CAPO VII. Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni.

Il silenzio de’ Scrittori Greci e Latini scampati alla ingiuria del tempo sulla origine della nostra città, che non senza una ragione Paciucchelli la dice antichissima e quindi oscura, rendeva assai scabrosa la indagine di essa. È perciò che Uomini, comunque dottissimi, i quali non si sono di proposito occupati a penetrare in quei bujo che la cuopriva, hanno smaltite delle cose incoerenti tanto sulla sua nomenclatura che sulla etimologia di essa. I tempi però in cui fiorirono li detti antichi Scrittori erano illuminati. Da ciò che hanno lasciato scritto sulla Regione in cui la nostra città è sita, e sulle Greche colonie dalle quali fu questa occupata ed abitata, dalle sue antiche monete, e dai pregevolissimi monumenti delle belle arti antiche ivi rinvenuti, ho potuto prendere quelle fiaccole le quali mi hanno messo in grado di spingere innanzi i miei passi in mezzo a tanta oscurità.

Eccoci ora ad un’epoca d’ignoranza di barbarie di distruzione e di servitù, qual è quella che dopo la caduta dell’Impero di Occidente portarono nella sventurata Italia le invasioni de’ Popoli settentrionali non meno che de’ Saraceni. Mancata, anzi spenta la coltura, donde attingersi una storia ordinata della nostra città? Attesa la ragione de’ tempi e la qualità de’ Scrittori che poteva la stessa produrre, non è poco che si conoscono almeno in generale i fatti principali avvenuti nella Italia.

Francesco Maria Pratilli nel precitato suo libro Della via Appia tra le poche cose che ha dette della nostra città, che fa ora tanto parlar di se, reca ciò che siegue: Patì Ruvo le sue sciagure dai Goti senza che dal Greco Imperatore Zenone le si potesse porgere sollievo ed ajuto, ed allora fu che addivenne ella povera di abitanti passati altrove a far domicilio. Nè a minori ruine dovette ella soccombere per lo furore de’ Saraceni e de’ Longobardi che guerreggiavano coi Greci al rapporto de’ Cronologi di quel tempo[142]. Si è da alcuno detto anche che fu dai Goti distrutta ed uguagliata al suolo.

Credo bene che a quell’epoca di distruzioni e di depredazioni non abbia potuto la mia patria sottrarsi a quelle sciagure alle quali soggiacquero tante altre città della misera Italia. Ne dà anzi di ciò forte argomento la circostanza da me rilevata nel Capo precedente che l’attuale città di Ruvo si vede edificata sulle rovine dell’antica città. È anche notabile che mentre la stessa sotto tutti i rapporti era una città considerevole, niun vestigio è rimasto fuori terra di fabbriche le quali presentino una rimota antichità, il che pruova di esser queste rimaste tutte distrutte dalle fondamenta. Ma dal Pratilli e da altri si son dette queste cose senza essersi citati gli Scrittori dai quali si son tratte. A tal modo in vero si può dire tutto ciò che si vuole.

Dalle Cronache però che han parlato de’ fatti di quell’epoca da me lette, nulla di particolare ho potuto rilevare. Nel riportarsi in esse i fatti avvenuti in quella Provincia, si sono tutto al più limitate a parlare di quelli che hanno riguardata la città di Bari ch’era la più importante, giacchè tutte le altre di second’ordine seguivano ordinariamente la sorte di essa. Ben di rado delle dette città minori si trova per alcuna di esse qualche cenno.

Ad ogni modo se qualche cosa per avventura mi è sfuggita, non ne son dolente. Era cosa interessantissima, e nel tempo stesso gloriosa per la mia patria il sottrarre alla oscurità la sua antichissima e nobilissima origine. Per potervi riuscire nulla ho risparmiato, e nulla ho omesso. Ma qual pro per la stessa e per me nell’affaticarmi di vantaggio a rintracciare le notizie di que’ guasti che ha potuto soffrire da barbare Nazioni, ed esacerbare il mio animo col percorrere que’ fatti che sarei costretto cento volte a pentirmi di non avergli lasciati in un profondo oblio? Ringrazio l’Altissimo ch’è rimasta ella superstite a tante ruine, mentre tante altre città sono state distrutte, senza essere più risorte. Lascio coteste tristi e spiacevoli minutezze (se pur se ne possono aver le tracce) a chi sia vago di esse, ed abbia più tempo minori anni, e più valida salute di me. Mi limiterò quindi a quelle poche notizie che vi sono dell’epoca de’ Normanni, senza innoltrarmi di vantaggio nelle ricerche di que’ tempi che precederono la loro dominazione, nelle quali certamente il profitto non avrebbe potuto adeguare il travaglio e ’l fastidio che sarebbero costate.

