DIGRESSIONE Su di un pregevole vasellino di Ruvo falsamente attribuito ad altra città novella surta nell’agro Ruvestino.

Per esaurire l’argomento che mi ho proposto nel presente capo mi rimane a rivendicare un pregevole vasellino reso famigerato dalla penna del nostro Letterato Grecista Giacomo Martorelli. Mentre cotesto vasellino appartiene anche alla mia Patria, lo ha costui con soverchia leggerezza, e colla sola forza di una immaginazione troppo riscaldata attribuito ad altra città, la quale con una vana e ben frivola millanteria lo ha spacciato come suo. Vero è di non essere questo che un picciolissimo oggetto al confronto di tanti capi-lavori de’ quali ha la nostra città arricchita l’Archeologia. Ma non fu mai cosa nè sensata, nè laudabile il vestire il corvo colle penne del pavone.

Essendosi trovato nel territorio attualmente della città di Terlizzi un antico calamajo, diè lo stesso la occasione al Martorelli di scrivere un libro di due grossi volumi in quarto che porta il titolo De Regia theca calamaria. Le tante dotte superfluità ed inezie delle quali lo stesso è pieno fruttarono all’Autore un’aspra e severa critica ricevuta dai Letterati suoi contemporanei. È rimasta però impunita la sonora stravaganza in cui cadde nell’aver fondata su di questo vasellino la rimota antichità di una città surta ne’ tempi a noi più vicini, e quindi sconosciuta a tutti gli antichi Scrittori e Geografi! È tempo ora di far conoscere questa frottola per quello che vale. Credo di non poterlo far meglio che trascrivendo ne’ suoi precisi termini questo tratto di delirio di un uomo per altro dottissimo colle opportune osservazioni.

Prope urbem Turricium[114] hoc jam πολυβὸητον vasculum anno 1745 erutum est e veteri sepulcro, dum rusticus vir cum liberis paternum rusculum exercebat in vico, qui vulgo Mons viridis nomine salutatur, nihilque longe abest a Trajana via. Turricium autem visitur quatuor millia pass ab Hadriæ mari: ab ortu Butuntum habet, ab occasu Rubos, quos Horatius in suo itinere meminit: ab arcto Melfictum, a meridie urbem, quæ vulgo audit Altus murus (vetus nomen firment indigenæ). Turricium, licet multis nominibus urbs sit jam florentissima, majorem famam sibi conciliat eo quod hoc omnibus partibus insigne atramentarium dederit, ita ut Turricianum dicant universi: sane non una sunt oppida, quod monumentum vetustatis protulerunt, eorum rumor maxime incaluit, uti Eugubium et Heraclea, ambæ urbes ob tabulas illud Etruscas, hæc Græcanicas (quas Mazochius laborioso, atque affatim docto commentario condecorat), et Tiriolum oppidum ob æream laminam Bacchanaliorum festa vetantem, Matthæi Ægyptii nostri adnotationibus illustrem, ut reliqua taceam[115]. Scias nunc communi Italorum lingua appellari Terlizzo, sed Populares vocitant Turrizzo, et Turris est pro urbis signo διακριτικῶ[116].

Ne credas Turricium inter Apuliæ urbes felicioribus sæculis ignotum, nam a doctissimis viris duplex saxum summa fide exscriptum ad me transmissum est, in quorum primo, licet fragmentum sit, nec sententia ulla vigeat, tamen nomen urbis aperte tenes:

· · · · · I · VIÆ · FIL · TVRRI · · · · · ·
· · · · I · IT · · · · · · DCCCVI · · · ·[117].

Extrema hæc ςοικεῖα legas occubuit. Verum alteram epigraphen, quæ in saxo illius Regionis sculpta est, lato pedes binos circiter, alto fere uno cum dimidio, quod superiori ætate Josephus Allegretius reperit propter Trajanam viam, vides illam non ineleganter, et ob acerbum Phœnicii Curvi fatum nobilem; advertas, præter Orthographiæ erratum in voce Phœnicius, inesse quasdam literas præter Æ simul adnexas, queis carent Typographi.

