CAPO VIII. Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Angioina.

Niuna notizia della nostra città mi è riuscito incontrare dell’epoca de’ Svevi. Coloro che si occupano a scrivere in generale la Storia di un Regno è ben difficile che possano entrare ne’ fatti particolari delle città quando non si tratti di avvenimenti rumorosi che meritino di essere tramandati alla posterità, o non siano mossi da motivi di predilezione a parlar di esse. Niuna notizia ho potuto trarre dall’archivio comunale. Oltre la somma difficoltà che vi è che possa qualsivoglia città conservare documenti che rimontino ad un’epoca molto rimota, le antiche carte che si conservavano nell’archivio della nostra città prima della metà del passato secolo le furono tolte a viva forza dalla prepotenza del Duca d’Andria Ettore Carafa, come più giù anderò a dirlo.

In quanto ai pubblici Registri di quell’epoca nel grande Archivio del Regno si conservano appena pochissime carte dell’Imperatore Federico II scampate alla ingiuria dei tempo. Fin dall’epoca de’ Normanni si erano introdotti i pubblici Registri chiamati Defetarj, ne’ quali erano notate esattamente tutte le città terre e castelli conceduti in feudo. Cotesti Registri interessavano lo Stato sotto un doppio rapporto. Il primo per i casi di devoluzione de’ feudi conceduti. Il secondo per conoscersi i feudatarj obbligati a prestare il servizio militare con un certo numero di militi in tempo di guerra. Continuarono cotesti Registri anche al tempo del detto Imperatore Federico sotto altro nome poichè nelle sue Costituzioni che vanno registrate nel Codice delle nostre antiche leggi sono chiamati Quaterniones Curiæ, Quaterniones Dohanæ nostræ, Quaterniones Dohanæ nostræ Baronum[163].

Cotesti Registri sarebbero stati di ajuto alla Storia almeno di quelle città che avevano avuta la disgrazia di essere concedute in feudo, tra le quali vi fu anche Ruvo conceduta in feudo fin dal tempo de’ Normanni come si è veduto nel Capo precedente. Cotesti Registri però si son dispersi. Li Registri più antichi che si conservano nel grande Archivio del Regno sono quelli de’ Sovrani Angioini intitolati Archivium Magnæ Curiæ Regiæ Syclæ, dai quali ho tratti i Registri Angioini innanzi riportati. Nè sono questi tampoco interi. Ve ne sono molti o rimasti mutilati, o dispersi nel tumulto popolare dell’anno 1701. Eccomi dunque a riportare le poche notizie che da essi si hanno.

Nel dì 29 Settembre 1269 si vede spedito un privilegio della concessione in feudo fatta della nostra città dal Re Carlo I di Angiò. Dice in esso il Re che per ricompensare grandia, grata, et accepta servitia quæ Rodulfus de’ Colna dilectus miles familiaris et fidelis noster Serenitati nostræ exhibuit[164], veniva a donargli Castrum Rubi cum Foresta ET CASALIBUS territoriis et omnia bona sua in Justitiariatu Terræ Bari, et Castrum Florentiæ situm in Justitiariatu Basilicatæ cum hominibus vassallis possessionibus vineis terris cultis et incultis planis montibus pratis nemoribus pascuis omnibus etiam aquis aquarumque decursibus aliisque juribus jurisdictionibus et pertinentiis eorumdem quæ de dominio in dominium et quæ de servitio in servitium etc.

Dalle trascritte parole viene a rilevarsi che la nostra città aveva allora i suoi Casali espressamente compresi nella precitata concessione. Si seguitò quindi a dire Deliberatione mera et speciali investientes ipsum Rodulfum prædicto modo per nostrum anulum de Castris et Casalibus supradictis ita quod tam ipse quam ipsi prædicti heredes sui dicta Castra et Casalia a nobis nostrisque in Regno Siciliæ heredibus et successoribus perpetuo in capite teneantur etc.

Sono inoltre notabili le seguenti riserbe che il Re si fece. Exceptis nobis et prædictis in Regno nostro heredibus et successoribus jussimus fidelitate feudatariorum si qui sunt, et universorum hominum ipsorum Castrorum et Casalium etc....... Exceptis et causis criminalibus, pro quibus corporalis pœna mortis videlicet vel amissionis membrorum vel exilii debebit inferri: collectis quoque quæ dictorum Castrorum et Casalium hominibus imponemus, quæ integraliter et libere per nostram Curiam exigentur. Moneta etiam generali quæ pro tempore de mandato Curiæ nostræ cudetur in Regno quam et non aliam universi de ejusdem Castris et Casalibus recipient et expendent. Defensis insuper quæ a quibuscumque personis invocato nostro nomine ipsorum Castrorum et Casalium hominibus imponentur et contemptæ fuerint quarum cognitio et castigatio ad solam nostram Curiam pertinebit....... Reservato etiam nobis quod equitaturæ et animalia aratiarum et massariarum nostrarum possint libere pascua sumere in pertinentiis et territoriis Castrorum et Casalium eorumdem[165].

Dall’esposto Registro si rileva con sicurezza che aveva la città di Ruvo in quel tempo i suoi Casali abitati, poichè replicate volte si parla degli uomini di essi. Si rileva del pari che i Casali suddetti avevano una dotazione di territorio, poichè si riserbò il Re il dritto di far pascere anche in esso gli animali delle sue razze. I nomi però de’ già detti Casali non si conoscono perchè non si trovano espressi nel detto Privilegio, ed essendo rimasti distrutti da un’epoca da noi molto lontana, se n’è perduta ogni memoria. Non è quindi inutile l’indagare in quali punti del territorio di Ruvo esser potevano situati cotesti villaggi utilissimi sempre alla economia agraria.

Il plurale Casalibus adoperato nel trascritto Diploma di Carlo I pruova ch’erano questi più d’uno. Dalle osservazioni fatte e dalle indagini che ho anche prese ho tutta la ragione di credere che li casali suddetti fossero stati non meno di tre, e che uno di essi sia stato situato nella contrada delle matine a sei miglia di distanza dalla città, l’altro nella contrada denominata calentano a quattro miglia di distanza, e l’altro in quella delle strappete ch’è in un sito medio tra l’una e l’altra, ed anche a quattro miglia di distanza dalla città.

Nella contrada delle matine possiede la mia famiglia una vasta masseria di semina. Forma parte di essa un pezzo di terreno di circa quaranta moggia sul lato sinistro della pubblica strada che da Ruvo mena a Gravina, il quale porta tuttavia il nome di casali. Lo stesso nome portano anche i terreni situati sul lato opposto della strada suddetta, i quali formano parte dell’altra masseria di semina che apparteneva al fu D. Saverio Montaruli, il quale l’aveva ereditata dalla famiglia Modesti ora estinta.

Il nome di casali ritenuto dai terreni suddetti fino ai nostri giorni sveglia la idea che vi sia stato in quel sito sulla detta strada di Gravina uno de’ casali cennati nel diploma suddetto. Confermano questa conghiettura le seguenti rilevantissime circostanze. Gli uomini di campagna affermano che i terreni adiacenti ai luoghi suddetti ora solcati dall’aratro siano stati un tempo coltivati colla zappa. Ne’ miei terreni inoltre si son trovate fabbriche dirute, antichi sepolcri di povera gente, monete antiche, ed anche una pietra di anello pregevole per la sua incisione e per una leggenda greca, la quale essendo stata a me occultata dal mio massajo, venni dopo a sapere ch’era passata in altre mani.

È notabile anche che in quel pezzo di terreno che porta precisamente il nome di casali vi è tanta quantità di pietre ch’esce positivamente dall’ordinario. Tra esse ve ne son molte che hanno ancora attaccata la calce, siccome anche vi sono pezzi di embrici rotti. Delle pietre suddette dopo averne consumate moltissime nella costruzione di un forte pariete lungo la strada di Gravina, ve ne rimasero tante che per rendere il terreno più atto e più utile alla coltura, mi vidi obbligato a farne formare di esse nel fondo istesso delle grosse macerie. Una quantità di pietre così sterminata non si può ripetere d’altronde che dalle fabbriche dirute delle abitazioni che dovevano esservi un tempo in quel sito.

Non minore è la quantità delle pietre ne’ terreni contrapposti della masseria del fu D. Saverio Montaruli, ed anche lì si vedono pietre tuttavia incalcinate ed embrici rotti. Vi sono ivi inoltre gli avanzi di picciole case, alcune delle quali unite insieme e messe in fila, ed altre isolate. È notabile anche che de’ sepolcri antichi trovati da quel lato ve ne sono stati di quelli formati con casse di pietra di tufo incavato ad un solo pezzo, che col linguaggio del luogo si chiamano pile. Due di esse si vedono situate accanto al pozzo delle matine detto del manganello e si fanno ora servire per abbeverare gli animali.

Coteste casse e pe ’l lavoro e pe ’l trasporto di esse da luoghi lontani, poichè nel territorio di Ruvo non vi sono cave di tufo, dovevano costare qualche spesa. È da credersi quindi che fossero le stesse servite per la sepoltura delle persone più agiate del villaggio suddetto. Nello stesso luogo dieci anni indietro fu trovato anche un cimitero di figura rettangolare lungo palmi trenta e largo palmi dieci pieno di ossa e di teschi umani. Queste circostanze menano a conchiudere che doveva esservi in quel sito uno de’ casali situato parte sui terreni della mia masseria, e parte su quelli della masseria del Signor Montaruli dall’uno e dall’altro lato della pubblica strada di Gravina.

