Abbiamo qui sotto scelti alcuni documenti i quali a noi sembrano dare evidenza alle cose discorse nel testo. Vi è un salvocondotto a Gino Capponi del 1402, e dopo la presa di Pisa una lettera della Signoria circa il fare Cavalieri i Commissari e i Capitani: poi una ve n’è quanto al tenere vuota Pisa di gente e scarsa di derrata; e a Gino Capponi un rimprovero molto acerbo per l’usare che egli faceva verso i Pisani troppo benignamente; e una Istruzione perchè a Firenze fossero condotti fino a centotto cittadini di Pisa e alcuni con le famiglie loro; seguono alla lettera i nomi di centotto Pisani, pochi dei quali di chiare famiglie, i più mercanti e massimamente delle arti più ricche. Diamo per ultimo una rigida ingiunzione per impedire e gastigare le brutte violenze usate dai soldati già molti mesi dopo alla caduta di Pisa. Tutti questi documenti vengono dal Carteggio della Signoria che si conserva nell’Archivio di Stato di Firenze.
Universis et singulis.
Diamo per tenore delle presenti licentia et libera facultà al nobile huomo Gino di Neri Capponi d’andare, come et quando fia di suo piacere, in qualunque luogo di nimici del nostro Comune, et a parlare chon qualunque di loro, chon quella chonpagnia vorrà seco menare. Comandando per tenore delle presenti che, per cagione di questa andata, nè a lui nè a chui menasse seco, per tempo alcuno, possa essere imputato alcuna cosa; imperò che elli va di nostra saputa et consentimento e sappiamo ciò ch’elli va per fare. Sì che niuno a questo s’opponga per alcuna cagione. E per fede di questo abbiamo fatto fare queste patenti lettere sugellate de nostri sugelli. Data Florentie, die XXV octobris, XI Ind., MCCCC secundo.
Bartholomeo de Corbinellis Gino de Caponibus et Bernardo de Cavalcantibus, de officio Decem balie Comunis Florentie. Et Matheo de Castellanis et Iacobo de Gianfigliazis, Commissariis Comunis Florentie in campo contra Pisas.
Carissimi nostri. Noi abbiamo veduto quanto fedelmente e solicitamente voi vi sete afaticati perchè la città di Pisa vengha nelle mani del nostro Comune. E perciò vorremo che alcuno segnio nel cospetto di ciascheduno n’aparisse. Il perchè vi piaccia essere et stare contenti farvi nel nome di Dio Cavalieri, nella presa che di Pisa si farà. La qual cosa sarà a noi e a questo popolo grande piacere, e a voi e alle vostre famiglie honore e perpetua fama. E perchè questo abbia effecto, scriviamo al magnifico Cavaliere messer Luca dal Fiesco, nostro capitano generale di guerra, che, in nome del Gonfaloniere della iustitia della nostra città per lo popolo di Firenze, vi debbia promuovere alla degnità della Cavallaria. Et la lettera vi mandiamo con questa. E di poi, si farà qua verso le vostre persone quello che si richiede e conviene. Avisandovi che noi non vogliamo che alcuno altro nostro cittadino si faccia Cavaliere, sanza nostra expressa licentia. E a questo provedete per modo che ’l nostro scrivere abbia effecto. Data Florentie, die VIII octobris MCCCCVI.
Bartolomeo de Corbinellis et Gino de Caponibus.
