono la cognizione del mondo: pure vedemmo come Greci fossero quelli, di cui Augusto si valse per misurare e descrivere l'impero. E dalla Grecia vennero, nel tempo che discorriamo, i due maggiori geografi Strabone e Tolomeo. Il primo, dopo lunghi viaggi nell'Asia Minore, nella Siria, nella Fenicia, nell'Egitto fin alle caterrate, poi in Grecia, Macedonia, Italia, eccetto la Gallia Cisalpina e la Liguria, in diciassette libri diede la storia della sua scienza da Omero ad Augusto; e trattando delle origini e migrazioni dei popoli, della fondazione delle città e degli Stati, dei personaggi più celebri, sa portarvi la critica. L'altro descrisse l'universo in modo d'acquistare il nome di Tolomaico al sistema che, in opposizione coi Pitagorici e coi moderni, pone la terra per centro ai cieli; e creò la geografia scientifica, disponendo i paesi matematicamente per longitudine e latitudine[268].
L'unico che in latino trattò di geografia, è Pomponio Mela spagnuolo (De situ orbis), in prosa concisa ed elegante compendiando il sistema d'Eratostene; all'aridità d'una nomenclatura provvede coll'intarsiare graziose descrizioni e dipinture fisiche o storiche ricordanze: ma non vide cogli occhi proprj, dà come sussistenti cose da gran lunga perdute, mentre non nomina Canne, Munda, Farsaglia, Leutra, Mantinea, famose per battaglie; nè Ecbatana, Persepoli, Gerusalemme, capitali importanti; nè Stagira patria d'Aristotele.
Carte geografiche sappiamo si usavano anticamente[269]; in un tempio della Terra n'era dipinta una dell'Italia[270]; una di tutto il mondo in un portico di Roma[271]; d'altre ci parlano Frontino e Vegezio; ed entrante il III secolo, Giuliano Taziano aveva stesa una descrizione di tutto l'impero, che andò perduta. D'un'altra, ordinata dall'imperatore Teodosio, abbiamo una copia o un'imitazione nella Tavola Peutingeriana, carta stradale in sola lunghezza, e molto inesatta.
I Romani tennero sempre in lieve conto le matematiche, nella loro albagia giudicando abjetta una scienza che prestava servizio alle arti meccaniche, misurava il guadagno, teneva i registri. Allo studio di essa Orazio imputa la depravazione del gusto; Seneca la ripudia come avvilente; nè sino a Boezio non si tradussero Euclide, Tolomeo, Archimede. Tanto scarsamente seppero di geometria, che i giureconsulti romani supposero la superficie del triangolo equilatero eguale alla metà del quadrato eretto sopra uno dei lati[272]; e fu tenuto un portento Sulpicio Gallo che prediceva gli eclissi.
Di matematiche applicate scrisse Sesto Giulio Frontino, che sotto Vespasiano capitanò in Bretagna prima d'Agricola, poi fu console, augure, amico di Plinio, lodato da Marziale; e sul morire dispose non gli si ergesse monumento, dicendo: — Abbastanza sarò ricordato se la vita mia lo meriti»[273]. Soprantendente agli acquedotti, diede la storia di queste memorabili costruzioni, veramente italiane. Lasciò inoltre quattro libri di Stratagemmi, compilazione fra militare e storica, povera di critica e d'eleganza, ma colla facilità sicura di chi sa quel che n'è.
La medicina, fin ai tempi di Plinio, da verun Romano era stata coltivata; i medici erano la più parte schiavi o stranieri, e Giulio Cesare pel primo comunicò ad essi la cittadinanza. In bottega pubblica (jatreon) faceano salassi, strappavano denti, ed altre operazioni, fra i chiacchericci e le cronache. Altri s'applicavano a studiarla, e sopra gl'infelici clienti sperimentavano singolari novità e bizzarre teoriche, colla sicurezza che alletta le malate fantasie, e dà reputazione e denaro. Una delle loro scuole era chiamata medicina contraria, perchè nelle febbri lente ed ostinate il professore ad un tratto abbandonava i rimedj fin allora esperiti onde applicare i precisi opposti. Augusto malato a morte era curato con calefacienti, e Antonio Musa suo liberto lo guarì sostituendovi di balzo i bagni freddi. Era il caso di dire con Celso: Quos ratio non restituit, temeritas adjuvat. Un'altra volta sanò l'imperatore colle lattuche; onde questi gli concesse l'anello, e, per amore di lui, immunità a tutti quei della sua professione.
Asclepiade di Prusa in Bitinia, venuto ad esercitar questa a Roma un secolo prima dell'êra vulgare, le differenti malattie deduceva da viziosa dilatazione o stringimento de' pori, e la pratica riduceva a rimedj che producessero l'effetto contrario. Pronta, sicura, piacevole doveva essere ogni cura, limitandosi a dieta, ginnastica, fregagioni, vino, sbandendo ogni farmaco violento e interno, e frequentando i semplici. Colla quale blanda pratica riconciliò alla medicina i Romani, che n'erano disgustati dalla sanguinaria del chirurgo Arcagato, cui il soprannome di vulnerario fu mutato in quel di carnefice, e forse per questo aveva attirato alla sua arte le esagerate invettive dell'antico Catone[274].
Alcuno volle ascrivere all'età d'Augusto Aurelio Cornelio Celso[275], del quale s'ignorano la patria e i casi, e della cui Enciclopedia (Artium) non ci rimasero che otto libri intorno alla medicina, i quali forse sono mere traduzioni dal greco. Ippocratico, cioè osservatore, pur ricorrendo all'induzione, non crede importante nella medicina se non ciò che tende a risanare. Raccomanda di non prendere abitudini, nè ledere la temperanza; poi raccoglie quanto dissero i precedenti, giudicandone con buon senso ed esponendolo con eleganza spigliata. Non disapprova l'uso di qualche medico d'allora, di sparare gli uomini vivi, ma non lo trova necessario, potendo le ferite de' gladiatori, de' guerrieri e degli assassinati offrir campo a studiare le parti interne per rimedio e pietà, non per barbarie.
Molti medici vanta la Sicilia, e a lor capo il famoso Empedocle, introduttore della dottrina degli elementi. Acrone, di Agrigento come lui, giovò assai agli Ateniesi nella peste che proruppe durante la guerra Peloponnesiaca, e fondò la scuola empirica. Menecrate, contemporaneo di Filippo il Macedone, intitolavasi Giove, menavasi dietro come corteo i suoi guariti, principalmente gli epilettici; ma colla sua vanità buscò beffe. Erodico da Leonzio inventò la medicina ginnastica, curando con violenti esercizj, susseguiti dal bagno; ma Ippocrate lo accusava di uccidere i malati col soverchio di passeggiate, di lotte, di fomenti. Scribonio Largo Designaziano, siculo o rodio del tempo di Claudio, cercò combinare le dottrine metodiche coll'empirismo, ed è notevole per aver insegnato a non isradicare il dente leso, ma levarne solo la parte guasta; e ancor più per avere applicato l'elettricità al mal di capo, suggerendo di tenervi una torpedine viva: rimedio adottato anche da Dioscoride.
