252. Presso Roscoe, Leone X, ed. Bessi, VIII. p. 105 e segg. trovasi una declamazione spedita nel 1517 da Pico al Pirkheimer. Egli teme che ancor sotto Leone il male prevalga sul bene, et in te bellum a nostrae religionis hostibus ante audias geri, quam parari.
253. Lettere de' principi, I, Roma, 17 marzo 1523: questo Stato sta per molte cagioni sulla punta di un ago, e Dio voglia che noi non dobbiamo fuggir presto ad Avignone e agli ultimi confini dell'oceano. Io veggo prossima dinanzi a me la caduta di questa spirituale monarchia.... Se Dio non ci ajuta, noi siamo spacciati. — Se Adriano sia stato avvelenato o no, non si può ricavar con certezza da Blas Ortiz, Itinerar. Hadriani (Baluz, Miscell. ed. Mansi, I, p. 386 e segg.); tutto il male sta in questo che l'opinione pubblica lo supponeva.
254. Negro, l. c. in data 24 settembre e 9 novembre 1526, 11 aprile 1527.
255. Varchi, Stor. fiorent. I, 43, 46 e segg.
256. Paul. Jovius: Vita Pomp. Columnae.
257. Ranke: Deutsche Geschichte, II, 375 e segg.
258. Varchi, Storie fiorent. II, 43 e segg.
259. Ibid., e Ranke, Deutsche Geschichte II, p. 394, nota. Si credeva che Carlo volesse trasportare la sua residenza a Roma.
260. V. la sua lettera al Papa, in data di Carpentras, 1.º settembre 1527, negli Anecd. litterar. IV, pag. 335.
261. Lettere de' principi, I, 72. Il Castiglione al Papa, Burgos 10 dicembre 1527.
262. Tommaso Gar, Relaz. della Corte di Roma, I, 1527.
263. I Farnesi poterono tentare ancora qualche cosa di simile, ma i Caraffa non vi riuscirono.
264. Petrarca, Epist. fam. I, 3, p. 574, dove egli ringrazia Iddio di esser italiano. Inoltre l'Apologia contra cujusdam anonymi Galli calumnias, dell'anno 1367, pag. 1068 e segg.
265. Io intendo specialmente gli scritti di Wimpheling, Bebel ed altri nel I vol. degli Scriptores dello Scardio; ai quali sono da aggiungere per un tempo un po' anteriore un Felice Fabri (Hist. Svevorum), e per un tempo un po' posteriore un Francesco (Germaniae exegesis, 1518).
266. Un esempio per molti: la risposta del Doge di Venezia ad un inviato fiorentino spedito per trattare degli affari di Pisa nel 1496, presso il Malipiero, Ann. veneti, Arch. stor. VII, I, p. 427.
267. Si notino le espressioni uomo singolare, uomo unico per esprimere i due maggiori gradi dello sviluppo individuale.
268. In Firenze intorno al 1390 non vi era più nessuna moda prevalente nei vestiti per uomo, perchè ognuno amava di vestirsi a modo proprio. Cfr. la canzone di Franco Sacchetti: contro alle nuove foggie, nelle Rime pubbl. dal Poggiali, p. 52.
269. Sulla fine del secolo XVI Montaigne, fra molte altre osservazioni, fa il seguente confronto: «ils (les Italiens) ont plus communement des belles femmes, et moins des laides que nous; mais des rares et excellentes beautéz j'estime que nous allons à pair. Et (je) en juge autant des esprits: de ceux de la commune façon ils en ont beaucoup plus et evidemment: la brutalité y est sans comparaison plus rare: d'âmes singulières et du plus hault estage, nous ne leur en debvons rien». (Essais, L. III, chap. 5, vol. III, p. 367 dell'edizione di Parigi del 1816).
