217.  A ciò va attribuito il suo valersi sempre di Sura nello scriver lettere, anzichè ad inerzia, come fa Giuliano nei Cesari.

218.  Sono famose le tavole alimentari, trovate nel 1747 fra le mine di Velleja alle falde dell'Appennino di Piacenza. Contenevano il decreto con cui Trajano donava ai Vellejati e a' loro vicini 1,116,000 sesterzj, assicurati su fondi stabili del valore complessivo di 27,407,792, e fruttanti il cinque per cento. Così la rendita di 55,800 sesterzj era destinata ad alimentare 300 fanciulli, cioè 263 maschi, 35 femmine di legittima nascita, più uno spurio o una spuria; attribuendo 16 sesterzj il mese a ogni maschio, 12 a ogni femmina, e 12 agli illegittimi. I fondi obbligati valeano almeno il decuplo dell'ipoteca. Gli alimenti cominciavano a darsi dopo i tre anni, a quanto pare, e fin ai diciotto pei maschi, ai quattordici per le fanciulle. Non si educavano già in case comuni, ma rimanevano a custodia dei proprj genitori. Del frumento allora si compravano cinque moggia e un quinto con sedici sesterzj; onde il fanciullo riceveva per centosei libbre di frumento al mese. Un dono simile apparve da altra tavola scoperta nel 1832 a Campolattaro, presso Benevento, in favore de' Liguri Bebiani. Iscrizioni varie, e passi di scrittori e del Codice provarono che siffatta liberalità venne usata da altri imperatori. Su di che vedasi Ernesto Desjardins, De Tabulis alimentariis disputatio historica. Parigi 1854.

219.  Jam hoc pulchrum et antiquum, senatum nocte dirimi, triduo vocari, triduo contineri.

220.  Quel di Dione, fatto da Sifilino. Neppure accenno gl'informi frammenti di Aurelio Vittore e d'Eutropio. Il panegirico è di Plinio Cecilio.

221.  Eutropio, viii. 5. Più tardi corse un'opinione bizzarra; che papa Gregorio Magno avesse a preghiere ottenuto la liberazione di Trajano dall'inferno, ove stava da quattro secoli. Il primo a scriverla, ch'io sappia, fu Giovanni di Salisbury (Polycr. V. 8): Virtutes ejus legitur commendasse ss. papa Gregorius, et fusis pro eo lacrymis, inferorum compescuisse incendia... donec ei revelatione nuntiatum sit, Trajanum a pœnis inferni liberatum, sub ea tamen conditione, ne ulterius pro aliquo infideli Deum sollicitare præsumeret. San Tommaso si vale di questa tradizione, e Dante (Purg., X. 73) accenna

l'alta gloria

Del roman prence, lo cui gran valore

Mosse Gregorio alla sua gran vittoria.

222.  Sparziano, in Adriano, negli Scriptor. Hist. Augustæ. Ciò praticavasi già con Omero, poi in questi tempi con Virgilio. Narra Giulio Capitolino, che, interrogando Clodio Albino a questo modo l'Eneide, gli occorse quel del libro VI:

Hic rem romanam, magno turbante tumultu,

Sistet equus, sternet Pœnos, Gallumque rebellem.

Alessandro Severo al modo stesso trovò:

Te manet imperium cœli, terræque, marisque;

e pensando applicarsi alle arti liberali, ebbe questa risposta:

Excudent alii spirantia mollius æra...

Tu regere imperio populos, Romane, memento.

Vedi Lampridio in Alex. Severo. Non cadde questa superstizione col paganesimo. Sant'Agostino (Ep. 55 ad Januar.) la nota e la condanna; e così il concilio d'Agda col nome di sorti dei Santi: e Gregorio di Tours (Hist. Franc., IV. 6) scrive: Positis clerici tribus libris super altare, idest Prophetiæ, Apostoli atque Evangeliorum, oraverunt ad Dominum ut Christiano quid eveniret ostenderet. Aperto igitur omnium Prophetarum libro, reperiunt: — Auferam maceriam ejus». E nel lib. V. 49: Mœstus turbatusque ingressus oratorium, davidici carminis sumo librum, in quo ita repertum est: — Eduxit eos in spe, et non timuerunt».