Altri medici greci, illustri a Roma e fondatori di varj sistemi, preteriremo, ma non Claudio Galeno da Pergamo, che con ingegno vasto quanto Aristotele, altrettante erudizione e maggior libertà, abbracciò tutte le scienze; e non pago dei sistemi dominanti e dell'autorità, applicavasi alle indagini della natura e all'anatomia. A Roma acquistò credito, malgrado gl'intrighi dei suoi colleghi, i quali all'ignoranza univano l'invidia, fin al segno d'avvelenare alcuni suoi ajutanti. Curò Marco Aurelio, e piace trovare dal medico filosofo descritte alcune malattie del filosofo imperante. Sotto al coltello anatomico riconosceva i misteri della vita e la scienza divina; eppure non seppe salvarsi dall'andazzo del suo secolo: Esculapio in sogno gli suggerì un salasso, e lo stornò dal seguire gl'imperatori nella spedizione; alle incantagioni avea fede, e combatteva il cristianesimo come assurdo.
Dopo di lui, gravi guasti portò nella medicina la teosofia, pretendendo spiegare le malattie coi démoni e colle potenze segrete, medicarle con incanti, e col recare indosso pietre efesie iscritte colle misteriose parole che si leggevano sull'effigie di Diana, o le gemme abraxe con figure egizie, o simboli desunti dal culto di Zoroastro o dalla Cabala giudaica. Sereno Sammonico, maestro del giovane Gordiano, ci lasciò un poema sulla medicina, ove per la febbre emitrea suggerisce l'abracadabra[276]. Sesto Placito Papiriense scrisse un indigesto ricettario di medicamenti tratti dagli animali, anzi dalle parti più schife: insegna a guarir la quartana portando addosso un cuor di lepre; prevenire le coliche col mangiare lesso un cane appena nato; o quando prendono, sedersi sopra una seggiola dicendo, Per te diacholon, diacholon, diacholon. Marcello Empirico, medico di Teodosio, raccolse le ricette fisiche e filateriche, perchè i suoi figli potessero farne carità: ma l'ottima intenzione non pallia l'assurdità dell'opera. A chi entrò nell'occhio un corpo straniero, bisogna toccarlo ripetendo tre volte: Tetune resonco bregan gresso, e ad ogni volta sputare; oppure: In mondercomarcos axatison. Per l'orzajuolo sull'occhio destro, tocchisi con tre dita della mano sinistra, sputando e dicendo tre volte: Nec mula parit, nec lapis lanam fert, nec huic morbo caput crescat, aut si creverit tabescat. Pel panereccio si tocchi tre volte il muro dicendo: Pu pu pu; numquam ego te videam per parietem repere. Per la colica si ripeta tre volte: Stolpus a cœlo cecidit; hunc morbum pastores invenerunt, sine manibus collegerunt, sine igne coxerunt, sine dentibus comederunt. Prescrive i giorni appunto in cui preparare i farmachi, le preghiere da dirsi al Capodanno e al primo cantar delle rondini, e come usare il rhamnus spina Christi, di miracolose proprietà, perchè fu stromento alla passione del Redentore.
Il napoletano Pantoro, esaminati gli stromenti chirurgici trovati a Pompej, asserì che già conosceansi allora di quelli che si credono invenzione recente. All'Accademia di medicina a Parigi furono da Scoutetten presentati i seguenti stromenti, disotterrati a Pompej ed Ercolano: una sonda curva, una dritta, pei due sessi e per bambino; la lima per togliere le asprezze ossee; lo specillo dell'ano e dell'utero a tre branche; tre modelli di aghi da passar corde o setoni; la lancetta ed il cucchiajo, di cui i medici si servivano costantemente per esaminare la natura del sangue dopo il salasso; uncini ricurvi di varia lunghezza, destinati a sollevar le vene nella recisione delle varici; una cucchiaja (curette) terminata al lato opposto da un rigonfiamento a oliva, all'uopo di cauterizzare; tre ventose di forma e grandezza diversa; la sonda terminata da una lamina metallica piatta e fessa, per sollevare la lingua nel taglio del frenulo; molti modelli di spatule; scalpelli a doccia piccolissimi per segare le ossa; coltelli dritti e convessi; il cauterio nummolare; il trequarti; la fiamma dei veterinarj per salassare i cavalli; l'elevatore pel trapanamento; una scatola da chirurgo per contenere trocisci e diversi medicamenti; pinzette depilatorie, pinzette mordenti a dente di sorcio, una a becco di grua, una che forma cucchiajo colla riunione delle branche; molti modelli di martelli taglienti da un lato; tubi conduttori per dirigere gli stromenti cauterizzanti.
Lautissima professione il medico. Manlio Cornuto promise ducentomila sesterzj a chi lo guarisse dal lichene, malattia della faccia, introdottasi sotto Tiberio: Carmi fecesi pagare altrettanto un viaggio in provincia: in pochi anni Alcmeone ammassò dieci milioni di sesterzj. Quinto Stertinio lodavasi agli imperatori di esiger da essi non più di cinquecentomila sesterzj, mentre la sua clientela in Roma gliene produceva seicentomila; l'ugual salario ricevette suo fratello da Claudio, sicchè essi poterono abbellir molto Napoli, e in eredità lasciarono trenta milioni di sesterzj: dieci milioni ne lasciò Crina marsigliese, dopo spesone altrettanti a rialzar le mura della sua patria[277].
Più volte avvertimmo che la coltura fra i Romani non ebbe nulla di spontaneo, nè derivò da slancio o da amor del bello, ma da imitazione, da ostentazione. Dei grammatici nominati da Svetonio, due terzi sono stranieri: fra tanti architetti che si richiesero per mutar Roma da laterizia in marmorea, due soli romani cita Vitruvio: i macchinisti erano alessandrini: greci i mimi, i commedianti, i pedagoghi. Come gli Scipj s'aveano empita la casa di Greci, così al tempo imperiale ognuno volle, tra i servidori, avere anche il pedante greco, esposto ai vilipendj, di cui anche in tempi a noi più vicini si trovavano bersaglio l'abate o il maestro. Luciano, nella Vita de' cortigiani, ci dipinge un di costoro, per quanto in caricatura:
— Per pochi oboli, nell'età in cui, se tu fossi nato schiavo, era tempo di pensare alla libertà, ti sei, con tutta la tua virtù e sapienza, da te stesso venduto, ponendo in non cale quei molti discorsi che il bel Platone e Crisippo e Aristotele hanno composto in lode della libertà e dispregio della servitù. Nè vergogni di startene fra i piaggiatori, i barattieri, i buffoni, ed in tanta moltitudine di Romani trovarti solo col mantello greco, e parlare malamente e con barbarismi la loro favella, e cenare a tavole tumultuose e piene di gente diversa e la maggior parte cattiva; ed in questi conviti lodare importunamente, e bere fuor misura; e la mattina levandoti a suon di campanello, perduto il sonno più dolce, correre insieme cogli altri di su di giù, portando ancor sulle gambe le zacchere del giorno innanzi? Cotanta carestia avevi tu dunque di lupini e di cipolle campestri? mancavanti fontane d'acqua fresca e corrente, che caduto sei in tanta disperazione?