Noi non v’abbiamo scripto perchè abbiamo lasciata la graveza di ciò a’ Dieci della Balía. Hora abbiendo sentito degli inconvenienti che sono costà, ci è necessità lo scrivervi. E questo è, che noi abbiamo udito che in Pisa è rimasa poca gente della nostra da cavallo e da piede e singularmente da cavallo, la quale voi avete mandata a pigliare le castella. Oltre a ciò sentiamo che in Pisa è tornata molta gente di cittadini, di quelli che non v’erano quando voi v’entrasti, e che molti contadini vi sono venuti e tutto dì vi vengono, e che v’è entrato e entra molta vituaglia. Di che, considerati i pericoli che potrebbono seguitare, vogliamo e comandianvi che la gente d’arme, la quale voi, poi che entrasti in Pisa, mandasti fuori a pigliare le castella, che sanza indugio la facciate tornare dentro in Pisa. E le roche e’ casseri delle castella fornite di fanti a sofficientia; e delle castella non ci pare per ora da dubitarne, tegnendo bene la città. E quando questa gente d’arme è dentro, che voi siate forti, fate di mandarne fuori di Pisa chi v’è dentro tornato poi che voi v’entrasti. E oltre a ciò de’ cittadini che vi sono da più, mandatecene qua una brigata quelli che paiono a voi che sete in sul fatto. E dopo a questo mandate uno bando che ciascuno Pisano o habitante in Pisa, a pena dell’avere e della persona, debbia, infra quelle parecchi hore che voi porrete di termine, avere portata ogni arme da offendere e da difendere in quello luogo che vi pare, mettendolo nel bando nominatamente, e quella arme mettete in luogo salvo; e poi fate cercare a ciascuno le case, et torne quanta n’avessono, e punire rigidamente chi non avesse apresentata l’arme, passato il termine del bando. E provedete che victuaglia non v’entri se non dì per dì, che sentiamo molta ve ne abonda. Et date modo che de’ contadini non v’entrino in quantità o in modo che pericolo alcuno ne potesse seguire. E queste cose fate solicitamente e con buono modo, che tutto lasciamo sopra le vostre spalle, tanto che di qua si provegga. E fate bene e diligentemente guardare e alle porte e in ogni altro luogo ove bisogna, sì che della città di Pisa vi rendiate bene sicuri. Ancora abbiamo sentito, che de’ nostri soldati insieme con alcuni Pisani e sanza, ànno tolte delle cose e traportate d’una casa in altra, et etiandio tolte per loro; la qual cosa ci dispiace infino a l’anima. E pertanto fate riducere queste cose ne’ primi luoghi dove s’erano, e provedete per modo che i soldati non faccino ruberie o villanie a persona. E chi il contrario facesse, fate punire per modo che sia exemplo a ciascuno di non errare. Data Florentie, die XIII octobris MCCCCVI, a hore XXIII ½.
Duplicata die XVI octobris MCCCCVI, hora XVII.
Abbiamo sentito che certe lecta, panni e altre cose e arnesi di Piero Gaietani e di monna Giovanna sua sirocchia e della Maria et Iva sue nipoti, le quali cose erano nel monasterio di santo Mazeo in Pisa, poi che ’l nostro Comune prese la città predetta, certi de’ Gambacorti le tolsono e transportarono dove piacque loro. Il perchè voliamo che, se voi trovate che le dette cose sieno state tolte, da poi che voi entrasti nella città di Pisa, che voi le facciate tutte sequestrare, a petitione del detto Piero e tenerle salvamente. Data Florentie ut supra, die XVI octobris, hora XVII.
Gino de Caponibus Capitaneo Pisarum.