223.  Nel 1664 a Upsal si stampò un Trattato dell'arte della guerra, presumendo fosse quel di Adriano, pubblicato dal console Maurizio, ma è composizione d'assai posteriore. È pure suppositizio il dialogo suo con Epitteto, pubblicato dal Froben nel 1551, ove propone varj quesiti che il migliore filosofo del suo secolo scioglie, e in cui, tra massime false, ridicole e triviali, ne occorrono di eccellenti. — Che cosa è la pace? Una libertà tranquilla. — Che cosa la libertà? Innocenza e virtù».

224.  Sparziano nella vita di lui.

225.  Pure costui non ischivò l'odio di Adriano, onde diceva: — Mi maraviglio di tre cose: che, nato Gallo, io parli greco; che essendo eunuco, io sia chiamato giudice d'adulterj; che odiato dall'imperatore, io viva».

226.  Τοσοῦτον δὲ δύνανται οἴ ἄρχοντης πρὸς τῆς ἀληθείας δόξαν τιμῶντες, ὄσον καὶ λησταὶ ἐν ἐρημεία. I. 12.

227.  Lampridio in Alex. Severo.

228.  Originariamente costui chiamavasi Catilio Severo. D'illustre famiglia romana, fu educato sotto gli occhi di Lucio Annio Aurelio Vero, suo avo materno, che lo adottò e nominò Marco Elio Aurelio Vero.

229.  Vedi Eusebio, IV. 13. 16. Capitolino diresse a Diocleziano una vita di lui, ma confusa. I libri di Dione Cassio ad esso relativi si desiderano.

230.  Fra le altre cose gli diceva: Nonnunquam ego te coram paucissimis ac familiarissimis meis gravioribus verbis absentem insectatus sum... cum tristior quam par erat in cœtu hominum progrederer, vel cum in theatro tu libros, vel in convivio lectitabas; nec ego, dum tu theatris, nec dum conviviis, abstinebam. Tum igitur ego te durum et intempestivum hominem, odiosum etiam nonnunquam, ira percitus, appellabam. Lib. VI. 12.

231.  Servano per saggio tre viglietti, che, come i passi superiori, scegliamo da M. Cornelii Frontonis et M. Aurelii imperatoris epistolæ... Fragmenta Frontonis et scripta grammatica; curante A. Majo. Roma 1823. — Magistro meo. Ego dies istos tales transegi. Soror dolore muliebrium partium ita correpta est repente, ut faciem horrendam viderim; mater autem mea in ea trepidatione imprudens angulo parietis costam inflixit; eo ictu graviter et se et nos adfecit. Ipse, cum cubitum irem, scorpionem in lecto offendi; occupavi tamen eum occidere priusquam supra accubarem. Tu si rectius vales, est solacium. Mater jam levior est, deis volentibus. Vale, mi optime, dulcissime magister. Domina mea te salutat.

Frontone risponde: Domino meo. Modo mihi Victorinus indicat dominam tuam magis valuisse quam heri. Gratia leviora omnia nuntiabat. Ego te idcirco non vidi, quod ex gravedine sum imbecillus. Cras tamen mane domum ad te veniam. Eadem, si tempestivum erit, etiam dominam visitabo.

Marc'Aurelio replica: Magistro meo. Caluit et hodie Faustina; et quidem id ego magis hodie videor deprehendisse. Sed, Deis juvantibus, æquiorem animum mihi facit ipsa, quod se tam obtemperanter nobis accommodat. Tu, si potuisses, scilicet venisses. Quod jam potes et quod venturum promittis, delector, mi magister. Vale, mi jucundissime magister.

