Sta la città di Ruvo sul dorso di una collina che la rende assai più elevata di tutte le altre convicine città, ed in conseguenza visibile ad una più lunga distanza. L’aere che si respira è salubre e perfetto a segno che molti convalescenti de’ convicini luoghi vanno ivi a ristabilirsi, tranne quelli soltanto che soffrono mal di petto. L’abitato attuale però occupa non già il vertice della collina, ma bensì il declivio di essa che guarda il mezzodì. La sommità della collina è al Nord della città lungi un quarto di miglio. È la stessa attualmente occupata da una magnifica Chiesa, e da un Convento di PP. Minori osservanti sotto il titolo di S. Angelo.
Si gode da quel punto una stupenda veduta, della quale rimangono incantati tutti i Forestieri che capitano in Ruvo, e si portano ivi espressamente per goderla. Sono allo stesso sottoposte una col mare Adriatico tutte le belle città che da Barletta fino a Bari sono edificate sul suo litorale. La ventilazione ivi è forte. Tutti i venti, e specialmente i venti boreali dominano talmente quel punto che coloro i quali volessero tenervi fisse abitazioni pagherebbero a prezzo ben caro il vantaggio della veduta la più bella, e la più gaja che possa desiderarsi. Que’ Religiosi che sono obbligati a farvi fissa permanenza debbono essere molto attenti a guardarsi dai colpi d’aria che potrebbero loro essere funesti.
La stessa attenzione debbono avere coloro che hanno le loro abitazioni nel lato settentrionale della città. È quello il punto più elevato di essa contrapposto al detto Convento de’ PP. Minori osservanti, benchè la ventilazione sia ivi meno violenta di quello che lo è nel sito del detto Convento. È questo lato per altro meno esteso degli altri tre lati della città che guardano l’oriente, il mezzodì, e l’occidente. Si è ciò fatto con sano accorgimento, essendo lo stesso il più esposto all’impeto de’ venti.
Percorrendo, e contemplando su tutti i punti i luoghi adiacenti al già detto Convento mi è sorta la idea che in quel sito, cioè nella sommità della collina sia stata da principio edificata la nostra città. Tutte le circostanze che ho messe a calcolo mi hanno portato a credere che l’abitato attuale di essa sia stato costrutto ne’ tempi posteriori al declivio della collina, onde gli abitanti non fossero stati più esposti a quegl’incomodi, ed a quelle malattie che per le cause di sopra espresse si rendevano inevitabili allora che il sito della città era sul vertice della collina.
Questo mio avviso lo giustificano pienamente in astratto due luoghi di Dionigi di Alicarnasso. Parlando egli di Oenotro che sbarcò, come innanzi si è detto, sul litorale del mar Tirreno ci fa sapere che Condidit oppida parva, et contigua in montibus, ut tunc erat mos. E poco dopo soggiugne Arcadicum enim est delectari habitatione montium: qua ratione Atheniensium Hyperacrii vocati sunt, et Parthalii: illi quod summa juga tenerent: Parthalii vero quod ad mare incolerent[139]. Leggiamo anche presso Virgilio
. . . . . . . Cantabitis Arcades inquit
Montibus hæc vestris: soli cantare periti
Arcades. . .[140].
Dimostrata quindi la origine Arcadica della nostra città, non si deve stentare a credere che i primi suoi abitanti abbiano fissata la loro sede sul vertice della collina sulla quale è la stessa edificata.
Le circostanze locali che hanno fissata la mia piena convinzione confermano vie più questa idea. Il territorio di Ruvo forma parte della Puglia pietrosa. È ivi il terreno talmente ingombro di pietre che per poterlo spurgare di esse, e porlo nello stato di perfetta coltura, vi occorre una spesa considerevole. Si fa questa volentieri dai proprietarj dei fondi suburbani, i quali essendo addetti agli orti ed ai giardini danno maggior rendita.
Le pietre che si estraggono sono di una quantità immensa. Quindi per poterle allogare senza perdersi molto terreno, si circondano i fondi istessi di parieti a secco, i quali in quella Provincia tengono luogo delle siepi, e de’ fossati che nelle altre Provincie non pietrose si formano per guarantire e custodire i fondi. Ond’è che Giulio Frontino parlando de’ modi usati in quella Regione per confinare o chiudere i fondi rustici, dice che ciò si fa col costruire muros, macerias, congeries, et collectione petrarum[141].
