223. Paul Jov. De rom. piscibus, cap. 5. — Bandello, Parte III, Nov. 42. — L'Aretino, nel Ragionamento del Zoppino, p. 327, dice di una cortigiana: «ella sa a memoria tutto il Petrarca e il Boccaccio, e innumerevoli bei versi latini di Virgilio, Orazio ed Ovidio e di mille altri autori».
224. Bandello, II, 51, IV, 16.
225. Bandello, IV, 8.
226. Un esempio molto caratteristico di ciò si ha nel Giraldi, Hecatommithi, VI, Nov. 7.
227. Infessura, presso Eccard, Scriptores, II, col. 1977. Nel calcolo non entrano che le donne pubbliche, non le concubine. Del resto il numero, in proporzione della presunta popolazione di Roma, è enormemente alto, e forse c'è errore di scrittura.
228. Trattato del governo della famiglia. Cfr. vol. I, pag. 182 e 190 nota. Il Pandolfini morì nel 1446, e Leon Battista Alberti, al quale pure fu attribuita la stessa opera, nel 1472. Cfr. anche il vol. II, p. 37.
229. Una storia della bastonatura, trattata seriamente e da un punto di vista psicologico, tanto presso i popoli d'origine germanica, che presso quelli di origine latina, contrabbilancerebbe per lo meno l'importanza di un paio di volumi di dispacci e di negoziazioni. Quando e per quali influenze passò la bastonatura fra gli usi quotidiani della famiglia tedesca? Certamente assai tempo dopo che Walther cantasse: nessuno può rafforzare la disciplina del fanciullo colle verghe (Nieman kan mit gerten kindes zuht beherten.)
In Italia almeno le battiture cessano assai presto: un fanciullo di sette anni non è più battuto. Il piccolo Orlando (Orlandino, cap. VII, Str. 42) stabilisce questo principio;
Sol gli asini si ponno bastonare,
Se una tal bestia fussi, patirei.
230. Giov. Villani, XI, 93: autorità principale sull'uso di edificar ville intorno a Firenze prima della metà del secolo XIV. Le loro case di campagna erano più belle che quelle di città, e nel costruirle rivaleggiavano tra loro, onde erano tenuti matti.
231. Veggasi a pag. 56, dove questo splendore delle feste fu additato come uno degli impedimenti al completo sviluppo del dramma.
232. Ciò in paragone colle città del nord d'Europa.
233. Le feste fatte in occasione dell'esaltazione del Visconti a duca di Milano, 1395 (Corio, fol. 274), in onta a tutta la loro pompa, hanno ancora un carattere medievale, e vi manca l'elemento drammatico. Cfr. anche la meschinità delle processioni in Pavia durante il secolo XIV. (Anonymus, De laudibus Papiae, presso Murat. XI, col. 34 e segg.).
234. Giov. Villani, VIII, 70.
235. Cfr. per es. l'Infessura (Eccard, Scriptt. II, col. 1896). — Corio, fol. 417, 421.
236. Il dialogo nei Misteri per lo più è in ottave, il monologo in terzine.
237. Nè si ha bisogno per questo di pensare al Realismo degli Scolastici. — Ancora intorno al 979 il vescovo Wiboldo di Cambray prescriveva a' suoi chierici, invece del giuoco de' dadi, una specie di tarocco spirituale, con non meno di 56 nomi di virtù rappresentate da altrettante combinazioni delle carte. Cfr. Gesta Episcopor. Cameracens. Pertz, Scriptor, VII, p. 433.
238. Tali sono quelli, coi quali egli crea delle figure sopra delle metafore, qual'è, per esempio, il gradino medio fesso per metà alla porta del Purgatorio, che deve significare la contrizione del cuore (Purgat. IX, 97), mentre per vero ogni pietra, quando ha fenditure, non può più servir di gradino, ovvero anche l'altro passo (Purgat. XVIII, 94), nel quale condanna i tepidi della vita presente a scontare la loro colpa nell'altra col correre continuo, mentre in correre potrebbe anche essere indizio di fuga ecc.
239. Inferno, IX, 61. Purgat. VIII, 19.
240. Poesie satiriche, ed. Milan. p. 70 e segg. — Della fine del secolo XV.
241. Quest'ultima allegoria trovasi, per esempio, nella Venatio del card. Adriano da Corneto. In essa Ascanio Sforza nei piaceri della caccia deve trovare un conforto contro il dolore della rovina della sua casa. Cfr. vol. I, pag. 350.