Pria però di fare questa picciola raccolta non ometto che Pratilli nel luogo testè citato ha riportato una lapide sepolcrale trovata in Ruvo, la quale in verità è poca cosa, poichè fu questa messa da una donna al suo defunto marito che si dice liberto di Cesare, senza che si conosca neppure quale de’ Cesari allora imperava. Vale qualche cosa di più un’altra iscrizione trovata dopo, poichè fu l’opra delle Autorità Municipali Ruvestine al tempo dell’Imperator Gordiano.

IMP CÆS M ANTO
ni GORDIANO PIO
FEL AVG
PON MAX
TRIB P II
COS PROC
DECVRIONES
ET AVGVST
EX ÆRE COL
LATO

La trascritta iscrizione appena disotterrata si pensò conservarla con essersi incastrata nel muro di un edificio pubblico, cioè dell’orologio che sta nella pubblica piazza della nostra città. È da credersi che cotesta lapide abbia formato parte del piedistallo di una statua o di altro pubblico monumento eretto in onore dell’Imperatore Gordiano. Senza di ciò, cadrebbe nel ridicolo la menzione fatta in essa di esser stata messa ex ære collato de’ Decurioni e degli Augustali. La sola e semplice lapide non sarebbe costata che pochi danari, i quali non avrebbero meritato un vanto di tal fatta.

Pruova intanto la lapide suddetta che vi era in Ruvo un Collegio di Augustali. Si sa che cotesta Istituzione fu creata da Tiberio in onore di Cesare Augusto. Il Collegio degli Augustali era in Roma composto dai personaggi li più distinti al numero di venticinque, come ce lo fa sapere Cornelio Tacito: Idem annus novas cæremonias recepit addito sodalium Augustalium Sacerdotio, ut quondam Titus Tatius retinendis Sabinorum sacris, sodales Titios instituerat. Sorte ducti a Primoribus civitatis unus et viginti. Tiberius, Drususque, et Claudius, et Germanicus adjiciuntur[143]. Fu questa perciò riputata una dignità ed una onorificenza. Svetonio quindi nella vita di Claudio dice che prima che fosse stato Imperatore, Senatus quoque ut ad numerum sodalium Augustalium sorte ductorum extra ordinem adjiceretur, censuit[144]. Dice lo stesso anche di Galba, il quale prima che fosse stato elevato all’Impero, inter sodales Augustales fuit cooptatus[145].

Cotesto novello culto che Cornelio Tacito lo chiama nuova cerimonia suggerita dal folle orgoglio di chi dominava e dalla vile adulazione di coloro che servivano, fu nel tratto successivo esteso anche agli altri Imperatori, ai quali venivano dopo la loro morte prodigalizzati gli onori divini. Ond’è che Giusto Lipsio nel suo Commentario al trascritto luogo di Cornelio Tacito osserva: Idque exemplum placuit deinceps in omnibus Imperatoribus, qui facti sunt Divi. Ita sodales Flavii, Hadrianales, Antonini passim in Historiis memorantur. Lo stesso dice Levino Torrentio nelle sue annotazioni al precitato luogo di Svetonio. Quemadmodum ab Augusto Augustales, sic ab aliis Imperatoribus nomina traxere, ut Flaviani, Æliani, Antoniniani, Helviani.

