1. Mazochii Commentarium ad tabulas Heracleenses Diatriba I cap. V. §. 2.
2. Ptolomæus lib. 4 cap. I.
3. Strabo lib. VI pag. 282.
4. Vi è quì un errore manifesto. Trecento sessanta stadj formano quarantacinque miglia. Si può dire che sia questa la distanza tra Roma e Brindisi? È chiaro che si deve quì leggere CCCLX M. Pass.
5. Cellarii Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 580.
6. Mazochii Commentar. in Tabulas Heracleæ pag. 522 n. 58.
7. Marci Veseri Opera Historica, et Philosophica sacra, et profana pag. 709 ad 715.
8. James Millingen Considerations sur la Numismatique de l’ancienne Italie = Azetium in Peucetia pag. 147 et 148.
9. Cellarius Geographia antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 590.
10. Il P. Arduino ha ripartiti i capitoli della Storia Naturale di Plinio in un modo diverso da quello in cui si trovano questi ripartiti in tutte le altre edizioni della stessa opera. Quindi li capi citati dai Scrittori secondo le antiche edizioni non battono con quelli che si trovano segnati nella edizione suddetta del P. Arduino. Ad evitare l’inconveniente che da ciò ne deriva, al margine di ciascuno de’ capi della sua nuova numerazione ha segnato il numero antico. Avrebbe potuto in vero risparmiarsi questo fastidio, il quale serve solo ad imbarazzare chi legge senza veruna utilità, e lasciare la numerazione de’ capi come si trova ripartita in tutte le altre edizioni.
11. In altre edizioni vi è quì anche la parola Aquini.
12. In altre edizioni si legge Deculani, non Æculani.
13. In altre edizioni si legge Etinates, non Meritanes.
14. In tutte le altre edizioni si legge quì Neritini, e non già Netini, vocabolo alterato e mutilato di proposito dal P. Arduino, come saremo or ora a vederlo. Nelle altre edizioni dopo la parola Neritini, vi è anche la parola Matini che quì manca.
15. Non vi può esser dubbio che colla parola Rubustini sono indicati gli abitanti della nostra città di Ruvo. Ne convengono tutti i Comentatori di Plinio, e con essi anche il P. Arduino.
16. Convengono essi del pari che sotto il nome di Butuntinenses sono indicati gli abitanti della città di Bitonto, antica città della Peucezia. Il Vesselingio anzi nelle sue note all’Itinerario di Antonino, di cui si parlerà in seguito, dice di aver veduta anche una moneta Bitontina. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo Commentario sulle Tavole di Eraclea alla pag. 37 dice che ne aveva una bellissima inedita. Io ne ho due. Il Signor Millingen nel suo libro innanzi citato alla pagina 149 e 150 reca anche le monete Bitontine. Non si comprende però come Plinio abbia situato Bitonto tra le città della Calabria, mentre non è distante da Ruvo più di nove miglia, e tanto negl’Itinerarj, de’ quali si parlerà in seguito, quanto nella Tavola Peutingeriana Bitonto e Ruvo sono segnate l’una dopo l’altra.
17. In altre edizioni manca la parola Paltonenses.
18. Non già Nerentini, ma bensì Neritini si legge nelle altre edizioni. Tal lettura poi la presentano, non già libri quidam, come dice quì l’Arduino; ma bensì tutte le altre edizioni di Plinio, non esclusa la bellissima edizione anche di Parigi dell’anno 1545, che l’ho pure nel mio Studio.
19. Non si capisce come il Cellario abbia creduta tanto astrusa la investigazione del sito dell’antica Celia che Luca Olstenio l’ha così bene situata a poche miglia al di là di Bari. Quest’antica città è oggi uno de’ così detti Casali di Bari che ritiene tuttavia il nome di Ceglia che viene da Celia. È questa città segnata anche nella Tavola Peutingeriana. Il chiarissimo Canonico Mazocchi nel Commentario sulle tavole di Eraclea alla pag. 35 nota 51, ed alla pag. 38 parla di Celia, e ne reca una moneta con Greca leggenda. Reca le sue monete con tipi diversi anche il Signor Millingen nel precitato suo libro pag. 149. Io ne ho quattro. Ma la migliore testimonianza che Ceglia sia l’antica Celia sono gli eccellenti e magnifici vasi fittili Italo-Greci, ed altri monumenti di antichità che si sono ivi disotterrati ai tempi nostri.