270. Ma essi non mancano di mettere in mostra anche quella delle loro donne, come può notarsi rispetto agli Sforza e ad altre famiglie regnanti dell'Italia settentrionale. Si confrontino nelle Clarae mulieres di Jacopo Bergomense le biografie di Giovanna Malatesta, Paola Gonzaga, Orsina Torella, Bona Lombarda, Riccarda d'Este, e delle più importanti donne della famiglia Sforza. Fra esse c'è più d'una virago, cui non manca nemmeno l'ultimo perfezionamento della individualità, una elevata cultura umanistica.
271. Franco Sacchetti nel suo Capitolo (Rime pubb. dal Poggiali) pag. 56, enumera intorno al 1390 più di cento nomi di uomini ragguardevoli dei partiti dominanti, che erano morti a sua memoria. Per quante mediocrità possano esservi state fra essi, tuttavia l'insieme è una testimonianza assai autorevole per comprovare il risveglio dell'individualità. — Quanto alle «Vite» di Filippo Villani veggasi più innanzi.
272. Trattato del governo della famiglia. È stata messa innanzi una nuova ipotesi, secondo la quale questo scritto sarebbe opera dell'architetto Leon Battista Alberti. Cfr. Vasari, IV, 54, nota 5, ed. Lemonnier. — Sul Pandolfini cfr. Vespas. fiorent. p. 379.
273. Trattato, p. 65 e seg.
274. Jov. Pontanus, De fortitudine, L. II. Sessant'anni più tardi Cardano (De vita propria, cap. 32) poteva chiedere amaramente: quid est patria, nisi consensus tyrannorum minutorum ad opprimendos imbelles timidos, et qui plerumque sunt innoxii?
275. De vulgari eloquio, L. I, cap. 6. — Sulla lingua italiana ideale, cap. 17. — Sulla unità spirituale dei dotti, cap. 18. — Ma anche il grido dell'esule nel celebre passo del Purg. VIII, 1 e segg. e Parad. XXV, 1.
276. Dantis Alligherii Epistolae, ed. Carolus Witte, p. 65.
277. Ghiberti, Secondo commentario, Cap. XV. (Vasari, ed. Lemonnier, I, p. XXIX).
278. Codri Urcei vita, in principio delle sue opere. — Veramente ciò confina col detto: ubi bene, ibi patria. — Le compiacenze morali, indipendenti da ogni località e privilegio comune a tutti gli Italiani più colti, alleviavano loro i dolori dell'esiglio. Del resto il cosmopolitismo è un segno dell'epoca, nella quale si scoprono nuovi mondi e si anela ad uscire dal vecchio. Accadde altrettanto in Grecia dopo la guerra peloponnesiaca. Platone, a detta di Niebuhr, non era un buon cittadino, e Senofonte ancor meno: Diogene si compiaceva addirittura del suo cosmopolitismo e si diceva egli stesso ἄπολις, come si legge in Laerzio.
279. Boccaccio, Vita di Dante, p. 16.
280. Gli angeli, che egli nel giorno anniversario della morte di Beatrice disegnò sopra una tavoletta (Vita nuova, p. 61), potrebbero essere stati qualche cosa di più che un semplice lavoro da dilettante. Leonardo Aretino dice, che egli disegnava egregiamente e che amava grandemente la musica.
281. Per queste notizie e le seguenti veggasi specialmente Vespasiano fiorentino, fonte importantissima per la storia della cultura fiorentina nel secolo XV. Cfr. p. 359, 379, 401 ecc. — Poi la bella e istruttiva Vita Jannottii Manetti (nato nel 1396) presso Murat. XX.
282. Ciò che segue è tolto in via di esempio dalla caratteristica di Pandolfo Collenuccio del Perticari, presso Roscoe, Leone X, ed. Bossi, III, p. 197 e segg. e nelle Opere del conte Perticari, Milano, 1823, v. II.