Rispetto poi al luogo denominato calentano tutte le circostanze concorrono per farmi credere che vi sia stato in quel sito un altro villaggio forse di maggior considerazione, e rimasto disabitato in epoca meno antica. Vi è ivi un pezzo di terreno del perimetro di circa un miglio, il quale porta il nome di casali di calentano. Oltre le immense macerie che in esso vi sono di pietre coacervate dette volgarmente specchioni, si vede anche il terreno coperto di pezzi di tufo, di embrici rotti in minuti pezzi e di calcinacci, il che fa credere la disabitazione meno antica. Si vedono inoltre molte pietre assestate dal martello, lavorate dal picone, o incrostate da fortissimo cemento.

Per formare una idea della immensa quantità di pietre che ivi vi è basta dire che il Primicerio D. Domenico Chieco innanzi nominato comprò nell’anno 1841 dagli eredi del fu Pasquale Cantatore una masseria di semina, nella quale va inclusa una porzione del già detto pezzo di terreno denominato casali di calentano. Li periti di consenso nominati per valutare la masseria suddetta detrassero dal prezzo di essa il valore di dieci moggia di terreno in compenso di quello che rimaneva ingombrato dalle pietre e rottami suddetti. Si sono in fine in quel luogo trovati sempre, e si trovano tuttavia sepolcri di povera gente.

Vi è ivi rimasta inoltre una Chiesa antichissima, benchè restaurata di tempo in tempo, e questa non picciola, dedicata alla SS. Vergine Annunziata che porta il nome di S. Maria di Calentano, con una comoda abitazione pe ’l Cappellano. Nello spazioso atrio murato della Chiesa suddetta si vedono le fabbriche dirute di due decenti appartamenti l’un dall’altro segregati. Uno di essi apparteneva al Vescovo di Ruvo, l’altro alla Casa Baronale, il che conferma vie più la idea che doveva esser quello un villaggio più prezzato. Non essendosi avuta più cura degli edificj suddetti da sessant’anni in qua sono entrambi crollati.

Grande è la venerazione che i Ruvestini hanno ritenuta per la sacra immagine della SS. Vergine che vi è in quella Chiesa, ed è anche molto bella. Nel dì della sua festa che ricade nel dì 25 Marzo si portano ivi a torme per adorarla, e per far indi delle liete ricreazioni annesse sempre a coteste divote spedizioni, le quali vengono da molti replicate anche all’ottavo giorno della festa suddetta. Quel culto ritenuto da tempo antichissimo dai Ruvestini è comune anche agli abitanti delle convicine città di Andria, Corato e Terlizzi. Di modo che ben si può dire di esser quello un piccolo Santuario delle convicine Popolazioni, le quali, come anderò a dirlo nel susseguente capo, sono nate nell’agro Ruvestino.

Da un tempo ch’eccede ogni memoria d’uomo il Capitolo di Ruvo ha presa cura di quella Chiesa, e vi ha mantenuto, come tuttavia vi mantiene un Cappellano coll’obbligo di far ivi una fissa residenza, con aversi dal Capitolo come presente tanto nel Coro, quanto ne’ mortuarj. È notabile che dev’esser questi un Canonico di quella Cattedrale. La elezione di esso si fa ogni tre anni nel dì degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo. Tale elezione si fa nel Capitolo Preminenziale, cioè coll’intervento delle sole Dignità e Canonici, esclusi i Partecipanti. Sulla proposta delle due prime Dignità nomina il Capitolo due Canonici a voti segreti. Monsignor Vescovo ne sceglie uno di essi, e con suo decreto gli conferisce il titolo di Cappellano di S. Maria di Calentano.

Il Cappellano suddetto ritrae un utile tanto dalle offerte de’ divoti che ivi si portano per adorare la SS. Vergine, quanto dalle spontanee prestazioni di cereali che riceve in tempo della messe dalle numerose masserie di semina de’ Ruvestini e de’ Coratini stabilite nelle vicinanze della Chiesa suddetta. Dalle cose premesse intanto si può arguire che allora quando il villaggio che a mio credere vi era in quel sito rimase o distrutto o abbandonato sia per le guerre, sia per altre cagioni, e gli abitanti si ritirarono nella città, non fu per questo obliato il culto di quella sacra immagine che dai Ruvestini, ed anche dalle convicine Popolazioni fu ritenuto fino ai nostri giorni.

Tanto più è ciò a credersi, quanto che non manca in Ruvo una antica Chiesetta dedicata anche alla SS. Annunziata, dalla quale ha preso il nome quello de’ quartieri della città ch’è alla stessa adiacente. Essendosi, malgrado ciò, ritenuto da quella Popolazione il culto della lontana Chiesa di calentano sotto lo stesso titolo, pare che cotesta antica usanza si possa benissimo ripetere dalla divozione che conservarono per la loro antica Chiesa gli abitanti del villaggio di calentano che si ritirarono nella città.

Altro villaggio pare che abbia dovuto esservi nella contrada denominata le strappete alla distanza di quattro miglia dalla città nel sito medio tra calentano e le matine. Si vedono ivi due pezzi di terreno a poca distanza l’uno dall’altro, uno di un miglio di circuito, e l’altro un poco meno. Il primo porta il nome di casali di Siniscalchi, e l’altro secondo di casali di Covelli dai nomi degli antichi proprietarj di essi. Ambi cotesti pezzi di terreno formano ora parte della vasta masseria di semina posseduta dai Signori Chieco miei congiunti, e da essi acquistata con diversi contratti.

Tanto nell’uno che nell’altro pezzo di terreno vi è una immensa quantità di pietre, molte delle quali lavorate a picone, e tuttavia incalcinate. Vi sono inoltre molti rottami di embrici, e di vetri bianchi e neri sparsi nel terreno. Moltissimi sepolcri rustici si son anche ivi sempre trovati e tuttavia si trovano, in uno de’ quali ultimamente fu rinvenuta pure una lancia. Si son ivi di quando in quando similmente disotterrate antiche monete di rame, di argento ed alcune di oro, delle quali per altro nulla può dirsi, perchè di cotesti oggetti sono sempre fraudati i proprietarj de’ fondi, e non vengono ad averne notizia che quando son essi già passati in altre mani.

Dalle predette circostanze delle quali sono stato minutamente informato dal prenominato mio parente Primicerio D. Domenico Chieco che ha secondate efficacemente, e con molta utilità coteste mie investigazioni, viene a risultarne che vi erano ivi del pari o due piccioli villaggi a poca distanza l’uno dall’altro, il che non è cosa nuova, o un solo villaggio diviso in due quartieri, poichè gli avanzi delle antiche abitazioni tanto nell’uno che nell’altro de’ due precitati pezzi di terreno cadono sotto i sensi. Gli antichi sepolcri ivi rinvenuti in gran numero formano una convincente testimonianza dell’antica abitazione di que’ luoghi, poichè ove si trovano i morti bisogna che vi siano stati anche i vivi.

Mi lusingava almeno per calentano di poter trarre utili notizie dall’Archivio Capitolare. La cura che da tempo immemorabile ha preso il Capitolo dell’antichissima Chiesa che ivi vi è, la qualità Canonicale richiesta nel Cappellano che viene dallo stesso nominato, il Rito che si serba nella elezione di esso, e l’obbligo della fissa residenza che gli viene imposto, mi facevano credere che avessero potuto ricevere una conveniente spiegazione dalle antiche memorie o tradizioni registrate nelle carte Capitolari, le quali avessero messo capo nell’epoca della disabitazione di quel villaggio. Ne scrissi quindi all’attuale Signor Arcidiacono D. Vincenzo Ursi, Ecclesiastico pieno di coltura e di entusiasmo per le cose patrie, onde avesse fatte praticare nell’Archivio suddetto le opportune diligenze, come si è fatto.

Sono state queste però poco fruttifere. Si è trovata in esso un’antica pergamena la quale contiene un pubblico strumento del dì 11 Novembre 1392 stipulato, mentre regnava il Re Ladislao, dal Notajo Ruvestino Cobello de Concilio in quella Chiesa Cattedrale tra il Vescovo e ’l Capitolo di Ruvo da una parte, e Giovanni de Mapono di Ruvo dall’altra. Permutarono essi tra loro col detto strumento le seguenti proprietà, cioè il Vescovo e ’l Capitolo, Domum unam ortatam sitam intus in dicta civitate Rubi in loco Porte de Noha juxta domum aliam ipsius Joannis de Mapono, domum et ortum Angeli Roberti de Ruta et alios confines cum orticello uno prope ipsam domum, arbore una........ et puteis omnibus intus et extra ipsam domum et orticellum.