C · PHENICIVS · CVRVVS · SICVLVS · C · F · M
D · TRA · IMP
AD · V · P · CONS · OP · PRÆ
IS
CVM · SALT · TVRRICII · ADVENIS
NON · MAI · PER · AB · IOVE · PER
REP · EXHOR · TEMP ·
VIX · A · XXXIX ·

Quam ita interpretor — Cajus Phœnicius Curvus Siculus Caji filius Mensor Divi Trajani Imp. ad viam publicam consularem operi Præfectus: is cum salium Turricii advenisset nonis Maji, percussus ab Jove periit, repente exorta tempestate vixit ann. XXXIX.

Passa poi a divagarsi al suo solito in altre erudizioni estranee al proposto argomento, ed indi ripiglia il discorso come siegue: Sed a semita in viam: vides jam Turricium beata Trajani ætate jam nobile, extructumque prope Trajanam viam[118], quare licet sit urbs vetustate sat spectabilis, nunc quod atramentarium hoc vasculum in lucem emisit, illius fama longius pervagatura est, eritque ejus λογος απανταχοῦ, uti de alia urbe canit Euripides in Iphig. in Taur, vers. 517[119]. Quanta ampollosità!

Qualunque però esser possa la verità di cotesta seconda lapide, la quale neppur ci fa sapere il Signor Martorelli ove stia, e la esattezza della versione ch’ei ne ha fatta, data anche la stessa per vera, bisogna non aver occhi per non vedere che si è quì parlato, non già di una città, ma bensì di un bosco denominato Turricio cum saltum Turricii advenisset. Il convertire un bosco in una nobile città pareggia, siami permesso il dirlo, quel tratto di frenesia del famoso Cavaliere Spagnuolo del Signor Cervantes che gli faceva convertire i molini a vento in giganti, e le truppe di montoni in eserciti ordinati!

L’antichità di una città qualunque non si spaccia così colla sola forza della immaginazione; ma bisogna che venga compruovata coll’autorità degli antichi Scrittori. La città di Terlizzi sta tra Ruvo e Bitonto. Si è detto innanzi che Plinio enumerò le Popolazioni tanto delle città marittime che delle città interne di quella Regione, ed allogò tra esse Rubustinos et Butuntinenses, ma non già Terlitienses o Turricienses. Presso Giulio Frontino si trova nominato Ager Rubustinus et Botontinus, ma non già ager Turriciensis. Nell’Itinerario di Antonino sulla strada consolare che da Roma menava a Brindisi vi sono Rubos et Butuntus, ma non già Turricium. Nell’Itinerario Gerosolimitano vi sono Botontones et Rubos; ma non Turricium.

Nella Tavola Peutingeriana in fine, la quale è posteriore ai tempi di Trajano, poichè formata al tempo di Teodosio, si leggono i nomi di tre nuove città surte sul litorale dell’Adriatico, cioè Natiolum, Turenum, Balulum o Bardulos, cioè Giovinazzo, Trani e Barletta. Tra le città interne vi sono Rubos et Botontones, ma non Terlitium o Turricium. Alla distanza di dodici miglia da Ruvo dal lato occidentale però e non dal lato orientale ov’è Terlizzi, non si vede in essa segnato che un solo luogo chiamato Rudas, il quale non si sa qual esser possa, perchè perfettamente ignoto ai tempi nostri in quella Regione[120].

Che Terlizzi sia stata una Terra abitata all’epoca della Dinastia Angioina, non vi può esser dubbio e si anderà ciò ancora a rilevare dalle cose che anderò in seguito a dire, poichè talvolta fu conceduta in feudo unitamente colla città di Ruvo, e talvolta separatamente. Non è chiaro però abbastanza che tale sia stata anche al tempo de’ Normanni, poichè sembra che a quel tempo fosse stato piuttosto un villaggio che cominciava a sorgere nel territorio di Ruvo.