283. Presso Muratori XXV, col. 295 e segg., e come complemento a ciò Vasari, IV, 52 e seg. — Universale dilettante almeno, e al tempo stesso maestro in molte specialità fu, per esempio, Mariano Socini, se si presta fede alla caratteristica che ne dà Enea Silvio (Opera, p. 622, Epist. 112).
284. Cfr. Ibn Firnas. presso Hammer, Literaturgesch. der Araber, I, Introduz. p. 51.
285. Quicquid ingenio esset hominum cum quadam effectuum elegantia, id prope divinum ducebat.
286. Quest'opera perduta è quella che dai moderni è ritenuta sostanzialmente identica col Trattato del Pandolfini (v. sopra, p. 181 nota).
287. Nella sua opera De re aedificatoria, L. VIII, cap. 1, si trova una definizione di ciò che potrebbe dirsi una bella via: si modo mare, modo montes, modo lacum fluentem fontesve, modo aridam rupem aut planitiem, modo nemus vallemque exhibebit.
288. Un autore per molti, Flavio Biondo, Roma triumphans, L. V, p. 117 e seg., dove sono raccolte le definizioni della gloria date dagli antichi e dove si concede anche al cristiano di aspirarvi. — Lo scritto di Cicerone De gloria, che il Petrarca possedeva, è andato perduto, come è noto universalmente.
289. Paradiso, XXV, sul principio: Se mai continga, ecc. Cfr. Boccaccio, Vita di Dante, p. 49. Vaghissimo fu d'onore e di pompa, e per avventura più che alla sua inclita virtù non si sarebbe richiesto.
290. De vulgari eloquio, L. I, c. I. In modo specialissimo De Monarchia, L. I, c. I, dove egli vuole dar l'idea della monarchia, non solamente per essere utile al mondo, ma anche ut palmam tanti bravii primus in meam gloriam adipiscar.
291. Convito, ed. Venezia 1529, fol. 5 e 6.
292. Paradiso, VI, 112 e seg.
293. Per esempio: Inferno, VI, 89, XIII, 53, XVI, 85, XXXI, 127.
294. Purgatorio, V, 70, 37, 133, VI, 26, VIII, 71, XI, 31, XIII, 14.
295. Purgatorio, XI, 79-117. Oltre la gloria, quivi si trovano confusamente grido, fama, rumore, nominanza, onore, tutti sinonimi della stessa cosa. — Boccaccio poetava, com'egli confessa nella Lettera di Giov. Pizinga (Opere volgari), vol. XVI, perpetuandi nominis desiderio.
296. Scardeonius, de urb. Patav. antiq. (Graev, Thesaur. VI, III, col. 260). È incerto se si debba leggere cereis, muneribus, o per avventura certis muneribus. — L'individualità alquanto spiccata del Mussato può riscontrarsi dalla solennità, con cui è scritta la sua Storia di Enrico VII.
297. Epistola de origine et vita ecc. al principio delle sue opere: Franc. Petrarca posteritati salutem. Certi critici moderni, che si scagliano contro la vanità del Petrarca, al suo posto avrebbero difficilmente saputo serbare tanta bontà e sincerità d'animo, come lui.
298. Opera, p. 117: De celebritate nominis importuna.
299. De remediis utriusque fortunae, passim.
300. Epist. seniles, III, 5. Un'idea della celebrità del Petrarca ce la dà, per esempio, Biondo Flavio (Italia illustrata, p. 416) cento anni più tardi, quando ci assicura che anche un dotto non ne saprebbe di più intorno al re Roberto il buono, se il Petrarca non l'avesse così spesso e con tanto affetto ricordato.
301. Epist. seniles, XIII, 3, p. 918.
302. Filippo Villani, Vite, p. 19.
303. L'una cosa e l'altra trovansi indicate nell'iscrizione sepolcrale del Boccaccio: Nacqui in Firenze al Pozzo Toscanelli: Di fuor sepolto a Certaldo giaccio ecc. — Cfr. Opere Volgari di Boccaccio, vol. XVI, p. 44.