243. Il giuramento sul fagiano fu prestato nel celebre banchetto, che Filippo di Borgogna diede nel 1454 allo scopo di promovere una crociata contro i Turchi, che l'anno innanzi aveano preso Costantinopoli. In quel banchetto il duca aveva spiegato un lusso ed una magnificenza affatto fuori dell'ordinario. L'abbigliamento nel quale egli comparve, fu stimato da solo un milione di talleri. Tutto il resto era in proporzione; per cui non a torto fu detto che quella festa abbia costato una somma superiore all'intera rendita annua del re di Francia. Sulla fine del banchetto fu recato un fagiano adorno di una collana riccamente tempestata di pietre preziose, sul quale ciascuno dei convitati giurò in nome di Dio, della Vergine e del fagiano di voler combattere gl'infedeli; giuramento che, s'intende da sè, ognuno dimenticò, non appena terminata la festa. — Per più minuti ragguagli veggasi Weiss, Gesch. der Tracht und des Geräthes vom 14 bis zum 16 Jahrhundert, I, Abthl, pag. 103, 104. Nota del Traduttore.
244. Per altre feste francesi veggasi, per es. Juvénal des Ursins ad a. 1389 (ingresso della regina Isabella). — Jean de Troyes, ad a. 1461 (ingresso di Luigi XI). Anche qui non mancano i macchinismi sospesi, le statue vive e simili, ma tutto è confuso, slegato e le allegorie per lo più sono indicifrabili. — Molto svariate e pompose furono le feste durate parecchi giorni a Lisbona nel 1452 in occasione della partenza dell'infanta Eleonora, che andava sposa all'imperatore Federico III. Ved. Freher-Struve, Rer. german. script. II, fol. 51, la Relazione di Nic. Lauckmann.
245. Vantaggio tutto proprio dei grandi poeti ed artisti, che seppero trarne partito.
246. Cfr. Bart. Gamba, Notizie intorno alle opere di Feo Belcari, Milano, 1808, e specialmente l'introduzione dello scritto: Le rappresentazioni di Feo Belcari ed altre di lui poesie, Firenze, 1833. — Come riscontro, l'introduzione del bibliofilo Jacob alla sua edizione di Pathelin.
247. Effettivamente un Mistero sull'uccisione di tutti i fanciulli di Betlemme, rappresentato in una chiesa di Siena, si chiudeva con una scena, nella quale le infelici madri dovevano afferrarsi vicendevolmente pei capelli. Della Valle, Lettere sanesi, III, p. 53. — Uno degli scopi principali del già citato Feo Belcari (morto nel 1484) era appunto di purgare i Misteri da simili mostruosità.
248. Franco Sacchetti, Nov. 82.
249. Vasari, III, 232 e segg. Vita di Brunellesco, V, 36 e segg. Vita del Cecca. Cfr. V, 52, Vita di don Bartolommeo.
250. Arch. Stor. Append. II, p. 310. Il Mistero dell'Annunziazione di Maria, rappresentato in Ferrara nelle nozze di Alfonso, aveva macchinismi aerei e fuochi d'artifizio. Sulla rappresentazione della Susanna, del S. Giovanni Battista e di una leggenda sacra presso il card. Riario, veggasi il Corio, fol. 417. Sul Mistero di Costantino il grande, rappresentato nel palazzo papale nel carnevale del 1484, v. Jac. Volaterran. presso Murat. XXIII, col. 194.
251. Graziani, Cronaca di Perugia, Arch. Stor. XVI, I, p. 598. Nella crocifissione si sostituiva una figura che si teneva pronta.
252. Per quest'ultima circostanza veggasi Pii II Comment. L. VII, p. 383, 386. Anche la poesia del secolo XV assume talvolta un carattere di uguale rozzezza. Una canzone di Andrea da Basso descrive con ributtante esattezza le particolarità della putrefazione del cadavere di una sua innamorata troppo disdegnosa con lui. Ma anche in un dramma rappresentato nel secolo XII in un chiostro si vedeva sulla scena come il re Erode venisse divorato dai vermi. Carmina Burana, p. 80 e segg.
253. Allegretto, Diarii sanesi, presso Murat. XXIII, col. 767.
254. Matarazzo, Arch. Stor. XVI, II, p. 36.
255. Estratti dal Vergier d'honneur, presso Roscoe, Leone X, ed. Bossi, I, p. 220 e III, p. 263.
256. Pii II Comment. L. VIII, p. 382 e segg. — Una simile festa pomposa del Corpusdomini è menzionata dal Bursellis, Annal. Bonon. presso Murat. XXII, col. 911, all'anno 1492.