In quel Catalogo de’ Feudatarj, e Suffeudatarj che al tempo di Guglielmo il buono contribuirono la quota de’ soldati per la spedizione di Terra Santa, di cui innanzi si è parlato, vi è la seguente Rubrica: De Comitatu Cupersani isti sunt Barones, qui tenent de Comitatu Cupersani. Tra gli altri Suffeudatarj de’ diversi luoghi dipendenti da quella Contea si leggono anche i seguenti; Girinus Andriæ, sicut dixit, tenet in Terlitio feudum Parisii Guarannonis, quod sicut ipse dixit est feudum II militum, et cum augmento obtulit milites IV — Paganus Nobilis tenet in Rubo et Terlitio terram, quæ fuit Gottifredi Malenepotis, et est feudum II militum. Et cum augmento obtulit milites IV — Danes Andriæ tenet in Terlitio feudum quod tenebat Guillelmus Morellanus et Guillelmus de Spelunca; quod sicut ipse dixit, est feudum I militis et cum augmento obtulit milites II.

La picciola terra posseduta dal nobile Pagano, la quale formava un feudo di due militi, si dice che stava in Rubo, et Terlitio. Ma non si può intendere come cotesto feuduccio che consisteva in un solo pezzo di terreno avrebbe potuto stare in due luoghi diversi. O doveva riportarsi nel territorio di Ruvo, o in quello di Terlizzi, se fin d’allora fossero state queste due città distinte e separate. Questa circostanza quindi può benissimo indurci a credere che Terlizzi era in quel tempo un villaggio che cominciava a sorgere nell’agro Ruvestino e formava parte di esso, ed indi coll’accrescimento della Popolazione divenne ne’ tempi posteriori più considerevole.

Conferma vie più questo giusto concetto della cosa il vedersi che cotesta pretesa antica, e nobile città del Martorelli è perfettamente sconosciuta non solo alla Geografia antica, ma anche ai Scrittori, ed alla Geografia del Medio evo. L’Autore della dotta Dissertazione, e della carta Corografica Medii ævi che va tra le Opere del Muratori riporta le antiche città della Peucezia delle quali innanzi si è parlato, aggiugne le altre più recenti surte dappoi fino all’epoca de’ Normanni, ma tra queste ultime non si vede quel Terlitium, o Turricium che ha fatto tanto gonfiar le pive al solo Martorelli[121].

Da un’antica pergamena che si conserva nell’Archivio del Capitolo di Ruvo, cennata anche dal Pratilli, si rileva che nel corso del secolo IX un certo Fabio Terlitio con altri coloni Ruvestini abbiano cominciato ad edificar delle case in un sito loro conceduto dal Governo Municipale, o sia dal Senato di Ruvo, al quale fu imposto il nome Terlitium dal già detto capo di quella piccola colonia. Lascio però una carta ch’è facile ad ognuno di dirla non autentica mancando i mezzi di verificarla. Non vi è bisogno di essa per dimostrare che il luogo ove fu trovato quel calamajo a cui attaccò Martorelli tanta celebrità, apparteneva sicuramente all’antico agro Ruvestino conceduto dappoi alla novella Popolazione di Terlizzi.

Si è dimostrato nel Capo III che al tempo di Strabone, ed indi di Plinio e di Tolomeo il confine settentrionale della Peucezia era il mare Adriatico, e l’ultima città marittima di quella Regione era Bari. Si è veduto inoltre che dopo Bari seguivano dentro terra Bitonto, e Ruvo per dove passava l’antica via consolare che da Brindisi menava a Roma. Nè fuori di queste due città ve n’erano altre tra la detta strada consolare, e ’l mare Adriatico. Conseguenza di ciò è che tutto il terreno Peucetico racchiuso da Bari in qua tra la detta strada consolare e ’l mare doveva per necessità appartenere alle dette tre sole città messe in quella linea, cioè a Bari, a Bitonto, ed a Ruvo poichè fuori di queste non ve n’erano altre. Tanto più che queste due ultime città non sono a molta distanza dal mare, il quale è lungi da esse poche miglia, e quindi anche oggi sono considerate come città della marina.

La città di Terlizzi si vede edificata nel sito intermedio tra l’antica strada Trajana e ’l mare Adriatico. Dopo tanti secoli, e dopo esser surte le novelle città della marina non si può conoscere più com’era diviso tra le dette città di Bari, Bitonto, e Ruvo il già detto territorio racchiuso tra l’antica strada consolare e ’l mare. Dal lato del mare si son perdute le tracce degli antichi confini perchè quel territorio che anticamente era diviso tra Bari, Bitonto e Ruvo appartiene oggi in gran parte alle novelle città surte ne’ tempi posteriori. Non è però difficile l’indagare a quale delle dette tre città sia appartenuto quel sito in cui si vede edificata la novella città di Terlizzi. Basta il solo ajuto del buon senso per decidere ch’ella è surta nel territorio di Ruvo, e dalla nostra città è stata dotata del terreno che attualmente possiede.