304. Mich. Savonarola, De laudibus Patavii, presso Murat. XXIV, col 1157.
305. La deliberazione del Consiglio di Stato del 1396 coi motivi presso Gay, Carteggio, I, pag. 123.
306. Boccaccio, Vita di Dante, p. 39.
307. Franco Sacchetti, Nov. 121.
308. La prima nel noto sarcofago presso S. Lorenzo, la seconda nel Palazzo della Ragione, sopra una porta. I particolari del ritrovamento nel 1411 v. Misson, Voyage en Italie, vol. I.
309. Vita di Dante, l. c. Come mai dopo la battaglia di Filippi sarà stato trasportato a Parma il corpo di Cassio?
310. Nobilitatis fastu, ed anzi sub obtentu religionis, dice Pio II (Comment. X, p. 473). Questa nuova specie di gloria doveva dispiacere a taluni, che erano avvezzi ad altra e di tutt'altra specie.
311. Cfr. Keyssler, Neueste Reisen, p. 1016.
312. Plinio il Vecchio, come è noto, è oriundo di Verona.
313. Questo si riscontra anche nello scritto notevolissimo: De laudibus Papiae (Murat. X) del secolo XIV: molto orgoglio municipale, ma nessuna gloria speciale ancora.
314. De laudibus Patavii, presso Murat. XXIV, col 1151 e segg.
315. Nam et veteres nostri tales aut divos aut aeterna memoria dignos non immerito praedicabant. Quum virtus summa sanctitatis sit consocia et pari emantur praetio.
316. Nei Casus virorum illustrium del Boccaccio solo il nono ed ultimo libro abbracciano un tempo, che non è antico. Ugualmente ancor più tardi nei Commentari urbani di Raffaele da Volterra il solo vigesimo primo, che è il nono dell'antropologia: il vigesimo secondo e il vigesimo terzo parlano specialmente di Papi e imperatori. — Nell'opera De claris mulieribus dell'agostiniano Jacopo Bergomense (intorno al 1500) prevale l'antichità e ancor più la leggenda, ma poi seguono alcune preziose biografie di donne italiane. Presso lo Scardeonio, (De urb. patav. antiq. Graev. Thesaur. VI, III, col. 405 e segg.) vengono nominate soltanto donne celebri padovane: prima una leggenda del tempo delle invasioni barbariche: poi alcune scene tragiche delle lotte dei partiti nei secoli XIII e XIV; poi alcune ardite eroine, fondatrici di conventi, politicanti, medichesse, una madre di molti ed illustri figli, una letterata, una contadinella, che muore per salvare la sua innocenza, e per ultimo la bella e colta donna del secolo XIV, per la quale ognuno scrive poesie, nonchè la poetessa e la novellatrice. Un secolo più tardi, a tutte queste celebrità padovane si avrebbe potuto aggiungere la professoressa. — Le celebri donne di casa d'Este, nell'Ariosto, Orl. fur. XIII.
317. Viri illustres di B. Facio, pubbl. dal Mehus, una delle opere più importanti in questo genere, del secolo XV, che io disgraziatamente non potei consultare.
318. Un poeta latino del secolo XII, che col suo canto cerca l'elemosina di un vestito, si esprime in questo senso. V. Carmina Burana, p. 76.
319. Boccaccio, Opere volgari, vol. XVI, nel sonetto 13.º: Pallido, vinto ecc.
320. Fra gli altri presso Roscoe, Leone X, ed. Bossi, IV, p. 203.
321. Angeli Politiani Epp. L. X.
322. Paul. Jovius, De romanis piscibus, Praefatio (1525), dove dice che la prima Decade delle sue storie sarebbe tra breve pubblicata non sine aliqua spe immortalitatis.
323. Cfr. a questo riguardo i Discorsi, I, 27. La tristizia può avere la sua grandezza ed essere in alcuna parte generosa: la grandezza può tener lontana da un fatto l'infamia: l'uomo può onorevolmente essere un tristo, in contrapposto ad uno perfettamente buono.