232.  Frontone fa un elogio affatto retorico di Lucio Vero, attribuendo tutta a merito di lui la riforma delle indisciplinatissime truppe di Siria: e lo paragona a Trajano, dandogliene sempre la preferenza. Principia historiæ. Si hanno pure le lettere che Vero gli dirigeva, raccomandandogli di esaltare le sue imprese e la gravezza del pericolo, e la nullità degli altri capitani, ecc. E il buon maestro, abbagliato dalle cortesie d'uno scolaro imperiale, non rifina di ammirarne le azioni, ma soprattutto la portentosa eloquenza spiegata negli ordini del giorno e nei bullettini inviati al senato.

233.  Dione dice, οὐκ ἀθεεὶ: e νίκῆ παράδοξος εὐτυχήθη, μᾶλλον δέ παρὰ θεοῦ ἐδωρήθη. E Claudiano:

Laus ibi nulla ducum...

Tum, contenta polo, mortalis nescia teli

Pugna fuit.

De VI consulatu Honorii, v. 340.

234.  Filostrato, Vite dei Sofisti.

235.  Εἰς έαυτὸν, libri dodici.

236.  Ch'egli però si dilettasse in questi studj, continua prova ne danno le sue lettere a Frontone, scoperto dal Maj. In una gli dice: Mitte mihi aliquid, quod tibi disertissimum videatur, quod legam, vel tuum, vel Catonis, vel Ciceronis, aut Sallustii, aut Gracchi, aut poetæ alicujus, χρήζω γὰρ ἀναπαύλης, et maxime hoc genus; quae me lectio extollat et diffundat ἐκ τῶν κατειληφυιῶν φροντιδίων. Etiam si qua Lucretii aut Ennii excerpta habes, εὔφωνα καὶ ... φρα, et sicubi ὴθους, ἐμφὰσεις.

Il cardinale Barberini tradusse gli scritti di Marc'Aurelio, dedicandone la traduzione all'anima propria «per renderla più rossa che la sua porpora allo spettacolo delle virtù di questo Gentile».

237.  Regiones ultra fines imperii dubiæ libertatis. Seneca.

238.  Cicerone (pro Roscio, 7) parla di cinquantasei miglia fatte in dieci ore di notte con legni di posta, cisiis. Cesare faceva cento miglia in un giorno: Svetonio, 57. Plinio (Nat. hist., VII. 20) numera sette giornate di navigazione da Ostia alle Colonne d'Ercole; dieci ad Alessandria.

239.  Vedi Cicerone, Pro domo sua, 28. Floro, nella prefazione, dice che la storia di Roma non è quella d'un popolo, ma del genere umano. Cicerone loda Pompeo che le sue imprese non hanno altri limiti che quelli del sole. Livio (XXXVIII. 45, 54) fa dire agli ambasciadori in senato, che ormai Roma non ha a combattere mortali, ma a tutelare l'uman genere, e, come gli Dei, vigilare al suo riposo. Ovidio canta ne' Fasti, II. 684:

Romanæ spatium est urbis et orbis idem.

L'autore dei versi inseriti nel Satyricon di Petronio, cap. 119:

Orbem jam totum victor Romanus habebat

Qua mare, qua tellus, qua sidus currit utrumque.

E Plinio, XXVII. 1: Una cunctarum gentium in toto orbe patria.

240.  

Quæ tam seposita est, quæ gens tam barbara, Cæsar,

Ex qua spectator non sit in urbe tua?

Venit ab orphæo cultor rhodopeius Hæmo,

Venit et epoto Sarmata pastus equo;

Et qui prima bibit deprensi flumina Nili,

Et quem supremæ Tethyos unda ferit.

Festinavit Arabs, festinavere Sabæi,

Et Cilices nimbis hic maduere suis.

Crinibus in nodum tortis venere Sicambri,

Atque aliter tortis crinibus Æthiopes.

Vox diversa sonat: populorum est vox tamen una,

Quum verus patria diceris esse pater.

Marziale, Spectac. III.