È inoltre ad osservarsi che cotesto Sacerdozio propagato in seguito anche nelle altre città fuori di Roma, divenne coll’andar del tempo una carica municipale. Giova sentire come ne ha ragionato Barnaba Brissonio, il quale dice che cotesto Sacerdozio fu istituito da Tiberio In urbe XXV ex viris primariis, in municipiis quaterni, seni, et aliquando plures: Tacitus Annal. I, 54, Histor. II, 95. Gruterus Inscript. p. CXLIX 5, et CCXLIX 5. Præerat toto Corpori Magister Augustalis. Gruterus p. CCXLIX 5. et p. CXLIX, 5. Reinesius ad Inscript. p. 186, qui æque ac ipsi Augustales e decurionibus lecti. Noris. Cenotaph. Pisan. p. 78. Hi vero non solum sacra faciebant, sed et aliquando jus dicebant, et curam viarum gerebant. Gruterus CCCCXXI 7 p. CCLII 3 CXLIX 5, non quidem tanquam Augustales, sed tanquam Magistratus, quia sæpe tali dignitate cum Sacerdotio isto fungebantur, ceu contra Reinesium probavit laudatus Noris. Cenotaph Pisan. I 6 p. 77 et sequent. Qui et docuit non perpetuum fuisse hoc Augustalium Sacerdotium, sed temporarium. Unde II Augustalis appellatur L. Cancrius apud Gruterum p. XIX 6[146].

Or s’intende bene perchè nella trascrìtta lapide si vedono gli Augustali uniti ai Decurioni di Ruvo per ergere un monumento all’Imperator Gordiano. Non si conosce se lo abbia questo suggerito l’adulazione o qualche beneficio fatto alla nostra città dall’Imperatore suddetto. Passo ora a riportare le poche cose che vi sono dell’epoca de’ Normanni, mancandomi ogni notizia particolare relativa alla nostra città del tempo che la precede. Avrei potuto in vero toccare quella parte che ha la stessa per necessità avuta negli avvenimenti generali seguiti in quella Regione. Ma questi appartengono alla Storia del Regno, e trovandosi da altri già esposti, non amo replicare le cose risapute, ed uscire dal mio argomento.

Nella Cronaca di Lione Ostiense si parla della inaugurazione, e della dedica della grandiosa Chiesa di Montecasino seguita nel dì 30 ottobre 1071 coll’intervento del Pontefice Alessandro II. Si dice che interfuere tantæ tunc celebritati Archiepiscopi decem, et Episcopi quadraginta. Tra i primi vi è Archiepiscopus Tranensis, il che pruova anche che la città di Trani, la quale spettò al Conte Pietro Normanno, era fin d’allora una città cospicua, e che bene a proposito Guglielmo Appulo la chiama præclari nominis urbem. Tra i secondi si leggono: Episcopus Cannensis, Rubesanus (di Ruvo), Monorbinensis, Juvenaciensis, Monopolitanus, luoghi tutti che appartengono alla Terra di Bari secondo la ripartizione attuale delle Provincie del Regno[147].

L’anonimo Cassinese riporta lo stesso fatto. Commemora i Cardinali, gli Arcivescovi, i Vescovi ed i Magnati che intervennero alla consecrazione della Chiesa suddetta con un concorso immenso di popolo che vi fu da tutti i luoghi per quella grande solennità. Ci fa anche conoscere uno per uno i nomi de’ già detti Arcivescovi e quaranta Vescovi intervenuti, e tra questi ultimi vi è Guilelmus, sive Guibertus Episcopus Rubesanus[148].

Da Lupo Protospata si ha la seguente notizia: Anno 1082 Episcopus Rubensis donavit Priori Montis Pelosi Ecclesiam Sancti Sabini, quæ est in civitate Rubi, qui Prior tenebatur omni anno ad quatuor libras ceræ in die Sabathi Sancii, et mittere unum hominem equestrem ad suas expensas quando Episcopus Rubensis ibat ad Barum, seu ad Canusium[149]. La Chiesetta di S. Sabino vi è tuttavia in Ruvo, e ’l Vescovo di Montepoloso l’ha come una sua Badia, prende cura di essa e percepisce le rendite de’ beni de’ quali è dotata. Ma non s’incarica più nè di corrispondere al Vescovo di Ruvo le quattro libbre di cera, nè di spedire a sue spese un uomo a cavallo quando viene a quest’ultimo la volontà di recarsi a Bari o a Canosa[150].