E ’l detto Giovanni de Mapono, Medietatem tenimenti quondam Tafuri et Andreuccie sue sororis siti in Territorio dicte civitatis Rubi, et pertinentiis Stiliti in loco Sancte Marie de Calentano, et Sancti Pauli, et circum circa, juxta silvam Caurate, juxta silvam Rubi, juxta reliquam mediatem pro indiviso ipsius tenimenti prædictorum Domini Episcopi, Primatum Canonicorum et Capituli memorati, cum medietate omnium cisternarum puteorum terrarum omnium aliorum jurium eorumdem, et cum omnibus infra se habilis et contentis pertinentiis omnibus juribus et utilitatibus eorundem et introitibus etc.

Nell’antica Platea inoltre del Capitolo, ove sono riportate tutte le sue possidenze si trova il seguente notamento: Tenimentum Sanctæ Mariæ de Calentano, Sancti Pauli, et Purchingiani in eodem loco Calentani spectans nostræ Mensæ Episcopali Rubensi his finibus limitatum secundum divisionem factam inter nos Petrum Perrensem Episcopum Rubensem ex una parte, et Capitulum Majoris nostræ Rubensis Ecclesiæ ex parte altera, prout patet ex contractu publico celebrato inter nos subscriptos nominatos per manus Notarii Angeli Lisii de Mondellis de Rubo sub anno Domini millesimo quadringentesimo sexagesimo sexto. Die.... mensis Junii Sextæ Indictionis. Di cotesto strumento non si è potuto avere veruna traccia.

Due sono le illazioni che dalle precitate due scritture possono trarsi. La prima è la rimota antichità della Chiesa di S. Maria di Calentano di cui si fa in esse menzione, il che accredita la conghiettura che sia la stessa appartenuta ad uno di que’ villaggi de’ quali si fa menzione nel precitato diploma di Carlo I di Angiò[166]. La seconda che i terreni ivi posseduti in comune, ed indivisi dal Vescovo e dal Capitolo di Ruvo abbiano potuto un tempo appartenere alla Chiesa suddetta, e colla disabitazione del villaggio che ivi vi era furono da essi occupati, una coi due appartamenti che vi erano nell’atrio della Chiesa istessa, de’ quali uno tuttavia esiste, ed è abitato dal Cappellano che il Capitolo vi destina, e l’altro ora diruto era destinato all’abitazione del Vescovo quando ivi si conferiva. Li terreni suddetti montano a circa settecento moggia, e sono rimasti censiti in forza della legge sul Tavoliere di Puglia dell’anno 1806 ai fittuarj che si trovarono in quell’epoca in possesso di essi, come terreni azionali del Tavoliere suddetto appartenenti ai Luoghi Pii.

Vedo bene che le cose da me dette relativamente ai detti antichi villaggi non sono che conghietture mancando qualunque memoria certa e sicura del nome e del sito di essi. Costando però dal precitato Registro di Carlo I che a quel tempo nell’agro Ruvestino vi erano i villaggi, avendo inoltre i luoghi da me cennati ritenuto il nome di casali, e trovandosi in essi le tracce sicure e permanenti delle antiche abitazioni, manca ogni ragione per potersi contraddire le conghietture suddette. D’altronde non saprei in vero indicare altri luoghi più opportuni di quelli che ho cennati per la situazione de’ casali suddetti. Al tempo del Re Carlo I di Angiò non era più il territorio di Ruvo dai tre lati orientale settentrionale ed occidentale quello stesso ch’era al tempo di Strabone di Plinio e di Tolomeo. Dai lati suddetti lo avevano molti secoli prima ristretto e raccorciato le dotazioni di terreno date alle novelle città surte dal lato del mare Adriatico e da quello dell’Ofanto.

Non fu però così dal lato meridionale. Non essendo surta da quel lato veruna novella città, conservò Ruvo almeno nella massima parte il suo antico territorio, il quale s’innoltra verso il Garagnone, Gravina ed Altamura per lungo tratto nella Regione della Peucezia detta da Strabone montosa et aspera che porta oggi il nome di Murge. Cotesta contrada nella massima parte non è nè coltivata, nè coltivabile, perchè coverta da una catena di monticelli di vivo sasso. È però molto opportuna al pascolo, specialmente nella estiva stagione, attesa la freschezza dell’aere che ivi si respira. Nè si può dire del tutto negata alla coltura, poichè tra una collina e l’altra vi sono le vallate dette volgarmente canali, ove le correnti di acqua hanno trasportato copiosissimo terreno atto a dare abbondanti ricolte. Quindi anche in quella contrada si trovano da tempo immemorabile stabilite le masserie di semina.

Vi è inoltre dal detto lato meridionale l’antichissimo e vastissimo bosco di Ruvo molto opportuno alle industrie armentizie. Messe quindi coteste circostanze locali, non poteva non essere assai bene ideata la situazione de’ villaggi nel lato meridionale dell’agro Ruvestino. Essendo quello il lato più ampio ed esteso, e che maggiormente si allontana dalla città, utilissimo partito veniva a trarsi dalle Borgate di agricoltori e di pastori allogate nel sito intermedio, e tutte intorno al bosco suddetto che sicuramente ha dovuto essere un tempo il centro delle industrie armentizie de’ Ruvestini, come serve anche oggi di appoggio alle vaste industrie di tanti diversi proprietarj tra i quali è diviso.

Ed in vero la contrada di calentano è bellissima sotto tutti i rapporti, come lo pruovano anche le abitazioni di campagna che fino ai nostri giorni vi han tenute il Vescovo di Ruvo, e la Casa Baronale. Vi sono eccellenti terreni, e si vedono su di essi stabilite belle masserie di semina. Se però cotesti terreni in vece di essere solcati dall’aratro, come ora si fa per la molta distanza dall’abitato, fossero almeno in parte lavorati colla zappa dalle braccia forti e nerborute degli abitanti di un vicino villaggio, quale ne sarebbe il prodotto?

In quanto poi alla contrada delle matine immenso, ed incalcolabile sarebbe il vantaggio che darebbe alla stessa la presenza di un villaggio. La contrada che porta questo nome parte è nel territorio di Ruvo, e parte in quello di Bitonto che nel punto suddetto confinano tra loro. Una porzione però delle matine di Bitonto è oggi in mano anche de’ Ruvestini per particolari acquisti fattine.

Si ammira in tutta quella contrada un capriccio della Natura. Mentre tanto il territorio di Ruvo che quello di Bitonto abbondano strabocchevolmente di pietre, nella massima parte de’ terreni delle matine non ve ne ha una sola, e sono perfettamente netti di esse come i terreni della Puglia Daunia. Ovunque inoltre si scava si trovano copiosissime sorgive di acqua dolce bellissima a poca profondità di dieci o dodici palmi, ed in taluni luoghi anche minore.

Gli orti di Ruvo che sono intorno all’abitato producono squisite verdure ed in tanta copia che ne provvedono anche le convicine città. Eppur cotesti orti sono stati formati su di un suolo sommamente pietroso spurgato con una spesa immensa, e vengono irrigati dalle conserve di acqua piovana, le quali nelle grandi siccità che sono ivi frequenti possono rimanere esaurite! Or quali prodotti dovrebbero attendersi dai terreni delle matine che sono netti di pietre, se venissero preparati non già dall’aratro, ma dalla zappa? Qual vantaggio si ritrarrebbe dal beneficio della irrigazione che offrono le perenni inesauste e continuate sorgive che ivi vi sono? Quali e quante ottime verdure inoltre potrebbero ritrarsi, senza verun fastidio e dispendio, da un terreno netto di pietre a cui l’acqua non può mancare giammai in tutte le stagioni?

Ma sì fatte operazioni hanno bisogno delle braccia di una popolazione stabilita sul luogo istesso. Alla distanza di sei miglia dalla città coteste braccia non possono aversi. Ora che la Popolazione di Ruvo prodigiosamente si aumenta da anno in anno, e nelle due convicine città di Corato e di Terlizzi è andata la stessa tanto innanzi che manca il terreno alle braccia, e cerca quindi di venire a coltivare l’agro Ruvestino, perchè non imitarsi la saviezza de’ nostri Antenati? Perchè non rinnovarsi nel nostro vastissimo territorio que’ villaggi che prima vi erano? Potrebbero forse mancare i coloni che anderebbero a popolargli? Qual miglioramento ne risulterebbe dalle colonie che verrebbero a stabilirsi?

Ritornando ora alla detta concessione di Carlo I dell’anno 1269 facendosi attenzione tanto al tenore di essa, quanto agli altri Registri Angioini, viene a rilevarsi di esser rimasto escluso dalla stessa il dritto della Bagliva che il Re lo ritenne per se, forse a riflesso del pascolo che si riserbò in quel territorio per gli animali delle sue razze; quale dritto di Bagliva passato dappoi in mano del Barone per le posteriori concessioni, recò alla Popolazione di Ruvo infinite vessazioni, come anderemo a vederlo al suo luogo. È sicuro che cotesto dritto lo abbia il Re per se ritenuto. Primo perchè nelle clausole della detta concessione la Bagliva non si vede affatto nominata. Secondo perchè non solo nell’anno 1268 che precedè la concessione suddetta, ma anche negli anni susseguenti cotesto dritto continuò a rimanere di Regia appartenenza.