257. In simili occasioni i poeti cantavano: nulla di muro si potea vedere.
258. Le stesso vale di parecchie descrizioni simili.
259. Cinque re con seguito d'uomini armati, un uomo selvaggio che lottava con un leone (domato?); quest'ultimo spettacolo forse per alludere al nome del papa, Silvio.
260. Esempi sotto Sisto IV. Jac. Volaterran. presso Murat. XXIII, col. 134, 139. Anche all'avvenimento di Alessandro VI si fecero grandi spari. — I fuochi d'artificio, bella invenzione italiana, appartengono, insieme alla decorazione festiva, piuttosto alla storia dell'arte. — E vi appartiene pure la splendida illuminazione (v. pag. 60), che si loda in certe feste, nonchè i grandi apparecchi da tavola e i trofei di caccia.
261. A Siena in un ricevimento principesco (1405) da una lupa d'oro usciva un intero corpo di ballo di dodici persone; v. Allegretto, presso Murat. XXIII, col. 772. — Cfr. inoltre col. 772 il ricevimento di Pio II nel 1459.
262. Corio, fol. 417 e segg. — Infessura, presso Eccard, Scriptt. II, col. 1896. — Strozii poetae, p. 193 negli Eolostica, v. v. I, pag. 63 e 69.
263. Vasari XI, p. 37. Vita di Puntormo; egli narra che un simile fanciullo in una festa fiorentina del 1513 morì in conseguenza dello sforzo fatto o dell'indoramento. — Il poveretto avea dovuto rappresentare «l'età dell'oro».
264. Phil. Beroaldi Orationes: nuptiae Bentivoleae.
265. M. Ant. Sabellici Epist. L. III, fol. 17.
266. Amoretti, Memorie ecc. su Leonardo da Vinci, p. 38 e segg.
267. Come l'astrologia in questo secolo si cacciasse fin nelle feste, lo mostrano anche le comparse (non esattamente descritte) di pianeti nell'occasione dei ricevimenti di alcune spose di principi in Ferrara. Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col. 248, ad. a. 1491. Ugualmente a Mantova. Arch. Stor. Append. II, p. 233.
268. Annal. estens. presso Murat. XX, col. 468 e segg. — La descrizione è oscura, e per di più stampata sopra una copia scorretta.
269. Le funi di questo meccanismo erano coperte da ghirlande.
270. Propriamente la nave d'Iside, che viene messa nell'acqua il 5 marzo, come simbolo della navigazione nuovamente aperta. — Qualche cosa di analogo nel culto tedesco veggasi in Giacomo Grimm, Deutsche Mythologie.
271. Purgatorio, XXIX, 43 sino alla fine, e XXX sul principio. — Il carro occupa 115 versi, ed è più splendido di quello trionfale di Scipione, d'Augusto, anzi anche più di quello del sole.
272. Ranke, Geschichte der roman. und german. Völker, p. 119.
273. Corio, fol. 401. — Cfr. Cagnola, Arch. Stor. III, pag. 119.
274. V. vol. I, pag. 292. Cfr. ibid., pag. 16 nota. Triumphus Alphons, come appendice ai Dicta et facta del Panormita. — Un certo timore di un eccessivo lusso trionfale scorgesi nei valorosi Comneni. Cfr. Cinnamus, I, 5, VI, 1.
275. È una delle ingenuità dell'epoca del Rinascimento di aver assegnato un tal posto alla Fortuna. Nell'ingresso di Massimiliano Sforza in Milano (1512) essa stava, come figura principale, in cima ad un arco trionfale sopra la Fama, la Speranza, l'Audacia, e la Penitenza, tutte rappresentate da persone vive. Cfr. Prato, Arch. Stor. III, p. 305.
276. L'ingresso di Borso d'Este in Reggio, già menzionato (pagina 196), mostra quale impressione avesse fatto in tutta Italia quello di Alfonso a Napoli.
277. Prato, Arch. Stor. III, p. 260.
278. I suoi tre capitoli in terzine, v. Anecd. litt. IV, p. 561 e segg.
279. Anche nelle mense non è raro il caso di vedervi dei gruppi di figure rappresentanti tali soggetti, certo come ricordi di mascherate eseguite. I grandi si abituarono assai presto alla pompa degli equipaggi in ogni occasione solenne. Annibale Bentivoglio, primogenito del signore di Bologna, ritorna dai soliti esercizi dell'armi al suo palazzo tutto armato cum triumpho more romano. Bursellis, l. c. col. 909, ad a. 1490.