Alessandro Abbate Telesino nella sua Storia De rebus gestis Rogerii Siciliæ Regis dice che Papa Onorio sollevò contro Ruggiero i Magnati della Puglia tra i quali Grimoaldus Barensis Princeps, Goffridus Comes Andrensis, Tancredus de Conversano, atque Rogerius Orianensis Comes, aliique complures. Cotesti Magnati si riunirono a Troja ove il Pontefice si era recato da Benevento chiamato dagli abitanti di quella città, e fecero con lui alleanza. Intanto Ruggiero sbarcò a Taranto con buon numero di truppe. Essendosi la città a lui resa, si recò ad assediare Brindisi che l’aveva occupata Tancredi di Conversano. Non potendo più gli abitanti di essa tollerare i danni dell’assedio, si resero a discrezione. Dopo ciò prese anche altri castelli de’ Baroni suoi nemici.

Il Papa quindi riunite le sue forze con quelle de’ Baroni suddetti marciò contro Ruggiero. Questi avendo ciò saputo, andò ad accamparsi col suo esercito vicino al fiume Bradano nel luogo denominato Vado petroso. Le truppe Pontificie si accamparono sulla riva opposta del fiume suddetto. Saputosi però da Ruggiero che il Pontefice era nel campo di persona, per un tratto di rispetto si astenne dall’attaccarlo. Nè mancò di maneggiarsi per placare il di lui animo, ed indurlo a discaricarlo dalla scomunica contro lui fulminata e riconoscerlo per Duca di Puglia e di Calabria.

Essendo le cose andate in lungo, cominciarono a mormorarne tanto i Baroni collegati che i loro militi, perchè vedevano mancarsi i mezzi di mantenersi più lungo tempo in campagna. Molti di essi quindi si ritirarono, e ’l Papa ritornò a Benevento, e di là continuò le pratiche con Ruggiero. Finalmente si combinò con lui in un incontro ch’ebbero insieme presso la città di Benevento ove Ruggiero si recò di persona, e fu dal Pontefice riconosciuto come Duca di Puglia e di Calabria.

Passò dopo ciò col suo esercito ad assediare Troja. Avendo però veduto ch’era quella città ben preparata a fargli vigorosa resistenza, ed avendo calcolato che si avvicinava l’inverno, credè opportuno lasciare l’assedio di essa, ed occuparsi a ricuperare la città di Melfi ed altre città Ducali che volontariamente a lui si sommettevano, e lo chiamavano per mezzo de’ legati a lui spediti. Il che fatto si ritirò a Salerno e di là partì subito per la Sicilia, riserbando alla buona stagione la spedizione contro i Magnati della Puglia suoi nemici.

Nell’assenza di Ruggiero era riuscito a Tancredi di Conversano di ricuperare la città di Brindisi, ed altri castelli che Ruggiero gli aveva tolti. Ma ritornato quest’ultimo alla buona stagione con poderoso esercito, dopo aver ripigliati alcuni de’ castelli suddetti, si recò ad assediare la predetta città di Brindisi. Avendo però calcolato che l’assedio di essa avrebbe potuto tirare a lungo, riserbò cotesta impresa a miglior tempo, e credè più opportuno sommettere le altre città e castelli de’ suoi nemici. Dopo aver dunque distrutto un Paese chiamato Castrum che preso da lui l’anno precedente aveva seguito di nuovo le parti di Tancredi di Conversano, pose l’assedio a Monte alto.

Seguita quì dunque a dire l’Abate Telesino: Capto itaque Monte alto Rubeam præfati tancredi urbem invasurus properat, qua demum devicta, Alexander Comes, Tancredus, Grimoaldus Barensis Princeps, necnon Goffridus Comes Andrensis tantam ipsius potentiam experti, saniori consilio inter se habito, mox ei subjiciuntur. Unde Tancredi ipso Dux animo jam sedatus. Terras quascumque abstulerat reddidit. Quibus deinde præcepit ut post ipsum Trojam celeriter accessuri essent. Soggiugne inoltre che nel marciare verso Troja prese anche la città di Salpi[151].