324. Storie fiorent. l. VI.
325. Paul. Jov. Elogia, parlando di Mario Molza.
326. Il medio-evo è ricco di poesie così dette satiriche, ma la satira non è ancora individuale, bensì quasi affatto generale ed astratta, rivolta contro classi intere, corporazioni, popolazioni ecc., e quindi anche facilmente assume un colore e un andamento didascalico. Il tipo generale di questa tendenza si ha principalmente nella favola del Reineke Fuchs, sotto tutte le forme con cui fu redatta presso i diversi popoli d'occidente. Per la letteratura francese di questa parte speciale veggasi l'eccellente nuova opera di Lenient: La satire en France au moyen-âge.
327. In via eccezionale vi si trova anche un'arguzia insolente, Nov. 37.
328. Inferno, XXI e XXII. L'unico che potrebbe paragonarsi con Dante, è Aristofane.
329. Un modesto principio nelle Opere, p. 421 e segg., e nel Rerum memorand. libri IV. Altro saggio si ha nelle Epp. Seniles, X, 2, p. 868. Il giuoco di parole si risente spesso del luogo dove si ricoverò nel medio-evo, il convento.
330. Nov. 40, 41: il condottiere è Ridolfo da Camerino.
331. La nota farsa di Brunellesco e del grasso legnajuolo, per quanto sia spiritosa, merita però sempre di esser detta crudele.
332. Ibid, Nov. 49. E tuttavia, secondo la Nov. 67, si credeva che un romagnuolo qualunque superasse in malizia il più malizioso fiorentino.
333. Agn. Pandolfini, Il governo della famiglia, p. 48.
334. Franco Sacchetti, Nov. 156: Nov. 24. Le facetiae del Poggio, quanto alla sostanza, sono molto affini alle novelle del Sacchetti: burle, insolenze, equivoci di uomini semplici congiunte coll'oscenità più raffinata, poi parecchi giuochi di parole, che rivelano il filologo. — Su L. B. Alberti cfr. a pag. 188 e segg.
335. Conseguentemente anche nelle novelle degli italiani, il cui contenuto è tolto di là.
336. Secondo il Bandello, IV, Nov. 2, il Gonnella sapeva contraffare la fisonomia e i tratti di chicchessia, e imitare tutti i dialetti d'Italia.
337. Paul. Jovius, Vita Leonis X.
338. Erat enim Bibiena mirus artifex hominibus aetate vel professione gravibus ad insaniam impellendis. Ciò fa venire in mente lo scherzo che usò Cristina di Svezia co' suoi filologi.
339. Il cannocchiale io non l'ho tolto soltanto dal ritratto di Raffaello, dove esso può essere interpretato piuttosto come una lente per osservare le miniature del libro delle preghiere, ma da una notizia del Pellicano, secondo la quale Leone osservava una processione di monaci mediante uno specillum (cfr. il Zuricher Taschenbuch del 1858, p. 177), e dal cristallo concavo menzionato dal Giovio, di cui Leone si serviva nelle cacce. — Secondo Attilio Alessio (Baluz. Miscell. IV, 518): oculari ex gemina (gemma?) utebatur, quam manu gestans, signando aliquid videndum esset, oculis admovebat.
340. Essa non manca neanche nelle arti figurative, e basta ricordare a questo proposito la nota parodia, colla quale si mettono tre scimmie a rappresentare il celebre gruppo del Laocoonte. Soltanto simili fatti si limitarono d'ordinario a semplici disegni a mano, dei quali taluni andarono anche distrutti. La caricatura è poi qualche cosa di essenzialmente diverso: Leonardo ne' suoi grotteschi (Biblioteca Ambrosiana) rappresenta il brutto, in quanto abbia in sè del comico, ed innalza con ciò questo carattere comico a suo talento.