280. Nei solenni funerali di Malatesta Baglioni, avvelenato a Perugia nel 1437 (Graziani, Arch. Stor. XVI, 1, p. 413), si ricordano quasi le pompe funerarie dell'antica Etruria. Tuttavia i cavalieri vestiti a lutto e molti altri usi appartengono alla nobiltà d'occidente. Si veggano, ad esempio, le esequie di Bertrando Duguesclin presso Juvénal des Ursins ad a. 1389. — Cfr. anche Graziani l. c. p. 360.
281. Vasari, IX, p. 218, Vita di Granacci.
282. Mich. Gannesius, Vita Pauli II presso Murat. III, II, col. 118 e segg.
283. Tommasi, Vita di Cesare Borgia, p. 251.
284. Vasari, 34 e segg. Vita di Puntormo, testimonianza importantissima nel suo genere.
285. Vasari, VIII, p. 264, Vita di Andrea del Sarto.
286. Allegretto, presso Murat. XXIII, col. 783. L'essersi spezzata una ruota s'ebbe per sinistro augurio.
287. M. Anton. Sabellici Epist. L. III, fol. 47.
288. Sansovino, Venezia, fol. 151 e segg. — Le compagnie si chiamano dei Pavoni, degli Accesi, degli Eterni, dei Reali, dei Sempiterni; sono i medesimi nomi che poi furono dati alle Accademie.
289. Probabilmente nel 1495. Cfr. M. Anton. Sabellici Epist. L. V, foli 28.
290. Infessura, presso Eccard, Scriptt. II, col. 1893, 2000. — Mich. Cannesius, Vita Pauli II, presso Murat. III, II, col. 1012. — Platina, Vitae Pontiff., p. 418. — Jacob. Volaterranus presso Murat. XXIII, col. 163, 194. — Paul. Jov. Elogia, sub Juliano Caesarino. — Altrove eranvi corse di donne. Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col. 384.
291. Sotto Alessandro VI una volta dall'ottobre sino alla quaresima. Cfr. Tommasi, l. c. p. 322.
292. Pii II Dommene. L. IV, p. 211.
293. Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1080. Volevano ringraziarlo d'aver concluso una pace, ma trovarono chiuse le porte del palazzo e poste le truppe a tutti gli accessi.
294. Tutti i trionfi, carri, mascherate o canti carnascialeschi, Cosmopoli 1870. — Macchiavelli, Opere minori, p. 505. — Vasari VII, p. 115, Vita di Piero di Cosimo, al quale ultimo s'attribuisce una parte principale nella formazione di queste feste.
295. Discorsi, L. I, e. 12. Anche nel c. 55 è detto l'Italia essere più corrotta di qualunque altro paese, e seguirla poi più dappresso la Francia e la Spagna.
296. Paul Jov., Viri illustres: Joh. Gal. Vicecomes.
297. Sul conto, in cui è tenuto il sentimento d'onore nel mondo attuale cfr. le osservazioni profonde di Prévost-Paradol, la France nouvelle L. III, chap. 2, (scritte nel 1868).
298. Franc. Guicciardini, Ricordi politici e civili, N. 118. (Opere inedite, vol. I).
299. Il suo più immediato riscontro è Merlin Coccai (Teofilo Folengo), la cui Macaroneide, (v. vol. I, pag. 216 e 362), Rabelais certamente conobbe e cita anche frequentemente (Pantagruele, L. II, ch. 1 e 7, sulla fine). Si può anzi ritenere che l'impulso a scrivere il Gargantua e il Pantagruele sia venuto all'autore dalla lettura di quel poema.
300. Gargantua, L. I, chap. 57.
301. Vale a dire bennato nel senso il più elevato, perocchè Rabelais, figlio dell'oste di Chinon, non ha qui alcun motivo di accordare alla nobiltà, come tale, verun privilegio. — La predica del Vangelo, della quale parla l'iscrizione, che sta all'ingresso dell'edifizio, non si concilierebbe troppo con tutto il resto della vita dei Telemiti: essa è inoltre piuttosto d'indole negativa, in quanto accenna ad una certa resistenza agli ordini della Curia romana.