241.  Gajo lo dice espresso: Constitutio principis est, quod imperator decreto vel edicto vel epistola constituit; nec unquam dubitatum est, quin id legis vicem obtineat, cum ipse imperator per legem imperium accipiat. Inst. i. 2, § 6.

Ecco il senatoconsulto fatto all'elezione di Vespasiano:

— Siagli in arbitrio conchiudere trattati con chi vorrà, come fu in arbitrio d'Augusto, Tiberio e Claudio.

«Di radunare il senato, fare e far fare proposizioni, far rendere senatoconsulti per voti individuali o per divisione.

«Ogniqualvolta sarà raccolto per volontà, permissione od ordine di lui o in sua presenza, tutti gli atti del senato abbiano forza, e siano osservati come fosse stato raccolto per legge.

«Ogniqualvolta i candidati di qualche magistratura, potere, comando, carica siano raccomandati da lui al senato o al popolo romano, e ch'egli avrà dato o promesso il suo appoggio, in tutti i comizj abbiasi singolare riguardo a tal candidatura.

«Siagli permesso, quando lo creda utile alla repubblica, estendere i limiti del pomerio (cioè del recinto della città), come fu permesso a Claudio.

«Abbia diritto e pien potere di fare quanto crederà conveniente all'interesse della repubblica, alla maestà delle cose divine ed umane, al bene pubblico o particolare, come l'ebbero Augusto, Tiberio e Claudio.

«Di tutte le leggi e i plebisciti, da cui fu scritto rimanessero dispensati Augusto, Tiberio e Claudio, sia pur dispensato Vespasiano. Tutto quello che Augusto, Tiberio e Claudio fecero per una legge qualunque, possa farlo Vespasiano.

«Tutto ciò che, prima di questa legge, fu fatto, eseguito, decretato, comandato dall'imperatore Vespasiano o da altra qualsiasi persona per ordine e mandato di lui, sia reputato legale, e rimanga rato, come fosse fatto per ordine del popolo.

«Sanzione. Se qualcuno, in virtù della presente legge, contravvenne o contravvenga poi alle leggi, plebisciti o senatoconsulti, facendo ciò ch'essi vietano, od ommettendo ciò che ordinano, non sia tenuto in colpa, nè obbligato a veruna riparazione verso il popolo romano. Verun'azione non sia intentata, verun giudizio reso a tal proposito, e nessun magistrato soffra che un cittadino sia citato avanti a lui per questa ragione».

242.  Princeps legibus solutus est. D. I. 3. fr. 31.

243.  Molti esempj ne adduce il Labus ne' Marmi Bresciani. — Nel 1851 a Salpensa e a Malaga in Ispagna furono, su due tavole di bronzo, scoperte leggi municipali date da Domiziano imperatore, che Mommsen illustrò negli Atti della Società sassone delle scienze. Lipsia 1855. In esse viene comunicato alle suddette città il diritto del Lazio, con formole che probabilmente sono identiche a quelle usate per tutte le città donate di simile privilegio; sicchè da dette tavole è illustrato lo jus Latii, quanto dalle tavole di Velleja e da quelle di Eraclea la legge comunale. Ivi troviam dato il nome di municipj a siffatte città, che in conseguenza ebbero magistrati proprj, quasi indipendenti dal preside della provincia; il popolo v'era distribuito per curie all'uopo di rendere i suffragi; que' municipj godevano manus, potestas, mancipium, proprj de' cittadini romani.

Nel 1872 furono trovate le tavole di Julia Genetiva Urbanorum, cioè di Ossuna, nella Spagna ulteriore, date il 710 di Roma, edite poi da Hübner e Mommsen.

244.  Dalla dittatura di Fabio fin a Cesare, la paga del soldato fu di tre assi il giorno (circa 27 centesimi); Cesare la raddoppiò portandola a diciotto denari il mese (lire 14.72); Augusto la conservò tale; Domiziano la crebbe a venticinque denari il mese (lire 27.47). La gratificazione ai pretoriani concessa da Augusto fu di ventimila sesterzj (lire 4035.40) dopo sedici anni, e pei legionarj di dodicimila (lire 2421.24) dopo venti anni: per tali paghe egli istituì un tesoro, di cui fece il primo fondo con denari proprj.