Ora è notabile che de’ fondi suburbani della città di Ruvo i soli per i quali si vede trascurato dai proprietarj nella massima parte, e per tutti i lati cotesto miglioramento sono quelli adiacenti al detto Convento di S. Angelo, i quali formano la sommità della collina. La quantità delle pietre che ivi vi è supera di gran lunga qualunque altra contrada pietrosa dell’agro Ruvestino. Ove le pietre suddette venissero estratte dai fondi, per esaurirle non basterebbe formare un pariete ordinario, ma converrebbe costruirsi muraglioni immensi di non facile esecuzione e di non lieve spesa. Questa circostanza ha fatto, e fa sconfidare i proprietarj suddetti dall’intraprenderne il miglioramento.
Appartiene alla mia famiglia un giardino di sei moggia sito precisamente nel sommo vertice della collina suddetta ove sta il detto Convento di S. Angelo, dal quale lo divide la strada pubblica che passa per lo mezzo con un picciolo spiazzo di suolo anche pubblico. Il mio ottimo genitore, che fu un diligente ed attivissimo padre di famiglia, aveva per questo fondo una particolare predilezione che lo fece entrare nel malagevole impegno di nettarlo di pietre. Cotesta operazione eseguita solo in una parte del fondo suddetto gli costò una forte spesa. Fu tale la quantità delle pietre che ne uscì che dopo averne consumate molte nel solido e straordinario pariete da lui costrutto lungo la strada pubblica, ne rimasero tante che mancava il sito ove riporle. Gli convenne quindi gittarle sulle antiche macerie che vi erano nel fondo istesso le quali occupano una porzione non indifferente di esso, e nel guardarle desta positiva meraviglia che in picciolo spazio siano uscite dalla terra tante pietre!
Sveglia però ciò la giusta idea che siano quelle le pietre delle fabbriche dirute dell’antica città abbandonata dagli abitanti ne’ tempi posteriori. Tanto più che molte di esse sono evidentemente pietre di fabbrica accomodate dal martello e lavorate dagli altri strumenti dell’arte. Si aggiunga a ciò che nello scavarsi il terreno si scuoprono ivi di passo in passo bellissimi pozzi antichi incavati nel vivo sasso, il quale in quella contrada è vicino, ed ove più, ove meno si trova a pochi palmi di profondità. Cotesti pozzi esser dovevano inservienti alle abitazioni che un tempo ivi vi erano.
Dall’insieme di queste cose pare di doversi conchiudere che la immensa straordinaria ed insolita quantità di pietre che si trovano ne’ terreni adiacenti al Convento suddetto ci additi il sito dell’antica città traslatata dappoi più abbasso nel declivio meridionale della collina sotto un clima più temperato. Ne dà di ciò una pruova irrefragabile la seguente circostanza.
È cosa sicura che nel sito attuale della città si sono trovati sepolcri antichissimi. La mia casa paterna è nel centro di essa al largo della Chiesa Cattedrale. Sessantacinque anni indietro il mio ottimo genitore volle aggiugnere alla stessa una nuova stanza. Nello scavarne le fondamenta si trovarono due antichissimi sepolcri. Un altro se ne trovò trent’anni indietro nel fondo del cellajo della casa de’ Signori Caputi, la quale è più al basso della città poco lungi dalla pubblica piazza. Parlo solo di questi tre sepolcri perchè gli ho veduti cogli occhi proprj li due primi nella mia puerile età, e l’altro nella mia età virile, giacchè altri sepolcri si sono scavati anche in altri luoghi dell’abitato attuale della nostra città, de’ quali non posso dare un conto particolare.
È risaputo che gli antichi avevano i loro sepolcri fuori dell’abitato. Or se nel sito attuale della città si son trovati antichi sepolcri, bisogna conchiudere per necessità che nel tempo della prima fondazione della nostra città l’abitato attuale era una campagna, e la città suddetta fu edificata sul vertice della collina nel sito di S. Angelo. Giova anche fare attenzione alla qualità de’ vasi che si rinvennero tanto ne’ due sepolcri scoverti sotto la mia casa, quanto nell’altro de’ Signori Caputi.