302. Vedi il suo Diario (in estratto) presso Delécluze, Florence et ces vicissitudes, vol. 2. — Cfr. sopra, pag. 79.
303. Infessura, ap. Eccard, Scriptt. II, col. 1992. — Cfr. vol. I, pag. 147 e segg.
304. Questo concetto dello spiritoso Stendhal (La Chartreuse de Parme, ed. Delahays, pag. 355) mi sembra basarsi sopra una profonda osservazione psicologica.
305. Graziani, Cronaca di Perugia, all'anno 1337 (Arch. Storico XVI, I, p. 415).
306. Giraldi, Hecatommithi, I, Nov. 7.
307. Infessura presso Eccard, Scriptt. II, col. 1892, ad ann. 1464.
308. Allegretto, Diari sanesi, presso Murat. XXIII, col. 837.
309. Coloro, che lasciano a Dio la cura della vendetta, vengono, oltre che da altri, messi in ridicolo dal Pulci, Morgante, canto XXI, str. 83, pag. 104 e segg.
310. Guicciardini, Ricordi, l. c. N. 74.
311. Così il Cardano (De propria vita, cap. 13) si dipinge come estremamente vendicativo, ma anche come verax, memor beneficiorum, amans justitiae.
312. È vero che al tempo della dominazione spagnuola è notevole una forte diminuzione della popolazione. Ma se fosse stata conseguenza della demoralizzazione, avrebbe dovuto manifestarsi molto tempo prima.
313. Giraldi, Hecatommithi, III, Nov. 2. In modo assai somigliante il Cortigiano, L. IV, fol. 180.
314. Un esempio di vendetta veramente crudele di un fratello, accaduto in Perugia nell'anno 1455, trovasi nella cronaca del Graziani (Arch. Stor. XVI, p. 629). Il fratello costringe l'amante a cavar gli occhi alla sorella e poi lo caccia a furia di battiture. Ma la famiglia era un ramo degli Oddi e l'amatore un semplice funajuolo.
315. Bandello, Parte I, Nov. 9 e 26. — Accade anche talvolta che il confessore della moglie si lascia corrompere dal marito e rivela l'adulterio.
316. Veggasi sopra a pag. 163 e nella nota.
317. Un esempio può vedersi nel Bandello, Parte I, Nov. 4.
318. Piaccia al Signore Iddio che non si ritrovi, dicono presso il Giraldi (III, Nov. 10) le donne quando vien loro narrato, che il fatto potrebbe costar la testa all'assassino.
319. Ciò accade, per esempio, a Gioviano Pontano (De fortitudine, L. II); i suoi coraggiosi Ascolani, che perfino la notte che precede il loro supplizio danzano e cantano, la madre abbruzzese, che cerca di tener allegro il figlio mentre s'avvia al patibolo, e simili, appartengono probabilmente alla classe dei masnadieri, ma egli dimentica affatto di dircelo.
320. Diarum parmense, presso Murat. XXII, col. 330 sino a 349 passim.
321. Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col. 312. Ciò fa risovvenire la banda armata di quel prete, che pochi anni prima del 1837 infestava le provincie occidentali di Lombardia.
322. Masuccio, Nov. 39. S'intende da se che l'uomo in discorso è fortunatissimo anche nel campo d'amore.
323. Se egli nella sua gioventù esercitò la pirateria durante la guerra delle due case d'Angiò per la conquista di Napoli, può averlo fatto in qualità di parteggiatore politico, ne ciò, secondo le idee d'allora, portava con sè veruna infamia. L'arcivescovo di Genova, Paolo Fregoso, fu alternativamente anche doge e corsaro e per di più in ultimo cardinale. Cfr. vol. I, pag. 118, nota.
324. Poggio, Facetiae, fol. 464. Chi conosce la Napoli odierna, ha forse udito narrare qualche fatto simile, ma in un altro genere di persone.
325. Jovian. Pontani Antonius: nec est quod Neapoli quam hominis vita minoris vendatur. Vero è che egli crede che sotto gli Angiò le cose non fossero giunte a tal punto: sicam ab iis (gli Aragonesi) accepimus. Le condizioni del paese intorno al 1534 ci son descritte da B. Cellini I, 70.
326. Una prova esatta non potrà su ciò mai darsi, ma certo le menzioni degli assassinii vi son meno frequenti, e la fantasia degli scrittori fiorentini del buon tempo non rivela sospetti di questo genere.