245.  Svetonio, in Aug., 102, 128.

246.  Così Svetonio, in Vesp. 17. Alcuni leggono quarantamila milioni di sesterzj, che sarebber ottomila milioni di lire: questo è troppo, ma sarebbe troppo poco la cifra da noi data se s'intendesse di solo contante, senza le contribuzioni in natura e i servigi personali.

Il trattato di Hegewisch sulle finanze romane mantiene più che non prometta. Sono diversissime le valutazioni degli autori intorno alle rendite dell'impero: Giusto Lipsio le porterebbe a cinquecento milioni di scudi d'oro; Gibbon a venti milioni di sterline, cioè cinquecento milioni di franchi; gli autori inglesi della Storia universale a novecensessanta milioni.

Chi voglia istituire paragoni coi moderni, non dimentichi che ora la maggior somma è assorbita dal debito pubblico, ignoto agli antichi.

247.  Ut maxima civitas minimæ domus diligentia contineretur. Floro.

248.  Plinio, Nat. hist., VI. 23; XII. 18.

249.  Lo pretende Dureau de la Malle, Économie politique des Romains.

250.  

Spese per coltivare sette campi a viti.
 
Per comprar uno schiavo che da solo basti sesterzj 8,000
Compra dei sette campi » 7,000
Pali e altre spese occorrenti » 14,000
  In tutto sesterzj 29,000
 
Interessi di questi al sei per cento nei due anni che la terra non produce, e che il denaro resta infruttuoso » 3,480
  Totale, sesterzj 32,480
 
Rendita di sette campi.
 
Ogni anno sesterzj 6,300
oltre un diecimila marze che ciascun campo rendeva l'anno, e che vendevansi tremila sesterzj.

251.  

Tondet et innumeros gallica Parma greges.

Velleribus primis Apulia, Parma secundis

Nobilis, Altinum tertia laudet ovis.

Marziale.

252.  Aureliano scriveva al prefetto dell'annona di tener satolla la plebe; neque enim populo romano saturo quicquam potest esse lætius. Vopisco, in Vita.

253.  È probabilmente del 303. Fu trovato da William Sherard a Stratonicea di Caria nel 1709, poi pubblicato in miglior modo da Bankes, Londra 1826, ove la tariffa occupa ben quindici facciate in-8ª. Sono quattrocentrentatre articoli di merci o di manifatture tassati; ma restano molte lacune. Moreau de Jonnès ne dedusse questa tabella, ragguagliata alle monete e misure d'oggi:

Prezzi del lavoro.
 
Al bracciante per giornata 25 denari ll. 5. 62
Al muratore » 11. 25
Al manovale che rimesta la calcina » 11. 25
Al marmorino che fa i musaici » 13. 50
Al sarto, per fattura d'un abito » 11. 25
Per fattura di calcei, scarpe de' patrizj » 33. 75
di caligæ, scarpe di artigiani » 27. —
di soldati e senatori » 22. 50
di donna » 13. 50
di campagi, sandali militari » 16. 87
Al barbiere, per uomo » —  45
Al veterinario, per tosare gli animali e tagliar le unghie » 1. 35
Al maestro architetto, e per ogni ragazzo al mese » 22. 50
All'avvocato, per un'istanza ai tribunali » —  25
Per una causa » 225.  —
Prezzo dei vini.
 
Il Piceno, Tiburtino, Sabino, Amineano, Sorrentino, Setino, Falerno, ogni litro ll. 13. 50
Vino vecchio di prima qualità » 10. 90
Vino rustico » 3. 60
Birra (camum) » 1. 80
Vino fatturato d'Asia (caranium mœonium) » 13. 50
Vino d'orzo d'Attica » 10. 90
 
Carne alla libbra di Francia.
 