Noi t’abbiamo scripte più lettere, del mandar qua de’ cittadini Pisani che fussino huomini di capo e d’avere seguito, e apti a scandalo novità: e ultimamente mandasti una scripta di centotrè o circa, de’ quali ne sono venuti pochi più che i mezi, come per gli Dieci della Balìa è stato scripto costà, e mandati i nomi di chi mancha. E veggiamo che tu curi pocho del nostro scrivere e poco conto ne fai, chè non ci ài voluti mandare quegli huomini che sono la sicurtà del nostro Comune a cavargli di Pisa e fargli venire qua; anzi ài fatto a tuo modo, o per preghiere o per amicitia o per che cagione si sia. Et àci mandato uno campanaio, che tu medesimo scrivi che egli si stava in quello di Lucha a fare campane. E pertanto noi ti comandiamo, sotto pena della nostra gratia, che veduta questa lettera, tu ci mandi quelli che mancano del numero de’ predetti. Et oltre a ciò, ci manda quelli cinquanta, i quali ti debbono avere dati scripti i dieci Proveditori di Pisa. E ancora ci manda circa XXV altri Pisani, i nomi de’ quali ti mandiamo in questa lettera interchiusi. Et oltre a questi, se in Pisa à altri huomini che habbino seguito e sieno capi da fare ragunate o novità, mandacegli qua, e sieno quanti si vogliono. E a tutti fa’ comandamento che in brevissimo termine sieno innanzi a noi, a pena dell’avere e della persona. E se tu non vorrai obedire, come ài fatto infino a qui, noi terremo di modi che ti dispiaceranno, e manderemo costà persone che ci ubidiranno. E d’una cosa ti certifichiamo, che i nostri cittadini non sono disposti a volere tenere tanto exercito in Pisa, da cavallo e da piede, quanto forse tu ti dài a intendere; anzi vogliamo limitare la spesa e trarre di cittadini di Pisa tanti, e fargli stare qua che noi ne possiamo vivere securi. Sì che, apriti bene gli hurecchi, e fa’ quello che ti scriviamo, altrimente non te ne loderai. E rispondici a quello che ti scriviamo e con lettere e con fatti. Dat. Florentie, die XXIII novembris MCCCCVI hora XXIII.
Gino de Capponibus Capitaneo Pisarum.
Dilettissimo nostro. Colle presenti ti mandiamo una scritta suggellata, nella quale sono scripti cierti Pisani in numero CVIII, e quali pe’ nostri precessori, e pe’ Collegi e altri uffici che anno balìa de’ fatti di Pisa, è stato solennemente diliberato che debbino star qua a Firenze a’ confini; tra quali, come per essa scripta comprenderai, certi sono che oltre all’avere eglino a stare qua a’ confini, ci ànno ancora a conducere tutta la loro famiglia. E per volere noi dare executione alla sopra detta deliberatione, e acciò che detti Pisani non caggino nella infrascripta grave pena; vogliamo e comandianti, che prestamente tu comandi a ciaschuno Pisano, e quali nella detta scritta nominatamente si contengono, che per tutto el presente mese di marzo, debbono essere qua, e quelli ch’ànno a menare le famiglie secondo la forma della detta scritta, fra ’l detto termine ce la debbono avere condotta. Notificando a ciaschuno de’ detti Pisani, come pur quelli della Balìa di Pisa è stato deliberato, che qualunche non si rapresenterà come di sopra si dice, per tutto el presente mese, e chi ci à a conducere le famiglie e non ce l’avesse condotte al detto termine, s’intendono essere e sono condannati nell’avere e nella persona, e così contra loro e ne’ loro beni si procederebbe. E se alcuno di quegli che nella detta scritta si contengono fussi absente e in luogo non troppo longincho, come nel contado di Pisa o a Luccha o a Siena o a Bolognia o a Gienova o ne’ contadi d’alcuno de’ detti luoghi; vogliamo che, preso ch’arai la informatione dove sieno, che prima questo facci alle loro chase significare o a’ loro più proximi coniuncti, e poi pe’ messi della corte o per altri e quali sopra ciò diputassi, personalmente e per iscriptura faccia loro el comandamento che sotto la detta pena qua debbano essere al termine predetto. E se avessi informatione che alcuno della detta scripta fussi qui a Firenze, non obstante questo, vogliamo che alle case loro e a quegli che sono loro più coniuncti facci fare simile comandamento. E se alcuno de’ Priori che sono al presente in ufficio si contenesse nella detta scripta, a loro notifica che, fra otto dì dal dì ch’aranno diposto l’ufficio, si debbano qua rapresentare sotto la detta pena dell’avere e della persona. Tu vedi che questa è materia che à bisognio di diligentia, e che tosto vi sia data executione, considerato la pena grave nella quale eglino incorrono non ubidiendo. Oltra ciò fa’ che di tutte le notificationi e richieste le quali a’ predetti farai, e de’ raporti d’esse notificationi e richieste, ne facci fare negli atti della tua corte autentica scriptura; la copia della quale poi ci manderai, però che non vogliamo ch’alcuno si possa schusare non ubidendo, con pretendere ignorantia e non gli essere stato notificato. Avisandoli, che quando qua vengono, s’ànno a rapresentare dinanzi al nostro Podestà di Firenze.