327. Intorno a questa polizia veggasi la Relazione del Fedeli, presso Albêri, Relaz. Scr. II, vol. I, p. 353 e segg.
328. Infessura, presso Eccard, Scriptor, II, col. 1956.
329. Chron venetum, presso Murat. XXIV, col. 131. — Nel settentrione si avevano le idee le più strane sull'abilità degli Italiani nell'arte dell'avvelenare: veggasi presso Juvénal des Ursins, ad ann. 1382 (ed. Buchon, p. 336) ciò che si diceva della lancetta dell'avvelenatore, che Carlo di Durazzo prese al suo servizio: chi fissava in essa attentamente lo sguardo, doveva senz'altro morire.
330. Petr. Crinitus, De honesta disciplina, L. XVIII, cap. 9.
331. Pii II Comment. L. XI, p. 562 — Joh. Ant. Campanus: Vita Pii II, presso Murat. III, II, col. 988.
332. Vasari IX, 82. Vita di Rosso. — Se nei matrimoni male assortiti abbiano prevalso dei veri avvelenamenti o piuttosto la sola paura, non può decidersi. Cfr. Bandello, II, Nov. 5 e 54; e più gravemente ancora II, Nov. 40. Nella stessa città di Lombardia, che non viene più precisamente indicata, vivono due avvelenatori, un marito, che vuol persuadersi della sincerità della disperazione di sua moglie, e la costringe a bere un liquido che si dava per avvelenato, ma che non era se non acqua tinta; e dietro a ciò segue la loro riconciliazione. — Nella sola famiglia del Cardano erano accaduti quattro avvelenamenti. De vita propria, cap. 30, 50. — Perfino in un banchetto dato in occasione dell'incoronazione del Papa ognuno dei cardinali condusse con sè il suo coppiere e si portò il proprio vino «probabilmente perchè si sapeva per esperienza, che altrimenti si correva pericolo di essere avvelenati nelle bevande». E questa usanza in Roma era generale e si tollerava sine injuria invitantis! Blas Ortiz Itinerar. Hadriani VI, ap Baluz. Miscell. ed. Mansi, I, 480.
333. Intorno ad alcuni maleficj contro Leonello da Ferrara veggasi il Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col 194, ad ann. 1445. Mentre all'autore di essi, certo Renato, che del resto era di fama assai pregiudicata, si leggeva la sentenza sulla piazza, si sollevò un gran romore nell'aria ed un tremuoto, per guisa che ognuno fuggì o cadde a terra. — Di ciò che Guicciardini (L. I) racconta dei maleficj di Lodovico il Moro contro suo nipote Giangaleazzo, meglio è tacere.
334. Si potrebbe innanzi tutto nominare Ezzelino da Romano, se egli non fosse notoriamente vissuto sotto l'influenza di scopi ambiziosi e di una continua superstizione astrologica.
335. Giornali napoletani, presso Murat. XXI, col. 1092, ad ann. 1425.
336. Pii II Comment. L. VII, p. 338.
337. Jov. Pontan. De immanitate, dove si dice che Sigismondo abbia reso gravida anche la propria figlia e simili.
338. Varchi, Storia fiorent. sulla fine. (Se l'opera è stampata senza mutilazioni, come, per es., nella edizione milanese).
339. Su di che naturalmente variano le opinioni secondo i luoghi e le persone. Il Rinascimento ebbe delle città e delle epoche, nelle quali prevalse una decisa tendenza a godere la vita. Le cupe malinconie degli uomini serii non cominciano in generale a manifestarsi che sotto la dominazione straniera del secolo XVI.
340. Ciò che noi chiamiamo lo spirito della Contro-riforma, erasi già sviluppato in Ispagna buon tratto di tempo prima della Riforma, e precisamente per mezzo di una scrupolosa sorveglianza e di una parziale riorganizzazione di ogni ordinamento ecclesiastico sotto Ferdinando ed Isabella. La fonte principale su questo argomento, è il Gomez, Vita del card. Ximenes, presso Rob. Velus, Rer. hispan. scriptores.
341. Si noti, che i novellieri ed altri dileggiatori non parlano quasi mai di nessun vescovo, mentre per verità avrebbero facilmente potuto trovar motivo di farlo, fosse pure mutando i nomi. Ciò accade in via eccezionale, nel Bandello, II, Nov. 45; ma altrove (II, 40) egli menziona anche un vescovo virtuoso. Gioviano Pontano nel «Caronte» fa apparire l'ombra di un vescovo molto pingue «a passo d'anitra». Di quanto poca levatura fossero i vescovi italiani d'allora in generale vegg. in P. Giovio, p. 387.