In fatti con Lettera Regia del dì 8 Agosto 1268, scritta da Lagopesolo a petizione del Vescovo e del Clero di Ruvo, il detto Carlo I ordinò Magistris Portulanis et Procuratoribus Curiæ Apuliæ et Aprutii che si fossero ai ricorrenti pagate le decime super Bajulatione Rubi[167]. Consimili ordini si vedono diretti agli stessi Regj Impiegati anche con altre lettere scritte da Melfi, e da Lagopesolo negli anni 1277, e 1278, e con altra del dì 20 Luglio 1279, senza la indicazione del luogo donde fu scritta, colle quali fu loro ordinato di pagarsi al Vescovo ed al Clero di Ruvo decimas proventuum Bajulationis Rubi[168]. Gli stessi ordini si vedono spediti anche dal Re Carlo II nell’anno 1304, e benchè manchi il Registro perchè disperso, n’esiste però il notamento nel Repertorio generale colla indicazione del foglio 299 del Registro disperso.

Li già detti ordini di pagamento diretti ai Regj Incaricati amministrativi della Provincia, mentre la nostra città si trovava già conceduta in feudo, ed era posseduta dalla famiglia concessionaria fin dall’anno 1269, pruovano concludentemente ch’era rimasta la Bagliva di Ruvo esclusa dalla concessione, ed aveva il Re seguitato a ritenerla per se. Tanto più è ciò sicuro, quanto che costa da altri Registri che dall’anno 1269 fino all’anno 1291 la nostra città non era più ritornata al Regio Demanio, ma fu sempre posseduta dalla famiglia de Colant che nella precitata concessione del dì 29 Settembre 1269 erroneamente fu detta de Colna.

Con lettera dello stesso Re Carlo I diretta al Giustiziere della Terra di Bari del dì 12 Marzo 1272 fu allo stesso ordinato di prendere informazione della rendita che dava Castrum Rubi ex foresta, et terris convicinis, et circumadjacentibus dicto Castro e da qualsivogliano altre possessioni e proventi. Si dice in essa che la detta città era conceduta in feudo Arnulfo de Colant[169]. Con altra lettera dello stesso anno concedè il Re al detto de Colant in pagamento de’ suoi soldi che doveva conseguire il residuo delle contribuzioni Fiscali che andava dovendo Universitas Rubi[170].

In altro Registro poi dell’anno 1277 lo stesso Re Carlo I dice così: Supplicavit excellentiæ nostræ Jannoctus de Colant filius et heres quondam Arnulfi de Colant familiaris noster, ch’essendo morto il di lui genitore, voleva essere giuste le leggi e le usanze allora in vigore, assicurato dagli uomini de’ feudi che aveva da lui ereditati siti in diverse Provincie del Regno. Quindi il Re nel dì 4 Giugno del detto anno scrisse da Venosa ai diversi Giustizieri delle Provincie suddette, tra i quali: Iustitiario Terræ Bari pro eodem Jannocto quod ipsum assicurare faciat ab hominibus Terræ Rubi[171].

Non si conosce con precisione fino a qual tempo cotesto Jannotto possedè la nostra città. Da un Registro però di Carlo II che succedè nel Regno nell’anno 1285 risulta che nell’anno 1291 era costui già morto. Pria di parlar di esso, non ometto che da altra Lettera Regia dello stesso Re Carlo I del dì 19 Febbrajo 1274 si rileva che aveva la università di Ruvo dimandato uno sgravio de’ pesi fiscali, ed il Re spedì ordini pressanti al Giustiziere della Terra di Bari, perchè avesse sollecitata la informazione a lui commessa sull’assunto[172].

Il Re Carlo II con sua lettera del dì 25 Gennajo 1291 scritta da Capua al Giustiziere della Terra di Bari ordinò che tutti i Baroni di quella Provincia i quali possedevano feudi donati dal Re si fossero trovati coi loro soldati e cavalieri bene armati, e bene equipaggiati a S. Germano a tutto il quindicesimo dì del mese suddetto sotto la pena della perdita de’ loro beni[173]. Con altra lettera del dì 20 Aprile dello stesso anno furono replicati li medesimi ordini generalmente a tutti i Baroni tanto Regnicoli che Esteri di quella Provincia. Fu soggiunto bensì che si fossero essi trovati a S. Germano coi loro soldati nel termine di otto giorni a contarsi dal dì che sarebbe stato loro comunicato l’ordine suddetto.

In ambe le precitate Lettere si vedano segnati un per uno i nomi de’ feudatarj di quella Provincia chiamati al servizio militare. Si leggono tra questi Dominus Arnulfus de Colant Dominus Rubi. Dominus Guiso Guinardus Dominus Losili et Terlitii[174]. Dal che viene a rilevarsi che nell’anno 1291 Giannotto de Colant era morto, e gli era succeduto Arnolfo II forse di lui figliuolo che portava il nome dell’avo.

Non si conosce nè il tempo nè il modo in cui la città di Ruvo uscì dalle mani della famiglia de Colant. Che abbia però dopo l’anno 1291 avuto un nuovo padrone lo pruovano i seguenti Registri.

Nella informazione senza data de’ Baroni e Feudatari della Terra di Bari presa per ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro Rotondo, della quale ho parlato nel Capo III pag. 49 si legge ciò che siegue: Invenit dictus Commissarius quod Robertus de Juriaco est Dominus Rubi, majoris ætatis, et tenetur servire Curiæ pro Terra ipsa feudali de servitio quinque militum.

Item invenit quod subscripti feudatarii majoris ætatis tenentes quotas partes feudorum sunt in Terra ipsa videlicet.

Guarnerius Gallicus, qui tenetur servire de tribus partibus unius militis pro bonis feudalibus, quæ tenet ibidem pro parte uxoris suæ.

Nicolaus de Syre Lauysio et Bartholomeus Notarius Thomasii, pro bonis feudalibus quæ tenent a Curia pro adohamento auri tarenos quinque, quorum quilibet tenetur servire Curiæ[175].

Nel Repertorio generale poi de’ Registri Angioini vi è il seguente notamento di un Registro disperso, il quale ci fa apprendere che la città di Ruvo da Roberto de Juriaco era passata a Galeraimo de Juriaco forse suo figliuolo. Rubi civitas revocata in manus Curiæ ob absentiam a Regno Galeraimi de Juriaco olim dictæ civitatis Dominus. Anno 1310 lit. A fol. 238 a t. Tal notizia della contumacia di Galeraimo de Juriaco è confermata anche da un altro Registro del Re Roberto di cui si parlerà in seguito. Dal che si rileva che la nostra città dalla famiglia de Colant passò alla famiglia de Juriaco e fu posseduta da due di tal cognome, cioè prima da Roberto, e poi da Galeraimo che si rese contumace[176].

Ad uno di questi due quindi si debbono attribuire le gravezze e le oppressioni usate alla nostra città, le quali diedero causa alle querele dalla stessa rassegnate al Re Carlo II, ed alla seguente lettera del dì 4 Maggio 1307 spedita da Gravina da Roberto Duca allora di Calabria e Vicario Generale di suo Padre, la quale merita di essere quì trascritta per i sentimenti di giustizia che in essa risplendono. Robertus primogenitus Illustris Jerusalem et Siciliæ Regis Dux Calabriæ ac ejus in Regno Siciliæ Vicarius Generalis. Justitiariis Terræ Bari præsenti et futuris devotis suis etc. Scribimus per alias nostras literas Domino Rubi et officialibus ejus præsentibus et futuris in serie subsequenti = Robertus primogenitus illustris Jerusalem, et Siciliæ Regis Dux Calabriæ, et in Regno Siciliæ Vicarius generalis domino Rubi, et officialibus suis tam præsentibus, quam futuris salutem et dilectionem sinceram[177]. Dudum claræ memoriæ dominus avus noster Jerusalem et Siciliæ Rex ad compescendas insolentias Terreriorum (i Feudatarj) Capitulum edidit continentie infrascripte = Terrerii videlicet Comites Barones et Feudatarii tam Ultramontani quam Latini nullos de personis capiant nec privatum carcerem faciant, tormenta vel injurias alias quascumque non inferant vasallis eorum vel aliis quibuscumque, nullas destitutiones extorsiones vel violentias faciant, defensas pro parte ipsorum non exigant nec de defensis cognoscant vel se aliquatenus intromittant cum impositio defensarum debeat fieri per invocationem nostri nominis et cognitio et exactio earum spectet solum ad nostram Curiam vel ad Justitiarios Regionum. Nulli de contrata sub patrocinio et recommendatione eorum recipiant gabellas redituum et proventus terrarum suarum non vendant invitis. Et si contingat eos ad credentiam committere, tantum a credenzeriis recipiant meros et puros proventus et redditus quos secundum temporis qualitatem receperint vel recipere potuerint. Nec etiam recipiant ad habitationem in terris eorum homines demanii. Et si contra factum fuerit pro tormentis seu captione personæ pena privati carceris teneantur. Pro aliis vero injuriis pro qualitate delicti per Magistrum Justitiarium seu Justitiarios Regionum penis legitimis puniantur. Pro destitutionibus vero extorsionibus et violentiis plectantur pena constitutionibus comprehensa, destitutis et violentiam passis ante omnia in pristinum statum redactis, et eisdem restitutis extortis, pro usurpatione earundem defensarum nostro arbitrio puniantur restituto prius sine difficultate quidquid propterea abstulerunt. Et si quos sub patrocinio vel recommendatione, vel aliquos de Terra Demanii receperint similiter ad habitandum in Terris eorum secundum formam novæ Constitutionis puniantur[178] = Verum quia homines ipsius Terræ Rubi contra tenorem præscripti Capituli in plerisque asserunt sepius se gravari, devotioni vestræ sub pena contenta mandati præter penas alias in capitulo ipso contentas mandamus expressius quatenus hujusmodi Capitulum observantes tenaciter contra ejus tenorem præfatos homines nullatenus molestetis. Injungimus namque per alias literas nostras Justitiariis Regionis præsenti et futuris ut nisi a gravaminibus resipiscatis propositis vos ad id coerceant per juris remedia opportuna. Præsentibus preter opportunam inspectionem earum remanentibus præsentanti efficaciter in antea valituris. Data Gravinæ per Nicolaum Frictia de Ravello Locumtenentem Prothonotarii Regni Siciliæ anno Domini M. trecentesimo septimo. Die quarta Maji quinte indictionis = Quo circa devotioni vestre precipiendo mandamus quatenus ubi prædictus Dominus prefate Terre contra seriem Capituli memorati excedens a gravaminibus ipsis nequaquam destiterit, contra eum ad penas in capitulo ipso contentas, præterquam in eo casu in quo certa ex ipsius penis superioris reservatur arbitrio prout juris fuerit auctoritate presentium procedatis. Officiales vero prefatos per impositiones aliarum formidabilium penarum et exactiones illarum si et quatenus in easdem inciderint a similibus gravaminibus compescatis. Ita quod nos exinde ulterior querimonia non fatiget. Præsentibus post opportunam inspectionem earum remanentibus presentanti. Data Gravinæ per eundem Nicolaum Frictia de Ravello anno Domini M. trecentesimo septimo die 4 Maji quintæ indictionis[179].