20. Ha voluto quì alludere alla emendazione della parola Νήτιον proposta anche da Luca Olstenio. Opinò egli da principio che dovesse alla stessa sostituirsi la città che nella Tavola Peutingeriana è chiamata Natiolum quasi come un diminutivo di Netium. Ma l’Olstenio che fu un accurato investigatore de’ luoghi ricedè ei medesimo da questo suo primo avviso, poichè riflettè che il Natiolum della Tavola Peutingeriana è messo sul litorale dell’Adriatico tra Bari, e Trani nel sito dell’attuale città di Giovinazzo, e non già dentro terra tra Celia e Canosa. Al che aggiungo che cotesta novella città della Tavola Peutingeriana al tempo di Strabone non esisteva ancora.
21. Questa posizione proposta anche dal Palmerio si è confutata innanzi.
22. Cellarius lib. II cap. IX sect. IV §. 575.
23. Ferrarius Novum Lexicon Geographicum verbo Netium, et verbo Andria.
24. Baudrand Geographia verbo Netium.
25. Horat. Sermonum lib. I Sat. V v. 95.
26. La città di Bitonto non altrimenti ha potuto essere indicata nell’Itinerario di Antonino che come un luogo di passaggio, e di riposo, e non già di fermata, giacchè da Ruvo a Bitonto segna undici miglia di cammino, e da Bitonto a Bari altre dodici miglia. Ventitre miglia sono il cammino regolare di una sola giornata, non di due giornate.
27. Pratilli Della Via Appia lib. IV cap. XIII.
28. L’antica strada della Guardiola che da Canosa mena a Ruvo si è resa troppo malagevole ed è rimasta oggi perfettamente abbandonata. La novella bellissima strada aperta fra Canosa ed Andria, Corato, Ruvo, Terlizzi, Bitonto etc. molto al di sopra dell’antica via Trajana, oltre di essere più gaja, offre un comodo che nulla fa desiderare. È quindi quella la strada che da tutti oggi è battuta.
29. Guilelmus Appulus Poema Normannum lib. II vers. 27 et sequ.
30. Giannone Storia Civile etc. lib. IX cap. II.
31. Summonte Storia di Napoli tom. II cap. II pag. 186.
32. Troyli Storia Napolitana tom. I part. II cap. IX della Provincia di Bari.
33. Muratori Rerum Italicarum Scriptores Tom. V pag. 251.
34. Muratori Rerum Italicarum Scriptores tom. X pag. 297.
35. Pontanus De Bello Neapolitano lib. IV.
36. Frontinus de Coloniis capi XIII.
37. Robertus Stephanus Thesaur. Linguæ Latinæ tom. IV verbo Rubi.
38. Cellarii Geographia lib. II cap. IX sect. IV §. 483.
39. Idem dicto lib. II cap. IX sect. IV §. 533.
40. Cicero Oratio pro Archita cap. X.
41. Strabo lib. VI pag. 281 in fine.
42. Pomponius Mela De situ Orbis lib. II.
43. Silius Italicus lib. XII vers. 397.
44. Magnan Miscellanea Numism. Tom. III Tav. 39.
45. Dionys. Halicarnass. Antiquit. Roman. lib. I.
46. Plinii II. Natur. Histor. lib. III cap. V.
47. Dionys. Halicarnass. lib. X. Ab U. C. anno 300.
48. Jamblico nel capo XXIX dice così: Per hæc utique studia tota Italia Philosophis repleta fuit, quæque antea obscura erat Pythagoræ causa Magna Græcia cognominata est, plurimis in ea Philosophis, Poetis, et Legislatoribus clarescentibus.