«Perchè tieni lunga barba e non so che di venerevole nell'aspetto, e ti cingi in cappamagna alla greca, e sei conosciuto da tutti per professore di lettere, oratore o filosofo, al signore par bello di mescolare uno di tal genìa a quei che uscendo fannogli corte, e sembrar così amante della disciplina e delle lettere greche, ed apprezzatore dei dotti. Talchè tu, o valent'uomo, corri rischio di avere appigionato, in luogo de' tuoi magnali discorsi, il mantello o la barba. Se sopragiunge altri più nuovo, sei rimandato indietro, e vi rimani relegato in un dispregiatissimo cantone, testimonio di ciò che si porta e si toglie di tavola; e se pure i piatti giungono fino a te, roderai le ossa come i cani, e dolcemente per fame ti succierai una foglia secca di malva, avanzata ad un ripieno. Non ti mancheranno altri obbrobrj: nè solamente non avrai le ova, non essendo necessario che abbi sempre ad essere trattato come un forestiero, e sarebbe in te impudenza il pretenderlo; ma non devi avere tampoco un pollo simile agli altri; e mentre al ricco si serve grasso e polputo, a te si dà un mezzo pulcino o un colombo vecchio da razza, per segno di spregio. Per caso un convitato sopraviene improvvisamente? il famiglio, susurrandoti all'orecchio Tu sei di casa, ti toglie quanto hai dinanzi por servirne l'arrivato. Si trincia in tavola o un cervo o un porcellino da latte? ti bisogna aver propizio lo scalco, o contentarti della parte di Prometeo, le ossa cioè col midollo. Non ho detto che, bevendo gli altri un vecchio e soavissimo vino, tu buschi soltanto del cercone; e n'avessi almanco a sazietà, chè domandandone, molte volte fingerà il ragazzo di non udire. Se alcun servo ciarliero riferirà che non hai lodato il fanciullo della padrona mentre ballava o sonava la chitarra, passerai rischio non piccolo: per la qual cosa t'è giocoforza gracidare come un ranocchio assetato per essere distinto tra quei che applaudono, e far da capocoro a' più fervorosi, e molte volte, standosi gli altri in silenzio, ripetere qualche encomio meditato, che senta a dieci miglia di adulazione. Ti convien poi tenerti col volto basso come nei conviti persiani, sul timore che qualche eunuco non ti veda adocchiare alcuna concubina.
«Questa è la vita ordinaria della città. Che ti avverrebbe viaggiando? Sovente piovendo, e giungendo tu per ultimo al posto che t'ha destinato la sorte, non essendoci più vetture, ti caricano su col cuoco e col parrucchiere della padrona sopra un baroccio, senza pur metterti paglia che basti.
«E se tu non lodi, passerai per malevolo ed insidiatore alle latomie di Dionisio. Conviene che i padroni sieno sapienti ed oratori; cadano pure in solecismi, i loro discorsi devono saper sempre d'Imetto e dell'Attica, e far testo di lingua per l'avvenire. Ma passi ancora per ciò che fanno gli uomini: le donne (perocchè anche le donne ora affettano d'avere al loro soldo ed al seguito della loro lettiga alcun famigliare dotto) alcuna fiata gli ascoltano mentre si adornano e si arricciano i capelli; ed assai volte, mentre il filosofo fa le dimostrazioni, ne viene la cameriera, e reca i viglietti del drudo. Egli allora per prudenza sospende i discorsi, ed aspetta che essa ritorni ad ascoltarlo, dopo risposto al bertone.
«Alla fine, ricorrendo i Saturnali e le Panatenee, ti si manda un mantellaccio o una tonaca logora, e devi allora farne gran pompa. Il primo che ha subodorato tal pensiero del padrone, corre ad annunziartelo, e vuole non piccola mancia. La mattina tel vengono a portare in tredici, de' quali ciascuno decanta le parole che ha detto di te, e come, avutone l'incombenza, ha cercato scegliere il meglio, e partonsi tutti regalati da te, e brontolando che non abbi dato di più. Il salario ti si paga a sospiri, e a due e a quattro oboli; se domandi, passi per nojoso ed impronto: laonde per averlo ti bisogna supplicare e piaggiare e leccare il maestro di casa, con modi di cortigianeria i più variati. Nè è da trascurarsi anche il consigliero e l'amico; ed intanto di ciò che ricevi già ne vai debitore al sarto, al medico, al calzolajo; sicchè non restandotene nulla, quei doni non sono per te doni. Altre volte vieni accusato o di aver tentato il fanciullo, o, malgrado la tua vecchiezza, violentata una cameriera della signora, o altra corbelleria. E così di notte imbacuccato entro il mantello, sei pel collo trascinato fuor di casa, miserabile ed abbandonato da tutti, non restandoti per compagna della vecchiezza che la podagra, avendo dimenticato dopo tanto tempo ciò che sapevi, grullo e col ventre maggiore della borsa, tormentato di non potere nè riempirlo nè fargli intender ragione».
Commessa a così fatti, qual doveva riuscire l'educazione? Questa erasi conformata ai nuovi ordinamenti; e mentre i fanciulli in prima si affidavano a qualche onesta matrona che ne coltivasse l'ingegno e il cuore, allora si lasciavano fin ai sette anni a schiavi o greche fantesche, poi si mettevano al greco, indi al latino sotto i grammatici su descritti, i quali, oltre legger e scrivere, gl'istruivano a capire i poeti, e gli esercitavano in composizioncelle. Che se è sempre infelice cosa un maestro di mestiere, infelicissima erano coloro, la cui cura principale consisteva in affinare gli allievi nella mitologia, e nel sapere come avesser nome i cavalli d'Achille, quale la madre d'Ecuba, di che colore i capelli di Venere. Intanto altri maestri gli addestravano al ballo, alla musica, alla geometria, in quanto ritenevansi necessarie alla retorica, che vedemmo essere stata sempre arte principalissima fra i Romani, gran parte della vita loro, loro gloria e guasto. Valendosi d'una lingua fatta per comandare, non fermandosi alla soavità dell'atticismo greco, ma lanciandosi alle procelle popolari, aveano anche in ciò espresso la maestà patria; e l'eloquenza fu detta una delle maggiori virtù[278], e l'uomo eloquente un dio rivestito di corpo mortale. Allora poteva la grammatica esser considerata la più sincera delle scienze, la dolce compagna del ritiro, la ricreazione dei vecchi[279], insegnando essa a render corretto, chiaro, ornato il discorso. Allora da insigni oratori, Cicerone, Antonio, Ortensio, erano coltivati i giovani men coi precetti che coll'esempio, e col farsi vedere invocati dai cittadini, dalle provincie, dai re, come tutela e scampo, levati a cielo dal popolo sovrano. Allora l'eloquenza studiavasi non come scienza distinta; ma con la guerra, il culto, la giurisprudenza facea parte dell'educazione necessaria alla vita; dovendo ogni famiglia, per patrocinare i proprj clienti, avere un valente oratore, di favellare occorrendo in tutte le magistrature, occorrendo alla guerra. Ma dacchè l'eguaglianza aprì a ciascuno gl'impieghi e i comandi, fu impossibile che lo stesso uomo attendesse a tutto. Uno abbondava di coraggio? dibattuta la prima causa in tribunale, cingeasi la spada. Un altro avea facile la parola? travagliavasi alle battaglie forensi, appena congedato dalle campali. V'era cui non bastasse l'animo d'affrontar le une nè le altre? sospendeva un lauro alla porta, e dava consulti; diventando così tre vie distinte l'esercito, la giurisperizia, l'eloquenza.