La città di Terlizzi sta in mezzo tra le due antiche città di Ruvo e Bitonto, alla distanza però di due miglia dalla prima, e di sette miglia dalla seconda. È facile quindi il vedere che Terlizzi è surta nel territorio di Ruvo, e che la contrada di Monteverde, ove il calamajo Martorelliano fu rinvenuto sita a due miglia circa di distanza da Ruvo sulla dritta della strada Trajana formava parte dell’antico agro Ruvestino ceduta ne’ tempi posteriori alla novella Popolazione di Terlizzi.

Conferma vie più questa verità di fatto l’attuale confinazione tra Ruvo, e Bitonto. Si vede questa interrotta in ambi i lati dell’antica via Trajana in que’ punti soltanto ove tra l’una, e l’altra città vi è per lo mezzo la città di Terlizzi col suo picciolo territorio. In quel punto però ove questo finisce, ripiglia l’agro Ruvestino la sua antica confinazione coll’agro Bitontino, e questa progredisce per più miglia nelle contrade delle Strappete, delle Matine, e delle Murge. Il che fa conoscere a colpo d’occhio di non esser altro il territorio di Terlizzi che un pezzo distaccato dall’antico agro Ruvestino, il quale in tutta la sua linea orientale dalla marina fino alle murge confinava prima con quello di Bitonto.

Da un registro Angioino che si conserva nel grande Archivio si rileva che il Re Carlo I nell’anno 1274 scrisse al Giustiziere della Terra di Bari, e gli prescrisse il modo in cui gli abitanti della città di Bitonto dovevano far pascolare i loro animali In sterpeto Bitontii, quod silva dicitur inter Bitontum, Rubum, et Terlitium, quæ nunc pro defensa pro parte Curiæ nostræ custoditur[122]. Cotesto bosco quindi denominato sterpeto era il punto di un trifinio tra l’agro Bitontino, Ruvestino e Terlizzese.

Non può cotesto sterpeto esser altro che quello il quale porta oggi il nome di Bosco di S. Leo poco lungi dal luogo del territorio di Ruvo denominato S. Eugenia. Apparteneva lo stesso, forse per sovrana concessione di epoca posteriore, al Convento de’ PP. Olivetani di Bitonto sotto il titolo di S. Leo. La natura, e la qualità del terreno, e delle piante selvatiche che in esso vi sono corrispondono molto bene al suo antico nome di sterpeto. Il bosco suddetto colla soppressione di quel Convento devoluto al demanio lo ha acquistato la Famiglia Siciliani di Giovinazzo. È da credersi però che quando si teneva per uso delle Regie razze di animali esser doveva più vasto di quello che lo è al presente.

Basta fermarsi nel trifinio suddetto per vedere a colpo d’occhio che il territorio attuale di Terlizzi non è che un pezzo distaccato dall’antico agro Ruvestino, il quale dal punto del detto bosco di S. Leo in su ripiglia la sua antica confinazione coll’agro Bitontino, molto al di là del sito in cui Terlizzi è edificata. La confinazione suddetta progredisce a linea continuata lungo le contrade dell’agro Ruvestino denominate le Strappete (o sia sterpeto), le Matine e le Murge, confinazione la quale doveva estendersi allo stesso modo fino al mare Adriatico ai tempi di Strabone, di Plinio e di Tolomeo, quando non vi era ancora Terlizzi edificata al di qua della linea della detta antica confinazione verso la città di Ruvo, e quasi alle porte di essa.