Porfirio ha detto al n. 20 che Pitagora aveva un gran seguito, ed i suoi discepoli erano tanto allettati, ed incantati dalle sue lezioni, ut non amplius in suas domos discedere sustinerent; sed una cum liberis, et conjugibus ingenti Homacoio ædificato condiderint illam, quae ab omnibus Magna Græcia vocata est in Italia: leges quoque, ac statuta ab ipso, tanquam divina præcepta acceperint, præter quæ quidquam facere illicitum sibi duxerunt.
49. Cicero Tusculan. lib. I cap. 16.
50. Idem Tusculan. lib. II. cap. 17.
51. Gellius N. A. lib. III cap. 17.
52. Secondo questa opinione otto sarebbero state le Regioni che componevano la Magna Grecia, cioè la Locrese, la Cauloniate, la Scillatica, la Sibaritica, la Eracleese, la Metapontina e la Tarantina, alle quali aggiungono taluni anche la Petelina dalla città denominata Petelia che Virgilio la crede una picciola città fondata da Filottete, la quale si rese dappoi grande ed illustre.
53. È una gran disgrazia che questi libri, e specialmente quello di Porcio Catone non sia giunto fino a noi. Ci avrebbe date lo stesso le notizie opportune di tante città della Italia, la origine delle quali pe’l soverchio Laconismo degli antichi Geografi è rimasta in una perfetta oscurità.
54. Cristofaro Cellario nella sua Geografia antica lib. II cap. IX sez. IV §. 566 crede favolose le diciassette età, o siano generazioni prima della Guerra di Troja quì mentovate. Conviene però nel fatto riportato da Dionigi di Alicarnasso, cioè nella venuta nell’Italia di Oenotro e Peucezio, e non si potrebbe in ciò non convenire venendo lo stesso fatto contestato anche dagli altri antichi Scrittori Greci e Latini, i quali ne sapevano più di noi come anderemo or ora a vederlo.
55. Dionys. Halicarnassi lib. I.
56. Pausaniæ Arcadica, sive lib. VIII cap. III.
57. Idem loco supra citato cap. XLIII.
58. Strabo lib. VI pag. 277 ad 282.
59. Plinius lib. III cap. XI.
60. Eclogæ seu excerpta ex libro XXI Diodori Siculi Cap. IV.
61. Strabo dicto lib. VI pag. 283.
62. Ptolomæi Geographia lib. I cap. I.
63. Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. XX. cap. 80 pag. 714.
64. Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297.
65. Cellarius Geograph. antiqua lib. II cap. IX sect. IV §. 570.
66. Pratilli Via Appia lib. IV cap. 6.
67. Convengo nell’antichità della città di Altamura, poichè anche ivi si trovano buoni vasi fittili ed altri oggetti di antichità. Ma non sono persuaso appieno che sia questa l’antica città chiamata Sub Lupatia nell’Itinerario di Antonino, poichè non corrispondono le distanze in esso indicate.
68. Dominici de Gravina Chronicon De rebus in Apulia gestis. Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. XII pag. 604.
69. Regest. Serenissimi Regis Caroli II ann. 1309 lit. B. fol. 148 a t.
70. Cedularium Reginæ Joannæ II ann. 1415 fol. 128.
71. Regest. Caroli I anni 1772 lit. B. fol. 205.
72. Si noti che il Garagnone è chiamato Castrum, vocabolo il quale corrisponde all’antico castello che ivi vi è, innanzi mentovato.
73. Regest. Reg. Roberti anni 1324 lit. B. fol. 94.
74. Fasciculus 86 fol. 55.
75. Li tre Registri Angioini quì riportati corrispondono perfettamente a ciò che dice Domenico di Gravina che il Casale di Garagnone era governato dal Nobile Fra Rengaldo Ordinis Sacræ Domus Hospitalis.
76. Ptolomæus lib. III cap. I.
77. Plinius lib. III cap. XI.
78. Horat. Sermonum lib. II sat. I vers. 34 et sequ.
79. Risulta da ciò che il primo tratto del fiume Ofanto, ove sbocca nel mare tre miglia lungi dalla città di Barletta, era ai tempi di Strabone navigabile, e che la città di Canosa vi aveva un porto sei stadj o siano tre quarti di un miglio lungi dalla sua foce.