Carne di manzo ll. 2. 40
Carne d'agnello, capretto, porco » 3. 60
Il lardo migliore » 4. 80
I migliori presciutti di Vestfalia, della Cerdagna, o del paese dei Marsi » 4. 80
Grasso di porco fresco » 3. 60
Fegato di porco ingrassato con fichi (ficatum) » 4. 80
Zampe di porco, ognuna » — 90
Salame di porco fresco (isicium) del peso di un'oncia » — 40
Salame di bue fresco (isicia) » 3. 37
Salame di porco fumicato e condito (lucanicæ) » 3. 60
Salame di bue fumicato » 3. 37
 
Selvaggina, prezzo medio per capo.
 
Un pavone maschio ingrassato ll. 56. 25
Un pavone femmina ingrassata » 45. —
Un pavone selvatico maschio » 28. 12
Un pavone femmina » 22. 50
Un'oca grassa » 45. —
Un'oca non ingrassata » 22. 50
Un pollo » 13. 50
Una pernice » 6. 75
Un lepre » 33. 75
Un coniglio » 9. —
 
Pesce.
 
Pesce di mare di prima qualità ll. 5. 40
Pesce di fiume id. » 2. 70
Pesce salato » 1. 35
Ostriche al cento » 22. 50
 
Civaje.
 
Lattuche delle migliori, ogni cinque ll. — 90
Cavoli de' migliori, l'uno » — 90
Cavolifiori de' migliori, ogni cinque » — 99
Barbabietole delle migliori, ogni cinque » — 90
Ramolacci i più grossi » — 90
 
Altri comestibili.
 
Miele ottimo, al litro ll. 18. —
Olio di prima qualità » 18. —
Liquamen, stimolante per l'appetito » 2. —

Iscrizione di tanta importanza per gli economisti come per gli antiquarj, venne molto discussa, e se ne trassero conchiusioni ben diverse da quelle di Moreau de Jonnès. Nell'originale i prezzi sono determinati colla sigla *, che significa denaro, ma deve significare il denario æreus di rame, moneta nuova battuta da Diocleziano, che valea la ventiquattresima parte del pezzo d'argento fino, vale a dire centotredici milligrammi, che oggi sarebbero due centesimi e mezzo. È da ricordare che Lattanzio (De morte persecutorum, c. 7) dichiara che quella tariffa era eccessivamente bassa, e perciò cessossi dal vendere, onde nacque carestia; e, dopo puniti molti di morte, fu duopo lasciarla cadere nell'oblio. Le valutazioni dunque date da Moreau de Jonnès ripugnano alla storia, non men che al fatto, il quale porta che i prezzi delle giornate son presso a poco sempre eguali, pareggiandosi a quel che è necessario per vivere.

È peccato che le cifre del valor del grano, dell'orzo, della segala siano perdute; ma abbiamo il

Miglio pisto al moggio L. 2 50
Intero » » 1 25
Panico » » 1 25
Spelta mondata » » 2 50
Fave non rotte » » 1 50
Lenti » » 2 50
Piselli » » 1 50
Ceci » » 2 50
Avena » » 0 75
Lupino crudo » » 1 50
Fagiuoli secchi » » 2 50

Così 13 litri di sale sono a L. 2.50; la libbra di carne suina 0.30; di manzo, di cara e montone 0.20; di lardo 0.40; di prosciutto 0.50; di agnello e capretto 0.30; di porcello 0.40; la sugna 0.05; il burro 0.40; mezzo litro d'olio 0.30; del sopraffino 1; le ulive 0.10; i vini d'Italia da 20 a 30 denari, cioè dai 50 ai 75 centesimi; la birra da 5 a 10 centesimi.