Ma un popolo senza emulazione, un senato senz'autorità, una gioventù senza libertà nè speranze, che altro cercavano nell'eloquenza se non un nuovo spettacolo? Equato il diritto, concentrata nell'imperatore la cosa pubblica, non potendo i giudici scostarsi dai consulti dei prudenti, più non restava nè a sottigliare sull'interpretazion della legge, nè a patrocinare provincie o regni o la patria; sicchè i rostri ammutolirono, la curia consumavasi in complimenti, il fôro si esinaniva in anguste applicazioni degli editti. I rétori, gente digiuna della filosofia, delle leggi, della società, si proponeano d'annestare al pesante ed anfanato ingegno de' Romani l'infantile e parolajo de' Greci, smaniosi di arringare, d'improvvisare, di disputare, di avviluppare con argomenti capziosi; sofisticavano i classici sulla erudizione o sulla verità; della filologia faceano un giuoco di sottigliezze; della storia un'accozzaglia di particolarità, entro cui soffocavano quel vero che avrebbe dato ombra ai tiranni; della logica una schermaglia d'argomentazioni onde mutare il falso in vero; della morale una ostentazione di virtù esagerate. Sbalzata fuor della pubblicità che è suo elemento, trastullavano l'eloquenza in esercitazioni vane e stravaganti, e a spese dell'erario avvezzavano i figliuoli dei grandi all'enfasi senza scopo, alla declamazione a vuoto, a concinnare ben sonanti blandizie ai Cesari qualvolta questi si degnassero consultare il senato sopra ciò che avevano già deliberato.
Per tali scuole di declamazione s'inventò un interminabile codice di convenevoli. Allorchè (così insegnavasi) l'oratore si presenta alla tribuna, potrà fregarsi la fronte, guardarsi alle mani, schioccar le dita, e coi sospiri mostrare l'ansietà del suo spirito. Tengasi ritto della persona, col piede sinistro alquanto innanzi, le braccia alcun che disgiunte dal torso; ed esordendo, sporga un poco la destra mano dal seno, però senza arroganza. Infervorato nell'arringa, pronunzii con artifiziosa negligenza i periodi più elaborati, mostri esitanza laddove sentesi più sicuro della sua memoria. Non ricolga il fiato a mezzo della proposizione, non muti gesto che ogni tre parole, non cacci le dita nel naso, tossisca o sputi il men possibile, eviti di dondolare per non parere in barca, non caschi in braccio ai clienti, se pure non sia per reale sfinimento; nè si soffermi dopo pronunziato una frase efficace, chè non sembri attendere i battimani. Verso il fine poi si lasci cadere scompigliata la toga, gran segno di passione.
Plozio e Nigidio, Quintiliano e Plinio discordano fra loro se o no convenga tergere il sudore e scarmigliarsi. Essi vi diranno come convenga vestire per essere uomo eloquente: la tunica dia poc'oltre il ginocchio davanti, e dietro fino al garetto; che più lunga sarebbe da donna, più breve da soldato: l'avviluppar di lana e fasce il capo e le gambe, è da infermo; da furioso l'avvolgere la toga al braccio manco; da affettato il gettarne il lembo sulla spalla diritta; da zerbino il declamare colle dita cariche di anelli. Della voce poi sanno denominare appuntino ogni gradazione[280], e qual s'addica a ciascun sentimento.
Di quest'erba trastulla si pascolava la gioventù romana per emulare Gracco e Cicerone! Talmente è antico stile nei cattivi governi, non d'abolire il sapere, ma di soffocarlo tra futilità e regole indeclinabili! Quintiliano stesso racconta di Porcio Latrone, insigne professore, che chiamato ad arringare ad un'assemblea vera in piena aria, restò sbigottito, e implorò che l'udienza si trasportasse in un palazzo vicino, non potendo sopportare il cielo, egli abituato alla soffitta. Ben dunque, allorchè un imperatore lagnavasi che tante sue cure non ritardassero il deperimento dell'eloquenza, un sincero gli rispose: — Chiudete le scuole, ed aprite il senato».
Nè le cose erano meglio delle forme. Tolti alla realtà e al supremo giudizio del pubblico, ridotti a finger cause ed occasioni d'arringhe, i retori proponevano temi bizzarri e stravaganti, privi di convincimento e di moralità. Le suasorie volgeansi sul lodare la virtù, l'amicizia, le leggi, e sopra simili argomenti di facile prova, o talora di sofistica finezza: le controversie discuteano di varj punti, per lo più giudiziali; e suddividevansi in trattate, ove il retore dava soggetto e traccia, e colorate, dove l'alunno da sè trovava e l'orditura e la materia, poi compostele e dal maestro corrette, se le metteva a mente e le recitava alle pazienti assemblee.