Furono in vero queste disposizioni piene di giustizia, ed anche energiche. Ma non potevano certamente portare un rimedio ai guasti già sofferti dalla nostra città sotto la compressione Baronale. Una idea delle strettezze alle quali era la stessa ridotta si può formare da un altro Registro dello stesso Re Carlo II dell’anno 1308, il quale ci fa conoscere i gravosissimi e molestissimi dazj che fu costretta d’imporre a se stessa per far fronte ai pesi che le incumbevano, e forse anche alla necessità che la stringeva per le dette vessazioni, ed estorsioni sofferte. Questo documento lo recherò per lo intero non meno per appagare la curiosità di chi legge, ma anche perchè mi giovai di esso con successo ne’ giudizj ch’ebbi a sostenere contro la Casa d’Andria, de’ quali parlerò in seguito.

Karolus II etc. Universis præsentis scripti seriem inspecturis tam præsentibus, quam futuris. Dum nostræ Reipublicæ augmenta continue foventes appetimus, subjectorum commoda per solertes tramites procuramus. Venit sane ad præsentiam nostram Judex Judicis Guiscardi de Terra Rubi fidelis noster Syndacus ad hæc constitutus per universitatem hominum dictæ Terræ Rubi, ut constat per quoddam scriptum publicum Universitatis ejusdem, et exponens asseruit quod homines ipsius Terræ Rubi fideles nostri pro bono communi tendentes ad melius, et statum eorum olim ex imminentibus variis sæpe turbatum opportunæ reparationis ordinare judicio cupientes ad pacem, et materiam tollere scandalorum, attento quod interdum pro munerum, et aliorum onerum impositione fiscalium, interdum pro distributione illorum, interdum pro emergentibus inde multifariam exequendis querelatio, murmur, sisma, suspectio, persæpe dissidium, et in populo scandala periculosa surgebant. Provide statuerunt communi concorditer deliberatione habita et consensu capitula, sive ut eorum alludamus vocabulo, dacia sub distincta per quæ solutiones fiscalium aliorumque succrescunt in Terra ipsa vicissitudine sua tam fiscalium, quam privatorum similiter executiones debito agendorum absque solito singulorum gravamine ac onere supportentur taliter ut audivimus exinde ordinato quod pauca et modica supererant fiscalia, vel privata negotia emergentia hominibus dictæ Terræ, et specialiter collecta fiscalis pro tempore imponenda, et alia necessaria dictæ Terræ, quæ de ipsa super adjecta pecunia, quam datium nominant non deducuntur, ut expedit, et solvuntur. Quæ quidem prout continentur in quodam scripto publico inde Curiæ nostræ ostenso sunt ista. In primis quod pro qualibet uncia, quæ percipitur de introytu omnium bonorum cujuslibet civis Rubi solvantur grana quindecim, excepto campo et vineis. Item pro quolibet tumino frumenti, ordei, fabarum, cicerum, cumini et aliorum leguminum, ac salis, quæ vendentur per cives Rubi in Rubo, et in tenimento ejus, vel ubicumque, detur jumella una[180]: per exteros Rubi, vel in tenimento ejus sive ad minutum, sive ad grossum venduntur, detur per venditorem jumella dimidia. A tempore vero arearum ipsarum in antea quilibet civis Rubi det Datiariis pro quolibet tumino frumenti, ordei, fabarum, cicerum, et aliarum leguminum quarumcumque, quæ perceperit ex satis suis pro quolibet anno jumellam unam, ita quod per jumellam magistro salis nullum præjudicium generetur. Item pro qualibet salma vini musti, quæ percipitur ex vineis Rubi solvant patroni cives granum unum, et dimidium. Illi vero qui non habent vineas proprias, et laborant vineas alienas ad partem solvant prout recipient ad rationem prædictam. Item pro quolibet urceolo vini quod venditur ad minutum tam per tabernarios, quam per personam quamlibet aliam de Terra prædicta, solvat venditor quartam partem grani auri unius, quæ quarta pars grani diminuatur de urceolo vini venditi. Item quilibet Terrigena mercator pannorum solvat pro qualibet uncia percepta per cum pro pannis venditis grana quinque. Item quilibet civis mercator casei, sive recocti, animalium, victualium et quarumlibet rerum aliarum ubicumque emerit pro qualibet uncia solvenda per eum in emptione mercimoniorum suorum quorumcumque solvat grana quinque si fuerit civis. Exterus vero in Rubo et in tenimento ejus de eo quod vendiderit vel emerit pro qualibet uncia solvat grana duo, exceptis victualibus et sale de quibus detur jumella una per venditorem, prout superius est expressum. Exceptis etiam stractionariis ementibus de prædictis mercibus si eas vendiderint ad minutum. Item quilibet civis panem faciens solvat in furno pro quolibet thumino panis facti granum unum. Item quilibet stractionarius civis Rubi pro quolibet rotulo casei, recocti, carnium salatarum, lardi, sepi olei et cujuslibet mercis venditæ per eum ad pondus........ vel ad mensuram parvam, solvat quartam partem grani, quæ quarta pars grani minuatur de rotulo et mensura, in quibus ponderabuntur merces de consensu et voluntate universitatis. Item quilibet civis Rubi pro qualibet salma quarteriarum, ollarum, garaffarum....... urceolorum, et alterius operis de creta, quod magister ipsarum operum vendiderit, solvat ipse magister granum unum[181]. Si vero ipse Magister portaverit salmam ipsius operis ad vendendum solvat granum medium, et si alius emerit a magistro de prædictis rebus solvat pro qualibet salma granum medium ubicumque eam vendiderit. Item quilibet carpenterius, corduanerius, confettarius, et ferrarius civis pro qualibet uncia recipienda per eum solvat grana decem. Item quilibet Buccerius civis qui solvebat pro quolibet rotulo carnis quartam partem grani solvat pro quolibet porco seu scrofa grana decem pro quolibet castrato ove vel capra grana quatuor, pro qualibet vacca vel bove tarenum unum. Item quilibet civis delator lapidum solvat pro quolibet centenario ipsorum lapidum delatorum per eum granum medium. Item quilibet civis pro quolibet jumento vel equo viaticario solvat pro quolibet anno tarenos duos et medium. Item patroni cives vaccarum solvant pro qualibet vacca fœta domita, vel indomita grana tria. Item patroni cives jumentorum solvant similiter pro quolibet jumento fœto et indomito grana decem, exceptis jumentis, quæ sunt in agro. Pastores autem habentes jumenta pro quolibet jumento sive domitum, sive indomitum sit, et etiamsi fœtum fuerit, vel non, solvant grana decem, et pro quolibet asino grana quinque. Item quilibet civis exercens officium sensariæ solvat sextam partem pecuniæ, quam lucratus fuerit ex officio ipso, de quo lucro teneatur jurare ipse sensarius. Item quilibet frascarius et calcararius vendens ligna, plantas et calcem solvat pro qualibet ebdomada qua res ipsas vendiderit granum unum. Item patroni cives molendinorum solvant pro qualibet salma frumenti moliti in eorum molendinis granum medium, excepto frumento molito pro victu eorum, pro quo nihil solvant. Item quilibet civis viaticarius, seu quilibet alius deferens fructus, vel herbas, pisces, circulos vegetum, vel res alias quascumque ad usum hominum cum operis, seu equis suis solvat pro qualibet salma granum unum ubicumque eam vendiderit, exceptis leguminibus victualibus et sale, de quibus detur jumella una per venditorem ut supra est expressum. Si vero caseum et vinum mustum tempore vindemiarum et victualia tempore arearum detulerit, solvat pro quolibet animali, quo res ipsas detulerit, granum unum per diem. Ipsorum ergo hominum nobis supplicatione subjuncta, ut hujusmodi ordinationes et statuta eorum velimus debita firmitate vallare, prout tota forma scripta in præsenti quaterna pro nominibus fundorum mutato[182] ubi legitur in iis litteris mandato ipsius Curiæ requirendo, aut etiam expectando, et quia hoc etc. Hic vero legitur mandato ipsius Curiæ requirendo etc. Quia hoc etc. Datum Neapoli per Nicolaum Friczia de Ravello etc. Anno Domini MCCCVIII die octava Julii sextæ indictionis. Regnorum nostrorum anno XXIII[183].