Quanto alle giornate, quella del contadino sarebbe di L. 0.65; di muratore, falegname, fornaciajo di calce, fabbro, panattiere 1.25; marmorajo, terrazziere di musaico 1.50; asinajo, camellajo, bardotto (bardonarius), pastore centesimi 50 col vitto; mulattiere, porta acqua, curator di condotti con vitto e per l'intera giornata centesimi 65. Al pedagogo, al maestro di leggere e scrivere 1.25; 1.90 al maestro di calcolo e stenografia; 5 al grammatico greco; 2.50 al maestro architetto; al garzone del bagno centesimi 5; per le scarpe da mulattiere e paesano senza chiodi ogni pajo 3, da soldati 2.50, da patrizj 3.75, da donna 1.50; il legno di quercia per una misura di quattordici sopra sessantotto cubiti 6.25; di frassino per quattordici cubiti sopra quarantotto dita, 5.

I calcoli e i ragionamenti di Dureau de la Malle tendono a stabilire che il ragguaglio fra i metalli preziosi e il prezzo medio del grano, delle giornate, del soldo militare, era, sotto l'impero romano, a un bel circa quello della Francia odierna.

254.  Digesto, tit. De publicanis et vectigalibus.

255.  Minima computatione, millies centena millia sestertium annis omnibus India et Seres, peninsulaque illa (Arabia) imperio nostro adimunt; tanto nobis deliciæ et fœminæ constant. Nat. hist., XII. 41.

256.  — Io mostrerò nella prima epoca, che i Romani, poveri soldati, non ebbero nè genio nè cognizione di commercio; nella seconda, che i Romani, grandi e potenti colla guerra, trascurarono per orgoglio il commercio, e non pensarono che ad arricchirsi colle spoglie di tutte le nazioni; nella terza, che i Romani, schiavi e voluttuosi, con un commercio passivo e rovinoso, caddero nella povertà e nella barbarie. Mengotti, Del commercio de' Romani; memoria premiata dall'Istituto di Francia.

257.  Ma i poeti non sapevano immaginare a quella spedizione altro scopo che di conquiste. Vedasi Orazio; e così Properzio, III. 4:

Arma Deus Cæsar dites meditatur ad Indos,

Et freta gemmiferi findere classe maris.

Magna viæ merces; parat ultima terra triumphos;

Tigris et Euphrates sub tua jura fluent.

Seres et ausoniis venient provincia virgis...

Ite agite; expertæ bello date lintea proræ.

258.  Orosio, vii. 16.

259.  Tacito lo rammenta più volte, e così Filostrato, IV. 12, V. 1; Plinio Cecilio, Epist. III. 11; Origene, contra Celsum, III. 66; san Giustino, Apolog. II. 8. — Vedi Burigny, Mémoires de l'Académie des Inscriptions, tom. XXXI.

260.  La prima edizione certa di Plinio fu fatta da Giovanni di Spira in Venezia il 1469: fino al 1480 se n'erano fatte sei ristampe, ma tutte scorrette in modo, che Erasmo diceva, chi pigliasse a restituire Plinio, si torrebbe sulle braccia tanta briga, quanta chi prende una nave o una moglie. Le edizioni di Plinio finiscono alla parola Hispania quacumque ambitur mari. Nel 1831, in un manoscritto di Bamberga, Luigi De Jan professore a Schweinfurt trovò la fine dell'opera, che dà un quadro comparativo della storia naturale nei paesi posti sotto zone diverse, loda l'Europa meridionale e specialmente la Spagna, «ove la dolcezza di un clima temperato dovette, giusta il dogma dei primi Pitagorici, ajutar di buon'ora la stirpe umana a spogliare la rozzezza selvaggia». A Gotha nel 1855 si fece un'edizione sopra un codice che dà il titolo vero dell'opera: Caji Plinii Secundi naturæ historiarum, lib. XI. XII. XIII. XIV. XV, fragmenta edidit e codice rescripto sæculi quarti D.r Fridegarius Mone.