80. Le isole Diomedee quì indicate sono oggi chiamate Isole di Tremiti e da Cornelio Tacito Trimetum lib. IV Annalium cap. 7. Tolomeo alla fine del capo I del libro III della sua Geografia dice che siano cinque; ma Strabone n’enumera due.
81. Strabo lib. VI pag. 284.
82. Questa favola l’ha elegantemente esposta Ovidio nel libro XIV delle Metamorfosi favola 10. Dice che un Legato di Turno di nome Venulo essendosi presentato a Diomede per dimandargli soccorso nella guerra in cui si trovava impegnato col Trojano Enea, Diomede si scusò mettendogli in veduta tutte le traversie che aveva sofferte per l’ira di Venere madre di Enea. Ma uno de’ suoi compagni di nome Acmene di carattere ardito, ed irritato inoltre da tante sofferenze, proruppe in invettive contro la Dea e disse, che altro ci può far ella di peggio? Il di lei odio contro tutti li seguaci di Diomede lo sprezziamo. Sotto un gran Duce grande anche è la nostra forza. Li suoi detti dal minor numero furono applauditi e dal maggior numero de’ suoi compagni furono ripresi. Mentre si accingeva a rispondere gli mancò la voce, gli crebbero le piume e rimase convertito in un uccello. La stessa sorte toccò a tutti gli altri che avevano a lui aderito. Virgilio nel libro XI dell’Eneide al verso 242, e seguenti reca la richiesta del soccorso fatta da Venulo ambasciatore di Turno a Diomede, e la di costui prudente risposta. Fa menzione anche della stessa favola; ma cenna che i di lui compagni erano stati già cangiati in uccelli prima dell’arrivo di Venulo, poichè Diomede nell’esporre a costui le traversie da lui sofferte s’incaricò anche della perdita già fatta de’ suoi compagni nel modo predetto.
Nunc etiam horribili visu portenta sequuntur,
Et socii amissi petierunt æthera pennis,
Fluminibusque vagantur aves (heu dira meorum
Supplicia!), et scopulos lacrymosis vocibus implent.
83. Livii Histor. lib. XXV cap. 12.
84. Arnobius lib. IV pag. 119.
85. Silius Italicus lib. VIII vers. 242.
86. Idem lib. IX vers. 60 et sequent.
87. Plinius lib. III cap. XI.
88. Ptolomæus lib. III cap. I.
89. Li soli cittadini di Ruvo che si sono dimostrati amanti di conservare le antichità patrie sono stati i seguenti. Il fu Arcidiacono D. Giuseppe Caputi ha conservati tutti i vasi che si trovarono ne’ suoi fondi suburbani in occasione di essersi scavato il terreno per piantarsi una vigna. Sono questi molti, ma non scelti. Vi sono pero tra essi de’ vasi pregevoli. Altri, benchè in minor quantità, ne hanno riuniti D. Salvatore Fenicia, l’attuale Arcidiacono D. Vincenzo Ursi, e ’l fu mio cugino D. Pietro Cotugno, uomini colti, ed istruiti, ed amanti dell’onore della nostra Patria. Non posso che lodare sommamente questo loro sentimento che lo avrei desiderato anche in altri che hanno preferito l’interesse, benchè non fossero stati bisognosi.
90. Anacreon De amatoribus Odarium.
91. Apulej asinus aureus lib. II.
92. Mazochii Commentarium ad Tabulas Heracleæ Diatriba III cap. 4 Sect. I Nota 10 pag. 121 et 122.
93. Virgil. Georg. 1 vers. 262.
94. Idem Georg. III vers. 157.
95. Tacitus Annalium lib. III.
96. Raul-Rochette Peintures antiques inedites etc. pag. 434 a 442 Planche XV.
97. Q. Smyrnæi Derelictorum etc. lib. I.
98. Di cotesta zona ne ha parlato Omero nel libro XIV della Iliade v. 214, e seguenti. Dice che Giunone si rivolse a Venere per conoscere il modo in cui avesse potuto piacere più a Giove, ed ispirargli un amore più caldo. Venere rispose che veniva volentieri a prestarsi alla di lei richiesta.