Valga cotesto documento per farci conoscere le imposte comunali che in quel tempo erano in usanza. Quelle contenute nelle trascritte Capitolazioni non potevano non essere fastidiose tanto al Comune che doveva esigerle, quanto a coloro che dovevano pagarle. Con tal sistema daziario era inevitabile che tutte le classi de’ Cittadini Proprietarj, Negozianti, Venditori tanto all’ingrosso che a minuto, Artefici, Fornaj, Molinari, Mulattieri, Legnajuoli, Agricoltori, Pastori etc. fossero stati ogni momento alle prese cogli esattori o appaltatori comunali di tanti diversi e minuti dazj per l’opposto interesse che avevano i primi di pagare il meno possibile, ed i secondi di esigere il più che avessero potuto. Non si può credere certamente felice lo stato di una città costretta a ricorrere a questi mezzi. Lo stesso tenore del Diplomi contesta i disturbi, i dissidj, ed i scandali ch’erano ivi avvenuti a causa delle pubbliche imposte. Ma erano questi i regali della feudalità.

Il Re Carlo II cessò di vivere nell’anno 1309, e gli succedè nel Regno il di lui figliuolo Roberto. Nel Repertorio generale delle carte Angioine si trova notato il seguente registro disperso. Terlitii et Rubi tenimentum et pascua communia anno 1310 et 1311 lit. A fol. 472. La esistenza di cotesto Registro sarebbe stata utilissima attese le continue ed interminabili molestie che la irrequietezza de’ Terlizzesi ha recate in ogni tempo alla nostra città a causa de’ confini del territorio rispettivo, essendo stati questi ultimi intenti sempre ad estendergli invadendo ed usurpando l’agro Ruvestino[184].

Nel dì 16 Giugno 1311 fu dal Re Roberto spedito il seguente privilegio a favore della Regina Sancia di Aragona sua consorte. Dichiarò con esso il Re ch’era di lei debitore de summa duo milium unciarum auri annui redditus assignandi dictæ Reginæ in civitate et bonis fiscalibus Regni nostri Siciliæ pro dote et dotario per nos sibi olim legitime constituto, necnon et certa provisione pecuniæ per nos annua sibi facta. Venne quindi per tal causa a darle ed assegnarle civitatem Rubi sitam in Justitiariatu Terræ Bari per contumaciam Galerami de Yuriaco ad manus nostræ Curiæ rationabiliter devolutam cum hominibus vassallis juribus et omnibus pertinentiis suis pro valore annuo unciarum auri ducentarum computando in dote, et dotario, et provisione jam dictis. Investientes ipsam per nostrum anulum præsentialiter de eadem ac volentes expresse quod ipsa per se et ministros suos praedictam civitatem Rubi habeat teneat et possideat pro præfato valore annuo etc.[185].

La nostra città migliorò certamente la sua condizione coll’essere uscita dalle mani di Feudatarj che la opprimevano e scorticavano, e coll’essere passata sotto il governo di una Regina virtuosissima e religiosissima. Da un altro Registro dello stesso Re Roberto del dì 22 Febbrajo 1314 si viene a conoscere che fece la città suddetta le sue nuove Capitolazioni relativamente ai dazj comunali imposti a se stessa. Non si rileva dal detto Registro quali queste fossero state. È però a credersi che quella popolazione avendo cominciato a respirare sotto il governo assai più umano della Regina abbia migliorate e modificate quelle dell’anno 1308 innanzi trascritte le quali in verità erano durissime. Dal precitato Registro si conosce solo che il Re sanzionò le novelle Capitolazioni con dichiarazione espressa di doversi la Università di Ruvo obbligare di rifare alla Regia Corte ed alla Regina Sancia quel danno che agl’interessi fiscali, e della Regina suddetta sarebbe venuto a risultarne nella esecuzione di esse[186]. Il che conferma vie più la idea che dovevano coteste capitolazioni essere più vantaggiose per la popolazione suddetta.

Nel detto Repertorio generale sussiegue il seguente notamento: Sancia Regina habet confirmationem infrascriptarum Terrarum ab omni feudali servitio liberarum, videlicet Rubi etc. 1316 lit. B fol. 316. Il Registro esiste, ma è mutilato, e manca il foglio citato con moltissimi altri per le vicende innanzi espresse. Vi è anche nel detto Repertorio il seguente notamento di altro Registro disperso: Rubi Terra in dominio Reginæ Sanciæ 1336 et 1337 lit. B fol. 14. Cotesto notamento ci fa apprendere che fino all’anno 1337 la nostra città continuava ad essere posseduta dalla Regina suddetta, giacchè da altro Registro che sarà or ora riportato si rileva che fu la stessa dalla Regina venduta al Conte di Terlizzi, il che non potè aver luogo che dopo l’anno 1337.

Il saggio Re Roberto cessò di vivere nel dì 20 Gennajo 1343, non già dell’anno 1342 come taluni han creduto. Col suo testamento del dì 16 del detto mese lasciò Balia del Regno la detta Regina Sancia di Aragona sua consorte. Vedendo ella però che colla morte del suo ottimo marito la sua splendida Corte era caduta nella confusione, ed anche perchè era infastidita del Mondo, andò a rinchiudersi nel Monistero di S. Croce da lei medesima edificato, dove appena finito l’anno morì con grandissima fama di santità[187].

Aveva Roberto per vedute politiche conchiuso il matrimonio tra Giovanna sua Nipote che andava a succedergli nel Regno, ed Andrea figliuolo di Carlo Re d’Ungheria suo congiunto, il quale aveva preso perciò il titolo di Duca di Calabria. Fu questo però un nodo stretto con tristissimi auspicj. Il giovane Andrea per se stesso di poca levatura conversando solo con un Frate ed altri Ungari quì rimasti presso di lui, non potè dirozzarsi. Si rese quindi pesantissimo alla Regina sua consorte allevata con altra coltura alla Corte del Re Roberto. Giovanna dunque o s’infastidì di lui, o con soverchia facilità diè ascolto alle suggestioni di uomini perversi che sventuratamente fomentavano vie più la discordia tra i due sposi. Mentre Andrea andava ad assumere il titolo di Re, e con esso quel potere che gli era annesso, avvenne che essendosi portato colla Regina a diporto in Aversa fu una notte strangolato e gittato dagli esecutori dell’orribile misfatto ignominiosamente per una finestra.

Molto grave fu il sospetto della intelligenza della Regina nell’assassinio del suo sventurato marito, che attirò in seguito sulla nostra povera città una terribile calamità. Mi piacerebbe che coloro i quali si sono sforzati di discolparnela vi fossero riusciti. Ma prescindendo dagli Storici del Regno che le imputano questa colpa, mi fa molto peso ciò che leggo in uno Scrittore sensatissimo, e non uso a malignare altrui, qual è Muratori. Fuere qui Joannam de hujusmodi crimine purgare conati sunt, sed illi judicio meo Æthiopem lavandum et dealbandum suscepere[188].

Si aprì intanto una inquisizione contro coloro che avevano avuta parte o reità nella morte del Re Andrea. Non potè la Regina da ciò dissentire. Il Gran Giustiziere del Regno Bertrando del Balzo Conte di Montescaglioso e di Andria, avendo trovato colpevole Gazzone de Denysiaco Conte di Terlizzi e Gran Maresciallo, lo fece arrestare, con esser stato indi costui condannato a morte e giustiziato con altri complici dello stesso misfatto. Da un Registro dunque della detta Giovanna I del dì 24 Ottobre 1346 si rileva ciò che siegue. Si dice che la Regina Sancia aveva venduta la città di Ruvo con Regio assenso al detto Conte di Terlizzi. Non si dice l’epoca del contratto, ma ho innanzi osservato che dovè ciò seguire dopo l’anno 1337. Si soggiugne che essendo stato il Conte di Terlizzi arrestato e sommesso ad un processo capitale gli erano stati sequestrati anche tutti i beni tra i quali la città di Ruvo.

Che la di lui moglie Margherita Pipina era ricorsa alla Regina ed aveva esposto che per patto espresso stipulato nel contratto passato colla Regina Sancia si era dichiarato che le rendite della detta città di Ruvo avrebbe dovuto ella goderle durante sua vita, e dopo sua morte sarebbe passato quel feudo agli eredi del marito. Che quindi doveva la città suddetta rimanere esclusa dal sequestro e darsi a lei per godersela durante sua vita. Che la Regina aveva fatto esaminare l’affare a Matteo de Porta de Salerno milite; et Joanne Siripandi de Neapoli Juris Civilis Professoribus Magnæ Curiæ nostræ Magistris Rationalibus, e costoro erano stati di avviso che la dimanda della detta Pipina era ben fondata.