Quello si dice de’ Priori di Pisa, che notifichi loro come fra gli otto dì dal dì che diporranno l’ufficio; non vogliamo che faccia questa notificatione o che in alcuno modo ne parli, se non quando diporranno l’ufficio: prima non ci pare honesto.[577]
Gino de Capponibus.
Noi non ti potremo, Gino, scrivere in quanta displicentia e turbatione ci sia stato il caso, il quale abbiamo sentito costà ne’ dì passati essere corso, cioè di quella fanciulla la quale pare che di casa di Nicholaio Aragonesi fussi tolta per certi soldati, non sappia’ però chi si sia stato. Oltracciò abbiamo sentito, che per te assai è stata martoriata e con aqua e con colla la detta fanciulla, vogliendo tu ritrovare chi fussi stato quello o quegli che avessi commesso cosa tanto abominevole vituperosa e trista. E più pare, secondo che abbiamo informatione da persona degna di fede, che oltre al villano caso, che avvenne l’altrieri di quella fanciulla de’ Lanfranchi che fu guasta, essere state poste schale per intrare a honeste donne e bennate. Questi casi quanto e’ sieno abominabili, di quanta infamia alla nostra città e quanto pericolosi, non che tu, Gino, ma qualunque rozzo facilemente il può giudicare. E sai che nel mondo niuna displicentia e iniuria si può fare a chi è huomo, nè adducerlo in maggiore displicentia che vedersi sforzare le donne loro, e l’onestà d’esse (chè sai quanto è cara cosa) contaminare e vituperare. Quanti stati e reggimenti per questo siano stati soversi, quanti morti e guerre di ciò sieno seguite ne’ tempi passati e ne’ moderni, a te può essere noto, conciosiacosa che, da poi che ’l mondo principiò, rare sobversioni di reggimenti siano stati, che da simile materia non abbino avuto principio. Ma pure, pognendo che in questo niuno pericolo fossi, la cosa in sè è tanto villana e tanto trista e di tanta infamia sono a chi à el governo, che in nessuno modo sono da patire sanza grave punitione. E veggiamo chiaramente, Gino, che ogni dì averranno simili inconvenienti e quali un dì potrebbono generare grande schandalo, se in questo principio non ci si piglia tale forma, che nessuno ardisca a comettere cose sì scellerate. E però vogliamo e a te strettissimamente comandiamo, che in questo fatto tu proceda in forma e modo che per tutti si cognoscha e vega, in quanto dispiacere e odio siano a noi queste abominabili cose, e sia tale esempro e terrore a qualunche che nessuno ardischa più di commettere cose tanto scellerate. E se intorno acciò, perchè quanto ti scriviamo abbia luogo, bisognasse che per la nostra Signoria si facessi alcuno provedimento, prestamente per messo proprio ce ne rendi avisati. La fanciulla la quale sentiamo che anchora ài in prigione vogliamo ti sia raccomandata; però che sai, le fanciulle essere semplice e non cognoscere gli uomini co’ quali non praticano: et ecci stato amiratione, che lei abbi posto alla tortura, benchè pensiamo non l’abbi fatto sanza grande cagione. Data Florentie, die XX mensis iunii MCCCC septimo, Ind. XV.