Dixit, et a pectoribus solvit acu pictum cingulum
Varium: in eo autem ei illecebres omnes factæ sunt:
Ibi inest quidem amor, inest desiderium, inest colloquium,
Blandiloquentia, quæ decipit mentem valde etiam prudentum.
Hoc ei imposuit manibus, verbisque dixit, et compellavit
Accipe nunc hoc cingulum, tuoque impone sinui
Contextum varie, in quo omnia facta sunt: neque te puto
Irritam redituram in eo quodcumque manibus tuis cupis.
99. Raul-Rochette Monumens inédites d’antiquité figurée Grecque, Etrusque, et Romaine. Odisséide §. 2 pag. 259 à 262.
100. Ibidem Planche XLIX L. A.
101. Stat Briseis, Diomedes supra ipsam, et apud eos Iphis Helenæ formam admirantibus simillimi. Sedet ipsa Helena. Et prope eam Eurybates. Ulyssis esse hunc præconem coniicimus; est tamen adhuc imberbis. Ancillæ ibidem sunt duæ, e quibus Panthalis Helenæ adsistit. Electra heræ calceum subligat. Diversa ab his nominibus sunt quæ Homerus in Iliade usurpat, quo loco Helenam, et cum ea ancillas ad muros euntes facit. Sedet supra Helenam vir purpureo velatus amiculo, mæstus ut qui maxime: Helenum esse Priami filium fucile intelligas, vel prius quam inscriptionem legas. Pausaniæ Phocica, sive lib X. cap. 25.
102. Pausaniæ Boeotica sive lib. IV cap. 35.
103. Idem Eliacorum posterior sive lib. VI cap. 24.
104. Plinii Histor. Nat. lib. XXXV cap. XL n. 26.
105. Declaustre Dictionnaire Mythologique mot Graces.
106. Millingen Considerations sur la Numismatique d’Italie pag. 151.
107. Virgil. Buccol. Ecloga X. vers 26.
108. Idem Georg. III vers. 392.
109. Pausanias in Arcadicis, sive lib. VIII cap. 30.
110. Natalis Comitis Mithologia lib. V Cap. 6.
111. Diodorus Siculus Bibliotheca Histor. lib. IV cap. 37 pag. 168, et 169.
112. Dionys Halicarnass. lib. VII circa finem.
113. Non ometto che i vasi di Ruvo non sono deturpati da quelle stomachevoli oscenità che sono troppo familiari ne’ vasi di Corneto, di Vulci, e di Canino. Le pitture oscene le condanna giustamente Aristotile Polit. VII 15 (vulg. 17), le ripruova con indignazione Properzio eleg. II 5 vers. 19 et sequ. Il gusto di Tiberio per queste pitture fu vituperato da tutti gli Scrittori. Inveisce acremente contro le stesse S. Clemente Alessandrino in Protrept. pag. 52, e 53. La continenza, e moderazione de’ vasi di Ruvo in questa parte onora molto la morale tanto degli antichi abitanti della nostra città che de’ Pittori.
114. Ne’ Registri Normanni, Angioini ed Aragonesi che recherò in seguito è questa città chiamata Terlitium, e non Turricium. Nelle carte della Geografia antica pubblicate da diversi Scrittori manca questo nome estraneo alla stessa. Ma ne’ registri Pubblici, e nelle carte Geografiche recenti è chiamata Terlizzi. Non si cangiano i nomi delle città riconosciuti dalla Pubblica Autorità per potergli adattare ai voli della propria fantasia, come ha fatto quì il Sig. Martorelli.
115. Tra le tavole di Eraclea, ed un vasellino vi è quel divario che passa tra un Elefante, ed una formica. Malgrado ciò il dottissimo Canonico Mazocchi non sognò mai di ripetere l’antichità di quella città dalle sole tavole ivi rinvenute, ma anche dalla Storia, dalla Geografia antica, e dalle monete: anzi questo nostro illustre, e sodo Scrittore fu molto cauto nello sbilanciare il suo avviso sia sull’antichità, sia sulla origine Greca delle nostre città, e no ’l fece altrimenti che sull’appoggio di sicuri monumenti, e specialmente delle antiche monete, le quali non possono fallire. Non si è inteso ancora che su di un vasellino trovato per azzardo in un sepolcro, siasi elevata una Torre, e creata una supposta antica città sconosciuta del tutto agli antichi Scrittori e Geografi, senza essersi riflettuto che quel sepolcro ha potuto appartenere ad altra convicina città sicuramente antica, e che un sepolcro antico si può trovare anche nel territorio di una città recente. Per ragionarsi a questo modo bisogna aver la testa molto riscaldata.