Che seguita la condanna e la morte del Conte di Terlizzi aveva la Regina sommessa la dimanda suddetta al novello esame di un Consiglio composto dai suddetti de Porta e Siripandi, da altri Giureconsulti, e dagli Avvocati e Proccuratori Fiscali. Che cotesti Signori erano stati concordi nell’opinare che la dimanda di Margherita Pipina era ben giustificata, e quindi doveva ella godere le rendite della città di Ruvo durante sua vita[189]. Dopo ciò la Regina venne ad ordinare che si fosse tolto il sequestro, e dato alla ricorrente il possesso della città suddetta durante sua vita sotto l’obbligo della fedeltà e del feudale servizio, e colla condizione espressa di doversi ne’ Regj Quaternioni registrare tra due mesi la grazia ottenuta a pena di decadenza[190].

Intanto il Re d’Ungheria Lodovico fratello di Andrea essendo stato pienamente informato di quanto era quì avvenuto, ne rimase fortemente commosso ed irritato. Fremendo di sdegno venne in Italia nell’anno 1347 con poderoso esercito, per vendicare la morte di suo fratello, ed entrò ostilmente nel Regno. Mancava alla Regina il coraggio e la forza di resistergli. Vedeva inoltre che le Popolazioni del Regno non erano disposte a levarsi in armi in sua difesa, perchè fortemente prevenute della di lei intelligenza nella morte del marito. Il miglior partito quindi che seppe prendere fu quello di abbandonare il Regno ed andarsene ne’ suoi Stati di Provenza. Il Re d’Ungheria quindi entrò nel Regno senza resistenza, prese aspra ma giusta vendetta di coloro che avevano avuta parte nell’assassinio di suo fratello, e dopo aver sommesso tutto il Regno alla sua dominazione, se ne ritornò in Ungheria.

Saputosi ciò dalla profuga Regina cominciò a prendere coraggio ed a trattare coi suoi aderenti quì lasciati circa i mezzi di ricuperare il perduto Regno. Animata dalle loro promesse non tardò a presentarsi quì ella medesima con dieci galee che le riuscì di armare. Fu ben accolta dai Napolitani che mal soffrivano gli Ungari. La sua presenza infervorò il suo partito. Molte città ritornarono spontaneamente alla di lei ubbidienza. Altre città che si mantennero fedeli al Re d’Ungheria venivano man mano sommesse colla forza delle armi. Gli affari del Re d’Ungheria andavano quì assai male, il che l’obbligò a ritornare di nuovo nel Regno nell’anno 1350.

Gli avvenimenti seguiti in quel tempo nella Puglia si trovano descritti in un libro intitolato: Dominici de Gravina Chronicon de Rebus in Apulia gestis. Dobbiamo cotesta istoria alla indefessa diligenza del Muratori che riuscì ad averne una copia dall’unico Codice di essa che si conserva nella Biblioteca Cesarea di Vienna accresciuta vie più di manoscritti dalle cure dell’Imperatore Carlo VI. Manca però il Codice suddetto del suo principio, ove si parlava anche de’ fatti del Re Roberto, e della sua fine ove parlar si doveva dell’esito della guerra suddetta dopo la seconda venuta del Re Lodovico nell’anno 1350.

La detta breve istoria fu scritta da un Notajo di Gravina detta perciò Dominici de Gravina Chronicon. Avendo ei seguite le parti del Re d’Ungheria, e mantenuta per quanto potè la città di Gravina coi suoi amici ed aderenti sotto la di lui dipendenza, fu ciò cagione di tutte le sue sventure che da Notajo lo fecero divenir soldato. Il Muratori fa conto di questa Cronaca, perchè si vedono in essa riportati i fatti con ingenuità e schiettezza.

Dice dunque l’autore di essa che nella Provincia di Basilicata limitrofa colla Terra di Bari erano alla testa del partito e delle armi della Regina Roberto e ’l suo Nipote Ruggiero Sanseverino Conte di Tricarico e di Chiaromonte: che radunavano molta gente d’armi e che dipendeva da essi anche una numerosa schiera di Malandrini, i quali son sempre pronti ad insorgere nelle guerre di partito ove vi è da far bottino. La famiglia Sanseverino trattata dappoi con tanta crudeltà dal Re Ferdinando I di Aragona apparteneva ai detti Roberto e Ruggiero. Come variano le cose del Mondo!

Narra dunque lo Scrittore Gravinese che essendosi saputo che i già detti due Capi avevano la intenzione di attaccare la città di Gravina, ei si recò a Barletta ad Dominum Vayvodam, cioè al Comandante Ungaro lasciato dal Re Lodovico, onde ottenere un soccorso di soldati. Soggiugne indi: Tardavit autem talis succursus per dies et dies me remanente cum eis. Finaliter nuntiatum fuit dicto Domino quod civitas Rubi et castrum Terlicii, quæ, et quod erant donata præfato Domino Joanni Chucz Ungaro, per dictum Robertum de Sancto Severino erant penitus dissipanda eo quod licet civitas Rubi pro dicto Domino se teneret, tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino Roberto viriliter tenebatur, et cum hominibus civitatis continue prœliabatur[191].

Passa poi a dire che i detti due Capi essendosi con tutte le loro forze avvicinati alla città di Gravina, ove vi era un partito interno che gli favoriva, fu egli obbligato a fuggirsene con una porzione de’ suoi compagni ed aderenti che a lui si unirono. Che nella loro assenza i Partigiani de’ Sanseverino persuasero il Popolo a non far loro alcuna resistenza ed accogliergli nella città da amici. Che si trattennero quindi ivi dieci giorni colla loro gente. Ma non perciò furono i Gravinesi esenti dalle uccisioni, dalle depredazioni ed estorsioni, dalle carcerazioni, dalle confische, dai maltrattamenti e dalle violenze usate da quella pessima gente alle donne le più belle. Indi passa al seguente spiacevolissimo racconto. Amoverunt inde dictum exercitum et versus Rubum militavit audacter. Erat autem castrum Rubi fortissimum sua gente munitum. Civitas vero non, sed pro Hungaris tenebatur etiam et terra Terlicii. Ad quod dum nocte pervenisset, dato signo termini custodibus dicti Castri sui adventus, subito super Rubenses cives crudeliter irruerunt. Erat autem civitas Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles, divites, et prudentes. Tamen in tali minime eis profuit prudentia, quia terram murare modo debito contemserunt, præcipue versus castrum, quod inimicum habebant. Sed quod nostro reatu permissum est desuper, nulla valet prudentia, quia sic permissum fuit a Deo, ut per mortem dicti Regis Andreæ, et unius mulieris terminum, universi Regnicolæ miseri diversis periculis vexarentur. Sic placuit sibi, ut oculi omnium salutem propriam non viderent, quin diversis delictis nostris omnes multifarie puniremur. Ut autem inimicus exercitus Rubum pervenit, mandavit idem dominus Robertus quod civitas ipsa Rubi penitus curreretur, et factum est. Totus idem exercitus in facie castri constitutus contra cives dictæ Terræ potenter insurgit, et viri Rubi potenter assistunt, et durante prœlio usque ad horam meridiei transactam, intra quod temporis spatium hinc inde plurimi perierunt; tandem cum plurimi cives Rubenses in salutem uxorum et filiorum intercederent potius, quam ad defensionem communem, cessit finaliter victoria Domino Roberto jam dicto, et violenter idem exercitus ingressus est civitatem. Fugiunt omnes cives per Terram illam, et extra, et vadunt hinc inde dispersi. O quam terribilis ululatus et planctus virorum, mulierum, et infantium puerorum generis utriusque! Capiuntur multi concives miseri et carceri ducti sunt pretio redimendi: plures in fuga gladio pereunt exercitus inimici et plurimæ mulieres, virgines præcipue tortoribus impiis capiuntur: et multæ quidem ex eis carnali vituperio adducuntur. Universa robba concivium miserorum in stragictiosam prædam distribuitur exercitus memorati. Ii autem qui castri carceri ducti fuerant, prædata universaliter dicta Terra, propter consecutum recessum exercitus, diversis tormentis exponuntur, et evulsione dentium compuniuntur quasi ad ultimam paupertatem. Igitur universa ipsa civitate prædata et consumta, castrum ipsum et campanile potenter muniri præcepit, et annonas plurimas in eis immitti, opportunos stipendiarios immittens in eisdem fortelitiis campanilis et castri. Retulerunt mihi viri cives Guaranioni quod tota robba civitatis ipsius per ipsum casale ad partes Basilicatæ transivit animalium, et rerum mobilium sine fine.

Demum civitate ipsa penitus consumta et destructa, idem dominus Robertus suum inde removit exercitum et ad Terram Terlicii, in qua Hungari septem morabantur in castro cum modicis aliis familiaribus custodientibus Terram ipsam pro parte et nomine Domini Johannis Chuez sæpe dicti, cum eodem suo exercitu Terlicium ipsum potenter obsedit etc. Ma i Terlizzesi non opposero veruna resistenza[192].