Li primi erano di forme eleganti, ed uno di essi scannellato, ma rustici. I secondi erano dipinti, ma di pochissima considerazione. Il che pruova che li già detti sepolcri appartenevano agli abitanti della prima fondazione, i quali non erano ricchi, e non potevano usare quel lusso funerario che si è ravvisato ne’ sepolcri Ruvestini ultimamente scoverti. Appartengono questi ai tempi posteriori quando la città si era resa già adulta e ricca, ed era stata trasportata dal vertice della collina al sito che attualmente occupa, il quale al tempo della prima fondazione esser doveva sicuramente una campagna.
Passo ora a rilevare che essendosi in Ruvo rifatte molte case o cadute, o cadenti sia per la loro vetustà, sia perchè mancanti di solide fondamenta, si è osservato ciò che siegue. Nello scavarsi le fondamenta di esse si è trovato che le case suddette erano state edificate su di altre antiche abitazioni dirute o semidirute. Di modo che ben potrebbe dirsi che l’attuale città di Ruvo, o almeno una gran parte di essa, sia una novella città edificata sulle ruine dell’antica. Aggiungo che circa venti anni indietro il fu mio fratello Giulio, ed io avendo risoluto di formare una nuova cucina per l’uso della già detta nostra antica casa paterna, quella Mensa Vescovile ci fece la concessione del suolo che alla stessa bisognava dall’atrio del suo trappeto contiguo alla stessa.
Nello scavarsi le fondamenta di cotesta nuova stanza fino alla profondità di circa venti palmi, si trovò una officina anticamente addetta al lavoro di vasi di creta coi comodi inservienti all’arte suddetta, e colla fornace ove i vasi si cuocevano. Era la bottega suddetta fornita di un pavimento a lastrico così solido e forte che per tagliarlo in pezzi regolari che io volli conservare ebbe a durarsi molto stento, e si spuntarono molti piconi e scalpelli.
Ciò pruova che l’antico piano della città era molto sottoposto al piano attuale, e che una buona porzione di ciò che oggi è sotterra stava prima fuori terra. Conferma questa osservazione il vedersi che molte antiche case di Ruvo hanno i bassi (detti jusi col linguaggio del Paese) abitati dalla povera gente così profondi che per potervi accedere bisogna discendere molti gradini, di modo che non sembrano queste abitazioni, ma bensì edificj sotterranei molto sottoposti al livello delle strade della città dalle quali ad essi si accede.
Cotesti antichissimi bassi però nella prima costruzione delle case suddette, delle quali formano parte, esser dovevano messi al piano delle strade istesse rimaste elevate dalle ruine degli edificj causate dalle guerre o dai tremuoti, de’ quali si è perduta la memoria. Non altrimenti le case attuali potrebbero trovarsi edificate sulle antiche senza solide fondamenta. È questo il difetto di quasi tutti gli antichi edificj di Ruvo in parte già corretto dalle nuove ricostruzioni che si son fatte. Ma tal difetto pare che debba ripetersi da una calamità che ne’ tempi passati abbia colpita tutta la città, o almeno una gran parte di essa.
Si osserva lo stesso nelle abitazioni del villaggio di Bosco Trecase che sta alle falde del Vesuvio. I bassi delle antiche abitazioni che si vedono ora molto sottoposti alle pubbliche strade erano prima al piano di esse. Le immense masse di cenere e di scorie gittate dal Vesuvio avendo elevato il piano delle pubbliche strade, hanno rese sotterranee quelle abitazioni ch’erano prima fuori terra. Pare che lo stesso sia avvenuto nella città di Ruvo. Non è affatto verisimile che li detti bassi detti jusi addetti all’abitazione degli uomini e non delle bestie, nella prima loro costruzione siansi edificati sotterra. D’altronde gli antichi edificj che si son trovati molto sottoposti al piano attuale della città pruovano concludentemente che doveva esser questo anticamente molto più basso, ed è rimasto ora più elevato dalle ruine delle antiche abitazioni.
L’antico solidissimo lastrico da me rinvenuto, di cui innanzi ho parlato, mi chiama ad una digressione che la credo utile ai miei concittadini. La qualità e solidità di esso rende non iscusabile la crassa ignoranza o la malizia degli attuali muratori Ruvestini. Hanno essi perduta l’arte di formare i lastrici che gli antichi muratori possedevano in grado tanto eminente. Si sono resi il flagello di quella Popolazione, la quale è per tal cagione obbligata a privarsi del comodo de’ terrazzi tanto utili, anzi necessarj non meno pe ’l proprio sollievo, che per asciugare i pannilini dei bucato, per seccare le frutta e per esporre al sole tutto ciò che ha bisogno de’ suoi benefici raggi.