Pel paragone che facciamo qui sotto, potrebbero contrapporsi il gonfio elogio che di Plinio fece Buffon nel secolo passato, e il severo giudizio che nel nostro ne portò Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire (Essai de Zoologie générale, par. I. I. 5) dicendo: — Passare da Aristotele a Plinio è un ricadere da tutta l'altezza che separa l'invenzione e il genio dalla compilazione fiorita e dal discorso spiritoso... Plinio è un mero compilatore, forse più elegante, ma altrettanto meno scrupoloso... Aristotele quattro secoli prima avea ridotte al giusto valore queste inezie vulgari».

261.  Nat. hist., III. 7; VIII. 55; II. 7.

262.  Nat. hist., VII. 2. 3. 6. 46; VIII. 66. 67; XXVIII. 2. 3. 4; V. 30.

263.  Terra solida et globosa undique in sese nutibus suis conglobata. — Omnes ejus partes medium capescentes nituntur æqualiter. De nat. Deorum, II. 39 e 45.

264.  II. 5 e 1.

265.  XXXIII. 1. 3. 4. 13. XIX. 1. 4.

266.  VII. 1. 7; II. 13. 1.

267.  XXX. 4; III. 6. 2.

268.  I classici riboccano d'inesattezze geografiche. Cicerone, nel Sogno di Scipione, mostrossi ben addietro di quel che già si conosceva. Orazio dà per estremi della terra la Bretagna e il Tanai. Virgilio fa scorrere il Nilo per l'India (Georg., IV. 293; e vedi pure Lucano, X. 292). La Bretagna fu appuntino descritta da Giulio Cesare; eppure Tacito dice che Agricola scoperse ch'era isola, le dà la forma d'uno scudo o di un'ascia, e soggiunge che all'oriente ha la Germania, a mezzodì la Gallia, ad occidente la Spagna, a mezza strada incontrando l'Irlanda. Per Plinio la Scandinavia è un'isola, e comunque raccoglitore appassionato, sembra ch'e' non abbia conosciuto Strabone, osservatore tanto più arguto di lui. Tolomeo è inesattissimo nella geografia dell'Italia; colpa sua o degli scrivani: nel solo breve tratto riferibile all'alta Italia, pone fra i Cenomani Bergamo, Mantova, Trento, Verona, appartenenti agli Euganei, ai Levi, ai Reti, ai Veneti; fa nascere il Po presso il lago di Como; la Dora presso il lago Penino, poi piegare verso quel di Garda; dopo le foci del Po colloca quelle dell'Atriano (il Tartaro?), dimenticando l'Adige; pone come città mediterranee nei Carni Aquileja e Concordia, e nei Veneti Altino e Adria che erano a mare; a occidente della Venezia colloca i Becuni, nome ignoto, che forse accenna i Camuni o i Breuni, genti ad ogni modo di poca importanza, ecc. Floro dà Capua per città marittima, e fa due monti diversi il Massico ed il Falerno. Plinio critica Dicearco d'aver detto che il più alto dei monti sia il Pelio di mille ducencinquanta passi, mentre «non s'ignora che alcune cime delle Alpi si elevano fin a cinquantamila passi».

269.  

... Disco, qua parte fluat vincendus Araxes,

Quot sine aqua Parthus millia currat eques.

Cogor et e tabula pictos ediscere mundos;

Qualis et hæc docti sit positura Dei;

Quæ tellus sit lenta gelu, quæ putris ab æstu;

Ventus in Italiam qui bene vela ferat.

Properzio, iv. 3.

270.  Varrone, De re rustica, lib. I. c. 2.

271.  Plinio, Nat. hist., III. 3. 14.

272.  Invece di fare questa superficie = a⁄4 √3 (se si chiami a il lato), Columella la suppose = 13a⁄30; il che dà √3 = 26⁄15, ossia √675 = 26. Vedi lib. V. c. 2.

273.  Plinio, Epist. IX. 61.

274.  Che scriveva a suo figlio, jurarunt inter se Barbaros necare omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit, et facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et spurcius nos quam alios Opicos appellatione fœdant. Interdixi de medicis. Ap. Plinio, XXIX. 1.