Cosa avrebbero potuto far di peggio i Vandali, gli Unni o i Saraceni? A tal modo Roberto e Ruggiero Sanseverino sommettevano le città del proprio Paese in nome di una Regina, la quale non era certamente crudele ed inumana, e niuna ragione inoltre aveva di trattare i Ruvestini con tanta barbarie? Le città che si trovavano sotto la dominazione del Re d’Ungheria non erano allo stesso passate per propria elezione. Erano state bensì obbligate a cedere a quella stessa forza, a cui la Regina suddetta aveva ceduto. Lo avevano anzi fatto per di lei ordine espresso.

Ci fa sapere la Storia che quando ella non avendo forza ad opporre al Re di Ungheria si determinò ad abbandonare il Regno, convocò prima un Parlamento generale, al quale furono chiamati tutti i Baroni, i Sindaci di tutte le città del Regno, ed i Governanti della città di Napoli. In quel Parlamento essa medesima colla propria bocca dichiarò a tutti che non voleva affatto che i suoi sudditi avessero opposta resistenza al Re d’Ungheria, ed avessero richiamate su di loro maggiori calamità coll’irritarlo. Gli assolvè quindi dal giuramento a lei prestato, ed ordinò che si fossero a lui presentate le chiavi delle città e dei castelli, senz’attendersi la intimazione dell’Araldo o del Trombetta[193]. Questo tratto le fece molto onore, ed è degno in vero di somma laude.

Cuopre però di eterno obbrobrio la memoria di Roberto e di Ruggiero Sanseverino che sotto gli occhi proprj fecero commettere tanti eccessi e tante laidezze dalla rapacissima masnada da essi arrolata a danno di una città, la quale aveva serbata al Re di Ungheria quella fede che gli aveva giurata dietro il permesso, anzi dietro il comando della stessa Regina. Se il di costoro operato peccò della massima iniquità, mancò anche di Politica.

Era in questo affare d’ammirarsi per un lato il coraggio de’ Ruvestini. Mentre mancavano le opportune fortificazioni, e si trovavano stretti tra le numerose masse nemiche, e la guarnigione di quel fortissimo castello, si batterono essi valorosamente dall’alba fino a dopo il mezzodì con avere uccisi molti degli aggressori e coll’esserne caduti anche molti di loro. Nè sarebbero i primi entrati nella città se moltissimi de’ secondi trasportati dalla premura di rivedere le loro mogli ed i loro figliuoli non si fossero sconsigliatamente allontanati dal campo di battaglia.

Per altro lato la fedeltà da essi serbata al loro novello legittimo Sovrano non era men commendevole. Roberto e Ruggiero Sanseverino avrebbero dovuto valutarla e rispettarla. Cosa farne di quelli uomini i quali cangiano casacca come cangia il vento, che tengono per nulla la fede giurata e passano con indifferenza da una bandiera all’altra? Non avrebbe dovuto loro mancare il talento di capire che una Popolazione così ferma e così decisa rimessa di nuovo con umanità e dolcezza sotto la dominazione della Regina, sarebbe rimasta alla stessa riconoscente e fedele. Enimvero benignitate et clementia hostes vincere quam armis præstat: hic enim necessitate ut pareant homines inducuntur, illic voluntate[194].

Valga però il vero, non erano d’attendersi da que’ due Capi di partito questi nobili sentimenti. La fedeltà de’ Ruvestini era un rimprovero per essi che si erano resi ingrati e spergiuri. Ci fa sapere anche Domenico di Gravina che il primo de’ Sanseverineschi che si era presentato al Re d’Ungheria per prestargli omaggio era stato Ruggiero Sanseverino Arcivescovo di Salerno che fu dal Re onorato della luminosa carica di suo Consigliere e Protonotario del Regno. Roberto e Ruggiero Sanseverino Conte di Tricarico animati dal favorevole incontro del loro stretto congiunto, si presentarono anch’essi, furono dal Re molto graziosamente accolti, e gli prestarono il giuramento di fedeltà[195]. Essendo però stati tra i primi che lo violarono, non potevano certamente valutare in altri quel sentimento che avevano essi calpestato.

Pagarono però ben presto il fio delle iniquità commesse a danno della nostra città. Richiamati dalla Basilicata in Napoli, ove le forze degli Ungari si erano concentrate, nella battaglia che fu da questi ultimi guadagnata nelle vicinanze di Aversa, rimasero entrambi prigionieri di guerra. Il Comandante Ungaro era nel fermo proponimento di spedirgli al Re incatenati in Ungheria, onde avessero pagata colla testa la loro ribellione. Ma non potè menare ad effetto questo suo proponimento per la seguente circostanza.

Serviva nella sua armata come ausiliario un Corpo di Tedeschi ch’era in ritardo di soldi. Essi quindi pretesero di cuoprirsi in parte del loro avere col riscatto che avrebbero ritratto da Roberto e Ruggiero Sanseverino, e da Raimondo del Balzo Cavaliere molto distinto rimasto anche prigioniero nello stesso conflitto. Dopo lungo dibattimento il detto Comandante Ungaro che non aveva pronto il danaro per pagare i soldi arretrati, dovè cedere all’impero della necessità e lasciare i prigionieri suddetti a disposizione de’ Tedeschi. Capitarono però essi in cattive mani.

Gli Alemanni per obbligargli ad un forte riscatto diedero loro una crudelissima tortura. Avendogli distesi nudi sulla terra calpestavano loro la pancia a forza di calci, ed indi flagellavano ed insanguinavano le membra con bacchette infocate ed ardenti. Dal che rimasti semivivi furono costretti a riscattarsi col pagamento di trentatremila fiorini per ciascuno. Il Comandante Ungaro nel licenziargli gli mortificò ed umiliò col seguente rimprovero: Licet sacramentum vestrum nullius sit fidei, quum alias in manibus Domini nostri Regis juraveritis esse sibi fideles, quo meremini decollari propter jusjurandum confractum et proditionem per vos commissam, quare in prœlio vestra proditio vos præcipitavit ab equis, iteratum peto vos in manibus nostris sacramentum præstare jurantes quod amodo Domino nostro Regi fideles eritis, non rebelles. Furono quindi costretti a prestar di nuovo il giuramento di fedeltà sul Santo Vangelo[196]. Grande umiliazione pe ’l loro orgoglio!

Da ciò che disse Domenico di Gravina nel luogo innanzi trascritto risulta che Roberto Sanseverino per comprimere vie più il coraggio de’ Ruvestini, non contento di aver accresciuta la guarnigione del castello, fece anche occupare da altri soldati il campanile con buona provigione di viveri. Cotesto antichissimo campanile vi è tuttavia, e resiste ancora ai secoli, tutto che colpito dal fulmine, e privato della sua cupola. Consiste lo stesso in una torre quadrata altissima formata tanto nella parte esterna quanto nella parte interna di pietre quadrate ben lavorate e ben connesse tra loro. Li suoi finestroni sono ornati di pietre ben lavorate e scorniciate. Sorge la torre suddetta sul lato sinistro di quella Cattedrale vicino al Coro, ed ha sottoposto anche il Palazzo Vescovile ch’è alle spalle tanto della Chiesa che del campanile. A dire il vero però non credo un vantaggio per me che anche la mia casa paterna sta poco lungi dal campanile suddetto.

La Chiesa Cattedrale della nostra città ha le mura esterne formate anche di pietre quadrate simili a quelle del campanile. La prospettiva di essa di struttura Gotica è magnifica e ricca di belli e vistosi ornati. Nella porta principale del tempio si entra per sotto un arco Gotico egregiamente lavorato e poggiato su di due colonne sostenute da due leoni, dei quali uno è rotto. Sui capitelli delle colonne vi sono due grifi. Al di sopra della porta suddetta ad una proporzionata altezza vi è un gran finestrone di figura sferica bene scorniciato ed ornato nel mezzo di lavori Gotici non ordinarj e molto curiosi. Nelle mura laterali della Chiesa si vedono altri ornati Gotici con teste anche di animali.

De’ molti Esteri che capitano in Ruvo pe ’l gusto delle antichità ve ne sono stati alcuni, i quali hanno levato il disegno della prospettiva suddetta. Tanto la Chiesa che il campanile sono di epoca antichissima. Manca però qualunque memoria che possa indicarla con precisione. Debbono cotesti due edificj credersi edificati contemporaneamente, attesa la conformità della fabbrica, la quale sembra anteriore all’epoca de’ Normanni[197].

Seguita a dire Domenico di Gravina che il precitato campanile di Ruvo fortificato anche, come innanzi si è detto, da Roberto Sanseverino fu ripigliato a forza di maneggi adoperati col Comandante della guarnigione in esso lasciata da Filippo de Sulz per sopranome Malispiritus Comandante Ungaro della città di Andria. Che il Palatino di Altamura, il quale seguiva anche le parti della Regina tentò ritorlo agli Ungari e lo attaccò per due giorni continui. Ma non potè riuscirvi, perchè i soldati della guarnigione del castello non vollero dargli ajuto a motivo che Roberto Sanseverino da cui essi dipendevano non era amico del Palatino suddetto[198].