È così pessima la qualità de’ lastrici ch’essi fanno che si spaccano, anzi si disfanno dopo poco tempo. Chi non ha la casa coverta da un tetto bisogna che stia sotto i torrenti di pioggia che scorre per ogni lato sul suo capo dai detti pessimi lastrici. La cagione principale di cotesto inconveniente è che la composizione de’ lastrici attuali consiste nella calce, poca tegola ed una gran quantità di petruzze minute. Queste però, mentre non possono sorbire la calce liquida, ed impregnarsi bene di essa perchè non sono porose, hanno anche per necessità le loro punte, ed i loro tagli. Questi sotto il calpestio rodono e scompongono la massa del lastrico non ligata per se stessa ed unita insieme a perfezione per la mancanza di elementi soffici che possano sorbire bene la calce liquida. Si aggiugne a ciò anche la poca e troppo esile doppiezza che si dà a cotesta cattiva pasta.
La solita ciarlataneria di questa gente si scusa col dire che manca in Ruvo il materiale per formare buoni lastrici. Scusa sciocca ridicola e pienamente smentita dall’eccellente antico lastrico da me trovato nella bottega di un povero artigiano! Questa scoverta pruova che il materiale ivi non manca, e che gli antichi muratori Ruvestini sapevano conoscerlo ed adoperarlo così bene che i loro lavori dopo tanti secoli hanno resistito anche alla forza dei ferri coi quali io feci tagliare quel lastrico in pezzi regolari per conservargli.
A troncare sì fatti insulsi pretesti, mi applicai a far l’analisi della composizione del detto antico lastrico. Trovai ch’era lo stesso formato di calce, la quale in Ruvo è eccellente, e di una pietra che in quella Regione è chiamata carpino. Bisogna quì osservare che la pietra suddetta per se stessa porosa è di tre specie. La prima di esse, comunque anche porosa, è durissima e pesante. Si adopra quindi a trebbiare le messi facendo ruotare in giro dalle cavalle sull’aja de’ grossi pezzi di essa lavorati ed adattati a questo uso. Resistendo anche molto bene al fuoco, è utile adoperarla nella formazione de’ focolari, poichè le pietre ordinarie rimangono presto dal fuoco o spaccate, o calcinate.
La seconda specie è frivolissima, e si riduce in polvere col solo maneggiarla. La terza poi ha una qualità media tra la prima e la seconda. Ha bastante solidità e consistenza, ma senza molta durezza. Sorbisce i fluidi, ed in conseguenza anche la calce liquida, e si presta a formare una massa ben connessa sotto i colpi della mazzuola. Venni da ciò ad assicurarmi che cotesta specie di carpino può supplire benissimo il così detto lapillo che si adopra in Napoli e contorni nella formazione de’ lastrici, il quale manca in quella Provincia.
Di questa specie di carpino è formato l’antico lastrico di cui sto ragionando. Volli quindi farne un saggio nella pratica. Diffidando giustamente de’ muratori Ruvestini, adoperai un abile maestro di altro paese. Feci tritare in minuti pezzi quel carpino di cui ho parlato, e lo tenni per dodici giorni ad abbeverarsi di calce liquida. Indi feci gittare il lastrico e batterlo bene colle mazzuole come si batte in Napoli. Il lastrico formato a questo modo è riuscito buono, e sarebbe stato anche migliore se si fosse fatto più doppio. Ma tutta la mia attenzione non fu bastante a correggere compiutamente l’abitudine contratta da tutti i muratori di quella Provincia di fare lastrici troppo sottili, mentre l’antico lastrico di cui ho parlato ha una doppiezza uguale a quelli che si fanno in Napoli e contorni.
Se cotesto saggio da me fatto non è bastato a scuotere la caparbietà de’ muratori Ruvestini, bisogna dire che trovano essi il loro conto nel fare lastrici cattivi per rifargli di nuovo dopo poco tempo, o ch’è troppo vero ciò che disse Orazio Naturam expellas furca, tamen usque recurret. Valga però questa digressione a tenere avvertiti i miei concittadini onde non si facciano più raggirare dalla loro ciarlataneria. Insulta questa anche la Provvidenza, la quale ha largamente provveduto l’agro Ruvestino di tutto ciò che può essere necessario o utile ai bisogni della vita umana.