116. Giacchè siam passati alle frivolezze sta bene che quì si osservi che nell’Italiano si dice Terlizzi, e non Terlizzo, e che i Popolari dicono Terrizz, e non Turrizzo. Il linguaggio popolare del luogo io lo conosco assai meglio di Martorelli.
117. Avrebbe dovuto quì far conoscere il Sig. Martorelli i nomi degli uomini dottissimi che gli fecero pervenire la copia di cotesta lapide, e ’l luogo ove possa la stessa essere osservata da chi ne sia curioso. Non si comprende poi come nella parola mutilata Turri... abbia egli letta con tanta chiarezza, e felicità il nome della città chiamata Turricium creata solo dalla forza della sua immaginazione! Molto meno ci ha fatto sapere come il suo Turricium possa combinarsi colla parola FIL. che la precede. Le due parole unite insieme darebbero il seguente risultamento Filius Turricii. Corrisponde lo stesso a meraviglia al concetto del Signor Martorelli!!! In fine non è cosa meno lepida il vedersi che da una pretesa lapide che segna l’anno DCCCVI ne abbia egli inferito che il suo Turricium già esisteva inter Apuliæ urbes felicioribus sæculis! Belle visioni!
118. È cosa veramente mirabile che ciò che non vide Plinio che visse ai tempi di Trajano lo abbia veduto Martorelli tanti secoli dopo! Il primo nel luogo riportato innanzi al Capo III ci fece conoscere un per uno i nomi delle antiche città della Peucezia, tra le quali Ruvo e Bitonto. E ’l Turricium di Martorelli dov’è? È ben curioso anche l’essersi quì detto che la nobile città denominata Turricium era edificata prope viam Trajanam! La via Trajana però, di cui si vedono ancora gli avanzi, menava direttamente da Ruvo a Bitonto allo stesso modo che si vede riportata anche nell’Itinerario di Antonino, e nell’Itinerario Gerosolimitano. La città di Terlizzi è a due miglia di distanza dalla via Trajana al lato sinistro di essa. Come si è potuto portare tant’oltre il travedimento anche su i fatti che cadono sotto i sensi?
119. Martorellius De Regia Theca Calamaria Prolegomena.
120. Si noti che nella Tavola Peutingeriana cotesto Rudas non si vede riportato col solito segno che distingue le città. Si vede bensì tal nome scritto vicino ad una laguna che sembra un lago, il quale comunica col mare Adriatico per mezzo di un canale segnato nella Tavola suddetta nel sito intermedio tra Barletta e Trani. Quindi cotesto antico corso di acqua che un tempo partiva da un lago ora scomparso pare che non possa esser altro che quella vasta, e profonda lama, o sia vallone che vi è a mezza via tra Barletta e Trani, sul quale ora passa la bella strada consolare della marina per mezzo di un ponte ben lungo e magnifico ch’è convenuto ivi formarsi con una spesa non lieve.
121. Muratorius Rerum Italicarum Scriptores Tom. X pag. 297.
122. Regest. Caroli I anni 1274 lit. B. fol. 322 a t.
123. Non manco quì di avvertire che lo Stemma della nostra città adoperato ne’ tempi a noi più vicini (giacchè quale fosse stato lo Stemma antico non si conosce), è una pianta di Rovo fiorito messo in una testa. È chiaro che i nostri colti Antenati adottarono nel ciò fare l’errore di Roberto Stefano e di altri. Ora però che si è venuto a conoscere la sua illustre origine per lo innanzi ignota, bisogna che cotesto errore sia corretto, ed il vero Stemma della nostra città si prenda dalle antiche monete che ci fanno conoscere la vera etimologia del suo nome, come saremo or ora a vederlo.
124. Dionys. Halicarnass. lib. I.