Non vi può esser dubbio che l’Abate Telesino colle parole Rubeam urbem abbia indicata la città di Ruvo. Nel precitato luogo ei si occupò a narrare le gesta di Ruggiero ch’ebbero luogo nella Puglia. In quella Regione non vi è altra città che porti questo nome. Dic’egli inoltre che Rubea urbs dipendeva da Tancredi di Conversano collegato col Principe di Bari e col Conte di Andria. Conversano Bari Ruvo ed Andria formano un gruppo di città non molto tra loro distanti. È notabile inoltre che dal catalogo de’ Baroni che contribuirono i soldati per la spedizione di Terra santa al tempo di Guglielmo il Buono, del quale si è parlato innanzi alla pag. 84 risulta che a quell’epoca la nostra città continuava tuttavia a formar parte della Contea di Conversano. Il che pruova che alla stessa era unita anche al tempo di Ruggiero e quindi apparteneva a Tancredi di Conversano.

La Storia dell’Abate Telesino è scritta di un latino che si può dir buono avuto riguardo al tempo in cui fu scritta. Fu egli contemporaneo del Re Ruggiero, come lo ha avvertito Muratori nella prefazione alla stessa, e come lo ha detto ei medesimo coll’essersi lodato delle occasioni avute di avvicinare quel Sovrano. Per indicare dunque la città di Ruvo si valse dell’espressioni Rubeam urbem ad esempio di Virgilio che disse parimenti.

Nunc facilis Rubea texatur fiscina virga[152].

Su di cotesto verso di Virgilio osserva Servio; Rubea virga, quæ abundat circa Rubos Italiæ oppidum. Horatius Inde Rubos fessi pervenimus; idest ea virga, quæ circa Rubos nascitur. A Servio è conforme anche Basilio Fabro[153]. Li Commentatori di Orazio sul precitato verso al quale si riporta Servio trascritto innanzi alla pag. 19 osservano: Rubi urbs Apuliae XX millibus pass. a Canusio distabat. In agro Rubeo vimen mollissimum nascebatur, quo fiscinæ texebantur. Virgil. Georg. lib. I vers. 266.

Ed in vero anche oggi abbonda quel territorio di una specie di lentisco molto utile al fuoco che bisogna per i forni, per le fornaci e per le calcaje. I virgulti di quel frutice sono molto adatti al lavoro de’ panieri di ogni specie. Anche oggi se ne fanno in gran quantità non meno per l’uso della popolazione che per vendergli nelle città convicine. Si prendono quando sono della età di un anno dopo il taglio dato alle piante, poichè sono allora più teneri più flessibili e più atti al lavoro. Cotesti virgulti col linguaggio del luogo sono chiamati vinchioni forse dal latino vimen, poichè il linguaggio popolare Ruvestino ha ritenuti diversi vocaboli tanto dal Greco che dal Latino. È ciò avvenuto come bene osserva il Canonico Mazocchi, nelle nostre antiche città Greche, le quali passate dappoi sotto la dominazione Romana, si parlava in esse l’uno e l’altro linguaggio; dal che Orazio li Canosini gli chiama bilingui.

L’Abate Telesino nella sua allocuzione a Ruggiero stampata alla fine della sua Storia prese occasione di fare una onorevole menzione di Virgilio. Pruova ciò che aveva coltura, ed anche una predilezione pe ’l Principe de’ Poeti Latini. Valendosi quindi della sua frase, per indicare la città di Ruvo, disse Rubeam urbem.

Rimarrà per altro cotesta intelligenza vie più raffermata facendosi attenzione alla Cronaca di Romualdo Salernitano. Sono in essa riportati gli stessi fatti di Ruggiero, benchè con qualche varietà di circostanze, il che s’incontra sempre negli storici di tutti i tempi. Dice quindi lo Scrittore suddetto che Ruggiero Conversanenses obsedit, eorumque civitates, et castella viriliter expugnavit. Si valse del plurale Conversanenses, perchè Tancredi aveva anche un fratello di nome Alessandro[154], come si rileva da ciò che viene in seguito a dire. Quumque Dominus Tancredus corporis molestaretur infirmitate, et Ducis Rogerii molestaretur oppressione, tandem cum Domino Alexandro fratre suo, et cum Domino Grimoaldo Barensi Principe tempore æstatis, idest decimo die Augusti (MCXXIX) facta est pax cum dicto Duce Rogerio, reddentes Terras ab cisdem comprehensas. Nel riportare le fazioni di guerra che avevano avuto luogo in quel rincontro dice che Ruggiero cum exercitu adveniens comprehendit Salpim, et civitatem Rubum[155]. Il che toglie ogni dubbio che anche l’Abate Telesino ha parlato di Ruvo.