341. Jovian. Pontan. De Sermone. Egli constata una speciale attitudine al motteggio, oltre che nei Fiorentini, anche nei Sanesi e nei Perugini, e per cortesia vi aggiunge poi anche la corte spagnuola.
342. Il Cortigiano, L. II, fol. 74 e segg. — La derivazione del motto dal contrasto, benchè non ancora abbastanza chiaramente, nel fol. 76.
343. Galateo del Casa, ed. Venez. 1789, p. 26 e segg. 48.
344. Lettere pittoriche, I, 71, in una lettera di Vincenzo Borghini del 1577. — Machiavelli, Storie fior. l. VII dice dei giovani signori di Firenze dopo la metà del secolo XV: gli studi loro erano apparire col vestire splendidi, e col parlare sagaci ed astuti, e quello che più destramente mordeva gli altri, era più savio e da più stimato.
345. Cfr. l'orazione funebre di Fedra Inghirami per Lodovico Podacataro (1505) negli Anecd. litt. I, 319. — Il raccoglitore di scandali Massaino è menzionato da Paul. Jov. Dialogus de viris litt. illustr. (Tiraboschi, T. VII, parte IV, p. 1631).
346. Così la pensava in complesso Leone X e non a torto: per quanto i motteggiatori, dopo la sua morte, si sieno occupati di lui, non hanno potuto tuttavia traviare l'opinione pubblica già formatasi a suo riguardo.
347. In questo caso si trovò il card. Ardicino della Porta, che nel 1491 voleva deporre la sua dignità e rifugiarsi in qualche lontano convento. Cfr. Infessura, presso Eccard, II, col. 2000.
348. V. la sua orazione funebre negli Anecd. litter. IV, p. 315. Nella Marca di Ancona egli mise insieme una squadra di contadini, che fu impedita di agire soltanto dal tradimento del duca di Urbino. — I suoi bei madrigali amorosi, presso Trucchi, Poesie ined. III, p. 123.
349. Com'egli adoprasse la lingua alla tavola di Clemente VII v. nel Giraldi, Hecatommithi, VII, Nov. 5.
350. Tutti i pretesi consigli tenutisi per rovesciare la statua di Pasquino, presso P. Jov. Vita Hadriani, furono attribuiti ad Adriano e sono da riportare a Sisto IV. — Cfr. nelle Lettere de' principi I, la lettera del Negro in data 7 aprile 1523. Pasquino aveva nel giorno di S. Marco una festa speciale, che il Papa proibì.
351. Per es. il Firenzuola, Opere, v. I, p. 126, nel Discorso degli animali.
352. Al duca di Ferrara, 1 gennaio 1536: «Voi viaggerete ora da Roma a Napoli, ricreando la vista avvilita nel mirar le miserie pontificali con la contemplatione delle eccellenze imperiali»
353. Come egli con ciò si fosse reso terribile specialmente agli artisti, non è qui il luogo di dimostrarlo. — Il mezzo di cui in Germania si servì la Riforma per dar pubblicità a singole questioni speciali, è l'opuscolo: l'Aretino invece è giornalista in questo senso, che cioè prova un bisogno continuo di pubblicare.
354. Per esempio, nel Capitolo all'Albicante, cattivo poeta di quel tempo: ma sventuratamente non è possibile citare i passi relativi.
355. Lettere, ediz. Venez. 1539, fol. 12, del 31 maggio 1527.
356. Nel primo Capitolo a Cosimo.
357. Gay, Carteggio, II, p. 332.
358. V. L'imprudente lettera del 1536 nelle Lettere pittor. I, Append. 34. — Cfr. sopra pag. 198 intorno al culto reso alla casa dove nacque il Petrarca nella stessa Arezzo.
359.
L'Aretin, per Dio grazia, è vivo e sano,
Ma il mostaccio ha fregiato nobilmente,
E più colpi ha, che dita in una mano.