Distogliere Catone dall'uccidersi, esortare Silla a smettere la dittatura[281], Annibale a non impigrirsi in Capua, Cesare a stender la mano a Pompeo acciocchè Roma opponga ai Barbari i due più grandi generali; se Cicerone deva chiedere scusa a Marc'Antonio; se dar al fuoco i suoi scritti qualora questi gli lasci la vita a tal condizione... erano i temi proposti; poi si fa tragitto a quistioni più attuali, ed ove dalla giurisperizia sia puntellata l'eloquenza. Una incestuosa precipitata dalla rupe Tarpea, raccomandandosi a Vesta, campa la vita: le sarà ritolta? — Marito e moglie giurarono di non sopravivere l'un all'altro; egli, sazio della donna, parte e le fa credere d'esser morto; ond'ella balza dalla finestra; ma guarita e scoperto l'inganno, il padre di lei dimanda il divorzio; essa non vuole: uno patrocini il padre, l'altro la moglie. — Tizio raccoglie fanciulli esposti, li mantiene, ad uno rompe il braccio, all'altro una gamba, e gli invia a mendicare, e s'arricchisce: accusatelo e difendetelo. — Uno che in battaglia perdè le braccia, sorprendendo la moglie in adulterio, ordina al figlio d'uccidere il complice; quegli non obbedisce e fugge; il padre avrà diritto di diseredarlo? — Uno sale ad una rôcca per guadagnare il premio proposto a chi uccide il tiranno; e nol trovando, ammazza il figlio di esso, e gli lascia in petto la spada; il tiranno, tornato e visto il caso, cacciasi in seno la spada stessa: l'uccisore del figliuolo domanda il premio come tirannicida. — Essendo sfidati dai medici due gemelli, fu chi promise guarir l'uno se potesse esaminare gli organi vitali dell'altro; il padre consente; uno è sventrato, l'altro guarito; ma la madre accusa il consorte d'infanticidio; gravarlo e difenderlo. — Un padre perdè gli occhi nel piangere due figliuoli, e sogna che ricupererà la vista se anche il terzo figlio morrà; palesò il sogno alla moglie, questa al figliuolo, che appiccossi: il padre riebbe gli occhi, ripudiò la moglie, la quale si appella d'ingiusto ripudio. — Uno invaghito della propria figlia, la dà a custodire ad un amico, pregandolo non la restituisca per quanto gliela chieda; dopo alcun tempo gliela chiede, e, avutone rifiuto, s'appicca: vien denunziato l'amico come causa di tal morte. — Uno accusato di parricidio, fu assolto; ma impazzito, comincia ad esclamare: «O padre, t'ho ucciso», il magistrato lo manda al supplizio come confesso: ma è accusato d'omicidio. — Un povero ed un ricco erano amici; muore il ricco, chiamando erede universale un altro, coll'ordine di dare al povero altrettanto quanto questo a lui avea lasciato in testamento; s'apre il testamento del povero, e si trova lo avea costituito erede di tutti i suoi beni; onde questo domanda tutta l'eredità; l'erede scritto non vuol dare se non tanto quant'è il possesso del povero. — È legge (inventata da questi pedanti) che a chi batte il padre, si tronchino le mani: un tiranno ordina a due figliuoli di maltrattare il padre; il primo, per non farlo, si precipita dalla rôcca; l'altro, spinto dalla necessità, oltraggia il genitore ed incorre nella pena decretata; però chiamato in giudizio perchè gli siano mozze le mani, il padre stesso lo difende: arringate per lui e contro di lui. — Un'altra legge del codice stesso lascia alla fanciulla violentata la scelta fra voler morto il rapitore, o sposarlo senza recargli dote; qualcuno ne rapì due, e l'una vuole ch'egli muoja, l'altra che la sposi: quistionate per le due parti. — Un'altra legge infligge al calunniatore la pena sofferta dal calunniato; un ricco e un povero, nemici capitali, aveano tre figli; ed essendo il ricco eletto generale, il povero l'accusò di tradimento, di che infuriato il popolo ne lapidò i figliuoli; il ricco tornato, chiede si uccidano i figli del povero; questo esibisce sè solo alla pena: per chi sentenziate?
In tali bizzarrie[282] pervertivasi il gusto e si forviava l'immaginazione dei giovinetti romani, distaccandoli dalla vita comune e dall'abituale forza delle umane passioni, per avvezzarli al cavillo e all'esorbitanza. A dritto dunque esclamava Petronio che «nelle scuole i garzoni si rendono affatto sciocchi, perocchè non vedono, non odono nulla di ciò che comunemente suol accadere, ma solo corsali che stanno incatenati sul lido, tiranni che comandano ai figli di troncare il capo ai genitori, oracoli che in tempo di peste ordinano d'immolare tre o più vergini»[283].
Così all'eloquenza politica era succeduta la scolastica; e se non bastava il viluppo della quistione, si aggiungeano difficoltà d'arte, prefiggendo, per esempio, il vocabolo con cui cominciare o finire il periodo; poi tutto si dovea sorreggere per figure di parole e di concetti, per luoghi comuni, ed altre abbaglianti nullità.
Formato per tal guisa un oratore, suprema aspirazione di lui era il vedersi prescelto a stendere un panegirico all'imperatore; se pure non si mettesse a quella lucrosa e sanguinolenta eloquenza, che, conservando l'antico costume quando tutto era così mutato, ordiva invettive sul tono con cui Tullio investiva Catilina e Marc'Antonio, esagerava gli orrori dell'alto tradimento, tirava alla peggiore interpretazione i fatti e i detti più semplici, e facea condannare Cremuzio, Trasea, Elvidio, per ingrazianirsi Tiberio, Nerone, Vespasiano.
Appena si potesse trar fiato, i buoni s'accordavano a far guerra a questa eloquenza, ancella della calunnia: Plinio tonò contro i delatori; Giovenale flagellava i retori; Tacito, fra le cause dell'eloquenza corrotta, adombrava anche questa; e la combattè pure Marco Fabio Quintiliano (42-120?), il primo che desse lezioni a pubbliche spese. Spagnuolo allevato a Roma, l'imperatore Domiziano gli confidò l'educazione de' suoi nipoti, destinati a succedergli; e sotto gli auspizj di questo dio, come esso lo chiama, scrisse le Istituzioni, dirette a formare un oratore. Piace, al petulante greculo o al venale grammatico opporre l'immagine d'un maestro che conosce quanto sacro uffizio sia, nel momento che la gioventù sceglie fra il piacere e il dovere, l'avviarla co' migliori precetti, coi più belli esempj, e questi poter tutti dedurre dalla storia nazionale; e alle sante credenze, alle gloriose idee, alle coraggiose imprese, alla lotta contro le basse passioni, allo sprezzo del dolore e del guadagno, all'amor della gloria, al frugale disinteresse poter soggiungere i nomi degli Scipioni, dei Fabj, degli Scevola, dei Catoni, patres nostri. Vide Quintiliano a quale infelicità fossero ridotte le lettere dagli esempj massimamente di Seneca, il quale, essendo in favore come maestro del principe, avea messo in disistima lo stile sincero degli antichi per accreditare quel suo, tutto fronzoli ed arguzie, senza riposo, con cui a forza d'abilità corruppe l'eloquenza, a forza d'arte guastò il gusto de' Romani. — Seneca (così egli) era allora il solo autore che fosse in mano de' giovani, ed io non poteva soffrire ch'e' fosse anteposto ai migliori, cui egli non cessava di biasimare, perchè disperava di piacere a coloro a cui quelli piacessero. I giovani lo amavano solamente pe' suoi difetti, e ognuno insegnavasi di ritrarne quelli che gli era possibile; e vantandosi di parlare come Seneca, veniva con ciò ad infamarlo. Per verità egli fu uomo di molte e grandi virtù, d'ingegno facile e copioso, di continuo studio e di gran cognizioni, benchè alcuna volta sia stato ingannato da quelli a cui commetteva la ricerca; molti ottimi sentimenti vi si trovano, e assai moralità: ma lo stile n'è comunemente guasto, e più pericoloso perchè i difetti ne sono piacevoli. Se di alcune cose egli non si fosse curato, se non fosse stato troppo cupido di gloria, se troppo non avesse amato ogni cosa propria, nè co' raffinati concetti snervato i gravi e nobili sentimenti, avrebbe l'universale consenso dei dotti, anzichè l'amor de' ragazzi. Un ingegno tale, potente a qualunque cosa volesse, degno era certo di voler sempre il meglio»[284].