Ritornando quindi a ciò ch’ei ne ha detto pare che fin dal tempo de’ Normanni era Ruvo una città importante per le sue fortificazioni, e che abbia opposta a Ruggiero una vigorosa resistenza. Tanto in primo luogo importano l’espressioni, qua demum devicta, le quali fanno intendere lo stento durato da quel Principe valoroso per poterla prendere. Nè si oppone a questo concetto ciò che dice il già detto Romualdo Salernitano che la città di Ruvo l’abbia presa Ruggiero, ut fertur, traditione civium. Dato anche ciò per vero, si vedrebbe chiaro che Ruggiero usò l’astuzia e ’l maneggio ove vide arduo l’uso della forza, poichè come osserva Ugone Falcando nel proemio della sua Storia Sicula Ruggiero id curabat ut non magis viribus, quam prudentia hostes contereret. Anzi la voce istessa che si fece correre dai suoi emoli che avesse presa la nostra città per tradimento, conferma vie più la opinione che si aveva della fortezza di essa.

Ed in vero tanto da ciò che dice Romualdo Salernitano, quanto dal racconto dell’Abate Telesino risulta che i Baroni contro lui collegati ne rimasero da ciò a tal segno scoraggiati e sgomentati che tantam potentiam ipsius experti, saniori consilio inter se habito, mox ei subjiciuntur. Bisogna dire dunque che avevano essi Ruvo per una città fortissima avendo prodotto nel loro animo cotesto effetto la presa di essa.

Nulla dice l’Abate Telesino di ciò che la nostra città abbia sofferto in quel tristo frangente. Se star si vuole a ciò che ne ha scritto in generale nella sua Cronaca Falcone Beneventano contemporaneo anche di Ruggiero, dice costui ch’era il Duca sommamente adirato specialmente contro Tancredi di Conversano di cui esalta il merito ed il valore, e che tutte le città della Puglia che appartenevano ai Baroni suoi nemici le sterminò col ferro e col fuoco con inaudita crudeltà e barbarie[156].

Rifletto però che Falcone Beneventano si mostra implacabile nemico di Ruggiero, e la sua Cronaca si vede scritta con una penna molto acerba, anzi rabbiosa. L’Abate Telesino al contrario scrisse con manifesta parzialità. Pose in risalto soltanto le virtù di Ruggiero, e fece di esse un magnifico elogio. Anzi a lui dedicò la sua Storia. Quindi pare che il primo abbia detto troppo e ’l secondo nulla. Il raziocinio naturale però fa capire che una città presa colla forza delle armi (qua demum devicta) dopo una vigorosa resistenza opposta ad una soldatesca irritata ed avida, dovè soffrire le sue sciagure. Væ victis.

Dopo ciò Tancredi di Conversano col suo fratello Conte Alessandro, ed altri Baroni della Puglia si rese ribelle a Ruggiero, il quale rivolse di nuovo contro di essi le sue armi e gli sconfisse. Avendo vigorosamente attaccata la città di Montepeloso che dipendeva anche dal detto Tancredi di Conversano, marciò costui di persona colle sue forze per difenderla. Ebbe però l’infortunio di rimaner battuto e prigioniero. Esultò molto Ruggiero per averlo avuto nelle sue mani. Gli condonò nondimeno la vita, ma lo mandò in Sicilia ove fu rinchiuso in un carcere con aver perduti tutti i suoi feudi[157].

Non si conosce a chi sia stata conceduta da Ruggiero la Contea di Conversano, e con essa la città di Ruvo che come innanzi si è detto ne formava parte. Ma dalla Cronaca precitata di Romualdo Salernitano si rileva che all’epoca della morte di Ruggiero avvenuta nell’anno 1153, era Conte di Conversano Roberto di Basavilla, del quale dice ciò che siegue: Defuncto autem Rege Rogerio, Guillielmus filius ejus, qui cum patre duobus annis, et mensibus decem regnaverat, illi in Regni administratione successit. Hic autem post mortem patris, convocatis Magnatibus Regni sui, proximo Pascha est solemniter coronatus, cui Curiæ Robertus de Basavilla Comes de Conversano, Consobrinus frater ejusdem Regis interfuit. Huic Rex Guillielmus Comitatum de Lauritello concessit, et cum in Apulia cum honore emisit[158].