Data quindi anche per vera l’antica lapide sepolcrale recata dal Martorelli, ed ammessa la esistenza dell’antichissimo Bosco denominato Turricium messo sulla via consolare, ove Fenicio Curvo fu ucciso dal fulmine, è egli chiaro che cotesto bosco apparteneva alla città di Ruvo, ove Fenicio Curvo aveva la sua residenza. Ed in vero sull’antica strada consolare che da Ruvo menava, e mena tuttavia a Bitonto, alla distanza di circa un miglio e mezzo da Ruvo vi era un antico bosco aggregato dappoi all’agro Terlizzese, e denominato perciò Parco di Terlizzi. Cotesto bosco è ora ridotto a coltura, e ripartito tra molti coloni Terlizzesi. Ma io me lo ricordo nello stato boscoso, e nella mia gioventù sono in esso andato al divertimento della caccia.

Ha potuto forse esser questo quel bosco che nella lapide suddetta (se questa è vera e genuina, e non già ideale) è denominato Turricium. Voglio ammettere anche che la novella città di Terlizzi abbia potuto essere edificata sul suolo di quell’antichissimo bosco, poichè lo stesso dall’antica via Trajana che mena a Bitonto si estendeva quasi fin sotto le mura di Terlizzi, e ne’ tempi più antichi ha potuto avere anche una maggiore ampiezza, ed estensione. Voglio concedere in fine che il nome Terlitium attribuito alla novella città abbia potuto esser preso da quello del Bosco Turricium, sul suolo del quale fu forse edificata. Ma dalla esistenza di un bosco denominato Turricium al tempo di Trajano il volerne inferire che fosse stata questa una nobilissima città da niuno conosciuta, nè da veruno antico Scrittore o Geografo nominata, è una maniera di argomentare la quale non so se debba destar sorpresa, o compassione.

D’altronde dove si è inteso ancora che un qualche antico sepolcro trovato nel territorio di una città qualunque basti a decidere della rimota antichità di essa? Nulla però ha che fare una cosa coll’altra, poichè quello può essere antico, e questa recente. Come si son trovati nel territorio di Ruvo de’ sepolcri ad una certa distanza dalla città, così possono trovarsi anche nel territorio di Terlizzi. Gli antichi abitanti della nostra città avevano sicuramente le loro case di campagna. Come le avevano in quella parte del territorio che attualmente appartiene a Ruvo, così le avevano anche in quella parte di esso che ne’ tempi posteriori fu distaccata dall’agro Ruvestino, ed assegnata a Terlizzi. Non è cosa nuova che gli antichi abbiano avuta la sepoltura nelle loro ville dove si son trovati nel morire, o dove han voluto che fossero stati sepolti.

Qual meraviglia è dunque che nell’attuale agro Terlizzese (un tempo anche Ruvestino) siasi trovato, e si possa trovare qualche antico sepolcro? Dunque perciò dovrà riputarsi Terlizzi una città antica a dispetto di tutti gli antichi Scrittori e Geografi che non hanno di essa parlato? Qual ragionare è questo? Vale ciò lo stesso che non comprendere che le città veramente antiche serbano sempre in loro stesse le testimonianze, ed i monumenti della loro antichità. Non tutto può distruggere il tempo edace, e molte cose sopravvivono a suo dispetto. In qual Museo vi sono le antiche monete Terlizzesi, come ve ne sono tante di Ruvo? Ove mai si son trovati a Terlizzi sepolcri ricchi di preziosi vasi, e di altri pregevolissimi oggetti, come si son trovati e si trovano ogni dì in Ruvo a migliaja, e ad ogni passo intorno all’abitato?

Sono queste le pruove vere, ed incontrastabili dell’antichità di una città, non già un vasellino unico, il quale anche a Ruvo appartiene, perchè trovato in quella porzione del suo antico agro che fu a Terlizzi conceduto ne’ tempi a noi più vicini. Cessino dunque queste vane millanterie le quali non potrebbero non peccare di una vera buffoneria atta solo a muovere il riso. Cessi una volta quel rumore che si è fatto, e si sta facendo per cotesto calamajo Martorelliano, il quale per altro non è che un zero a fronte de’ grandiosi monumenti di antichità Ruvestini che destano l’ammirazione della colta Europa.

Si contenti la città di Terlizzi di avere una Popolazione numerosa, attiva, industriosa e ricca di buoni agricoltori formati dalla necessità, attesa la ristrettezza del proprio territorio. Deponga una volta per sempre il delirio di gareggiare per antichità colla mia illustre patria nel di cui territorio ella è nata, e sia alla stessa riconoscente del bene della sua esistenza.