Accorciammo questo giudizio, in cui Quintiliano non dà ferita senza medicamento, al modo de' giudizj officiosi; e spinge la cautela fino a non lasciarti ben comprendere s'e' lodi o biasimi. Fatto sta che egli affaticossi di richiamare verso i classici, e far preferire la nuda forza alla sdulcinata leggiadria, il naturale al parlar per figure[285]. Pure, nel concetto di lui, eloquente significava poc'altro che buon declamatore: diresti non s'accorga mai di ciò che è mancato a Roma dopo i suoi grandi oratori, il fôro e la libertà; la sublime destinazione dell'eloquenza o non ravvisa o paventa, e si trastulla in guardarla siccome un'arte ingegnosa e difficile, che s'acquista coll'unire alla naturale disposizione lo studio e la probità, e saper lodare anche i tempi infelicissimi.
E d'adulazioni egli fu prodigo: poi, sebbene cercasse uno stile ricco, delicato, vigoroso, ed evitare la negligenza e l'affettazione che guastano il dritto ragionamento[286], all'opera sua occupò poco meglio di due anni, e questi nella ricerca delle cose e nella lettura d'infiniti autori, anzichè a forbire lo stile: intendeva poi rifarvisi sopra dopo raffreddato il primo ardore della composizione[287], ma le reiterate istanze del librajo lo distolsero dal prudente proposito. Questa confessione, colla quale tanti altri dopo d'allora intesero palliare la propria negligenza, temperi certi eccessivi ammiratori, i quali non solo in Quintiliano vedono tutt'oro, ma pretendono infallibili canoni di gusto quei ch'egli medesimo confessa non abbastanza meditati.
Arringò anche, e le sue dicerie erano ricopiate per venderle lontano[288]: ma come egli stesso si fosse lasciato guastare da quei temi artifiziosi, dove il sentimento si esagerava, e badavasi all'effetto e all'arte, non all'espressione più sincera dell'affetto, appare fin nel passo più eloquente del suo libro, quello ove deplora la morte della moglie diciannovenne e di due figliuoli già grandicelli[289].
Eppure egli era dei migliori maestri; riprovava questo esercitarsi sopra tesi simulate; con opportuna censura reprimeva il giovanile rigoglio, e col leggere i migliori autori, cosa omai disusata, e col moderare l'idolatria pei classici, avvertendo che «non s'ha a reputare perfetto quanto uscì loro di bocca, giacchè sdrucciolano talora, o soccombono al peso, o s'abbandonano al proprio talento, o si trovano stanchi; sommi ma uomini». Sopratutto insiste sulla necessità d'essere probo uomo chi voglia essere buon oratore: il che, se in un trattato de' nostri giorni sarebbe nulla meglio che un'esercitazione di moralità triviale, veniva a grande uopo allora, quando spie ed accusatori valevansi dell'eloquenza per sollecitare o giustificare la crudeltà dei regnanti; onde si vuole sapergli grado d'aver conosciuto il nesso fra la controversia nella scuola e il litigio nel fôro, ed accennato almen quel tanto che poteva, egli stipendiato da un brutale imperatore.
Ci venne purdianzi alla penna Marco Cornelio Frontone numida, giudicato da alcuni neppur secondo a Cicerone[290], e superiore a tutti gli antichi per gravità d'espressione, ma che per reggersi in credito avea bisogno che un erudito non venisse a disotterrarne i frammenti. Sostenne magistrature primarie, e se vogliam credere al ritratto ch'egli fa di se stesso in una di quelle congiunture in cui pare che l'affetto non sopporti la menzogna, meritò veramente colle sue virtù di diventare maestro di Marc'Aurelio[291], e di conservarsegli amico anche dopo imperatore. Dalle loro lettere, lasciando che altri vi cerchi pedagogici avvertimenti, noi caveremo particolarità sull'Italia nostra. — Visitammo (scrive in una) Anagni; poca cosa oggi, ma contiene gran numero d'anticaglie, principalmente monumenti sacri e ricordi religiosi. Non v'è angolo che non abbia un santuario, una cappella, un tempio; v'ha libri lintei di materie sacre. Uscendo, leggemmo sui due lati della porta, Flamine, prendi il samento. Chiesi a un natìo che volesse dire questa parola; e mi rispose che in lingua ernica dinota un pezzo di pelle della vittima, che il flamine si mette sul berretto quando entra in città». E altrove: — Siamo a Napoli: cielo delizioso, ma estremamente variabile; ad ogni istante più freddo, o più caldo, o procelloso. La prima metà della notte è dolce, come una notte a Laurento; al cantar del gallo senti la frescura di Lanuvio; verso l'alba ti pare algido; più tardi il cielo si scalda come a Tuscolo; a mezzodì fa la caldera di Pozzuoli; poi come il sole declina nell'oceano, il cielo s'addolcisce e si respira come a Tivoli: questa temperatura si sostiene la sera e le prime ore mentre la notte si precipita dai cieli».
Frontone, vecchio e scarco dalle magistrature, soffrente di gotta, apriva sua casa ai letterati, che egli adopravasi di revocare dalle ampolle e dal neologismo verso la semplicità anteriore a Tullio. Opera difficilissima giudicava il riuscir eloquente; biasimava coloro che credono bellezza il rivoltare in diversi modi il concetto medesimo, come Seneca, come Lucano che i sette primi versi trascina in dire di voler cantare le più che civili guerre; domanda che l'autore sia ardito senza eccesso, e scelga bene le parole. Ma in queste raccomandava di cercar le meno aspettate e le meravigliose, cura che di necessità deve condurre all'affettazione[292]. Troppo anch'egli seconda il suo secolo allorquando suggerisce di dire e fare secondo al popolo piace, metodo che torrebbe ogni orma certa al gusto[293]. Forse per indulgenza a questo piacevasi tanto nel rintracciare immagini, e le raccomandava a Marc'Aurelio, che gli scriveva come lieta notizia d'esser riuscito a trovarne dieci[294]. Ma allorchè questi diceva, — Quando parlai ingegnosamente, mi compiaccio di me stesso», e' gli replicava: — Più parlerai da galantuomo, più parlerai da cesare».
Il letterato più degno d'attenzione in quel tempo è Cajo Plinio Cecilio comasco (61-115), nipote di Plinio naturalista, del quale ereditò le sostanze e la passione per gli studj. Giovinetto fu educato da Virginio Rufo, insigne romano che preferì all'impero del mondo la quiete decorosa. Cresciuto da lui con precetti ed esempj di virtù, nella scuola di Quintiliano si fece all'eloquenza; e di quindici anni patrocinò, poi sempre trattò cause gratuitamente, talvolta discorrendo fin sette ore di seguito, senza che la folla si diradasse. Eucrate filosofo platonico, elegante e sottile nella disputa, calmo di volto, austero di costumi come di parola, ostile ai vizj non all'umanità, incontrato da Plinio nella Siria, l'innamorò della filosofia, e gl'insegnò che il più nobile scopo di questa è far regnare tra gli uomini la pace e la giustizia.