Era Roberto di Basavilla un saggio e valoroso Signore, stretto congiunto del Re e molto alla Corte affezionato. Cadde nondimeno in disgrazia del Re Guglielmo I per le perfide suggestioni e per gl’intrighi de’ suoi malvagi Cortigiani esposti così bene e col linguaggio della verità da Ugone Falcando nel principio della sua Storia Sicula[159]. Vedendo quindi in positivo pericolo tanto la sua libertà che la sua vita, fu costretto suo malgrado a rendersi ribelle. Trasse nella ribellione molti Baroni e tutte le città della Puglia, ove aveva molto credito, e diè molto fastidio al Re Guglielmo I, come seguita a narrarlo il precitato Scrittore.

Essendo però ivi accorso il Re con poderoso esercito, dovè cedere alla forza maggiore, si rese esule dal Regno e perdè li suoi feudi. Tutte le città della Puglia ritornarono alla ubbidienza del Re. Non vi può esser dubbio che in questo vortice si trovò ravvolta anche la nostra città, ma nulla di particolare s’incontra sul conto di essa. Morto Guglielmo I nell’anno 1167, e succedutogli nel Regno il di lui figliuolo Guglielmo II, il Conte Roberto di Basavilla ch’era prezzato ed amato da tutti i Grandi del Regno e dalle città della Puglia specialmente, come il precitato Scrittore anche dice, fu richiamato dal suo esilio, ritornò in grazia del Re, ed ebbe dallo stesso conceduta di nuovo la Contea di Loritello, ed anche quella di Conversano, come ci fa sapere il precitato Romualdo Salernitano[160].

Ora il più volte citato Catalogo de’ Baroni che diedero i soldati per la spedizione di Terra Santa è dell’epoca di Guglielmo II detto il Buono come innanzi si è osservato. Si rileva da esso che la città di Ruvo formava parte a quel tempo della Contea di Conversano, ma non si dice chi fosse stato allora il Conte di Conversano. Sapendosi però dalla Storia ch’era questi Roberto di Basavilla è conseguenza che a lui anche apparteneva la città di Ruvo che dipendeva dalla Contea suddetta.

Non si conosce fino a qual tempo l’abbia egli posseduta, e chi sia stato il di lui successore. Morto Guglielmo II nell’anno 1188 e passato il Regno a Corrado Svevo per quelle vicende che sono riportate nella Storia, sappiamo ciò che siegue dalla Cronaca di Riccardo da S. Germano. Nell’anno 1197, anno della morte del detto Corrado e primo anno del Regno di Federico II, Imperatrix (cioè la vedova di Corrado) filium suum in Marchia apud Hesim civitatem relictum sub Ducatu dicti Cœlani Comitis, et Berardi Laureti Comitis et Cupersani, ad se duci jubet in Regnum, et de Apulia in Siciliam transmeare[161]. Sappiamo da ciò che Conte di Conversano era allora cotesto Berardo. Se sia stato costui figliuolo del Conte Roberto di Basavilla o altri non mi è riuscito verificarlo. Chiunque però sia stato, come Conte di Conversano è conseguenza che abbia posseduta anche la città di Ruvo.

Quì finiscono le notizie di quell’epoca. Non si conosce in qual tempo ed in quale occasione la nostra città sia rimasta distaccata dalla Contea di Conversano, ed abbia cominciato a costituire un feudo a se separato e distinto, poichè mancano i pubblici registri che potessero indicarlo. Che tal separazione però era già seguita all’epoca della Dinastia Angioina anderemo a vederlo nel Capo che sussiegue. È penoso il passaggio dai secoli felici della nostra città a quelli della feudalità. Allora l’agricoltura e la industria che produceva la sua opulenza faceva in essa fiorire nel grado il più eminente le scienze e le belle arti, delle quali ne abbiamo tanti pregevoli monumenti. La feudalità al contrario spenta la industria, e con essa anche il gusto e ’l genio, fu apportatrice di tante servitù, suggezioni, restrizioni ed estorsioni, delle quali i nomi soltanto che si leggono ne’ Lessici del medio evo, e ne’ Scrittori feudisti bastano a far raccapricciare, e non potevano produrre altro che avvilimento e miseria. La Storia però deve seguire il tempo.