(Mauro, Capitolo in lode delle bugie).
360. Si vegga, per esempio, la lettera al cardinale di Lorena, Lettere, ediz. Venez. 1539, in data 21 novembre 1534, come anche le lettere a Carlo V.
361. Perciò che segue veggasi Gay, Carteggio, II, p. 335, 337, 345.
362. Lettere, ed. Venez. 1539, fol. 15, in data 16 giugno 1529.
363. Forse era la speranza di ottenere il cappello cardinalizio e forse il timore dei processi dell'Inquisizione, che cominciavano e che egli ancora nel 1535 aveva osato biasimare (v. l. c. fol. 37), ma che dopo la riorganizzazione del Tribunale avvenuta nel 1542 improvvisamente tornarono in vita e ridussero ognuno al silenzio.
364. Carmina Burana nella «Biblioteca della Società letteraria di Stuttgard», vol. XVI. — La dimora in Pavia (pag. 68, 69), le località italiane in generale, la scena colla pastorella sotto l'ulivo (pag. 145), la vista di un pino come albero di grande ombra in un prato (pag. 156), l'uso ripetuto della parola bravium (p. 137, 144), e più ancora la forma Madii per Maji (p. 141) sembrano appoggiare la nostra ipotesi.[365] — Il chiamarsi l'autore Gualtiero non giustifica le induzioni sulla sua origine. Comunemente si suole identificarlo con Gualtiero de Mapes, canonico di Salisbury e cappellano dei re d'Inghilterra verso la fine del secolo XII. Ultimamente si è creduto di riconoscerlo in un certo Gualtiero da Lilla o da Chatillon. Veggasi Giesebrecht, presso Wattenbach: Deutschlands Geschichtsquellem im Mittelalter, pag. 431 e segg.
365. Veramente, studiando da capo a fondo questa Raccolta singolarissima di Canti goliardici, non si saprebbe al tutto consentire nell'opinione quì manifestata dall'illustre Autore. Il trovare in molti di essi inserite espressioni francesi, tedesche ed inglesi li farebbe credere piuttosto patrimonio di tutta Europa, come d'altra parte sarebbe anche espressamente indicato da ciò che vi si legge a pag. 252, che cioè l'ordine dei vaganti accoglie in sè uomini d'ogni nazione, teutoni e boemi, slavi e romani. Nota del Traduttore.
366. Come l'antichità possa servir di guida e ammaestramento in tutte le condizioni più elevate della vita, ce lo mostra a grandi tratti Enea Silvio (Opp. p. 603 nella Epist. 105 all'arciduca Sigismondo).
367. Pei particolari rimandiamo a Roscoe: Lorenzo il Magnifico e Leon X, nonchè a Voigt: Enea Silvio, e a Papencordt: Storia della città di Roma nel Medio-Evo. — Chi vuol farsi un'idea dell'estensione, che si dava agli studi degli uomini colti sul principio del secolo XVI, consulti, prima d'ogni altro libro, i Commentarii urbani di Raffaele da Volterra. Quivi si vedrà come l'Antichità costituiva la parte più sostanziale di ogni ramo dello scibile, dalla geografia e dalla storia locale sino alle biografie di tutti i potenti ed illustri personaggi, alla filosofia popolare, alla morale, alle singole scienze speciali e perfino all'analisi dell'intero sistema aristotelico, con cui l'opera si chiude. E per conoscere tutta l'importanza di quest'opera come fonte per la storia della cultura, bisognerebbe confrontarla con tutte le anteriori enciclopedie. Una trattazione circostanziata e completa di questo tema trovasi nell'eccellente opera di Voigt: Die Wiederbelebung des classischen Alterthums.
368. L'argomento toccato qui solo di passaggio è stato in seguito svolto in grandi proporzioni nell'opera di Gregorovius «Storia della città di Roma nel Medio-Evo», alla quale rimandiamo una volta per sempre.