Quando il gusto del bello, del giusto, del generoso, del patriotico più sembrava dileguarsi, consola l'imbattersi in quest'uomo, appassionatissimo per la gloria e devoto alla virtù. Immacolato sotto pessimi imperatori, talvolta levossi ad accusare i ministri e consigliatori di loro iniquità; maneggiò la giustizia col nobile orgoglio del galantuomo, eppure ottenne cariche e rispetto; e non si trovò impreparato quando sorsero tempi migliori. Al cessare del regno delle spie e de' carnefici, fu invitato ad onorare e guidare la rigenerantesi società; e gli troviamo le cariche di augure, questore di Cesare, legato d'un proconsole, decemviro a giudicar le liti, tribuno della plebe, pretore, flamine di Tito, seviro de' cavalieri, curatore del Tevere e della via Emilia, prefetto all'erario di Saturno e al militare, governatore della Bitinia e del Ponto. Eletto console l'anno 100, recitò il panegirico a Trajano imperatore, ossia un ringraziamento. Questa lunga sua fatica aveva egli, come solea sempre, letta a diversi amici, che lodavano più le parti ove minore studio aveva adoperato: di ciò stupivasi egli, senza arrivar a comprendere quanto bisogno avesse di naturalezza. E davvero quel suo discorso, tronfio di parole e frasi studiate, forbite, compassate, è un perpetuo scostarsi dalla maniera semplice di pensare e d'esprimere, per sorreggersi in una forzata elevatezza, con pompa d'acuto ingegno, con pretensione di novità, e antitesi e raffronti inaspettati. Agli inesperti sembra conciso pel suo periodare frantumato, mentre in realtà, al pari di Seneca, gira rapidamente intorno alle idee, ma a lungo intorno alla stessa.
Il nostro secolo, che non sa più ammirare, si stomaca di lodi buttate in faccia a un vivo e potente: ma anche senza di ciò Trajano era tal imperatore da potersi lodare meglio che con vuote generalità; e un console, un augure davanti al popolo poteva usare altro che adulazioni, quali converrebbero a schiavo verso un tiranno. Trajano serbò amicizia per Plinio, anche giunto al fastigio della fortuna; e le lettere che gli diresse mentre governava la Bitinia sono un'importante rivelazione de' migliori tempi del concentramento imperiale. E lettere moltissime conserviamo di Plinio stesso[295]: a troppo gran pezza dalla cara ingenuità delle ciceroniane, mostransi destinate al pubblico ed alla posterità; ma anche in quel loro tono accademico e declamatorio ci rivelano un eccellente naturale, e c'introducono nella vita, massime letteraria, d'allora.
Plinio era legato con quanto allora vivea di meglio; e con lui amiamo incontrare Italiani, ben differenti da quelli con cui ci famigliarizzarono Tacito e i satirici; un Caninio comasco, che donò una somma per imbandire un annuo convito al popolo; Calpurnio Fabato, onorato di somme dignità, che la patria Como abbellì di un portico, e diè denaro per ornarne le porte; Pompeo Saturnino, uom giusto, bel parlatore, poeta da emulare Catullo, che a Como stessa lasciò un quarto della propria eredità; Virginio Rufo, che quattro volte console, generale dell'armi romane, vincitore di Giulio Vindice, ricusò l'impero del mondo, preferendo la quiete della sua villa d'Alsio nel Milanese. In Aristone suo tutore Plinio ammirava la frugalità, la prudenza, la sincerità, lo zelo nel patrocinare altri. Sua moglie Calpurnia alle doti del cuore univa quelle dello spirito, leggeva avidamente i libri del marito, ne riponeva in mente i versi e vi adattava le armonie, andava ascoltarlo quando parlasse in pubblico. Gloriavasi che la posterità saprebbe che fu amico di Tacito: — Come l'avvenire dirà che noi ci amammo, che ci siamo compresi! Aveano l'età stessa, egual grado, egual rinomanza, dirassi, e a tante cause d'emulazione la loro amicizia resistette. E come già ci collocano l'un presso all'altro! già siamo inseparabili nella pubblica opinione: chi preferisce te a me, chi me a te: ma venire dopo te è per me una preminenza»[296].
Da Spurina Plinio imparò non solo la giurisprudenza, ma l'ordine e la compostezza; nella casa di questo buon vecchio ammirando quella regolare occupazione, quella serenità d'uomo che si accosta al sepolcro. A sette ore svegliavasi, e subito ripassava i casi di jeri: alle otto era levato, e faceva una corsa a piedi: dopo l'asciolvere, ritiravasi nel gabinetto a comporre in greco o in latino poesie piene di gusto e brio. Fra giorno discorreva, leggeva, faceasi leggere, raccontava i fatti di cui era stato testimonio. Alle due prende il bagno, poi passeggia al sole: quindi giuoca alla palla, per un pezzo combattendo così la vecchiaja: gettasi poi s'un lettuccio, ed accoglie gli amici. Ha tavola ricca e frugale, con argenterie massiccie che rammentano i vecchi tempi. Durante il pasto discorre e legge, spesso si fa venire buffoni, commedianti, ballerine, sonatrici inghirlandate d'amaranto. Così dopo le fatiche del fôro, del sonato, del campo, il nobile vecchio a settantasette anni conservava ancora la vista, l'udito, la vivacità, la facile parola.
Protetto dai grandi, Plinio proteggeva amici ed inferiori; molti giovani, la cui principale passione era quella dell'istruirsi, esercitava nell'eloquenza, e ajutava ne' primi passi verso gl'impieghi; dotò la figlia di Quintiliano per gratitudine di scolaro, e quella di Rustico Aruleno che «coll'anticipargli elogi aveagli insegnato a meritarli in avvenire»; fornì lautamente Marziale, reduce nella Spagna; alla nutrice diede un terreno che valeva centomila sesterzj, e gliel faceva amministrare da Vero, suo amico, scrivendogli: — Ricordatevi che non sono gli alberi e la terra che vi raccomando, ma il bene di quella che da me li tiene». Corellio avea sollecitato i primi impieghi per Plinio, e raccomandatolo a Nerva, e morendo diceva a sua figlia: — Spero avervi fatto degli amici; contate sopra di essi, ma più di tutti su Plinio»; e Plinio ne prese la difesa in una causa. Sottentrò a tutti i debiti del filosofo Artemidoro, affinchè tranquillo partisse da Roma quando Domiziano proscrisse i filosofi[297]. Molti servi affrancò, agli altri permise di far testamento; per gli abitanti di Tiferno, ove sua madre possedeva e che lo avevano adottato, eresse un tempio; largheggiò cogli Etruschi. Governando la Bitinia, lasciò dappertutto tracce di sua munificenza; mutò in città il villaggio di Calcedonia, riparò Crisopoli (Scutari), a Libina rialzò la tomba d'Annibale: in Nicomedia guasta da incendio fece ricostruire il palazzo civico e il tempio d'Iside, ed aprire una piazza, un acquedotto, un canale, e pensava riunir quel lago al mare: riparò i bagni di Nicea, e vi pose ginnasio e teatro; un acquedotto a Sinope, uno a Bitinio, bagni a Tio: a Como mandò pel tempio di Giove una preziosa statua antica; vi istituì scuole pei garzoni, contribuendo il terzo della spesa; assegnò cinquecentomila sesterzj per mantenere fanciulli ingenui, venuti al meno; fondò una biblioteca presso le terme; ed altri benefizj, la cui lode sarebbe anche maggiore, s'egli medesimo non si fosse troppo compiaciuto di narrarceli. Ma sarem noi così rigorosi a tal vanità? — Se non meritiamo che di noi si parli (diceva egli stesso), siamo rimproverati; se meritammo, non ci si perdona di parlarne noi stessi»[298].