Sono queste le poche e scarse notizie che ho potuto riunire dell’epoca de’ Normanni. Si vanta anche la rimota antichità di quel Vescovado, del quale dice Ferdinando Ughellio: Hujus civitatis maximum ornamentum esse potest quod inter Italicas urbes una ex primis fuerit, quæ S. Petro Apostolorum Principe prædicante hauserit Evangelii lumen anno salutis XLIV, et fert traditio primum Rubensem Episcopum ab eodem Petro consecratum Cletum, qui post Linum et Clementem Pontificatum gessit, cujus solemnis dies agitur, veluti civitatis Patrono[162].

Si dice inoltre che Epigonio Vescovo di Ruvo intervenne al Concilio di Cartagine insieme con S. Agostino. Che negli atti di S. Sabino esistenti in un Codice che si conserva nella Biblioteca di Montecasino al num. 289 fol. 246 si legge che Gelasio Papa nell’anno 443 fu in Barletta per la consecrazione della Chiesa di S. Andrea Apostolo, e che tra i Vescovi invitati a quella sacra funzione vi fu anche Giovanni Vescovo di Ruvo.

Non ignoro di esservi stato anche qualche Scrittore il quale ha opinato che il nostro Vescovado sia meno antico. Mi astengo però dall’entrare in tal discussione. L’oggetto principale che mi ho proposto in questo mio lavoro è stato quello di squarciare il velo che teneva ascosa la rimotissima ed illustre origine della nostra città. Nulla in ciò può influire la maggiore o minore antichità del suo Vescovado. Cotesta indagine dipende dalle ricerche nella Storia Ecclesiastica, ed in quella de’ Concilj. Farà sempre cosa laudabile quegli de’ miei concittadini il quale volesse occuparsi di proposito ad illustrare cotesto argomento.

A me basta l’aver fatto valere la considerazione dell’antichità del nostro Vescovado per sottrarlo alla soppressione che si trovò nel pericolo di subire nella esecuzione dell’ultimo Concordato colla S. Sede. Era in fatti questa sul tappeto a causa della tenuità delle sue rendite accresciuta vie più dalla poca avvedutezza colla quale alcuno de’ passati Vescovi aveva fatte delle permutazioni di fondi pregevoli della Mensa Vescovile con altri fondi di minor pregio e valore.

Tal soppressione spiaceva molto a quella Popolazione. Il Decurionato quindi si rivolse a me, e mi onorò dell’incarico di adoperarmi perchè la nostra città non avesse sofferto tale sfregio, e per far valere una calda supplica rassegnata al Re per la conservazione del suo Vescovado. Vi prese anche una parte attivissima il Capitolo di quella Cattedrale che spedì in Napoli due Deputati dai quali fui assistito con molta efficacia.

Furono questi il fu Canonico Teologo D. Michele Cassano di onoratissima memoria, e ’l mio cugino Primicerio D. Domenico Chieco, uomini entrambi molto istruiti, colti e pieni di zelo pe ’l lustro tanto della nostra città che della nostra Chiesa. Mi provvidero essi di una memoria molto opportuna sull’antichità di quel Vescovado. Fu questa presentata a S. E. il Signor Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora di Grazia e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, poichè la considerazione dell’antichità era molto valutata in simili discussioni.

Non si mancò di quel calore impegno ed assistenza che la cosa esigeva. I voti di quella Popolazione rimasero appagati. Il Vescovado di Ruvo fu conservato ed unito a quello di Bitonto æque principaliter con Bolla del Pontefice Pio VII di veneranda memoria del dì 27 Giugno 1818. E poichè il primo fu riconosciuto come un Vescovado più antico del secondo, prese il Vescovo il titolo di Vescovo di Ruvo e Bitonto, e non già di Bitonto e Ruvo come pretendevano i Signori Bitontini troppo attaccati al fumo. Tranne però cotesta mera frivolezza, è stata una combinazione molto opportuna che due delle più antiche città della Peucezia siano rimaste a tal modo riunite anche ne’ loro rispettivi Vescovadi.