Ma non soltanto lodi sapeva tesser Plinio, e' s'infervorò contro i delatori, appena il costoro regno crollò. Aquilio Regolo, già sollecitatore di testamenti, che poi in una sola denunzia guadagnò tre milioni di sesterzj e gli ornamenti consolari, e che avea causato la morte di Elvidio, si vide da lui ridotto a perdere non solo la reputazione, ma metà dell'oro, passione sua. Allora Plinio badò meno all'eleganza che alla forza: ma nello stendere quell'accusa rileggeva di continuo l'arringa di Demostene contro Midia[299]: eppure, potenza del denaro, poco poi avendo Regolo perduto un figlio, ecco tutta Roma accorrere a portargli condoglianze in Transtevere, nella casa improntata d'infamia dall'avarizia e dalla ricchezza del sordido vecchio. Avea dunque ragione Giunio Maurico allorchè, alla tavola di Nerva rammentandosi un Catulo Messalino, spia e provocatore del regno precedente, e domandando l'imperatore che ne sarebbe se fosse ancor vivo, con franchezza soldatesca rispose: — Perdio, sarebbe qui a cena con noi».
Gli antichi ebbero scarso il sentimento delle bellezze della natura; il paesaggio tra essi non fu meglio che decorazione; i più gentili quadri di Virgilio traggono vita dalle figure onde sono popolati. Ma Plinio mostrasi compreso dalle vaghezze del suo lago e della villa che v'aveva, e con esso ci dilettiamo ancora cercare quei platani opachi, quell'insensibile pendìo che guidava alla sua campagna, quel canale protetto d'ombre ospitali, dov'esso veniva a cercar riposo dall'assordante operosità di Roma. Là pesca, là caccia ne' boschi popolati di cervi e di damme; là comprendeva che non solo Diana, ma anche Minerva ama le foreste. Arricchito, volle avere più ville su quel lago, ed una intitolò Commedia perchè dimessamente situata, quali gli attori comici sul socco, mentre l'altra elevavasi come i tragici sul coturno, onde la nominò Tragedia: e quella è lambita dalle acque, questa le domina. Ivi erano appartamenti per l'inverno e per l'estate, pel giorno e per la notte; ivi bagni; ivi una fontana intermittente[300], che cascava romoreggiando in una sala decorata di statue, e perdeasi nel lago, sul quale vogando, suo padre gli raccontava le storielle de' luoghi, e gli mostrava il terrazzo da cui una donna, avendo il marito ammalato di incurabile ulcera, volle mostrargli come si possa sottrarsi ai dolori, precipitandosi essa nelle onde e seco traendolo. E questa miserevole disperazione al filosofo parea degna di monumento quanto la costanza di Arria moglie di Trasea Peto[301].
Viepiù comoda eragli la villa di Laurento a diciassette miglia da Roma, fra pascoli di pecore, di bovi, di cavalli, in clima d'eterna primavera e di calma ridente, ove il sole non si mostra in estate che a mezzo il dì. Spazioso portico a vetriate, riparo contro la cattiva stagione, introduce all'abitazione, e attorno praterie sempre verdi, boschi fantastici, impenetrabili dai raggi solari. La sala da pranzo si sporge sul mare, e lo prospetta da tre lati, mentre apre s'un verziere, arricchito di mori, di fichi pompejani, di rose tarantine, di legumi d'Aricia, d'erbe per la cucina: a mezzo della galleria trovasi la camera da letto, vicino all'incessante mormorio d'una fontana: poco lungi è lo studio, al gran sole, rivestito di marmo e colle lucide pareti adorne d'uccelli, fiori, fronde, e coi libri che mai troppo non si leggono e rileggono. La sala è ricreata da una nappa d'acqua, e l'inverno da un tepidario nascosto ne' muri. Una scala conduce nel bagno a sole aperto, un'altra all'ombreggiato. Nè vi mancano il giuoco della palla, la cavallerizza, una galleria sotterranea dove ripararsi dalla canicola, una esposta che conduce ad una fuga di camere sì ben collocate da evitare il sole dall'una all'altra[302]. E le cerchiate di platani connessi dall'edera e dal flessibile acanto, e i viali orlati di bosso o di rosmarino, e i sedili di marmo caristio, e gli zampilli d'acqua riuscenti in vasca di bronzo, e il labirinto verde, e il tempietto di marmo, e le statue, i mobili, i libri, i cavalli, gli argenti, gli schiavi, ci fanno meravigliare come tanto potesse avere un privato, che non era de' più ricchi, e che pur possedeva una casina a Tusculo, una a Tivoli e a Preneste in commemorazione di Tullio e d'Orazio.
Compose anche versi; e tuttochè onest'uomo e di spirito grave e dignitoso, scrisse endecasillabi lascivi, dei quali si scusa con troppi esempj. Forse egli, come molti oratori, credeva necessario l'esercizio poetico per formarsi alla prosa; ma Quintiliano diceva: — La poesia è nata per l'ostentazione, l'eloquenza per l'utilità. Noi oratori siam soldati sotto le armi, e non ballerini di corda; combattiamo per interessi rilevanti, per vittorie serie. L'armi nostre devono brillare e colpire al tempo stesso; avere il lustro terribile dell'acciajo, non la brunitura dell'oro e dell'argento. Via quell'abbondanza lattea, che annunzia uno stile infermiccio; parlate con sanità». E nitidezza avea sempre Plinio, non sempre forza. Giornalista officioso della letteratura di quel tempo, egli c'informa della futilità di quelle consorterie, che invitate come si trattasse d'aprire un testamento, si raccoglievano per applaudire non per consigliare, per divertir sè, non per giovare al poeta. Claudio, Nerone, Domiziano vi assisteano non solo, ma vi leggeano tra obbligati applausi. Un codice nuovo erasi combinato per codeste letture, dove s'insegnava: — Il lettore dapprincipio appaja modesto, gli uditori indulgenti. A che con letterarie sofisterie farsi nemico quello, cui veniste a prestar le orecchie benigne? Più o meno meritevole ch'e' sia, lodate sempre. Il leggente presentisi con diffidenza rispettosa, qual l'uso impone; abbia disposto un complimento, una scusa: — Sta mane fui pregato di arringare in una causa: non vogliate imputarmi a dispregio questa mescolanza degli affari colla poesia, giacchè io soglio preferire gli affari ai piaceri, gli amici a me stesso»[303].
L'autore è di sgraziata voce? affida la recita ad uno schiavo[304]. Declama egli stesso? è tutt'occhi all'impressione che produce sugli uditori, e tratto tratto fermasi, palesando timore d'averli nojati, e aspettando che il preghino di proseguire. Ai passi belli, e ancor più alla fine sorgono gli applausi, divisi anche questi artatamente in categorie. Nell'una il triviale Bene! benissimo! stupendo! nell'altra si battono le mani; nella terza balzasi dal sedile, percotendo del piede la terra; nella quarta si agita la toga; e così via crescendo.